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giovedì 15 giugno 2017

LE ASIMMETRIE DELL'UNIONE BANCARIA di Vladimiro Giacchè

[ 15 giugno 2017 ]
La prolusione di Vladimiro Giacchè ad un incontro al Parlamento europeo di Bruxelles organizzato da Marco Zanni


Nella tabella a sinistra gli NPL (crediti deteriorati) in pancia alle banche in % sui crediti lordi totali






«Buongiorno a tutti.

Desidero innanzitutto ringraziare l’on. Marco Zanni per aver voluto la realizzazione delle ricerche che qui presentiamo e il gruppo parlamentare Europe of Nations and Freedom che ci ospita.

Il focus di queste ricerche è rappresentato dalle asimmetrie che attualmente caratterizzano la regolamentazione bancaria in Europa.

Queste asimmetrie emergono sia con riferimento a quanto è regolamentato nel contesto della Unione Bancaria propriamente detta (o forse impropriamente detta, a giudicare dalle forti asimmetrie e squilibri interni che come vedremo la caratterizzano), sia con riferimento a quanto resta fuori dalla regolamentazione bancaria, ossia lo Shadow banking system, un’area grigia non normata che sta guadagnando terreno rispetto al sistema bancario tradizionale, ipernormato.

Lascio ai ricercatori del Centro Europa Ricerche che prenderanno la parola dopo di me il compito di esporre i contenuti puntuali della nostra ricerca su questi temi.

Desidero qui soltanto proporre qualche considerazione di carattere generale su finalità, contenuti e conseguenze della regolamentazione bancaria europea nella sua attuale configurazione, concentrandomi sull’Unione bancaria.

L’obiettivo con cui l’Unione bancaria europea è nata era quello di ridurre la balcanizzazione finanziaria nell’Eurozona, percepita (a ragione) come uno dei maggiori pericoli per la sussistenza stessa della moneta unica.

Sin dal 2012 gran parte delle ricerche disponibili agli operatori sui mercati finanziari evidenziavano infatti come quello che sino al 2008/2009 si presentava come un sistema così interconnesso da essere inestricabile, si era andato ridisegnando secondo linee “nazionali”: il lending cross-border nell’eurozona era crollato all’incirca alla metà dei valori precrisi, ingenti capitali erano stati rimpatriati nei paesi core, mentre il lending nei paesi cosiddetti periferici tornava ad essere sostanzialmente domestico.


In tal modo, uno degli obiettivi chiave della moneta unica, la creazione di un mercato finanziario integrato, veniva messo radicalmente in discussione, e per di più la fine della moneta unica diventava anche tecnicamente possibile (appunto in quanto le interconnessioni tra sistemi finanziari nazionali andavano diminuendo).

C’era un altro problema, non meno grave: questa situazione rendeva possibile un circolo vizioso potenzialmente distruttivo tra rischio di credito e rischio sovrano.

La situazione fu affrontata tramite la costruzione di un’Unione bancaria, che – nelle intenzioni – avrebbe dovuto concorrere al ripristino di un mercato finanziario e bancario integrato tramite una vigilanza bancaria unica (primo pilastro), procedure di risoluzione che limitassero il rischio di contagio in caso di crisi (secondo pilastro) e una garanzia europea sui depositi tale da spezzare il nesso rischio Paese-rischio bancario (terzo pilastro).

A oggi, il giudizio sull’architettura messa in piedi non può non essere estremamente severo.

In estrema sintesi:

Per quanto riguarda il primo pilastro, la vigilanza bancaria unica ha effetti di copertura molto differenti tra i vari sistemi bancari nazionali, lasciando aperto un rischio sistemico molto serio in alcune importanti nazioni dell’Eurozona (i dati contenuti nella ricerca del CER parlano da soli).
L'architettura costituzionale dell'Unione bancaria europea


Quanto al secondo pilastro, le procedure di salvataggio o risoluzione delle banche in crisi, caratterizzate dal sostanziale divieto di bailout pubblico, anch’esse hanno avuto effetti pesantemente asimmetrici che hanno danneggiato pesantemente alcuni sistemi nazionali (in primis il nostro). Questo in quanto esse venivano stabilite a valle di aiuti pubblici senza precedenti concessi alle banche di molti paesi europei. Questi aiuti avevano sostanzialmente disattivato la normativa europea sugli aiuti di Stato sull’onda dell’emergenza, alterando in misura sostanziale il panorama concorrenziale del sistema bancario in Europa. E’ evidente che impedire a questo punto ogni bailout pubblico (o comunque subordinarlo a criteri estremamente stringenti e posporlo alla partecipazione di azionisti, obbligazionisti e correntisti al risanamento aziendale, non escludendo affatto la strada della risoluzione/chiusura della banca interessata) risultava fortemente penalizzante per gli Stati che non avevano proceduto a sostenere in modo massiccio il sistema bancario nazionale nella fase precedente. Quanto all’entità di questo sostegno, un articolo pubblicato da M. Frühauf sulla FAZ del 16 agosto 2013 (alla vigilia della definizione dell’Unione bancaria) offre dati a dir poco impressionanti. Per comodità di riferimento, in appendice a questo testo è riportata la traduzione di un grafico tratto dall’articolo di Frühauf.

Gli effetti negativi dei primi due pilastri divenivano dirompenti a causa dell’assenza del terzo pilastro, assolutamente essenziale al fine dichiarato dell’Unione bancaria, ossia quello di invertire quel processo di balcanizzazione finanziaria lungo linee corrispondenti ai confini nazionali che era una delle conseguenze più evidenti della crisi. Infatti l’assenza di una garanzia europea manteneva comunque – e per tempi prevedibilmente molto lunghi – l’onere della protezione dei risparmiatori in capo al sistema Paese interessato, e (ancora una volta) contraddiceva quella solidarietà europea che dovrebbe essere il fondamento dell’architettura istituzionale dell’Ue, e in particolare dell’Eurozona.

