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martedì 3 dicembre 2019

IN DIFESA DI CORBYN di Angelo Vinco

[ martedì 3 novembre 2019 ]


A pochi giorni dalle elezioni inglesi, la stampa internazionale si è prima interrogata, poi scatenata sul fenomeno Corbyn. “Antisemita” e filoterrorista; neo-stalinista, bolscevico, addirittura fascista. Anche in questo caso le scaturigini di questa campagna di criminalizzazione di Corbyn e del pericolo da lui rappresentanto partì anni addietro da Israele.

Il fenomeno Corbyn merita però una premessa da parte nostra. Nel suo pezzo di ieri sul CORRIERE DELLA SERA l’intelligente ed icastico Paolo Mieli si chiedeva perché mai la sinistra italiana non monti su compatta per sconfessare la visione sociale e geopolitica di Jeremy. L’esatto contrario abbiamo pensato noi negli ultimi giorni. 

Ormai diversi anni fa, Moreno Pasquinelli nel suo percorso di rielaborazione teorica basata sulla Praxis dava alle stampe, con pochi anni di distanza, due preziosi volumetti (“Oltre l’Occidente”, “Intervista sul Comunismo” a cura di Yuri Colombo). Li ci si chiedeva con molto coraggio esistenziale perché il marxismo e il comunismo storico avessero così ingloriosamente fallito. 

Non andiamo ora troppo per il sottile, non ce lo permette il contesto: Pasquinelli accusava implicitamente la concezione del mondo economicistica, oggettivistica e materialista che aveva caratterizzato la sinistra occidentale. Il leninismo, per quanto interno ad un orizzonte finale escatologico “materialistico” e per quanto politicamente ultra-realistico, sarebbe stata una dissonanza altamente soggettivistica ed altercomunistica nel mare magnum ontologico ed oggettivista del marxismo hegeliano di cui il leader russo fu, almeno per Pasquinelli, un pessimo discepolo. Di conseguenza Pasquinelli, che teneva in considerazione, con significato finale opposto a quello di Negri e Focault, i desideri soggettivi antropologici come base di una strategia politica
rivoluzionaria, finiva per attaccare frontalmente, con grande acume, tutte le folli e criminali politiche ateistiche dei vari “regimi socialisti” come massimamente occidentalistiche e borghesi e finiva così per considerare la Resistenza afghana, la Rivoluzione iraniana del ’79 e l’islamizzazione del movimento antimperialista globale quali eventi epocali da cui una sinistra antagonistica occidentale non poteva assolutamente trascendere se voleva ripartire per fare qualcosa di concreto. 

Questa premessa è necessaria, poiché allora non solo Pasquinelli intuì con anni di anticipo l’avanzata sociale (e politica?) del Populismo in Occidente ma indicò nell’islamofobia razzista e xenofoba sionista il primo Nemico del fronte sociale egualitario, democratico e progressista. Cosa dice oggi Corbyn? Non prova forse a dire e fare le stesse cose? Il concetto di terrorismo, a scanso di equivoci, è rifiutato dallo stesso Paolo Mieli che parla nel suo pezzo di legittimità storica e geopolitica dei movimenti della Resistenza al Sionismo. Il concetto di Revisionismo o “negazionismo” su vicende riguardanti eventi della Seconda Guerra Mondiale e la Germania nazista, per il quale Corbyn è stato tirato in ballo in più casi, non è invece esplicitamente citato da Mieli, che rileva però come l’Anti-Defamation League abbia denunciato l’aumento vertiginoso del fenomeno antisionista in Russia, Polonia, Ungheria a dispetto di Inghilterra e Italia, dove viceversa sarebbe in sensibile diminuzione ma specifica che taluni sodali di Corbyn considererebbero una “bufala” quanto poi la storiografia sterminazionista o filosionista avrebbero con grande raccapriccio evidenziato riguardato lo sterminio. 

Vediamo comunque la politica interna dei vari paesi occidentali israelizzarsi sempre di più ed i vari fronti interni assumere la stessa logica di frazione dei vari schieramenti sionisti;  già avevamo rilevato del resto la quintessenza iperoccidentalistica ed ipereuropeistica dell’entità integralmente bianca, ormai una vera e propria teocrazia razzista, denominata Israele. 

Vi è però qui un rischio politico fondamentale. La propaganda imperialista preme l’acceleratore sul bottone dell’antisemitismo per occultare la politica sociale egualitaria di Corbyn. Di contro, noi riteniamo nel momento attuale più importante quest’ultima di tutto il resto. Conosciamo le radici sindacal-laburistiche della militanza del Corbyn, non le possiamo molto apprezzare pur rispettandole; Jeremy non è dunque, almeno nella sua formazione, un populista giacobino, sembra però aver preso coscienza del fatto che per combattere il modello del super-capitalismo internazionale neo-feudale elitario dei nostri tempi, la dinamica della tutela assoluta dello Stato nazionalpopolare è attualmente l’inevitabile arma tattica. 
Londra, luglio 2019, manifestazione sionista contro Corbyn

Questa è la dimensione centrale su cui ora Corbyn si gioca la partita, non occorre farsi distrarre dalle armi propagandistiche del Nemico imperialista. Un nuovo Stato nazionale del popolo inglese antagonista dell’imperialismo sionista atlantico e del suo cagnolino ordoliberista tedesco, la riunificazione del movimento popolare anglosassone o coloniale con l’ideologia socialista e anticapitalista, l’attacco su base socialpatriottica alla xenofobia e al tentativo neo imperiale tory del Global Britain, una allucinazione antistorica che già la catastrofica politica imperialista del genocida di popoli coloniali Winston Churchill condusse ignobilmente e vilmente alla autoestinzione. 

