Perchè in Francia si protesta e in Italia ci sono le sardine? Alcuni spunti di una riflessione possibile
Perché in Francia un intero popolo protesta da settimane in forma radicale e da noi è sorto un movimento filo-sistemico e narcotico come quello delle Sardine? Perché da loro ci sono i gilets jaunes e da noi no? Credo valga la pena di interrogarsi a fondo su tale dilemma, evitando posizioni facilone, del tipo “quanto sono ganzi i francesi e quanto siamo bischeri noi”. Senza voler avere la pretesa di una
Ieri, sotto il Ministero dello Sviluppo economico, i 430 trenta operai dello stabilimento napoletano della Whirlpool [nella foto] c'erano quasi tutti. Una manifestazione combattiva che è culminata in grida e canti di esultanza — Bella Ciao assieme all'Inno di Mameli —quando i sindacalisti sono scesi in strada per dire che Di Maio era con loro, che non li avrebbe abbandonati. Cosa avrebbe detto Di Maio? Che se la multinazionale americana non rispetta gli accordi siglati solo pochi mesi fa — non solo evitare la chiusura ma tutelare i livelli occupazionali —, il governo revocherà tutti gli aiuti statali — si parla di 27 milioni. Va bene la minaccia, ma questa è una soluzione? Non lo è secondo me. Se la multinazionale americana vuole chiudere l'impianto napoletano quella di ritirare i fondi promessi è un'arma spuntata. Come del resto è aleatorio sperare o restare appesi ad ... un nuovo investitore. La soluzione potrebbe essere un'altra, ed è quella dell'autogestione. Utopia? Dipende. Operai e impiegati hanno tutte le competenze per gestire la fabbrica, tanto più che gli impianti non sono obsoleti ma competitivi e all'avanguardia. Questa soluzione si sta facendo strada tra gli operai che dicono: "Saremmo in grado di mandare avanti la fabbrica, ci mancano solo i finanziamenti". Appunto. Chi dovrebbe finanziare l'azienda autogestita se non il governo, se non lo Stato? Invece di gettare via quattrini pubblici per consegnarli alla multinazionale che lo Stato intervenga per una giusta causa, per sostenere l'autogestione.
In sostanza lo Stato dovrebbe: (1) nazionalizzare l'azienda americana — come si dovrebbe fare con tutte quelle che licenziano per delocalizzare gli impianti — e (2) comporre assieme alle maestranze un Consiglio di amministrazione per incentivare e rilanciare la produzione.
C'è bisogno ( in Italia e non solo) di lavatrici, asciugatrici, frigoriferi, congelatori, lavastoviglie, forni a microonde ecc.? Si ce n'è bisogno.
Gli operai napoletani non dimenticano la vicenda della EMBRACO di Chieri (To), anch'essa del gruppo Whirlpool. Dopo mesi di lotte alla fine, gli americani, dopo aver preso bei quattrini (anche pubblici) se ne sono andati in Slovacchia. E' quindi subentrato il nuovo investitore (Ventures Production) che dopo pochi mesi, incassati i soldi (pubblici), si scopre non rispetta gli accordi.
Lo Stato, il governo, le regioni, smettano di sperperare soldi regalandoli agli speculatori apolidi della finanza; si nazionalizzino le imprese che delocalizzano e si aiuti, con adeguati finanziamenti, l'autogestione.
L'immagine sopra è senza dubbio quella più significativa della battaglia di strada consumatasi ieri (XVIII Atto dei Gilet gialli) nel centro di Parigi. Il ristorante dei lusso Fourquet's, simbolo per eccellenza della Francia dei ricchi e dei milionari — dove un pasto può costare fino a 400 euro —, dato alle fiamme.
Subito si sono levate le grida dei benpensanti, l'esecrazione dei borghesi. Li comprendo, si sentono spaventati da questo sussulto di odio e di vendetta sociale. Gli si staglia davanti quello spettro che speravano di avere per sempre allontanato, quello della lotta di classe.
Macron, banchiere arrogante e testardo, e con esso il potere, invano hanno sperato che il movimento dei Gilet gialli si sarebbe spento per esaurimento, dopo l'elargizione di qualche briciola. Ora, mentre speravano di guidare e vincere la passeggiata verso fittizie elezioni europee si trovano davanti al dilemma: cedere o andare allo scontro frontale, ricorrendo alla militarizzazione sociale — la stessa che già subiscono i dannati delle banlieue.
Possiamo immaginare che adesso, nel movimento dei GG, la discussione già aperta sulle "forme di lotta" e l'uso della forza, si farà più accesa e dirimente. Il potere ha immediatamente mobilitato le sue teste d'uovo per sputtanare i ribelli, al fine di fargli terra bruciata attorno, di dividerli tra buoni e cattivi, e quindi di spegnere la rivolta sociale.
Attenzione, la discussione sulla "violenza" rischia di diventare un diversivo, funzionale a chi tenta di ridurre quanto accaduto ieri, da fenomeno sociale a gesto inconsulto di pochi provocatori.
Il cuore reale del problema, quello che i GG debbono affrontare di petto, è la loro mancanza di strategia politica, l'assenza di coordinamento e di direzione politica. La domanda vera è quella di sempre: come può un movimento di massa, sostanzialmente spontaneo, strutturarsi per vincere la sfida contro il potere e la classe dominante?
Non è solo Macron a trovarsi davanti ad un dilemma, dopo questo fragoroso Atto XVIII ci si trovano anche i GG. Noi, da qui, poco possiamo fare. E in questo poco non c'è di certo il voltare le spalle ai Gilet Gialli dando una mano al nostro comune nemico.
«Al governo bisogna riconoscere che non solo ha accettato la nostra proposta, ma il ministro Di Maio è venuto di fronte ai cancelli e ha mantenuto ciò che ha promesso». [Daniele Calosi, segretario generale della Fiom-Cgil di Firenze]
Il CORRIERE DELLA SERA di oggi da conto dell'accordo appena raggiunto alla Bekaert di Firenze: nessun licenziamento, cassa integrazione per i 318 dipendenti, ciò reso possibile dal primo decreto del governo che reintroduce la cassa integrazione cancellata dal Jobs act di Renzi.
