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giovedì 4 gennaio 2018

CONTRO IL MERCANTILISMO di Guglielmo Forges Davanzati

[ 4 gennaio 2018 ]

Il neomercantilismo è una modalità di riproduzione capitalistica basata sull’obiettivo di generare crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni e la riduzione delle importazioni[1]. E’ questa la linea di politica economica dominante oggi soprattutto (ma non solo) nell’Eurozona e che si traduce mediaticamente nell’ossessione della competitività. L’Unione europea, nei Trattati più recenti che ne hanno configurato l’architettura attuale, è formalmente concepita come economia sociale di mercato estremamente competitiva. I due strumenti fondamentali ipotizzati (e attuati) per raggiungere questo obiettivo, per tutti i Paesi membri, consistono nel consolidamento fiscale (ovvero la generazione di avanzi primari, mediante riduzioni della spesa pubblica) e nelle c.d. riforme strutturali, nella forma della liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi e deregolamentazione del mercato del lavoro (per generare moderazione salariale) e della detassazione degli utili d’impresa. Ciò nella convinzione che consentire alle imprese di contenere i costi di produzione sia il presupposto essenziale per consentire loro di vendere all’estero a prezzi ridotti. In più, le misure di moderazione salariale, combinate con il consolidamento fiscale, sono pensate per ridurre le importazioni. 

La domanda che occorre porsi è se una strategia neo-mercantilista possa essere efficace (ai fini della crescita, come si ritiene) e sostenibile. La risposta rinvia a considerazioni di natura teorica e ad alcune evidenze empiriche, queste ultime qui riferite all’Italia. 

In primo luogo, occorre ricordare che la crescita dell’economia mondiale nel suo complesso non può essere trainata dalle esportazioni dal momento che un modello di crescita trainata dalle esportazioni funziona soltanto se e fin quando esistono Paesi importatori netti. Questa considerazione destituisce di fondamento la visione dominante per la quale il modello di crescita trainato dall’accumulazione dei profitti può e deve riguardare tutti[2]: banalmente, non si può esportare sulla Luna. In secondo luogo, occorre riconoscere che il libero scambio non avvantaggia tutti i Paesi che ne prendono parte, fondamentalmente a ragione del fatto che gli scambi internazionali coinvolgono Paesi con differenti gradi di sviluppo. Alcuni Paesi (i c.d. early startes) possono produrre con costi decrescenti, soprattutto nel settore manifatturiero, traendo vantaggio dallo scambio con Paesi che producono con costi crescenti (i c.d. late comers)[3]. Non a caso, sul piano empirico, il fondamentale fatto stilizzato al quale riferirsi è che le economie più aperte agli scambi internazionali (ovvero quelle con più alto grado di sviluppo) tendono a essere economie la cui crescita è trainata dal reinvestimento dei profitti – il c.d. profit-led regime – e dalle esportazioni. 

Si è dunque in presenza di un gioco a somma zero, nel quale l’Italia risulta perdente. Per queste ragioni. 

1. La quota delle nostre imprese esportatrici è bassa nella comparazione con i nostri concorrenti dell’Eurozona[4], ed è concentrata nella classe di imprese di medie e grandi dimensioni localizzate quasi esclusivamente al Nord. Circa la metà delle imprese esportatrici è costituita da imprese del settore manifatturiero. Se si assume che le nostre esportazioni sono molto sensibili al prezzo (ipotesi niente affatto scontata), la moderazione salariale avvantaggia esclusivamente queste imprese. Per l’ampia platea delle altre imprese italiane, per contro, ovvero per le imprese di piccole dimensioni localizzate nel Mezzogiorno, la riduzione dei salari ha l’unico effetto di comprimere la domanda interna[5]. Da qui: riduzione dei margini di profitto, degli investimenti privati, aumento del tasso di disoccupazione. Se, per contro, si assume che le nostre esportazioni sono trainate da fattori che attengono alla qualità del prodotto (e dunque indipendentemente dal prezzo di vendita), la moderazione salariale è, con ogni evidenza, inutile per le imprese esportatrici e dannosa per le tante imprese che operano sul mercato interno[6]

2. La moderazione salariale non necessariamente implica, attraverso la compressione della domanda interna, una riduzione delle importazioni. Ciò per numerose ragioni, non da ultimo il fatto che al ridursi dei salari si modifica la composizione merceologica dei consumi e, per conseguenza, può risultare conveniente acquistare beni (a prezzi inferiori) non prodotti in Italia (si pensi, a titolo puramente esemplificativo all’aumento dell’acquisto di prodotti cinesi). Più in generale, i pattern di consumo risentono non solo del reddito e dei prezzi relativi dei beni, ma anche di effetti di ‘apprendimento’ e di imitazione: il che rende piuttosto semplicistica l’assunzione standard per la quale fra consumi e importazioni la relazione è sempre e necessariamente di tipo diretto. A ciò si può aggiungere che in un contesto di moderazione salariale e crescente precarizzazione del lavoro la propensione al consumo può ridursi, per effetto dell’aumento dell’incertezza sul rinnovo del contratto di lavoro e, dunque, sul flusso dei redditi futuri. 

