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lunedì 25 marzo 2019

CLIMA 2: QUELLI CHE NON SE LA BEVONO di Leonardo Mazzei

[ 25 marzo 2019 ]

Nel nostro precedente articolo abbiamo cercato di mettere una pulce nell'orecchio su uno dei diversi motivi - certo non l'unico - che possono spiegare l'attuale narrazione catastrofista sul clima: il nucleare. Che non si tratti affatto di un'ipotesi strampalata, ce lo dimostra l'iniziativa intrapresa da Bill Gates, segnalataci da un nostro lettore (Filippo), e prontamente messa in luce da sollevAzione.
L'articolo, come altri precedenti interventi (leggi qui e qui) ha suscitato un certo interesse e diverse critiche. E' giusto e naturale che sia così. Da parte nostra siamo partiti da un'unica certezza: che non ce la stanno raccontando giusta.


In questo secondo articolo avrei voluto iniziare ad entrare nel merito, spiegando le ragioni per cui penso che in materia di "cambiamento climatico" le bufale interessate siano di gran lunga superiori ai pur legittimi motivi di preoccupazione. Lo farò invece nel prossimo intervento, perché prima bisogna fare chiarezza su un luogo comune che va spazzato via: quello — presente in molti commenti, e comunque diffusissimo nei media e nell'opinione pubblica — secondo cui nella comunità scientifica non vi sarebbero incertezze sulla teoria del "Riscaldamento Globale Antropogenico" (AGW l'acronimo in inglese).

Secondo questa tesi ad avanzare dubbi sarebbero soltanto complottisti svitati ed incorreggibili, lobbisti del settore petrolifero, od ignoranti perfetti semplicemente ignari dell'imminente catastrofe. Ovviamente chi scrive non è un climatologo, come non è tantissime altre cose. Ma, a parte il fatto che anche la stragrande maggioranza di chi è certo del "cambiamento climatico" non ha spesso competenza alcuna, è forse un male provare a ragionarci su? Se la "Verità" ci viene oggi da una sedicenne svedese, avremo anche noi almeno il diritto di dire ciò che si pensa?


In ogni caso — e questo è l'oggetto dell'articolo — non è affatto vero che sul "riscaldamento globale" il mondo della scienza sia unanime. E' vero, invece, che gli scienziati che dissentono dalla narrazione ufficiale hanno subito un po' tutti un graduale processo di marginalizzazione. Insomma, il "pensiero unico" non scherza. Ed il potere economico e politico che lo sostiene ancor meno. Ma tutto ciò è naturale, basterebbe solo non negarne l'evidenza.

Un piccolo esempio


Voglio partire da un piccolo esempio su come vengono date certe notizie. Scrive un nostro lettore — Pugacev — che: «il dibattito sul contributo o meno delle forzanti antropogeniche al cambiamento in atto è tale solo al di fuori della comunità dei ricercatori in materia». Un'affermazione apodittica, basata su un'analisi del consenso scientifico attorno alla tesi dell'AGW, compiuta da un gruppo di ricercatori di università nord-americane, inglesi ed australiane. Un metodo, quello del "consenso", peraltro assai discutibile, dato che la verità scientifica non dovrebbe esser decisa a maggioranza. Ma lasciamo perdere, che qui c'è una questione ancor più grossa.

Secondo Pugacev — ma la sua è l'esatta interpretazione ufficiale dello studio in oggetto — proprio non vi sarebbero dubbi su quel che pensano gli scienziati. Del resto la conclusione dello studio, da lui citata, proprio non lascerebbe scampo: 


«Il numero di articoli che negano l'RGA (acronimo in italiano dell'AGW, ndr) è una proporzione minuscola della ricerca pubblicata, la cui percentuale decresce leggermente nel tempo. Tra gli articoli che esprimono una posizione sull'RGA, una percentuale schiacciante (97,2%, basata sull'autovalutazione, il 97,1% basata sull'analisi degli abstract) supporta la posizione condivisa sull'RGA».
Insomma 97 a 3, ma di cosa volete discutere? Così vorrebbe farci intendere tutto il circo mediatico, ricordandoci questo punteggio da partita di rugby tra Nuova Zelanda e San Marino. Ma stanno così le cose? Assolutamente no. Ed a dirlo non siamo noi, ma lo stesso studio arrivato a quelle conclusioni. Il che è vagamente surreale, ma forse anche istruttivo di come procede talvolta la scienza.

Leggetevi attentamente lo studio (per i più pigri è sufficiente l'abstract) e capirete il perché quella conclusione è nella sostanza semplicemente falsa. Nella sostanza, perché invece la forma l'hanno ovviamente salvata. Ma proprio qui sta il trucco.

Vediamo di che si tratta. Lo studio ha analizzato il consenso alla teoria dell'AGW nella letteratura scientifica sottoposta a peer review (la cosiddetta "revisione paritaria"). Sono stati esaminati 11.944 abstract relativi ai temi "cambiamento climatico globale" e "riscaldamento globale". Il risultato è che il 66,4% degli abstract non ha espresso alcuna posizione sull'AGW, il 32,6% si è espresso a favore, l'1% contro.

Dunque, solo il 32,6% si è detto esplicitamente convinto della teoria, mentre nulla sappiamo di ciò che pensa la maggioranza assoluta del 66,4% che ha preferito non esprimersi. Ora, qui non può valere il principio del "chi tace acconsente", che è invece la "spiegazione" che gli autori dello studio forniscono al punto 4, nel tentativo di nascondere un certo imbarazzo. Se ricercatori che si sono applicati non al tema del clima in generale, ma a quello più specifico dei "cambiamenti climatici", hanno ritenuto di non esprimersi neanche con una parola sulla teoria dominante qualche ragione ci sarà. Certo, come sostiene lo studio, qualcuno l'avrà fatto perché ritiene la teoria scontata, ma qui stiamo parlando dei due terzi esatti degli articoli scientifici esaminati! Ragionevole pensare, dunque, che molti altri abbiano invece dei forti dubbi sulla teoria dell'AGW, che altri ancora ritengano comunque l'incidenza delle attività umane minima, che in tanti (anche tra chi ha espresso il suo consenso) pesi la paura di finire in qualche "black list" capace di interromperne la carriera.

