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giovedì 15 giugno 2017

LE ASIMMETRIE DELL'UNIONE BANCARIA di Vladimiro Giacchè

[ 15 giugno 2017 ]
La prolusione di Vladimiro Giacchè ad un incontro al Parlamento europeo di Bruxelles organizzato da Marco Zanni


Nella tabella a sinistra gli NPL (crediti deteriorati) in pancia alle banche in % sui crediti lordi totali






«Buongiorno a tutti.

Desidero innanzitutto ringraziare l’on. Marco Zanni per aver voluto la realizzazione delle ricerche che qui presentiamo e il gruppo parlamentare Europe of Nations and Freedom che ci ospita.

Il focus di queste ricerche è rappresentato dalle asimmetrie che attualmente caratterizzano la regolamentazione bancaria in Europa.

Queste asimmetrie emergono sia con riferimento a quanto è regolamentato nel contesto della Unione Bancaria propriamente detta (o forse impropriamente detta, a giudicare dalle forti asimmetrie e squilibri interni che come vedremo la caratterizzano), sia con riferimento a quanto resta fuori dalla regolamentazione bancaria, ossia lo Shadow banking system, un’area grigia non normata che sta guadagnando terreno rispetto al sistema bancario tradizionale, ipernormato.

Lascio ai ricercatori del Centro Europa Ricerche che prenderanno la parola dopo di me il compito di esporre i contenuti puntuali della nostra ricerca su questi temi.

Desidero qui soltanto proporre qualche considerazione di carattere generale su finalità, contenuti e conseguenze della regolamentazione bancaria europea nella sua attuale configurazione, concentrandomi sull’Unione bancaria.

L’obiettivo con cui l’Unione bancaria europea è nata era quello di ridurre la balcanizzazione finanziaria nell’Eurozona, percepita (a ragione) come uno dei maggiori pericoli per la sussistenza stessa della moneta unica.

Sin dal 2012 gran parte delle ricerche disponibili agli operatori sui mercati finanziari evidenziavano infatti come quello che sino al 2008/2009 si presentava come un sistema così interconnesso da essere inestricabile, si era andato ridisegnando secondo linee “nazionali”: il lending cross-border nell’eurozona era crollato all’incirca alla metà dei valori precrisi, ingenti capitali erano stati rimpatriati nei paesi core, mentre il lending nei paesi cosiddetti periferici tornava ad essere sostanzialmente domestico.


In tal modo, uno degli obiettivi chiave della moneta unica, la creazione di un mercato finanziario integrato, veniva messo radicalmente in discussione, e per di più la fine della moneta unica diventava anche tecnicamente possibile (appunto in quanto le interconnessioni tra sistemi finanziari nazionali andavano diminuendo).

C’era un altro problema, non meno grave: questa situazione rendeva possibile un circolo vizioso potenzialmente distruttivo tra rischio di credito e rischio sovrano.

La situazione fu affrontata tramite la costruzione di un’Unione bancaria, che – nelle intenzioni – avrebbe dovuto concorrere al ripristino di un mercato finanziario e bancario integrato tramite una vigilanza bancaria unica (primo pilastro), procedure di risoluzione che limitassero il rischio di contagio in caso di crisi (secondo pilastro) e una garanzia europea sui depositi tale da spezzare il nesso rischio Paese-rischio bancario (terzo pilastro).

A oggi, il giudizio sull’architettura messa in piedi non può non essere estremamente severo.

In estrema sintesi:

Per quanto riguarda il primo pilastro, la vigilanza bancaria unica ha effetti di copertura molto differenti tra i vari sistemi bancari nazionali, lasciando aperto un rischio sistemico molto serio in alcune importanti nazioni dell’Eurozona (i dati contenuti nella ricerca del CER parlano da soli).
L'architettura costituzionale dell'Unione bancaria europea


Quanto al secondo pilastro, le procedure di salvataggio o risoluzione delle banche in crisi, caratterizzate dal sostanziale divieto di bailout pubblico, anch’esse hanno avuto effetti pesantemente asimmetrici che hanno danneggiato pesantemente alcuni sistemi nazionali (in primis il nostro). Questo in quanto esse venivano stabilite a valle di aiuti pubblici senza precedenti concessi alle banche di molti paesi europei. Questi aiuti avevano sostanzialmente disattivato la normativa europea sugli aiuti di Stato sull’onda dell’emergenza, alterando in misura sostanziale il panorama concorrenziale del sistema bancario in Europa. E’ evidente che impedire a questo punto ogni bailout pubblico (o comunque subordinarlo a criteri estremamente stringenti e posporlo alla partecipazione di azionisti, obbligazionisti e correntisti al risanamento aziendale, non escludendo affatto la strada della risoluzione/chiusura della banca interessata) risultava fortemente penalizzante per gli Stati che non avevano proceduto a sostenere in modo massiccio il sistema bancario nazionale nella fase precedente. Quanto all’entità di questo sostegno, un articolo pubblicato da M. Frühauf sulla FAZ del 16 agosto 2013 (alla vigilia della definizione dell’Unione bancaria) offre dati a dir poco impressionanti. Per comodità di riferimento, in appendice a questo testo è riportata la traduzione di un grafico tratto dall’articolo di Frühauf.

Gli effetti negativi dei primi due pilastri divenivano dirompenti a causa dell’assenza del terzo pilastro, assolutamente essenziale al fine dichiarato dell’Unione bancaria, ossia quello di invertire quel processo di balcanizzazione finanziaria lungo linee corrispondenti ai confini nazionali che era una delle conseguenze più evidenti della crisi. Infatti l’assenza di una garanzia europea manteneva comunque – e per tempi prevedibilmente molto lunghi – l’onere della protezione dei risparmiatori in capo al sistema Paese interessato, e (ancora una volta) contraddiceva quella solidarietà europea che dovrebbe essere il fondamento dell’architettura istituzionale dell’Ue, e in particolare dell’Eurozona.

L’effetto di questo insieme di norme (i pilastri che ci sono e quello che non c’è) è stato devastante in particolare per il sistema bancario italiano, per il quale le nuove regole hanno mutato in misura sostanziale – e per di più senza alcuna fase transitoria – il panorama normativo vigente da decenni, oltretutto in contraddizione con almeno due articoli della nostra Costituzione (l’art. 43 e l’art. 47).


A dispetto delle intenzioni (ma già Hegel sapeva che “di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno”), il nuovo contesto normativo ha penalizzato pesantemente i risparmiatori (in particolare i detentori di obbligazioni subordinate acquistate in vigenza del vecchio ordinamento). E, come era facilmente prevedibile, in assenza sia di un backstop pubblico per le situazioni di crisi che di un sistema di garanzia europeo, ha innescato un vero e proprio bank run in relazione agli istituti percepiti come più deboli, o che erano alle prese con crisi aziendali che sarebbero state facilmente gestibili nel contesto normativo precedente. In tal modo, secondo il meccanismo ben noto delle previsioni che si autoavverano (self-fulfilling prophecies), i problemi di liquidità di alcuni istituti hanno occasionato una fuga dei depositi che ne ha posto a rischio la solvibilità.

È importante sottolineare che quanto sopra non è stato soltanto il frutto degli effetti oggettivamente asimmetrici delle nuove norme, ma anche delle modalità – anch’esse asimmetriche – della loro applicazione.

Un cenno specifico merita in questo contesto il rischio di mercato. Il peso di questo rischio (legato all’attività finanziaria, incluse le transazioni in derivati) risultava assolutamente sottodimensionato rispetto alla sua portata reale già negli Stress Test e AQR: in tal modo veniva enfatizzato il rischio di credito, e conseguentemente penalizzati i sistemi bancari (quale quello italiano) in cui quest’ultimo aveva un peso proporzionalmente maggiore.

Ma c’è di più: il rischio di mercato (al contrario del rischio di credito) non figura nelle 5 priorità della Vigilanza bancaria europea esercitata dalla BCE né nel 2015, né nel 2016, né nel 2017: questo è scritto esplicitamente nei Rapporti annuali della BCE sull’attività di vigilanza.