Sul piano empirico, si rileva che i principali Paesi dell’Unione Monetaria Europea, con eccezione della Francia e in parte del Regno Unito, a partire dal 2011 registrano aumenti del saldo della bilancia commerciale in rapporto al Pil. Ciò vale anche per l’Italia, ma con effetti sul tasso di crescita pressoché insignificanti (il miglior risultato ottenuto dal 2011 al 2016 è un tasso di crescita dell’1%) e comunque in assenza di apprezzabili riduzioni del tasso di disoccupazione (che, pur a fronte di incrementi di esportazioni è semmai aumentato, passando dall’8.3% dell’agosto 2011 all’11.2% dell’agosto 2017).


Saldi della bilancia commerciale Paesi 5 UME 1990-2016 (valori correnti, in % sul Pil) [7] 


Perché, se queste misure non generano i risultati attesi (almeno nel caso italiano), esse vengono reiterate? Qui la risposta attiene a considerazioni di natura economica ma soprattutto di natura politica.

a) Sul piano propriamente economico, è del tutto evidente che la singola impresa, in concorrenza con le altre, ha la massima convenienza a ottenere sgravi fiscali e bassi salari. Ma la convenienza privata, in questo caso, confligge con quella della collettività delle imprese, per una duplice ragione. Innanzitutto perché bassi salari (e alta tassazione sul lavoro, essendo la ripartizione dell’onere fiscale un gioco a somma zero, in un contesto di consolidamento fiscale) riducono i consumi, generando effetti deflattivi e calo dei profitti nell’aggregato. In più, la compressione dei salari tende ad associarsi al deterioramento della qualità della forza lavoro (p.e. per la minore capacità di accesso a cure mediche) e, dunque, a minore tasso di crescita della produttività del lavoro e dei profitti futuri. In altri termini, la domanda di moderazione salariale espressa dalle imprese genera sia problemi di mancanza di coordinamento – e dunque di conflitto fra ciò che è privatamente conveniente e ciò che lo è per la collettività delle imprese (e che le imprese non farebbero – ridurre i salari - se potessero coordinarsi: cosa impossibile nell’ambiente ‘anarchico’ del mercato) – sia problemi di miopia – essendo, nella migliore delle ipotesi, una strategia utile solo nel breve periodo. A ciò si può aggiungere il fatto che all’aumentare dei profitti gli investimenti non necessariamente aumentano. Possono non aumentare per il peggioramento delle aspettative imprenditoriali, per il fatto che i profitti accumulati vengono destinati a usi speculativi e ancora per l’aumento dei consumi di lusso da parte dei capitalisti. 

b) Sul piano politico, dati i rapporti di forza fra Capitale e Lavoro, fortemente squilibrati a vantaggio del primo, appare del tutto evidente che le politiche economiche rispondono agli interessi di chi ha maggior potere contrattuale – ovvero a chi ha maggior potere di ricatto sui Governi. Il potere di ricatto del Capitale sui singoli governi deriva essenzialmente dal c.d. sciopero del capitale (capital strike), ovvero dalla possibilità per il capitale – possibilità esclusa per il lavoro – di minacciare delocalizzazioni. A ciò si aggiunge il potere di condizionamento che le Istituzioni finanziarie internazionali esercitano sulle politiche economiche dei singoli Paesi e che si manifesta nella richiesta di essere ‘credibili’ – ovvero, in sostanza, di mettere in atto misure di moderazione salariale. Il loro potere deriva dall’essere creditori degli Stati, giacché detentori dei loro titoli del debito pubblico. 

Per questa fondamentale ragione politica, il modello di politica economica dominante non può che essere profit-led export-led, ma, al tempo stesso, tale modello non può generare crescita su scala globale (potendo farlo solo per singoli Paesi). E’ un modello irrazionale ai fini della crescita e dell’aumento dell’occupazione, è un modello che accentua i conflitti intercapitalistici in un pericoloso gioco di acquisizione di quote di mercato su scala globale, ed è un modello che, tuttavia, stante le condizioni date, non sembra avere alternative. 


NOTE

[1] L’espressione neo-mercantilismo rinvia alla teoria economica considerata dominante nel XVII secolo (il mercantilismo appunto), che, nella sua forma più rozza, suggeriva ai Principi di accumulare ‘tesoro’ stimolando le esportazioni. Si tratta di una visione che, già in quel periodo, era considerata semplicistica. Si rinvia sul tema a G.Forges Davanzati, Thomas Mun. Il tesoro dell’Inghilterra nel commercio estero. Napoli: ESI, 1994.

