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venerdì 16 marzo 2018

PERCHÉ USCIAMO DA EUROSTOP di Militant

[ 16 marzo 2018 ]

Della coalizione Eurostop abbiamo parlato In più occasioni. Ne siamo stati tra i fondatori, per abbandonarla nell'estate scorsa, spiegandone le ragioni.
Venimmo criticati da più parti. 
In verità pare si abbia avuto ragione.
Lo sprofondamento di Eurostop in Potere al Popolo ha provocato l'inevitabile smottamento. Dopo di noi Moves, quindi Porcaro, Boghetta e Formenti, infine, notizia di oggi, del gruppo Militant, di cui pubblichiamo qui sotto il loro denso dispaccio. Torneremo sulla questione. Una sola osservazione critica: alla forza del giudizio sul sinistrismo radicale (di cui Eurostop è, in ultima istanza, un precipitato) fa da contraltare l'assenza di una proposta complessiva. O meglio, si parla di una "traversata nel deserto". Con la qual cosa pare si debba intendere una "ritirata strategica". Ciò che, prima ancora che sbagliato, a noi sembra stridere con l'analisi fatta sulle ragioni dell'affermazione dei "populismi". La nostra proposta? (1) la situazione è ancora apertissima, la partita decisiva è ancora da giocare; (2) occorre fare rotta verso un partito populista di sinistra. Ciò implica dare forma ad una sinistra patriottica, nazionale e popolare.

«Raramente utilizziamo questo spazio per comunicazioni ufficiali, il più delle volte inutili per un collettivo come il nostro. Se questa volta deroghiamo alla regola che vuole questo un luogo di confronto, e non pietrificato dalle formalità, è perché è ormai inevitabile informare della nostra fuoriuscita dalla piattaforma politica Eurostop. Prendiamo atto della scelta di proseguire nel percorso di Potere al Popolo, una strada che – lo abbiamo discusso lungamente qui e nelle sedi opportune – ci sembra smentire una serie di presupposti analitici che da molti anni andiamo elaborando, come collettivo e insieme ai compagni che ancora animano la piattaforma anti-europeista. Prendiamo atto della mancata critica della realtà, in funzione di un’esaltazione fuori fuoco che insiste nel vedere in una storia che muore – la “sinistra radicale” dei partitini “comunisti” – addirittura un punto di partenza. 


Lo scollamento tra sinistra e società, emerso violentemente dai risultati elettorali del 4 marzo, avrebbe dovuto ricondurre, proprio quei compagni che in questi anni più coraggiosamente avevano centrato il proprio ruolo nella critica radicale alla sinistra di complemento, a un confronto materiale con gli attuali rapporti della politica. Si prende atto che “la sinistra è morta”, ma si insiste, defibrillatore alla mano, nel rianimare costantemente il morto, ripartendo sempre e soltanto da quella sinistra che, al sicuro delle proprie riunioni, si giudica come nemico. Non è, d’altronde, un problema di questo o quel partitino. E’ un intero schema ideologico che andrebbe dileguato: il calderone arcobaleno della sinistra radicale, che non ha più ragion d’essere. Quella socialdemocrazia dal basso che vorrebbe correggere le storture del sistema senza indicare priorità comprensibili è stato spazzato via, espunto dalla logica politica, relegato tra gli anacronismi intellettuali. Forse è solo un passaggio della storia politica di questo paese, ma bisogna prendere atto che tale fase discendente è in corso da quasi un ventennio, e vent’anni fa eravamo già dentro una fase di ritirata storica, per quanto mascherata da saltuarie esplosioni di partecipazione democratica (e non certo rivoluzionaria!). Non ci interessa però accusare nessuno. Ci piacerebbe invece sfruttare questa occasione per formulare una critica che sia soprattutto un’autocritica.

Abbiamo partecipato da subito ad Eurostop perché credevamo – e crediamo tutt’ora – necessario organizzare un discorso attorno alla contraddizione principale dei nostri tempi: l’europeismo liberista incarnato nell’Unione europea. La difficoltà, a volte la vera e propria paura, nella sinistra, di affrontare di petto il nodo strategico che struttura l’attuale sistema ordo-liberale europeista è parte di quell’incomprensione popolare verso le sinistre radicali. Non tutto, ovviamente, si risolve attraverso l’utilizzo di “giuste parole d’ordine”, ma l’incomprensione totale del mondo reale nel quale viviamo contribuisce allo scollamento evidente tra “sinistra” e “popolo”. Agitare la contraddizione principale non significa però risolvere i conti con la propria proiezione politica. Eurostop, e noi con essa, è stata incapace di organizzare attorno al problema principale un discorso che intervenisse nella miriade di contraddizioni immediate di cui si compone la realtà sociale. Il risultato è stato quello di un gruppo ben strutturato di compagni incapaci di esercitare una qualche forma di internità politica nei settori di classe. I proletari, detto schematicamente, si fanno difendere dalla sinistra di classe (nelle vertenze sindacali, sociali, territoriali, eccetera), ma affidano la propria rappresentanza al “populismo”. Un circuito perverso, perché contribuisce all’indebolimento della suddetta sinistra di classe, a cui corrisponde un peggioramento complessivo delle condizioni di vita dei proletari, a cui si risponde con titanici sforzi militanti rincorrendo una realtà sociale che sfugge sempre più di mano. Un incubo, che però va combattuto e non introiettato.

I motivi per cui il cosiddetto populismo raccoglie elettoralmente tutto ciò che non riesce più ad essere raccolto dalla sinistra sono molteplici. Nel corso di questi anni abbiamo provato a indagarli, nel limite delle nostre forze militanti e intellettuali. Crediamo, soprattutto oggi, che il motivo principale (non l’unico però) sia più o meno questo: il “populismo” definisce una gerarchia di politiche, esattamente il contrario del calderone informe della “sinistra radicale”. E questa gerarchia ruota attorno alla resistenza che questo suscita rispetto alle politiche ordo-liberali europeiste-globalizzate. Al “populismo” – e al suo elettorato – interessa poco o nulla del “programma”, della lista della spesa, della coerenza del proprio discorso politico: tutte cose che, al contrario, mandano in estasi i commentatori più sofisticati. Al “populismo” – e al suo elettorato – interessa essere percepito come strumento di resistenza alla globalizzazione, in Europa organizzata per mezzo della Ue. Credere che il “populismo” vinca elettoralmente per questa o quella proposta specifica significa reiterare la propria incomprensione dell’esistente: il “populismo” vince perché se ne frega del programma, l’importante è manomettere gli ingranaggi della stabilità liberale. Il “populismo” indica un nemico, immediato e concreto. E lo fa “anti-ideologicamente”, cioè costantemente calato nella realtà dei fatti.

Che poi questo nemico non sia il “vero nemico”, che il populismo (stavolta senza virgolette) faccia in pieno parte di quel sistema politico liberale di cui è una “controfaccia”, e bla bla bla, ce lo possiamo ripetere oltre la noia, ma tant’è: o ci si rassegna e si torna a fare altro nella vita, ma se si decide di insistere nella politica da qui tocca ripartire. Dalla realtà, non dalle proprie proiezioni ideologiche.

I motivi per cui, pur intervenendo nella contraddizione principale, si vegeti in uno stato di minorità, sono ovviamente molti. C’è una situazione oggettiva di cui tener conto: viviamo una fase di riflusso storico della partecipazione politica, e dentro questa fase difficilmente uscirà fuori “l’organizzazione” capace di invertire lo stato di cose presenti. Si tratta, per lo più, di resistere in attesa di tempi migliori. Eppure non tutto si risolve incolpando “i tempi che corrono”. Ci sono anche nostre responsabilità soggettive. Eurostop, e noi con essa, scontiamo i limiti di una proiezione che rimane ancora eccessivamente massimalista, intesa come perseguimento di un programma massimo senza alcuna realistica possibilità di successo, finendo così confinati in un idealismo dei propositi nei fatti poco comprensibile. Manca la via di mezzo, la capacità cioè di far vivere dentro le lotte di classe quelle parole d’ordine che rimandano alla natura strutturale delle varie contraddizioni.

