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martedì 8 ottobre 2019

QUALE INTERNAZIONALISMO? di Thomas Fazi

[ martedì 8 ottobre 2019 ]

Il capitale oggi è rappresentano soprattutto da uni e zeri su un computer che si spostano alla velocità della luce da un punto all’altro del mondo, mentre il lavoro è rappresentato da esseri umani in carne e ossa la cui vita è per definizione relativamente stanziale, cioè legata a un determinato territorio e a una specifica comunità. In questo senso mi fa sempre sorridere quando sento parlare di “internazionalizzazione delle lotte” e altri slogan simili. È ovvio che sia auspicabile un’interazione e una collaborazione tra i lavoratori di diversi paesi, ma quello di pensare che la risposta all’internazionalizzazione del capitale fosse “l’internazionalizzazione delle lotte” — o più banalmente “l’internazionalizzazione della democrazia” — ha rappresentato un abbaglio di portata storica per la sinistra occidentale.

Pensare di poter competere con il capitale a livello internazionale è semplicemente assurdo, nella misura in cui questo presupporrebbe la costruzione di istituzioni politiche democratiche globali capaci di governare i processi capitalistici a livello, appunto, mondiale. Ma si tratta di una pia illusione. L’esempio dell’UE dimostra come sia impossibile costruire strumenti di controllo democratico anche solo a livello regionale, figurarsi a livello globale, e come anzi i processi di sovranazionalizzazione — o di mondializzazione che dir si voglia, con cui non intendiamo semplicemente l’internazionalizzazione dei processi produttivi ma la creazione di strutture, organismi e agenzie sovranazionali, di cui l’UE è l’esempio più lampante — abbiano avuto come obiettivo precisamente quello di scardinare le democrazie nazionali e dunque di ridurre la capacità dei cittadini di controllare e regolare il capitale. 

Il fatto che la sinistra, con poche eccezioni, abbia avallato — e continui ad avallare — questi processi in nome di un astratto “cosmopolitismo” rappresenta una delle grandi tragedie del nostro tempo.

Bisogna dunque ripartire dall’ovvietà per cui il conflitto capitale-lavoro non è e non potrà mai essere uno scontro tra due “internazionalismi”, o meglio tra due globalismi, quello del capitale e quello del lavoro, ma assume inevitabilmente la forma di uno scontro tra la logica intrinsecamente globale dell’accumulazione capitalistica da un lato e la logica intrinsecamente territoriale del lavoro dall’altro. 
Per citare David Harvey:
«il conflitto assume inevitabilmente la forma dello scontro fra flussi del capitale e luoghi dell’autoproduzione dei mondi vitali». 
È per questo che innumerevoli lotte sociali e di classe si combattono attorno alla formazione dei luoghi, i quali 
«sono i paesaggi dove si svolge la vita quotidiana, si stabiliscono i rapporti affettivi e le solidarietà sociali e dove si costruiscono le soggettività politiche e i significati simbolici».
Da ciò ne consegue che l’obiezione più ricorrente al “sovranismo di sinistra” — ossia quella secondo cui, nel contesto dell’attuale sistema capitalistico globalizzato, qualunque tentativo di un singolo Stato di resistere alla logica capitalistica sarebbe velleitario — risulta del tutto infondata a mio avviso: al contrario, ancora oggi lo Stato nazionale è l’unico strumento capace di resistere all’illimitata estensione geografica del dominio capitalistico, non solo per il fatto di essere democratizzabile, a differenza delle istituzioni sovranazionali, ma anche per il fatto di essere espressione di una specifica comunità territoriale, e dunque di permettere ai vari popoli e alle varie comunità di resistere al dominio capitalistico secondo le proprie modalità e specificità. 

Questo non implica affatto l’abbandono di una prospettiva internazionalista, ma vuol dire avere ben chiara la distinzione tra cosmopolitismo di sinistra — cioè l’idea per cui la lotta di classe si rivela in ultima istanza lo strumento per realizzare il trionfo dell’individuo razionale universale, indipendentemente dalle sue radici culturali, storiche ecc. — e reale internazionalismo, che dovrebbe invece fondarsi sulla relazione fra comunità diverse che si riconoscono reciprocamente quali portatrici di forme di vita legittime.

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lunedì 19 agosto 2019

LUCIANO CANFORA E I MALATI DI MENTE di Piemme

[ martedì 19 agosto 2019 ]

Se c'è una rivista che più d'ogni altra esprime i luoghi comuni ideologici della sinistra sinistrata questa è LEFT —notare l'anglicismo.
Delle vere e proprie bufale di questa rivista questo blog si è occupato in almeno due occasioni. Nel novembre 2018 "LEFT: OVVERO LA SINISTRA PER I SACRIFICI" (di Leonardo Mazzei) e nell'aprile scorso, "TUTT ' ERBA... UN FASCIO" (di Piemme).

Nel branco che inneggia scomposto alla lotta contro il cosiddetto "rossobrunismo", ovvero la sinistra patriottica, LEFT sgomita per occupare la prima fila, nell'ambizione di scalzare il gruppo Repubblica-l'Espresso e il manifesto.

Per portare acqua al mulino della lotta contro il rossobrunismo la rivista ha intervistato lo storico e esimio filologo Luciano Canfora, uno dei pezzi da novanta dell'élite progressista di sinistra. Il titolo dell'intervista è tutto un programma: Cosmopoliti di tutto il mondo unitevi. Un'intervista che va letta e attentamente studiata, in quanto è un distillato chimicamente puro del sinistrismo globalista e politicamente corretto.

Tre sono le grossolane (usiamo un eufemismo) mosse di Canfora: (1) chiunque sia contro l'anarco-immigrazione è un nazista, visto che gli immigrati di oggi sono come gli ebrei di ieri; (2) Il cosmopolitismo è la stessa cosa dell'internazionalismo proletario di cui parlava Marx; (3) chi a sinistra avoca a sé il patriottismo, anche ove fosse quello di radice democratica e costituzionale, è un "malto di mente".

Leggere per credere:
D. Riprendere oggi a coltivare il cosmopolitismo potrebbe essere un antidoto rispetto all’ideologia suprematista e isolazionista alla Trump? È antistorica la sua visione condivisa da Salvini che dice: «Prima gli italiani»? 

R. Non direi antistorica. È pre culturale, al di sotto della media minima necessaria degli esseri pensanti, è una forma sub umana di pensiero (o meglio di non pensiero), che ha una sua forza soltanto nella campagna ferocissima di cacciata dei migranti, di disseminazione della paura, di additamento di un nemico che non è un nemico, esattamente come durante il nazionalsocialismo tedesco si additava l’ebreo come l’affamatore del popolo. È lo stesso meccanismo. 


D. Il cosmopolitismo è un antidoto? 

R. È ben più che un antidoto, noi abbiamo scelto questo tema qui a Genova, proponendolo alla cittadinanza e alle scuole, perché riteniamo che il mondo tutto corra pericolo, dall’America di Trump al nostro Paese. 

D. Cosa dire a chi anche a sinistra prospetta un ritorno a un’idea di patria seppur legata alla Costituzione? 

R. Di curarsi la mente e di studiare la storia.
Il massimo della scorrettezza e della malafede intellettuale. Tanto più se a sostenere certe fesserie è un personaggio colto come Canfora. Come ebbe a dire Lenin a proposito di Rosa Luxemburg, "... accade a volte che le aquile razzolino nell'aia assieme alle galline".