L’effetto di questo insieme di norme (i pilastri che ci sono e quello che non c’è) è stato devastante in particolare per il sistema bancario italiano, per il quale le nuove regole hanno mutato in misura sostanziale – e per di più senza alcuna fase transitoria – il panorama normativo vigente da decenni, oltretutto in contraddizione con almeno due articoli della nostra Costituzione (l’art. 43 e l’art. 47).


A dispetto delle intenzioni (ma già Hegel sapeva che “di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno”), il nuovo contesto normativo ha penalizzato pesantemente i risparmiatori (in particolare i detentori di obbligazioni subordinate acquistate in vigenza del vecchio ordinamento). E, come era facilmente prevedibile, in assenza sia di un backstop pubblico per le situazioni di crisi che di un sistema di garanzia europeo, ha innescato un vero e proprio bank run in relazione agli istituti percepiti come più deboli, o che erano alle prese con crisi aziendali che sarebbero state facilmente gestibili nel contesto normativo precedente. In tal modo, secondo il meccanismo ben noto delle previsioni che si autoavverano (self-fulfilling prophecies), i problemi di liquidità di alcuni istituti hanno occasionato una fuga dei depositi che ne ha posto a rischio la solvibilità.

È importante sottolineare che quanto sopra non è stato soltanto il frutto degli effetti oggettivamente asimmetrici delle nuove norme, ma anche delle modalità – anch’esse asimmetriche – della loro applicazione.

Un cenno specifico merita in questo contesto il rischio di mercato. Il peso di questo rischio (legato all’attività finanziaria, incluse le transazioni in derivati) risultava assolutamente sottodimensionato rispetto alla sua portata reale già negli Stress Test e AQR: in tal modo veniva enfatizzato il rischio di credito, e conseguentemente penalizzati i sistemi bancari (quale quello italiano) in cui quest’ultimo aveva un peso proporzionalmente maggiore.

Ma c’è di più: il rischio di mercato (al contrario del rischio di credito) non figura nelle 5 priorità della Vigilanza bancaria europea esercitata dalla BCE né nel 2015, né nel 2016, né nel 2017: questo è scritto esplicitamente nei Rapporti annuali della BCE sull’attività di vigilanza.

In questo modo risulta insufficientemente vigilata precisamente la tipologia di rischio alla quale è attribuito lo scoppio della crisi culminata nella Grande Recessione. Più concretamente, è insufficientemente vigilato il rischio di mercato espresso da alcune grandi banche tedesche e francesi, e in particolare quello di un colosso quale Deutsche Bank, il valore effettivo dei cui Level3 assets (derivati) è un esercizio più prossimo alla divinazione che alla stima scientifica: in effetti al team ispettivo della Vigilanza BCE che ha recentemente condotto un’ispezione presso la banca di Francoforte non è stato richiesto nemmeno di prezzare il valore dei derivati in portafoglio. E del resto già in precedenza la stessa Vigilanza europea aveva alzato le mani con un curioso ragionamento: giudicando cioè irrealistico valutare l’adeguatezza del pricing dato ai derivati in portafoglio di Deutsche Bank e di altre grandi banche vista la discrezionalità concessa al riguardo a banche e revisori.
2009: le banche più colpite dalla crisi finanziaria

Più in generale, il grande vincitore dell’Unione bancaria è stato il sistema bancario tedesco. Ma più ancora per quello che riguarda le banche di piccole e medie dimensioni che per quanto riguarda le grandi: le prime hanno infatti beneficiato in primo luogo di una costruzione del primo pilastro che ha fissato a 30 miliardi di assets il livello minimo per essere vigilati dalla Bce. Per ottenere questa soglia minima Schäuble minacciò di mettere il veto all’Unione bancaria, e non è un mistero che l’obiettivo era tenere fuori le Sparkassen dalla Vigilanza europea: in effetti, delle 417 Sparkassen soltanto una è oggi vigilata dalla Vigilanza BCE; stiamo parlando di banche cui spetta il 22,3% degli impieghi di quel paese, per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro).

Del resto non è questo l’unico modo in cui queste banche pubbliche, tradizionalmente legate alla CDU, sono state protette. Vanno citati almeno altri due modi.

Il primo è rappresentato dal mantenimento al di fuori della normativa europea, in una sorta di limbo regolamentare, dei cosiddetti Institutional Protection Schemes (IPS). Gli IPS sono diffusi soprattutto in Germania (Sparkassen e Volksbanken) e Austria (banche Raiffeisen). Si tratta di sistemi di mutua protezione e garanzia tra le banche associate, regolati contrattualmente a livello di associazione di categoria. Sono accordi di natura contrattuale e non configurano un’entità legale, e in quanto tali differiscono sia dai gruppi bancari, sia dai network di banche. Pertanto non sono direttamente oggetto della disciplina europea e legata agli accordi di Basilea. Ad es. nella Direttiva europea sui requisiti di capitale (CRD IV) gli IPS non sono neppure citati. La cosa è stata giudicata da Thomas Stern (Austrian Financial Markets Authorities) in questi termini: “la decisione del legislatore europeo di non estendere la regolamentazione riguardante capitale e liquidità agli IPS è rimarchevole e difficile da capire da un punto di vista prudenziale”. Il fatto di essere membri di un IPS in effetti dà alle banche associate una serie significativa di privilegi regolamentari: lo stesso Stern, ad esempio, ha osservato che la struttura degli IPS tra l’altro non era oggetto della regolamentazione dei nuovi requisiti di liquidità quali il Liquidity Coverage Ratio (LCR) e il Net Stable Funding Ratio (NSFR). Di fatto, un importante fattore di rischio sistemico è stato in tal modo trascurato dalla normativa. È appena il caso di dire che le banche italiane in qualche modo confrontabili con le Sparkassen e Volksbanken tedesche, le Banche di Credito Cooperativo, rientrano invece pienamente nella normativa europea anche per quanto riguarda i requisiti di capitale e di liquidità.