Una eventuale vittoria del fronte Corbyn tra le classi popolare inglesi, una nuova politica sociale basata sullo Stato sociale e nazionalpopolare sconfesserebbe su tutta la linea quella sinistra italiana e internazionale, capitalista, sionista e antipopolare, quella sinistra tutta sardine e diritti civili che ha consegnato le classi popolari e la difesa dei diritti sociali alla destra nazionalista e xenofoba. 

Una eventuale vittoria del fronte Corbyn nelle imminenti elezioni britanniche sarebbe la vittoria degli eroici nostri fratelli Gilet Jaunes, dei mutilati, dei caduti, dei detenuti nelle prigioni dell’imperialista Macron, che costituiscono nella subimperialista, razzista e neo-schiavista UE la prima linea della resistenza democratica e anticapitalista. La vittoria del fronte Corbyn sarebbe insomma, per capitalisti, liberisti e BCE, una sconfitta peggiore di quella del No Deal. 


giovedì 4 aprile 2019

BREXIT: LA PUGNALATA ALLE SPALLE DI CORBYN di Full Brexit*

[ 5 aprile 2019 ]

Vedremo se l'accordo per sventare la Brexit tra il leader laburista Corbyn e Teresa May sopravviverà. Di sicuro esso attesta, per l'ennesima volta, non solo della potenza dell'élite euro-liberista, ma che non c'è da fidarsi della vecchia sinistra socialdemocratica.

* Full Brexit è un gruppo di accademici britannici  di cui fanno parte Costas Lapavitsas (che avremo come relatore all'incontro del 13 aprile a Roma) Maurice Glasman,  Mary Davis, Chris Bickerton, Wolfgang Streeck and Richard Tuck.




*  *  *


Per sconfiggere l'estrema destra, la sinistra deve abbracciare una Brexit socialista e internazionalista. L'Unione europea è thatcherismo in un continente: la convinzione che possa essere riformata dall'interno è illusoria


Paul Mason ha dato un contributo importante al dibattito di sinistra sulla Brexit. È un contributo importante perché Mason è, a sinistra,  il sostenitore più accanito della UE: un'organizzazione capitalista antidemocratica che è diventata un pilastro della globalizzazione e un motore della disuguaglianza. Il suo pezzo era pieno della solita tattica maccartista di colpevolizzazione contro coloro che si oppongono all'UE. L'attacco di Mason a Eddie Dempsey, un sindacalista antifascista, è stato un classico esempio di questo. È fondamentale, a sinistra, andare oltre questo tipo di politica.


Mason ha ragione nel dire che c'è una brutta minaccia di una reazione di destra. Ma la verità è che questa minaccia si intensificherà se la Brexit venisse abbandonata. La decisione di lasciare l'UE è stata presa in un referendum che è stato il più partecipato della storia britannica. Questa non era certamente un'espressione politica d'estrema destra, ma la scelta consapevole di milioni di elettori laburisti e conservatori. Se il voto non può produrre cambiamenti che ne è della nostra politica? Noi sosteniamo la priorità della democrazia. Alle ultime elezioni generali, entrambi i principali partiti hanno pubblicato programmi promettendo di rispettare il risultato del referendum. Il voto di Ukip è crollato e il voto laburista è tornato in vigore. È la riluttanza della classe dominante a compiere la Brexit, e non la Brexit stessa, che sta suscitando la rabbia popolare.

È anche vero che la sinistra non è stata in grado di articolare una battaglia intorno a una visione democratica del rinnovamento nazionale. Parte del problema è che la sinistra euroscettica del Labour, precedentemente trasportata da Barbara Castle, Tony Benn, Michael Foot e Jeremy Corbyn, è stata soffocata dalle responsabilità della leadership, mentre la destra euroscettica del partito, quella di da Hugh Gaitskell, Denis Healey, Peter Shore ed Ernest Bevin, è stata eclissata dalla progressiva globalizzazione della "Terza Via" blairiana. Il risultato è stat, all'interno del Labour, un'assenza di leadership sulle possibilità democratiche e socialiste della Brexit, Labour che non ha contrastato la campagna di denuncia degli elettori della Brexit e sostenitori del Labour come "xenofobi e razzisti". Noi siamo invece dalla loro parte, col loro voto e la prospettiva socialista che sta nel ripristino della sovranità democratica.

La tesi di Mason è la classica profezia che si autoavvera in quanto abbandona il terreno della contestazione democratica sul significato della Brexit e poi denuncia tutti coloro che non sono d'accordo con lui come giocatori nelle mani del fascismo. Mason ha adottato la tattica di Hillary Clinton per ridurre gli elettori della Brexit a un "branco di miserabili"  [basket of deplorable]. E' proprio così che si lascia spazio all'estrema destra ed ai suoi sentimenti politici.