* * *
BEKAERT: ACCORDO NELLA NOTTE
di Marco Gasperetti
Attività produttiva garantita sino a fine 2018, cassa integrazione per tutto il 2019 e poi un processo di reindustrializzazione e ricollocazione. Risultato: nessun licenziamento per i 318 lavoratori della Bekaert, la fabbrica ex Pirelli di Figline Valdarno che per la prima volta ha beneficiato del decreto governativo per ripristinare la cassa integrazione che il Jobs Act del governo Renzi aveva cancellato. Anche il cantante inglese Sting aveva espresso solidarietà agli operai e a luglio aveva deciso di suonare davanti alla fabbrica. L’accordo è stato firmato al ministero dello Sviluppo Economico nella notte dopo dieci ore di trattative. «Siamo riusciti a raggiungere un accordo, che ha evitato che l'azienda procedesse oggi 3 ottobre al licenziamento di tutti i lavoratori», ha confermato Ferdinando Uliano, segretario nazionale della Fim-Cisl.
L’intesa prevede anche un sistema di incentivazione all'uscita per ogni dipendenti che si differenzia a secondo della anzianità (meno di 15 anni, da 15 a 25 anni, oltre 25 anni) che vanno da 16, 20 e 24 mensilità e che diminuisce con il trascorrere dei 12 mesi. Per facilitare la ricollocazione per le aziende esterne all'attuale perimetro aziendale, ad ogni assunzione a tempo indeterminato riceveranno, in aggiunta a quanto già previsto dalla normativa attuale, 10.000 euro per ogni assunzione a tempo indeterminato. La proprietà ha anche accettato di mantenere una parte dell'attività e in particolar modo la produzione del `filo tubo´ consentendo che preparto e macchinari fossero disponibili per una reindustrializzazione con eventuali assunzioni.
Positivi anche i commenti della Cgil. «La determinazione del sindacato dei lavoratori e di un intera comunità ha pagato, la solidarietà ha vinto», ha detto Daniele Calosi, segretario generale della Fiom-Cgil di Firenze che ha lodato l’iniziativa del governo. «Al governo bisogna riconoscere che non solo ha accettato la nostra proposta, ma il ministro Di Maio è venuto di fronte ai cancelli e ha mantenuto ciò che ha promesso», ha spiegato il sindacalista. Calosi ha infine sottolineato che «abbiamo voluto mettere nell'accordo le quantità economiche che le imprese che reindustrializzeranno il sito di Figline metteranno come dote per chi assume: sono 40mila euro a lavoratore. Se assumeranno 100 lavoratori, saranno 4 milioni di euro che l'azienda darà come contributo. È come se lo stabilimento fosse regalato».
«Stare sulla linea del picchetto ha una risonanza emotiva per me. – aveva scritto tra l’altro Sting -. Sono nato e cresciuto a Wallsend, una città nel nord-est dell’Inghilterra. C’erano solo due fonti di impiego nella città, una miniera di carbone (ora chiusa) e un cantiere navale alla fine della mia strada, famoso per aver costruito alcune delle navi più grandi e più belle del mondo, tra cui la «RMS Mauretania» e la «RMS Carpathia». Ma quando l’industria navale britannica declinò negli anni Ottanta e Novanta il cantiere navale a Wallsend chiuse, lasciando l’intera comunità senza lavoro. Questa è stata l’ispirazione per il mio spettacolo «The Last Ship», che ha fatto il tour della Gran Bretagna all’inizio di quest’anno». Ricordando poi che la storia di Figline e la storia della mia città natale non erano solo collegate, «ma anche indicative di una questione mondiale, che deve essere affrontata con urgenza dai nostri economisti e dai nostri responsabili politici. Ovviamente le fabbriche si chiuderanno, poiché certi prodotti fabbricati diventano obsoleti, tuttavia ciò che viene raramente riconosciuto è l’importanza e il valore economico delle comunità che sono supportate quasi interamente da quelle fabbriche. Le multinazionali sanno come trarre vantaggio dalle comunità cresciute intorno a un luogo di lavoro, non si dovrebbero assumere la responsabilità della sostenibilità di tali comunità?».
Infine Sting scriveva che potrebbe essere legale chiudere un’intera fabbrica per ragioni economiche, ma si chiedeva se fosse giusto. «Cosa faremo noi umani se il lavoro, come lo definiamo attualmente, non esistesse più? Identità, dignità umana e comunità sono parte integrante dell’equazione macroeconomica. A mio avviso, l’economia, scollegata per ragioni di opportunità dai bisogni umani di base, diventerà insostenibile a lungo termine. Ringrazio le persone di Figline, i lavoratori della Fabbrica Bekaert e il sindaco della città per aver condiviso con me la loro storia. Mi impegno a raccontare questa storia ovunque io pensi che possa essere utile».
[ 20 luglio 2018 ] Coalizzare il proletariato tecnologico nella Silicon Valley Forza Lavoro. Inchiesta sulla Tech Workers Coalition tra San Francisco, la Silicon Valley e Seattle. La prospettiva di unire i magazzinieri con gli ingegneri di Amazon e i fattorini di Deliveroo
di Alessandro Delfanti
La Silicon Valley raccontata dai suoi apologeti è un paradiso di informatici privilegiati e creativi. Quella che raccontano i lavoratori è ben diversa. Ormai alcuni dei lati oscuri dell’economia digitale sono ben conosciuti e documentati, come la capacità di aziende come Facebook di sfruttare i dati degli utenti per scopi di sorveglianza, oppure il ruolo di imprese come Amazon nell’organizzare nuove forme di sfruttamento nei suoi magazzini. Quello che è invece più invisibile è il lavoro nel ventre della bestia, cioè nei luoghi dove le grandi multinazionali digitali sviluppano e gestiscono le proprie piattaforme.
Uno degli esperimenti più avanzati di inchiesta e mobilitazione su questi temi è rappresentato dalla Tech Workers Coalition (TWC), una coalizione di lavoratori autorganizzati dell’industria digitale (www.techworkerscoalition.org). Nata a San Francisco, la TWC raggruppa lavoratori da diversi settori della Silicon Valley, dagli ingegneri agli addetti marketing, e di recente si è espansa a Seattle, sede di multinazionali come Amazon e Microsoft. Si pone l’obiettivo di «portare il movimento dei lavoratori dentro alla Silicon Valley» e si dichiara esplicitamente in opposizione agli interessi dell’industria tecnologica. Lo scopo principale della coalizione è quello di costruire ponti di solidarietà tra diverse figure dell’economia digitale. Nella prospettiva di una ricomposizione di classe ci si chiede cosa succederebbe se i lavoratori in mobilitazione dei magazzini potessero collaborare con gli ingegneri che lavorano alla piattaforma di Amazon, oppure se i fattorini di Deliveroo in sciopero si coordinassero con gli informatici che gestiscono la app e quindi l’organizzazione del lavoro sulla strada.