Il secondo modo attraverso cui il governo tedesco ha aiutato le proprie Sparkassen è molto interessante, ma purtroppo poco noto: esso è consistito precisamente nel rimandare sine die il sistema di mutua garanzia e assicurazione dei depositi tra le banche europee. Siccome il nesso può non apparire immediato, vale le pena di aggiungere qualche parola di spiegazione. Nel 2013 viene decisa la partenza dell’Unione bancaria con due pilastri su tre (gravissimo l’errore dell’Italia nel non impedire questa asimmetria che rendeva l’unione bancaria incoerente rispetto alle sue stesse finalità – ovviamente accettando che esse coincidessero con quelle dichiarate). Nel 2015 comunque procedono in qualche modo i negoziati per attivare anche la mutua garanzia. Ma Sparkassen, Volksbanken e Genossenschaftsbanken non ne vogliono sapere di partecipare al sistema di mutua garanzia europeo, essenzialmente per due motivi: in primo luogo perché ritengono – verosimilmente a torto - di essere in grado di proteggersi da sole (col sistema degli IPS visto sopra) e quindi non vedono alcun vantaggio dal partecipare a questo sistema; in secondo luogo, e soprattutto, perché temono di dover rendere omogenee le proprie regole specifiche (e di favore) a quelle delle altre banche.

Le prime prese di posizione delle Sparkassen contro la mutua garanzia europea risalgono all’estate 2015. Successivamente Schäuble ha minacciato di attivare una minoranza di blocco contro la normativa proposta. Contemporaneamente venivano fatte filtrare indiscrezioni secondo le quali Italia e Francia avrebbero dichiarato la propria indisponibilità a decidere contro Berlino, e che anche Olanda, Austria e Finlandia erano scettici sulla proposta della Commissione.

Ovviamente l’opposizione tedesca veniva motivata con il timore di dover pagare per altri sistemi bancari. Ma tutto questo era soltanto un fuoco di sbarramento, dietro cui si celava l’obiettivo di “insulare” ancora una volta le Sparkassen dal resto del sistema finanziario europeo.

Precisamente per questo motivo lo stesso tentativo del Commissario lettone Dombrovskis di attenuare la partecipazione delle Sparkassen al fondo, proponendo che “i contributi al fondo siano soppesati in base al rischio di ciascuna banca”, non è bastato alla Germania: perché, se da un lato in questo modo si spostava il problema in avanti comprando tempo (l’analisi dei rischi è un processo che può durare anni), dall’altro per le Sparkassen poteva essere un rimedio peggiore del male, perché per intendere i rischi di una banca bisogna conoscerne i numeri – ossia proprio quello che Schäuble, alzando a 30 miliardi i requisiti in termini di assets per essere vigilati da Bruxelles, era riuscito a evitare. Di fatto, con la mutua garanzia, per stabilire quanto dovuto da ciascuna banca la supervisione BCE anche sulle Sparkassen, che grazie alla configurazione del primo pilastro era stata tenuta fuori dalla porta, sarebbe rientrata dalla finestra.

A inizio dicembre 2015 Schäuble sembra arrendersi all’impossibilità di tener fuori Sparkassen e Volksbanken dal sistema di mutua garanzia europeo.

Poi, l’8 dicembre, il colpo di scena. Schäuble alza il tiro: da un lato attacca la BCE per il conflitto di interesse tra il suo ruolo di guida della politica monetaria e quello di organismo di vigilanza bancaria (conflitto effettivo, ma agitato ora in termini strumentali, quando sarebbe bastato a suo tempo affidare la vigilanza bancaria europea all’EBA e non alla BCE per evitare il problema); dall’altro annuncia la sua opposizione alle misure proposte in assenza del recepimento da parte di tutti gli Stati della normativa europea sul bail-in (evidente pretesto), ma soprattutto avanzando una nuova priorità: prima della partenza del terzo pilastro devono essere ridotti i rischi del sistema bancario. Questa priorità viene successivamente precisata in un modo molto pericoloso per noi: è necessario che le banche europee riducano la quota dei titoli di Stato del proprio paese che hanno in portafoglio. Da parte tedesca si cerca di forzare soluzioni che prevedono: di soppesare per il rischio questi assets in portafoglio e/o di porre limiti alla quantità di titoli di questo tipo detenibili in portafoglio.

Con questo escamotage (o, se si vuole, diversione tattica) venivano conseguiti due obiettivi. In primo luogo, si deviava l’attenzione dal tema in discussione (il completamento dell’Unione bancaria e l’esentabilità o meno di alcune categorie di banche dalla medesima), focalizzandola viceversa su un tema da cui la Germania aveva tutto da guadagnare. È infatti evidente che un rinnovato interesse dei mercati nei confronti della rischiosità dei titoli di Stato dell’eurozona non poteva nuocere alla Germania e anzi nella migliore delle ipotesi avrebbe potuto favorire una ripresa del flight to quality verso titoli di Stato tedeschi, come ai bei tempi della crisi della Grecia e dell’effetto domino successivo. Ma soprattutto si rinviava sine die la realizzazione del terzo pilastro, a tutela ancora una volta delle Sparkassen: infatti, prevedibilmente, l’Italia finì per opporsi alla discussione del dossier titoli di Stato, Renzi (giustamente) minacciò di mettere il veto a ogni decisione in argomento, e con questo la mutua garanzia entrò nello stallo in cui si trova tuttora.