In questo modo risulta insufficientemente vigilata precisamente la tipologia di rischio alla quale è attribuito lo scoppio della crisi culminata nella Grande Recessione. Più concretamente, è insufficientemente vigilato il rischio di mercato espresso da alcune grandi banche tedesche e francesi, e in particolare quello di un colosso quale Deutsche Bank, il valore effettivo dei cui Level3 assets (derivati) è un esercizio più prossimo alla divinazione che alla stima scientifica: in effetti al team ispettivo della Vigilanza BCE che ha recentemente condotto un’ispezione presso la banca di Francoforte non è stato richiesto nemmeno di prezzare il valore dei derivati in portafoglio. E del resto già in precedenza la stessa Vigilanza europea aveva alzato le mani con un curioso ragionamento: giudicando cioè irrealistico valutare l’adeguatezza del pricing dato ai derivati in portafoglio di Deutsche Bank e di altre grandi banche vista la discrezionalità concessa al riguardo a banche e revisori.
2009: le banche più colpite dalla crisi finanziaria

Più in generale, il grande vincitore dell’Unione bancaria è stato il sistema bancario tedesco. Ma più ancora per quello che riguarda le banche di piccole e medie dimensioni che per quanto riguarda le grandi: le prime hanno infatti beneficiato in primo luogo di una costruzione del primo pilastro che ha fissato a 30 miliardi di assets il livello minimo per essere vigilati dalla Bce. Per ottenere questa soglia minima Schäuble minacciò di mettere il veto all’Unione bancaria, e non è un mistero che l’obiettivo era tenere fuori le Sparkassen dalla Vigilanza europea: in effetti, delle 417 Sparkassen soltanto una è oggi vigilata dalla Vigilanza BCE; stiamo parlando di banche cui spetta il 22,3% degli impieghi di quel paese, per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro).

Del resto non è questo l’unico modo in cui queste banche pubbliche, tradizionalmente legate alla CDU, sono state protette. Vanno citati almeno altri due modi.

Il primo è rappresentato dal mantenimento al di fuori della normativa europea, in una sorta di limbo regolamentare, dei cosiddetti Institutional Protection Schemes (IPS). Gli IPS sono diffusi soprattutto in Germania (Sparkassen e Volksbanken) e Austria (banche Raiffeisen). Si tratta di sistemi di mutua protezione e garanzia tra le banche associate, regolati contrattualmente a livello di associazione di categoria. Sono accordi di natura contrattuale e non configurano un’entità legale, e in quanto tali differiscono sia dai gruppi bancari, sia dai network di banche. Pertanto non sono direttamente oggetto della disciplina europea e legata agli accordi di Basilea. Ad es. nella Direttiva europea sui requisiti di capitale (CRD IV) gli IPS non sono neppure citati. La cosa è stata giudicata da Thomas Stern (Austrian Financial Markets Authorities) in questi termini: “la decisione del legislatore europeo di non estendere la regolamentazione riguardante capitale e liquidità agli IPS è rimarchevole e difficile da capire da un punto di vista prudenziale”. Il fatto di essere membri di un IPS in effetti dà alle banche associate una serie significativa di privilegi regolamentari: lo stesso Stern, ad esempio, ha osservato che la struttura degli IPS tra l’altro non era oggetto della regolamentazione dei nuovi requisiti di liquidità quali il Liquidity Coverage Ratio (LCR) e il Net Stable Funding Ratio (NSFR). Di fatto, un importante fattore di rischio sistemico è stato in tal modo trascurato dalla normativa. È appena il caso di dire che le banche italiane in qualche modo confrontabili con le Sparkassen e Volksbanken tedesche, le Banche di Credito Cooperativo, rientrano invece pienamente nella normativa europea anche per quanto riguarda i requisiti di capitale e di liquidità.


Il secondo modo attraverso cui il governo tedesco ha aiutato le proprie Sparkassen è molto interessante, ma purtroppo poco noto: esso è consistito precisamente nel rimandare sine die il sistema di mutua garanzia e assicurazione dei depositi tra le banche europee. Siccome il nesso può non apparire immediato, vale le pena di aggiungere qualche parola di spiegazione. Nel 2013 viene decisa la partenza dell’Unione bancaria con due pilastri su tre (gravissimo l’errore dell’Italia nel non impedire questa asimmetria che rendeva l’unione bancaria incoerente rispetto alle sue stesse finalità – ovviamente accettando che esse coincidessero con quelle dichiarate). Nel 2015 comunque procedono in qualche modo i negoziati per attivare anche la mutua garanzia. Ma Sparkassen, Volksbanken e Genossenschaftsbanken non ne vogliono sapere di partecipare al sistema di mutua garanzia europeo, essenzialmente per due motivi: in primo luogo perché ritengono – verosimilmente a torto - di essere in grado di proteggersi da sole (col sistema degli IPS visto sopra) e quindi non vedono alcun vantaggio dal partecipare a questo sistema; in secondo luogo, e soprattutto, perché temono di dover rendere omogenee le proprie regole specifiche (e di favore) a quelle delle altre banche.

Le prime prese di posizione delle Sparkassen contro la mutua garanzia europea risalgono all’estate 2015. Successivamente Schäuble ha minacciato di attivare una minoranza di blocco contro la normativa proposta. Contemporaneamente venivano fatte filtrare indiscrezioni secondo le quali Italia e Francia avrebbero dichiarato la propria indisponibilità a decidere contro Berlino, e che anche Olanda, Austria e Finlandia erano scettici sulla proposta della Commissione.

Ovviamente l’opposizione tedesca veniva motivata con il timore di dover pagare per altri sistemi bancari. Ma tutto questo era soltanto un fuoco di sbarramento, dietro cui si celava l’obiettivo di “insulare” ancora una volta le Sparkassen dal resto del sistema finanziario europeo.

Precisamente per questo motivo lo stesso tentativo del Commissario lettone Dombrovskis di attenuare la partecipazione delle Sparkassen al fondo, proponendo che “i contributi al fondo siano soppesati in base al rischio di ciascuna banca”, non è bastato alla Germania: perché, se da un lato in questo modo si spostava il problema in avanti comprando tempo (l’analisi dei rischi è un processo che può durare anni), dall’altro per le Sparkassen poteva essere un rimedio peggiore del male, perché per intendere i rischi di una banca bisogna conoscerne i numeri – ossia proprio quello che Schäuble, alzando a 30 miliardi i requisiti in termini di assets per essere vigilati da Bruxelles, era riuscito a evitare. Di fatto, con la mutua garanzia, per stabilire quanto dovuto da ciascuna banca la supervisione BCE anche sulle Sparkassen, che grazie alla configurazione del primo pilastro era stata tenuta fuori dalla porta, sarebbe rientrata dalla finestra.

A inizio dicembre 2015 Schäuble sembra arrendersi all’impossibilità di tener fuori Sparkassen e Volksbanken dal sistema di mutua garanzia europeo.

Poi, l’8 dicembre, il colpo di scena. Schäuble alza il tiro: da un lato attacca la BCE per il conflitto di interesse tra il suo ruolo di guida della politica monetaria e quello di organismo di vigilanza bancaria (conflitto effettivo, ma agitato ora in termini strumentali, quando sarebbe bastato a suo tempo affidare la vigilanza bancaria europea all’EBA e non alla BCE per evitare il problema); dall’altro annuncia la sua opposizione alle misure proposte in assenza del recepimento da parte di tutti gli Stati della normativa europea sul bail-in (evidente pretesto), ma soprattutto avanzando una nuova priorità: prima della partenza del terzo pilastro devono essere ridotti i rischi del sistema bancario. Questa priorità viene successivamente precisata in un modo molto pericoloso per noi: è necessario che le banche europee riducano la quota dei titoli di Stato del proprio paese che hanno in portafoglio. Da parte tedesca si cerca di forzare soluzioni che prevedono: di soppesare per il rischio questi assets in portafoglio e/o di porre limiti alla quantità di titoli di questo tipo detenibili in portafoglio.

Con questo escamotage (o, se si vuole, diversione tattica) venivano conseguiti due obiettivi. In primo luogo, si deviava l’attenzione dal tema in discussione (il completamento dell’Unione bancaria e l’esentabilità o meno di alcune categorie di banche dalla medesima), focalizzandola viceversa su un tema da cui la Germania aveva tutto da guadagnare. È infatti evidente che un rinnovato interesse dei mercati nei confronti della rischiosità dei titoli di Stato dell’eurozona non poteva nuocere alla Germania e anzi nella migliore delle ipotesi avrebbe potuto favorire una ripresa del flight to quality verso titoli di Stato tedeschi, come ai bei tempi della crisi della Grecia e dell’effetto domino successivo. Ma soprattutto si rinviava sine die la realizzazione del terzo pilastro, a tutela ancora una volta delle Sparkassen: infatti, prevedibilmente, l’Italia finì per opporsi alla discussione del dossier titoli di Stato, Renzi (giustamente) minacciò di mettere il veto a ogni decisione in argomento, e con questo la mutua garanzia entrò nello stallo in cui si trova tuttora.