Ribadiamo che quella riferita non è una critica ai compagni, ma un’autocritica che investe in primo luogo noi e, ovviamente, gli ambiti entro cui abbiamo fatto politica in questi anni. Allargando la visuale si intravedono le macerie di un panorama politico che procede senza sinistra, cannibalizzata dal “populismo”. Da qui bisogna ripartire. Capire bene il risultato elettorale, utile in quanto fotografia dell’esistente e non feticcio politicistico ovviamente. E adeguarsi a un mondo che cambia, che è cambiato, molto più velocemente di quello che pensavamo. Per la “sinistra” dei cliché cosmopoliti è suonata da quel dì la marcia funebre. Ma per chi ancora lavora ancorato alla realtà, occorre un atto di coraggio, quello di ripensare se stessi davvero. Siamo dentro una traversata del deserto che non prevede scorciatoie politiciste.

* Fonte: MILITANT

lunedì 12 marzo 2018

# EUROSTOP PaPATRAC di Boghetta, Formenti, Porcaro


[ 12 marzo 2018 ]

Com'è noto Eurostop ha fatto parte di Potere al Popolo. Sabato scorso, 10 marzo, Eurostop ha approvato un comunicato il cui titolo è netto: "ANDIAMO AVANTI CON POTERE AL POPOLO". 
Invece di ammettere l'errore, conferma quindi che proseguirà su quel sentiero schiantatosi nelle urne. 
Contro questa decisione, con argomenti pienamente condivisibili, si scagliano Boghetta, Formenti e Porcaro, che di Eurostop sono fondatori.
Per la cronaca: come Programma 101 lasciammo Eurostop nel giugno scorso, e ne spiegammo le ragioni. Giudichi il lettore se avevamo torto....




Cari compagni di Eurostop

Gli estensori di questo documento si sono dichiarati contrari o si sono astenuti quando l’assemblea nazionale di Eurostop è stata chiamata ad approvare la partecipazione alla lista Potere al Popolo. Fra l’altro abbiamo sostenuto:

1. che essendo lo spazio della protesta contro l’establishment saldamente presidiato dal M5S (e l’esito elettorale ha dimostrato che tale egemonia è più ampia del previsto),  il risultato elettorale di una piccola forza in fase di costruzione era condannato a priori all’insignificanza. La realtà è stata peggiore del previsto: siamo di fronte al peggior risultato della storia delle sinistre radicali italiane, con la metà dei già miseri voti (2,25%) raccolti da Rivoluzione civile

A questa obiezione si è risposto che non importava quanti voti si sarebbero presi bensì l’opportunità di allargare la nostra rete di contatti. Si tratta di una visione autoreferenziale che considera più importante l’arruolamento di qualche decina (o centinaia) di militanti  rispetto all’allargamento del consenso di massa e, soprattutto, non tiene conto dell’effetto di demoralizzazione della sconfitta sui soggetti mobilitati in questa operazione.
2. che il profilo politico culturale dei nostri alleati in questa avventura era tale da neutralizzare qualsiasi percezione di novità da parte dell’elettorato, il quale ha infatti percepito l’aura di dejà vu, comportandosi di conseguenza. In particolare, si era criticato il compromesso sui nostri obiettivi strategici — sintetizzati nelle parole d’ordine no euro, no Unione Europea — sostituiti dalla formula vaga, generica, e incomprensibile per il cittadino comune, del no all’Europa dei Trattati. 
Purtroppo si è visto che il compromesso comportava anche la rinuncia a impostare una campagna elettorale basata su due o tre parole chiave semplici, chiare e di impatto, scegliendo invece di stilare il consueto programma elettorale in forma di “lista della spesa” per addetti ai lavori. Una lista della spesa che paga tributo alle vecchie categorie feticcio: un internazionalismo astratto (che finisce fatalmente per appiattirsi sul cosmopolitismo globalista), le consuete litanie politicamente corrette che ci accomunano alla “sinistra” di regime (e sono uno dei motivi di fondo per cui l’elettorato l’ha abbandonata) e quel movimentismo orizzontalista e antistatalista che, negli ultimi decenni, ha costantemente accompagnato le sinistre radicali, condannandole al minoritarismo.
Ci chiediamo se le nostre obiezioni, critiche e perplessità non siano state prese in considerazione perché nemmeno la maggioranza di noi si è del tutto liberata dai vincoli di una tradizione morta e sepolta. 
Vincoli che impediscono: 
1) di mettere all’ordine del giorno, senza se e senza ma, l’obiettivo della riconquista della sovranità nazionale come condizione indispensabile della sovranità popolare e della conquista di rapporti di forza più favorevoli alle classi subordinate; 
2) di rompere con la cultura antistatalista e movimentista delle sinistre radicali; 
3) di prendere atto che dalle masse popolari sale una domanda di protezione sia dagli effetti economici della globalizzazione sia dal degrado sociale delle periferie dove convivono lavoratori autoctoni poveri e immigrati; 
4) di rispondere a questa domanda di protezione, contendendo l’egemonia ai populismi di destra che oggi la rappresentano, non solo sul terreno del buonismo politicamente corretto ma indicando anche concrete soluzioni politiche alternative. Infine anticipiamo la nostra contrarietà all’ipotesi di convertire questa fallimentare esperienza elettorale in primo passo del progetto costituente di un nuovo soggetto politico, che non sarebbe affatto nuovo e rallenterebbe la costruzione di una sinistra nazional popolare realmente capace di opporsi alle politiche del capitalismo globale. 
Una tale scelta, oltre a rendere impraticabile qualunque eventuale ipotesi di una lista seriamente antiunionista per le elezioni europee, segnerebbe di fatto la fine del progetto di Eurostop, condannando quella che era una promettente aggregazione politica a divenire una minoranza ininfluente nel microcosmo di una sinistra radicale a parole e moderata di fatto".
Carlo Formenti, Mimmo Porcaro, Ugo Boghetta

martedì 28 novembre 2017

"ELEZIONI: NON FACCIAMO PAZZIE" di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

[ 29 novembre 2017 ]

Volentieri pubblichiamo questo contributo di Porcaro e Boghetta. Essi svolgono dei ragionamenti pienamente condivisibili, sia riguardo al pantano strategico in cui si dimena la "sinistra radicale", sia riguardo ai profondi limiti politici dell'iniziativa di Je so' Pazz' di mettere su una lista elettorale di sinistra-sinistra —che sostituisce il vecchio simbolismo identitario con una sindacalismo sociale movimentista privo di strategia politica.  
Porcaro e Boghetta, escludono quindi che ci sia la possibilità di costruire una lista elettorale del sovranismo  costituzionale. 
Qui non siamo d'accordo. Una finestra invece è ancora aperta. Ne parleremo nei prossimi giorni...



La sinistra Subbuteo e la vera partita del paese 
di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

Il Brancaccio è fallito. Meno male. Forse qualcuno la smetterà di tentare di aggregare gli sconfitti usando le stesse parole d’ordine che hanno causato la sconfitta stessa. Forse qualcuno la smetterà di credere che la proposta dell’unità della sinistra sia il sostituto efficace di una vera strategia politica, quando per la maggior parte del popolo italiano “sinistra” significa per lo più delusione e liberismo. Il Brancaccio è fallito e questo, nel piccolo mondo della sinistra radicale, può essere un piccolo evento salutare perché impedisce che tutta quella sinistra si attacchi da subito al carro dei D’Alema e dei Bersani, e si presti perciò a fare la forza di complemento per i vari governi d’emergenza che dovranno garantire l’ “europeismo” del paese, e quindi la sua subordinazione al liberismo. E perché dopo il fallimento qualcuno ha pensato di reagire. 
Roma 18 novembre: l'assemblea promossa da Je s' pazz'
Cosicché, dall’assemblea romana di Je so’pazz’, da Rifondazione, dal Partito Comunista, da diverse realtà di base e singoli militanti è emersa l’esigenza di formare una lista popolare per le prossime elezioni. La reazione è comprensibile e positiva, e addirittura, in qualcuno degli interventi in cui si è espressa, è accompagnata da qualche sortita dal linguaggio abituale e da qualche significativo  spostamento in direzione anti Ue. Tanto che Eurostop, l’organizzazione di sinistra che con maggior impegno ed efficacia lavora per una rottura dei vincoli europei, ha accettato l’invito a discutere della fattibilità politica e tecnica della lista elettorale.