Frattanto l’unione bancaria a due zampe (praticamente, un tavolino con due gambe – con simili effetti in termini di stabilità) entrava in vigore, senza neppure il periodo transitorio originariamente ipotizzato. Sulle conseguenze di questo tornerò tra poco. Ma voglio prima aggiungere qualcosa sull’azione del sistema-Paese Germania in questo frangente. È interessante notare come l’azione della Germania veda un perfetto coordinamento tra sedi e attori diversi: l’8 dicembre le posizioni ufficiali di Schäuble; il 9 dicembre il rapporto presentato dall’europarlamentare tedesco Burkhardt Balz al parlamento europeo (Report Balz) - e votato a larga maggioranza nel gennaio 2016 - nel quale si esprime tra l’altro la necessità di “spezzare il legame tra i soggetti sovrani e le banche a livello nazionale”; infine, a febbraio, la lettera congiunta dei presidenti di Bundesbank e Banque de France in cui si accenna tra l’altro all’“anomalia” rappresentata dai troppi titoli di Stato in carico ai bilanci bancari.

Il risultato, quanto all’obiettivo principale di Schäuble, è presto detto: le Sparkassen tedesche potranno continuare a beneficiare di requisiti di capitale più laschi e di una vigilanza esclusivamente domestica: un combinato disposto che rappresenta un mix esplosivo dal punto di vista dei rischi di crisi bancaria. Oggi una crisi di questo comparto in Germania non avrebbe nulla da invidiare, nei suoi effetti, alla crisi delle casse di risparmio statunitensi (Saving & Loans Banks) negli anni Ottanta. Un ciclo economico domestico positivo e il fatto che le aree a maggior rischio di crisi sono altre concorrono a far sì che nessuno oggi si avveda del problema, ma questo non lo rende meno esplosivo, almeno potenzialmente. Nel frattempo, le Sparkassen e le altre banche tedesche difendono con le unghie e coi denti la propria autonomia e il diritto di non essere vigilati da nessuna autorità di vigilanza europea: da ultimo il 31 maggio scorso una dichiarazione della Deutsche Kreditwirtschaft (l’associazione che riunisce le diverse associazioni bancarie di categoria tedesche) si è espressa contro le presunte “invasioni di campo” dell’ESMA (la Consob europea), ravvisando in alcuni obblighi di informativa avanzati da questa l’oltrepassamento delle prerogative di legge e una “tendenza ad attribuirsi mandati” che esulano da esse.

Ma torniamo al sistema bancario italiano, un settore che al termine della creazione delle holding delle banche di credito cooperativo sarà in larghissima parte sottoposto a vigilanza europea. Se prendiamo le quotazioni di borsa del settore negli ultimi anni, è facile osservare un andamento fortemente negativo. Ma i trigger del crollo dei prezzi non sono stati rappresentati principalmente da notizie negative, bensì da eventi che riguardavano la “regulation” del settore a livello europeo, o interventi del regolatore europeo stesso su questa o quella situazione, su questa o quella banca. Dallo stop, a fine 2015, all’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per salvare le 4 banche locali su cui si è poi dovuto intervenire diversamente (e con minore tutela degli obbligazionisti), e poi – soprattutto – dall’entrata in vigore del bail-in senza periodo transitorio e senza la contestuale attivazione della mutua garanzia europea sui depositi. Non è un caso che tra fine dicembre 2015 e l’11 febbraio 2016 (a ridosso dell’entrata in vigore del bail-in) siano stati bruciati 46 miliardi di capitalizzazione di borsa dei titoli bancari su un totale di 134,6: un crollo del -35%. Senza dimenticare le lettere spedite dalla vigilanza europea a questa o quella banca, o anche a diverse banche insieme, magari per chiedere di cedere subito i crediti problematici, magari al 17% del valore già forzosamente applicato alle 4 banche di cui sopra. La vicenda del MPS è una telenovela a sé. E nelle ultime settimane vi è più di un indizio che fa pensare che Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca siano state scelte quali cavie per l’applicazione delle regole di risoluzione.

È in ogni caso importante sottolineare che in tutti i casi di crisi verificatisi da fine 2015 in poi un elemento determinante è stata la fuga dei depositi, che semplicemente non avrebbe avuto luogo in vigenza della normativa nazionale precedente l’entrata in vigore dell’Unione Bancaria. In tutti questi casi è stata determinante, e ha giocato un ruolo pesantemente negativo, l’assenza di backstop pubblico. In tal modo non è azzardato affermare che per il sistema bancario italiano la nuova regolamentazione europea ha rappresentato sin dalla sua introduzione uno dei principali fattori di rischio, anziché – come avrebbe dovuto essere – di stabilizzazione.

Che fare?

Nelle relazioni che seguiranno vengono esposte alcune proposte concrete sui singoli temi in discussione.

Ci sono due temi di carattere più generale che credo però vadano almeno accennati. Il primo riguarda il bail-in. A inizio 2016 vi fu un dibattito in Italia sull’opportunità o meno di sospenderlo. Tra i favorevoli vi furono editorialisti di diversa tendenza e certo non sospettabili di pulsioni nazionalistiche antieuropee, oltreché associazioni di categoria e anche una parte del mondo politico. Erano i mesi in cui una buona parte degli Stati dell’Unione Europea sospendeva Schengen. Quella sospensione come sappiamo perdura tuttora, mentre il bail-in non fu sospeso dall’Italia né allora né dopo. Credo che una valutazione seria vada fatta, nell’ipotesi che perduri l’atteggiamento oltranzistico della Commissione Europea nel caso delle banche venete, nel caso che non si sblocchi il terzo pilastro, ma soprattutto alla luce della sua incostituzionalità (non occorre essere particolarmente fantasiosi per immaginare cosa sarebbe successo in Germania se si fosse ravvisata una qualche contraddizione tra le regole dell’unione bancaria e alcuni articoli della Grundgesetz).