Frattanto l’unione bancaria a due zampe (praticamente, un tavolino con due gambe – con simili effetti in termini di stabilità) entrava in vigore, senza neppure il periodo transitorio originariamente ipotizzato. Sulle conseguenze di questo tornerò tra poco. Ma voglio prima aggiungere qualcosa sull’azione del sistema-Paese Germania in questo frangente. È interessante notare come l’azione della Germania veda un perfetto coordinamento tra sedi e attori diversi: l’8 dicembre le posizioni ufficiali di Schäuble; il 9 dicembre il rapporto presentato dall’europarlamentare tedesco Burkhardt Balz al parlamento europeo (Report Balz) - e votato a larga maggioranza nel gennaio 2016 - nel quale si esprime tra l’altro la necessità di “spezzare il legame tra i soggetti sovrani e le banche a livello nazionale”; infine, a febbraio, la lettera congiunta dei presidenti di Bundesbank e Banque de France in cui si accenna tra l’altro all’“anomalia” rappresentata dai troppi titoli di Stato in carico ai bilanci bancari.

Il risultato, quanto all’obiettivo principale di Schäuble, è presto detto: le Sparkassen tedesche potranno continuare a beneficiare di requisiti di capitale più laschi e di una vigilanza esclusivamente domestica: un combinato disposto che rappresenta un mix esplosivo dal punto di vista dei rischi di crisi bancaria. Oggi una crisi di questo comparto in Germania non avrebbe nulla da invidiare, nei suoi effetti, alla crisi delle casse di risparmio statunitensi (Saving & Loans Banks) negli anni Ottanta. Un ciclo economico domestico positivo e il fatto che le aree a maggior rischio di crisi sono altre concorrono a far sì che nessuno oggi si avveda del problema, ma questo non lo rende meno esplosivo, almeno potenzialmente. Nel frattempo, le Sparkassen e le altre banche tedesche difendono con le unghie e coi denti la propria autonomia e il diritto di non essere vigilati da nessuna autorità di vigilanza europea: da ultimo il 31 maggio scorso una dichiarazione della Deutsche Kreditwirtschaft (l’associazione che riunisce le diverse associazioni bancarie di categoria tedesche) si è espressa contro le presunte “invasioni di campo” dell’ESMA (la Consob europea), ravvisando in alcuni obblighi di informativa avanzati da questa l’oltrepassamento delle prerogative di legge e una “tendenza ad attribuirsi mandati” che esulano da esse.

Ma torniamo al sistema bancario italiano, un settore che al termine della creazione delle holding delle banche di credito cooperativo sarà in larghissima parte sottoposto a vigilanza europea. Se prendiamo le quotazioni di borsa del settore negli ultimi anni, è facile osservare un andamento fortemente negativo. Ma i trigger del crollo dei prezzi non sono stati rappresentati principalmente da notizie negative, bensì da eventi che riguardavano la “regulation” del settore a livello europeo, o interventi del regolatore europeo stesso su questa o quella situazione, su questa o quella banca. Dallo stop, a fine 2015, all’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per salvare le 4 banche locali su cui si è poi dovuto intervenire diversamente (e con minore tutela degli obbligazionisti), e poi – soprattutto – dall’entrata in vigore del bail-in senza periodo transitorio e senza la contestuale attivazione della mutua garanzia europea sui depositi. Non è un caso che tra fine dicembre 2015 e l’11 febbraio 2016 (a ridosso dell’entrata in vigore del bail-in) siano stati bruciati 46 miliardi di capitalizzazione di borsa dei titoli bancari su un totale di 134,6: un crollo del -35%. Senza dimenticare le lettere spedite dalla vigilanza europea a questa o quella banca, o anche a diverse banche insieme, magari per chiedere di cedere subito i crediti problematici, magari al 17% del valore già forzosamente applicato alle 4 banche di cui sopra. La vicenda del MPS è una telenovela a sé. E nelle ultime settimane vi è più di un indizio che fa pensare che Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca siano state scelte quali cavie per l’applicazione delle regole di risoluzione.

È in ogni caso importante sottolineare che in tutti i casi di crisi verificatisi da fine 2015 in poi un elemento determinante è stata la fuga dei depositi, che semplicemente non avrebbe avuto luogo in vigenza della normativa nazionale precedente l’entrata in vigore dell’Unione Bancaria. In tutti questi casi è stata determinante, e ha giocato un ruolo pesantemente negativo, l’assenza di backstop pubblico. In tal modo non è azzardato affermare che per il sistema bancario italiano la nuova regolamentazione europea ha rappresentato sin dalla sua introduzione uno dei principali fattori di rischio, anziché – come avrebbe dovuto essere – di stabilizzazione.

Che fare?

Nelle relazioni che seguiranno vengono esposte alcune proposte concrete sui singoli temi in discussione.

Ci sono due temi di carattere più generale che credo però vadano almeno accennati. Il primo riguarda il bail-in. A inizio 2016 vi fu un dibattito in Italia sull’opportunità o meno di sospenderlo. Tra i favorevoli vi furono editorialisti di diversa tendenza e certo non sospettabili di pulsioni nazionalistiche antieuropee, oltreché associazioni di categoria e anche una parte del mondo politico. Erano i mesi in cui una buona parte degli Stati dell’Unione Europea sospendeva Schengen. Quella sospensione come sappiamo perdura tuttora, mentre il bail-in non fu sospeso dall’Italia né allora né dopo. Credo che una valutazione seria vada fatta, nell’ipotesi che perduri l’atteggiamento oltranzistico della Commissione Europea nel caso delle banche venete, nel caso che non si sblocchi il terzo pilastro, ma soprattutto alla luce della sua incostituzionalità (non occorre essere particolarmente fantasiosi per immaginare cosa sarebbe successo in Germania se si fosse ravvisata una qualche contraddizione tra le regole dell’unione bancaria e alcuni articoli della Grundgesetz).

Il secondo tema è più generale e riguarda l’approccio negoziale del nostro Paese su questo come su tutti dossier in discussione. È un approccio scoordinato, inefficace, che pretende di essere idealistico (con riferimento a idealità europee evidentemente interpretate in modo diverso dagli altri partner) ed è in realtà scarsamente lungimirante e rinunciatario. In una parola: subalterno.

Sovente il modello tedesco nel nostro paese viene portato ad esempio da politici e giornalisti. In genere un po’ a sproposito. Credo però che quanto all’efficacia negoziale e alla capacità di perseguire gli interessi nazionali (o quanto meno di settori economici nazionali ritenuti strategici), di fare gioco di squadra e di fissare punti irrinunciabili e “linee rosse” invalicabili nei negoziati, abbiamo senz’altro molto da imparare.


In ogni caso, non possiamo neppure pensare di poter correggere gli squilibri che caratterizzano la costruzione europea senza adottare un approccio negoziale diverso da quello seguito finora. Questo è vero in termini di informazione sui dossier in discussione, in termini di coordinamento, come pure in termini di decisione e strategia negoziale.

Le ricerche che oggi presentiamo intendono offrire un contributo conoscitivo al servizio di questo auspicabile diverso approccio.

Grazie per l’attenzione».

Poscritto:

Pochi giorni dopo l’incontro di Bruxelles in cui è stato pronunciato questo intervento, il 10 giugno, il settimanale finanziario “Milano Finanza” ha pubblicato le dure dichiarazioni del ceo di Intesa-Sanpaolo, che ha chiesto le dimissioni di “chi ha accettato questo bail-in”. Il giorno successivo il “Corriere della Sera” ha ospitato una lunga intervista al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che ha confermato nel modo più indiscutibile in tale sede diverse delle cose che avevamo osservato nel nostro incontro di Bruxelles. Il dibattito su questi temi è in pieno corso. Tre interrogativi restano aperti: il primo riguarda il passato ed è: come è stata possibile una débâcle negoziale così completa? Il secondo riguarda il presente ed è: come mai il velo su questa vicenda così grave e importante è stato sollevato solo ora? Tra l’altro, come si è visto, non era difficile rendersi conto degli effetti della nuova normativa. Ma il più importante è il terzo, che riguarda il futuro: se le cose stanno in questi termini, cosa facciamo? Chiediamo “più Europa” o ci diamo la priorità di aggiustare quello che nell’“Europa” attuale non funziona? Almeno la risposta a quest’ultima domanda non sembra difficile.

http://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/wirtschaftspolitik/teuer-fuer-den-steuerzahler-milliardengrab-bankenrettung-12535343.html . Un solo esempio tra i molti possibili: le garanzie prestate dallo Stato tedesco alla sola Hypo-RE furono pari a 145 miliardi di euro, il costo ad oggi per il contribuente tedesco del salvataggio di questa società finanziaria 20 miliardi di euro (cfr. H. Peitsmeier, Das Letzte von der Resterampe, “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, 4.8.2015). Altre fonti riportano cifre in parte diverse sul complesso degli aiuti ricevuti dalle banche europee. Quello che emerge da ogni resoconto su aiuti e garanzie concessi è la particolarità della situazione italiana, caratterizzata da aiuti di Stato alle banche decisamente esigui se raffrontati agli altri Paesi dell’Unione Europea.


