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lunedì 9 ottobre 2017

O IL PIL O LA VITA di Mauro Pasquinelli

[ 9 ottobre 2017 ]

La sopravvivenza del sistema capitalistico è legata a doppio filo alla trasformazione delle nostre menti, dei nostri corpi e dei nostri organi interni in cestino della spazzatura dell'industria culturale ed alimentare. 

I nostri corpi non hanno un anima, servono solo a raccogliere spazzatura sotto forma di consumo.

Più siamo insoddisfatti, più consumiamo, più il capitale gioisce. L'infelicità collettiva fa crescere il PIL (prodotto interno lordo) par...ametro con cui tutti i nostri politici misurano il successo delle loro azioni.

Più' ci ammaliamo di cancro più se la ridono le industrie farmaceutiche. 
Le malattie fanno crescere il PIL...

Più inquiniamo più saltano di gioia le industrie del petrolio e del disinquinamento. 
La devastazione dell'ambiente fa crescere il PIL.

Più facciamo guerre più esultano i fabbricatori di bombe e gli industriali del cemento. 
La guerra fa crescere il PIL...

Più guerre scateniamo più migranti ed affamati danno l'assalto ai nostri paesi concedendosi per un salario di fame. 
I migranti fanno crescere il PIL...

Più tecnologia sviluppiamo più persone gettiamo sul lastrico e nella precarietà. Disoccupazione e precarietà fanno crescere il PIL...

Più ansie ed insicurezze collettive più lavoro per psicologi, per fiction televisive, per i Barbara d'Urso e i venditori di fumo. 
Le ansie fanno crescere il PIL...

Più delinquenti e criminali, più lavoro e profitti per le mafie e le carceri privatizzate, per giudici e avvocati, per xenofobi e politici da strapazzo. 
Le mafie fanno crescere il PIL...

Più siamo soli più ci rifugiamo nella tastiera e nei "social media" alla ricerca di un senso da dare alla nostra breve esistenza. 
La solitudine fa crescere il PIL...

Più le merci hanno breve vita e muoiono alla scadenza dettata da mode ridicole e pubblicità pervasiva, più spazzatura sommergerà il pianeta. 
Moda, pubblicità e rifiuti fanno crescere il PIL.

Potremmo continuare all'infinito. 

Tutto è razionalmente calcolato per fare delle disgrazie individuali e collettive il motore della vita economica. Il malessere sociale è il principium movens che anima il sistema economico in cui viviamo.

Il tempo sta per scadere. L'orologio della natura sta suonando il gong finale. Si avvicina il giorno in cui gli umanoidi dovranno svegliarsi e decidere: o il PIL capitalistico o la vita, o dare un un senso ai nostri giorni o una apocalittica barbarie.

giovedì 3 dicembre 2015

DOPO LA "RIPRESINA", NIENTE "RIPRESONA" di Leonardo Mazzei

[ 3 dicembre ]

L'ITALIA DI NUOVO IN STAGNAZIONE
Boom. 
Ma non quello economico. Non quello —Renzi dixit — per il quale avremmo dovuto «allacciare le cinture di sicurezza». 
Il boom che si avverte nell'aria, come quello di un bang supersonico, rimanda piuttosto allo scoppio delle superballe del fiorentino. E' vero, per ora sono piccoli numeri, piccoli scostamenti rispetto alle previsioni del governo, ma in essi c'è la conferma di quanto fosse modesta e drogata la ripresina di quest'anno.
In base ai dati diffusi ieri dall'Istat sul terzo trimestre dell'anno, il +0,9% previsto per il Pil 2015 verrà quasi certamente mancato. Renzi ha lestamente replicato che lui prevede un +0,8%. La comunicazione ha le sue leggi, e il Bomba ha le tv al suo servizio. In realtà sembra ragionevole ipotizzare un dato un po' più basso, ma non è questo il punto. La vera questione è che un trend simile sembra annunciare una nuova fase di crescita zero.