Il secondo tema è più generale e riguarda l’approccio negoziale del nostro Paese su questo come su tutti dossier in discussione. È un approccio scoordinato, inefficace, che pretende di essere idealistico (con riferimento a idealità europee evidentemente interpretate in modo diverso dagli altri partner) ed è in realtà scarsamente lungimirante e rinunciatario. In una parola: subalterno.

Sovente il modello tedesco nel nostro paese viene portato ad esempio da politici e giornalisti. In genere un po’ a sproposito. Credo però che quanto all’efficacia negoziale e alla capacità di perseguire gli interessi nazionali (o quanto meno di settori economici nazionali ritenuti strategici), di fare gioco di squadra e di fissare punti irrinunciabili e “linee rosse” invalicabili nei negoziati, abbiamo senz’altro molto da imparare.


In ogni caso, non possiamo neppure pensare di poter correggere gli squilibri che caratterizzano la costruzione europea senza adottare un approccio negoziale diverso da quello seguito finora. Questo è vero in termini di informazione sui dossier in discussione, in termini di coordinamento, come pure in termini di decisione e strategia negoziale.

Le ricerche che oggi presentiamo intendono offrire un contributo conoscitivo al servizio di questo auspicabile diverso approccio.

Grazie per l’attenzione».

Poscritto:

Pochi giorni dopo l’incontro di Bruxelles in cui è stato pronunciato questo intervento, il 10 giugno, il settimanale finanziario “Milano Finanza” ha pubblicato le dure dichiarazioni del ceo di Intesa-Sanpaolo, che ha chiesto le dimissioni di “chi ha accettato questo bail-in”. Il giorno successivo il “Corriere della Sera” ha ospitato una lunga intervista al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che ha confermato nel modo più indiscutibile in tale sede diverse delle cose che avevamo osservato nel nostro incontro di Bruxelles. Il dibattito su questi temi è in pieno corso. Tre interrogativi restano aperti: il primo riguarda il passato ed è: come è stata possibile una débâcle negoziale così completa? Il secondo riguarda il presente ed è: come mai il velo su questa vicenda così grave e importante è stato sollevato solo ora? Tra l’altro, come si è visto, non era difficile rendersi conto degli effetti della nuova normativa. Ma il più importante è il terzo, che riguarda il futuro: se le cose stanno in questi termini, cosa facciamo? Chiediamo “più Europa” o ci diamo la priorità di aggiustare quello che nell’“Europa” attuale non funziona? Almeno la risposta a quest’ultima domanda non sembra difficile.

http://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/wirtschaftspolitik/teuer-fuer-den-steuerzahler-milliardengrab-bankenrettung-12535343.html . Un solo esempio tra i molti possibili: le garanzie prestate dallo Stato tedesco alla sola Hypo-RE furono pari a 145 miliardi di euro, il costo ad oggi per il contribuente tedesco del salvataggio di questa società finanziaria 20 miliardi di euro (cfr. H. Peitsmeier, Das Letzte von der Resterampe, “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, 4.8.2015). Altre fonti riportano cifre in parte diverse sul complesso degli aiuti ricevuti dalle banche europee. Quello che emerge da ogni resoconto su aiuti e garanzie concessi è la particolarità della situazione italiana, caratterizzata da aiuti di Stato alle banche decisamente esigui se raffrontati agli altri Paesi dell’Unione Europea.


* Fonte: Marco Zanni

lunedì 11 aprile 2016

VLADIMIRO GIACCHÈ: COSTITUZIONE ITALIANA VERSUS TRATTATI EUROPEI di Piotr Zygulski

[ 11 aprile ]

Recensione del libro di Vladimiro Giacché: Costituzione italiana contro trattati europei

Nella Costituzione della Repubblica Italiana ci sarebbe un articolo incostituzionale. Si tratta del “nuovo” articolo 81 che, in seguito alla riforma del 2012, ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, vincolo imposto dagli impegni firmati in sede europea. Vladimiro Giacché, economista formatosi alla Normale di Pisa e in Germania, apre il suo pamphlet Costituzione italiana contro trattati europei: Il conflitto inevitabile (Imprimatur edizioni, 2015) con una dedica al partigiano Fra’ Diavolo, nome di battaglia di Luigi Fiori, venuto a mancare nel maggio del 2015, dal quale l’anno precedente aveva ricevuto in dono una copia della Carta fondamentale della nostra Repubblica. Una copia che però era priva del nuovo articolo 81. “Non c’è, perché quell’articolo non fa parte della nostra Costituzione”, affermava il novantaquattrenne.