* Fonte: Marco Zanni

martedì 23 maggio 2017

L'USCITA DALL'EURO È UN MEZZO, NON UN FINE di Marco Zanni

[ 23 maggio 2017 ]

«Ieri [17 maggio 2017, Ndr] in aula a Strasburgo, su iniziativa del gruppo ECR e dell'ottimo collega tedesco prof. Starbatty, si è dibattuto sui poteri della BCE, sulle sue prerogative e sul dogma dell'indipendenza della banca centrale. Ovviamente i rappresentanti dell'establishment hanno plaudito a Draghi e hanno difeso questo dogma anti-democratico. Io sono intervenuto a nome del mio gruppo, e nel poco tempo a disposizione ho cercato di smascherare questa criminale credenza che sta alla base della restaurazione liberista occorsa in Italia e in Europa a partire dalla fine degli anni '70.

Il dogma della banca centrale indipendente è una delle più grandi truffe perpetrata dall'establishment ai danni dei cittadini. Non solo è un concetto incompatibile con la democrazia sostanziale (perché mai dovremmo lasciare un potere così immenso nelle mani di burocrati non eletti da nessuno e al riparo dal processo elettorale, per perseguire tra l'altro un obiettivo fasullo e senza senso come il folle contenimento dell'inflazione con uno strumento che ha poco a che fare con la dinamica dei prezzi?), ma è anche basato su un falso storico-scientifico. Ci hanno fatto credere che la politica monetaria non poteva più essere gestita dai politici, che volevano solo stampare moneta e finanziare a deficit le loro spese folli, ma doveva essere gestita da tecnici "al riparo dal processo elettorale" (Monti dixit), che essendo illuminati dal Divino, avrebbero contenuto l'inflazione smettendo di stampare moneta a piacimento.

Questa è una grande truffa, perché la scienza e l'evidenza empirica (la BCE ha stampato migliaia di miliardi di euro e l'inflazione è rimasta al palo) hanno dimostrato che l'inflazione non dipende dalla moneta stampata, ma dalla domanda di beni, cioè dalla moneta spesa.

Quanto è costato questo scherzetto ai cittadini italiani? Con la separazione tra Bankitalia e Tesoro avvenuta nel 1981 il nostro debito pubblico è stato messo in mano ai mercati, i quali non sono un'entità astratta, ma operatori concreti che vogliono solo massimizzare il loro profitto; e caspita se lo hanno massimizzato!! 

Hanno incassato lauti interessi sottoscrivendo il debito pubblico italiano, che dal 1981 è schizzato in rapporto al PIL, proprio a causa dell'aumento vertiginoso della spesa a servizio del debito. Questi maggiori interessi li abbiamo pagati noi cittadini, vedendo spazzati via i diritti e le tutele che la Costituzione ci garantiva: da lì inizia l'austerità, con la compressione della spesa pubblica e con in seguito i record di avanzi primari di bilancio. E con Maastricht e l'Eurozona, dove l'indipendenza della BCE e il divieto di finanziamento monetario dei deficit sono sanciti a lettere di fuoco nei Trattati, la situazione è solo che peggiorata. Ricordate le letterine di Draghi e Trichet al Governo per dirgli quello che doveva fare? Ricordate la Grecia e l'Irlanda? Questi sono solo alcuni esempi.

Ecco perché quando parlo di uscita dall'euro, dico che si tratta di un mezzo e non di un fine, di condizione necessaria ma non sufficiente: perché anche se usciamo dall'euro senza ripristinare alcune tutele fondamentali, il destino non sarà migliore di ora. E la riforma principe sarà per forza l'abolizione del dogma della banca centrale indipendente e il ripristino della possibilità di finanziamento monetario per i deficit di bilancio».

* Fonte: Marco Zanni



martedì 14 febbraio 2017

UN GOVERNO PD-M5S? di Marco Zanni

[ 14 febbraio ]

Una tesi, quella dell'amico Marco Zanni, che a prima vista può risultare eccentrica ma...

Nelle ultime settimane si inizia ad annusare una strana convergenza tra tre partiti che ad un'analisi superficiale non hanno niente in comune: Il Movimento 5 Stelle dell'accoppiata Grillo - Casaleggio, il Partito Democratico di Renzi - Orfini e la (decadente) Forza Italia ancora aggrappata all'ottuagenario Berlusconi e al suo fido prode Brunetta. Il tema di convergenza parte dalla visione sull'Unione Europea e si esplicita con tre provvedimenti molto simili tra loro e in grado di creare una convergenza politica abbastanza forte da poter sostenere un governo.

Ma partiamo dall'inizio, in modo da poter capire i potenziali risvolti futuri nello scenario politico italiano in questi mesi travagliati che precederanno il voto (giugno, settembre o 2018???). La sentenza della Consulta sull'Italicum e le motivazioni espresse dai giudici consegneranno al Paese (anche se aspettiamo le future modifiche del Parlamento) una legge elettorale che di fatto si tradurrà con un sistema proporzionale: un premio di maggioranza al 40% irraggiungibile da qualsiasi singolo partito e il fatto che la minoranza PD bloccherà i tentativi di Renzi di garantire premio alla coalizione, ci daranno un parlamento abbastanza eterogeneo dove sarà necessario discutere di alleanze per dare appoggio ad un governo ed evitare l’impasse politico. Visto questo scenario, al di là delle dichiarazioni pubbliche di rito (“nessuna alleanza, puntiamo al 40%” dicono Grillo e Di Maio, “no con Berlusconi” dicono Renzi e il PD, etc.), dietro le quinte le pedine dei partiti si stanno muovendo e si delineano le future strategie.

Renzi è alle prese con il congresso e le beghe interne al partito da gestire: ovviamente punta a elezioni il prima possibile (più sta lontano dal centro della scena politica, più la gente si dimenticherà di lui e lo relegherà all’oblio) e ad assicurare una buona coalizione per governare di nuovo il Paese, stavolta con la legittimazione del voto popolare. Sono aperti i canali con Forza Italia e Berlusconi, per una riedizione del patto del Nazareno che durò fino all’elezione di Mattarella. Salvini ha chiaramente detto che qualsiasi partito che vuol discutere con la Lega deve avere idee chiare su uscita da Euro e questa sarà la base imprescindibile per ogni alleanza o programma comune: allo stato attuale sembra che solo Fratelli d’Italia della Meloni sia sulle sue frequenze, forse parte di Forza Italia, ma probabilmente una compagine non abbastanza nutrita e forte da ricevere un mandato per la formazione di un governo. Forza Italia spinge per un sistema proporzionale puro che garantisca a Silvio Berlusconi di contare ancora qualcosa nella formazione di un nuovo governo: quello che interessa a lui è proteggere le proprie aziende, poco importa se deve stare al governo con uno o con l’altro. E infine c’è il Movimento 5 Stelle, che a parole continua a mantenere la linea dura rifiutando alleanze con qualsiasi altro partito e puntando al 40%, ma dall’altra, nelle segrete stanze, consapevole della difficoltà di raggiungere il premio di maggioranza e del fatto che non si potrà congelare di nuovo il 30% dei voti degli italiani stando all’opposizione ancora per una legislatura, inizia a ragionare su possibili scenari di governo che prevedano alleanze e accordi post - elettorali, soprattutto nel caso il partito di Grillo risulti la prima forza e quindi riceva mandato esplorativo dal Presidente della Repubblica per la formazione di un governo. Lega Nord? Partito Democratico? Chissà cosa bolle in pentola in Via Morone a Milano, nella sede della Casaleggio Associati. Lo scenario politico italiano pre - elezioni, vista la situazione, sembra molto incerto e frammentato ed è difficile fare previsioni su possibili scenari futuri.