In ogni caso la conclusione dello studio, dunque anche la notizia, avrebbe dovuto essere che la maggioranza dei ricercatori non ha ritenuto di esprimersi sulla teoria dell'AGW. Ed invece, conclusione e notizia, hanno sintetizzato il tutto con l'azzittente 97 a 3 che ci ricorda anche l'esito di certe elezioni in Bulgaria. Complimenti vivissimi a cotanta obiettività!


Chi critica la teoria dell'AGW? 


Passiamo ora dai numeri alle persone. Chi sono i pericolosi soggetti che s'arrischiano a contestare la "Verità assoluta" dell'AGW, quelli cioè che non se la bevono, quelli che vengono etichettati come "negazionisti" dalla macchina del fango del "politicamente corretto"? Magari molti si aspetteranno di trovarvi i sostenitori delle scie chimiche, o (oggi è più di moda) gli adepti di qualche setta terrapiattista. E, invece, vi troveranno un numero insospettabile di autorevoli scienziati, sia a livello mondiale che nazionale.

Scienziati che non negano i "cambiamenti climatici", ma li ritengono in larghissima misura come il frutto di fattori naturali, non antropici. Scienziati che in ogni caso mettono in guardia dal catastrofismo, che contestano le metodologie dell'IPCC [
Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico - Intergovernmental Panel on Climate Change]. Scienziati che denunciano il potere dei soldi, nonché l'influenza degli interessi politici, in ambito scientifico. Scienziati dunque pericolosi.

Naturalmente, chi scrive — pur condividendo tutte le messe in guardia di cui sopra — non sottoscrive ogni affermazione di costoro. Anche perché, pure nel campo dei critici del "riscaldamento globale", esistono, com'è giusto che sia, approcci e posizioni diverse.

Tuttavia una cosa è certa: gli scienziati che si dissociano dalla teoria dominante non sono certo un piccolo drappello. Vi sono premi Nobel, fisici di primissimo livello ed autorevoli climatologi.



Una breve rassegna a livello internazionale 


Partiamo dal Nobel per la Fisica 1973, il norvegese Ivar Giaever. Pur essendo stato tra i 70 Nobel che nel 2008 avevano pubblicamente appoggiato l'elezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti, egli così diceva nel 2015 all'inquilino della Casa Bianca a proposito delle sue posizioni sul clima: «Scusami mr President, ma hai torto, completamente torto».

Secondo il fisico «il global warming è diventato una nuova religione, non se ne può discutere, è una verità incontrovertibile, è come una Chiesa». E proprio a causa del concetto di "incontrovertibilità", espresso dall'American Physical Society, Giaever si è dimesso nel 2011 da quell'associazione.

Ma torniamo al suo discorso del 2015, tenuto al Lindau Nobel Laureates Meeting. Dopo aver messo in discussione l'adeguatezza dei sistemi di rilevamento delle temperature, così si è rivolto all'allora presidente americano: 


«Obama ha recentemente dichiarato che nessuna sfida pone un pericolo maggiore per le generazioni future del riscaldamento globale. Questa è un’affermazione ridicola. Gli Stati Uniti probabilmente uccidono quotidianamente centinaia di persone, hanno probabilmente ucciso mezzo milione di persone nelle guerre degli ultimi dieci anni ed il problema maggiore che affronta Obama sono i cambiamenti climatici? Come può affermare una cosa del genere? Voglio dire questo ad Obama: mi scusi signor Presidente ma lei si sbaglia! Si sbaglia terribilmente!».
Prima di Giaever, un altro importante fisico - Harold Lewis — si era dimesso dall'American Physical Society. Degni di nota i motivi del suo attacco all'associazione. Segnalando l'insabbiamento dello scandalo del "climategate" (ne riparleremo), Lewis denuncia i condizionamenti economici alla ricerca scientifica:
«Come sono cambiate le cose, ora. I giganti non calcano più la terra, e i flussi di denaro sono diventati la raison d’être di molta della ricerca fisica, il sostentamento vitale di una sua porzione ancor maggiore, e forniscono il sostentamento ad un indicibile numero di occupazioni professionali. Per ragioni che diverranno presto chiare, quel mio orgoglio di essere stato per tutti questi anni un Membro dell’APS è stato trasformato in vergogna, e sono costretto, senza alcun piacere in questo, a rassegnare le mie dimissioni dalla Società. Naturalmente è stata la frode del riscaldamento globale, con le (letterali) migliaia di miliardi di dollari che la alimentano, che ha corrotto così tanti scienziati e ha governato l’APS come un’onda anomala. Si tratta della più grande e riuscita frode pseudoscientifica che abbia mai visto nella mia lunga carriera di fisico. Chiunque abbia il minimo dubbio su questo, dovrebbe costringersi a leggere i documenti del ClimateGate, che parlano chiaro… Non credo che un vero fisico, un vero scienziato, possa leggere quella roba senza un senso di repulsione. Di quella repulsione farei quasi la definizione della parola ‘scienziato'».
Richard Lindzen è uno dei più autorevoli climatologi al mondo. Dopo aver partecipato ai lavori dell'IPCC (è l'autore del capitolo 7 del Terzo rapporto - 2001), è diventato un critico severo della teoria del "global warming". «Se la Terra scotta non è colpa nostra», è il titolo di una sua intervista rilasciata a Tuttoscienze, l'inserto scientifico de La Stampa, il 26 settembre 2007.  Rispondendo a Gabriele Beccaria, Lindzen polemizza col pensiero unico che si è imposto — «molti scienziati che la pensano come me tacciono perché hanno paura di perdere fondi e credibilità» —, denuncia che i modelli utilizzati sono sbagliati, afferma che i rapporti dell'IPCC nessuno li ha mai letti per intero.