[2] Sul tema si rinvia a O. Onaran (2016), Wage-versus Profit-led growth in the context of international interactions and public spending: The political aspects of wage-led recovery, PostKeynesian Economics Study Group, working paper n.1603, February.

[3] Non è questa la sede per soffermarsi sul dibattito fra protezionisti e liberoscambisti. Sul tema, si rinvia, in particolare, a M.De Cecco (2016), Moneta e impero. Economia e finanza internazionale dal 1890 al 1914, a cura di A.Gigliobianco. Roma: Donzelli, cap.1.

[4] ISTAT-ICE stima che il grado di apertura internazionale dell’Italia è circa la metà di quella media dell’area euro.

[5] Per un’analisi dettagliata del fenomeno, anche con riferimento alla tipologia di merci esportate/importate, si rinvia a ISTAT, Commercio estero e attività internazionale delle imprese. Roma, 2017.

[6] Cfr. A. Felettingh, A. and S. Federico, (2011). Measuring the price elasticity import demand in the destination of Italian exports, “Economia e Politica Industriale”, vol.38, n.1, pp.127-162.

[7] La figura è tratta da D.Moro, L’internazionalizzazione dell’economia dell’Italia nel passaggio dalla semiperiferia al centro dell’economia-mondo, mimeo.

* Fonte: Micromega

giovedì 19 ottobre 2017

COSA C'È DIETRO ALLA CONTESA SUI VERTICI DI BANKITALIA di Piemme

[ 19 ottobre 2017 ]

Contro la mossa dei renziani e relativa mozione approvata dal Parlamento per un "cambio di passo" in Bankitalia, impressionante e fulminea è stata la levata di scudi in difesa del governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

Degni di nota gli argomenti dei paladini del governatore. "La mossa di Renzi è maldestra e irresponsabile", "è un'invasione di campo"... "espone il sistema italiano ai mercati internazionali".

Essi non difendono dunque Visco a causa dei suoi meriti, che non ha per niente. Essi lo difendono a prescindere, in base al principio neoliberista della "assoluta indipendenza della banca centrale". Vedi quanto afferma Massimo Riva su la repubblica.

Cosa intendano per "indipendenza" gli armigeri del "partito tedesco" è presto detto: indipendenza dal Parlamento, ovvero dall'organo che dovrebbe rappresentare la sovranità popolare. Ciò che in pratica si traduce nella sudditanza della Banca centrale rispetto alla Bce, alle grandi lobbi finanziarie transnazionali e, per finire rispetto alle grandi banche d'affari, italiane ed europee.
Francesco Verderami, sul CORRIERE DELLA SERA di ieri, a nome e per conto del "partito tedesco", insinua che dietro l'attacco a Visco vi sia quello a Draghi e alla Bce, avverte mafiosamente Renzi:
«Ma il blitz ha un costo, mostra il leader democrat isolato rispetto ai vertici isituzionali. E il rischio che l'establishment internazionale —dalle cancellerie europee fino all'eurotower— lo considerino inaffidabile, può segnare la sua corsa verso le urne».
Lungi da noi prendere le difese di Matteo Renzi. Tuttavia non crediamo a quanto insinuano i suoi avversari, che il suo attacco al "santuario" dei poteri forti sia una "mera mossa elettorale". C'è di più, c'è una battaglia in seno alle élite italiane tra chi, pur di tenere in vita l'Unione euro-tedesca, è deciso ad ubbidire ai diktat di Berlino e chi, Renzi tra questi, recalcitra e preferisce guardare altrove, oltre Atlantico. Ne abbiamo parlato QUI, QUI,  e QUI.

Sarà un caso ma la mossa renziana viene dopo le dichiarazioni di Wolfgang Schäuble che chiede regole più "stringenti" per le banche riguardo al credito, subito raccolte dal presidente dell'Ssm, l'organo di supervisione bancaria europea, Danièle Nouy sugli Npl (i crediti deteriorati in pancia alle banche). Una stretta che ove venisse applicata rappresenterebbe una vera e propria mazzata per la già asfittica economia italiana.

Il SOLE 24 Ore di oggi, a conferma che la politica non deve mettere il naso a Palazzo Koch, ci ricorda che:
«Una volta anche il governatore della Banca d'Italia era nominato a vita, regola cancellata alla fine del 2005 dopo gli scandali finanziari emersi nell'estate, con il tentativo di difendere Antonveneta dalla scalata lanciata dall'olandese ABN Amro. Da allora la nomina ha una durata di sei anni, rinnovabile una sola volta e passa per un Dpr del presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e sentito il parere del Consiglio superiore della Banca. Il Parlamento non ha alcun ruolo in questo processo decisionale, ed è per questo che la mozione del Pd votata martedì scorso contro Visco, con il parere favorevole del Governo, è stata interpretata come un vulnus. Lo si capisce anche senza andare a sfogliare lo Statuto del sistema europeo delle banche centrali (SEBC) e della Bce, di cui Bankitalia è parte integrante, e senza leggere l'articolo 7, che tutela l'indipendenza assoluta dei membri dei consigli direttivi di ogni banca centrale nazionale e della stessa Bce dal potere politico».
Appunto. Il problema è che una carica strategica così importante come quella di governatore della banca centrale italiana, non può essere nelle mani di una ristretta confraternita di banchieri privati, con il Presidente della Repubblica che solo conferma, come un notaio, le decisioni gradite al regime bancocratico con la Bce in testa.