La TWC cerca di organizzare i lavoratori di quel proletariato dei servizi che è cresciuto attorno all’industria digitale nella Silicon Valley. Nell’area della baia di San Francisco, per esempio, ci sono i lavoratori che si occupano delle pulizie, delle mense e di altri servizi dentro le grandi aziende tecnologiche.
In questo quadro vale la pena di analizzare due fenomeni, uno geografico e l’altro relativo alle forme di lavoro. Primo, gli informatici che lavorano nella Silicon Valley possono vivere in contesti urbani interessanti, come San Francisco o Berkeley, e pendolare verso la valle con i bus messi a disposizione dalle aziende stesse. I più noti sono i famigerati «Google bus», le corriere di lusso e anonime che ogni mattina portano gli ingegneri a Google. Sono dotate di wifi e permettono di lavorare durante il tragitto, e negli ultimi anni hanno simboleggiato i processi di gentrificazione e di espulsione di lavoratori e minoranze dai quartieri della baia. Per il proletariato dei servizi, espulso dai centri urbani, il lavoro per le aziende digitali o per le app significa invece muoversi da distanze maggiori, per esempio da aree più periferiche e povere come Richmond o El Cerrito nella parte nord della baia.
Secondo, come documentato di recente da diverse inchieste giornalistiche, le condizioni precarie del proletariato dei servizi permettono agli informatici di confondere completamente i tempi di vita e i tempi di lavoro. Negli ultimi anni, con l’arrivo di migliaia di «techies», giovani informatici in maggioranza maschi bianchi e asiatici che lavorano a Twitter o Facebook, è cresciuta un’industria di servizi organizzati tramite app come Instacart (spesa, cucina, pulizie), TaskRabbit (lavoretti in casa), o Eaze (consegna a domicilio di marijuana). Queste app, che funzionano sui principi della gig economy, impiegano lavoratori precari, in particolare donne e persone «brown» (di origine latina). Fornendo servizi a basso costo permettono a un ingegnere di ordinare da mangiare da casa, farsi svolgere le faccende domestiche o fare la spesa senza sottrarre tempo al lavoro per le grandi imprese digitali, che può quindi invadere tutta la giornata (e nottata). La precarietà del lavoro delle app, svolto in maggioranza da donne e gruppi di lavoratori non bianchi, permette alle imprese di mettere a frutto ancora più intensamente il lavoro creativo degli ingegneri.
Nella prospettiva di costruire un’alleanza tra i lavoratori che producono le piattaforme, quelli che le usano (o ne vengono usati), e i lavoratori dei servizi, la Tech Workers Coalition sta svolgendo un lavoro ispirato all’inchiesta operaia nelle fabbriche italiane negli anni Cinquanta e Sessanta. Si tratta di un’inchiesta fra i lavoratori al servizio delle mobilitazioni. Il primo obiettivo è comprendere le forme di divisione del lavoro e le catene produttive di cui diversi tipi di lavoratori fanno parte. Le riunioni si svolgono nel centro sociale di Oakland, l’Omni Commons, nato nel 2014 sulla scia dei movimenti Occupy. I problemi principali individuati sinora sono tre. Primo, i ritmi di lavoro insostenibili, anche nel lavoro degli ingegneri. Secondo, la mancanza di diversità, accoppiata a fenomeni di razzismo e sessismo sul posto di lavoro. Terzo, i legami tra aziende digitali e fenomeni politici più ampi, come l’elezione di Trump o il ruolo dei media sociali nei fenomeni di sorveglianza basati sulla raccolta dei dati degli utenti.
La Tech Workers Coalition ha partecipato di recente a un convegno intitolato «Log Out! La resistenza dei lavoratori dentro e contro l’economia delle piattaforme», che si è tenuto in marzo all’Università di Toronto, in Canada. Il testo integrale del loro intervento (in inglese) si può leggere a questo link.
[ 23 marzo 2018 ] Molto importante quel che è accaduto ieri in Francia. In concomitanza con lo sciopero dei dipendenti pubblici (per la prima volta indetto da tutti sindacati assieme) dei più diversi comparti si sono svolte manifestazioni in tutte le città. [vedi le foto] Perché lo sciopero? Per respingere le nuove misure contenute nella neoliberista "Legge Macron" che prevede privatizzazioni su larga scala dei servizi e dei trasporti pubblici, tagli consistenti allo stato sociale, alle pensioni ecc. Manifestazioni massicce, praticamente ovunque, per di più con una forte partecipazione degli studenti. Versioni opposte sull'adesione allo sciopero. Anche fossero veri i dati diffusi dal governo —adesioni dal 30 al 50%— si tratta di un successo. Perché? perché segna un'importante inversione di tendenza. La "Legge Macron" non è un fulmine a ciel sereno. Giunge dopo la famigerata Legge n. 2016-1088 del 8 agosto 2016 (nota come "Legge El Khomri" o "Loi travail"). Allora, socialisti al governo, quella legge, che modificava il diritto del lavoro a favore delle imprese, passò senza significative opposizioni. Sulla scia di quella legge il 22 settembre scorso, il governo Macron approvò cinque decreti che aggravavano le già antipopolari disposizioni della "Loi travail".
Anche in questo caso i decreti passarono e i movimenti di protesta furono flebili. Per la precisioni, lotte vi furono ma non confluirono in uno sciopero generale (pur se parziale visto che non è stato coinvolto il settore privato) come invece è accaduto questa volta. Insomma, se Macron in autunno poté cantare vittoria, non può fare lo stesso adesso. E non può farlo perché, seppur parziale, il successo dello sciopero e delle manifestazioni di ieri potrebbe segnare un punto di svolta. Per quanto indebolita e maciullata da decenni di disintegrazione neoliberista, malgrado una crisi verticale dei sindacati (che come in Italia tutto hanno permesso nei decenni) la classe lavoratrice di Francia ha, nell'indifferenza generale, rialzato la testa. Indifferenza dei media, in Francia e all'estero. Lorsignori, fedeli alla narrazione che nella "società liquida", nella "postemodernità" non esisterebbero più classi e conflitti sociali, hanno deliberatamente silenziato le mobilitazioni di ieri. E' accaduto anche in Italia: per trovare la notizia dello sciopero occorre questa mattina il lumicino. E questo vale anche per la stampa di sinistra. Non si dica che non c'è un disegno dietro a questa censura. Silenziare il conflitto è necessario, sia per lasciare soli i lavoratori (rafforzando in loro il senso di solitudine e d'impotenza), sia per avvalorare la tesi che non ci sono più né classi né conflitti di classe.