Che la Terra si scaldi è vero, egli ci dice. E le emissioni prodotte dalle attività umane hanno dato un contributo, ma le paure diffuse sul "cambiamento climatico" non sono giustificate: 


«Ciò che in tanti, e anche molti scienziati, non capiscono è che l'unica certezza che abbiamo sul clima è che sta cambiando. La Terra, però, si è sempre scaldata e raffreddata di qualche decimo di grado ogni anno. E, se si studia la storia del Pianeta, si nota che non c'è mai stata una temperatura "perfetta". Gli allarmi si basano su un falso assunto... Che viviamo in un mondo perfettamente stabile. Così si elaborano previsioni sul 2040 o sul 2100, costruendole su lunghissime catene di eventi, che diventano sempre più imprevedibili via via che i tempi si allungano. E alla fine l'attendibilità è pari a zero».
Naturalmente, i nomi citati sono solo alcuni dei più importanti. In realtà, il numero degli scienziati critici, pur rimanendo una minoranza rispetto ai sostenitori del "riscaldamento globale", è piuttosto elevato. Un'opposizione che ha dato vita a diversi appelli. Tra questi ricordiamo l'Heidelberg Appeal (1992), firmato da oltre 4mila scienziati, tra i quali 72 premi Nobel, seguito nel 1995 dalla Dichiarazione di Lipsia. Ma l'appello più noto è quello conosciuto col nome di Oregon Petition, sottoscritto da oltre 31mila scienziati.

L'autorevolezza scientifica dei promotori e dei firmatari di questi appelli è stata sempre messa violentemente in discussione dai sostenitori del "riscaldamento globale", i quali denunciano la natura lobbistica — a favore delle fonti fossili — di quelle iniziative.

Personalmente mi sento di dire tre cose in merito a tutte queste polemiche. La prima, è che se certo non si può giurare sull'autorevolezza (e sull'"innocenza") di tutti i firmatari, è assai evidente la presenza tra di essi di scienziati di primissimo piano. La seconda, è che se tra di loro vi sono certamente dei lobbisti, la stessa cosa può dirsi anche di esponenti del fronte avverso. La terza — per me assai importante — è che il contenuto di quegli appelli è effettivamente improntato ad una visione produttivista e sviluppista che non fa i conti con la devastazione ambientale che il pianeta sta subendo.

Dunque, per quanto mi riguarda, quegli appelli dicono cose giuste, laddove mettono in guardia dal catastrofismo, ricordandoci i cambiamenti climatici da sempre avvenuti, ma propongono una critica alla teoria del "global warming" che rischia di essere controproducente. Una critica probabilmente giusta sul piano scientifico, ma motivata con un apparato concettuale di tipo "progressista" che rischia di portarci completamente fuori strada.

Questa almeno è la mia opinione. Quel che qui ci interessa dimostrare è però un'altra cosa, e cioè che nel mondo scientifico il consenso alla teoria dell'AGW è tutt'altro che unanime. Un quadro che troverà conferma spostandosi dal livello internazionale a quello italiano.



La "sorpresa" italiana


Venendo all'Italia "scopriremo" essenzialmente tre cose, tutte assai significative. La prima, la più nota, è la netta opposizione alla teoria dell'AGW di due fisici molto conosciuti anche dal grande pubblico (Carlo Rubbia ed Antonino Zichichi). La seconda sta nel giudizio tagliente di uno dei più famosi divulgatori scientifici (Roberto Vacca). La terza, la più importante, risiede nella forte critica alla teoria dominante di due illustri scienziati (Guido Visconti e Franco Prodi), sicuramente due tra i migliori climatologi del nostro Paese. Insomma, in Italia il fronte critico è piuttosto forte, ma tutto ciò può risultare del tutto sorprendente ad un'opinione pubblica quotidianamente bombardata h24 dal partito unico del "global warming".

Su Rubbia Zichichi la facciamo breve. Ovviamente, anche nel loro caso, non tutto ciò che dicono è condivisibile. Ma stiamo pur sempre parlando di un premio Nobel per la Fisica (1984) e dell'ex presidente della Società Europea di Fisica. Liquidarli perché non sono dei climatologi, o peggio, in virtù della loro non più tenera età (come pure ci è capitato di leggere ed ascoltare), pare davvero troppo. Anche perché il peso dell'esperienza andrebbe sempre considerato.

Di Zichichi va segnalato in ogni caso un concetto. «Si facciano leggi che puniscano severamente l'inquinamento senza confondere i veleni con le problematiche climatologiche, come sono CO2 ed effetto serra», risponde a Nicola Porro che lo intervista nel 2015. Ecco, questo è il concetto chiave che condividiamo: una cosa è l'ambiente (e la necessaria lotta per preservarlo e migliorarlo), altra cosa è il clima, spesso chiamato in causa del tutto a sproposito.

Veniamo adesso a Roberto Vacca. Affrontando con prudenza il tema già nel 2005, così scriveva


«E' strano che queste teorie siano state accettate così largamente, dato che solo il 15% dell'effetto serra dipende dal CO2 (predomina nettamente l'effetto del vapore acqueo e anche il metano ha un effetto sensibile). L'argomento è critico: esiste davvero un rischio grave? I pareri sono divisi».
Questa prudenza viene decisamente abbandonata nel 2013, quando affermerà che: 
«Quando parliamo del clima tutte le storie che raccontano sul riscaldamento climatico causato dall'azione degli uomini sono profondamente sbagliate. Non c'hanno capito niente». 
Ora qualcuno obietterà che Vacca è "solo" un divulgatore scientifico, sicuramente bravo e simpatico ma nulla più. Ci permettiamo di dissentire profondamente, dato che il suo approccio scientifico — nel tentativo «di capire chi abbia ragione tra tanti esperti in disaccordo», egli dice» — ci pare decisamente serio.