In base al principio democratico per cui tutte le cariche pubbliche più importanti debbono essere decise dai cittadini, riteniamo che anche quella di governatore della banca centrale debba avere legittimità popolare. Non è sovrano un popolo in cui la Banca centrale non sia sottoposta a controllo pubblico.

Se ne riparlerà quando finalmente usciremo dalla gabbia dell'euro e dell'Unione euro-tedesca...


venerdì 17 febbraio 2017

L'APPELLO DEGLI ORDOLIBERISTI ITALIANI di Carlo Formenti

[ 17 febbraio ]

Lunedì 11 febbraio Il Corriere della Sera ha ospitato un “Appello per il rilancio dell’integrazione europea” lanciato da trecento intellettuali e presentato nella circostanza da sei firme, fra cui spiccavano quelle di Giuliano Amato e Anthony Giddens, esponenti di punta della “Terza via” blairiana e del pensiero unico ordoliberista.

Nel testo in questione: 1) si afferma che oggi la Ue è sotto attacco “sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere per decenni; 2) si esalta la “economia sociale di mercato”, affermando che essa può funzionare solo grazie a una governance multilivello e al principio di sussidiarietà; 3) si rivendica il ruolo di un’Europa “cosmopolita” nella costruzione di una “governance globale democratica ed efficiente”. Il tutto condito dall’invito a legittimare la Ue attraverso elezioni in cui i cittadini del continente possano liberamente sceglierne i vertici.

Proviamo a leggere in trasparenza il senso reale di tali affermazioni, sfruttando il contributo di quegli studiosi che hanno sviscerato i dispositivi della governance ordoliberista (mi riferisco, fra gli altri, ai lavori di Dardot e Laval e al più recente saggio di Giuliana Commisso, “La genealogia della governance”, Asterios editore).

La prima considerazione da fare è che l’affermazione secondo cui l’Europa avrebbe garantito pace, democrazia e benessere è smaccatamente falsa: 1) dai Balcani all’Ucraina, passando per la Libia, l’Europa è stata un costante fattore di guerra, 2) sulla democrazia chiedete cosa ne pensa il popolo greco, 3) il benessere poi è un miraggio per quei milioni di cittadini che hanno visto peggiorare drasticamente i livelli salariali e di occupazione, oltre a perdere gran parte dei diritti conquistati prima dell’avvio del processo di unificazione.

Seconda considerazione: associare l’economia sociale di mercato [ordoliberista, NdR] all’allargamento della democrazia è una contraddizione in termini. Dietro questo slogan si nasconde infatti quel progetto neoliberista che si è costantemente impegnato a sottrarre il compito della legittimazione al quadro costituzionale-parlamentare per affidarlo a organismi non eletti che rispondono esclusivamente agli imperativi del mercato. Inoltre la sussidiarietà di cui si parla è consistita nella proliferazione di enti, agenzie e autorità deputati a gestire localmente i bisogni sociali —proliferazione che è proceduta di pari passo con lo smantellamento del welfare e con l’assunzione dell’impresa privata quale modello universale di regolazione sociale, in base al principio secondo cui non bisogna ostacolare chi potrebbe erogare un servizio migliore del servizio pubblico (ciò che Colin Crouch ha definito la spoliticizzazione del servizio pubblico attraverso la riduzione del cittadino a cliente). Infine le reti multilivello, presentate come un modello di integrazione della società civile nella governance, sono di fatto servite a indebolire quei gruppi intermedi di pressione che rappresentavano e difendevano gli interessi delle classi subordinate.