Tuttavia ci sono dei segnali che mi invitano a riflettere: Il primo è che la tenuta dell’Unione €uropea e della sua architrave principale, la moneta unica, sono messi in fortissimo dubbio da una crisi socio - economica senza fine, dalla Brexit, da Trump, e dall’ascesa di partiti euroscettici in tutto il continente. In questo scenario le forze dell’establishment stanno cercando qualsiasi espediente pur di salvare il salvabile: in questo senso vanno letti ad esempio l’ascesa di Emmanuel Macron, finto candidato anti - establishment il cui obiettivo è impedire l’elezione all’Eliseo dell’odiata Marine Le Pen e la proposta della Merkel di un’Unione Europea a due velocità. Il secondo è la convergenza di alcuni partiti sul tema che sarà al centro delle prossime elezioni politiche (non solo in Italia, ma in tutta Europa) e su cui si giocherà e deciderà la prossima campagna elettorale italiana: l’Unione Europea. Infatti, dopo la svolta moderata voluta dai vertici del Movimento 5 Stelle nel giugno 2016, le posizioni dei pentastellati e del PD sul futuro dell’Unione Europea sembrano molto simili a quelle del Partito Democratico di Renzi: critici sull’attuale impostazione della governance europea, ma vogliosi e pronti per ridiscuterla e cambiarla da dentro. In questo senso vanno anche lette le dichiarazioni di Di Maio, candidato premier in pectore, che si è detto disponibile a discutere di “una nuova moneta unica con nuove regole”. Quindi a mantenere l’euro ma a ridiscuterne la governance. Esattamente la stessa posizione di Renzi e del PD, che criticano questa Europa e vogliono cambiarla da dentro. Il terzo indizio è la recente convergenza dei partiti mainstream su un punto che il Movimento 5 Stelle ha messo al centro del suo programma politico e della sua azione parlamentare, sia a Roma sia in Europa: il reddito di cittadinanza (così impropriamente chiamato perché non è universale e incondizionato). Infatti sia il PD (e Renzi), sia Berlusconi e Forza Italia hanno iniziato a parlare e puntare forte su politiche simili al reddito di cittadinanza di Grillo. “Il patto con Gentiloni: e ora Renzi spinge per il reddito minimo”, o “Berlusconi insegue Grillo: reddito minimo per tutti” sono titoli che abbiamo iniziato a vedere sempre più spesso sui quotidiani nazionali. Un segnale forte di convergenza, anche se per motivi e obiettivi forse diversi.

Ecco, alla luce di questi tre segnali, mi sovviene alla mente un’ipotesi sempre più verosimile: la spinta delle élite europeiste per un grande coalizione di governo di unità nazionale tra M5S, PD e (forse) Forza Italia che allunghi la vita all’Unione Europea e alla moneta unica. Certo, sembra un’ipotesi fantasiosa e inverosimile, ma i presupposti ci sono tutti: Il Movimento 5 Stelle che arriva primo alle elezioni ed è costretto a trattare con altri partiti una qualche forma d’appoggio per dare il via a un governo a guida grillina, Renzi che mette sul tavolo il supporto per l’approvazione di una forma di reddito di cittadinanza, la riduzione dei costi della politica e la battaglia comune per “cambiare l’UE dall’interno” e i due che convolano a nozze con un’alleanza di scopo. A parte i temi comuni già sottolineati, le condizioni ci sono tutte: l’ambizione dei big pentastellati a Roma di assumere incarichi di governo e quindi di fare di tutto per formare una maggioranza (infatti, in teoria, questa sarebbe l’ultima occasione per Di Maio & company di diventare premier o ministri, visto la questione dei “due mandati poi a casa”), la capacità di Grillo e Casaleggio di far digerire repentini e inspiegabili cambiamenti di linea e di principi alla base, agli eletti e agli elettori (si pensi alla presenza in TV, al tentativo di approdare all’ALDE in UE, all’inversione a U sui politici indagati, ecc.) e le prove di dialogo tra M5S e PD che ci sono già state (i ridicoli streaming con Bersani e Renzi e soprattutto l’accordo per la nomina dei giudici della Corte Costituzionale). 

Tutto questo mi fa ritenere non utopistica un’alleanza di governo di scopo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle in chiave pro - europeista (mascherata da forte critica all’attuale UE, insomma quanto abbiamo visto nelle dichiarazioni e intenti dei leader dei due partiti). Certo, potrei sicuramente sbagliarmi, tutto può ancora accadere, ci sono tante variabili in gioco e manca ancora un po’ di tempo alle prossime elezioni, ma se io dovessi puntare oggi un euro (o un am - lira, come direbbe Berlusconi), non lo punterei su un accordo Lega Nord - M5S, come molti ritengono probabile, ma lo scommetterei senza dubbio su un accordo M5S - Partito Democratico che preservi in maniera truffaldina lo status quo.

* Fonte: Marco Zanni

domenica 8 gennaio 2017

ARIA DI SCISSIONE NEI CINQUE STELLE di Marco Zanni

[ 8 gennaio ]

La befana vien di notte...

IL FATTO QUOTIDIANO è forse l'organo che meglio ricostruisce la vicenda gravissima, che infatti semina sconcerto tra tanti attivisti e parlamentari Cinque Stelle. Senza che nessuno ne abbia saputo nulla si svolge oggi un referendum interno (e questa sarebbe la "democrazia diretta"?) per decidere l'adesione del gruppo M5S al Parlamento europeo al gruppo liberista ed eurista di ALDE. Malgrado il referendum-imboscata ci auguriamo che la maggioranza degli interpellati voti un secco NO. Torneremo presto sul significato politico-simbolico devastante e inquietante di questa mossa suicidiaria (e governista) a sorpresa (giustificata con pretesti ridicoli). 

Diamo intanto la parola all'europarlamentare Marco Zanni:

« Apprendo dal Blog di Beppe Grillo che oggi, domenica 8 gennaio, si vota per decidere se confluire nel gruppo politico dell'ALDE, rimanere nell'attuale gruppo EFDD o andare nei non iscritti. A chi me l'ha chiesto rispondo anche qui: io come eurodeputato del M5S non ne sapevo niente e come voi attivisti e non, ho appreso la notizia, con sorpresa e sconcerto, questa mattina. Il gruppo EFDD non si è sciolto e probabilmente potrà vivere fino alla fine di questa legislatura, nel 2019. Perciò da iscritto, contro il metodo utilizzato, che non ha nulla a che fare con democrazia diretta, e contro un gruppo come l'ALDE che rappresenta il liberismo e l'eurismo più sfrenato, ho votato per la permanenza nel gruppo EFDD»

lunedì 12 dicembre 2016

MA NOI VI AVEVAMO AVVERTITO.... di Marco Zanni

[ 12 dicembre ]

E
' più di un anno (siamo stati i primi) che denunciamo il tentativo delle istituzioni UE orchestrato da Germania e Olanda, i falchi del Nord Europa, di affossare il debito pubblico italiano per costringere il Paese a chiedere l'aiuto del MES o dell'OMT della BCE con conseguente arrivò della Troika e commissariamento del Paese. Il mezzo è un nuovo approccio per limitare l'esposizione delle banche ai titoli di stato. 

Una follia impensabile in un mondo che ragiona secondo la semplice logica: come confermano importanti economisti, nelle economie avanzate con valuta propria, il debito pubblico e tipicamente considerato un asset privo di rischio. Questo perché la banca centrale può sempre assicurare il pagamento del debito stampando moneta. Ma sappiamo che l'Eurozona non è stata (volutamente) costruita secondo la logica economica: una moneta, una banca centrale ma 19 Paesi diversi e le clausole che vietano il bailout degli Stati e il finanziamento monetario dei deficit pubblici. Questi impedimenti senza nessun razionale economico rendono il debito pubblico dei Paesi che adottano l'euro non privo di rischio, e ciò che è successo dal 2010 lo dimostra chiaramente (vi ricordate quando abbiamo cominciato a preoccuparci dello spread?). È ovvio, i titoli del debito pubblico di un paese che non controlla la propria banca centrale e la propria valuta diventano rischiosi, cioè non avendo un meccanismo di salvaguardia dalla banca centrale c'è il rischio che non vengano rimborsati. Altro che se usciamo dall'Euro diventiamo come l'Argentina nel 2001!!! Come l'Argentina ci siamo diventati entrando nell'euro, cioè siamo diventati un paese del terzo mondo che non controllo la propria valuta. L'economista Frenkel ce lo aveva spiegato bene qua, di cosa succede quando agganci la tua valuta ad un paese più forte.