Dopo Rubbia, Zichichi e Vacca, arriviamo adesso ai climatologi. Guido Visconti, intervistato nel 2011 sulle cause delle alluvioni di quell'anno, così si esprimeva su Rai Televideo
«Quella dei “cambiamenti climatici” è ormai una questione politica, perché evidenze scientifiche non esistono. Per stabilire se sta cambiando o meno il clima in una certa regione dobbiamo fare delle medie su 50 anni. L’unico dato certo, solido, è che la temperatura è aumentata di frazioni di grado in 50 anni. Il resto sono tutte illazioni: chi la gira in un modo, chi in un altro, ma di fatto non esiste nessuna prova scientifica che ci siano variazioni nel regime delle piogge o delle nevi».

Alla giornalista che insiste, chiedendo se è dunque il surriscaldamento del pianeta la causa dell'abbondanza di quelle piogge, Visconti così risponde: 

«Questo non si può dire. Anche se la temperatura è cambiata in 50 anni di tre decimi, quattro decimi di grado, non significa che poi questo si ripercuota sul regime delle piogge e su tutto il resto. Questo è opinabile. Oggi, ripeto, i dati certi sono: a) la variazione di temperatura; b) la riferibilità delle modificazioni termiche agli ultimi 50 anni. Il resto ribadisco sono illazioni. Tenga conto che quello che muove gli scienziati è l’ambizione personale e sono i soldi. Aggiunga questo aspetto ed ha un quadro perfetto della situazione».
Parole chiare e pesanti quelle di Guido Visconti, pronunciate da uno scienziato sulla cui autorevolezza ci pare assai difficile discutere. Le stesse caratteristiche di un altro climatologo, Franco Prodi.

Prodi, allora direttore dell'Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima del CNR  ebbe una discreta notorietà nel 2007, quando criticò duramente l'allora ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio per aver organizzato in maniera cialtronesca una conferenza sui "cambiamenti climatici". «La Conferenza sui cambiamenti climatici? Non ha avuto nulla di scientifico. Non hanno invitato nessuno scienziato e hanno sbagliato a leggere i dati», disse allora Prodi. E la cosa fece scalpore, perché si trattava in fondo del fratello di quel Romano Prodi che, essendo a quel tempo presidente del consiglio, di Pecoraro Scanio era pur sempre il diretto superiore... 

Dopo questo gustoso aneddoto andiamo adesso al succo di quel che pensa Prodi (Franco). Di lui scrive Il Foglio che: 
«Non è facile trovare chi lo critichi apertamente, la sua posizione non allineata al vangelo del global warming mette in difficoltà chi ne stima le capacità lavorative. I suoi detrattori al limite lo liquidano con un “è bravo, ma minoritario”».

La denuncia di Franco Prodi


Un condensato delle sue opinioni lo troviamo in un'intervista a La Repubblica del 2011, della quale è utile riportare di seguito alcune decisive affermazioni.

«Mi vuole chiedere se esistono ancora le mezze stagioni? Spero di non deluderla affermando che in questi cinquant’anni il clima in Italia è cambiato davvero poco. Chi studia queste cose rileva un leggero aumento della pioggia che proviene dalle nubi temporalesche, i cosiddetti rovesci, mentre complessivamente è diminuita l’intensità  della precipitazione». «Si tratta di leggere variazioni che la memoria individuale è portata a ingigantire»E ancora: «Fatico a condividere i toni apocalittici»«Troppo spesso si dà per scontata l'entità dei cambiamenti climatici e si fa credere che si debba ragionare solo sulla mitigazione o sull'adattamento».
Interessante poi il passaggio alla politica: 

«Mi limito a rilevare che dalla fine degli anni Settanta, sotto l’egida delle Nazioni Unite, sono nati organismi che hanno finito per svolgere un ruolo che non è di loro competenza. Da questi organismi si ha notizia di che cosa succederà  nell’ambito del clima. Ma in realtà  sono organismi politici, non scientifici. Le nomine sono di carattere politico. La scienza procede secondo altre strade: non a maggioranza».
Di più: 

«Il livello di conoscenza è basso per molti aspetti. Sappiamo molto sull’anidride carbonica e sui suoi effetti di riscaldamento: si sa che è un gas serra e che è in forte e misurabile aumento. Ma sappiamo meno sul ruolo dell’aerosol, della deforestazione, dell’interfaccia clima-oceano, del calore che ci viene dall’interno della Terra. Non siamo in condizione di prevedere il cambiamento climatico futuro. È la politica internazionale o non so quali altri interessi nascosti che accreditano una conoscenza già acquisita. Ma questo fa molto male alla scienza».
Che dire? Noi saremo anche diventati dei "complottisti", ma — visto quel che dice Franco Prodi — evidentemente il cosiddetto "complottismo" ha un posto a tavola anche nella più numerosa famiglia del centrosinistra italiano!

Chiudiamo con un'altra divertente annotazione. Avrete notato come l'intervistatrice abbia chiesto a Visconti, nel 2011, un pronunciamento (che non c'è stato) sulla relazione tra "riscaldamento globale" e aumento delle piogge. La cosa dovrebbe far riflettere, perché in queste settimane la narrazione è opposta, quella secondo cui l'attuale siccità nel nord Italia deriverebbe anch'essa dal "global warming". Sulla questione, Franco Prodi, intervistato da Libero lo scorso 13 marzo, è stato lapidario. La siccità usata come prova del cambiamento climatico? «E' una bestialità».



Conclusioni


A questo punto ci possiamo fermare. Tutto si potrà dire, ma non che il dibattito sui "cambiamenti climatici" sia da considerarsi ormai chiuso. La cosa interessante, che emerge da questa breve carrellata, è che gli scienziati che non se la bevono non si limitano a puntute osservazioni di natura scientifica. Ad esse aggiungono in maniera decisa la denuncia degli interessi politici ed economici in gioco. Che forse non dovremmo tener conto di questa critica radicale al mondo della scienza, proveniente proprio da chi in quel mondo è da sempre vissuto?