Altri dati ce lo confermano. Nel trimestre in questione i consumi interni sono aumentati rispetto a quello precedente dello 0,4%, mentre in diminuzione (di un identico 0,4%) sono risultati gli investimenti fissi lordi, una voce assai indicativa dello stato dell'economia. In diminuzione anche le esportazioni, che hanno subito un calo dello 0,8%. Questi dati vanno presi con una certa cautela, visto che bisogna sempre tenere presente l'elemento della stagionalità. 
.... RICORDATEVI QUESTE PREVISIONI

Proprio per questo va di certo ridimensionato il dato sui consumi interni. Considerato che la «ripresina» renziana si è retta in buona parte sulla crescita del turismo, e visto che i dati di cui parliamo includono i mesi di luglio ed agosto, è abbastanza evidente che non esiste un vero aumento strutturale della domanda interna.

A Renzi, che già dice che i decimali non contano, sarebbe fin troppo facile ricordare quanto li voleva far contare la sua propaganda fino a ieri l'altro, quando dei modestissimi decimali venivano presentati come l'annuncio di un boom stratosferico. Ma lasciamo perdere. Il fatto è che quella ripresina -—o abbiamo ricordato innumerevoli volte— si basava su una particolarissima congiunzione astrale fatta di: 
1) forte diminuzione dei prezzi dell'energia, 2) svalutazione dell'euro, 3) quantitative easing della Bce, 4) fisiologico effetto rimbalzo dopo 14 trimestri consecutivi di recessione.
Abbiamo scritto in passato che se di fronte a questa serie impressionante di fattori favorevoli, la crescita non fosse arrivata neppure ad un modestissimo +1%, questa sarebbe stata la prova provata che non c'è alcuna uscita dalla crisi, che quello che ci aspetta è una lunga fase di stagnazione.

Ma Renzi ha buoni amici dalle parti di Confindustria. Ed ecco il titolo dell'editoriale di stamane del Sole 24 Ore: «I decimali non contano, le riforme sì». Lorsignori sanno ben apprezzare quanto gli ha dato, togliendolo ai lavoratori, questo governo. Ma non dicevano costoro che le famose «riforme» avrebbero dato il via ad una vera ripresona? In quel senso si diceva che i decimali non contavano, perché si doveva passare ai numeri interi. Ora, invece, al posto dellaripresona, i temuti decimali mettono in discussione la stessa ripresina. Non è un bel cambio di prospettiva? A me pare di sì.   

C'è un dato che parla più di mille discorsi, quello sull'occupazione. Ad ottobre gli occupati sono diminuiti di 39mila unità rispetto a settembre, che ne aveva persi 45mila in confronto ad agosto. Ma anche qui bisogna tener presente il fattore della stagionalità. Facciamo dunque il confronto su base annua, da ottobre 2014 ad ottobre 2015. Un modo per capire i risultati del Jobs act, propagandato da Renzi e Poletti come la cura decisiva per abbattere la disoccupazione. Sapete quanto è cresciuta l'occupazione complessiva in questo periodo? 75mila unità, pari allo 0,3%. Peggio: i lavoratori a tempo indeterminato sono cresciuti della spropositata cifra di 13mila unità... Eppure era proprio questo dato quello che, in teoria, avrebbe dovuto risentire maggiormente in termini positivi del Jobs act. Così non è andata, ma le gazzette del regime non ce lo diranno.

I propagandisti del renzismo mettono invece in evidenza la (comunque modesta) discesa del tasso ufficiale di disoccupazione, passato in un anno dal 12,9 all'11,5%. In cifra assoluta i disoccupati sono diminuiti di 410mila unità, ma questo dato è assolutamente ingannevole, considerato il parallelo aumento (196mila unità) della popolazione inattiva. E la realtà è che il numero effettivo dei senza lavoro, dato dalla somma dei disoccupati ufficiali (quelli che si rivolgono ai centri per l'impiego), più i cosiddetti "scoraggiati", coloro che non figurano più nelle statistiche ufficiali perché hanno perso ogni speranza di trovare un lavoro regolare, si mantiene intorno ai 7 milioni di persone. Un'enormità.