Ora, noi siamo da sempre sostenitori della necessità di presentare una lista (ed ancor prima un progetto) di lealtà costituzionale e recupero della sovranità in funzione e condizione di una rottura con le politiche neoliberiste, e crediamo che se qualcuno oggi volesse eludere il problema delle elezioni invocando la necessità di partire dal basso, dal “sociale”, indicherebbe una strada sbagliata, perché l’assenza di mobilitazione sociale è oggi in buona misura spiegabile proprio con l’assenza di prospettiva politica. E perché lo stesso lavoro di radicamento di massa richiede un impegno talmente grande (dovendo essere fatto nelle forme del mutualismo, del “partito sociale” e così via) da poter essere gestito soltanto da gruppi politici di una certa forza e di una certa dimensione: forza e dimensione che potrebbero aumentare a seguito di una prima vittoria politica dopo decenni di sconfitte.

Ciononostante crediamo che la proposta di costruire oggi, in funzione delle elezioni di domani, una simile lista, arrivi davvero troppo tardi perché c’è pochissimo tempo e bisogna superare moltissimi ostacoli, che si riassumono semplicemente nella presenza diffusa di un sinistrismo che condannerebbe la lista al famoso Zero Virgola rendendo molto più difficile ogni mossa successiva. Un sinistrismo che consiste nel parlare di democrazia partecipata a chi non ha tempo e risorse per partecipare, di parlare di
conflitto a chi non si trova nella posizione per farlo, nel parlare solo di accoglienza e di apertura a chi ha legittimamente paura che il mondo gli sia completamente ostile, nel parlare di classe quando la gran parte dei lavoratori occupati ed organizzati è al momento conservatrice, e la gran parte delle masse del quasi-lavoro si percepisce, se va bene, soltanto come popolo. Un sinistrismo che finirebbe in realtà solo per parlare a se stesso: come sempre. Un sinistrismo che riesce anche ad annacquare il riferimento alla Costituzione insistendo sull’aspetto della sovranità popolare per nascondere quello della sovranità nazionale, che è invece condizione di possibilità del primo. Un sinistrismo, infine che inchioda numerosi e validi militanti all’impotenza perché li costringe a ristagnare in un linguaggio che è una variante estremista del discorso delle élite globaliste: meno stato, niente nazione, poca politica e tanto progresso; nessuna rottura puntuale e localizzata del potere, nessuna riconquista della possibilità della politica nell’unico spazio possibile, quello nazionale. Con questo linguaggio una lista di presunta “vera sinistra” si condannerebbe a dire cose che agli elettori parrebbero uguali a quelle dei D’Alema e dei Fratoianni, solo dette in maniera più incazzosa. Un misto di estremismo verbale e moderatismo nei contenuti che spiega gran parte della triste irrilevanza politica di quest’area.

Ora questo sinistrismo comincia a scricchiolare, qualcuno comincia a parlare a ragion veduta di popolo, qualcuno si decide a fare il passo anti Ue, e tutto ciò, in un’ottica di medio periodo, è da considerarsi assolutamente positivo. Ma la partita oggi si gioca nel breve periodo, che diventa brevissimo se si considera che il lavoro da farsi è soprattutto di carattere culturale, e si riassume nella necessità di accettare pienamente la dimensione nazionale dell’azione (se Mélenchon e Corbyn hanno avuto qualche successo è anche grazie a questa scelta) vedendola non soltanto come una dura necessità ma come un’opportunità. Non è certo con artificiosi e verbosi compromessi sulla questione dell' ”Unione dei Trattati” che si risolve il problema di cambiare l'impostazione rispetto alle  esperienze precedenti: ultima la lista Tsipras. In questo cono d'ombra il programma diventa inevitabilmente la solita lista della spesa a cui manca proprio la condizione sine qua non per attuarla. E non serve a molto risolvere il problema con frasi scarlatte inneggianti ad un vago potere al popolo. Nel mondo degli imperialismi nazionali novecenteschi era giusto essere antinazionali –anche in quell’epoca, però, il discorso mutava quando si trattava di nazioni oppresse. Ma quando, come oggi, l’imperialismo della “triade” occidentale agisce attraverso la distruzione delle nazioni (delle nazioni subalterne, ovviamente); quando il sud d’Europa è posto in una condizione – inedita in Occidente – di dipendenza strutturale e permanente nei confronti del Nord; quando tale dipendenza rende inevitabile la compressione dei salari e del welfare;  quando tutto questo accade l’autonomia di classe si lega strettamente all’autonomia nazionale. E la rivendicazione della sovranità nazionale diviene condizione necessaria, pur se insufficiente, sia della ripresa di un efficace conflitto di classe, sia del progresso civile del paese. Ma anche di contrasto al crescere della destre ed alle giravolte del M5S.

La dimensione nazionale della nostra iniziativa deve quindi divenire un nostro tratto distintivo, deve essere valorizzata nella battaglia culturale e nello scontro elettorale. E non soltanto perché questo ci consente di costruire più facilmente una vasta rete di alleanze sociali col pulviscolo delle partite Iva, coi piccoli e medi imprenditori, ecc.. Prima ancora, e soprattutto, c’è il fatto che la stessa unificazione dei lavoratori, data la dispersione sociale e culturale della classe, non può avvenire che attraverso il richiamo all’appartenenza comune ad un paese che è retto da una Costituzione lavorista e tendenzialmente socialista, possibile argine contro il liberismo dell’Unione. Insomma: nei nostri comizi dovremmo mescolare bandiere rosse e bandiere tricolori (e questa è ancora una proposta moderata: guardate i video dei comizi di Mélenchon…). Siamo capaci di farlo, oggi? A nostro parere no. Anzi, il trasformismo di alcuni propone di nascondersi dietro la foglia di fico di Mélenchon e Podemos fingendo di non capire, o non capendo davvero, che la cifra del loro successo è proprio la dimensione nazionale, il patriottismo democratico!
Allora, se non siamo ancora in grado di raggiungere queste consapevolezze, diamo tempo al tempo. Iniziamo già da oggi il lavoro, ma avendo in mente soprattutto la scadenza delle elezioni europee (2019) e considerando che dopo le esose richieste che la Commissione europea ci presenterà a primavera, sarà più facile stracciare gli ultimi residui di europeismo e lavorare per convergenze unitarie. Dunque, si apra subito il confronto, valorizzando al massimo le novità del momento. Ma lo si finalizzi alle elezione europee e, soprattutto, lo si basi su precise direttrici di metodo e di contenuto.


Quanto al metodo deve trattarsi di un confronto a tutto campo e coinvolgere, oltre ai già noti,  i compagni della Confederazione diLiberazione Nazionale e l’area nella quale agiscono, la Lista di Popolo di Chiesa ed Ingroia, l’interessante esperienza di Senso Comune, le variegate componenti del sovranismo costituzionale, lo stesso composito movimento di De Magistris. La gran parte di queste forze può e deve convergere in una prospettiva nazional-democratica, e soltanto da questa convergenza può nascere una proposta politico-elettorale credibile: ma è chiaro che più largo è lo spettro delle forze interessate, più lungo è il processo di mediazione.