Sarebbe un atteggiamento da struzzi. Se tanti scienziati vanno dritti al nodo politico, abbiamo ragione, oppure no, a farci delle domande sugli scopi della campagna catastrofista in corso? O dovremmo forse berci anche noi l'attuale narrazione, trangugiando con essa pure il cervello?

2 (continua)


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domenica 17 marzo 2019

CLIMA 1: E SE FOSSE LA LOBBY NUCLEARE? di Leonardo Mazzei

[ 18 marzo 2019 ]


Per un dibattito razionale



Questo è solo il primo di una serie di articoli che intendo dedicare alla questione del "cambiamento climatico". Il tema ormai deborda da ogni dove, e la sua rilevanza politica è fuori discussione. Proverò allora a prendere il toro per le corna, affrontando di volta in volta vari aspetti, ragionando attorno ad essi senza proporre verità assolute, spesso avanzando dubbi, talvolta mettendo la famosa pulce nell'orecchio. Il tutto partendo però da una certezza: non ce la stanno raccontando giusta.

D'altronde, se non vi fosse questa chiara percezione, tutto questo lavoro non avrebbe senso alcuno. Nessuna pretesa, naturalmente, che questa convinzione sia condivisa. So già, anzi, che in molti non saranno d'accordo. Ma andando avanti col ragionamento spero almeno che si possa aprire finalmente un dibattito razionale. Poi, se qualcuno vorrà

invece continuare a gridare al "negazionismo" faccia pure, che il termine squalifica soltanto chi lo usa.


Una precisazione


Una precisazione prima di iniziare, "Cambiamento climatico" e "riscaldamento globale" li troverete sempre tra virgolette. Questo per diversi motivi, che mi pare giusto spiegare. Le virgolette non vogliono dire che non sia in atto alcun cambiamento del clima, nessun riscaldamento (per quanto modesto) del pianeta. Esse vogliono ricordare anzitutto che questi cambiamenti sono la normalità storica, che dunque l'attuale richiamo ossessivo a queste formule si giustificherebbe soltanto in presenza di un chiaro stravolgimento dei cicli naturali. Non solo, le virgolette stanno anche a rimarcare l'uso politico, direi perfino ideologico, che viene fatto di questi concetti. Esse sono dunque lì a ricordare ad ogni passo il dissenso di chi scrive.

La giornata del 15 marzo, il cosiddetto Fridays For Future, è ormai alle nostre spalle. Poco prima di queste manifestazioni, Programma 101 ha deciso di intervenire sul tema con un proprio comunicato. A questo ed altri articoli, pubblicati in questi giorni su sollevAzione, sono seguiti numerosi commenti, alcuni dei quali piuttosto critici.

Intendiamo considerare seriamente tutte queste critiche: quella di chi ci dice che stiamo prendendo una cantonata bella e buona; quella di chi, pur ammettendo la strumentalizzazione delle èlite, ritiene che stia comunque nascendo un movimento in grado di sviluppare una critica radicale all'attuale modello di sviluppo; quella di chi, sempre riconoscendo la strumentalizzazione di cui sopra, ci dice in sostanza che allo scopo di difendere l'ambiente tutto fa brodo, pure le bufale.



Invece non tutto fa brodo



Oggi ci occuperemo solo di quest'ultima critica, apparentemente fondata e di buon senso. In fondo, si dirà, se riusciremo a ridurre la CO2 e gli altri gas serra, magari al clima non gli facciamo un baffo, però comunque la qualità dell'aria non potrà che migliorare. Dunque, se bufale narrative ci sono, esse vanno ingoiate a fin di bene.

Già, le bufale! Ora qui bisogna esser chiari. O siamo solo noi a vederle, nel qual caso accettiamo volentieri l'indicazione di un buon oculista, o le vedono anche altri. Propenderei senz'altro per la seconda ipotesi, anche se è abbastanza sconcertante vedere come in tanti sorvolino su questo aspetto, quasi che fosse del tutto secondario. Ma se le bufale ci sono, ed andando avanti ne vedremo un numero impressionante, bisognerà pur dire chi guida la mandria. E siccome tutto il sistema mediatico occidentale ha sposato senza indugio la narrazione catastrofista, sappiamo almeno chi è il conducente, che coincide appunto con i centri del potere oligarchico che quei media possiede e controlla.

Possibile che da quei Palazzi possa venire qualcosa di buono? Il sottoscritto, che pure è un inguaribile ottimista, ha una certa difficoltà a crederlo. Quali interessi si nascondano allora dietro all'attuale campagna è un tema interessante, che dovrebbe quantomeno incuriosire chiunque voglia uscire dall'attuale sistema di dominio. Non solo, chiunque abbia un qualche interesse per la verità delle cose.

A questo proposito, Programma 101 — nel testo già menzionato — ha così scritto:

«Sono tre le ragioni fondamentali per le quali l'oligarchia mondialista diffonde questa narrazione.

La prima è di carattere economico. Se la fuoriuscita dall'età del petrolio è senz'altro positiva, non possiamo però non vedere i potentissimi interessi che spingono ad ogni esagerazione possibile sul "global warming". Il capitalismo in crisi vede in questa transizione una nuova età dell'oro, ed i signori del business agiscono di conseguenza.

La seconda ragione è di carattere più generale. Da anni le èlite sanno governare solo con la paura ed il catastrofismo. Brexit? La Manica si allargherà e finirete inghiottiti nell’Oceano. Uscita dall’euro? Sarà solo un disastro. Rivedere le regole di bilancio? Farete morire di fame i vostri figli. Paura, paura, paura. E' chiaro come con la paura del domani si voglia impedire ogni lotta per il cambiamento nel presente.