Da tale spunto scaturisce una riflessione sull’idea di società che informa la Costituzione italiana e quella che invece soggiace ai trattati europei, da quello di Maastricht a quello di Lisbona. Vladimiro Giacché giunge a concluderne la sostanziale incompatibilità dei principi, come già enuncia il sottotitolo del saggio. Infatti, se la Costituzione Italiana presuppone un modello di “capitalismo interventista“, in cui lo Stato si impegna a garantire ai suoi cittadini il diritto al lavoro e quello ad una remunerazione adeguata e dignitosa – rimuovendo “gli ostacoli di ordine economico e sociale”, come recita il terzo articolo – i trattati europei sono intrisi di un’impostazione liberista che tende a legare le mani agli Stati membri, ma finanche alla Banca Centrale Europea, che avrebbe solamente il compito di tenere bassa l’inflazione. La stessa scienza economica ufficiale, tuttavia, insegna che ad una bassa inflazione generalmente corrisponde un alto livello di disoccupazione (la cosiddetta “curva di Philips”), oltre a maggiori difficoltà per i debitori. Una concezione simile si era già insinuata nelle nostre istituzioni almeno a partire dal 1981, fatidica data in cui avvenne la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia, che ha costretto l’Italia a indebitarsi solamente sui mercati finanziari, con conseguenti interessi sempre più alti; in ciò andrebbe ricercata l’esplosione del debito pubblico italiano, a detta di Giacché. Con la scusa del medesimo debito pubblico elevato, tuttavia, nell’ultimo decennio sono state introdotti provvedimenti di riduzione di spesa pubblica improntati all’austerity e lo stesso principio del pareggio di bilancio assicurato per via costituzionale, seppur con l’attenuazione che dovrebbe tenere conto delle fasi avverse del ciclo economico.
Vladimiro Giacchè


Il timore di Giacché è però che questo nuovo articolo 81 sia un grimaldello per scardinare l’intero impianto costituzionale, restringendo sempre più i margini di manovra necessari allo Stato per perseguire equità e solidarietà sociale, ad esempio con investimenti pubblici di lungo periodo e con tutte quelle misure definite keynesiane o di welfare state, che includono la spesa previdenziale e pensionistica. Riguardo quest’ultima, una norma del decreto “Salva Italia” risalente al Governo di Mario Monti ha bloccato la rivalutazione di alcune pensioni, richiamandosi all’esigenza del rispetto dell’articolo 81 e dei vincoli “esterni” europei. Ma la Corte Costituzionale lo scorso aprile ha a sua volta sancito l‘illegittimità del blocco , così come ha ritenuto incostituzionale la non rivalutazione degli stipendi dei dipendenti della pubblica amministrazione. In queste occasioni – e probabilmente in molte altre che si susseguiranno in futuro, come è accaduto ad esempio in Portogallo  – emerge il conflitto cruciale: rispettare l’articolo 3 oppure l’81 della medesima Costituzione?

La risposta della Corte Costituzionale nel caso specifico ha privilegiato il terzo articolo, ma non è detto che in futuro possa confermare questo orientamento, anche perché le critiche a tale decisione non sono mancate. Più netto è l’orientamento dell’autore Vladimiro Giacché che, di concerto con altri giuristi italiani del calibro di Luciano Barra Caracciolo – cui questo pamphlet è debitore – non ha dubbi: i primi 12 articoli della Carta fondamentale sono talmente strutturanti per la nostra Repubblica che non potrebbero essere sottoposti neppure a modifica (stando alla Sentenza n. 1146 del 1988), pertanto nessuna aggiunta posticcia deve poterli scavalcare. Ma il rischio c’è, e il saggio dell’economista ha il merito di evidenziare i punti in cui potrebbero aprirsi ulteriori conflitti. I quali, in fondo, sono conflitti tra due idee di società incompatibili tra loro.

L’autore del libro, con questo intervento sintetico e accessibile a molti grazie alla sua agilità divulgativa, ha il merito di aver esposto le motivazioni della propria scelta di campo a favore della Costituzione Italiana, e quindi contro il “vincolo esterno” proveniente dai Trattati Europei. Ciò non vieta che qualcun altro, animato da diverse prospettive ideali, possa preferire lo schieramento opposto, ma a patto di dichiararlo, anziché nascondersi dietro all’ipocrisia di chi affianca il tricolore al vessillo di eurolandia, ossia di ciò che ci resta del “sogno europeo”, al quale lo stesso Giacché – non si vergogna ad ammetterlo – aveva inizialmente creduto.

mercoledì 23 dicembre 2015

L'UNIONE BANCARIA E LA RAPINA AI DANNI DEI RISPARMIATORI ITALIANI di Vladimiro Giacchè

[ 23 dicembre ]


"Ancora una volta è stata data vinta al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, il quale aveva affermato che non avrebbe fatto passare la mutua garanzia dei depositi fra le banche europee. Questa è la ciliegina sulla torta di una unione bancaria che è stata costruita in un modo tale che non riduce, ma enfatizza le asimmetrie tra i sistemi bancari nazionali dell’Eurozona".

Il tutto mentre ancora non si placano le polemiche sul crack delle quattro piccole banche - Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti - da anni in grave difficoltà ma "miracolate" grazie al decreto "salva-banche" del governo italiano "aggrappato" alle regole europee.

"L'unione bancaria - spiega Giacchè - si fonda su tre pilastri: il primo è la sorveglianza della Banca centrale europea sulle banche europee, il secondo è il Resolution Mechanism, il sistema accentrato per la gestione delle crisi bancarie nei paesi aderenti all’area euro, e il terzo quello che avrebbe dovuto essere la mutua garanzia tra le banche a livello europee. E che, a quanto sembra, almeno per il momento non ci sarà".
Il primo pilastro, secondo l’economista di La Spezia, è stato negoziato dalla Germania "per sottrarre alla sorveglianza europea gran parte del suo sistema bancario. Prendiamo le casse di risparmio, le cosiddette Sparkassen, che in Germania sono 417 e fanno crediti per mille miliardi di euro: soltanto una di esse sarà controllata da Bruxelles grazie al fatto che il livello minimo di attivi necessari per essere vigilati da Bruxelles ammonterà a ben 30 miliardi di euro. Visto che il sistema bancario tedesco è meno concentrato rispetto a quelli italiano e francese, ad esempio, aver posto la soglia minima per essere vigilati da Bruxelles a un livello così alto è stato un ingiustificato privilegio per la Germania".
Il secondo, invece, "prevede che siano sostanzialmente impediti gli aiuti di Stato alle banche in crisi".