Avevo scritto un anno fa come funziona il sistema che stanno spingendo: mettere un tetto o un disincentivo per le banche alla detenzione nei loro bilanci di titoli del debito pubblico. Le banche sono tra i principali sottoscrittori di titoli di stato e ne detengono una grande quota: limitare la loro possibilità di acquistarli metterebbe sotto stress i titoli di stato e soprattutto il debito pubblico dei paesi percepiti come più rischiosi (Italia ad esempio). I tassi d'interesse aumenterebbero e con loro lo spread e gli oneri finanziari per lo stato. L'Italia sarebbe costretta a chiedere aiuto a UE e arriverebbe la Troika. Era già tutto scritto nel post che trovate linkato e in altri post di fine 2015 sul mio sito.

La settimana scorsa la Commissione Europea ha proposto un nuovo pacchetto di provvedimenti nell'ambito della regolamentazione finanziaria, per rendere il sistema, così dicono loro, più sicuro e funzionale. Nascosto tra le pieghe dei provvedimenti, la Commissione propone di dare mandato all'EBA per studiare e strutturare una proposta di limitazione dell'esposizione ai titoli di stato per le banche, nello specifico inserendo un tetto al 15% del capitale Tier1.

Nessuno ha fatto una piega per quello che potrebbe essere lo scacco definitivo al sistema Italia. Nè l'ABI, nè Bankitalia, nè il governo italiano e nemmeno i parlamentari italiani ed europei della maggioranza.

Sembra una storia già vista e già vissuta: quella della Banking Union e della BRRD, la direttiva europea che ha introdotto il bail-in. Vi ricordate come andò a finire? Enrico Letta che twittava entusiasta dopo la fine della riunione del Consiglio UE che approvo' Banking Union e bail-in, i parlamentari europei del PD e di FI che votano a favore nella primavera 2014 al provvedimento, la maggioranza che a fine 2015 vota la trascrizione della direttiva europea nell'ordinamento italiano e poi il patatrac degli effetti del decreto salva-banche e dello spauracchio bail-in per altri istituti bancari. A danno fatto un'improvvisa inversione di rotta di chi in maniera entusiasta aveva votato e spinto per quel provvedimento: ABI, Bankitalia, PD e maggioranza di governo. Per tutti improvvisamente il bail-in era disastroso, andava cancellato o quantomeno cambiato: non vi riporto qua tutte le inversioni di rotta, ma con una facile ricerca su Google potete trovare tutto il bestiario.
La storia si ripete con questo provvedimento che sarà disastroso per il sistema Italia: il PD sembra non aver imparato la lezione.

Noi è un anno e più che vi stiamo mett
endo in guardia e vi stiamo evidenziando questo tentativo di golpe finanziario, poi non dite che non ve lo avevamo detto quando il danno ormai sarà già fatto.

lunedì 5 dicembre 2016

ECCO LA PRIMA DURA RISPOSTA DELL'UNIONE EUROPEA ALLA VITTORIA DEL NO di Marco Zanni

L'europarlamentare M5S Marco Zanni
[ 5 dicembre]

Come avevo avuto modo di anticipare qua e ribadire anche nel mio post di stamattina, finita la farsa del supporto a Renzi e alle sue riforme arriva la prima mazzata dalla UE per l'Italia, in particolare sulla legge di bilancio per il 2017.

Le istituzioni avevano dato una tregua al governo italiano fino al 5 dicembre ma poi avrebbero picchiato duro senza pietà: e la prima mazzata arriva dall'Eurogruppo, che si è riunito stamattina per, tra le altre cose, valutare i draft budget degli stati membri per il 2017. 

Ecco quali sono le conclusioni per il bilancio italiano, che già vi avevo anticipato mentre tutti i giornalai stavano a contare lo 0,1% di flessibilità in più o in meno.

Il giudizio dei ministri delle finanze dell'Eurozona non lascia spazio a fraintendimenti: come potete leggere il bilancio 2017 del nostro Paese è a rischio di non conformità con le regole prescritte dal Patto di Stabilità e Crescita e dalla sua revisione. 
Il pomo della discordia è il deficit strutturale e l'Obiettivo di Medio-Termine (MTO) del bilancio in equilibrio: Renzi si era impegnato con la UE, in cambio della flessibilità concessa lo scorso anno, a migliorare il saldo di bilancio strutturale (cioè al netto delle componenti straordinarie) dello 0,6% del PIL, mentre la proposta presentata da Padoan prevede un peggioramento dello 0,5%. 

Altro che qualche punticino di PIL, parliamo di circa €15 miliardi di differenza! E ora l'Eurogruppo, pur riconoscendo gli sforzi eccezionali per terremoti e migranti, chiede una pesante correzione e demanda alla Commissione Europea di indicare al governo italiano i passi necessari per ridurre il debito secondo le nuove e stringenti regole di bilancio varate in risposta alla crisi post-Lehman. 

I suggerimenti dell'Eurogruppo? Privatizzazioni selvagge e di utilizzare tutte le entrate straordinarie per ridurre il debito.

Ieri il No ha salvato formalmente la Costituzione Italiana del 1948, che però, indipendentemente da tutto rimane disapplicata nei suoi principi fondamentali; per tornare a farla vivere e ridare prosperità e speranza, è necessario rigettare gli assurdi vincoli europei che ci stanno asfissiando e che non ci permettono di mettere in atto le politiche di cui il Paese e i cittadini italiani avrebbero bisogno.

QUI trovate tutte le decisioni dell'Eurogruppo odierno e la foto sotto si riferisce al paragrafo sull'Italia =>

giovedì 24 novembre 2016

L'Eurozona non è riformabile: a grandi passi verso la fine di Marco Zanni*

[ 24 novembre ]
Marco Zanni [nella foto] è europarlamentare del Movimento Cinque Stelle
Che l’Eurozona non sia riformabile e irrimediabilmente collasserà perché politicamente insostenibile l’hanno già spiegato in molti e in tempi non sospetti, lo ha spiegato il sottoscritto e molti cittadini italiani ed europei lo hanno capito.
Tuttavia molti ancora non l’hanno capito, o meglio, non vogliono capirlo perché interessati a mantenere questo stato di perenne agonia in cui aumentano le diseguaglianze tra i più ricchi (sempre meno e sempre più ricchi) e i poveri (sempre di più e sempre più poveri). Allora approfittiamo delle raccomandazioni autunnali della Commissione Europea agli stati membri dell’eurozona e della netta risposta che il ministro delle finanze tedesco, Schaeuble, ha rimandato dritta a Bruxelles per ribadire a tutti che questa costruzione è tecnicamente e politicamente irriformabile e quindi imploderà sotto i colpi della sua stessa insostenibilità.

L’obiettivo dell’UE esplicitato nettamente da Maastricht in poi è chiaro: una restaurazione liberista che ha smontato a colpi di “crisi telecomandate” e “ce lo chiede l’Europa” lo stato sociale e le tutele dei lavoratori tipiche delle Costituzioni nazionali democratiche degli stati della periferia europea, operando, attraverso anche una deregolamentazione finanziaria spinta alla follia, una redistribuzione dei redditi dal lavoro al capitale.

In questo scenario la Germania è stata politicamente e strategicamente abile a imporre il suo modello di sviluppo socio-economico (l’Ordo-liberismo mercantilista) e a creare un set di regole asimmetriche per punire le cicale del Sud Europa che si indebitano e vivono al di sopra delle proprie possibilità. Perché da Maastricht, al Patto di Stabilità e Crescita, al suo rafforzamento, al Fiscal Compact, alla Banking Union, al Six-Pack e al Two-Pack l’obiettivo è stato chiaro: per curare le asimmetrie andavano puniti severamente gli stati in deficit. 

Tuttavia ci si è sempre e volutamente dimenticati che se c’è un deficit da una parte, dall’altra c’è un surplus (il gioco è a somma zero) e se c’è qualcuno che è tanto irresponsabile dall’essersi indebitato troppo, dall’altra parte c’è un creditore altrettanto irresponsabile che gli ha prestato i soldi. In UE e nell’eurozona però le regole sono state costruite e interpretate sempre per far ricadere il peso degli aggiustamenti sugli stati in deficit e sui loro cittadini. E laddove le istituzioni europee hanno provato a far notare molto timidamente che la colpa delle asimmetrie nell’eurozona è anche dei creditori, l’egemone stato tedesco ha preso a schiaffi Bruxelles e ha ributtato violentemente la palla dall’altra parte, infischiandosene di quelle regole che invece con tanto zelo impone ai partner europei.