La terza ragione è la più importante. La globalizzazione è in crisi, ma l'allarme climatico potrebbe essere il trucco per rilanciarla. Cosa c’è di meglio, infatti, di una narrazione che vede l’umanità sotto la Spada di Damocle del disastro climatico, per imporre ancor più una globalizzazione basata sulla necessità di un comando politico planetario? Le multinazionali, le grande banche d'affari, i principali centri del potere finanziario, remano tutti in questa direzione. Così pure le attuali èlite politiche, che eviterebbero in questo modo la gran seccatura delle elezioni nazionali».
Davvero non mi sembra poco. Ma forse a queste motivazioni di fondo se ne aggiunge un'altra più immediata e concreta.

Ma prima di arrivarci facciamo un passo indietro. Che in materia ambientale non tutto "faccia brodo" ce lo dimostra anche la vicenda del Tav. Se assumessimo il "riscaldamento globale" come il male assoluto che ci stanno raccontando; il mostro che racchiude, esemplifica ed amplifica ogni problema ecologico, è ovvio che il Tav andrebbe visto positivamente. Questo anche se dovesse spostare ben poche merci dalla gomma alla rotaia, perché anche quel poco sarebbe sempre meglio di nulla nella lotta con la terrificante prospettiva che ci stanno narrando.




Il rilancio del nucleare: non sarà forse questo il vero obiettivo?




Ma il Tav, pur se questione importante e dall'alto valore simbolico, è in fondo una cosa che interessa solo in Italia. In ballo potrebbe esservi molto, ma molto di più. E qui veniamo appunto a qualcosa che è ben più corposo di una semplice pulce nell'orecchio. Stiamo parlando del nucleare, questione che - probabilmente sbagliando - pensavamo di aver archiviato con la catastrofe della centrale atomica giapponese di Fukushima.

Ora, se si vuole rilanciare il nucleare, non c'è nulla di meglio di una terrificante campagna sulla fine della vita sul pianeta causata dalla CO2. D'altronde, se davvero noi avessimo torto, se dunque il "cambiamento climatico" avesse la natura e la portata che ci descrivono, non vi sarebbero davvero altre soluzioni di pari efficacia. L'unica via, piaccia o non piaccia (e a noi non piace proprio per nulla) sarebbe quella dell'elettrificazione integrale del sistema energetico, in parallelo con la nuclearizzazione spinta del sistema elettrico.

Ovvio che vi sarebbero anche altre possibilità, come quella - che noi sosteniamo senza indugio da sempre - delle energie rinnovabili. Ma questa via sarebbe comunque assai più lenta, mentre oggi la parola d'ordine messa in bocca a giovani inconsapevoli è solo una: "non c'è più tempo". Chiaro come con questa visione alle rinnovabili toccherebbe sì un ruolo, ma solo complementare, non sostitutivo del nucleare.


Dal punto di vista capitalistico la resurrezione atomica sarebbe una manna come poche altre. Rispetto alle fonti rinnovabili - anch'esse peraltro assai appetite dal mondo del business - col nucleare si avrebbe una straordinaria concentrazione finanziaria, politica e tecnologica. Sarebbe di gran lunga il più grande colpo mai riuscito sia per le multinazionali del settore, che per le maggiori banche d'investimento a livello mondiale.


Non mi dilungo qui sui danni all'ambiente ed alla vita prodotti dalle centrali nucleari, con centinaia di incidenti gravi accertati in tutto il mondo, oltre alle due grandi catastrofi di Chernobyl (1986) e di Fukushima (2011). Ma mentre fino a qualche tempo fa si avevano frequenti notizie di perdite radioattive un po' in tutto il mondo, dalla Francia alla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti al Giappone; adesso, da alcuni anni, tutto tace. Che le centrali nucleari siano diventate tutte (e contemporaneamente dappertutto) a prova di incidente, è cosa risibile assai. Dunque la spiegazione è un'altra: tutti gli incidenti occorsi negli ultimi tempi sono stati volutamente silenziati. Ma silenziati solo per tutelare il parco reattori ancora esistente, o anche per preparare la prossima mossa? Con ogni probabilità la seconda ipotesi è quella giusta.

Ora, è vero che il settore vive oggi una crisi evidente. Pur se con qualche importante eccezione, di nuove centrali se ne fanno ben poche in giro per il mondo, mentre i reattori fuori servizio aumentano. Guardando all'Europa, dopo che l'Italia ha abbandonato definitivamente ogni velleità nuclearista con il referendum del giugno 2011, altri Paesi (in primo luogo la Germania) hanno comunque definito piani di progressiva fuoriuscita dall'energia atomica entro qualche anno (nel caso tedesco entro il 2022). Il quadro sembrerebbe dunque quello di un declino apparentemente inarrestabile. Ma è davvero così? Talvolta le apparenze possono ingannare, mentre le illusioni della tecnica son sempre pronte a partorire nuovi imbrogli. E temiamo che il fuoco nucleare possa riemergere dalle ceneri dei suoi immani disastri proprio grazie al catastrofistico allarme sul clima.

Immaginatevi ora, dopo magari anni di bombardamento mediatico sul "riscaldamento globale", l'annuncio di un nuovo tipo di reattore, certamente presentato come qualcosa di completamente diverso da quelli precedenti, come intrinsecamente sicuro ed a prova di bomba. Immaginatevi che questa prospettiva venga subito benedetta come salvifica dalle famose istituzioni internazionali, dall'ONU all'UE, e soprattutto dal solito IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) di cui avremo modo di occuparci nei prossimi articoli. Certo, non tutti chinerebbero la testa davanti alla lobby del nucleare, di sicuro non noi, ma dopo la campagna sui "cambiamenti climatici" la resistenza rischierebbe di ritrovarsi ridotta assai.

E' questa una preoccupazione infondata, una roba da complottisti? Non lo pensiamo proprio. Certo, nessuno ha la sfera di cristallo. Tantomeno possiamo prevedere i tempi, ma l'ipotesi che qui avanziamo ci sembra decisamente plausibile, il pericolo dunque evidente.