Le banche in difficoltà, infatti, dovranno in primo luogo chiedere i soldi ai loro azionisti, ai loro obbligazionisti e anche ai loro depositanti, il cosiddetto bail-in.
Ma qui, avverte Giacchè, sorge un ‘piccolo’ problema, poiché “dal 2008 in poi gli Stati europei hanno versato un fiume di denaro per salvare le loro banche, una cifra di 1.616 miliardi di euro che, se si includono le garanzie, supera il muro dei 5 mila miliardi”.
Ma, precisa l’economista, “a fronte di quella cifra citata prima, gli aiuti italiani alle banche in crisi ammontano ad appena 15 miliardi di euro, tra l’altro prestiti a titolo oneroso alle banche e non finanziamenti a fondo perduto. Quindi la situazione è questa: tutti i grandi sistemi bancari europei a parte il nostro sono stati salvati con enormi flussi di denaro pubblico, parliamo di cifre superiori a quelle sborsate negli Usa, riportando in vita sistemi bancari che erano in sostanza falliti nel loro insieme e quindi alterando gravemente la concorrenza tra le banche in Europa".
"Ma l'Italia non ha fatto nulla di tutto ciò: quindi, negoziare una restrizione degli aiuti di Stato generalizzata e valida per tutti allo stesso modo in realtà congela il vantaggio concorrenziale acquisito da alcuni sistemi bancari grazie al denaro dei contribuenti. Si tratta di una misura solo apparentemente equa, che in realtà è gravemente iniqua a danno dell’unico Paese che non aveva impegnato il bilancio pubblico per i salvataggi. Si sarebbe potuto pensare che alla luce di tutto questo l’Italia avrebbe potuto almeno godere di un occhio di riguardo da parte di Bruxelles in relazione alla recente richiesta di creare una bad bank, ossia un veicolo societario in cui far confluire gli asset ‘tossici’ delle banche, o anche soltanto il via libera all’utilizzo del fondo interbancario di tutela dei depositi per risolvere la crisi delle quattro banche italiane. Ma nulla di tutto questo è accaduto, l’atteggiamento di Bruxelles, in entrambi i casi, è stato di ingiustificata chiusura".
Dunque, per i primi due pilastri, il "riassunto" di Giacchè è semplice: il primo ha delle regole con effetto asimmetrico sui diversi sistemi bancari, il secondo costituisce un ingiustificato privilegio nei confronti di chi ha speso soldi enormi per salvare banche decotte.
"Due a zero contro l’Italia e il suo sistema bancario", commenta con gergo calcistico il direttore del Centro Europa Ricerche di Roma.
E il terzo pilastro?
"Non ci sarà - commenta lapidario l’economista - anche se un meccanismo di mutua garanzia tra le banche europee, non più nazionale ma europeo, avrebbe rappresentato la vera alternativa agli aiuti di Stato. Apparentemente, questa è la scusa ufficiale, perché Schaeuble teme di dover pagare per altri sistemi bancari in crisi, crede cioè che il famoso risparmio tedesco venga impiegato per salvare altri sistemi bancari. Questo è quello che racconta e che purtroppo anche i nostri giornali ripetono. Qui però vanno fatte notare due cose. Per ora è il risparmio degli altri Paesi che ha salvato le banche tedesche, e non viceversa. In effetti il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), ossia il cosiddetto Fondo ‘salvastati’, è servito prima a mettere in sicurezza i cattivi crediti delle banche tedesche e francesi alla Grecia, ossia a trasferire il rischio sui contribuenti europei, poi a salvare le banche spagnole. Dunque, il risparmio degli italiani è già servito più volte in questi anni a risolvere i problemi dei sistemi bancari altrui".

"Insomma - dice ancora Giacchè - volendo buttarla in battuta si potrebbe tradurre così le parole del ministro delle finanze tedesco: 'vogliamo evitare che in futuro capiti ai risparmiatori tedeschi ciò che grazie a noi tedeschi è capitato ai risparmiatori italiani'. Ma anche questa traduzione sarebbe troppo benevola. Perché il vero motivo della ferma opposizione di Schaeuble è la paura che rientri dalla finestra ciò che lui ha tenuto fuori buttandolo fuori dalla porta: ossia che qualcuno in Europa possa finalmente guardare dentro il sistema bancario tedesco, che è e deve rimanere ‘opaco’. La posizione di Schaeuble sarebbe una difesa della poca trasparenza del sistema bancario tedesco".
"E il perché molto semplice da spiegare. Per partecipare a un sistema di mutua garanzia, ovviamente, l’intervento delle singole banche è misurato dalla rischiosità che esprimono: in parole povere vuol dire che se io sono in ottime condizioni pagherò di meno questa sorta di assicurazione europea di quanto dovrà fare chi è messo peggio di me. Ma come si fa a sapere quale banca sta bene e quale meno bene? Deve essere di fatto sottoposta a forme di vigilanza europea ogni banca, cioè anche quelle che il ministro delle Finanze tedesco ha tenuto fuori. Schaeuble sta continuando a difendere strenuamente gli interessi del sistema bancario tedesco, e soprattutto delle casse di risparmio, storicamente vicine alla Cdu, l’Unione cristiano-democratica, che attualmente 'esprimono" il 24 per cento dei prestiti alle imprese tedesche".

