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martedì 10 luglio 2018

PERCHÉ EMIGRANO DALL'AFRICA di Silvestro Montanaro

[ 10 luglio 2018 ]

Ci si chiede come poter fermare un problema radicale, quello dei flussi migratori. Per rispondere occorre andare, appunto, alla radice, alle cause.


L'articolo mostra come la ragione principale dei flussi migratori dall'Africa sia la generale rapina di risorse e di terra operate dalle multinazionali e dagli stati imperialisti o subimperialisti (Italia compresa). Una rapina resa possibile da regimi corrotti e compiacenti. L'imperialismo è quindi la causa principale dell'esodo, che non si fermerà fino a quando l'imperialismo dominerà il mondo.



*  * *
L’Unione europea ha appena deciso di triplicare i fondi per la gestione dei migranti: la somma messa a bilancio passerà dagli attuali 13 miliardi di euro (anni 2014-2021) ai futuri 35 miliardi di euro (anni 2021-2027).
Prima di compiere l’analisi dei costi preventivati, dove i soldi vanno, per fare cosa, dobbiamo sapere cosa noi prendiamo dall’Africa, e cosa restituiamo all’Africa. Se noi aiutiamo loro oppure se loro, magari, danno una mano a noi.
Conviene ripetere e magari ripubblicare. Quindi partire dalle basi, dai luoghi in cui i migranti partono.
Roberto Rosso, l’uomo che dai jeans ha ricavato un mondo che ora vale milioni di euro, ha domandato: “Come mai spendiamo 34 euro al giorno per ospitare un migrante se con sei dollari al dì potremmo renderlo felice e sazio a casa sua?”.


Già, come mai? E perchè non li aiutiamo a casa loro?
Casa loro? Andiamoci piano con le parole. Perchè la loro casa è in vendita e sta divenendo la nostra. Per dire: il Madagascar ha ceduto alla Corea del Sud la metà dei suoi terreni coltivabili, circa un milione e trecentomila ettari. La Cina ha preso in leasing tre milioni di ettari dall’Ucraina: gli serve il suo grano. In Tanzania acquistati da un emiro 400mila ettari per diritti esclusivi di caccia. L’emiro li ha fatti recintare e poi ha spedito i militari per impedire che le tribù Masai sconfinassero in cerca di pascoli per i loro animali. La loro vita.

E gli etiopi che arrivano a Lampedusa, quelli che Salvini considera disgraziati di serie B, non accreditabili come rifugiati, giungono dalla bassa valle dell’Omo, l’area oggetto di un piano di sfruttamento intensivo da parte di capitali stranieri che ha determinato l’evacuazione di circa duecentomila indigeni. E tra i capitali stranieri molta moneta, circa duecento milioni di euro, è di Roma. Il governo autoritario etiope, che rastrella e deporta, è l’interlocutore privilegiato della nostra diplomazia che sostiene e finanzia piani pluriennali di sviluppo. 

Anche qui la domanda: sviluppo per chi?
L’Italia intera conta 31 milioni di ettari. La Banca mondiale ha stimato, ma il dato è fermo al 2009, che nel mondo sono stati acquistati o affittati per un periodo che va dai venti ai 99 anni 46 milioni di ettari, due terzi dei quali nell’Africa subsahariana. In Africa i titoli di proprietà non esistono (la percentuale degli atti certi rogitati varia dal 2 al 10 per cento). Si vende a corpo e si vende con tutto dentro. Vende anche chi non è proprietario. Meglio: vende il governo a nome di tutti. Case, villaggi, pascoli, acqua se c’è. Il costo? Dai due ai dieci dollari ad ettaro, quanto due chili d’uva e uno di melanzane al mercato del Trionfale a Roma. Sono state esaminate 464 acquisizioni, ma sono state ritenute certe le estensioni dei terreni solo in 203 casi. Chi acquista è il “grabbatore”, chi vende è il “grabbato”. La definizione deriva dal fenomeno, che negli ultimi vent’anni ha assunto proporzioni note e purtroppo gigantesche e negli ultimi cinque una progressione pari al mille per cento secondo Oxfam, il network internazionale indipendente che combatte la povertà e l’ingiustizia. Il fenomeno si chiama land grabbing e significa appunto accaparramento della terra.