Ps


Per la cronaca, segnalo che anni addietro dovetti occuparmi del Canfora. Per la precisione: L'IMMIGRAZIONE E NOI, RISPOSTA A LUCIANO CANFORA


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mercoledì 22 maggio 2019

LA SINISTRA FA IL GIOCO DEI SOVRANISMI AUTORITARI di Diego Fusaro

[ mercoledì 22 maggio 2019 ]



«Per poter spezzare il giogo del globalismo liberista, bisogna anzitutto decostruire l’egemonia del pensiero unico santificante il nesso di forza realmente dato. In particolare, occorre destrutturare l’architettura ideologica della Sinistra fucsia del Costume, che legittima superstrutturalmente la struttura del dominio della Destra finanziaria del Danaro. L’inganno ideologico delle destre nazionaliste — se ancora si vuole impiegare, a fini euristici, l’obsoleta dicotomia di destra e sinistra — sta nel presentare il sovranismo autoritario e non democratico come se fosse la reale opposizione al cosmopolitismo capitalistico, del quale invece è l’altra faccia (rectius, il compimento).
L’impostura delle sinistre fucsia e arcobaleno sta, invece, nel contrabbandare per internazionalismo socialista quello che, a rigore, è il cosmopolitismo liberista, ossia il campo del conflitto favorevole al Signore competitivista. Con un atteggiamento che sempre oscilla tra l’incomprensione del rapporto di forza e la sua attiva legittimazione, le sinistre fucsia surrettiziamente credono — e in ciò sta il cuore del loro errare — che “il contrasto del cosmopolitismo implichi un ripudio dell’internazionalismo” (Alessandro SommaSovranismi): là dove è l’internazionalismo socialista a implicare un fermo rigetto tanto del nazionalismo imperialista, quanto del cosmopolitismo liberista.
Fu, peraltro, il Trattato di Maastricht del 1992 a certificare l’ormai avvenuta conversione dei comunisti italiani al neoliberalismo cosmopolita. In quell’occasione, venne scolpendosi la definitiva forma mentis integralmente cosmopolitica delle sinistre market-friendly, ora convinte che ogni opposizione al mondialismo no border fosse non già la possibile difesa delle classi dominate contro l’offensiva del mercato unificato senza frontiere, ma la via della chiusura identitaria e regressiva, necessariamente da abbinarsi al quadrante destro della politica. Per poter mantenere in vita questa narrazione ad alto tasso ideologico, le sinistre passate alla piena difesa del loro nemico storico debbono mantenere in vita l’antifascismo liturgico in assenza di fascismo.
Impiegato a mo’ di alibi permanente per evitare la via dell’anticapitalismo in presenza di capitalismo, l’antifascismo “archeologico” — come lo qualificava Pier Paolo Pasolini — permette alle sinistre di presentare all’opinione pubblica il cosmopolitismo liberista come percorso emancipativo rispetto all’eterno fascismo. Prova ne è, oltretutto, che a differenza dell’eroico antifascismo di Antonio Gramsci, che era patriottico, comunista e in presenza reale di fascismo, l’antifascismo fumettistico delle odierne sinistre è cosmopolita, liberista e in completa assenza di fascismo.
Quest’ultimo è, di fatto, illusoriamente identificato dall’ordine del discorso con ogni progetto di risovranizzazione dell’economia e, dunque, con ogni possibile contestazione del turbocapitalismo vincente, perfino con quell’internazionalismo socialista che — apice del “totalitarismo”, secondo la neolingua dei mercati — ha per propria condizione necessaria il rapporto inter nationes e, dunque, la sussistenza degli Stati sovrani nazionali.
Il paradosso è lampante: per combattere le derive nazionaliste a tinte nere, le sinistre odierne appoggiano appieno l’autoritarismo verticistico del cosmopolitismo liberista, che del nazionalismo capitalistico è semplicemente l’evoluzione. L’“incapacità della sinistra di combinare le sue istanze con il moto verso la riscoperta del contesto nazionale” (ibidem) è un ulteriore argomento circa la necessità di abbandonare la sinistra per tornare a Gramsci e, con lui, a tutto ciò che essa ha irresponsabilmente tradito nel proprio transito al ruolo di baluardo ideologico del polo dominante e del globalismo come teatro del massacro di classe».

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lunedì 12 novembre 2018

CONVERGENZE PARALLELE di Piemme

[ 12 novembre 2018 ]

«Siamo all'anticamera della dittatura. Siamo come nel 1994, avevamo allora il pericolo di un partito comunista ma con in più questa volta una più forte ispirazione all'invidia sociale, allo statalismo e un'assoluta incompetenza».

Con queste parole Silvio Berlusconi ha tentato di mettere il cappello ad un fine settimana segnato dalle manifestazioni contro il governo giallo-verde.

Quella di Torino per il sì alla TAV —c'era tutta la Torino borghese, da sinistra a destra, dal Pd a Forza Italia, passando per la Lega. Quella dell'estrema sinistra a Roma contro il "decreto sicurezza" e per "l'accoglienza per tutti". Infine, in diverse città quelle femministe contro il cosiddetto "Ddl Pillon".

In piazza non c'erano Moscovici e Juncker, Macron e la Merkel, il Fmi o i grandi banchieri. Di certo essi hanno gongolato. Tutto fa brodo, dal loro punto di vista, per preparare le condizioni al rovesciamento del governo giallo-verde, quindi spianare la strada ad un governo Monti 2.0 se non direttamente della troika.

Non si discute qui, beninteso, il diritto a protestare contro il governo, tanto più se fa delle porcherie come il "decreto sicurezza". Nè si vuole dire che esse siano dello stesso segno, o che ubbidiscano ad un centro di comando. Si prende atto tuttavia che esse hanno avuto un caratteristica (negativa) comune: tutte quante hanno derubricato, anzi rimosso la questione centrale: lo scontro tra il governo e l'Unione europea. Scontro che formalmente è sullo sforamento del 2,4% ma che nella sostanza tira in ballo la questione della sovranità nazionale.

Sorge la domanda: questo rifiuto di riconoscere che in questo momento al centro c'è la questione centrale della sovranità, quindi la differenza tra nemico principale e secondario, è frutto di insipienza  politica? O c'è dell'altro?


C'è dell'altro, purtroppo. Da Forza Italia all'estrema sinistra, passando ovviamente per il Pd, pur declinata in forme diverse, c'è la medesima sciagurata idea, quella per cui la battaglia per recuperare la sovranità nazionale sarebbe un che di retrogrado e antiprogressista nazionalismo. Chi per un verso ("più Europa"), chi per un altro ("via tutte le frontiere") ce l'hanno con lo stato nazione. 

Vagli a spiegare che democrazia e sovranità popolare sono nate e cresciute nell'involucro della stato nazionale; vagli a spiegare che il patriottismo democratico e costituzionale non è nazionalismo, o che spianare gli stati nazionali significa fare il gioco delle più potenti multinazionali mai viste. Vagli a spiegare che non c'è il socialismo dietro l'angolo bensì la forma più distante che ci sia dalla democrazia, ovvero quella imperiale e imperialista.

Quelle tra il cosmopolitismo liberista delle destre e il "cosmo-internazionalismo" di certa sinistra, saranno pure "parallele" ma sono pur sempre "convergenze".









giovedì 18 ottobre 2018

DIECI RAGIONI CONTRO IL COSMOPOLITISMO di Moreno Pasquinelli

[ 18 ottobre 2018 ]




Dobbiamo occuparci di Carlo Rovelli, fisico teorico e blasonato divulgatore scientifico — in gioventù, come molti, militante d'estrema sinistra. [1] Ma non è di filosofia della scienza che vogliamo parlare bensì di filosofia della storia, quindi politica. Parliamo di un articolo pubblicato per l'inglese The guardian, e che il CORRIERE DELLA SERA ha pubblicato il 31 luglio scorso dandogli un grande risalto. Il titolo è programmatico e apodittico: L'UNICA NAZIONE È L'UMANITÀ. Un trattatello in
 quattro teoremi nel quale egli ricapitola in modo esemplare la visione cosmopolitica dell'ultima borghesia. 




Primo teorema 
«Politiche nazionaliste o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni, seminando conflitti, minacciando tutti e ciascuno di noi. Il mio Paese è appena ricaduto preda di questa insensatezza». 
In poche righe tre proposizioni. 