Quanto ai contenuti, per avere una minima possibilità di successo e per costituire il punto di partenza di una più ampia aggregazione una lista dovrebbe darsi  almeno i seguenti punti programmatici:

1)    Dignità del lavoro/ dignità del paese. Il problema del lavoro si risolve soltanto con un programma di piena occupazione sostenuto da un intervento pubblico e da imprese e banche pubbliche (con la retorica dei beni comuni non si crea piena occupazione). Ma un tale programma è incompatibile con la sottomissione del paese ai vincoli dell’Unione europea e nell’Unione monetaria.
2)    Sovranità popolare/sovranità nazionale. Il rafforzamento del settore pubblico rappresenta un importante momento di attuazione della sovranità popolare perché funge da contrappeso al  potere dei mercati. Una tale sovranità deve attuarsi anche nei confronti dello stesso settore pubblico, prevedendo forme di intervento diretto delle associazioni popolari nella definizione dei suoi indirizzi e nel controllo del suo funzionamento.  Ma la riaffermazione della sovranità popolare è frase vuota se non si coniuga con la riaffermazione della sovranità nazionale, che è il presupposto dell’efficacia delle decisioni popolari, e quindi con la rottura dell’Unione europea.
3)    Rifinanziamento e ripubblicizzazione del welfare. Non è sufficiente superare la scarsità di mezzi a cui il liberismo condanna il welfare pubblico, bisogna anche ridurre tutte le forme di erogazione privata dei servizi sociali e tutte le forme di precarizzazione del lavoro che esse comportano. Anche se tutto ciò urta contro gli interessi materiali di una parte non piccola della sinistra che ha cogestito la privatizzazione scambiandola per socializzazione della sfera pubblica.
4)    Sicurezza. Ebbene sì: sicurezza per tutte e tutti, per bianchi e per neri. E’ un tema vissuto come decisivo dai ceti popolari e dunque deve essere decisivo anche per noi. Non si tratta di “inseguire la destra sul suo terreno”, ma di riprenderci un terreno che deve essere nostro. Sicurezza contro le turbolenze guerreggiate mondiali, sviluppando una politica internazionale di pace. Sicurezza contro la miseria, puntando su lavoro e welfare. Sicurezza contro la criminalità ed il degrado, sia facendola gestire direttamente dagli abitanti dei quartieri attraverso la riconquista e la cura degli spazi pubblici, sia ampliando e riqualificando gli organici delle forze di polizia, utilizzandoli con funzione di mediazione sociale invece che di ordine pubblico.
5)    Regolarizzazione e regolazione dell’immigrazione. Dobbiamo renderci conto che la giusta e necessaria regolarizzazione degli immigrati (fondamentale anche per una positiva gestione del mercato del lavoro) implica una regolazione del flusso dell’immigrazione senza la quale (se, come tutti prevediamo, questo flusso assumerà necessariamente dimensioni sempre crescenti) verranno a mancare le risorse economiche, sociali e politiche per la regolarizzazione stessa. Anche in questo caso non si tratta di inseguire la destra sul suo terreno. Si tratta di dire la verità: nessun paese, tantomeno un paese come il nostro, può pensare di non regolare in alcun modo i flussi. Nessun governo, nemmeno un nostro governo, potrebbe evitare di farlo. Non si tratta di imitare Minniti, si tratta quanto meno di porsi il problema. Parlando solamente di accoglienza perderemmo il contatto con la gran parte della nostra gente, e lo perderemmo per non aver detto cose… che saremmo poi costretti a fare se fossimo al governo. Un vero paradosso che può essere superato con la proposta convinta della coppia regolarizzazione/regolazione.
6)    Nuova collocazione internazionale dell’Italia. Tutto quanto sopra ha un senso ed è possibile soltanto se l’Italia esce dalla propria collocazione euroatlantista e partecipa alla costruzione di un’area di cooperazione economica e di pace (iniziando ad eliminare le atomiche dal proprio territorio) che possa costituire una terza forza nello scontro tra Occidente e Oriente. La rottura con l’Ue deve essere accompagnata da subito con una proposta di nuova alleanza fra gli stati del continente fondata questa volta su un patto politico che espressamente rifiuti una soluzione bellicista e la prosecuzione del mercantilismo che ha accresciuto le diseguaglianze, gli squilibri e la tendenza alla guerra. Rapporti con la Russia, la Cina e col complesso dei Brics devono divenire asse normale dello sviluppo del paese. Così è, ovviamente, per il ruolo nel Mediterraneo. L’obiettivo non può essere tanto, o immediatamente, quello della collaborazione con stati orientati al socialismo, quanto quello della collaborazione con stati che intendano sottoporre a controllo politico i movimenti del capitale e intendano accettare una regolazione degli scambi che non si traduca nella deflazione competitiva a danno dell’occupazione e dei salari.
Siamo sicuri che intorno a questo asse si possa costruire non soltanto una lista, ma, progressivamente, quella vera e propria coalizione costituzionale di cui questo paese ha bisogno (e che potrebbe anche essere lo spazio migliore per far crescere una autonoma presenza comunista). Siamo sicuri che dicendo queste verità si possa ottenere un buon consenso, quantomeno il consenso necessario a porsi ulteriori obiettivi di crescita politica. Così come siamo sicuri che la ripetizione del nostro solito frasario umilierebbe le nostre migliori idee e ci condannerebbe ad arrestare sul nascere un cammino che potrebbe invece portarci molto lontano. Servirebbe solo a regolare i conti nel nostro piccolo cortile, quando il campo della nostra azione potrebbe e dovrebbe essere molto più vasto. Sarebbe come restare a casa a giocare a Subbuteo fra amici quando si potrebbe giocare una partita vera.



mercoledì 30 agosto 2017

EUROSTOP E LA CACCA SOTTO LA NEVE di P101

[ 30 agosto 2017 ]

«Cacciate da Eurostop gli Yes Borders seguaci di Ugo Boghetta e del P101! Come si può battersi contro l’imperialismo UE insieme a gente che, sostenendo che sia giusto che il mondo imperialista chiude le frontiere al proletariato del Terzo Mondo vittima dell’imperialismo, si rende complice dell’imperialismo stesso?».

Questo commento, dalla sintassi pietosa ma dal contenuto inequivocabile, si trova in bella vista nella prima pagina del sito di Eurostop. E' del 24 maggio, più di un mese prima che fosse celebrata il 1 luglio a Roma (senza fretta e senza furia) la cosiddetta "Assemblea Costituente" (vedi foto) con cui Eurostop da coordinamento si è trasformato in nuovo soggetto politico. Un commento che la dice lunga, come dire, sull'aria che si respirava in Eurostop e sulla egemonia ideologica al suo interno di certo ultra-sinistrismo.


Nessuno in verità ha mai cacciato Programma 101 —Ugo Boghetta ci risulta resti in Eurostop a fare il grillo parlante. Affari suoi. Noi abbiamo preferito non aderire al nuovo soggetto politico, non sussistendo una solida base politica comune. Come Consiglio nazionale di P101 spiegammo le ragioni del commiato il 23 giugno: Perché i nostri compagni non confluiranno in Eurostop.

Se ci torniamo su è perché alcuni, e tra questi il compagno Giorgio Cremaschi, sostengono che la nostra decisione è strumentale in quanto, "a parte la questione dell'immigrazione" —Eurostop, come il resto della famiglia di "sinistra radicale, ritiene il diritto ad emigrare un fondamentale diritto umano e condanna ogni controllo statuale dei flussi— non sussisterebbero "vere divergenze politiche". E poi, dice Cremaschi, "anche voi eravate d'accordo a superare la forma di coordinamento e dare vita ad un soggetto politico vero e proprio". Già, noi eravamo d'accordo infatti, ma a condizione che si fosse trattato di soggetto politico vero e proprio —parole chiave: "vero e proprio".

La qual cosa Eurostop non è e non potrà diventare, anzi si romperà alla prima prova seria, malgrado gli sforzi della Rete dei Comunisti, a cui va dato atto di essere il vero e proprio perno che fa reggere in piedi Eurostop, per quanto il metodo sciatto con cui eserciti questa sua funzione sia indigesto ai più.