Ecco perché insistiamo su come non sia affatto vero che in materia ambientale tutto faccia brodo. Spostando totalmente l'attenzione sul "cambiamento climatico", si rischia di non vedere più non solo i pericoli del nucleare, ma tutte le emergenze legate alle altre forme di inquinamento dell'aria (non tutti gli inquinanti sono gas serra), del suolo, delle acque (dalle sorgenti alle falde, dai fiumi al mare), del cibo, degli ambienti di lavoro. E questo mentre altri tipi di inquinamento - uno per tutti: quello elettromagnetico - trovano ben di rado spazio nei media e nel dibattito pubblico.

Ormai si parla solo di aumento della temperatura, di "eventi estremi", di "innalzamento dei mari". Questo per dirci che "siamo tutti responsabili", "tutti sulla stessa barca", mentre i veri responsabili dell'inquinamento se ne stanno tranquilli sui loro yacht più forti che mai.

Ora qualcuno dirà che la sensibilità ambientale, ormai così diffusa un po' dovunque, impedirà che il trucco nucleare che qui abbiamo ipotizzato possa un giorno realizzarsi. Speriamo che sia così, ma come esserne certi? Di sicuro buona parte del vecchio mondo ambientalista ha già saltato il fosso da tempo. In Italia colui che meglio rappresenta questo passaggio è il sig. Chicco Testa, transitato in breve tempo dalla direzione di Legambiente al ruolo di fiero lobbysta dell'industria nucleare. E qual è, da ormai un ventennio, l'argomento principe di costui? Semplice, quanto prevedibile: che il nucleare consente di ridurre il ricorso ai combustibili fossili, vero male assoluto del nostro tempo. Certo, come "ambientalista" Testa è bruciato da quel dì, ma se il "cambiamento climatico" diventa l'alfa e l'omega di ogni discorso sull'ambiente, ben presto anch'egli potrebbe tornare in auge.

A questo punto spero si sia capita la ragione per cui noi preferiamo lanciare l'allarme, denunciare l'inganno dell'attuale narrazione, cercare di individuarne i veri motivi. Attenzione dunque alle illusioni, che il dolore dei dominanti per il clima non è certo privo di interessi. Attenzione a non farsi guidare dai disegni del nemico. Attenzione a non passare dalla padella dei combustibili fossili alla brace di un nucleare che potrebbe risorgere. Attenzione!

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domenica 19 luglio 2015

USA-IRAN: INDAGINE SU UN ACCORDO STRATEGICO di Campo Antimperalista

[ 19 luglio ]

Non di solo nucleare si tratta (2) - Dopo Losanna, Vienna
L'accordo-bomba sul nucleare iraniano venne annunciato agli inizi di aprile. L'impegno era quello di perfezionarne i contenuti entro il 30 giugno. Sono state necessarie due settimane in più, ma la sostanza non cambia. Alla fine i negoziatori statunitensi ed iraniani, con il contributo attivo dei russi - le altre potenze presenti (Francia, Gran Bretagna e Germania) hanno giocato un ruolo del tutto secondario -, si sono accordati su uno scambio tra lo stop al nucleare iraniano e la fine delle sanzioni imposte a Teheran.

Ad aprile commentammo con un articolo intitolato «Non di solo nucleare si tratta», e per capire il senso dell'accordo annunciato il 14 luglio è da lì che bisogna ripartire. Non solo perché i termini dell'intesa sono rimasti sostanzialmente quelli, ma perché la sostanza di questa svolta è anzitutto politica, anzi geopolitica.

Naturalmente, il tempo trascorso da aprile è stato utilizzato per precisare dettagli importanti, soprattutto quelli concernenti il dispositivo delle ispezioni. I controlli nei siti iraniani non potranno essere immediati e senza preavviso. I tecnici dell'Aiea potranno avere l'accesso a questi impianti solo dopo un iter procedurale che potrebbe durare fino ad un massimo di 24 giorni dalla richiesta. 

In ogni caso sono evidenti le concessioni fatte dall'Iran allo scopo di mettere fine delle sanzioni. Una fine che non sarà immediata, ma che interessa anche le controparti occidentali, a partire dalle compagnie petrolifere ma non solo. E' un fatto che diversi ministri degli esteri europei abbiano già programmato una serie di visite a Teheran, nelle quali si parlerà soprattutto di affari.

Intanto nella capitale si festeggia. Ai nuovi ricchi della borghesia iraniana l'occidente piace molto. E' questa classe che ha lottato in tutti i modi per fare fuori la politica antimperialista di Ahmadinejad. Ed il passaggio da Ahmadinejad all'attuale presidente Rohani - se non proprio un "regime change", un cambio di governo assai sostanziale negli orientamenti di fondo - è stata la premessa che ha reso possibile l'accordo di Vienna. 


Un gigantesco matrimonio di interessi

Sia chiaro, non è che con questo accordo l'Iran diventi un semplice alleato degli USA. La strategia americana in Medio Oriente è in realtà assai più complessa e articolata, così come quella del governo di Teheran mira a costruire le condizioni affinché l'Iran possa affermarsi come potenza regionale. Ognuna delle due parti ha dei precisi interessi in questo accordo. Vediamoli.

Obiettivi ed interessi USA:
1. Tentare di sganciare l'Iran dall'alleanza con Mosca e Pechino.
2. Riequilibrare le alleanze in Medio Oriente.
3. Utilizzare l'Iran, specie in Iraq, in funzione anti-Isis.

Obiettivi ed interessi Iran:
1. Porre fine alle sanzioni.
2. Acquisire maggiore libertà di movimento nella regione, soprattutto in Iraq.
3. Tornare da protagonista nel mercato energetico.