Andiamo dunque verso una nuova recessione? Quel che è certo è che le previsioni del governo per il 2016, con un +1,6% del Pil, appaiono del tutto irrealistiche, come da noi già segnalato nei mesi scorsi.

Non c'è alcuna uscita dalla crisi in vista. E non c'è perché non può esserci. Questa mattina Franco Debenedetti, scrivendo a proposito delle imminenti mosse della Bce, ha così concluso il suo ragionamento: «Trovare investimenti, pubblici e privati, che diano buona prospettiva di redditività, questo è il problema non la liquidità». Traduzione: le scelte della Bce sono sì utili al sistema, utili a prendere tempo, ma non possono sbloccare davvero il meccanismo inceppato della riproduzione capitalistica.

E' questo il vero nodo. Un nodo che si presenta come assolutamente irrisolvibile dentro i meccanismi del capitalismo-casinò, un sistema fondato su un impianto ultra-liberista che non ammette quell'intervento pubblico che lo stesso Debenedetti (sia pure in termini sfumati) sembra reclamare, vista la stasi degli investimenti privati.

Il fatto che, nonostante l'incredibile crollo dei tassi di interesse dell'ultimo anno, i detentori del capitale continuino a privilegiare la speculazione sui mercati finanziari, piuttosto che l'investimento nell'economia reale, la dice lunga sulla gravità della crisi sistemica in atto.

Questo in generale. Peggio, molto peggio, nei Paesi dell'Eurozona, specie in quelli —come l'Italia— posti alla periferia del sistema-euro. Un sistema che ha regole assai rigide, che pretende una sorta di Stato minimo, semplice custode del pieno dispiegarsi della logica mercatista.

In queste condizioni l'uscita dalla crisi è semplicemente impossibile. Possibile è solo l'allungamento dell'agonia, il giocare —come Renzi, che in questo è davvero insuperabile— su modesti rimbalzini di breve periodo, il guadagnare tempo per impedire rotture sociali e politiche di tipo potenzialmente rivoluzionario.

Di questo ci parlano gli ultimi dati economici. Vedrete che le conferme non mancheranno.

giovedì 14 maggio 2015

RIPRESA? QUALE RIPRESA? di Nino Galloni

[ 14 maggio ]
Nino Galloni dice il vero quando afferma che " finché l’aumento del PIL non sarà stabilmente oltre il 2%... non ci sarà alcun impulso all’occupazione". Suggerisce poi, anche a voler restare nella gabbia neoliberista dell'euro, due misure tampone....

Il recente dato ISTAT, per cui il PIL ha segnato un aumento dello 0,3% nel primo trimestre del 2015 ha suscitato grande entusiasmo tra i tifosi dell’attuale sistema economico: c’è, dunque, la ripresa? Allora, a parte il fatto che veniamo da un quinquennio che ha fatto segnare un regresso del reddito pro capite (quello che conta per i consumi, che rappresentano l’aggregato macroeconomico più importante) del 15%; per registrare un evento del genere dobbiamo andare ai tempi della guerraMa forse siamo in guerra e i poveri stanno perdendo…oltre ad aumentare spaventosamente.
Ma c’è la ripresa: sì, è vero…al contrario! Nel primo trimestre del 2015, infatti, a fronte di aumento del PIL dello 0,3% – rispetto alla situazione del primo trimestre dell’anno precedente – abbiamo avuto un aumento della popolazione residente (per le note vicende immigratorie e dintorni) dello 0,6%: 350.000 nuove presenzeDecenni facon il nostro modello economico – pur capitalistico (ma espansivo) e di mercato (non c’erano i Soviet, in Italia) – avevamo stimato che, se il PIL non cresceva attorno od oltre il 2,5%, difficilmente si poteva registrare un significativo aumento dell’occupazione.