Per il dogma ordoliberista, infatti, questi gruppi sono un ostacolo alla concorrenza che impedisce la libera formazione dei prezzi (a partire da quello della forza lavoro, che va tenuto il più basso possibile per evitare tensioni inflazionistiche). Sempre secondo tale dogma, vanno contrastate tutte quelle richieste di “elargizioni clientelari” che provocano un aumento della spesa pubblica in materia di previdenza, salute, ecc. Del resto non si capisce questa logica se non si comprende che per gli ordoliberisti —al contrario dei liberisti classici— il ruolo dello stato è fondamentale: sia in quanto garante dell’ordine giuridico che deve garantire il corretto funzionamento del mercato (che non è in grado di autoregolarsi), sia in quanto garante di un ordine sociale “post ideologico” in cui tutti i cittadini devono venire convinti di essere “imprenditori di sé stessi” e di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Il riferimento alla natura cosmopolita dell’Europa —del resto smentito dai muri e dalle altre pratiche di contrasto ai flussi migratori, come il vergognoso accordo con il regime autoritario turco— va letto infine come “internazionalismo” delle élite, da contrapporre alle resistenze locali dei vari popoli europei alla colonizzazione da parte del capitale globale. Come conciliare tutto questo con la proposta di legittimare l’oligarchia di Bruxelles sottoponendola al vaglio degli elettori? Non è difficile immaginare quali alchimie giuridico istituzionali verrebbero escogitate per garantirsi a priori il trionfo di una grande coalizione europea “anti populista”, visto che, come spiega l’articolo di Goffredo Buccini nel taglio basso sotto l’Appello, occorre guardarsi le spalle da quel popolo bue che insiste a votare movimenti come l’M5S, in barba alle prove di volgarità, ignoranza e incompetenza offerte dai suoi dirigenti.

giovedì 16 febbraio 2017

MARINE LE PEN: ORDOLIBERISMO O KEYNESISMO? di Moreno Pasquinelli

[ 17 febbraio ]

“Se una cosa sembra una papera, cammina come una papera e fa qua-qua, probabilmente è proprio una papera”.

Suscitò critiche, due anni fa, il mio articolo del gennaio 2014: «CHE COS’È IL FRONT NATIONAL DI MARINE LE PEN (dedicato a quelli che la dicotomia destra-sinistra non c’è più)».

Si trattava di un'analisi del programma del Front National —per l’esattezza «MON PROJECT. POUR LA FRANÇE ET LES FRANÇAIS»—, quello sul quale il FN condusse la campagna per le presidenziali del 2012.


Alle porte delle ancor più importanti elezioni presidenziali imminenti, vale forse la pena tornare sull'argomento, analizzando l'odierno programma elettorale del Front National  —in particolare le misure economiche che esso prenderebbe una volta salito al governo—, dandone un giudizio di massima, ed anche verificando se vi siano aggiustamenti rispetto a quello del 2012 e, nel caso, quali sono ed in quale direzione vanno.

2012: STATO (POCO) KEYNESIANO DI POLIZIA

Nel mio pezzo del 2014, mettevo in guardia coloro che guardavano con eccessiva simpatia e/o indulgenza al Front National, segnalando come esso, al netto di numerose proposte di politica economica sostenibili, non solo fosse molto ambiguo sulla questione dell'euro, ma avesse, oltre ad una visione revanscista e imperialista della Francia, una concezione fortemente autoritaria della democrazia, anzi perorasse un tetragono Stato di polizia.

Riguardo all'impianto economico del programma del Front National, giungevo a questa conclusione: 
«Un keynesismo temperato che può ben sfociare in un liberismo temperato. Un programma attentamente calibrato per sfondare a sinistra e conquistare voti nel proletariato e nel ceto medio, ma senza spaventare affatto la borghesia, se non i suoi settori apertamente speculativi, e nemmeno la Germania e i centri oligarchici dell’Unione europea. Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle».
Il 4 febbraio scorso, a Lione, Marine Le Pen ha presentato il programma di governo del Front National: Les 144 engagements présidentiels.
Un "Programma senza sorprese", titolava Liberation, esprimendo l'opinione comune dei media francesi. Non è così, le novità ci sono invece. 

2017:  STATO DI POLIZIA RAFFORZATO

Partiamo dagli aspetti più squisitamente politici. 
La costituzione bonapartista della V Repubblica voluta da De Gaulle nel 1958 —il sistema presidenzialista di "monarchia repubblicana— non viene messa in discussione. Si chiede anzi un rafforzamento dei poteri presidenziali e del modello plebiscitario. [1]
Vero è che si propone una legge elettorale proporzionale ma con due correttivi di rilievo: sbarramento del 5% e un premio alla prima lista del 30% dei seggi. 

Per quanto concerne le misure Stato-poliziesche, sicuritariste e islamofobe non si può certo dire che il Programma 2017 sia reticente o vago. [2] Il motto è "tolleranza zero": riarmo massiccio delle forze di polizia, 15mila gendarmi in più, 40mila nuovi posti per i prigionieri, disarmo delle banlieu e misure cautelative contro "i 5mila capibanda censiti", aumento di tutte le pene, espulsioni automatiche e senza processo, menomazione dello Jus soli, forte limitazione del diritto d'asilo, nessuna regolarizzazione per gli immigrati illegali, inserimento in Costituzione del contrasto ad ogni forma di "comunitarismo", promozione della "assimilazione" al posto della "integrazione", via ogni "discriminazione positiva" a favore delle minoranze, limitazione della libertà d'insegnamento, soppressione dell'insegnamento della lingua d'origine per le minoranze. Non sembri un paradosso che il programma dedichi un capitolo alla "protezione degli animali", considerata "priorità nazionale".