Il nostro secondo punto è che ovunque la sinistra socialdemocratica ha adottato una politica europeista in Europa è stata decimata. In Francia è quasi scomparsa, in Olanda e in Belgio è ormai marginale, in Germania il Partito socialdemocratico è apripista di Alternative für Deutschland nelle urne, e in Italia le forze combinate delle grandi tradizioni comuniste e socialiste non raccolgono nemmeno la metà del voti del Movimento cinque stelle il cui motto era "andate affanculo". La paralisi collettiva della sinistra continentale, in particolare della sua ala socialdemocratica, è una storia ammonitrice del costo dell'abbandono delle possibilità di un cambiamento democratico all'interno dello stato nazione. Vi sono forti limitazioni a ciò che può essere raggiunto all'interno dell'UE e gli elettori della classe operaia lo sanno.


L'alternativa a questa storia è stata brevemente rappresentata dal Labour sotto Corbyn alle ultime elezioni generali, quando il partito si è impegnato a "rispettare il risultato del referendum" e ha proposto politiche che erano chiaramente contrarie ai vincoli del Trattato di Lisbona. Questo è stato successivamente minacciato dalla deriva verso Remain. Il Labour avrebbe potuto guidare una campagna democratica favorevole alla Brexit, ma si è rifiutato di farlo. Ancora una volta, le conseguenze di questo inevitabilmente favoriscono la destra.

Il consenso emergente sul Remain, guidato da Labour, si basa sulla nozione della Terza Via per cui l'obiettivo primario della nostra politica sarebbe quello di preservare e proteggere i lati buoni del capitalismo. Il capitalismo, tuttavia, è un sistema economico vorace e e robusto, che non richiede la cura tenera della protezione costituzionale. La democrazia, al contrario, è il mezzo migliore per resistere al suo dominio e ciò non è possibile entro il perimetro della UE. La Ue genera depressione politica e delusione, o alla rabbia del tradimento. Niente di questo può essere descritto come una "narrazione di speranza". È invece una promessa vuota che porta al disincanto.

Ciò riguarda la terza illusione della sinistra pro-UE; il suo rifiuto di riconoscere l'impossibilità di riformare la UE. I sinistri pro-euro anno costruito una posizione attorno allo slogan "rimanere e riformare" (Mason) o "rivolta e trasformazione" (il ministro ombra laburista Clive Lewis), ciò che è chiaramente impossibile all'interno delle strutture dei trattati di Maastricht e di Lisbona.

L'UE si basa sulla sul trattato giuridico per cui la Corte di giustizia europea (CGE) è l'autorità suprema della nella risoluzione delle controversie. I trattati si basano sulla priorità delle "quattro libertà" (di beni, persone, servizi e capitali) e delle norme della CGE di conseguenza. Trasformare questi trattati in una direzione socialista è effettivamente impossibile. Almeno 15 governi socialisti avrebbero bisogno di essere eletti simultaneamente anche per avviare il cambio dei trattati, e il requisito del "consenso" in qualsiasi convenzione successiva, e di ratifica unanime, consente il veto di qualsiasi stato membro. L'esperienza di Syriza in Grecia è una prova fattuale della disperazione dell'approccio "rimanere e riformare". 

La sua argomentazione secondo cui il thatcherismo in un singolo paese è cattiva cosa è ovviamente corretta, ma non riesce a vedere che il thatcherismo in un continente è chiaramente peggiore. Questo è il motivo per cui ci opponiamo all'UE.

C'è una profonda distinzione tra globalizzazione e internazionalismo. Il movimento operaio e la sinistra in generale farebbero bene a ricordarselo. La UE è una forza globalizzante che subordina il lavoro al capitale e la democrazia ai trattati. Non non dobbiamo i nostri diritti del lavoro o lo stato sociale alla UE ma alla lotta politica più che secolare del movimento operaio.

Stiamo vivendo un interregno, un periodo che Antonio Gramsci ha descritto come un tempo in cui "il vecchio è morto e il nuovo non può nascere, quando c'è una fraternizzazione di opposti e tutti i tipi di sintomi morbosi persistono". Uno di questi sintomi morbosi è il servilismo della sinistra nei confronti del mercato unico, dell'unione doganale e della sovranità della CGE; verso l'eternità capitalista dell'UE. Abbiamo invece bisogno di una politica costruita attorno alla democrazia, alle riforme economiche radicali e all'internazionalismo.


Il modo per sconfiggere l'estrema destra è che la sinistra abbracci una Brexit internazionalista e democratica.


* Fonte: NewStatesman del 4 aprile
** Traduzione a cura della redazione

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venerdì 25 gennaio 2019

BREXIT: SECONDO REFERENDUM? di Amanda Hunter

[ 25 gennaio 2019 ]

La svolta anti-democratica del parlamento inglese sulla Brexit (1a parte)
La settimana scorsa gli occhi dei media europei e dei gruppi politici anti-unionisti di tutta Europa sono stati puntati sugli eventi sviluppatisi nel Regno Unito, il Paese in cui, nello scorso 2016, è stato deciso democraticamente mediante un referendum l’uscita dall’Unione Europea. Martedì 15 gennaio il governo britannico ha perso il cosiddetto meaningful vote (voto significativo), termine che indica la 13° sezione dell’Atto di Recesso del Regno Unito, con il quale il Governo sottopone al Parlamento una mozione emendabile alla fine del periodo di due anni di negoziazioni previsto dall’Articolo 50 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, NdT).