Una giornata che segna quindi una svolta, ma nessuna illusione è giustificata. Lungo è il cammino, e gli ostacoli sono molteplici, affinché dalla difesa il mondo del lavoro passi al contrattacco. L'ostacolo principale è che davanti ad un attacco strategico come quello neoliberista, a poco può servire una resistenza che si limiti al piano sindacale. Ad attacco strategico e politico, strategica e politica dev'essere la risposta popolare e operaia. Una strategia politica implica una visione del mondo, un progetto di economia e di società opposta a quella liberista. Strategia e visione che dopo la sconfitta storica del 1989, non ha ancora preso forma e piede. Segnali di una nuova visione socialista —non di rinascita del vecchio, che non può rinascere— ci sono anche in Francia. Di che parliamo? Parliamo di anche France Insoumiseche, al netto del limiti, può essere il laboratorio di massa destinato a dare forma ad una nuova prospettiva di emancipazione e liberazione.
Ps Qualcuno si chiederà quale posizione abbia preso il Front National di Marine le Pen. La risposta è semplice, non ha detto una parola sullo sciopero di ieri, allineandosi di fatto al regime Macron, e suonando solo il tasto della xenofobia. Leggere per credere.
Esattamente sette anni dopo la "Rivoluzione dei gelsomini" che abbatté il regime di Ben Alì, la Tunisia è scossa da una rivolta popolare che riguarda soprattutto le zone più depresse del Paese e mobilita gli strati sociali più disagiati. La scintilla è stata una legge di bilancio austeritaria imposta da Fmi e Banca mondiale. Alla testa della rivolta il Fronte Popolare, il blocco delle organizzazioni di sinistra.
Nella Tunisia delle rivolte: “Stavolta non ci fermeremo”
Il governo reagisce dopo gli scontri nei cortei: 237 arresti. Sassaiole nelle città. A Djerba molotov contro la sinagoga
di Francesca Paci*
Molte ore dopo l’assalto al Carrefour di Ben Arous, periferia Sud di Tunisi, l’odore dei lacrimogeni aleggia ancora sul viale buio davanti alle saracinesche bruciate. Le proteste contro il carovita che da tre giorni tengono in scacco il Paese e hanno prodotto 237 arresti, decine di feriti tra cui 49 poliziotti, 45 mezzi della sicurezza danneggiati, si accendono di slogan diurni nel cuore borghese della capitale e di sassaiole notturne qui, banlieue miserabile, dove piccoli gruppi di giovani con il cappuccio della felpa sulla testa parlottano sbirciando i blindati appostati all’incrocio.
«Anche se non è la rivoluzione del 2011 non si fermerà, ci ripetono che diversamente da Internet e schede telefoniche il pane e l’olio non sono aumentati, ma i bisogni della gente non sono più quelli di mezzo secolo fa» ragiona il tassista Samir in sosta alla boulangerie La Reine, un isolato più avanti, in direzione di quell’autostrada per Tunisi dove le pietre lungo il guardrail raccontano gli scontri durissimi all’altezza delle case popolari di El Kabaria.
A sette anni dalla cacciata di Ben Ali, l’unica sopravvissuta delle primavere arabe, ma anche quella che ha fornito il maggior numero di volontari allo Stato islamico, combatte con i suoi fantasmi. La settimana scorsa l’annuncio della legge di bilancio accompagnata dall’aumento dei prezzi della benzina, del gas, dei servizi, ha scatenato le piazze di una decina di città, da Kasserine a Djerba, dove pare sia stata attaccata la sinagoga: i moti più duri da quando nel 2016 il governo ha promesso al Fondo Monetario Internazionale un drastico taglio della spesa in cambio del prestito quadriennale da 2,9 miliardi di dollari. La popolazione, gravata da un tasso di disoccupazione giovanile del 25% e l’inflazione al 6,4% (contro il 4,2% del 2016), è esplosa.
«È allarmante perché non c’è alcuna leadership, ma si tratta di manifestazioni di poche decine di persone che pur mettendo alla prova il governo non terremoteranno il paese» nota Hamza Meddab, studioso di periferie tunisine e analista dell’European Council on Foreign Relations. L’Ugtt, il sindacato dei sindacati, chiede l’aumento del salario minimo, oggi al di sotto dei 400 dinari (€ 134), ma resta a fianco del governo. In strada ci sono i disoccupati e gli agitprop del Fronte Popolare, la sinistra radicale, i cui slogan – Manich Msamah (non perdoneremo) e #Fech_Nestanew (cosa stiamo aspettando?) – risuonano in avenue Bourghiba tra cordoni di agenti più numerosi dei manifestanti.
«Da giorni si respirano lacrimogeni e rabbia, chi protesta tira avanti da troppo tempo con 500 dinari al mese e la pazienza è finita» ci dice il giovane dottor Said al telefono da Tebourba, dove nelle ultime ore centinaia di persone sono scese in piazza per i funerali del manifestante ucciso durante gli scontri. Due mesi fa nella città settentrionale di Sejnane una madre di cinque figli si era data fuoco evocando il gesto di Mohammed Bouazuzu, il fruttivendolo di Sidi Bouzid diventato il simbolo della rivoluzione del 2011.
«il 2018 sarà l’ultimo anno di stenti per i tunisini» ripete il premier Chahed nel discorso di Capodanno rimandato dalla tv in un caffè solo maschile di Citè el Tadhamoun, altra periferia sud di Tunisi, due centri commerciali bruciati. «Promesse, promesse, dal 2011 abbiamo ottenuto solo la libertà, e non ci manteniamo la famiglia» sentenzia il proprietario asciugando bicchierini di tè.
Periferia e centro, provincia e città, borghesia e proletariato vero: le ataviche contraddizioni tunisine tornano, convitato di pietra nella transizione dal passato che non passa. A pochi isolati dal Parlamento, il deputato di Ennahda Osama al-Saghir ricorda le cifre dell’Iva, passata dal 6 al 7% per i prodotti necessari e dal 12 al 13% o dal 18 al 19% per gli altri. Poca roba, dice, rispetto ai singoli commercianti «che se ne sono approfittati aumentando i prezzi del 15,20%». Difende il governo insomma, ma anche il diritto di critica, un privilegio della democrazia: «In realtà è iniziata la campagna elettorale per il voto amministrativo del 6 maggio che vedrà in campo migliaia di città, 8 milioni di elettori e oltre 7200 candidati. L’opposizione capitanata dal Fronte Popolare, che in Parlamento ha appena una trentina di seggi, cavalca il malcontento contro la maggioranza».