Allora non si taroccavano le statistiche, come dopo l’introduzione della precarizzazione selvaggia e l’aumento occupazionale corrispondeva a posti di lavoro a tempo pieno e indeterminato. Oggi il governo sta facendo sforzi per ritrasformare i precari in lavoratori con contratti seri, ma ha voluto far pagare tutto ciò in termini di diritti: diritti cartacei, ovviamente, se prevalevano le assunzioni precarie, ma la civiltà si basa anche (non solo) sui principi.
Detto ciò, torniamo al concetto di ripresa: non se ne può parlare finché l’aumento del PIL non sarà stabilmente oltre il 2%. Questo darebbe impulso all’occupazione, anche se il reddito effettivamente disponibile per i consumi, diminuirà: le bollette(delle utilities privatizzate), i conti da pagare, le spese di condominio, le tasse locali, le multe stanno aumentando per le famiglie ben oltre il 2% ogni anno. Occorrerebbe, quindi, un piano del lavoro (c’è occupazione potenziale per attività necessarie nella cura delle persone e dell’ambiente, nella manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici, pubblici e privati): la stima è 4 milioni di posizioni lavorative a 12.000 euro lordi all’anno, un flusso pari al 3% del PIL.
Ciò si potrebbe finanziare in due modi: con un’autorizzazione monetaria della BCE in tal senso (pari a meno di un ventesimo di quanto si autorizza per aiutare le banche a continuare a fare casini coi titoli tossici sui mercati puramente speculativi); oppure con unparziale ripristino di sovranità monetaria dello Stato che potrebbe emettere buoni acquisto da utilizzare poi per pagare le tasse.Ciò produrrebbe una
diminuzione del gettito tributario in euro di 48 miliardi, una riduzione della spesa assistenziale in euro per circa 20 miliardi ed un aumento delle entrate dovuto alla rivitalizzazione dell’economia: un’azione del genere dovrebbe produrre un sensibile miglioramento dei conti pubblici.
Ma tale risultato, pur comportando un aumento del PIL e dell’occupazione, sarebbe incompatibile col progetto di privatizzare ulteriori porzioni dell’ingente patrimonio pubblico esistente. Peccato.

venerdì 3 aprile 2015

SE LA BALLE DEL GOVERNO FANNO INCAZZARE ANCHE LA CONFINDUSTRIA di Emmezeta

[ 3 aprile ]  

Se perfino il Sole 24 Ore denuncia l'imbroglio dei dati governativi...

A Palazzo Chigi giocano coi numeri. Più precisamente imbrogliano. Certo, non è una novità. Da che mondo è mondo così fanno i governi, specie da quando esistono le statistiche. A tutto però c'è un limite. Ed esso risiede nel limite di sopportazione, o se preferite nel tasso di creduloneria degli imbrogliati. Che a volte si arrabbiano. Questa volta, curiosamente ma indicativamente, si è imbestialito perfino il solitamente renziano Sole 24 Ore. Che si sia passato il limite della decenza anche per il giornale di lorsignori? Sembrerebbe di sì.
Il problema è che Renzi deve vendere ad ogni costo la crescita. Anzi, la crescitaaa! Che meno c'è e più "a" si aggiungono nelle grida dei fedelissimi. Una per tutte, l'impagabile Boschi. Qualche giorno fa la ministra ha annunciato una notizia sensazionale: nel prossimo Def (Documento di economia e finanza) il governo aumenterà la stima del Pil dal precedente +0,6% ad un fantasmagorico +0,7%. Potrebbe anche essere - udite, udite! - un +0,8%, ma, frena la figlia del banchiere dell'Etruria, «noi siamo prudenti». A proposito, ma la Boschi non fa la ministra delle «Riforme»? Perché è toccato proprio a lei lo storico annuncio sui dati economici? Che sia in preparazione anche una riforma dell'Istat?