Ciò ha consentito ai parlamentari di votare sulle condizioni dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa come previsto dall’accordo di recesso stipulato in precedenza tra Regno Unito e Bruxelles. Il meaningful vote, che il governo May ha concesso al Parlamento in seguito alle forti pressioni dei partiti, avrebbe dovuto avere luogo l’11 dicembre ma, con poche ore di preavviso, era stato posticipato dal Primo Ministro britannico al 15 gennaio. La pesante sconfitta di Martedì scorso (la più grande nella storia parlamentare britannica) ha visto il Governo perdere per 230 voti, molti più di quelli che si aspettavano gli stessi parlamentari e i media, inclusi i corrispondenti dal parlamento [1].

L’accordo di recesso ha avuto infatti scarso appoggio da entrambi i rami della Camera dei Comuni ma era stato respinto a titolo definitivo da alcuni parlamentari pro-Brexit come Jacob Rees-Mogg e gli ex-segretari Dominic Raab e David Davis, per il motivo che non rispettava il mandato consegnato dal referendum rischiava inoltre di legare in via definitiva il Regno Unito all’Unione europea [2]. Il loro punto di vista è quello ormai condiviso, non solo dal maggior parte del elettorato che ha votato per Leave (uscita) ma anche dalla gran parte dell’elettorato, indipendentemente dal voto espresso nel referendum. [3].

Nonostante tutto, è importante sottolineare che, mentre il rifiuto dell’accordo di recesso del Primo Ministro May fu un fatto positivo in quanto rispettava il volere del popolo britannico espresso dal referendum, sarebbe sbagliato concludere che il Parlamento britannico abbia votato contro l’accordo con Bruxelles per lo stesso motivo. Al contrario, le motivazioni della maggioranza dei rappresentanti eletti appaiono molto meno onorevoli. Il respingimento dell’accordo non è stato dettato infatti dal rispetto che avrebbero verso l’esito del referendum, quanto piuttosto per lo spregio nei confronti dei 17,4 milioni che hanno votato per lasciare l’Unione Europea.

Possiamo affermare con sicurezza ormai che, con davvero poche eccezioni, la classe politica britannica abbia cercato di approfittare dei due anni successivi all’esito referendario per ostacolare in tutti modi i preparativi del Regno Unito alla recessione dai Trattati UE, nella speranza di procrastinare la Brexit il tempo necessario per convincere i cittadini che il loro voto è stato uno sbaglio. E perciò si sta manipolando l’opinione pubblica per legittimare l’idea di lanciare un secondo referendum che stavolta però abbia come suo esito la permanenza nell’UE (remain). Inoltre, se questo ancora non fosse possibile, si sta tramando anche di sopprimere la Brexit vera e propria prima del 29 marzo 2019, ovvero nel momento in cui sarebbe stata fissata.

Va da sé che tali rallentamenti, promossi per sabotare la Brexit dalla maggior parte dei parlamentari schierati per il remain, sono stati profondamente antidemocratici. Tali azioni includono:

1- l’appello accolto dalla Corte Suprema per impedire al governo May di invocare l’Articolo 50 TFUE (il processo formale e legale di recesso dall’Unione Europea) senza il consenso del Parlamento [4];

2- l’appello accolto dalla non-eletta Camera dei Lord affinché si pretendesse di avanzare emendamenti durante l’Atto di Recesso al fine, non solo di ritardare ulteriormente il processo della Brexit, ma anche per assicurarsi che fosse lasciata al Parlamento l’ultima parola sui termini del recesso da parte della Gran Bretagna, operazione altrimenti nota nell’ambiguo linguaggio parlamentare come il meaningful vote [5];

3- l’impegno a sostenere una disonesta campagna della durata di due anni, orientata a spaventare i parlamentari sostenitori del recesso insieme ai loro elettori affinché sottraessero il loro appoggio ad un accordo in favore della Brexit “senza accordo” (No Deal): opzione rimasta ancora sul tavolo delle trattative ma che viene accuratamente evitata dai parlamentari mentre, verosimilmente, rispetterebbe più delle altre il mandato conferito loro dal referendum del 2016.

In ogni caso, mentre il fatidico 29 marzo si avvicina, la classe politica britannica ha intensificato i suoi sforzi con l’obiettivo antidemocratico di evitare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, come dimostrano chiaramente gli scioccanti eventi delle ultime due settimane.