"Abbiamo costruito un altro Frankenstein normativo in Europa, ma attenzione, questo mostro non è aggressivo allo stesso modo nei confronti di chiunque, perché è evidente che chi ha rimesso a posto i bilanci delle sue banche con enorme iniezione di denaro pubblico, oggi è una posizione più sicura. Chi non lo ha fatto e negoziando male si è precluso la possibilità di farlo, oggi può avere problemi seri visibili nella percezione, da parte dei mercati, di una maggiore debolezza del sistema bancario italiano. Questa debolezza è oggettiva: il sistema bancario italiano è oggi in acque meno buone di 5 anni fa, essenzialmente a causa della crisi, la peggiore crisi economica in tempo di pace vissuta dal nostro paese dai tempi dell’Unità d’Italia, e della conseguente crescita notevolissima delle sofferenza bancarie. E tale percezione dei mercati, in assenza di meccanismi di garanzia non soltanto italiani, ma europei, può oggettivamente creare una ondata di vendita di titoli bancari e, su alcune banche particolarmente esposte, anche fenomeni di fuga dei depositanti. Per il semplice motivo che questi ultimi, grazie alle nuove regole europee come il bail-in, ossia il fatto che nei salvataggi bancari devono essere coinvolti anche i depositanti, possono vedere effettivamente a rischio i risparmi depositati in banca o almeno la quota che eccede i 100 mila euro. E si faccia molta attenzione, perché questo tipo di fenomeni avviene secondo il meccanismo, ben noto a chi opera sui mercati, delle previsioni che si autoavverano: la mia paura che la mia banca sia insolvente, se spinge me e tutti quelli che la pensano allo stesso modo a ritirare i risparmi depositati in banca può effettivamente creare l’effetto di cui ha paura, cioè l’insolvenza della mia banca. Va da se che questo può facilmente creare reazioni a catena e originare una crisi a carattere sistemico".

"Al di là di questo rischio - afferma poi - cito un ultimo dettaglio: le norme del bail-in, che coinvolgono i risparmiatori delle banche in crisi, sono anche incostituzionali per noi. Infatti, l’articolo 47 della nostra Costituzione ci dice che è tutelato il risparmio in tutte le sue forme".
Giacché sinora non ha invece fatto alcun riferimento agli scandali trattati dai media in questo periodo, come il caso del coinvolgimento del papà e del fratello del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, nel caso della Banca Etruria, una delle quattro salvate dal governo. Perché?
"Perché si tratta in buona parte di un falso bersaglio. I fenomeni di cattiva gestione bancaria ci sono in tutto il mondo da quando esiste il sistema bancario. Ritenere che questi fenomeni siano determinanti oggi, significa non capire quello che sta succedendo: l’attacco, l’impossessamento dei risparmi degli italiani da parte di banche straniere, che tra l’altro sin dall’inizio della crisi hanno dimostrato ampiamente di fare un uso della finanza molto più spericolato delle banche italiane, e di essere gestite in modo che eufemisticamente possiamo definire molto opinabile".
Per Giacchè, "la conclusione generale da trarre, se si vuole, è indiretta. Io mi continuo a imbattere in politici e in parte della cosiddetta élite che chiede di avere ‘più Europa’. Se l’Europa consiste in queste regole zoppicanti e asimmetriche, punitive nei nostri confronti mentre favoriscono altri, io di Europa ne voglio di meno. E sopratutto pretendo che chi negozia le regole per questo Paese sia all’altezza del suo compito. E che se ha negoziato delle normative che ci danneggiano e che oltretutto vanno contro la nostra carta fondamentale, ne paghi le conseguenze politici. L’irresponsabilità a questi livelli non può essere ulteriormente tollerata".

* Fonte: Abruzzo Web

sabato 1 novembre 2014

LA SINISTRA E LA TRAPPOLA DELL’EURO - Roma 22 novembre

1 novembre.

La moneta unica, concepita come strumento per superare gli squilibri tra i paesi europei e consentire all’Unione di tener testa alla sfida della globalizzazione, ha fallito su entrambi i fronti. 

Mentre le discrepanze tra paesi forti e deboli e le diseguaglianze sociali all’interno dei singoli paesi si sono accentuate, l’Europa è addirittura diventata l’epicentro della crisi economica globale. 

Hanno fatto fiasco le dottrine monetariste ed i trattati neoliberisti posti a fondamento dell’Unione e della moneta unica. Malgrado ciò tecnocrati e oligarchie europee si arroccano a difesa di impossibili vincoli di bilancio e di politiche austeritarie che aggravano recessione, deflazione, disoccupazione di massa, miseria e degrado sociale.
Alla manifestazione della CGIL del 25-10

Il governo Renzi, a dispetto dei suoi annunci mirabolanti e per quanto pasticciata sia la sua Legge di stabilità, ha scelto di obbedire ai diktat di Bruxelles, Francoforte e Berlino. Continuando a colpire il popolo lavoratore e premiando solo il grande il capitalismo finanziario e industriale, l’Italia va dritta verso l’abisso.

Esistono le condizioni ed i tempi per riformare l’Unione monetaria? Oppure la sua dissoluzione è nell’ordine delle cose? E se è così, come evitare che la riconquista da parte degli Stati delle loro sovranità sia pilotata da forze reazionarie e scioviniste?

Un’uscita da sinistra dalla trappola dell’euro non è solo necessaria, è possibile.


Ne parliamo con:


   Emiliano Brancaccio, Stefano Fassina, Paolo Ferrero, Vladimiro Giacché, Enrico Grazzini, Leonardo Mazzei.


presiede: Giancarlo D'Andrea 



Roma

Sabato 22 novembre, Ore 15:00
Presso: Hotel Universo
Via Principe Amedeo 5/b

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