(1) La prima proposizione è che l'Europa avrebbe conosciuto un cinquantennio di pace grazie al processo che è sfociato nella nascita dell'Unione europea. In verità l'assenza di conflitti — il nostro non prende nemmeno in considerazione quelli sociali e di classe — è stata dovuta all'equilibrio del terrore tra le due superpotenze (USA e URSS), e quindi al fatto che l'Europa occidentale è stata incapsulata nella NATO (che è la piattaforma su cui è nata la Comunità europea prima e la Ue poi). Ed infatti, non appena crollata l'URSS e dissoltosi il Patto di Varsavia, la pace è andata a farsi benedire. Ricordiamo la guerra che ha squartato la Federazione di Iugoslavia coi suoi 250 mila morti, mezzo milione di feriti e centinaia di migliaia di sfollati — con l'Occidente che dopo aver fomentato i nazionalismi balcanici giunse nel 1999 a scatenare un attacco su grande scala contro Belgrado — prima tappa dell'accerchiamento NATO della Russia, culminata nell'appoggio alla "rivoluzione colorata" a Kiev e nella guerra contro il Donbass.

(2) La seconda proposizione suppone che prima della rinascita dei sovranismi il mondo vivesse in pace e armonia. Bugia grandissima! Il quarantennio della globalizzazione neoliberista, con i suoi meccanismi predatori (per non parlare di svariate sciagure sociali e ambientali) ha scatenato guerre in ogni dove, portandosi appresso una sterminata scia di sangue che ha riguardato tutti i continenti. Si chieda agli iracheni cosa pensino dell'esportazione della democrazia a stelle e strisce: 650mila morti, il doppio tra feriti e mutilati, milioni si sfollati. E l'elenco sarebbe lungo, fino all'inenarrabile macello in corso in Siria, anche questo alimentato da quel "faro di civiltà" che è l'Occidente. Solo "Effetti collaterali" della luminosa globalizzazione? E' vero invece quanto affermato dal Papa con efficace rappresentazione: il periodo che ci lasciamo alle spalle è stata null'altro che “Una terza guerra combattuta a pezzi”. 

(3) E veniamo dunque alla terza proposizione. Si tratta di un vero e proprio marchio di fabbrica della narrazione dell'élite globalista (e delle sue appendici sinistroidi) quella per gli stati-nazione per loro natura portano a conflitti armati tra i popoli, con l'addendum che le due guerre mondiali sarebbero il risultato della divisione in stati nazionali. Tesi ridicola quanto ingannevole l'addendum. Che forse prima che gli stati-nazione si affacciassero al proscenio della storia l'umanità non conosceva guerre? ce ne sono invece sempre state, solo che eran guerre tra imperi, tra città-stato, giù giù fino a quelle tribali e claniche. Rovelli, siccome faceva il rivoluzionario, dovrebbe poi avere contezza della categoria di IMPERIALISMO il quale, essendo per sua natura sistema predatorio e guerrafondaio, è prima e vera causa dei conflitti. Le due grandi guerre sono state conflitti tra imperialismi smaniosi di spartirsi il bottino mondiale, ed i nazionalismi erano solo maschere. Se volessimo infine andare alla radice sarebbe facile giungere alla conclusione che in regime capitalistico la pace, il mondo, non la conoscerà mai. 

Secondo teorema
«L'identità nazionale è falsa, è solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti. L’identità nazionale è un veleno, mentre noi siamo una combinazione di strati, incroci, in una rete di scambi che tesse l’umanità intera nella sua multiforme e mutevole cultura. Ognuno di noi è un crocevia di identità molteplici e stratificate. Mettere la nazione in primo luogo significa tradire tutte le altre. Non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere. Sono narrazioni create consapevolmente per generare un senso di appartenenza a famiglie fittizie, chiamate nazioni. Le identità nazionali non sono altro che teatro politico».
Anche qui abbiamo tre proposizioni.

(4) La prima proposizione consiste in un vero e proprio imbroglio ideologico, per cui tutti i nazionalismi sarebbero maligni, mettendo nello stesso sacco il nazionalismo di un popolo oppresso e quello di un popolo oppressore, i patriottismi di matrice democratica e universalistica coi nazionalismi sciovinisti. Che ogni popolo sia "una combinazione di strati, incroci" ecc, è un'ovvietà. Ma questo che c'entra? Smentisce solo l'idea razzista della nazione e/o la sua versione tedesca di völkisch, della nazione fondata sull'idea della "purezza etnica". Accanto e contro questa concezione, c'è quella democratica della nazione, fondata sul demos includente e non sull'etnos escludente. La concezione propria dei padri nobili e dei martiri del Risorgimento italiano, che con le armi in pugno combatterono per unificare il Paese liberandolo del giogo straniero. Se andasse fino in fondo signor Rovelli dovrebbe condannare, col Risorgimento, tutte le guerre di liberazione dei popoli oppressi per diventare nazioni in quanto fenomeni separatisti "dell'unica famiglia umana", in quanto conflittivi e "velenosamente" identitari. Qualcuno potrà pensare che qui riecheggia il pacifismo irenico di Immanuel Kant, in verità è il suo sporco delle unghie, dato che Kant non si sarebbe sognato di sostenere che "l'identità nazionale è falsa", che sarebbe "solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti" — che se poi quella nazionale è uno "strato sottile", figuriamoci quanto è fino quello cosmopolitico.

(5) Ma veniamo alla seconda proposizione, quella per cui "le identità nazionali sarebbero false, fittizie, velenose, teatro politico". Qui dal cielo di Kant si scende alla palude dei filosofi postmoderni per i quali tutto si ridurrebbe a "discorso", a "narrazione", ad ingannevole artifizio ideologico. Vivendo in Francia Rovelli potrebbe dire ad un francese che la Francia è solo una "invenzione", una "famiglia fittizia", che dovrebbe quindi dileguarsi... nell'umanità. Nel migliore dei casi riceverebbe una sonora pernacchia. Le identità nazionali, non solo in Europa, hanno invece profonde radici storiche e, come la storia recente dimostra, compresa la crisi ineluttabile dell'Unione europea, sono dure a morire. E' un fatto oggettivo ed i fatti non solo hanno la testa dura, vanno finalmente spazzando via le teorie per cui i fatti non esisterebbero ma solo "discorsi" e "narrazioni", che tutto quindi sarebbe mera sovrastruttura.

(6) E siamo alla terza proposizione. "Non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere". Una tesi, quella per cui le identità nazionali sarebbero tutte mere invenzioni dei dominanti, anche questa falsa, frutto avvelenato di certo filosofare postmodernista e poststrutturalista —da Lyotard a Foucault. Le nazioni possono essere effettivamente creazioni artificiali, è il caso ad esempio di molti stati sorti con la cosiddetta "decolonizzazione". Ciò riguarda senza dubbio il mondo arabo-islamico e l'Africa, dove l'imperialismo occidentale ha tracciato spesso confini e barriere del tutto arbitrarie. Si può dire la stessa cosa della Cina, del Giappone o della Persia? Si può dire, per venire a noi, degli stati nazionali europei? No, non si può dire. In questi casi le identità nazionali dei popoli non sono affatto un prodotto artificiale delle classi dominanti, risultano invece dalla combinazione di numerosi e profondi fattori storico-sociali: economici, linguistici, culturali, religiosi. E ammesso e non concesso che le nazioni siano forme create dai dominanti che vuol dire? Tanti sono i frutti che le classi dominanti ci hanno lasciato in eredità, le arti e le scienze ad esempio; la stessa democrazia moderna e il diritto; dovremmo forse gettarli nel cesso perché non prodotti dalle classi subalterne? Il cosmpolitismo che Rovelli abbraccia con tanta sicumera non è forse un prodotto ideologico della borghesia?