I Paesi ricchi chiedono cibo e biocombustibili ai paesi poveri. In cambio di una mancia comprano ogni cosa. Montagne e colline, pianure, laghi e città. Sono circa cinquanta i Paesi venditori, una dozzina i Paesi compratori, un migliaio i capitali privati (fondi di investimento, di pensione, di rischio) che fanno affari. E’ più facile trasportare una tonnellata di cereali dal Sudan che le mille tonnellate d’acqua necessarie per coltivarle. E allora la domanda: aiutiamoli a casa loro? Siamo proprio sicuri che abbiano ancora una casa? Le cronache sono zeppe di indicazioni su cosa stia divenendo questo neocolonialismo che foraggia guerre e governi dittatoriali pur di sviluppare il suo business. In Uganda 22mila persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni per far posto alle attività di una società che commercia legname, l’inglese New Forest Company. Aveva comprato tutto: terreni e villaggi. I residenti sono divenuti ospiti ed è giunto l’avviso di sfratto… Dove non arriva il capitale pulito si presenta quello sporco. La cosiddetta agromafia. Sempre laggiù, nascosti dai nostri occhi e dai nostri cuori, si sversano i rifiuti tossici che l’Occidente non può smaltire. 
La puzza a chi puzza…

Chi ha fame vende. Anzi regala. L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. E’ la prima a negoziare cessioni ai prezzi ridicoli che conosciamo. Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”). Comprano i ricchi. Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. E nelle transazioni, la piccola parte visibile e registrata della opaca frontiera coloniale, sono considerate terre inutilizzate quelle coltivate a pascolo.
Il presidente del Kenya, volendo un porto sul suo mare, ha ceduto al Qatar, che si è offerto di costruirglielo, 40mila ettari di terreno con tutto dentro. Nel pacco confezionato c’erano circa 150 pastori e pescatori. Che si arrangiassero pure!

L’Africa ha bisogno di acqua, di grano, di pascoli anzitutto. Noi paesi ricchi invece abbiamo bisogno di biocombustibile. Olio di palma, oppure jatropha, la pianta che – lavorata – permette di sfamare la sete dei grandi mezzi meccanici. E l’Africa è una riserva meravigliosa. In Africa parecchie società italiane si sono date da fare: il gruppo Tozzi possiede 50mila ettari, altrettanti la Nuova Iniziativa Industriale. 26mila ettari sono della Senathonol, una joint-venture italosenegalese controllata al 51 per cento da un gruppo italiano. Le rose sulle nostre tavole, e quelle che distribuiscono i migranti a mazzetti, vengono dall’Etiopia e si riversano nel mondo intero. Belle e profumate, rosse o bianche. Recise a braccia. Lavoratori diligenti, disponibili a infilarsi nelle serre anche con quaranta gradi. E pure fortunati perchè hanno un lavoro.
Il loro salario? Sessanta centesimi al giorno.

* Fonte: RAIAWADUNIA

martedì 5 settembre 2017

ANTIEURISTI D'AFRICA CRESCONO di Sandro Arcais

[ 5 settembre 2017 ]

SOLIDARIETÀ CON KEMI SEBA!

Kemi Seba è un intellettuale africano, un panafricanista, che sogna un’Africa sovrana ed indipendente dai retaggi del colonialismo e del neocolonialismo (qui). È uno che afferma combatte contro il CFA, la moneta unica a cambio fisso con l'euro con cui Parigi stringe in una morsa neocoloniale le sue ex-colonia africane.