Questa prova non è lontana, potrebbe essere rappresentata (siamo alle solite!) dalla prossime elezioni politiche. L'organizzazione che tira i fili in Eurostop, la Rete dei Comunisti, ha infatti una imbelle posizione di tipo astensionistico o, quantomeno, indifferentista. Perché? Per qualche ragione di principio? No, quanto perché, essendo per la Rete l'U.S.B. il bene supremo a cui tutto sacrificare, essa non può che rifuggire da una scelta elettorale, quale che sia, in quanto sarebbe divisiva e devastante nel suo sindacato.

Abbiamo un esempio caldo caldo delle future difficoltà di Eurostop: le prossime, decisive, elezioni regionali del 5 novembre in Sicilia. Che succede? Succede che la forza politica numericamente più consistente di Eurostop, il Partito Comunista Italiano (PCI, gli ex-cossuttiani per capirci), per bocca del suo segretario nazionale Mauro Alboresi ha appena diffuso una dichiarazione a nome del suo partito in cui auspica una lista unitaria con Sinistra Italiana e i dalemiani di Articolo1-MDP. E non c'è alcun dubbio che questa dichiarazione scandalosa precede e anticipa quella che questo partito prenderà in vista delle politiche di primavera. 

Eurostop è ancora in vacanza e non si hanno notizie se la "cosetta siciliana" sia stata messa agli atti e se e quale turbamento abbia prodotto. Un fatto è tuttavia evidente: il PCI ha agito per suo conto, senza consultare Eurostop. Che diciamo senza consultare, sbattendosene altamente i coglioni di quel che i sodali (anzitutto Cremaschi e quelli della Rete dei Comunisti) potessero pensare della scelta di andare a braccetto con i Sinistrati Italiani e i dalemiani.

Ma la cacca sotto la neve, com'è noto, è destinata a venire alla luce. In questo caso molto presto. Con le elezioni alle porte e un PCI che implora uno strapuntino nel listone arcobalenico sinistrato che succederà in Eurostop? Può un soggetto politico far coabitare al suo interno il diavolo e l'acqua santa? L'astensionismo di ultra-sinistra e l'indifferentismo elettorale (che è una sindrome peggiore) col più classico opportunismo elettoralistico? Staremo a vedere. Una cosa non sarà accettabile: vedere gli eurostoppisti cadere dal pero, sentirsi dire da Cremaschi ... "questa non me l'aspettavo". C'è infatti, nella scelta di campo del PCI, una logica ben nota a chi conosca storia e visione di questo partito. Non si alberghino quindi scuse per nascondere i limiti profondissimi e il carattere posticcio di Eurostop.

La facciamo corta, non senza rispondere alla critiche rivolteci, quelle per cui ci saremmo tirati indietro strumentalmente, quando eravamo i primi in Eurostop a proporre la costituzione di un "vero e proprio soggetto politico".

Per capire da che parte stia la verità, ovvero stiano la coerenza e la chiarezza politica, consigliamo di leggere la LA FRANCIA INDICA LA VIA , che era appunto una lettera aperta a Eurostop del maggio scorso. P101 spiegava che il processo costituente era impantanato, che i nodi programmatici non venivano affrontati, e quindi si faceva una proposta, seguire la strada indicata da France Insoumise. Pensate ci sia stata qualche risposta? Nessuna, come al solito. Come sempre la più insopportabile sordità.

E, per capire chi sia stato sempre chiaro, trasparente e coerente, vale forse la pena leggere il profetico intervento che Moreno Pasquinelli, di Programma 101, svolse all’assemblea di Eurostop (Roma 28 gennaio 2017). Era questa l'assemblea che diede avvio al percorso costituente di un univco soggetto politico.

Giudichino i lettori da che parte stanno coerenza e chiarezza.


«Cari compagni 

Siamo chiamati, con questa assemblea, a decidere se EUROSTOP debba e possa trasformarsi in un soggetto politico —per quanto plurale e confederato. Che lo si debba fare lo sosteniamo da tempo, scontiamo anzi un enorme ritardo (e non sarebbe secondario chiedersi il perché), che sia possibile, dipende. Da cosa dipende?

Diceva Hegel che: “Quando si hanno tutte le condizioni, la cosa deve diventare reale”.

Tra le diverse condizioni, cinque a noi sembrano quelle determinanti: (1) un’analisi della situazione condivisa; (2) una visione strategica comune; (3) un programma politico di fase unico; (4) una medesima concezione sulla natura del soggetto che vogliamo costruire; infine (5) una squadra dirigente che oltre ad essere di alto profilo sia forte della reciproca fiducia dei suoi componenti.

A noi non pare che tutte queste condizioni esistano già. Molte, purtroppo, sono le differenze (e le diffidenze) tra noi. Dobbiamo per questo rinunciare all’impresa? No, non dobbiamo rinunciarvi, dobbiamo tentare, ma facendo il passo secondo la gamba, mettendo ogni cosa al suo posto, individuando le aree di criticità, giocando a carte scoperte, avviando un processo graduale costituente che affronti i problemi invece di nasconderli.

Abbiamo letto con la dovuta attenzione i documenti fondativi sottoposti all’attenzione di tutti noi. C’è un evidente squilibrio tra l’impegnativa chiamata a fondare un soggetto-politico-fronte e la base politica, francamente striminzita, con cui la si giustifica —e che a ben vedere resta sostanzialmente la stessa che avevamo già come coordinamento. I tre NO (all’Unione europea, all’euro e alla NATO) sono condizioni necessarie ma insufficienti. Un salto organizzativo chiede un proporzionale corrispettivo politico altrimenti il rischio —come ad alcuni di voi accadde con ROSS@—, è che il salto sia mortale.

Proviamo quindi ad individuare i nodi che andrebbero sciolti, se vogliamo davvero gettare le fondamenta di una costruzione che non collassi al primo urto, e ce ne saranno diversi nei prossimi anni.

(1) Per quanto riguarda la situazione generale, al netto dell’accordo sul fatto che questa crisi è sistemica, “organica” come avrebbe detto Gramsci, non tutti siamo d’accordo non solo che la globalizzazione è al tramonto, ma che l’Unione europea (che non nacque affatto come polo antagonista a quello americano ma ben al contrario come sorella gemella dell’imperialismo USA) ha imboccato la via del suo inesorabile disfacimento. La conseguenza, che vi segnalavamo da tempo e che ha enormi conseguenze politiche, è quella che vedrà gli stati nazionali riconquistare il centro della scena.

(2) Noi riteniamo un grave errore strategico opporsi alla tendenza geopolitica alla rinazionalizzazione. Invece di fare esorcismi contro il ritorno alla sovranità nazionale —concetto che nei documenti ci si è guardati bene dal solo nominare, preferendo quello di “sovranità popolare”, come se questa e le procedure democratiche possano esistere oggi senza il demos nazionale— noi dovremmo invece impugnarla, con ragionevole audacia. Dovremmo andare incontro ai risorgenti sentimenti nazionalistici tra le masse popolari (che significano più sovranità nazionale, più Stato, più comunità, più democrazia, più sicurezza) opponendo un patriottismo repubblicano, costituzionale e socialista, contro ogni nazionalismo sciovinistico e imperialistico. Questo è secondo noi il discorso per combattere il nemico principale, il blocco oligarchico mondialista dominante (in cui la nostra grande borghesia è pienamente incapsulata), e quindi lanciare e vincere la sfida dell’egemonia nel campo popolare e antioligarchico, oggi presidiato anzitutto da forze come M5S e nuove destre come Lega nord e FdI.