Terzo teorema

«Le intenzioni dei padri fondatori del mio Paese erano buone nel promuovere un’identità nazionale italiana, ma solo pochi decenni dopo questa è sfociata nel fascismo, estrema glorificazione di identità nazionale. Il fascismo ha ispirato il nazismo di Hitler. La passionale identificazione emotiva dei tedeschi in un singolo Volk ha finito per devastare la Germania e il mondo».
(7) Qui abbiamo una proposizione che stabilisce un filo rosso di conseguenzialità tra il patriottismo democratico risorgimentale ed il nazionalismo imperialista del fascismo, quindi col nazismo. Affermazione gravissima, non solo perché mostra una seria ignoranza della storia italiana (il nazionalismo italiano, a partire da Crispi, sorse sulle ceneri del patriottismo democratico sconfitto, che venne parassitato per giustificare l'avventurismo colonialistico), anche perché accoglie e legittima la rappresentazione che il fascismo ha dato della storia d'Italia.

Quarto teorema

«Ma localismo e nazionalismo non sono solo errori di calcolo; traggono forza dal loro appello emotivo: l’offerta di una identità. La politica gioca con il nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza. Offrire una casa fittizia, la nazione, è risposta fasulla, ma costa poco e paga politicamente. Per questo la risposta alla perniciosa ideologia nazionale non può essere solo un appello alla ragionevolezza, ma deve trovare l’anelito morale e ideologico che merita: glorificare identità locali o nazionali e usarle per ridurre la cooperazione su scala più ampia non è solo un calcolo sbagliato, è anche miserabile, degradante, e moralmente riprovevole. Abbiamo un posto meraviglioso da chiamare «casa»: la Terra, e una meravigliosa, variegata tribù di fratelli e sorelle con i quali sentirci a casa e con i quali identificarci: l’umanità»
Qui, a parte le solite patetiche contumelie contro la nazione, abbiamo tre proposizioni.

(8) La prima proposizione riconosce che i nazionalismi fanno leva sul "nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza". Quindi Rovelli, pur odiando la forma stato-nazionale ammette che tra le diverse cause storiche che l'han determinata ce n'è una di natura addirittura antropologica. Come diceva Aristotele l'uomo un un animale politico, più precisamente, per dirla con Marx, un essere sociale, per sua stessa natura comunitario.

(9) Con la seconda proposizione Rovelli afferma che non la nazione bensì l'umanità, anzi la Terra, sarebbe la sola "meravigliosa" casa che abitiamo.. E' il noto discorso che noi saremmo anzitutto "cittadini del mondo". Mai moralismo fu più astratto. Non c'è alcun "mondo" di cui si possa essere cittadini. Si è cittadini ove ci sia un demos, un luogo politico determinato ove cioè si esercitano diritti e si assolvono doveri civici. Ciò è possibile solo in seno a determinate comunità storico-politiche, nel caso quelle nazionali, non nel "mondo" il quale, fino a prova contraria ed in barba alla mito cosmopolitico, non è un entità politica, ma un affastellamento di demos nazionali che lungi dall'estinguersi proprio l'ultima globalizzazione spinge al rafforzamento. Una lampante riprova dell'astratto moralismo è che il nostro non tenta neppure di dirci come, rebus sic stantibus, le pie intenzioni cosmopolitiche dovrebbero materializzarsi: come l'umanità dovrebbe politicamente strutturarsi? Su quali basi sociali ed economiche? E quali forze o classi o potenze tirerebbero nella direzione cosmopolitica? Alle spalle del panegirico moralista resta solo l'apologia del presente, la difesa d'ufficio della globalizzazione che, denudata, è la distopia di un unico e totalitario impero mondiale, "meravigliosa e variegata" udite! udite!, "tribù di fratelli e sorelle". Dalla comunità di nazioni ad un consorzio di tribù. Non c'è male! [2]

(10) E quale sia la tribù alla quale il Rovelli sente di appartenere, lo dichiara senza alcun pudore:
«Sono cresciuto all’interno di una determinata classe sociale, e condivido abitudini e preoccupazioni con le persone di questa classe in tutto il pianeta più che con i miei connazionali».
Una confessione abbagliante, che chiude il cerchio. Il Rovelli ammette che si sente anzitutto membro di una tribù, anzi di una classe, quella appunto dell'ultima borghesia globalizzata. Dichiara quindi che con i suoi compari "di tutto il pianeta" condivide "abitudini e preoccupazioni" (leggi interessi e visioni politiche), affinità che invece non sente verso gli sventurati connazionali. Non c'è solo ripugnanza per la sua Patria, qui c'è uno altezzoso disprezzo delle classi subalterne, popolino che abbraccia un sovranismo "miserabile, degradante, e moralmente riprovevole". Il nostro ammette che in questo sovranismo c'è il profondo rancore sociale contro chi sta in alto da parte di chi sta in basso. E non si sbaglia. Gettata la maschera appare quindi in tutta la sua ipocrisia e inconsistenza la pretesa dell'ultima borghesia di essere essa portatrice di un "anelito morale e ideologico" superiore a quello patriottico delle classi subalterne.

Non contrastare il rancore di chi sta in basso, ma alimentarlo e trasformarlo in coscienza politica, in carburante del mutamento, questo è il compito di chi voglia davvero cambiare l'ordine di cose esistenti.

NOTE

[1] Numerosi i suoi libri in cui Rovelli, cimentadosi con epistemologia e filosofia della scienza, tenta di spiegare al lettore i misteri, le diavolerie, ed i veri e propri sortilegi della fisica quantistica e postquantistica. Noi abbiamo letto le sue Sette lezioni di fisica L'ordine del tempo, e tanto ci è bastato: un ritorno, per quanto camuffato, all'immaterialismo teologico del vescovo anglicano George Berkeley, nominalista radicale per il quale la materia non esiste, è solo un'illusione, al pari dei concetti di universale e di sostanza.

[2] Qui, vale la pena ricordarlo a chi fa confusione, vien fuori la distanza siderale tra l'utopismo cosmopolitico e l'internazionalismo di matrice marxista. Certo, anche Marx propugnava una futura repubblica socialista mondiale ma, primo, riteneva che essa sarebbe potuta sorgere solo sulle ceneri del capitalismo e, secondo, non si è mai sognato di sottovalutare la centralità dei fattori nazionali nella lotta rivoluzionaria. "Proletari di tutto il mondo unitevi" non è la medesima cosa che "cittadini di tutto il mondo amatevi".
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sabato 5 maggio 2018

L'ITALIA NON ESISTE? di Piemme

[ 6 maggio 2018]

Era il dicembre del 2016 quando su questo blog segnalavamo il pamphlet del piddino Fabrizio Rondolino L'ITALIA NON ESISTE (PER NON PARLARE DEGLI ITALIANI). 
Era, dicevamo "... un concentrato esplosivo di disprezzo del concetto di nazione, di vero e proprio odio auto-razzista dell'Italia e del popolo italiano. Un inno sperticato del "vincolo esterno" euro-tedesco, sotto le mentite spoglie di quel cosmpolitismo "progressista" di cui si ammanta la globalizzazione capitalistica".


Si leggeva nel pamphlet:

«Tanto per cominciare, l’Italia non esiste. È un’espressione geografica, uno stivale che s’allunga pigro nel Mediterraneo, una graziosa penisola purtroppo in gran parte rovinata dagli italiani. L’idea di farne uno Stato, una Na­zione con la maiuscola, come se fossimo la Spagna o l’Inghilterra, è una sciocchezza sesquipedale, che perdoniamo al conte di Ca­vour soltanto perché, maturato nella lingua e nella cultura d’Oltralpe, pensava in buona fede di vivere in Francia. L’Italia non è mai stata una nazione, e non lo sarà mai».
Rondolino, segui le tracce di un altro sciacallo, Sergio Salvi, che nel 1996 (Erano gli anni della Lega di Bossi) pubblicò, appunto L'ITALIA NON ESISTE, ma radicalizzandole. Il Salvi almeno sosteneva che sì, gli italiani esistono,  hanno un'identità antropologica e sociale, ma l'Italia come Stato-nazione non era mai nata.