Altri elementi del pensiero e programma di Kemi Seba sono questi:
  • «… sinceramente non credo al concetto di razza, le persone possono avere il colore della pelle diversa ma che lo si voglia o meno i popoli sono diversi fra loro e bisogna rispettarli». (qui)
  • «Nell’Ottocento le forze progressiste giustificavano il colonialismo nel nome della civilizzazione delle razze inferiori, oggi invece i cosiddetti anti-razzisti sono i primi a sostenere le guerre in Medio Oriente e in Africa». (qui)
  • «Il mondo moderno non è poi così contraddittorio quando si conosce il modo di operare dell’oligarchia. Io direi d’altronde che quest’ultima si regge su due tipi di discorsi, quello della virtù, della fratellanza, dell’unità, mentre il suo ruolo è quello di asfissiarci, ucciderci, dividerci. L’Imperialismo nasce e sussiste nel nostro malfunzionamento, e per portarsi a termine, deve distruggere le matrici dei popoli. La nozione di patria, la nozione di famiglia, la nozione di unione uomo-donna, la nozione di procreazione. Più vi sarà degenerazione tra i ceti di bassa condizione più aumenteranno il loro profitto le classi alte». (qui)
  • «La conservazione della propria identità è l’ultimo bastione di resistenza al mondialismo.». (qui)
  • «Quelli che conoscono un minimo i fatti della guerra planetaria che viviamo oggi sanno che le élite hanno prodotto un concetto vestito del mantello dell’amore e della pace mentre il contenuto è genocidario. Personalmente, lo nomino l’”Imperialismo della virtù”. Ci parlano dei diritti dell’Uomo, ma vogliono sopratutto che l’Uomo cammini dritto nella trappola che questi demoni dal volto umano gli tendono. E’ quindi evidente che il multiculturalismo genera una società multi-conflittuale. Certi popoli non hanno granché da vedere culturalmente, e se è evidente che la condivisione arricchisce, non possiamo neanche negare che la coabitazione forzata distrugge. Lo penso dal più profondo del mio cuore, ne ho fatto l’esperienza, la società multi-conflittuale, ne sono il frutto». (qui)
  • «Di informarsi bene sulla destinazione che pensano essere un paradiso terrestre. Perché si potrebbe benissimo dare che sia un inferno su terra» (consiglio ai migranti in Europa). (qui)
«Kemi Seba è stato arrestato la settimana scorsa a seguito di una denuncia sporta dalla Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale (BCEAO)» «per aver dato fuoco a una banconota da 5.000 franchi CFA» (qui)
Pochi giorni dopo, Kemi Seba «è stato assolto da un tribunale della città di Dakar, capitale senegalese». (qui)
«Kemi Seba è tra i molti attivisti che chiedono di abbandonare il franco CFA, affermando che sia un lascito del colonialismo francese». (qui)
«Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.
Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.
Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).
Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.
Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.
(…)
Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.» (qui)
L’unico vantaggio per gli Africani è che «un cambio esageratamente basso tra Euro e Franco CFA fa sì che i lavoratori africani in Europa possano mantenere le loro famiglie con pochi euro in Africa». (qui)
 Le morali di questa storia?
  1. La moneta unica è uno strumento coloniale.
  2. La classe dirigente italiana è per lo più venduta e idiota.
  3. Alla base dell’immigrazione degli Africani in Italia e degli Italiani in nordeuropa ci sono le stesse identiche dinamiche colonialiste.
  4. Non c’è riscatto che non passi per il recupero della sovranità e dell’identità, per l’opposizione al colonialismo e all’imperialismo, per la lotta al meticciato forzato e alla cultura meticciara.
  5. Il più grande favore che possiamo fare agli Africani è far saltare l’euro e l’unione europea e contrastare i progetti neoloniali di Francia e Germania.
Magari ce ne saranno anche altre, ma a me non vengono in mente.

venerdì 1 settembre 2017

IMMIGRAZIONE, EMIGRAZIONE, SINISTRA DI CLASSE di Sandro Arcais

[ 1 settembre 2017 ]

«Il fatto che tra lavoratori indigeni e lavoratori immigrati non può esserci che concorrenza e conflitto quando i secondi siano disposti ad accettare salari e condizioni di lavoro e di vita inaccettabili per i primi. Tutta la storia del capitalismo mostra in modo chiaro che tra lavoratori di diversa provenienza e coscienza di classe non può esservi alcuna unione o solidarietà».