(3) I documenti parlano di ITALEXIT, ma sono vaghi, non ci dicono niente di preciso su come noi vorremmo utilizzare la riconquistata sovranità nazionale e monetaria. Questa reticenza è inammissibile visto che da anni fuori di qui se ne dibatte e sono state prodotte tesi e proposte di indiscutibile valore scientifico. Ma questa reticenza ha una ragione: c’è chi scongiura un’uscita unilaterale e vaticina (in base a discorsi francamente risibili sulle “economie di scala) improbabili nuove zone di mercato e moneta comune, siano esse mediterranee o meno. Di contro al rischio che l’uscita dall’euro e dall’Unione sia pilotata da forze nazional-liberiste, noi dobbiamo opporre un chiaro programma per dare vita ad un ampio blocco costituzionale che in futuro possa dare vita ad un governo popolare d’emergenza, o di transizione, che metta in sicurezza il Paese. Un programma che sia coerente con la democrazia sociale scolpita nella Costituzione del 1948, che per noi deve avere il profilo di un keynesiano radicale, che potrebbe fungere da anticamera di trasformazioni socialiste vere e proprie. Ma, anche qui, c’è chi fa spallucce lancia anatemi contro il keynesismo “borghese”.

(4) Sulla natura del soggetto politico, che viene prima della forma, qui circolano le idee più disparate. Non parliamo tanto delle regole che debbono tenerci assieme. Qui parliamo, lo diciamo senza peli sulla lingua, del populismo. Anche in questo caso tra noi c’è chi lancia anatemi; si tratta, sia di coloro che ritengono sia oggi percorribile la strada della ricostruzione del partito di classe, ovvero comunista, sia di quelli che rispolverano la tradizione sindacalistica.

Il campo sociale e politiconon è più diviso da una retta verticale che divida la destra dalla sinistra, bensì da una retta orizzontale che divide chi sta sopra (l’oligarchia e la cima della piramide sociale) da chi sta sotto (una poltiglia sociale senza più la classe operaia al suo centro). Formenti ci dice che questa è la nuova forma della lotta di classe. E’ vero, a condizione di precisare che è una nuova forma di lotta di classe per cui, inabissatosi il soggetto sociale teleologico che per sua natura avrebbe una funzione guida, spetta al soggetto politico (politico si badi, né sindacale né tantomeno vagamente “sociale” —non amiamo quindi l’aggettivo “sociale” posto dopo il sostantivo “piattaforma”) dare forma e finalità alla eterogenea sfera sociale, di questi tempi un partito che costruisce e plasma un popolo che sia forza di mutamento e capace di esercitare sovranità.

Per questo non basta avere un programma, né rivendicare l’applicazione delle parti progressive della Costituzione, né tanto meno limitarsi ad affermare tre NO. C’è bisogno di un discorso profetico, di simboli forti, e perché no, di miti e nuovi orizzonti di senso. Dobbiamo saper stabilire connessioni emotive con il popolo lavoratore, precario e marginale, capaci di parlare al suo cuore e non solo alla sua testa. Quando la situazione è drammatica nessuna narrazione politica può sperare di diventare egemonica se non ha pathos. Populismo, per quanto ci riguarda populismo socialista, non è quindi solo linguaggio o retorica discorsiva, è l’incontro tra una visione radicale ed una pratica politica di massa.

Per concludere.

C’è molto lavoro da fare affinché “la cosa diventi reale”.

Dobbiamo unire le nostre forze, avviarci su questo sentiero, senza temere le difficoltà esistenti che potremo superare come abbiamo già superato alcune delle divergenze che ci dividevano fino a ieri. In questo contesto ci permettiamo di condensare quelli noi consideriamo i dieci punti d’indirizzo per andare verso il popolo e farne il protagonista della rivoluzione democratica:

(1) IL POTERE SPETTA AL POPOLO NON ALL’OLIGARCHIA CAPITALISTA
(2) LA COMUNITÀ VIENE PRIMA DELL’INDIVIDUO
(3) L’EGUAGLIANZA E LA SOLIDARIETÀ SIANO I PRINCIPI DELLA CONVIVENZA CIVILE
(4) LA DIGNITÀ E IL DIRITTO AL LAVORO DI OGNUNO VENGONO PRIMA DI TUTTO
(5) LA POLITICA DIRIGA E PROGRAMMI L’ECONOMIA, PER DIFENDERE AMBIENTE E TERRITORIO NELL’INTERESSE DELLA COLLETTIVITÀ
(6) LO STATO DEVE COMANDARE, NON IL MERCATO
(7) REGOLARE L’IMMIGRAZIONE IN BASE ALLE ESIGENZE DELLA COMUNITÀ CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE ETNICA, RELIGIOSA O RAZZIALE
(8) PER LA SICUREZZA SOCIALE, CONTRO LA CRIMINALITÀ, I SOPRUSI E LE ANGHERIE
(9) PER LA SOVRANITÀ NAZIONALE , CONTRO GLOBALIZZAZIONE, UNIONE EUROPEA E NATO
(10) PER UN PATRIOTTISMO REPUBBLICANO E INTERNAZIONALISTA».

mercoledì 12 luglio 2017

CATALOGNA: NAZIONALISTA CHI? di Moreno Pasquinelli

[ 12 luglio 2017 ]

IL REFERENDUM PER L'INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA DEL PROSSIMO 1 OTTOBRE E LO STRANO CASO DELLO STRABISMO DI EUROSTOP.



Con l'assemblea costituente svoltasi a Roma il 1 luglio EUROSTOP da coordinamento si è trasformato in soggetto politico unificato.

Il 21 giugno scorso Programma 101 spiegava le ragioni che impedivano l'adesione al nuovo soggetto politico —Perché i nostri compagni non confluiranno in Eurostop.

Una delle ragioni fondamentali con cui Programma 101 declinava l'invito a far parte del nuovo soggetto politico unificato era il netto rifiuto di EUROSTOP di rivendicare (e lottare per) la piena sovranità nazionale del nostro Paese. Un rifiuto giustificato in nome del principio supremo dell'internazionalismo proletario. A poco è valso segnalare che in assenza dell'aggettivo, ovvero del soggetto proletario come forza dirigente, il sostantivo diventa un dogma appeso al nulla, finisce anzi per giustificare come progressista l'unico internazionalismo realmente esistente, ovvero il mondialismo delle plutocrazie capitalistiche che in effetti stanno prendendo a picconate gli stati nazionali.
A poco è valso spiegare che sono proprio le frazioni dirigenti delle élite dominanti italiane, in nome del loro internazionalismo cosmopolitico, ad agire come longa manus dell'imperialismo tedesco che in nome di una più forte Unione europea soggioga gli altri stati come suoi protettorati. 
A nulla è valso affermare che la lotta per la piena sovranità nazionale è nell'interesse della maggioranza del popolo e che questa lotta può essere portata avanti solo da un blocco sociale nazionale e popolare di cui il proletariato può e deve prendere la testa. Sordità totale, dunque, rispetto al nostro appello per il patriottismo, costituzionale e repubblicano, senza il quale ogni discorso di rottura della Ue e di uscita dall'euro, è privo di qualsiasi respiro strategico e di forza egemonica. 
G. Cremaschi introduce l'assemblea costituente di EUROSTOP

Per tutta risposta, come  Programma 101, siamo stati tacciati di essere "nazionalisti". 

Ma perché torniamo su questa vicenda? 

Perché alcuni gruppi che fan parte di EUROSTOP, anzitutto la Rete dei Comunisti, hanno organizzato, proprio a fine giugno, un giro di incontri dal titolo “Catalunya Ara!” (Catalogna ora!) con alcuni esponenti indipendentisti catalani. Più precisamente di quella parte scellerata di estrema sinistra catalana —in particolare la CUP (Candidatura d’Unità Popolare)— che rivendica la secessione dalla Spagna.
Non solo, si badi, un giro di conferenze per capire quanto sta accadendo in Catalogna, no. Un giro di incontri per inneggiare alla secessione della Catalogna. Giro pubblicizzato in bella vista da Contropiano, sito della Rete dei Comunisti —vedi immagine sotto— che è il gruppo sicuramente più importante di EUROSTOP.