La pubblicistica auto-razzista e anti-italiana ha radici profonde, Gramsci avrebbe detto che la fonte sta nel cosmopolitismo di matrice cattolico-romana, che lui riteneva infatti essere stato il principale ostacolo alla (tardiva) formazione dello Stato unitario. 
E, ci avrebbe detto  il Gramsci, che proprio per questo il Rinascimento fu in verità una fase antirivoluzionaria rispetto al primo Umanesimo. Una tesi che egli giustificava appunto col ruolo cosmopolitico degli intellettuali italiani, ed il loro rifiuto di mettersi alla testa del popolo per farne una nazione. Di cui la sua ammirazione per Machiavelli...


Non c'è dubbio che tale pubblicistica anti-italiana, in nome di un antifascismo liberistico, è funzionale al disegno mondialista delle élite, ed in particolare a quelle euriste. Essa non solo deve dimostrare che ogni "sovranismo" è nazionalismo becero, reazionario; deve mostrare che il patriottismo, sotto le Alpi, è semplicemente destituito di qual si voglia fondamento storico.

Lorsignori non demordono.

Sul CORRIERE DELLA SERA del 2 maggio, tanto per fare un esempio, sotto le mentite spoglie di un articolo scientifico si poteva leggere:
«Gli Italiani? Non esistono. Si tratta solo di un’aggregazione di tipo geografico. Abbiamo identità genetiche differenti, legate a storie e provenienze diverse e non solo a quelle» spiega Davide Pettener, antropologo del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna...»
Qui addirittura si tira in ballo la genetica, a ben vedere facendo il verso alla demenziale idea hitleriana della nazione come basata su un presunta (inesistente ovunque) purezza biologica della razza.

E così veniamo a LA STAMPA di ieri. In prima pagina Mattia Feltri, facendo il sofisticato, ci da questo Buongiorno:
»L’Italia non esiste, non è mai esistita. Non prendetevela con me, se non vi piace, ma con Giuseppe Prezzolini. «Il suo tentativo di formare uno stato nazionale è fallito. Sarà forse una provincia dell’Impero europeo». Scritto nel 1958 da New York.  L’Italia non è una nazione, è una civiltà. Non ha nessuna idea di nazione. È municipale nella pratica e universale nelle aspirazioni. Quanto di meraviglioso ha prodotto, l’Impero romano, la Chiesa, il Rinascimento, Cristoforo Colombo e Marco Polo, Giotto e San Francesco, Enrico Fermi e Guglielmo Marconi, non ha niente di italiano, ha molto di più, ha il respiro del mondo. Poi c’è quella maledetta (o benedetta) pratica municipale, micragnosa, piccina, e l’abbiamo vista rappresentata alla grande negli ultimi sessanta giorni, durante i quali a nessuno è importato nulla dell’Italia perché semplicemente l’Italia non esiste. Nessuno che si voglia lordare le mani tendendole all’avversario per il bene dell’Italia, che tanto non esiste. Esistono gli italiani, a nome dei quali ognuno parla, gli italiani vogliono, gli italiani hanno detto, gli italiani hanno scelto, e poi quelli nemmeno sono «gli italiani», sono i loro tifosi schierati contro tutti gli altri tifosi, che chiamano delinquenti, traditori, al soldo del nemico, e gli riserverebbero il patibolo. Chi disse fatta l’Italia bisogna fare gli italiani forse si sbagliava, gli italiani esistono, sono sempre esistiti, oggi si chiamano Di Maio, Berlusconi, Salvini, Renzi, italiani esemplari per un’Italia che non esiste».  
Torneremo sull'argomento, ed anche su Prezzolini e la  letteratura nazionalistica che fece da concime all'imperialismo e poi al fascismo.


Una cosa si deve sapere: contro questa narrazione va condotta una lotta a tutto campo, spietata. Dall'esito di questa battaglia ideologica, non penso di esagerare, dipende il destino del nostro Paese.

sabato 23 dicembre 2017

LA RAZZA GLOBALISTA E IL GENOTIPO PIÙ TOSSICO

[ 23 dicembre 2017 ]

La razza dei globalisti, come le altre, contiene molti generi, con caratteri somatici molto diversi. Essi hanno tuttavia un genotipo che li accomuna. Quale sia è presto detto: è l'idea che non ci sia più posto nella storia per i "vetusti" stati-nazione. 
Oramai, si dice, la globalizzazione avrebbe condannato gli stati nazionali ad un inesorabile deperimento. Corollario inesorabile: chiunque neghi questo assioma è un reazionario nazionalista che vuole far girare all'indietro la ruota della storia.

L'egemonia ideologica di questa opinione —che si presenta come un dogma, come un articolo di fede— è, a ben vedere, la principale vittoria delle élite mondialiste e liberiste. Ed è dunque, di converso, il principale punto di contrattacco di ogni forza che presuma di essere  sovranista, il cui compito è quindi quello, tra gli altri, di smascherare i globalisti camuffati da antagonisti.

Sugli scaffali del supermarket della politica sono molte le merci contraffatte, ovvero prodotti che sull'etichetta indicano una cosa che non corrisponde al contenuto.
A sinistra, ad esempio è pieno di impostori e contrabbandieri. Li riconosci appunto dal loro rifiuto, declinato nelle più diverse maniere, dei concetti di nazione e di patria.
 
Prendiamo il supermarket italiano. In vista delle elezioni, sugli scaffali, il globalismo sinistroide fa bella mostra di sé. Ad esempio abbiamo LIBERI E UGUALI e POTERE AL POPOLO che, pur con toni diversi, ci propinano un'altra Europa, un'Europa sociale, un'Europa dei popoli..
Abbiamo infine la LISTA DEL POPOLO che nel suo programma, al punto 7, scrive: 
«Non siamo anti-europei. Al contrario vogliamo che l’Italia contribuisca a creare una entità europea capace di svolgere un ruolo cruciale in un mondo multipolare in difesa della pace. Se isolati, gli attuali stati europei saranno travolti dall’azione dei giganti mondiali, senza poter opporre resistenza. Vogliamo un’Europa democratica dei Popoli». 
Ampollosa quanto pelosa affermazione il cui succo è che l'Italia sarebbe spacciata, "travolta" addirittura, se se ne va dall'Unione europea e strappa piena sovranità. Dovrebbe, in altri termini, accettare di essere provincia di un "gigante" economico e geopolitico.

E' la solita zuppa rancida del tipo di quella che Tsipras, Varoufakis e compagnia hanno ficcato a forza nello stomaco dei greci. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Vale dunque la pena leggere questo articolo pubblicato su EUNEWS il 10 giugno dell'anno scorso.