* Fonte: Appello al Popolo

** Traduzione di Jacopo D'Alessio



NOTE
(1) https://www.theguardian.com/politics/2019/jan/15/theresa-may-loses-brexit-deal-vote-by-majority-of-230
(2) https://www.independent.co.uk/news/uk/politics/brexit-vote-theresa-may-deal-david-davis-commons-parliament-bill-conservatives-a8708991.html
(3) https://yougov.co.uk/topics/politics/articles-reports/2018/11/16/7-more-things-weve-learned-about-public-opinion-br
(4) https://www.theguardian.com/politics/2017/jan/24/supreme-court-brexit-ruling-parliament-vote-article-50;
(5) https://www.telegraph.co.uk/news/2017/03/07/brexit-lords-vote-article-50-amendment-watch-live/

lunedì 24 luglio 2017

CORBYN: NO ALL'IMMIGRAZIONE ALL'INGROSSO

[ 24 luglio 2017 ]


«L'immigrazione di massa dall'Unione europea è stata utilizzata per "distruggere" le condizioni dei lavoratori inglesi, ha dichiarato oggi Jeremy Corbyn.[nella foto]

Il leader del Partito Laburista è stato pressato sull'atteggiamento del suo partito verso l'immigrazione durante il programma televisivo del giornalista Andrew Marr. Corbyn ha ribadito la sua convinzione che la Gran Bretagna dovrebbe abbandonare il mercato unico, sostenendo che "il mercato unico implica l'adesione all'UE ... le due cose sono inestricabilmente legate".

Corbyn ha affermato che il Labour dovrebbe invece sostenere "un accesso al mercato libero e senza tarfffe". Tuttavia, è stato fatto notare a Corbyn, che altri paesi che godono di questo tipo di accordi, come la Norvegia, lo fanno accettando le "quattro libertà" del mercato unico, che includono la libera circolazione delle persone.

Rivendicando l'uscita dal mercato unico della Ue, Corbyn ha usato un linguaggio che raramente abbiamo ascoltato da lui, accusando l'immigrazione di danneggiare la vita dei lavoratori britannici.

Il leader laburista ha affermato che dopo l'uscita dalla UE, ci saranno sempre lavoratori europei in Gran Bretagna e viceversa. Ha tuttavia aggiunto: "Quello che non avverrà è l'importazione all'ingrosso di lavoratori sottopagati dall'Europa centrale per distruggere le condizioni, in particolare nel settore delle costruzioni".

Corbyn ha affermato che impedirà alle agenzie [le agenzie private di reclutamento dei lavoratori, NdR] di pubblicizzare i loro annunci di lavoro in Europa centrale —chiedendo loro di consultare prima le autorità locali. Questa idea si basa sul "modello Preston" adottato da quel municipio, per cui si da la priorità ai fornitori locali per i contratti col settore pubblico. Le norme della UE impediscono questo approccio, considerandolo una discriminazione.

In futuro, i lavoratori stranieri "dovrebbero venire qui sulla base dei posti di lavoro disponibili e data la loro capacità di vivere dignitosamente. Quello che non permetteremmo è questa pratica ignobile da parte di queste agenzie, quella di reclutare forza lavoro, scarsamente pagata, e portarla qui per licenziare i lavoratori già impiegati nel settore edile, per poi pagarli con salari bassi. È spaventoso, e le uniche persone che beneficiano sono i padroni".

Corbyn ha anche detto che un governo guidato da lui "garantirebbe il diritto dei cittadini dell'UE di rimanere qui, incluso un diritto ai ricongiungimenti familiari", e spererebbe in un accordo di reciprocità con la UE per i cittadini britannici all'estero».

* Fonte: Newstatesman del 23 luglio
** Traduzione di SOLLEVAZIONE

mercoledì 14 giugno 2017

CORBYN: LA SINISTRA CHE NON MUORE di Carlo Formenti

[ 14 giugno 2017 ]

Corbyn è riuscito a fare con il Labour ciò che Sanders non è riuscito a fare con i Democratici: ha trasformato il suo partito in un movimento: questo il commento che il New York Times dedica alla sconfitta di misura — che vale di fatto come una squillante vittoria — di Jeremy Corbyn nelle elezioni inglesi. 

Contro ogni aspettativa, contro l’unanime ostracismo di media ed élite, contro l’ala destra del suo stesso partito (che controlla la maggioranza del gruppo parlamentare), la quale auspicava una sconfitta per potersene sbarazzare, il “vecchio marxista” ha preso il 40% dei voti (con punte bulgare fra i giovani), sfiorando la vittoria nei confronti dell’algida Theresa May.

Come è stato possibile? Semplice: Corbyn ha saputo infondere entusiasmo in uno stuolo di attivisti che hanno convinto una generazione di ragazzi — i quali altrimenti non avrebbero votato — a sostenerlo; ora questi ragazzi non si professano laburisti ma “corbinisti”. Corbyn, come Sanders, è infatti un leader “populista” capace di coagulare il consenso trasversale di quella marea di cittadini (a partire dalla base sindacale inferocita dal tradimento del New Labour) che non si riconoscono nei partiti dell’establishment.