Personalmente credo che l’eurozona sia insostenibile socialmente e politicamente. Tuttavia possono essere fatti alcuni aggiustamenti “tecnici” affinché gli squilibri causati dalla rigidità del cambio e dalle politiche deflazioniste tedesche vengano combattuti, almeno in parte. E’ già stato spiegato dalla scienza economica e da autorevoli commentatori che in un sistema a cambi fissi come quello dell’eurozona i differenziali d’inflazione tra gli stati membri causano perdita di competitività, squilibri della bilancia commerciale e indebitamento estero soprattutto nel settore privato dei paesi in deficit. Non potendo aggiustare la situazione con il cambio, devono essere fatti altri aggiustamenti; ma questi devono essere simmetrici. Nel caso dell’eurozona la Germania, Paese in costante surplus commerciale e fiscale, dovrebbe inflazionare (quindi alzare la spesa pubblica e alzare il livello dei salari), mentre la periferia dovrebbe deflazionare, come sta facendo a peso della distruzione della propria economia.

Nello sviluppo della crisi post 2010, le regole europee sono state però volutamente asimmetriche: la periferia è stata costretta a deflazionare, con austerità e contenimento dei salari, mentre la Germania se n’è infischiata delle regole e ha continuato a mantenere inflazione vicina allo zero, a registrare surplus fiscali di bilancio e ad aumentare il suo surplus commerciale, sfruttando il suo tasso di cambio reale pesantemente sottovalutato, come fatto notare anche dal Fondo Monetario Internazionale e dall’OCSE. 

Dopo il 2013 la Commissione Europea, nelle sue raccomandazioni periodiche, su sollecito anche delle nostre denunce al Parlamento europeo sul mancato rispetto delle regole da parte dei tedeschi, ha provato timidamente a chiedere alla Germania di aumentare la sua spesa pubblica, di diminuire il suo abnorme surplus delle partite correnti e di alzare il livello medio dei salari, ricevendo puntualmente la porta in faccia da Schaeuble: questa è l’essenza dell’eurozona, cioè un sistema asimmetrico in cui i più forti interpretano le regole a loro favore, non le rispettano e in cui si creano vincitori e vinti a un prezzo altissimo, in barba a quella cooperazione socio-economica tra gli stati membri scritta a chiare lettere nei Trattati.

L’ultimo fatto dell’evidenza empirica di questa irriformabilità e della distruttiva asimmetria dell’Unione Monetaria Europea è di questi giorni: la Commissione Europea ha per l’ennesima volta richiamato la Germania chiedendo per il 2017 un aumento della spesa pubblica, che porterebbe il bilancio tedesco da un surplus a un deficit fiscale nel 2017. Schaeuble come prevedibile ha rifiutato la raccomandazione di Bruxelles, principalmente per due motivi: 1) Nella Costituzione tedesca è inserito saldamente il vincolo del pareggio di bilancio e loro non scherzano: per i tedeschi è chiara la supremazia della legge nazionale sui Trattati UE (cosa che per noi, piccole cicale del Sud, non è ancora chiara), quindi il Governo non può andare contro la Costituzione anche davanti a una richiesta della Commissione; 2) Questa situazione sta avvantaggiando enormemente (ma non ancora a lungo) la Germania, che quindi non ha nessuna intenzione di privarsi del vantaggio competitivo che si è costruita plasmando a suo favore le regole europee e soffocando gli stati europei più minacciosi per la propria sopravvivenza e prosperità. 

Per sintetizzare i tedeschi invece che rispettare i precetti della cooperazione socio-economica sancita nei trattati, hanno preferito seguire la più semplice filosofia del Mors tua vita mea. La Germania se ne fregherà delle regole europee, farà registrare il quarto bilancio pubblico consecutivo in surplus e continuerà con la sua politica di beggar-thy-neighbor, cioè di ricatto e soppressione del vicino. E questo lo farà per proteggere i suoi interessi e quelli dei suoi cittadini, anche a costo di danneggiare e soffocare i “cugini” europei, con cui in teoria ci deve essere cooperazione e armonia.

Ora, avendo ben chiaro come stanno funzionando l’Unione Europea e l’Eurozona, vale la pena porsi qualche domanda: Qual è il vantaggio di partecipare a delle istituzioni in cui non vi è alcuna cooperazione per un obiettivo comune ma, proprio per la sua natura intrinseca, c’è una competizione che si gioca con armi lecite e illecite alla quale sopravvivrà solo il più forte (la Germania) mentre gli altri, tra i quali noi, periranno? Come è possibile che istituzioni sovranazionali come quelle dell’UE non siano dichiarate incostituzionali perché incompatibili con l’articolo 11 della nostra Costituzione, che delimita chiaramente i confini entro cui lo Stato italiano può partecipare a organizzazioni internazionali? Ed infine, perché i nostri governi non rifiutano le distruttive e insensate regole europee quando queste creano pericolose asimmetrie e ledono i diritti fondamentali dei propri cittadini?

L’attuale classe politica italiana, e in particolare la sinistra cosiddetta socialdemocratica, ha enormi responsabilità nell’aver svenduto il Paese, i diritti dei cittadini e quelli dei lavoratori al capitale finanziario che ha agito incontrollato nella distruzione di quanto di buono fatto in Europa dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. 

Non potranno essere loro a portarci fuori dal baratro. Tuttavia è ormai chiaro che il castello di carta crollerà sotto la fragilità delle sue stesse fondamenta: il 2017 sarà un anno fondamentale, perché dopo la Brexit e Trump potranno esserci sorprese in Italia, Olanda, Francia e Germania. Chi dovrà gestire la transizione dovrà arrivare estremamente preparato, perché non sappiamo se sarà un processo soft o turbolento. 

Si dovranno mettere in campo alcune semplici politiche per riportare il Paese ai fasti e alla prosperità di un tempo ormai lontano:
1) Il ripristino della flessibilità dei cambi con una valuta controllata dalla banca centrale nazionale; 2) Una riforma profonda di Banca d’Italia che dovrà eliminarne l’indipendenza e il divieto di finanziamento del deficit pubblico, facendola tornare sotto l’egida pubblica e operare in sintonia con il Ministero del Tesoro per non lasciare in mano ai mercati finanziari il destino del nostro debito pubblico e la determinazione dei tassi d’interesse che paghiamo su di esso; 3) Una riforma profonda del sistema bancario privato, con il ripristino della separazione tra banche d’affari e banche commerciali e delle limitazioni precise della quantità di denaro creabile e disponibile per i prestiti,  in maniera coerente con il ciclo economico e con i rischi insiti di un eccessivo indebitamento del settore privato; 4) Un massiccio piano di investimenti pubblici in ricerca e sviluppo, in riqualificazione energetica degli edifici, con la messa in sicurezza del patrimonio pubblico e del suolo contro il rischio sismico e le catastrofi ambientali, finanziato attraverso la monetizzazione del deficit da parte della banca centrale; 5) Il ripristino dei controlli sulla libera circolazione dei capitali, i cui movimenti devono essere strettamente monitorati dalle autorità statali e governative in quanto causa di possibili stress, come ampiamente dimostrato dalla teoria economica e dall’evidenza empirica delle crisi; 6) Il ripristino di una rigorosa e stringente regolamentazione dei mercati finanziari: questi dovranno essere a servizio e a supporto dell’economia reale; 7) Il ripristino di tutte le tutele ai lavoratori e alle altre categorie di cittadini come previste dalla Costituzione italiana del 1948. Il lavoro è e deve rimanere un diritto costituzionalmente garantito e tutelato dallo stato; 9) Il ristabilire rapporti con i partner europei sulla base del rispetto reciproco e della cooperazione verso obiettivi comuni di prosperità, sempre però nel rispetto delle democrazie nazionali e dei precetti costituzionali.