«Come sarebbe?, ci han chiesto dei simpatizzanti, "questi qui ci bollano come nazionalisti quando contro la gabbia dell'Unione europea rivendichiamo la sovranità nazionale italiana, anzi condannano il patriottismo come fosse nazionalismo fascista; e poi... sostengono a spada tratta il nazionalismo secessionista catalano»?

Ottima domanda, in effetti. Che andrebbe girata non solo ai compagni che hanno promosso l'inquietante giro di conferenze, ma a tutti gli attivisti di EUROSTOP.

Noi nel frattempo, per chi eventualmente fosse poco informato, vorremmo segnalare che il 1 ottobre si svolgerà in Catalogna il referendum per l'indipendenza, e che le sue conseguenze potrebbero essere devastanti. Non solo per la Spagna: a catena per diversi paesi europei, tra cui l'Italia.

Sempre per chi fosse poco informato sarà bene sapere che chi ha promosso questo referendum e preme per la secessione dalla Spagna, è la destra secessionista catalana da tempo al governo. Ovvero il partito (notoriamente liberiste ed eurista) di Convergenza e Unione (CiU - Convergència i Unió) ora Partito Democratico Europeo Catalano (PDeCAT; Partit Demòcrata Europeu Català). Un nome un programma, come vedremo. Leader storico l'esponente della grande borghesia catalana Artur Mas —che nel Parlamento spagnolo ha infatti votato sempre a favore di tutte le porcherie antipopolari e austeritarie di Rajoy.
Il simbolo del PDeCAT

Ci si chiederà: "ma voi non eravate a favore del principio dell'autodeterminazione dei popoli?".

Sì, certo che siamo per l'autodeterminazione, ove autodeterminazione significa che un dato popolo ha facoltà di stabilire in quale forma esercitare il proprio diritto alla sovranità. La secessione è solo una di queste forme. Un popolo, ad esempio, può infatti decidere autodeterminarsi federandosi con altri in un'unica entità multinazionale —caso classico e a noi vicino: la Svizzera. Oppure può decidere nel senso di una autonomia politica, del tipo di quella delle cinque regioni autonome italiane o, meglio ancora, dei Bund tedeschi.
Per dirla con l'analogia di Lenin: "Essere per il diritto al divorzio non significa obbligare le coppie a separarsi".

Fatta questa premessa e tornando alla Catalogna la domanda che dobbiamo farci è la seguente: la secessione dalla Spagna è nell'interesse di chi? La domanda può essere posta in quest'altro modo: come mai la grande borghesia catalana, via il partito liberista ed eurista PDeCAT spinge per la secessione?

Non sarà un caso se il PDeCAT, in nome e per conto della grande borghesia catalana, mentre respinge —con i più triti discorsi leghisti contro i "terroni fancazzisti" del mezzogiorno spagnolo— l'ipotesi di una Spagna come stato federale, inneggia letteralmente all'Unione europea  e all'€uro-Germania. E' forse nell'interesse del popolo lavoratore catalano passare dalla padella alla brace? E' forse nell'interesse degli altri popoli di Spagna? Ed è forse funzionale, la secessione catalana, alla battaglia democratica contro l'Unione europea? La risposta è per noi evidente: assolutamente no.

La nostra idea (che è anche quella della sinistra catalana che non capitola al nazionalismo liberista, come anche quella di gran parte di Podemos e Izquierda Unida) è che occorre respingere la secessione della Catalogna, che la soluzione auspicabile è invece quella di battersi per trasformare la Spagna in uno Stato federale e democratico.

Quindi rigiriamo ai compagni di EUROSTOP un paio di domande:

COME MAI, SE SIETE CONTRO OGNI FORMA DI NAZIONALISMO, SOSTENETE PROPRIO QUELLO SECESSIONISTA, LIBERISTA ED EURISTA CATALANO?

NON È FORSE, LA VITTORIA DEL SÌ AL REFERENDUM DEL 1 OTTOBRE, UNA SCIAGURA CHE È NELL'INTERESSE DEL TURBO-CAPITALISMO GLOBALISTA?





venerdì 23 giugno 2017

DOVE VA EUROSTOP di Programma 101

[ 23 giugno 2017 ]

Il 1 luglio Eurostop svolgerà la sua "assemblea costituente". Da coordinamento di organismi politici e sindacali prova a diventare un vero e proprio movimento politico unitario.
Pubblichiamo il documento con cui Programma 101, spiega perché non aderisce al nuovo soggetto politico.




Perché i nostri compagni non confluiranno in Eurostop

«Cari compagni di Eurostop,

ci sembra doveroso, alle porte dell’assemblea costituente del 1 luglio che sancirà la nascita di Eurostop come nuovo movimento politico, spiegarvi perché non ne faremo parte.

Il nostro non è un commiato, al contrario. Nelle forme che insieme dovremo concordare ci auguriamo di conservare con il nuovo movimento politico, ai livelli locali ed a quello nazionale, relazioni fraterne e di mutua collaborazione, a partire dalla battaglia per riconsegnare al nostro Paese e al suo popolo la loro sovranità costituzionale, quindi per l’uscita dall’Unione europea.

Le ragioni che ci impediscono di confluire nel nuovo Eurostop sono di natura politica e programmatica, ma c’è un dissenso sul metodo sin qui seguito su cui vogliamo spendere due parole.


Riguardo al metodo

Sappiamo bene che è difficile trovare punti di alti di consenso programmatico e assetti organizzativi inclusivi viste le numerose soggettività politiche che diedero vita al coordinamento  Eurostop. Il gruppo dirigente ristretto raccolto attorno a Giorgio Cremaschi non c’è riuscito. Si poteva fare molto meglio. Un gruppo che si trova alla guida di un coordinamento tra più organizzazioni, alle quali si chiede infine di cedere quote di sovranità da devolvere ad un unico e nuovo movimento politico — passaggio simboleggiato dalla norma dell’adesione individuale in stile SYRIZA— , deve dimostrare non solo di maneggiare pensieri complessi e dimostrare saggezza politica, deve considerare tutte le voci, tanto più quelle critiche, rifuggire da ogni spirito burocratico. Ciò non è accaduto. 


Le nostre proposte —sulla “identità” e la forma del soggetto nascente, sulle alleanze, sul programma di fase per un largo blocco sociale anti-liberista e anti-oligarchico— non sono state accolte e, quel che è peggio, non sono state nemmeno prese in considerazione. Nessuna risposta, nessun commento, niente di niente — ci riferiamo in particolare, oltre ai tanti interventi, orali e via mail, alle note sul programma di Leonardo Mazzi del 19 aprile ed alla Lettera aperta di Moreno Pasquinelli del 13 maggio. Neanche altri contributi, non meno argomentati dei nostri, hanno ricevuto una risposta. A questo punto è per noi del tutto irrilevante se ciò sia dipeso da noncuranza teorica o da spocchia burocratica. In tutti e due i casi questo metodo è sbagliato e non c’è traccia di correzioni in vista.

Ma veniamo al merito politico e programmatico.

Cominciamo dalla “identità”

Se la “identità” tratteggia i fattori che distinguono un soggetto da un altro e ne consentono dunque l’individuazione, quella che risulta dalla Carta è riassumibile nella prima riga e mezzo del testo, dove si legge: “La piattaforma sociale Eurostop è un movimento sociale e politico anticapitalista, antifascista, antipatriarcale ed antirazzista”. Il resto della Carta, al netto di un conflittismo d’antan, è tutta un’ascesa nell’empireo dei cosiddetti “valori”, che tanto vanno di moda nella sinistra radical-chic.