Ennahda, storica forza popolare oggi in coalizione con Nidaa Tounes nel governo di unità nazionale, tende da sempre l’orecchio alla pancia del Paese ma in queste ore ne minimizza la forza d’urto sottolineando che, al netto dei problemi, il paese cresce del 2,2%, la disoccupazione è scesa dal 18% al 15,3% e con 7 milioni di visitatori nel 2017 il turismo respira.
L’umore cupo. Le camionette dell’esercito davanti ai caffè a ridosso della casbah ricordano lo Stato d’emergenza, in realtà in vigore dal 2015. C’è ancora qualche giorno prima del 14 gennaio, anniversario della rivoluzione, nel bene e nel male.
Dichiarazione del coordinamento europeo per l'uscita dall'Unione europea, dall'euro e dalla NATO
«Il Coordinamento europeo per l'uscita dell'Unione europea, l'euro e la NATO esprime solidarietà e sostegno ai lavoratori francesi che si oppongono alle riforme neoliberali del governo di Macron. Leggi simili (Hartz I, II, III, IV) sono state imposte ai lavoratori tedeschi con conseguente impoverimento di milioni di persone, quindi ai lavoratori spagnoli in cui il tasso di disoccupazione rimane molto elevato, dove la precarizzazione è esplosa e la gioventù è particolarmente colpita, ai lavoratori italiani (Renzi) ed ai Greci da parte della "sinistra radicale" di Tsipras, che ha obbedito alle direttive europee nonostante la grande mobilitazione dei lavoratori per opporvisi. In tutti i paesi dell'Unione Europea, le stesse leggi favoriscono il padronato riducono i diritti sociali, il potere d'acquisto senza tuttavia mai far scendere la disoccupazione. E' assieme che i lavoratori, salariati e disoccupati che debbono combattere e organizzarsi per rompere con la globalizzazione euro-liberale che priva i popoli della loro sovranità. Per costruire le basi di una nuova società, basata sull'uguaglianza, la giustizia sociale, la democrazia, la sovranità e la pace, il Coordinamento europeo per l'uscita dell'Unione europea, dall'euro e dalla NATO chiede a tutti coloro che non vogliono rinunciare al progresso sociale ad aderire».
Coordinamento europeo per l'uscita dall'Unione europea, dall'euro e dalla NATO Parigi, 20 settembre 2017
Lo sciopero nazionale dei lavoratori Alitalia indetto per l’intera giornata di oggi, 5.4.2017, dalla Cub Trasporti, dall’Usb, dalle Associazioni Prof. di Piloti e Assistenti di Volo (Anpac e Anpav e Assovolo) e da Cgil, Cisl, Uil ed Ugl ha registrato adesioni oltre il 90% del personale in servizio sia a terra (Manutenzioni, Handling, Informatica, Call-Center, Amministrativi, ecc.) sia a volo (AA/VV e Piloti): una percentuale che non si registrava da molti anni nella ex-Compagnia di Bandiera e nel comparto aereo-aeroportuale-indotto.
La categoria ha, di fatto, respinto all’unanimità il Piano finanziario approvato dagli azionisti di Alitalia (banche ed Etihad), nonché ha bocciato i pesanti sacrifici per i lavoratori: oltre 2500 licenziamenti, esternalizzazione di settori strategici, tagli salariali (fino al 30% per gli Assistenti di Volo) e normativi.
L'intervento di Fabio Frati della C.U.B.
Un Piano di ridimensionamento che lascia a terra oltre 20 aeromobili e che scarica inaccettabili “sacrifici” sui lavoratori, già colpiti da oltre 300 espulsioni di olleghi precari, lasciati a casa dopo oltre 10 anni di servizio e sostituiti da nuovi colleghi stagionali, nel momento in cui stavano per maturare il diritto alla stabilizzazione.
Partecipatissima anche la Manifestazione ed il Corteo proclamato dalla Cub Trasporti al Terminal T1 dell’aeroporto di Fiumicino, con cui i dipendenti della ex-Compagnia di Bandiera hanno rivendicato la Nazionalizzazione dell’Alitalia, quale unica soluzione nell’interesse dei cittadini, del Paese e dei lavoratori, per riconsegnare al vettore di riferimento italiano un profilo di compagnia globale, risollevandola dalle secche in cui si è di nuovo arenata, dopo il fallimento della privatizzazione.
Anche oggi come nei recenti scioperi del 23 febbraio, dell’8 e del 20 marzo, i lavoratori hanno sfilato nelle strade del Leonardo da Vinci, insieme anche ad altri colleghi aeroportuali e agli addetti delle pulizie di bordo della GH, già raggiunti dai licenziamenti innescati dalla crisi Alitalia, contro la pretesa di infierire sulla categoria pur di alleggerire la ex-Compagnia di Bandiera per cederla al miglior offerente in Europa (Lufthansa?).
Purtroppo la giornata di oggi è stata macchiata dal rifiuto dei rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl di consentire la riunificazione dei lavoratori in manifestazione al presidio indetto da quelle OO.SS. davanti alla palazzina di Alitalia, con quelli radunati allo scalo, presso il terminal T1, nel presidio organizzato dalla Cub Trasporti e partecipato anche da Usb.
La possibilità di consentire la riunificazione dei presidi e delle assemblee tenutesi nei due concentramenti, avrebbe permesso ai lavoratori di consegnare un mandato unitario ed univoco a tutte le OO.SS., alla vigilia dell’avvio del confronto no-stop in programma da domani: una eventualità che i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl hanno evitato a scapito della trasparenza e della democrazia.
La Cub Trasporti, nelle prossime ore, oltre a partecipare alle assemblee che verranno indette da Usb, proclamerà ulteriori iniziative di mobilitazione sia davanti alla sede dei Ministeri ove si effettueranno gli incontri tra azienda e sindacati, sia in aeroporto: un altro Piano è possibile e non possono essere chiamati i lavoratori a pagare per il fallimento della privatizzazione e delle scelte di ridimensionamento avallato dai Governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni.