Questi sono solo i primi passi necessari da compiere una volta che ci troveremo a dover ricostruire le macerie di un Paese raso al suolo dall’adesione incondizionata al folle progetto; ma la cosa più importante sarà tener vivo nelle generazioni future il ricordo di queste scempio e delle cause che hanno portato alla più grande recessione economica della storia moderna.


domenica 25 settembre 2016

DENTRO QUESTO SISTEMA NON C'È SALVEZZA di Marco Zanni

[ 25 settembre ]

COME FUNZIONA IL MECCANISMO PERVERSO DELL'EURO? 
EVIDENZA DALLE "RIFORME STRUTTURALI" DEL LAVORO

Ormai a tutti quelli che mi seguono è chiaro che in un sistema a cambi fissi come l'eurozona l'unico modo che un paese ha (non potendo svalutare la moneta) per recuperare il gap di competitività causato dai differenziali di inflazione cumulati è attuare la svalutazione interna, cioè austerità, distruzione della domanda e svalutazione salariale.

Ora, analizzando i dati su impiego e inflazione nell'eurozona, possiamo trovare evidenza empirica di come questo sistema perverso opera nel concreto. 

Anche ad agosto c'è stato un leggero aumento degli occupati nell'eurozona, che il governo Renzi, ormai alla canna del gas, ha sbandierato come grande successo. Ora tralasciando il fatto che i dati così calcolati (da ISTAT e eurostat) siano fasulli e non rappresentino la realtà, prendiamo il dato per buono e positivo. L'occupazione è aumentata, siamo contenti e dovremmo vedere miglioramenti sensibili anche su altri indicatori macroeconomici, soprattutto l'inflazione. Ci sono più lavoratori, più soldi che girano e vengono spesi e di conseguenza più domanda di beni, il cui prezzo dovrebbe aumentare e così l'inflazione. Invece no, l'inflazione nell'eurozona anche ad agosto rimane al palo. Qual è il motivo? Il motivo sono i salari!!! I salari non crescono!!! Ci sono più lavoratori ma nel complesso guadagnano meno.

Questo è l'obiettivo delle riforme del lavoro imposte dalla troika e dall'UE in tutta Europa: Jobs Act, Loi Travail, riforme Hartz, riforme del lavoro di Zapatero e Rajoy. La famosa flessibilità del lavoro non crea occupazione (l'Employment Protection Legislation Index dell'OCSE lo dimostra) ma serve solo a mantenere alta la pressione sui salari per salvare la moneta unica e la struttura su cui si regge l'euro.

È chiaro quindi che il sistema che ci stanno imponendo sta distruggendo la ricchezza, i diritti sociali, il lavoro e i salari in nome del mantenimento della salvezza di un progetto insensato che si chiama Unione Monetaria Europea?

Dentro questo sistema non esiste salvezza, saremo solo degli schiavi moderni, una nuova colonia del liberismo più sfrenato

lunedì 19 settembre 2016

MARCO ZANNI: USCIRE! ALTRIMENTI NON C’E’ SCAMPO.

[ 19 settembre ]

Pubblichiamo la registrazione filmata di uno degli interventi più apprezzati al III Forum Internazionale No Euro, quello dell’amico Marco Zanni, europarlamentare del Movimento 5 Stelle. 
Nella foto da sinistra: l'irlandese Anthony Coughlan, Marco Zanni mentre parla, Jacques Nikonoff, Dimitris Kazakis.







mercoledì 7 settembre 2016

L'UNIONE EUROPEA È IRRIFORMABILE di Marco Zanni

[ 7 settembre ]

Marco Zanni (nella foto), combattivo europarlamentare del Movimento 5 Stelle, sarà uno dei protagonisti del III. Forum internazionale no euro. Lieti di pubblicare le ragioni della sua partecipazione.




"PERCHÉ SARÒ AL III. FORUM!"

"Ho accettato, con molto piacere, l’invito da parte del Coordinamento europeo contro l’Euro per questo III forum internazionale. 


Il mio contributo si snoderà tra l’esperienza quotidiana di Bruxelles e una più ampia visione e riflessione sul corso dell’Unione Europea, dell’Eurozona, sul futuro di questi fallimentari progetti di integrazione e sulle prospettive future per il nostro Paese. Ritengo questi eventi fondamentali per aprire il dibattito politico, accademico e sociale sulla moneta unica e sul futuro dell’Europa dopo l’Unione Europea.
L’aspra critica al modello unionista non può esimersi dal considerare la situazione mondiale che ha visto il ritorno, l’ascesa e l’imposizione, in particolare dagli anni ’80, del modello liberista, uscito sconfitto dopo la Seconda Guerra Mondiale e reintrodotto tramite i Trattati europei dalla finestra.


Se si riescono a capire le motivazioni della nascita di questo progetto, l’ideologia che sottende i trattati e il funzionamento delle sue istituzioni, si matura la consapevolezza riguardo l’irriformabilità dell’Unione Europea e la conseguente necessità di uno smantellamento che porti a un nuovo assetto istituzionale.

Fin dagli inizi degli anni ’60 (dopo le prime spinte atlantiste del dopo guerra con Monnet e Spinelli), il Piano Werner, il Serpente monetario e il Sistema Monetario Europeo (SME), individuano la chiara volontà delle élite europee di calare dall’alto e spingere una maggiore integrazione politica attraverso limitazioni di sovranità per gli Stati, soprattutto nel campo delle politiche monetarie, di bilancio ed economiche. Nonostante i non esaltanti risultati dal lato economico, la storia ha offerto il movente per il grande passo. La caduta del muro di Berlino in concomitanza alla nascita del “Comitato Delors” sono stati un nuovo e potente ossigeno per il progetto unionista. La paura di una nuova Germania unita e una smisurata ma voluta cultura del “totale ottimismo” riguardo l’integrazione europea hanno dato l’impulso decisivo ai lavori per costituire l’Unione Economica e Monetaria Europea, di cui l’Euro è l’architrave.

Il Trattato di Maastricht del 1992 e conseguentemente l’Euro sono stati i due colpi sovversivi che hanno minato e smantellato il modello economico voluto, dopo le due guerre mondiali, dai nostri padri costituenti, e marchiato a fuoco nella nostra Carta Costituzionale.

Sprofondiamo nell’ordoliberismo, nel liberismo “ordinamentale” che s’impadronisce lentamente e progressivamente delle istituzioni democratiche del Paese svuotandole di tutte le prerogative fondamentali e distruggendo quel modello di Stato basato sulla tutela universale del lavoro e del risparmio da parte dello stesso. Nel 2009, il nuovo Trattato di Lisbona, esplicita addirittura il modello di sviluppo socio - economico insito nei Trattati: l’ “economia sociale di mercato”, cioè l’ordoliberismo mercantilista di stampo germanico.
La moneta unica è la frusta delle élite europee, che obbliga, nel suo mal funzionamento, a “riforme strutturali” per adattarsi al modello impostato dai Trattati in palese contrasto con le Costituzioni sociali del dopoguerra. 

L’Euro è diventato uno strumento di governo da parte di Bruxelles e delle élite europeiste su interi paesi. Abbiamo visto come la Grecia sia stata il più grande laboratorio sociale, politico e economico europeo: liberalizzazioni, distruzioni della domanda interna, svalutazione del lavoro e svendita del patrimonio pubblico. Il popolo e lo Stato greco sono stati schiacciati e umiliati nel nome dell’Unione Europea e della sua folle costruzione, ed oggi il Paese ellenico è diventata la prima colonia immolata al Dio euro. Uno Stato che non può decidere la propria politica fiscale e monetaria è uno stato che non ha futuro.

Per questo la sovranità nazionale e lo Stato-nazione, che il progetto unionista individua come causa di tutti i mali e ostacolo alla forzata integrazione verso un’Europa unita, in tutte le sue forme, è inscindibile dalla tutela dei diritti fondamentali che costituiscono l'essenza della democrazia costituzionale. Più il tempo passa più diventerà difficile e complicato ricostruire un nuovo progetto dalle macerie lasciate dall’UE: diventa quindi fondamentale creare in fretta un fronte comune che miri allo smantellamento di questo progetto criminale che è l’Unione Europea e che ha nella moneta unica il sui braccio armato più potente, al ripristino della democrazia in senso sostanziale esplicitata attraverso i dettami costituzionali e alla liberazione di un Paese che oggi si trova sotto una dittatura liberista orchestrata dai mercati.

L’Unione Europea e l’euro sono insostenibili e irriformabili per definizione, e come tutti i progetti imperialisti giungeranno a una conclusione e crolleranno, volontariamente o involontariamente: non perdiamo tempo e riuniamo tutti i patrioti che hanno denunciato e combattuto contro questo crimine per costruire una nuova Italia sovrana che si riprenda il posto di grande potenza economica e industriale mondiale che le compete.


Marco Zanni
6 settembre

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