Come abbiamo già scritto, data la straordinaria concomitanza di diversi fattori teoricamente favorevoli, Renzi non potrà in alcun modo cantare vittoria se nel 2015 il Pil non registrerà un rimbalzino di almeno un punto percentuale. Che addirittura si provi a festeggiare con il nulla degli zerovirgola, ben sapendo che questi non potranno avere alcuna ricaduta positiva sull'occupazione, è solo la riprova della sfacciataggine di Renzi e del suo clan.

Sfacciataggine, e questa volta meno prudente, messa in mostra qualche giorno fa dal ministro Poletti - quello delle cene con i corrotti del malaffare romano, ma anche quello che vorrebbe mandare gli studenti a lavorare gratis l'estate.

Poletti aveva il compito propagandare il Jobs Act, sparando cifre evidentemente truccate sui suoi mirabolanti effetti sull'occupazione. Poi è arrivata l'Istat, probabilmente non ancora renzizzata a sufficienza, a smentire l'ex LegaCoop con i dati di febbraio: 44mila occupati in meno rispetto a gennaio, alla faccia dei miracoli dovuti alla precarizzazione generalizzata dei lavoratori italiani.

Ma chi controlla i dati diffusi dal governo? Come tutelarsi dalle crescenti manipolazioni di cui sono oggetto? A porsi il quesito non siamo solo noi, né le sole forze di opposizione. Questa mattina la questione campeggia addirittura sulla prima pagina del Sole 24 Ore. Sotto il titolo «Basta con l'embargo sui dati del lavoro», scrive l'editorialista Luca Ricolfi:

«Poco per volta, la verità sull'andamento del mercato del lavoro sta venendo a galla. I dati sulle assunzioni forniti qualche giorno fa dal Governo, ad esempio, subiscono qualche precisazione: non si riferivano a tutte le assunzioni perché escludono lavoro domestico e Pubblica Amministrazione (che non possono beneficiare della decontribuzione); inoltre erano provvisori, perché nel tempo i dati vengono ripuliti, depurati, rettificati... Quando poi l’Istat pubblica i dati di febbraio su occupati e disoccupati (tutt'altro che rassicuranti), diventa chiaro a tutti che ogni trionfalismo era ed è fuori luogo» (sottolineatura nostra).

Ora, se così si esprime perfino il giornale di Confindustria - pur tanto grato al Renzi per quel che gli ha dato e per quel che prevedibilmente gli darà - è evidente che l'imbroglio è sempre meno sopportabile. E l'arrogante fiorentino è sempre meno credibile. 

venerdì 27 marzo 2015

UNA "RIPRESA" CHE FA CAGARE (l'ISTAT non si sbaglia, Renzi, Padoan e Squinzi sì) di Piemme

[ 27 marzo ] 

Proprio oggi i giornali, anzitutto quelli di fede renziana, esultano per i "79mila posti a tempo indeterminato in più nel primo bimestre del 2014". Viva il Jobs Act quindi? Nient'affatto. Vedremo in futuro se si tratta di occupazione aggiuntiva o di licenziati che sono stato riassunti con le nuove regole capestro.

Intanto però sono giunti proprio oggi i dati dell'ISTAT, che smentiscono clamorosamente tutte le sirene della "ripresa in corso". 
Leggiamo:
«A gennaio 2015 il fatturato dell'industria, al netto della stagionalità, diminuisce dell'1,6% rispetto a dicembre, registrando flessioni dello 0,9% sul mercato interno e del 3,1% su quello estero.
Nella media degli ultimi tre mesi, l'indice complessivo diminuisce dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (-0,6% per il fatturato interno e +1,0% per quello estero).
Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di gennaio 2014), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 2,5%, con cali del 3,7% sul mercato interno e dello 0,3% su quello estero.
Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un incremento congiunturale per i beni intermedi (+0,3%), mentre registrano variazioni negative per l'energia (-13,6%), per i beni strumentali (-2,2%) e per i beni di consumo (-0,4%).
L'indice grezzo del fatturato cala, in termini tendenziali, del 5,6%: il contributo più ampio a tale flessione viene dalla componente interna dell'energia.
Per il fatturato l'incremento tendenziale più rilevante si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+10,1%), mentre la maggiore diminuzione riguarda la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-27,0%).
Per gli ordinativi totali, si registra una diminuzione congiunturale del 3,6%, sintesi di un aumento dello 0,7% degli ordinativi interni e un calo del 9,0% di quelli esteri.
Nel confronto con il mese di gennaio 2014, l'indice grezzo degli ordinativi segna una variazione negativa del 5,5%. L'incremento più rilevante si registra per i prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+3,0%), mentre la flessione maggiore si osserva nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-9,2%)». 
Quindi: malgrado la caduta del prezzo del petrolio; malgrado il "miracoloso" Quantitative Easing da 1140mld della BCE  (con contestuale discesa dei rendimenti dei titoli di stato, dei tassi dei mutui e dei prestiti); nonostante la svalutazione dell’euro... 
DELLA RIPRESA NON C'E' TRACCIA: le banche non prestano, i consumatori non consumano, i capitalisti non investono (né pensano di farlo in futuro). 