Un ridimensionamento della ex-Compagnia di Bandiera italiana imposto dai diktat della UE e palesati fin dal 2000 dal Commissario Europeo ai Trasporti, De Palacio, che previde che sarebbero sopravvissuti solo 3 vettori globali nel vecchio continente, quelli dei paesi di serie A dell’attuale Europa (Lufthansa, British e Air France), relegando tutte le altre compagnie ad effettuare traffico ancillare: un destino che sta per compiersi definitivamente per Alitalia e che non può essere accettato nel silenzio e nell’immobilismo dai lavoratori e dalle istituzioni del nostro Paese.
Roma, 5.4.2017 CUB TRASPORTI
Via Ponzio Cominio, 56 – 00175 Roma – 06.76968412 – 0676980856 Fax 06.76983007 – 3939103997 - 3397405888
Antonio Amoroso e Fabio Frati presiedono il convegno
[ 15 marzo ]
Si è svolto ieri a Roma un importante convegno pubblico sulla vicenda Alitalia; ad organizzarlo la CUB trasporti di Roma assieme al Comitato dei Precari Alitalia dell'aeroporto di Fiumicino.
Un convegno importante, partecipato (sala gremita), non solo per il parterre degli ospiti che vi hanno preso la parola — torneremo su quel che è stato detto dai diversi invitati— , ma soprattutto per la presenza degli stessi lavoratori e precari a rischio, con la cui pelle i predatori che hanno in mano Alitalia giocano al massacro.
Tutti gli interventi, considerato il terzo fallimento in pochi anni della privatizzazione della ex compagnia di bandiera italiana, hanno puntato il dito sul tracollo finanziario in cui versa Alitalia spiegando come ciò sia il risultato di una precisa volontà politica, di un disegno ideologico e strategico di lunga durata nonché di una palese catastrofica gestione.
E’ il liberismo, bellezza!
Per anni siamo stati indottrinati, ci hanno indotto a convincerci che “privato è bello”, più efficiente, sicuro, stabile.
Siamo andati avanti a colpi di privatizzazioni, deregulation, mercato libero spietatamente concorrenziale, finanziarizzazioni…
Nessuno ha mai spiegato che tutto ciò avveniva a discapito del “pubblico” ovvero dell’interesse generale della collettività e dei lavoratori stessi.
Coloro che ieri erano presenti a questa importante assemblea, espressione del settore più combattivo delle maestranze Alitalia, hanno cominciato a capirlo, volevano parlare, essere protagonisti.
Tutti i giovani, precari, arrabbiati.
Iniziano a capire che il casino in cui si trovano è un particolare di un disastro più generale. Rischiano di essere licenziati, di non avere il rinnovo del contratto, prendono 2 soldi in cambio della loro forza lavoro, del loro tempo di vita, troppe ore trascorrono a lavoro ipercontrollati, sotto continua pressione, non riescono a campare dignitosamente perché lo stipendio non basta, devono ancora appoggiarsi a mamma e papà, non sanno cosa accadrà domani, se saranno ancora lì o dovranno cambiare tutto, sempre in bilico, sempre incerti, non è vita questa.
Questi lavoratori solo adesso, grazie anche alla lotta che hanno intrapreso, cominciano ad avere una visione chiara, nonostante non sia semplice ed intuitivo comprendere i nessi e le cause della dolorosa vicenda di cui sono vittime. Non si sono limitati ad ascoltare ma con i loro applausi ed anche le loro interruzioni hanno fatto sentire oltre alla loro preoccupazione, la volontà di non perdere questa battaglia – la sensazione è quella che potrebbe essere l’ultima dentro Alitalia. Non si nascondono, questi settori di avanguardia, le difficoltà a coinvolgere molti colleghi impauriti, che guardano con simpatia alla lotta collettiva ma siccome tutte le altre battaglie sono state segnate dalla sconfitta, toccano ferro e sperano di non finire comunque nel tritacarne.
Sotto questa luce si può comprendere le enormi responsabilità che gravano sulle spalle di questi lavoratori che sono la prima linea della resistenza in Alitalia, ed in particolar modo del nucleo di irriducibili sindacalisti romani della CUB trasporti con in testa Fabio Frati e Antonio Amoroso.
Paolo Maddalena, tra i più applauditi
La conferenza si è conclusa approvando con un lungo applauso questo Ordine del Giorno:
«Al termine del lungo e approfondito dibattito svolto, arricchito dagli importanti contributi di tutti i relatori, i partecipanti al Convegno convengono che:
la proposta della Nazionalizzazione di Alitalia, rimane l’unica credibile e percorribile in un’ottica di vero sviluppo e rilancio della compagnia.
Questa scelta scongiurerebbe qualsiasi ipotesi di ridimensionamento dell’attività e/o di una sua trasformazione in una low cost, evitando tagli occupazionali, salariali e normativi e consentendo la stabilizzazione di tutti i precari
La scelta di ricostruire una vera compagnia di bandiera, oltre a ribadire il controllo pubblico di un settore strategico del paese, farà tornare Alitalia al suo ruolo trainante per l’economia e l’occupazione di tutto il comparto aereo e aeroportuale italiano».
Approvato per acclamazione da tutti i presenti al CONVEGNO svoltosi a Roma il 14 marzo 2017 Alitalia: Nazionalizzazione Unica Soluzione
Si è svolto ieri lo sciopero in ALITALIA. Dopo anni di cedimenti vergognosi, anche CGIL, CISL e UIL, sotto la pressione dei loro stessi iscritti, sono stati costretti a chiamare alla mobilitazione. 4 ore di sciopero dalle 14:00 in poi. Adesione totale. Di questo, ma sottovoce, hanno parlato anche i media. Censura totale invece, per il fatto più importante, lo sciopero e la mobilitazione indetta dai sindacati di base, per la precisione C.U.B. e U.S.B.già dalla mattinata del 23 febbraio. Nonostante le minacce dell'azienda (pesantissime) e delle forze dell'ordine (vero e proprio terrorismo!) dell'aeroporto di Fiumicino, tanti lavoratori, anzitutto precari, hanno dato vita ad assemblee ed ad un corteo la cui partecipazione e combattività è senza precedenti. Un segnale tanto importante, visto che per anni ha vinto l'azienda coi suoi ricatti, con le sue intimidazioni. Un segnale di svolta, ma ci torneremo. Ancor più importante la consapevolezza, grazie C.U.B. e U.S.B. che la sola soluzione è la NAZIONALIZZAZIONE di Alitalia. Qui sotto il video del corteo svoltosi ieri nell'aeroporto di Fiumicino, con in testa Fabio Frati.