*   *   *

L’Europa e le illusioni della sinistra
di Will Denayer 

1. Varoufakis
Questo articolo parla di strategia, ma la strategia non può essere considerata indipendentemente dalle persone, dalle loro storie e dalle loro azioni. SYRIZA è sempre stata un complicato conglomerato di gruppi con convinzioni politiche eterogenee, ma da quando è salita al potere nel gennaio 2015 fino alla sua resa sette mesi più tardi, sono emerse al suo interno due fazioni nettamente contrapposte. Da una parte c’era una sinistra composita ma determinata a mantenere le promesse elettorali (il programma di Salonicco): fine dell’austerità, la cancellazione del debito e, se la troika non avesse lasciato al paese altra scelta, l’uscita dall’euro.
Come spiega Lapavitsas, la dirigenza di SYRIZA si era convinta che se avesse rifiutato un nuovo salvataggio, i creditori europei si sarebbero piegati di fronte al rischio di un nuovo tumulto finanziario e politico. La mente dietro a questa strategia era Yanis Varoufakis. Varoufakis trattò con i creditori per oltre sei mesi. Ma la Grecia non poteva condurre alcuna trattativa efficace se non disponeva di un piano alternativo – un piano che includesse anche l’uscita dall’eurozona. La possibilità di creare la propria liquidità sarebbe stato l’unico modo per evitare lo strangolamento da parte della troika. Ovviamente non sarebbe stato facile, ma avrebbe quantomeno fornito la possibilità di resistere di fronte alle catastrofiche strategie di salvataggio. Ma la dirigenza di SYRIZA non voleva sentirne parlare (si veda qui).
«SYRIZA ha fallito», scrive Lapavitsas, «non perché l’austerità fosse invincibile, né perché i cambiamenti radicali siano impossibili, ma solo perché era disastrosamente riluttante e impreparata a sfidare a viso aperto la questione dell’euro. Un cambiamento radicale e l’abbandono dell’austerità in Europa richiedono un confronto diretto con l’idea stessa di unione monetaria. Per i paesi più piccoli questo significa prepararsi a uscire, per i paesi più grandi significa accettare dei cambiamenti decisivi all’attuale assetto monetario» (si veda anche qui e qui la sua idea sulla Grexit).
Oggi Varoufakis si ripresenta come l’ideatore di DiEM2025 (Democracy in Europe 2025). L’ex ministro delle finanze greco gode ancora di grande credibilità presso la sinistra europea. Molta di questa credibilità si basa sulla leggenda metropolitana secondo cui il governo di SYRIZA avrebbe condotto una lotta eroica contro i poteri forti dell’Europa, che hanno dimostrato di disprezzare la democrazia e di non aver nessuna visione economica e nessuna considerazione del destino del popolo greco.
Secondo questa narrazione degli eventi, nel 2015 non vi sarebbe stata “nessuna altra scelta” per il governo greco se non quella di accettare le condizioni della troika. Oggi DiEM2025 vorrebbe riformare le istituzioni dell’UE. Ancora una volta, l’argomentazione è che “non c’è alternativa”. Una lotta a livello nazionale è impossibile, e dunque la sinistra di tutta l’Europa si dovrebbe unire e affrontare di petto le stesse istituzioni UE. Lo scopo di DiEM2025 è quello di «democratizzare la UE con la consapevolezza che altrimenti essa si disintegrerà e questo avrà un costo enorme per tutti» (si veda qui). Alle seguenti “opzioni spaventose” – ritirarsi dentro i cosiddetti «vecchi bozzoli degli Stati-nazione» oppure «arrendersi all’oligarchia europea» – DiEMI2025 propone una “terza via”: «costruire un’assemblea costituente» dove gli europei possano deliberare il modo in cui costruire, entro il 2025, una compiuta democrazia europea, che abbia un “parlamento sovrano” che «rispetti l’autodeterminazione nazionale e condivida i poteri coi parlamenti nazionali, le assemblee regionali e i consigli municipali» (si veda qui). Tutto ciò è, come ammette lo stesso Varoufakis sull’Independent, «utopistico». Eppure, continua lui, è «molto più realistico che cercare di mantenere il sistema così come è adesso» oppure «cercare di abbandonarlo». Che voi siate greci o britannici, “fuggire” è impossibile (si veda qui e qui). Vi ricorda qualcosa?
2. Quali riforme? 
La “democrazia sovranazionale” proposta da DiEM2025 dovrebbe basarsi su «un significativo potenziamento del Parlamento europeo, che dovrebbe essere l’unica autorità legislativa europea», affiancata da «un esecutivo completamente riformato, che dovrebbe includere un presidente europeo direttamente eletto». Questo sistema garantirebbe che la Commissione metta in atto solo le politiche che si basano sulla volontà popolare. Questo dovrebbe andare di pari passo con la creazione di nuovi partiti autenticamente europei (si veda qui e qui).
Bisogna subito prendere atto di alcuni problemi. Tanto per cominciare, la proposta assume, stranamente, che ci sia un legame diretto tra il potenziamento del Parlamento europeo ed il cambiamento politico e ideologico. Ma perché mai ciò dovrebbe avvenire? Gli europei dovrebbero decidere di eleggere un parlamento più orientato a sinistra solo perché i suoi poteri sono stati aumentati? E poi, da dove verrà questo potenziamento del parlamento? Il Parlamento europeo stesso non può deciderlo da solo, per cui servirà dell’altro. D’altra parte, perché iniziare il discorso proprio dal parlamento? Un tale cambiamento potrà avvenire solo quando saranno modificati i rapporti di potere all’interno della Commissione e dei due Consigli. In realtà ciò di cui ci sarebbe bisogno è una trasformazione totale delle istituzioni politiche europee. E ciò può avvenire solo in conseguenza di cambiamenti a livello nazionale. Ma allora perché concentrarsi sul livello sovranazionale come punto di partenza?
DiEM2025 ha una strategia (se volete chiamarla così) finalizzata al cambiamento politico. La nuova democrazia sovranazionale deve accompagnarsi alla creazione di un «elettorato post-nazionale o sovranazionale». Ma questo come funzionerebbe? Come nota giustamente Thomas Fazi, è evidente che per la grande maggioranza dei normali cittadini europei, le barriere linguistiche e le differenze culturali impediscono la possibilità di una partecipazione a livello sovranazionale (si veda qui). Può essere ovvio, ma è un problema reale. Perché mai avremmo bisogno di tali partiti? Cosa possono fare questi che non possono fare gli altri? Non c’è lo straccio di una prova che questo migliorerebbe le cose.
È vero il contrario, semmai. Una ulteriore integrazione, se anche venisse accompagnata da un potenziamento del parlamento, non sarebbe equivalente ad un maggiore controllo popolare. Ingenuamente, Varoufakis assume che una versione migliorata del Parlamento europeo sarebbe sufficiente per garantire un vero controllo democratico sulle decisioni dell’UE. Come sostiene giustamente Fazi, ciò ignora completamente la questione della “cattura oligarchica” (si veda qui). La ricerca dimostra che i problemi relativi alle pressioni lobbistiche possono solamente aumentare quando si passa al livello sovranazionale. Il trasferimento della sovranità a istituzioni sovranazionali contribuisce all’indebolimento del controllo popolare. Questi luoghi sono, in genere, fisicamente, culturalmente e linguisticamente più distanti dall’opinione pubblica di quanto non lo siano i loro corrispettivi nazionali. E questo li espone a maggiore probabilità di cattura da parte di forze oligarchiche (si veda qui).
Nell’Unione europea ci sono due fonti di legittimazione democratica: il Parlamento europeo, che viene eletto direttamente dai cittadini degli Stati membri, e il Consiglio dell’Unione europea (il consiglio dei ministri) assieme al Consiglio europeo (la riunione dei governi nazionali). La Commissione europea viene nominata da questi due enti. Ci sono molte cose che si possono criticare del Parlamento europeo, ma la verità è che il Parlamento europeo non è molto diverso dai parlamenti nazionali. In teoria i membri dei parlamenti nazionali avrebbero il potere di proporre le leggi. Nel Parlamento europeo questo non avviene. Esso può solo fare degli emendamenti che poi la Commissione accetta o rifiuta. Tuttavia, anche nei parlamenti nazionali in media meno del 15 per cento delle iniziative legislative proposte dai membri parlamentari diventa poi legge (si veda qui). Ben pochi membri parlamentari (o addirittura nessuno) propone una legge che non sia già stata prima approvata dai rispettivi partiti o che non sia stata stabilita assieme agli altri partiti della coalizione. Di certo il Parlamento europeo non sta funzionando come dovrebbe fare un vero parlamento, ma questo vale anche per molti parlamenti nazionali. Questo significa anche che la lotta per la “democrazia in Europa” deve essere anzitutto condotta a livello nazionale. Non è un problema che riguarda solo le istituzioni europee. È un problema che riguarda tutta l’Europa.