Mi perdonerete la presunzione, ma avevo visto giusto il 6 febbraio scorso!

mercoledì 11 marzo 2015

"RIPRESA": PREVISIONI O DIVINAZIONI?

[ 11 marzo ]

Qual'è la notizia più importante sfornata ieri? 

E' il dato ISTAT sul calo della produzione industriale: a gennaio è tornata a calare registrando una contrazione del -0,7% su dicembre e del -2,2% rispetto a gennaio 2014.  Le diminuzioni maggiori si registrano nei comparti della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-8,1%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,7%) e della fabbricazione di macchine e attrezzature (-5%).
Il tonfo della produzione industriale è ancor più significativo visto se si tiene conto del balzo all'in sù (+ 16,1%) dei mezzi di trasporto.

Vengono così clamorosamente smentite tutte le sirene renziane e non solo che da mesi strombazzavano come certa la "ripresa". 

Tra queste sirene di Sua Maestà Il Capitale ricordiamo quella del Centro Studi della Confindustria, che solo il 5 febbraio scorso (andando in soccorso al governo Renzi) aveva pomposamente affermato che nel 2015 l'economia italiana avrebbe segnato una "ripresa" del 2,1%! Il Centro studi del padronato eurista era anzi stato preciso, indicando i fattori che avrebbero giustificato la fine della recessione:  un +0,6% per il calo del prezzo del petrolio, un +0,5% per le stime della crescita del commercio mondiale e quindi dell’export, un +0,8% dal deprezzamento dell’euro, un +0,2% dall’ulteriore calo dei tassi di interesse.


Ora invece la doccia fredda del dato ISTAT.

Si spiega così come mai, su Il Sole 24 Ore di oggi, non si trovi alcuna traccia dei dati non smentibili forniti dall'ISTAT. Meglio tacere, anzi censurare quando non si sa cosa dire.

A dimostrazione che in molti casi, quelle che ci vengono spacciate pre previsioni scientifiche, sono null'altro che panzane, quelle che una volta erano chiamate divinazioni, presentimenti oracolari, nient'altro che chiaroveggenze.

Nel frattempo giungono due notizie. 

La prima è che l'asta della Bce, dopo l'avvio il 9 marzo del Quantitative easing, ha fatto flop: gli acquisti da parte delle banche sono stati molto più bassi del previsto. La seconda è che malgrado il "bazooka della Bce" fosse annunciato da tempo, in Italia siamo ancora in piena stretta creditizia. Bankitalia afferma che nel primo mese del 2015 la contrazione dei prestiti è stata dell'1,8% contro il -1,6% di dicembre. 

Male anche gli affidamenti alle imprese: peggiorano: dal -2,3 al -2,8%. Ciò a fronte della massa di sofferenze bancarie che è cresciuta del 15,4%.

Conclusione: i capitalisti privati non investono, le banche non danno soldi alle imprese in difficoltà, la "ripresa" non si vede... e il Jobs act non farà il miracolo.




giovedì 7 agosto 2014

PIL SOTTO ZERO: QUANTO CI MANCA ALL'ORA "X"?