«…la rappresentazione scenica realizzata, per quanto macabra, aspra, forte e sarcastica, non ha travalicato i limiti di continenza del diritto di svolgere, anche pubblicamente, valutazioni e critiche dell'operato altrui (quindi anche del datore di lavoro), che in una società democratica deve essere sempre garantito...»
Con questo giudizio semplice ed inequivocabile la Corte di Appello di Napoli ha dichiarato che il licenziamento di Mimmo Mignano e di altri quattro operai dello stabilimento Fiat di Nola è nullo e che, in base all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quegli operai devono tornare al lavoro. I giudici di Napoli hanno così riformato le due precedenti sentenze del Tribunale di Nola, che avevano invece dato ragione all'azienda.
Mignano e gli altri, dopo il tragico suicidio di Maria Baratto, ennesimo tra gli operai cassaintegrati in Fiat, avevano protestato con una rappresentazione satirica esterna ai cancelli, e senza alcun danno all'attività, dell'azienda. Essi avevano prima inscenato la loro stessa morte, poi il suicidio per impiccagione, ricordando così quello vero dell'operaio Peppino De Crescenzo, di un pupazzo con la maschera di Sergio Marchionne. Pupazzo che nella rappresentazione si pentiva del male procurato. Per questo la Fiat aveva licenziato in tronco i cinque, accusandoli di danno morale e di rottura sia dell'obbligo di fedeltà che del vincolo di fiducia verso l'azienda.
Mimmo Mignano
Quale vincoli fossero stati rotti da operai che da più di 6 anni la Fiat teneva in costante cassaintegrazione è impossibile dirlo. Era invece chiaro che quello dell'azienda era un licenziamento politico che colpiva la libertà d'opinione degli operai in quanto cittadini della Repubblica. Questo avevano sostenuto in questi mesi militanti e rappresentanti sindacali e politici, giuristi, intellettuali, artisti. Questo aveva dimostrato l'avvocato Pino Marziale nella sua argomentatissima arringa in difesa degli operai. Ora il giudice ha sanzionato che è proprio così.
Per l'arroganza di Marchionne e del suo modo di pensare ed agire è un duro colpo. I lavoratori non sono ancora sudditi medioevali sui quali l'impresa abbia diritto di potere assoluto, dentro e fuori il posto di lavoro. Oltre mercato, il profitto, il potere ci sono i diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Costituzione che non a caso non piace al capo della Fiat, alla banca Morgan e naturalmente al loro referente politico, Matteo Renzi.
La sentenza di Napoli mostra la forza che si può creare, quando la mobilitazione democratica incontra e sostiene persone che non si arrendono e che sono disposte a rischiare tutto per la giustizia. È doveroso ricordare, a tale proposito, i terribili giorni trascorsi da Mimmo Mignano a cinquanta metri di altezza su una gru nel centro di Napoli.
Quando la determinazione di un gruppo di operai che crede nelle sue e nelle nostre ragioni diventa un movimento civile e morale, quando chi lotta dalla parte e per le ragioni della giustizia incontra finalmente un giudice sensibile solo alle ragioni del diritto, e non a quelle del mercato, dell'impresa, del potere. Quando tutto questo su verifica, la libertà si afferma e il potere autoritario e prepotente viene sconfitto.
Grazie a Mignano e agli altri quattro operai, che ci hanno dato ragioni e forza in più per lottare. Grazie a chi si è mobilitato per loro. E grazie ai giudici di Napoli che hanno tenuto la schiena dritta.
E come è stato affermato nelle tante iniziative di solidarietà, da questa vicenda emergono tante ragioni per cui è necessario che al referendum del 4 dicembre vinca il No. Bisogna sconfiggere Marchionne, Renzi e tutti coloro per i quali i principi della nostra Costituzione non dovrebbero più valere nulla di fronte all'impresa e ai suoi affari.
Post scriptum:
È bene sottolineare che i cinque operai sono stati reintegrati in Fiat perché assunti ancora con le vecchie regole. Se fossero stati invece assunti con il Jobs Act che Renzi esalta in ogni momento, il giudice non avrebbe potuto fare nulla per riportarli al lavoro. Perché i nuovi assunti non usufruiscono più della tutela dell'articolo 18. Ricordiamo anche questo quando andremo a votare il 4 dicembre.
13 novembre. "Semo 'na ponta", siamo in tantissimi! Quest'affermazione dialettale, rimbalzava ieri tra le centinaia operai dell'Ast che occupavano, sotto la pioggia, l'autostrada del sole all'altezza del casello di Orte. Non era infatti per niente scontato, dopo 22 giorni di sciopero prolungato, che le maestranze delle acciaierie di Terni, rispondessero con una simile, compatta combattività. Un segnale preciso, non solo alla multinazionale ThyssenKrupp, ma anzitutto al governo Renzi ed al suo atteggiamento ponziopilatesco. Tutto era cominciato alla partecipatissima assemblea davanti alle portinerie [foto sotto], convocata per le 10:30. I segretari nazionali dei metalmeccanici, contrariamente a quanto annunciato, non si sono presentati. Un'assenza che contribuisce a scaldare gli animi in una mattinata fredda e piovosa. Parlano alcuni membri della Rsu, che non dicono nulla oltre quel che si sa già: malgrado la mediazione (ponziopilatesca) del governo e le parole rassicuranti di Delrio, l'azienda persiste nel suo atteggiamento di sfida. 22 giorni di lotta che sembrano essere serviti a niente... Non è tuttavia la rassegnazione che prende il sopravvento. Il pendolo oscilla dall'altra parte, da quella della rabbia, della volontà e dell'azione. Lo zoccolo duro del fronte operaio, la numerosa e incazzata minoranza di giovani operai, rumoreggia, protesta, chiede di passare al contrattacco. Alcuni delegati della Rsu raccolgono questa spinta —non possono fare altrimenti. parte un grido: "Tutti
all'autostrada!". L'obbiettivo da colpire più vicino, a portata di mano, per far sentire che non si molla. Uno scatto spontaneo che non esprime, come dicono certi giornali, "disperazione", invece la consapevolezza che solo passando a metodi di lotta più duri ed eclatanti si può piegare l'avversario. Così l'assemblea si scioglie e un flusso enorme di lavoratori si muove per andare tutti, ognuno coi suoi propri mezzi, ad occupare l'A1. Appuntamento "davanti al porchettaro". Dopo un'ora al casello si era già in tantissimi. Non era per nulla scontato. Ci si sente forti. Così si supera di slancio il casello per invadere l'autostrada (poliziotti già presenti, ma ben attenti a non assumere alcun atteggiamento provocatorio). Altri operai arrivano, anche dopo, a gruppetti, a rendere ancor più massiccio il blocco. Nessuna intenzione di mollare, di limitarsi ad un blocco simbolico, come accadde il 31 luglio scorso. Da qui non ci muoviamo fino a quando non non sbloccano loro!". Ed infatti dopo quattro ore, alle 17:00, arriva la notizia che il governo riconvoca per il giorno dopo (oggi) il tavolo negoziale. Così si decide di tornare ai presidi, o a casa, per quelli che ai presidi non sono di turno. Domani è un altro giorno. La multinazionale non ha intenzione di retrocedere, approfittando della posizione "arbitrale" del governo Renzi. I sindacati non solo non hanno una proposta chiara per chiudere eventualmente la partita —e la sola che abbia un senso è quella della nazionalizzazione dello stabilimento—, non hanno la volontà di generalizzare il fronte di lotta. La busta paga di novembre sarà falcidiata. E' arrivato l'inverno. Tenere i presidi e i blocchi alle portinerie ed all'uscita delle merci 24 h è un impegno gravoso, tanto più in un contesto generale sia segnato dalla pace sociale e da un diffuso pessimismo riguardo al futuro.