Ci riesce restituendo speranza con un programma dichiaratamente socialista (rinazionalizzazione delle ferrovie, accesso libero e gratuito all’istruzione superiore, miliardi per rivitalizzare la sanità pubblica – il tutto da finanziare con tasse duramente progressive su imprese e redditi elevati). Ci riesce perché non corteggia i media, ma incontra le persone per parlare con loro ed ascoltare cosa hanno da dire. Ci riesce perché sovverte le regole di un gioco politico ingessato dalle caste dei partiti di regime. Ci riesce perché la sua storia e la sua immagine – ha votato contro la guerra in Iraq, si è opposto alle riforme economiche neoliberiste, si batte contro la restrizione delle libertà civili in nome della sicurezza, controllando i giustificativi di spesa dei parlamentari i giornalisti hanno verificato che i suoi ammontano a nove sterline, si sposta regolarmente in bicicletta, non sgomita per occupare posti di potere – finora oggetto di scherno e barzellette da parte di media e avversari politici, si scopre ora che sono esattamente quelle che chiede la gente, stanca di politici avidi di potere, cinici e corrotti.

Perfino l’Economist, preso atto che anche quei parlamentari che fino a ieri lo insultavano e ne auspicavano la sconfitta ora ne esaltano le virtù (non è mai troppo tardi per saltare sul carro del vincitore), è costretto a riconoscere che l’era del New Labour di Blair è definitivamente tramontata. Lo stesso Economist, tuttavia, si avventura in un’improbabile analisi che interpreta quanto successo come l’effetto di una sorta di “americanizzazione” del sistema politico inglese: da un lato una destra sostenuta dagli strati popolari appartenenti ai livelli culturali e di reddito inferiori (quelli che hanno votato per la Brexit), dall’altro una sinistra fatta di classi medio alte, colte e cosmopolite (contrari all’uscita dalla Ue). 

Quindi, contando sul fatto che Corbyn ha raccolto largo consenso fra i giovani “creativi”, l’Economist sembra illudersi di trovare in lui un alleato per rovesciare l’esito del referendum. Una speranza mal riposta, ove si consideri: 1) che Corbyn fu tutt’altro che deciso nel sostenere il no alla Brexit (anche perché molte delle Trade Union radicali che ne hanno favorito l’ascesa, erano – e restano - per il sì); 2) che la sua idea di “soft Brexit” non mira a difendere gli interessi del capitale globale ma quelli dei lavoratori stranieri a rischio di espulsione; 3) che il suo programma non è concepito per compiacere le classi medio alte, bensì per migliorare la vita di quelle inferiori.

La verità è che il progetto politico di Corbyn, come quello di Sanders, ha il merito di aggregare un blocco sociale trasversale che unifica strati sociali inferiori e medi contro le politiche neoliberiste (e il suo successo dimostra che se il candidato democratico fosse stato Sanders probabilmente avrebbe sconfitto Trump). Molti commentatori politici gettano però acqua sul fuoco: Corbyn ha sfiorato la vittoria ma non ha vinto, ma soprattutto, con quel programma e con quelle idee, non potrà mai vincere perché, quand’anche ottenesse la maggioranza, non potrà metterle in pratica, visto che le “leggi” dell’economia lo vietano. 

Ma il vero punto è un altro: l’obiettivo di politici come Corbyn, Sanders, Iglesias e Mélenchon dovrebbe davvero essere andare al governo per cambiare le cose restando all’interno del sistema? Su questo dilemma si è dibattuto nell’ultimo congresso di Podemos, e la risposta di Pablo Iglesias, che ne è uscito vincente, è stata chiara: non si tratta tanto di andare al governo —anche se non si rinuncia a lottare per riuscirci— quanto di mettere all’ordine del giorno un cambio di civiltà, non si tratta di riformare il sistema bensì di uscirne. Ecco perché Sanders non ha mai smesso di parlare di rivoluzione.

* Fonte: Micromega

sabato 30 aprile 2016

BREXIT: IL PARTITO LABURISTA PER LA EU (E CON LA CITY) di Jim Edwards

[ 30 aprile ]

L'arrivo di Jeremy Corbyn alla testa del Labour Party è stato salutato in modo sguaiato dalla sinistra radicale italiana. Corbyn ha annunciato che è contrario all'uscita del regno Unito dall'Unione europea. Qui sotto un articolo che condanna questo posizionamento. Ma l'articolo non dice che c'è una sinistra britannica che voterà a favore della Brexit. Lo segnalavamo di recente.

«La cosa più strana del referendum sulla Brexit è il modo in cui la Sinistra e la Destra in Gran Bretagna si sono allineate sulle sponde opposte di dove ve le aspettereste. La campagna per l’uscita viene condotta in gran parte dai Conservatori, che da sempre sono contro la permanenza nell’UE. La campagna per restare, invece, ha ricevuto un forte sostegno proprio questo mese da parte del leader laburista Jeremy Corbyn, che ha fatto un importante discorso a favore della permanenza in UE.

Eppure non c’è niente di particolarmente conservatore nell’uscita dall’UE: la sovranità e il decentramento del potere sono storicamente cause impugnate dalla sinistra. È stato un governo laburista a devolvere maggiore potere a Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Alcuni parlamentari laburisti, come Tristram Hunt, ritengono di non aver comunque fatto abbastanza [nella direzione del decentramento del potere] quando erano al governo. Hanno guardato David Cameron con gelosia, nel momento in cui questi ha devoluto maggiore potere alle “Centrali del Nord”, cioè le zone attorno alle città di Liverpool e Manchester. L’autodeterminazione è storicamente una cosa di sinistra.