Non meno perentorie le misure in vista di ritorno ad una politica imperialista di grandeur. Si propone di abbandonare il Comando NATO, a favore di guerre nel "solo interesse della Francia", si chiede l'aumento delle spese militari, il rafforzamento delle Forze armate, il ristabilimento della coscrizione obbligatoria.

Basta tutto questo per sostenere che il Front National della Marine le Pen è un movimento politico fascista? Ovviamente no. Esso si presenta piuttosto come una variante del
gollismo, evidentemente peggiorativa, visto che fa sua, mala tempra currunt, una visione sociale viziata di liberismo economico e da un nazionalismo identitario paranoico.

2017: ORDOLIBERISMO SI STATO

Ma se la gran parte di queste misure era già contemplata nel Programma 2012, consistenti sono invece gli "aggiustamenti" sul piano della politica economica. Si sente forte lo zampino dell'economista liberale Jean Messiha, boiardo di stato, tecnocrate, e  dei suoi sodali del Circolo degli Orazi,[1] che sembrano essere stati scelti come consiglieri economici dalla Le Pen proprio per tranquillizzare non solo la potente borghesia francese ma tutta la grande finanza. 

Beninteso nel Programma 2017 il Front National —tanto più visto che è finalizzato a vincere le prossime elezioni— avanza misure a favore del popolo lavoratore: aumento del salario minimo, delle pensioni più basse, difesa del diritto alla salute (fatto salvo il doppio regime pubblico-privato), alla scolarità (fatte salve le scuole private), ribasso del 5% delle tariffe di gas e elettricità, difesa dei risparmi contro, mantenimento delle 35 ore settimanali (con la facoltà concessa alle aziende di passare a 39 ore). 

E' difficile tuttavia non vedere il senso di questi "aggiustamenti": essi hanno una evidente impronta liberista per andare incontro agli interessi non solo e non tanto del settore privato ma delle grandi aziende monopoliste, in special modo di quelle finanziarie e bancarie, punto di forza del capitalismo francese. Vediamo dunque di capire dove stanno i cambiamenti rispetto al Programma 2012, e quindi di tirare le somme.

(1) La prima cosa che stupisce è la vaghezza sull'euro. Scompare l'idea del 2012 della doppia moneta ma il dispositivo proposto per tornare alla sovranità moneta non contempla affatto (come erroneamente si crede) un'uscita unilaterale bensì l'avvio di «un negoziato coi partner europei seguito da un referendum sull'appartenenza alla Ue». Il segnale lanciato al mondo della finanza e delle grandi banche è chiaro: non ci sarà alcuna decisione scioccante, si dovrà trovare un accordo vantaggioso per tutti. Degno di nota che l'idea (giusta) che la banca centrale debba finanziare il Tesoro sia relegata al punto 43, però  scompare, quel che era contemplato nel 2012, ovvero a interessi zero. la banca centrale resta poi formalmente indipendente.

(2) Si parla di un "Nuovo modello patriottico in favore dell'impiego" —sparisce il concetto del 2012 della "Priorità a politiche di pieno impiego—ma di misure concrete per debellare la disoccupazione, di un piano di investimenti pubblici per la piena occupazione non c'è alcuna traccia. Quale sia il paradigma è evidente: si fa affidamento sul settore privato, alle leggi di mercato, ove quindi il ruolo dello Stato si riduce a mero supporto con misure protezionistiche e di defiscalizzazione. Nemmeno un accenno all'aumento della spesa pubblica, si lascia anzi intendere una politica di tipo monetarista.

(3) La politica fiscale diventa più accomodante rispetto al 2012. Spariscono sia il criterio della fiscalità progressiva sia la tassa sui grandi patrimoni. Le tre aliquote del 2012 diventano due, con grande vantaggio per le grandi aziende. Scompare infatti ogni riferimento alla fine del regime fiscale di vantaggio per i grandi gruppi, così come il contrasto dell’elusione fiscale. Scompare la riduzione dell'IVA al 5% sui prodotti di prima necessità.

(4) Scompare nel Programma 2017 ogni riferimento al contrasto dei grandi monopoli privati, anzitutto di quelli bancari —nel 2012 ne veniva chiesta la soppressione. Nessun accenno alla nazionalizzazione del sistema bancario.

(5) Per quanto concerne la politica agricola, chiacchiere sul "patriottismo economico" e la "concorrenza sleale" ma nessuna parola sul contrasto alle grandi catene della distribuzione alimentare —e quelle francesi sono le più grandi e predatorie d'Europa.

(6) Si parla di "controllo sugli investimenti stranieri che danneggiano gli interessi nazionali", nessuna parola sul controllo pubblico dei movimenti dei capitali, sulla tassazione della rendita finanziaria, sulla limitazione del potere della borsa.