Che ne viene fuori? Che ci si congeda dalla tradizione antica del movimento operaio ma per riciclare molta paccottiglia della nuova sinistra post-moderna, con tratti di sindacalismo sociale e contestuale sottostima della centralità del Politico. Una “identità” che si pensa forte ma non lo è. Il fatto è che quei cinque aggettivi “identitari” sono al contempo troppo e troppo poco. Troppo per un fronte sociale che voglia oggigiorno diventare di massa, troppo poco per un’entità che pretende di raccogliere l’eredità del vecchio movimento operaio.


Vorremmo sbagliarci ma il salto in avanti di Eurostop a noi sembra piuttosto un passo indietro, una ROSS@ 2.0, che immagina Eurostop non come leva per un fronte di massa, ma come strumento per anzitutto strappare egemonia nel recinto della sinistra antagonista, e che quindi in quel camposanto resta imprigionato. C’è tuttavia un’aggravante: il socialismo, che prima era elemento identitario e stava nell’acronimo, scompare come fine e viene buttato lì accidentalmente, con imperdonabile superficialità.
A ben vedere era meglio non cadere nell’equivoco della “identità”, lasciarla alle singole organizzazioni, che ognuna ha la sua propria, e fare della Piattaforma programmatica di fase la vera e propria carta d’identità.

E qui siamo ad alcuni punti dolens.

Cos’è un Piattaforma? 

Tre cose in una. (1) Una leva per mobilitare larghe masse e configurare un blocco sociale maggioritario; (2) un disegno che descrive il tipo di società e di Paese una volta usciti dall’attuale marasma neoliberista, non quindi nell’al di là; (3) infine, certo, un ponte verso il fine strategico del socialismo —se non è questo quale?

Il Documento inviato il 13 giugno dal titolo “Eurostop punti di programma”, in barba ai contributi circolati, fallisce tutti e tre gli obiettivi. La commissione che avrebbe dovuto trovare la quadra, oltre a snobbare molte delle proposte giunte, ha licenziato un Documento smorto, sintatticamente pasticciato (frutto di un frettoloso e poco logico copia e incolla), impreciso, addirittura vago su alcune questioni fondamentali.

Prendiamo l’uscita dall’euro 

Dopo anni di discussioni, simposi scientifici e di indagini rigorose sull’uscita e il suo impatto economico e sociale, nulla si dice sull’importanza decisiva della sovranità monetaria. C’è di peggio, il concetto (della sovranità monetaria), è assente. Sì, proprio così nel Documento non c’è. Non è un’amnesia, è la conseguenza del tabù “nazione” —lemma mai usato da nessuna parte. Morale: pur di esorcizzare la sovranità nazionale non si dice che l’euro sarà sostituito dalla nuova lira. Cosa dunque propone Eurostop al posto dell’euro? Citiamo: “una moneta comune dell’Europa mediterranea”. L’assurdità della moneta comune mediterranea (ve la immaginate una moneta unica con Tunisia, Libia, Egitto, Turchia?), è rimpiazzata dall’idea solo meno strampalata della moneta unica con Spagna, Grecia, Cipro, Malta —la Francia chissà… Un’area valutaria che dati i differenziali strutturali tra questi paesi sarebbe una schifezza ancor più disfunzionale dell’euro. 

Una scemenza, una variante del Piano B di fassiniana memoria, la cui sola plausibilità è quella di evitare l’accusa di… “nazionalismo” da parte delle sinistre cosmo-internazionaliste. L’impressione che ne ricava un lettore attento è quella che Eurostop non crede affatto all’uscita dall’euro, visto che pare prevalere la tesi maldestra che malgrado tutto, l’Unione europea è destinata a rafforzarsi — è ovvio che se questa è la visione l’uscita sarebbe del tutto aleatoria. E la tanto invocata “rottura”?  Una frase vuota, che sposta tutto alle calende greche… alla rivoluzione socialista.

Prendiamo la nazione e lo Stato 

Dicevamo che sovranità nazionale, per certa teologia politica, è condannata come un’idea del diavolo. Così, per non commettere peccato, si ricorre a questo mostruoso guazzabuglio: “sovranità che il popolo può e deve fare nel suo territorio, comunale, locale, regionale, statuale”. Ovviamente ognuno che non sia tarantolato dell’idea imperiale di Negri sa che statuale vuol dire nazionale, sa che la nazione è il demos, un luogo geograficamante circoscritto da confini in cui un popolo (che può essere composto da diversi ethnos e/o nazionalità) ha preso forma storica statuale. Nel guazzabuglio il rango dello Stato nazionale è equiparato a quelli comunale, locale, regionale. Ci mancano le province, i rioni ed i condominii. Un mix di proudhonismo, leghismo e resipiscenze municipaliste in stile Disobbedienti. La dimensione nazionale viene qua e là accennata, ma alla togliattiana, non per segnalare che l’Italia è oramai un protettorato euro-tedesco —Germania è altro lemma che non compare mai, malgrado sia il dominus della Ue. La Grecia pare non abbia insegnato nulla. La rimozione della subalternità del nostro Paese in questa Unione a trazione tedesca serve appunto per rimuovere la dirimente questione nazionale.
La conseguenza inevitabile di questa impostazione è una imperdonabile fumosità riguardo al ruolo che si attribuisce allo Stato (per quanto sia al punto 1 del Documento) una volta fuoriusciti dall’Unione europea e rotti tutti i ponti con l’economia neoliberista. Sembra che la sua precipua funzione sia quella di mero agente socialdemocratico di re-distribuzione del reddito, non anzitutto lo strumento per rimodellare la società alle fondamenta sottraendo al mercato le decisioni macroeconomiche e quindi arma principale per pianificare, proteggersi dalla scorribande dei grandi monopoli stranieri, quindi deglobalizzare.
Siamo molto al di sotto del keynesismo —un’altra parola proibita. Si scrive sì di nazionalizzazioni, investimenti, piena occupazione, ma a causa del pregiudizio vetero-marxista contro il keynesismo, il tutto risulta privo di una connessione logica, di una visione politico-strategica d’insieme. Ne vien fuori un listone della spesa in classico stile sindacalistico.

Veniamo infine al populismo

Analisi, studi, idee, contributi, venuti da ogni parte, anche nel nostro campo, anche in questo caso, da un’orecchio sono entrati e dall’altro sono usciti. Si passa sopra alla questione con candida leggerezza. Eppure il nostro Paese è stato, visto lo sfondamento di massa del M5S che ha oramai un decennio, il primo grande laboratorio europeo del fenomeno populista. Anche qui scatta la rimozione, forse per non rompere i ponti con gli imbecilli che han bollato i Cinque Stelle come reazionari, fascisti e via sclerando, e che fanno spallucce riguardo al populismo alla stessa stregua delle élite liberali. Nessun ragionamento sul fenomeno Podemos, men che meno su quello di France Insoumise —di qui una sottovalutazione suicida dell’importanza del terreno elettorale. Ma col populismo vengono al pettine diversi nodi: linguaggi, simboli, metodi, idee ed esempi nuovi da fornire. Per che cosa tutto questo? Per dare forma politica adeguata e direzione al blocco sociale dei globalizzati contro i globalizzatori che oggi è solo incipiente, proteiforme, acefalo.

Si vede che si ritiene che quella populista sia solo una brutta e passeggera parentesi (non quindi la forma che il Politico ed il conflitto di classe hanno assunto in questa concreta fase storica—, si vede che si ritiene che presto il conflitto di classe riacquisterà la centralità, riabilitando tutto il vecchio armamentario simbologico dei comunisti. Tragica illusione. La società in cui viviamo non è solo figlia di una sconfitta strategica del movimento operaio, è frutto di trasformazioni oggettive ben più profonde, durevoli, per certi versi irreversibili. Anche ove, come noi riteniamo, un nuovo chock fosse alle porte, l’Unione andasse gambe all’aria, e maturassero sconquassi geopolitici, i popoli e le nazioni che si solleveranno seguiranno nuove piste, piste che i populismi delineano, a patto di volerlo riconoscere. Ma non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere».

Il Consiglio nazionale di PROGRAMMA 101
Roma, 21 giugno 2017

  

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