Obiettivi ed interessi comuni a USA ed Iran: sconfiggere il progetto del califfato dei takfiri dell'Isis

Entriamo nel dettaglio, sempre in maniera sintetica:

a) Da parte americana i vantaggi sono essenzialmente di natura strategica. Nell'area mediorientale gli USA hanno ora un sistema di relazioni piuttosto solido con tutte le potenze della regione. Se quella con Israele rimane un'alleanza dai caratteri eccezionali, nonostante gli scontri verbali di questi giorni, noti sono i rapporti con la Turchia (membro Nato), l'Arabia Saudita e l'Egitto. A questi paesi si aggiunge ora l'Iran.

b) In questo modo l'influenza americana si allarga dal mondo arabo a quello persiano, dal campo sunnita a quello sciita. La complessa strategia obamiana, fatta di alleanze a geometria variabile, ne risulta perciò rafforzata. Questo non significa, come pensano i complottisti, che in questo modo non si muoverà foglia che la CIA non voglia. Non è più così, ammesso che lo sia stato in passato. Ma è proprio perché non è più così, perché la potenza globale degli USA si è indebolita dopo l'impantanamento iracheno, che gli USA hanno bisogno di giocare su più tavoli.

c) Un gioco che significa, ad esempio, appoggiare l'Arabia Saudita contro l'Iran nello Yemen e l'Iran contro i sauditi in Iraq. Lo scopo è quello di impedire l'affermarsi di una potenza regionale troppo forte. Nel caso specifico dell'Iraq è assai probabile che l'accordo di Vienna dia un sostanziale via libera ad un maggior impegno di Teheran contro l'Isis. Fino a dove potrà arrivare questo impegno è presto per dirlo, ma in ogni caso gli americani preferiscono che siano altri (in questo caso l'Iran) a togliergli le castagne dal fuoco. E intanto il governo di Baghdad ha annunciato un'iniziativa militare per riprendere il controllo della provincia di Al Anbar.  

d) Da parte iraniana, oltre agli aspetti strategici, contano - e non poco - quelli economici. La fine delle sanzioni comporterà per Teheran lo sblocco di una cifra oscillante tra i 50 ed i 150 miliardi di dollari, mentre nel campo petrolifero l'Iran dovrebbe arrivare entro un anno a raddoppiare le proprie esportazioni. Un incremento che potrebbe avere conseguenze pesantissime sul prezzo del petrolio. Quando si parla di aspetti economici con riferimento all'Iran non si deve pensare ad un paese del terzo mondo. L'Iran ha un'economia relativamente sviluppata (ad esempio produce un milione e mezzo di automobili all'anno, quasi quattro volte la produzione italiana), ma ha un notevole bisogno di svilupparsi. Questo anche a causa della forte crescita demografica: su 80 milioni di abitanti il 50% ha meno di 30 anni.

e) Ma ci sono anche altri elementi da considerare, certo non secondari. Visto da Teheran, e dalla parte di popolazione più filo-occidentale, l'accordo segna la fine dell'isolamento. L'Iran esce dalla lista degli "Stati canaglia", quelli messi costantemente sotto tiro dall'imperialismo occidentale.

f) In quanto agli aspetti geopolitici è chiaro che da ora in avanti l'Iran avrà maggiore possibilità di movimento su tutto lo scacchiere mediorientale. Come questa carta verrà giocata è tutto da vedere, ma il vantaggio acquisito è del tutto evidente. Diversamente non si capirebbero gli strilli di Israele ed Arabia Saudita.

Questi sono, a grandi linee, i fattori che hanno portato al gigantesco matrimonio d'interessi che si è consumato a Vienna. Un matrimonio d'interessi che potrebbe forse rivelarsi decisivo nel progetto americano di ridisegno complessivo del Grande Medio Oriente. E' presto per dire se le cose andranno veramente così, ma di sicuro il banco di prova davvero cruciale dei nuovi rapporti tra USA ed Iran sarà la Siria.

In Siria niente fa pensare che il conflitto possa avviarsi ad una soluzione in tempi brevi, né gli attori che si combattono sul terreno sono semplici marionette dell'una e dell'altra parte. Proprio per questo un tentativo di compromesso in Siria sarebbe la prova provata della costruzione di nuovi equilibri in Medio Oriente. Nuovi equilibri che ad oggi restano fortemente contrastati nel Congresso e nell'intero establishment americano.

Dagli accordi di Vienna i cosiddetti "falchi", quelli che sono stati definiti nel decennio scorso "neocons", escono sconfitti. Così come, in Iran, esce sconfitta la componente dichiaratamente antimperialista. Negli Stati Uniti ha vinto la linea del divide et impera, quella che punta a giocare sulle divisioni nell'Islam, piuttosto che su una fallimentare "Guerra di civiltà" modello Bush jr.

Vedremo nel tempo quanto questa vittoria si rivelerà solida. Nel 2016 si terranno le elezioni presidenziali e non è certo da escludersi una nuova svolta in senso "bushista" della politica estera americana. E' esattamente su questo che punta Israele, che sa anche di poter giocare su una potente lobby sionista all'interno degli USA.


Conclusione

L'accordo USA-Iran è certamente un fatto di grande rilevanza, una vera svolta negli equilibri mediorientali, anche se prima che se ne vedano tutti gli effetti dovrà passare del tempo. Intanto vedremo cosa accadrà sul banco di prova iracheno. Poi vedremo la reazione saudita e quella delle altre potenze sunnite (Turchia, Egitto).

Quel che è certo è che dell'asse anti-imperialista Teheran-Damasco-Beirut resta ormai solo l'ombra. La Grande Guerra Mediorientale si svolge lungo profonde faglie religiose e settarie, che si intersecano con gli interessi delle potenze regionali e con quelli dell'imperialismo occidentale. All'interno di quest'ultimo, gli USA - anche grazie agli accordi di Vienna - confermano la loro assoluta preminenza.

I movimenti e le resistenze antimperialiste, come quella palestinese e quella di Hezbollah in Libano, si trovano ad agire in questo complicato ginepraio. A loro deve andare il massimo sostegno degli antimperialisti, così come va sostenuta la lotta dei guerriglieri Houthi per uno Yemen libero e indipendente.


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