A noi pare che le tracce di keynesismo del 2012, siano andate a farsi friggere.  Non abbiamo qui lo spazio per ribadire in cosa davvero consista il keynesismo. Ne abbiamo molto scritto su questo sito e la letteratura scientifica è immensa. Basti dire l'essenziale: una politica economica keynesiana è volta a contrastare disoccupazione, recessione e deflazione accrescendo il volume complessivo dei consumi e degli investimenti, anzitutto pubblici, quindi espandendo la spesa pubblica da parte del governo.

Cosa c'è di keynesiano nel Programma 2017 del Font National? Poco o nulla. Certo, siamo lontani dal neoliberismo di Milton Friedman, all'idea di lasciare tutto al mercato, di privatizzare tutto il privatizzabile, di eliminare ogni traccia di gestione e proprietà pubblica. Molto meno distanti siamo invece dal modello della economia sociale di mercato o ordoliberista, e dal modello di welfare dello stato capofila dell'ordoliberismo: la germania. [4]

Se ieri dicevamo «Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle», oggi non possiamo dire altrettanto. Il grosso delle misure che propone il Front national non dovrebbero affatto essere adottate da un governo che meriti l'attributo di popolare.


NOTE

 [1] «2. Organiser un référendum en vue de réviser la Constitution et conditionner toute révision future de la Constitution à un référendum. Élargir le champ d’application de l’article 11 de la Constitution».

[2] Su sette capitoli del programma, ben tre sono dedicati al rafforzamento delle forze dell'ordine, e delle forze armate —Una Francia sicura; V. Una Francia fiera; VI. Una Francia possente.

[3]  «Bonjour,
Oui, les "Horaces" existent et sont bien un cercle de spécialistes, d'experts dans de nombreux domaines et entourent et conseillent notre présidente pour les futures présidentielles 2017.
Marine, présidente du FN a mis à profit l'été pour rencontrer de nombreux spécialistes d'économie, de défense, de justice, de sécurité... Le groupe «Les Horaces» s'est d'ailleurs constitué avant l'été.
Il y a environ une soixantaine de personnes (hauts fonctionnaires, magistrats, avocats, médecins, anciens militaires, chefs d'entreprises, des membres des cabinets ministériels d'Edouard Balladur, Jean-Pierre Raffarin et Dominique de Villepin).
Un porte-parole a été nommé, qui s'exposera jusqu'en mai prochain. Il s'agit de monsieur Jean Messiha, passé par Sciences Po et l'ENA.» Partisansmarine, 6/9/2016

[4] «Economia sociale di mercato. Tipologia di sistema economico caratterizzato allo stesso tempo da libertà di mercato e giustizia sociale. I fondamenti di tale modello stanno nella constatazione che il puro liberalismo non è in grado di garantire una soddisfacente equità sociale, ritenuta invece indispensabile proprio perché i singoli individui siano in grado di operare liberamente e in condizioni di pari opportunità; di converso, anche la piena realizzazione dell’individuo non può compiersi se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, di mercato e la proprietà privata. È quindi necessario un ruolo ‘regolatore’ dell’autorità statale, i cui confini di intervento sono però problematici da definire con esattezza e, soprattutto, in modo oggettivo. L’intervento dello Stato, infatti, non deve guidare il m. o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente intervenire laddove esso fallisce nella sua funzione sociale. Ne consegue che i fondamenti dell’e. s. di m. si possono sintetizzare nei seguenti punti: un severo ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza e la sua regolamentazione per scongiurare monopoli; una politica tributaria e fiscale che non sia elemento di disturbo alla libera concorrenza e che eviti sovvenzioni che la possano alterare; la protezione dell’ambiente; l’ordinamento territoriale; la tutela dei consumatori finalizzata a minimizzare i comportamenti opportunistici. In definitiva, i sostenitori dell’e. s. di m. sono strenui critici sia della concentrazione del potere economico e politico sia dello sfrenato antagonismo tra classi sociali. La loro proposta ‘riformista’ si pone contro qualsiasi idea di pianificazione e collettivismo e anche contro il liberalismo sfrenato». Voce della Treccani Di Andrea Fumagalli


domenica 15 gennaio 2017

TESI PER LA RIPARTENZA DI EUROSTOP di Giorgio Cremaschi

[ 15 gennaio ]


Si è tenuta ieri a Roma la riunione nazionale di Eurostop, in preparazione dell'assemblea del 28 gennaio e della manifestazione del 25 marzo contro il vertice dell'Unione Europea. L'incontro è stato anche l'occasione per fare il punto sulle prospettive politiche di Eurostop. A questo proposito pubblichiamo di seguito il breve testo per punti presentato da Giorgio Cremaschi.