7 agosto. Come molti "gufi" avevano annunciato, noi tra questi, le aspettative strombazzate dal governo Renzi-Padoan che il Pil sarebbe cresciuto quest'anno dello 0,8% sono andate a farsi friggere. La  chiamano "recessione tecnica", quando il prodotto va sotto lo zero per due trimestri consecutivi. Come se quando il Pil si attesta allo 0,1 o allo 0,2%... "tutto va bene madama la marchesa".  

La realtà, come abbiamo segnalato, è che l'Italia è sprofondata da tempo in una depressione senza uscita, con un'ampia parte del popolo lavoratore che subisce una vera e propria catastrofe sociale, mentre gli strati alti della borghesia continuano ad ingrassarsi.

I lievi sobbalzi del Pil registratesi in questi ultimi anni, non hanno invertito la tendenza al declino. 
Quattro dati su tutti: 
RICCHEZZA NAZIONALE: dal 2007 al 2013 persi 843 miliardi pari al -9%.
- PRODUZIONE INDUSTRIALE: dal 2007-2013 -25,5% . 
- PIL PRO-CAPITE: dal 2007 al 2013 - 9,1%. 
- DISOCCUPAZIONE: dal 2007 è più che raddoppiata: dal 6,1% al 12,7% attuale.

Nello stesso periodo, a livello mondiale la produzione industriale è aumentata del 10% e il PIl cresciuto in media del 5%.

Tabella n. 1. Il Pil italiano e gli altri (clicca per ingrandire)

Per chiunque non sia ottenebrato dalla propaganda di regime è evidente che i governanti non sanno che pesci pigliare. 
Essi non sanno fare altro che riproporre le ricette liberiste che hanno approfondito una crisi che viene dal lontano. 
Essi lo sanno perfettamente. Lo sanno benissimo che privatizzare, tagliare la spesa non danno alcuna garanzia che s'inverta la rotta. Lorsignori sperano che l'aumento massiccio dell'esclusione sociale, la disoccupazione, la marginalità, facciano diventare questo Paese, agli occhi dei grandi capitalisti (stranieri anzitutto), un luogo appetibile e redditizio per i loro investimenti. Così sperano riparta un processo "virtuoso" di "crescita". Anche ove questo accada, crescita sarà per il capitale,  miseria invece per il popolo lavoratore.

Ma che la loro ricetta di vampiri sortisca un effetto espansivo non sta scritto da nessuna parte.
Lorsignori sanno anche questo. A che si affidano dunque? Al fato? Alla Divina Provvidenza? 

La Tabella sopra indica con drammatica esattezza a che punto il Paese è nella merda. Indica quindi che dal collasso finanziario venuto dagli USA del 2008 l'economia capitalistica italiana è andata sempre peggio. Indica infine che la gabbia dell'euro è concausa del declino. Lorsignori sanno anche questo. Ma non potranno ammetterlo mai pubblicamente. Perché? Come non potete aspettarvi dai preti che ammettano l'assurdità di certi dogmi di fede, verrebbe meno la loro funzione sciamanica, così non potete sperare che Lorsignori rinuncino ai misteri neoliberisti, oppure al mito dell'euro. Dovrebbero ammettere non solo di aver fallito, dovrebbero ammettere che sono dei criminali, dei servi della grande finanza predatoria globale.

La domanda sembra essere: quanto potrà reggere la stabilità sociale? Quanto ci manca prima che il popolo, con un sussulto, mandi a casa questi truffatori criminali? Risposta: questo non si può predire. Sicuro è tuttavia che tutto congiura a favore di un fragoroso e di grandi dimensioni scoppio sociale, destinato a mutare a fondo tutto il paesaggio sociale e politico. Che questa sollevazione apra la strada ad un'uscita democratico-rivoluzionaria o reazionaria e autoritaria, dipende da chi gli si metterà alla testa.



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