In un recente post, Bill Mitchell illustra nei dettagli come l’Unione europea abbia “clonato” se stessa e la sua unione monetaria nell’Africa sub-sahariana (come se una non fosse sufficiente). Si tratta, perlopiù di paesi sottosviluppati un tempo colonie francesi. È impressionante leggere come anche questa unione di stati africani abbia le sue belle regoline di convergenza, regoline che impongono la parità di bilancio, regoline per il controllo della spesa, delle tasse e le relative belle sanzioncine per la violazione di tutte queste belle regoline.
Come se non bastasse, l’Ue ha imposto a questi paesi un trattato di libero scambio, che, nelle parole di Bill Mitchell, non è altro che
un gigantesco aspiratore, ideato per risucchiare risorse e ricchezza finanziaria dalle nazioni più povere, con sistemi legali o illegali, a seconda di quali generino i flussi maggiori.
E allora mi è venuto da pensare che non sono solo le guerre, le carestie, il terrorismo islamico, le bombe franco-anglo-americane ad aver dato la stura al recente aumento degli arrivi di immigrati provenienti dall’Africa occidentale sub-sahariana, ma anche le stesse dinamiche economico-istituzionali che presiedono all’emigrazione dei giovani italiani.
Nella più cristallina logica neoliberista l’Europa ha imposto a questi paesi la libertà di commercio, libertà dei capitali, libertà di spostamento della forza lavoro (con l’aggiunta della fissa teutonicordoliberista socialmente darwiniana della concorrenza: solo i più forti sopravviveranno).
Gli immigrati che arrivano in Italia sono perlopiù immigrati economici che si spostano all’interno di uno spazio allargato euro-subsahariano di libero commercio e di integrazione economica: le stesse logiche che presiedono alle sempre più marcate asimmetrie nell’area euro le si trova in questa unione di stati dell’Africa occidentale. Così come le stesse
conseguenze: l’emigrazione è una di queste. Come emigrano gli africani sub-sahariani in Italia, così lo fanno gli Italiani in nord-Europa. In condizioni disperate i primi, più comodamente i secondi.
Gli arrivi totali di immigrati in Italia nel 2015 e nel 2016 sono stati rispettivamente 153.000 e 181.000; gli italiani emigrati sono stati rispettivamente 102.000 e 114.000. Dà da pensare, vero? Come inciderà questo travaso nella condizione di vita di chi rimane, volente o nolente, in questo paese?
Afferma il prof. Brancaccio in un recente intervento apparso sull’Espresso:
… in alcune frange della cosiddetta sinistra radicale montano istanze xenofobe che si pretende di giustificare con l’idea secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi. Anche in tal caso, a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e sui controversi e modesti effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali.
E magari c’è da credergli, dal momento che la logica austeritaria, neoliberista, ordoliberista e neodarwiniana che presiede all’impoverimento e sfruttamento dei paesi sub-sahariani (e quindi alla spinta a emigrare) è la stessa che presiede all’impoverimento e alla desertificazione industriale dell’Italia e di tutta l’Europa meridionale portati avanti dall’asse franco-tedesco (impoverimento e desertificazione che spingono i nostri giovani a emigrare). Probabilmente è vero: non sono gli immigrati ad avere contribuito ad abbassare i salari dei lavoratori italiani e ad indebolirne le tutele sociali. È stato il ceto dominante italiano liberale e azionista, attraverso golpe vellutati e con la sbavante complicità dei neo-convertiti al liberismo, al rigore  e al mercato, i nipotini deformi di Togliatti e Gramsci.
In questa storia di sfruttamento e spostamento coatto di popoli c’è chi persegue attivamente obiettivi e agende globali (vedi quiqui e qui), chi si inserisce di buona voglia in questi progetti (vedi quiqui, e qui), chi perseguendo politiche ondivaghe e di piccolo cabotaggio (vedi qui), chi si pensa tanto tanto astuto e pensa di poter torcere a suo vantaggio tali processi sostituendo i non conflittuali italiani con i più conflittuali (in prospettiva) immigrati, chi tiene ben ferma la barra dei valori universali dell’accoglienza senza se e senza ma e col dito giudicante e accusatorio puntato (vedi qui), chi non gli sembra vero di poter riconquistare la guida (sic!) di questo paese cavalcando sentimenti di insicurezza, insofferenza e stanchezza nei confronti di condizioni che diventano sempre più pesanti anche a causa del sempre maggior numero di immigrati e infine chi semplicemente quei progetti li subisce e ne sopporta tutto il peso, immigrati nativi.