Le istituzioni europee sono dei gusci vuoti se i governi nazionali non approvano le scelte politiche prese a quel livello. Il voto del Consiglio avviene o a maggioranza qualificata o all’unanimità. Tutte queste decisioni vengono prese da rappresentanti politici nazionali. Lo stesso vale per il consiglio di amministrazione della Banca centrale europea. C’è un presidente, un vicepresidente e altri quattro membri. Questi membri sono nominati dal Consiglio europeo. Le decisioni della BCE vengono prese da questi sei membri più i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 paesi dell’eurozona. Il collegamento con il livello nazionale è forte.
La situazione all’interno della Commissione è ancora peggiore. La Commissione ha un presidente che viene eletto dal Parlamento europeo. Ciò significa ben poco, perché l’ultima (e la prima) volta in cui ciò è avvenuto, il nome di Juncker era anche quello dell’unico candidato. Gli altri 27 commissari non sono eletti, il che significa che detengono la loro posizione come risultato di trattative tra i governi nazionali. Nel corso degli anni è diventata abitudine decidere le nuove legislazioni in un’unica lettura. Le nuove misure di governance economica, come il fiscal compact, il six-pack, il two-pack e il semestre europeo, sono state decise con modalità che sono fondamentalmente anti-democratiche. Tutto ciò è pessimo e va sicuramente cambiato, ma in cosa differisce realmente da ciò che avviene nelle legislazioni di molti parlamenti nazionali in Europa? L’austerità e le riforme vengono dibattute in parlamento finché l’opposizione non vota contro e la maggioranza le approva lo stesso, forse con qualche disertore solitario qui e là. Nessun governo nazionale in Europa è caduto a causa dell’introduzione delle misure di austerità. Questo dimostra che il problema non è localizzato solamente al livello europeo. In effetti, se non ci fosse questa macabra ossessione ordoliberista, monetarista e mercantilista, questa ossessione per la competitività e le “riforme strutturali” a livello nazionale, l’UE non avrebbe alcun potere per portare avanti questi programmi.
Al tempo stesso, come scrive Wolfgang Kowalsky, le ambizioni delle politiche sociali sono state decisamente abbassate verso standard del lavoro che sono ben al di sotto degli attuali standard minimi europei (si veda qui). Tutto ciò, ovviamente, è un male. Ma guardate a ciò che avviene a livello nazionale. Tutto ciò non è molto diverso da ciò che avviene in Francia, nel Regno Unito, in Belgio o in molti paesi dove governi conservatori (o di qualsiasi altro colore) mettono in atto (o provano a mettere in atto) una gran quantità di leggi anti-sociali.
Al posto di questa ossessione per la facciata («façadism», la chiama Kowalsky), ci sarebbero molte altre iniziative che la UE potrebbe promuovere se fosse interessata alla democrazia. Potrebbe, ad esempio, rendere reale la democrazia nei luoghi di lavoro e portare avanti una democrazia industriale – termini che nemmeno si trovano nei documenti sulle politiche europee (inclusi quelli del Parlamento europeo). Al contrario, le istituzioni europee (Parlamento europeo incluso) stanno attualmente cercando di intromettersi nel territorio della contrattazione collettiva nazionale, imponendo limiti all’andamento dei salari – una strategia chiaramente finalizzata a distruggere l’autonomia delle parti sociali (si veda qui). Ma questo, ancora una volta, sta avvenendo in un modo o nell’altro anche all’interno della maggior parte dei paesi europei e dunque, ancora una volta, è una battaglia che deve essere combattuta a livello nazionale, non da partiti transnazionali, ma da partiti socialdemocratici e di sinistra.
3. La TINA (there is no alternative) della sinistra 
La TINA (there is no alternative, ‘non c’è alternativa’) di DiEM è ben peggiore della sua fallace analisi sulle istituzioni europee e sulla questione rapporti di potere. Non c’è nulla di casuale in questo. È la conseguenza naturale della diagnosi che i leader di DiEM fanno di ciò che non va nel mondo: se le nazioni sono diventate impotenti a causa della globalizzazione – come sostengono – allora non ha senso iniziare una lotta politica a livello nazionale. Questa è la tesi di DiEM. Ma gli Stati nazionali non sono affatto diventati impotenti a causa della globalizzazione.
Il pensiero portato avanti da DiEM2025 e da altri è che il modello politico basato sugli Stati-nazione è «finito» (parola di Varoufakis). In Europa gli Stati-nazione hanno «responsabilità senza potere», mentre le istituzioni europee hanno «potere senza responsabilità». La sovranità dei parlamenti nazionali si sarebbe dissolta. Oggi i mandati elettorali nazionali sono intrinsecamente impossibili da rispettare. Per questo una riforma delle istituzioni europee (o più precisamente del Parlamento europeo) sarebbe l’unica opzione possibile. Varoufakis non è certo l’unico a pensarla così. Secondo Slavoj Zizek, la lezione che la sinistra deve imparare dalla vicenda di SYRIZA è che è impossibile combattere il capitalismo globale entro una singola nazione. Secondo Zizek, la «nuova tentazione social-democratica neo-keynesiana», che adesso è in voga in certi contesti e che mira a riportare la lotta al livello degli Stati-nazione, non sarebbe altro che una cortina fumogena di una pseudo-sinistra caduta nel nazionalismo e nel populismo, che illude la popolazione con l’idea di poter decidere ancora qualcosa (si veda qui). È un’argomentazione interessante, ma errata.
Come fanno lui e gli altri a essere così sicuri di quello che dicono? Un paio di anni fa Dani Rodrik introdusse il cosiddetto “trilemma politico dell’economia mondiale” (si veda qui). In condizioni di “vera integrazione economica internazionale“, la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica globale diventano mutuamente incompatibili. È possibile combinare due delle tre cose, ma non tutte e tre insieme in piena misura. Se volete più globalizzazione, dovete rinunciare alla democrazia oppure alla sovranità nazionale. Per esempio, se un paese decide di agganciare la propria valuta e permettere afflussi e deflussi di capitali senza restrizioni, allora non può stabilire indipendentemente il proprio tasso d’interesse. In questo contesto la sovranità dello Stato-nazione si riduce.
Il trilemma di Rodrik è molto noto. Come scrive giustamente l’economista Bill Mitchell, è stato abilmente propagandato da tutte le forze politiche di qualsiasi colore. La dottrina che trasmette è straordinariamente comoda. Dite alla gente che lo Stato-nazione è “finito“, che è impossibile garantire la piena occupazione (o lavorare a quello scopo) e vi sarete liberati perfino della responsabilità di doverci provare. Lo stesso vale per l’austerità e per qualsiasi altra cosa. Se lo Stato-nazione è “finito” è inutile opporsi a questa realtà. La questione se ciò sia vero, ovviamente, non viene quasi mai posta. “Tutti” sanno già la risposta. Ma questo non è ciò che Rodrik intendeva. Il titolo del suo articolo “Fino a dove arriverà l’integrazione economica?” dovrebbe darvi un indizio (si veda qui). Al contrario di ciò che comunemente si crede, Rodrik scrive che l’integrazione economica internazionale non è “vera”, ma continua ad essere molto limitata anche se viviamo in un mondo che si suppone globalizzato. È vero che l’articolo di Rodrik è del 2000, ma il mondo non è cambiato così tanto da allora. Come nota Mitchell, ci sono ancora i confini nazionali. C’è incertezza sui tassi di cambio, nonostante un’aumentata deregolamentazione. Ci sono importanti differenze culturali e linguistiche che impediscono una piena mobilitazione delle risorse attraverso i confini nazionali. C’è una propensione degli investimenti a restare dentro i confini. C’è una forte correlazione tra i tassi di investimento nazionali e i tassi di risparmio nazionali. I flussi di capitali dai paesi ricchi verso i paesi poveri sono inferiori a quanto predetto dai modelli teorici. Ci sono ancora forti restrizioni alla mobilità internazionale del lavoro (si veda qui). La verità è che non viviamo in un mondo completamente globalizzato, anzi siamo ben lontani da esso. Pertanto gli Stati-nazione possono perseguire le proprie politiche in relativa autonomia. Questa è la conclusione a cui giungono tutti coloro che analizzano il tema (si veda qui lo studio di Godar, Paetz e Truger sulle possibilità di redistribuzione e di politiche di crescita a livello nazionale nell’UE, e si veda qui per una panoramica sulla letteratura).