Ma la cosa ancora più strana è che non c’è nulla di particolarmente “di sinistra” nel voler restare in Europa. Se c’è qualcosa che l’esperienza della Grecia avrebbe dovuto insegnare alla Sinistra è che l’Europa è un club antidemocratico per capitalisti, nel quale le finanze sono gestite in larga parte a beneficio delle banche internazionali.

La Grecia è importante nel dibattito sulla Brexit perché ci dimostra di cosa è capace l’UE nei momenti critici. Per riassumere una situazione molto complicata in un paio di frasi, la Grecia ha eletto un governo di sinistra nel gennaio 2015. Questo governo ha tentato di rinegoziare il debito con la UE e ha fallito. La UE rivoleva i soldi sebbene tutti sapessero che l’economia greca era troppo debole, e che questa pretesa avrebbe azzoppato il paese.

Poi il governo ha fatto un referendum nel luglio 2015, sulla questione se si dovesse o meno accettare il piano di rimborso del debito alle condizioni della UE. La maggioranza ha votato per non accettarlo. Anche questi voti sono stati ignorati dalla UE, la quale alla fine ha costretto il paese ellenico ad accettare onerosi termini di finanziamento che hanno spinto la Grecia in una recessione più profonda di quella che gli Stati Uniti videro negli anni ’30 durante la Grande Depressione.

Il punto rilevante non è che voi siate d’accordo o meno con le politiche del governo greco. Il punto rilevante riguarda la sovranità e la democrazia: per due volte i greci hanno votato contro i mandati fiscali dell’UE, e per due volte sono stati ignorati — a beneficio delle banche. Ecco come si comporta la UE di fronte alla volontà di un popolo.

Certo, il debito greco non viene dal nulla. I greci non sono stati così eccellenti nel gestire i propri debiti, va bene. Ma inizialmente il credito gli è stato concesso da banche internazionali private come Goldman Sachs.

Il debito è stato poi disastrosamente rifinanziato dalla BCE e dal FMI, trasferendo così il debito dalle banche private a banche pubbliche/politiche, come la BCE e il FMI. Questa manovra è stata di un’importanza cruciale, perché ha spostato il debito dalla sfera privata — nella quale c’è un’accettazione del rischio — alla sfera pubblica/centrale, che non può ammettere default.

Avendo il debito greco in mano (5 miliardi di euro all’inizio) il problema per FMI e BCE era che in nessun caso avrebbero potuto “sganciare” la Grecia. In caso di default, qualsiasi paese o debitore nel mondo saprebbe che FMI e BCE non fanno sul serio quando si tratta di riscuotere i debiti. Se il debito fosse rimasto nel settore privato, un default avrebbe danneggiato solo gli azionisti di Goldman Sachs. Le banche private possono accettare il default o il taglio del debito, perché il rischio finanziario è cosa che gli appartiene. Ma il rischio politico non le riguarda affatto.

In quel contesto non c’è da stupirsi che le banche siano fortemente a favore della permanenza della Gran Bretagna nell’UE. Lloyds, Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, e un bel mucchio di fondi speculativisi sono tutti espressi a favore della permanenza della Gran Bretagna nell’UE. Alcuni hanno anche finanziato la campagna per la permanenza. Alle banche piace il fatto che, quando ne combinano una, poi arrivi la grande banca centrale a farsi carico dei debiti cattivi che esse dovrebbero riscuotere. Dal punto di vista di Goldman Sachs, la Grecia adesso è problema di qualcun altro, e tutto grazie alla UE.

È questo il motivo per il quale risulta così bizzarro vedere Corbyn che si dimostra solidale con la campagna dei banchieri per restare dentro l’UE.

In linea generale la Sinistra in Gran Bretagna è a favore dell’Europa perché l’UE impone ai suoi paesi di adottare certe leggi per tutelare i diritti umani e i diritti dei lavoratori. La UE attualmente è più liberale del governo Conservatore in Gran Bretagna, ed è probabile che la vita si faccia più dura per i lavoratori britannici se la Gran Bretagna va da sola. Ma si tratterebbe di politiche contingenti, perché la politica cambia. Chi lo sa quale governo tedesco di destra potrebbe avere forte influenza in Europa tra 10 anni? E cosa dire se, poniamo nel 2026, una forza conservatrice in UE dovesse impedire a un ipotetico Primo Ministro Corbyn di nazionalizzare le ferrovie? La legge UE proibisce letteralmente ai paesi di nazionalizzare determinate industrie.

IL partito laburista non potrà certo far decollare la sua idea di proprietà pubblica se rimane dentro la UE. Per contro, potremo ragionevolmente vedere il ritorno del British Rail [ferrovia pubblica britannica, NdT] solo dopo una Brexit.

La UE non è nemmeno un ottimo garante dei diritti umani. Leggete la sezione sulla libertà di parola del trattato UE sui diritti umani — la descrizione delle eccezioni al diritto di libertà di parola è più lunga del resto della stessa legge, e riguarda praticamente qualsiasi cosa. (Ed è questo uno dei motivi per cui non abbiamo vera libertà di parola in Gran Bretagna.)