Ora facciamo un esperimento mentale e poniamoci la domanda: cosa rimane da fare in questo contesto di capitalismo selvaggio e rinnovato imperialismo e neocolonialismo occidentale a chi in occidente si ostina a difendere il lavoro nei confronti di un capitale autodistruttivo, psicopatico e cocainomane? Se l’immigrazione e la destrutturazione di ogni qualsivoglia organizzazione comunitaria, che siano quelle di provenienza degli immigrati che quelle di arrivo, avviene come necessaria e ricercata conseguenza dell’ingabbiamento di economie dal diverso livello di sviluppo in schemi rigidi votati alla convergenza attraverso la concorrenza e la libera circolazione di capitali, mezzi e forza-lavoro; se tutto ciò è vero, allora, cosa resta da fare a una forza politica che voglia rappresentare il mondo del lavoro, il suo benessere, il benessere di una comunità in un contesto complessivo di giustizia sociale ed eguaglianza?
A me viene in mente una unica e semplice risposta: recuperare la sovranità nazionale e popolare, chiudere e ristabilire i confini e i controlli di ciò che passa attraverso tali confini, merci, capitali e uomini. Una sinistra che recuperi i concetti di classe e di lotta di classe (quei concetti che i padroni non hanno mai dimenticato e smesso di praticare) non può fare altrimenti. Una tale sinistra che si proponga come forza di governo per salvare l’Italia e, nel suo piccolo, il mondo dall’imbarbarimento capitalistico non può
lasciare nelle mani degli industriali la gestione dell’afflusso e del reclutamento della manodopera (A. Barba, M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, pag. 134)
Sì, perché, a dispetto delle sinistre moderniste, antagoniste, universaliste e umanitarie,
l’ostilità del lavoro dipendente indigeno all’immigrazione, la dimensione più immediata e “fisicamente” percepita della mondializzazione, ha di fatto determinato il suo distacco definitivo dalla cosiddetta sinistra del continente. (idem, pag. 133)
Queste cose le aveva capite il partito comunista francese che alla fine degli anni Settanta e durante la campagna presidenziale del 1981 (quella che porterà alla vittoria Mitterand) insistette
sulla questione, cogliendo ogni occasione per difendere le condizioni di vita dei salariati francesi sempre più compromesse dalla presenza dei «moderni schiavi, super sfruttati e sottopagati». Ma i comunisti si ritrovarono completamente isolati. La stampa, tanto di destra che di sinistra …, insieme a schiere di intellettuali e artisti, fecero a gara nel denunciare «il razzismo del Pcf». … Marchais fu ridicolizzato e insultato e … il Pcf capitolò, rinunciando a combattere l’immigrazione … (idem, pag. 141)
Questa capitolazione
difficilmente avrebbe potuto prodursi se già da diversi anni la maggior parte della cultura francese di sinistra non avesse cessato di riconoscersi nell’analisi di classe della società (idem, pag. 113)
e se non si fosse verificato un
progressivo allontanamento della cultura di sinistra dall’analisi marxiana dei fenomeni sociali. (idem, pag. 113)
ampiamente agevolato e sfruttato dai servizi segreti americani (la fonte è ancora una volta il blog di Bill Mitchell, che vi consiglio di seguire con costanza).
Ciò che la sinistra modernista e antagonista, antinazionalista e globalista, antirazzista e multiculturalista, cosmopolita e meticciara non capisce è
Il fatto che tra lavoratori indigeni e lavoratori immigrati non può esserci che concorrenza e conflitto quando i secondi siano disposti ad accettare salari e condizioni di lavoro e di vita inaccettabili per i primi. Tutta la storia del capitalismo mostra in modo chiaro che tra lavoratori di diversa provenienza e coscienza di classe non può esservi alcuna unione o solidarietà. (idem, pag. 142)
Ecco perché sono contro una immigrazione incontrollata e selvaggia e contro il supposto diritto a immigrare: perché sono strumenti efficacissimi nelle mani del capitale per dominare, controllare, dividere e sfruttare più facilmente i salariati.
E in alternativa non si tratta di “aiutarli a casa loro”, ma di mettere le briglie in casa nostra a quel capitale che ci sta facendo il culo (scusate, volevo essere esplicito ed espressivo), a noi e a loro che arrivano tutti contenti con i loro bei smartphone col sogno illusorio di partecipare anche loro al “grande consumo”. Citando per l’ultima volta Barba e Pivetti
vi sono forme diverse dall’ “accoglienza fraterna” degli emigrati per esprimere la solidarietà di classe nei confronti dei lavoratori dei Paesi mano sviluppati. Opporsi … a ogni forma di aiuto a quei Paesi che non sia subordinato al perseguimento effettivo di politiche di crescita dell’occupazione e rivendicare l’erezione di barriere doganali contro le importazioni da Paesi ad infimo costo del lavoro sono due forme concepibili di tale solidarietà. (idem, pag. 143)