Non c’è evidenza che sostenga la TINA di DiEM. La loro tesi secondo cui il capitale sarebbe diventato completamente sovranazionale – e che “noi”, per poterlo combattere e avere una possibilità di vincere, dovremmo fare lo stesso e portare la lotta al livello sovranazionale – è sbagliata. Il carattere “libertino” del capitale va combattuto a livello nazionale, e questo porterà in seguito ad una cooperazione internazionale, o non ci sarà nessuna lotta. Se il capitale fosse diventato completamente “libero” e se gli Stati-nazione fossero “finiti”, perché mai Goldman Sachs e altri dovrebbero pagare milioni di dollari a Hillary Clinton per discorsi che poi devono rimanere segreti? Perché le lobby dovrebbero spendere miliardi per influenzare le istituzioni regolatrici all’interno dei singoli paesi? Perché dovrebbero esistere ovunque gruppi di esperti e agenzie di marketing che non hanno altro scopo se non quello di orientare le opinioni degli elettori? Perché il settore aziendale dovrebbe essere così interessato ad accaparrarsi i media in modo da salvaguardare la propria narrazione ideologica? Forse perché gli Stati-nazione non sono “finiti”?
Come scrisse Bill Mitchell sul suo blog un anno fa, «la realtà effettiva è che i politici hanno tuttora la capacità legislativa necessaria per limitare le attività economiche transfrontaliere… La vera sfida non è quella di cedere la sovranità nazionale a un qualche livello mitologico di integrazione economica internazionale, ma di resistere la corruzione e la “cattura” del sistema decisione a livello nazionale, che si sta orientando sempre di più verso la tecnocrazia; la vera sfida è assicurarsi che i sistemi democratici non vengano corrotti dai lobbisti che li vogliono orientare verso specifiche élite capitaliste» (si veda qui).
Ma perché tutto ciò non sta avvenendo? Si può accusare la destra di molte cose, ma non del fatto di essere di destra. La destra è la destra. Il problema è che lo stesso non vale anche per la sinistra. Bill Mitchell scrive: «Il problema è che nella loro stupidità i politici di sinistra hanno portato avanti il mito che l’integrazione economica internazionale sia giunta ad una fase così avanzata e inevitabile che ora è necessario abbandonare i tipici obiettivi progressisti e, al contrario, mettersi a servire gli interessi del capitale. La narrazione che fanno per distinguersi sta nell’improbabile pretesa che essi riusciranno in qualche modo a mantenere una posizione politica tale da assicurare degli esiti di maggiore equità» (si veda qui).
Questo, in parole povere, è quanto è avvenuto nel corso degli ultimi trent’anni. Non è la finanziarizzazione che ha distrutto la socialdemocrazia (come ha recentemente dichiarato Varoufakis alla televisione belga (si veda qui), ma la falsa ideologia secondo cui, in fondo, non vi è più niente da fare, che un cambiamento strutturale è impossibile, che la lotta politica al livello degli Stati nazionali è finita, che l’unica cosa rimasta da fare è cercare di gestire gli Stati secondo le regole neoliberiste ma con qualche “correzione sociale” qua e là. Correzioni che si dimostrano completamente insufficienti, quantomeno nella misura in cui tutto ciò che la socialdemocrazia fa, come il New Labour di Blair nel Regno Unito, è non accettare del tutto l’ideologia neoliberista in merito agli “scrocconi del welfare” e cose simili, mentre nel frattempo la situazione dei disoccupati e dei poveri continua inesorabilmente a peggiorare.
Resta il fatto che per i paesi che emettono la propria moneta è possibile perseguire politiche economiche in relativa autonomia – politiche che possono avere, tra gli altri, anche l’obiettivo della piena occupazione. Questa è la vera questione. Non è la democratizzazione delle istituzioni. Non è la necessità di una politica europea transnazionale. Non sono cose fumose, del tipo un modello di società che sia «al tempo stesso liberale, marxista e keynesiano», come ha detto Varoufakis (si veda qui e qui). Ciò di cui abbiamo bisogno sono partiti di sinistra capaci di vincere le elezioni nazionali.
4. Perché bisogna dare priorità al livello nazionale? 
Se DiEM2025 vuole combattere per «istituzioni UE più democratiche», lasciateli fare. Ma la battaglia più importante si combatte a livello nazionale. Nulla può danneggiare l’oligarchia europea più di un paese che abbandoni l’eurozona (o minacci di farlo), si rimetta in sesto, torni a crescere e faccia meglio del resto di un’eurozona disfunzionale e ultra-neoliberista. Dovunque in Europa il capitale sta disegnando linee di demarcazione fasulle lungo dimensioni etniche e culturali, portando avanti una strategia dividi et impera contro il lavoro. La sinistra deve combattere questa battaglia ad ogni livello possibile. L’internazionalismo non ha mai significato l’abbandono della lotta a livello nazionale. È vero il contrario. Tutto ciò non ha niente a che vedere con il nazionalismo. Non ha niente a che vedere con ciò che gli inglesi o i tedeschi possono fare per il fatto di essere inglesi o tedeschi, ma per il fatto che è a questo livello che si possono ottenere dei progressi. Gli irlandesi hanno sconfitto la privatizzazione dell’acqua. Non hanno per questo condotto una battaglia europea. La privatizzazione dell’acqua è probabilmente impossibile da sconfiggere a un livello europeo. Ma gli irlandesi lo hanno fatto entro la propria nazione. Si tratta semplicemente di una strategia volta a ottenere dei progressi laddove dei progressi possono essere ottenuti. Questo non esclude la solidarietà internazionale. Al contrario, è una condizione affinché la solidarietà internazionale possa esistere. Abbiamo bisogno di partiti autenticamente socialdemocratici che vincano le elezioni a livello nazionale, mandino dei rappresentanti di sinistra al Parlamento europeo, al Consiglio e alla Commissione, e mandino dei keynesiani alla BCE. La battaglia per gli investimenti, la crescita e contro l’austerità e il lobbismo corporativo deve essere intrapresa anche all’interno di queste istituzioni. Ma come possono essere dei partiti politici transnazionali a farlo? È a livello nazionale (e locale) che le persone possono relazionarsi direttamente coi politici. È qui che si trovano le maggiori forze.
Ovviamente Varoufakis non la pensa così. Come ha spiegato all’Independent, a quasi otto anni dall’inizio della crisi finanziaria, la disoccupazione nell’UE è ancora a livelli di crisi, ed è doppia rispetto alla disoccupazione nel Regno Unito o in USA – «che stanno raggiungendo ciò che gli economisti considerano “piena occupazione”». Per iniziare, nessuno crede a queste statistiche. Ci sono milioni di persone disoccupate anche in questi paesi. «Se la disoccupazione fosse al 10-11 percento nel Regno Unito o in USA, le rispettive amministrazioni politiche sarebbero già crollate», ha detto Varoufakis all’Independent (si veda qui, ma anche qui e qui per una critica). Come fa a dirlo? Il governo spagnolo, dove la disoccupazione è ancora sopra il 20 percento, è forse crollato? Il governo irlandese è crollato? No. Il principale partito sostenitore dell’austerità in Irlanda è perfino stato rieletto, e il vecchio primo ministro è di nuovo al potere. Nessun partito transnazionale potrà cambiare questo stato di cose. Lo possono fare solo dei veri, autentici partiti socialdemocratici, a patto che si sveglino.
Pubblicato sul sito di Flassbeck Economics il 24 maggio 2016. Traduzione di Voci dall’Estero rivista da Thomas Fazi. 

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