Al momento sembra che la Gran Bretagna voterà per restare. Nonostante i meriti del caso, la campagna per l’uscita è dominata da figure relegate ai margini della politica britannica, come il leader dell’UKIP, Nigel Farage, o George Galloway. Il voto pro-Europa prevarrà, in una vittora di ben strani compagni. Il fatto che Corbyn e Cameron siano dalla stessa parte vi dice quanto sia bizzarro il tutto».

venerdì 22 aprile 2016

BREXIT: GUARDA UN PO' CHI VA IN SOCCORSO A CAMERON, PROPRIO JEREMY CORBYN (eroe dei sinistrati italiani) di Emmezeta

[ 22 aprile]



La notizia è vecchia di qualche giorno, ma merita comunque un commento.

Dopo la City, le grandi banche d'affari, la confindustria europea ed il G20, è arrivato lui: Jeremy Corbyn (nella foto). Il suo no alla Brexit non è una novità, i toni usati invece sì.

L'europeismo d'antan ormai non funziona più neppure sul continente, figuriamoci oltre-Manica. In mancanza di argomenti convincenti, i grandi poteri oligarchici ricorrono perciò alla paura. E' in questo clima che il leader laburista ha voluto portare il suo contributo al terrorismo psicologico delle classi dominanti.


Lo ha fatto in maniera davvero patetica. Questa la sua affermazione centrale: «Se il Regno Unito lascerà l'Unione europea assisteremo all'ultimo falò dei diritti dei lavoratori». Ecco, mentre lorsignori sono solo preoccupati del futuro della finanza, costui va a dargli una mano cercando di spacciare una merce da tempo scaduta, quella di un'inesistente "Europa sociale".



Speculatori ed operai uniti nella lotta? Che sia questa la formula vincente per tenere il Regno Unito nel paradiso terrestre del liberismo realizzato chiamato UE? Vedremo. Quel che è certa è la gravità delle affermazioni di Corbyn. Forse che ai lavoratori britannici sono arrivati nuovi diritti dall'Europa? E quali sarebbero, di grazia? La verità è che i diritti che ancora resistono sono - su entrambi i lati della Manica - il lascito di grandi lotte popolari, tutte avvenute nel quadro dei pre-esistenti stati nazionali.



Che il leader laburista si riferisca allora ai diritti dei lavoratori europei migrati in Gran Bretagna? Sembrerebbe escluso, a meno di non voler prendere in giro anche questi ultimi. I loro diritti (a partire da quelli previdenziali) sono stati infatti messi in gioco proprio dall'accordo europeo del febbraio scorso, quello che dà a Cameron ed ai sostenitori della permanenza nell'Unione - e dunque anche a Corbyn - qualche possibilità di vittoria.



Per fortuna non tutti la pensano come il leader laburista.  Così si è espressa - in un appello pubblicato anche su questo sito - la sinistra britannica per l'uscita dall'UE:
«La UE è irreversibilmente impegnata nelle privatizzazioni, nei tagli al welfare, nei salari bassi e nell'erosione dei diritti sindacali. Questo è il motivo per cui le forze dominanti del capitalismo britannico e la maggior parte della classe politica sono a favore di restare nella UE. La UE è irrevocabilmente impegnata nel TTIP ed in nuovi accordi commerciali che rappresentano il più grande trasferimento del potere al capitale che si siano mai visti».
Certo, la posizione europeista del Labour Party non è una novità, ma tutti i commentatori sono rimasti sorpresi dai toni usati dal suo leader. Per dire che una parte dei sostenitori dell'uscita dall'Unione sono più liberisti della stessa UE, era forse necessario dipingere quest'ultima come l'Eden dei diritti dei lavoratori? Evidentemente no, ma Corbyn lo ha fatto per accreditarsi verso gli attuali padrone del vapore come più affidabile dello stesso Cameron. Il quale, in evidente difficoltà dopo la scandalo dei Panama Papers, sarà tuttavia il principale beneficiario del soccorso rosa pallido del leader laburista.



E qui bisogna spendere qualche parola sul nuovo idolo dei sinistrati europei. Certo, Corbyn ha un programma che possiamo definire socialdemocratico, e questo lo allontana assai dalla storia degli ultimi decenni del Labour, a tutti gli effetti una forza che non solo ha fatto proprie, ma ha spesso promosso direttamente (specie nell'era Blair) le politiche neoliberiste. Ma se la crisi ha spinto a sinistra il Labour Party - e questo è comunque un positivo segno di crisi del neoliberismo -, non possiamo certo scordarci che Corbyn (che siede alla Camera dei Comuni dal 1983) era un deputato, sia pure dissidente, anche durante lo sciagurato periodo del premierato del guerrafondaio laburista Tony Blair.



In ogni caso il suo ruolo oggi, in vista del referendum sulla Brexit del 23 giugno, è semplicemente vergognoso. Ancora una volta, quando lo scontro si fa decisivo, gli esponenti della cosiddetta "sinistra europea" stanno dall'altra parte, quella delle banche, della Borsa, delle oligarchie finanziarie. Queste ultime ringraziano sentitamente, ma in fondo lo sanno: un utile Jeremy lo si trova sempre, anche se non è detto che possa sempre bastare...

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