* Fonte: Pensieri provinciali 

mercoledì 8 giugno 2016

I MIGRANTI E IL CONTO TRAGICO DELLA STORIA di Alberto Negri

[ 8 giugno ]

«Per affrontare i flussi migratori bisogna capire il problema. Se il Mediterraneo continuerà a essere una tomba liquida dei profughi la colpa non sarà soltanto delle guerre e delle disastrose condizioni dei Paesi africani e del Medio Oriente. Questa è una parte della storia, al momento preponderante, ma non è tutta la storia. È una questione politica e di sicurezza che investe tutta l’Europa e l’Occidente, Stati Uniti e Nato compresi.

La tragedia ha la misura devastante di un conflitto di portata epocale che rimanda non solo a cifre ma anche a dimensioni umanitarie che non si vedevano dalla seconda guerra mondiale, con una violenza enorme esercitata su esseri umani indifesi. Questa non è soltanto una fuga dalle guerre e dalla povertà: è il conto che ci presenta il fallimento della redistribuzione delle ricchezze a livello globale, è l’ingiustizia mondiale che bussa alle porte di casa.

Sigillata la rotta balcanica, dal Sud arrivano gli africani: tra il 2010 e il 2015 ne sono sbarcati due milioni con un incremento del 10% rispetto ai cinque anni precedenti. Da dove vengono? Da un continente che è un sorta di rebus demografico ed economico. Da qui al 2050 la popolazione potrebbe raddoppiare raggiungendo i 2,4 miliardi di persone prima di assestarsi nel 2100 intorno ai quattro miliardi.


Queste proiezioni dell’Onu sconvolgono le prospettive di sviluppo. Il rapporto dell’African Development Bank prevede che il tasso medio di crescita del Pil quest’anno si manterrà intorno al 4,5 per cento. A prima vista una performance notevole ma se si guarda al Pil pro capite la crescita scende all’1,6% nell’Africa subsahariana, dove oltre alla povertà si estende la destabilizzazione del terrorismo islamico e una violenza urbana diffusa.

Non basta la missione Eunavfor, non sono sufficienti le dichiarazioni del presidente della Commissione europea Juncker sugli Stati che non collaborano alla redistribuzione dei profughi e le reprimende all’Italia. «Non riesco a credere che un continente come l’Europa di 500 milioni di abitanti non sia in grado di accogliere 2 milioni di profughi», ha detto qualche giorno fa.

Eppure è così che stanno le cose, anzi peggio, perché i numeri potranno essere a breve molto più alti.
Cosa vogliamo fare? L’anno scorso in Italia sbarcarono 150mila profughi, i luoghi di accoglienza sono sottodimensionati e lo stesso quadro legislativo non è adeguato, soprattutto quando sono i minori ad arrivare, sempre di più: un aumento del 170% rispetto all’anno scorso. Ci dobbiamo mettere a regime per affrontare la gestione di migliaia di persone ma anche l’Unione europea non può continuare a voltare la testa dall’altra parte.


Non siamo di fronte a un’emergenza, anche se ne ha tutte le caratteristiche, ma a una crisi di lungo periodo e non illudiamoci che si possa esportare domattina lo sviluppo per limitare le migrazioni: è un’idea vecchia, balzana quasi quanto l’export della democrazia con la guerra di Bush junior. L’Africa, 54 nazioni, conta per meno del 2% del commercio mondiale e per l’uno per cento della produzione industriale globale. Se vogliamo sostenere gli africani abbassiamo i dazi sulle importazioni, il che significa dare più del fondo fiduciario da 1,8 miliardi proposto al vertice di Malta, in discussione a Bruxelles con il migration compact italiano.

Se si sono varate risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu per fare la guerra a destra e manca, formando nel tempo coalizioni di “volonterosi” per abbattere questo o quel regime, si dovrebbe costituire anche una “grande alleanza umanitaria”. Serve un summit operativo sulle migrazioni al quale devono partecipare anche la Nato, gli Usa e gli alleati dell’Occidente, Onu inclusa, dove i leader escano con impegni precisi: chi si rifiuta deve essere colpito da sanzioni non da procedure che fanno ridere i polli. I Paesi dell’Est sono i più riottosi: smettano di chiedere di spostare la Nato per contrastare la Russia e pensino alla vera emergenza che abbiamo di fronte.


E non bisogna storcere troppo il naso quando i libici di Tripoli si mostrano disponibili a rimettere in vigore l’accordo del 2009 con l’Italia: si è negoziato con Erdogan, bisogna farlo con la Libia se si vuole fermare i traffici umani. Francesi, egiziani, Emirati, sostengono il generale Khalifa Haftar in concorrenza con il governo di Tripoli che boicottano costantemente: si prendano dunque le loro responsabilità anche per i morti in mare.

Una rilievo geografico che è pure politico: i migranti non muoiono soltanto nel Canale di Sicilia ma anche sulle coste libiche. Affermare che le tragedie avvengono sempre nel Canale di Sicilia appare strumentale a circoscrivere il dramma e a darne una connotazione locale: l’Europa e gli Stati Uniti, con la loro potenza militare ed economica, devono capire che questa non è la nostra vasca da bagno dove affogano essere umani».

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