Malgrado tutto ciò, malgrado almeno un migliaio tra operai e impiegati (su circa 3mila) si tenga alla larga dalla lotta e non aspetti altro che la fine dello sciopero, dopo tre mesi e mezzo di lotta e 22 giorni di sciopero prolungato, il sentimento prevalente è quello di RESISTERE, di non mollare. Cè insomma qualcosa di grande, e di commovente in questa vicenda. Ci si chiede ai presidi: andrà a finire come nel 2004? Quando venne persa la battaglia sul "magnetico"? Avremo un nuova sconfitta? La forza dispiegata verrà gettata al vento? Non è detta. Forse avremo delle sorprese. L'esito non è affatto già scritto. Molto dipende se quello che abbiamo chiamato lo "zoccolo duro", invece di spingere da dietro sindacati e sindacalisti, saprà prendere presto la testa (politica) della battaglia. La questione del "Comitato di lotta". Sappiamo che un simile salto non si fa tutto d'un botto, che spesso occorrono anni affinché i lavoratori di una grande fabbrica producano e si riconoscano in nuovi capi e portavoce. Lo sappiamo, ma sappiamo anche che qui sta la chiave di tutto.
Qui sotto il volantino che viene distribuito tra gli operai Ast
[Nella foto accanto l'assemblea di questa mattina, 2 novembre, davanti alla acciaierie AST]
La violenza della polizia sotto l’ambasciata tedesca ha costretto i servili media di regime a mettere la vicenda Ast alla ribalta ed il signor Renzi a convocare in fretta e furia il vertice di giovedì.
Non fatevi illusioni!
Renzi ha difeso la proposta di accordo già presentata dalla Guidi, ovvero: (a) 290 licenziamenti sui 536 richiesti, (b) un forno a corrente alternata, (c) incentivazione all’esodo volontario, (d) semaforo verde alla ThyssunKrupp sull’integrativo. UNA BIDONATA!
Facciamo un po’ di conti.
Dal 2015 l’AST, grazie agli sgravi IRAP, risparmierà 7milioni di euro. Più o meno 536 dipendenti costano all’azienda 13,37 milioni l’anno. 13,37 meno 7 fanno 6,37 milioni. GUARDA CASO UNA CIFRA CHE CORRISPONDE AI 290 ESUBERI DELLA GUIDI.
Dato che 140 dipendenti hanno già accettato la “buonuscita” (costo annuo 3,74 milioni) restano 150 operai da licenziare. [Il Giornale dell'Umbria del 31 ottobre] Alla Morselli non è parso il vero ed ha dichiarato: «…sono emerse modalità alternative per l’implementazione del piano di ristrutturazione e di rilancio dell’AST, nel rispetto degli obbiettivi economici inzialmente definiti». [Il Sole 24 Ore del 31 ottobre]
Mario Ghini della UILM e Giuseppe Farina della FIM-CISL hanno subito accolto con favore la BIDONATA.
Ast, viale Brin, 2/11/14
Il vero disegno della ThyssenKrupp… La Thyssen, in barba a quel che strombazza la Morselli nel cuore della notte, vuole chiudere prima possibile E CONCENTRARE LA PRODUZIONE DI INOX IN GERMANIA.
I fatti parlano chiaro.
(1) al momento dell’acquisizione dai finlandesi, l’accordo prevedeva che venisse chiuso l’impianto di Bochum in Germania, e che Terni funzionasse a pieno regime. Dopo tre anni, invece, Bochum, anche se in perdita, e per volontà del governo tedesco, continua a produrre e non chiuderà i battenti.
(2) la Thyssen, in Germania ha accettato, per far fronte alla sovrapproduzione, i “contratti di solidarietà” (diminuzione dell’orario di lavoro a parità di occupati). A Terni invece licenzia.
(3) malgrado gli impianti Thyssen di Duisburg siano notoriamente obsoleti ed in perdita, le banche tedesche con l’appoggio del governo, hanno concesso 200milioni di euro di finanziamento alla multinazionale —l’Unione europea, in base alla famigerata regola per cui non sono ammessi gli “aiuti di Stato”, avrebbe dovuto sanzionare la Germania, ma non lo ha fatto.
(4) l’Unione europea ha figli e figliastri ed è sotto il predominio tedesco, sarebbe quindi vano sperare in un suo intervento a favore di Terni e dell’Italia. Nazionalizzare!
Siccome l’acciaio ternano è di assoluta rilevanza strategica per il Paese, spetta al governo intervenire. Come? NAZIONALIZZANDO GLI IMPIANTI DI TERNI. Solo così si salveranno, assieme ai posti di lavoro ed ai volumi produttivi, condizioni in fabbrica e ambientali decenti, la città di Terni e, con essa il tessuto industriale del Paese.
Comitato di lotta Questo dev’essere l’obbiettivo dei lavoratori. E visto che certi sindacati alla fine accetteranno (come altre volte accaduto) accordi bidone, paralizzando la RSU, che i lavoratori più decisi formino subito un COMITATO DI LOTTA (aperto anche a quelli delle ditte terze come la ILSERV).
Questa battaglia si deve vincere ora! Se serve anche occupando la fabbrica!