1) La scelta della rottura con Euro Ue e Nato non è finora stata una discriminante della politica italiana. Questo ha determinato un vuoto politico, coperto da altre  posizioni o da altre forze politiche. La destra populista si dichiara contro l'Euro e non contro la UE né tantomeno contro la NATO. La sinistra radicale è contro la NATO non contro l'euro e la UE. Il PD e Forza Italia sono a favore di tutto, il M5S con le sue ultime scelte di collocazione europea, poi saltate, non pare avere posizioni definite. Un No coerente e comune a Euro UE NATO continua ad essere assente dalla scena politica italiana come dimensione organizzata.

2) Le lotte ed i movimenti sociali non hanno mai assunto coerentemente sinora questi tre NO, euro UE NATO, nella migliore delle ipotesi li hanno dati per scontati come premessa o come conseguenze dei conflitti, ma non li hanno mai assunti direttamente. Questo ha spesso reso più deboli i movimenti nella individuazione dell'avversario. Che invece ha sempre manovrato a tutto campo, usando tutta la filiera del potere per affermare i propri interessi e la propria egemonia. Il fatto che ogni lotta importante ad un certo punto si misuri con la rigidità di un sistema che non ammette mediazioni e che ogni volta si trincera dietro l'impossibilità delle alternative, finora ha permesso al sistema stesso di vincere i conflitti o di isolare le resistenze più tenaci e forti.

3) Il referendum costituzionale per la prima volta da molto tempo  ha portato alla sconfitta l'establisment sul tema sul quale in Italia finora aveva sempre vinto: quello delle riforme liberiste. La vittoria del No alla controriforma della costituzione mostra che anche in Italia ha acquisito forza la cosiddetta onda populista, cioè il rigetto della globalizzazione, dei suoi effetti sociali e il rifiuto delle elités che dalla globalizzazione traggono profitto e potere. Il No è stato una domanda di giustizia sociale che per ora non ha alcuna risposta, anzi alla quale le risposte finora date sono tutte fondate sulla riconferma delle politiche della globalizzazione liberista.

4) Per la prima volta da tempo esistono lo spazio oggettivo e le condizioni soggettive perché la rottura con Euro UE e NATO, intese come rotture con la forma specifica assunta dal dominio della globalizzazione sulle classi subalterne del nostro paese, possano acquisire un consenso di massa. Lo stesso schieramento di tutte le istituzioni europee ed occidentali per il Si al referendum, con il suo scarso peso nel voto, dimostra che questo spazio oggi esiste, anche se non è detto che duri per sempre.

5) La gravità e la durata della crisi economica hanno indebolito tutte le risposte dirette ai suoi effetti. Siamo stati abituati alla coerenza tra modo di pensare delle classi subalterne e loro modo d'agire. Cioè quando queste classi non lottavano esprimevano anche un certo consenso al sistema, mentre quando contestavano direttamente la loro condizione  assumevano anche un punto di vista critico più generale. Oggi non è così. La crisi costringe ad accettare  condizioni di sfruttamento e di oppressione sociale, di perdita di libertà, senza che queste siano condivise sul piano generale. Anzi proprio la rabbia per la condizione materiale che si subisce alimenta il rifiuto, ma solo a livello politico generale, del sistema. Questo apre lo spazio anche a forze ambigue o apertamente reazionarie, che possono trarre vantaggio dalla passività sociale delle masse.

6) Siamo quindi di fronte ad un rifiuto distorto e contraddittorio del sistema da parte di classi subalterne che in gran parte ne subiscono ed accettano gli effetti sulla vita quotidiana, ma che allo stesso tempo investono appena possono nella speranza di un rovesciamento politico che cambi le cose. Questo è il terreno sul quale fanno  presa le forze che propongono facili e brutali soluzioni, o affidando tutto ad un leader, o proclamando la lotta alla corruzione e alla casta politica come soluzione di tutti i mali, o  dirottando la rabbia sociale verso i migranti e per questa via alle istituzioni europee e sovranazionali.

7) Di fronte a questa crescente critica e al rifiuto politico del sistema le risposte delle sinistre e del mondo sindacale confederale sono inesistenti o negative. Le sinistre socialdemocratiche hanno accettato l'impianto ideologico liberale della globalizzazione, pensando di condizionarlo ed ora ne sono assorbite, non a caso vengono identificate come parte dell'establishment. I grandi sindacati confederali, pur critici a parole della globalizzazione, ne sono complici con la pratica concreta della propria azione, con la politica della collaborazione con le imprese e della riduzione del danno. Pratiche che alimentano la passività sociale  e quindi, il dislocarsi del mondo del lavoro, degli operai in primo luogo, nel campo della protesta politica senza dimensione sociale.

8) Le sinistre radicali e di tradizione comunista in Europa non sono riuscite sinora a costruire un'alternativa a quelle socialdemocratiche e alla fine vengono coinvolte e travolte dal loro fallimento.  La resa di Tsipras e di Syriza alla Troika è stata la distruzione di una occasione storica della sinistra radicale di costruire un'alternativa alla socialdemocrazia in grado di competere con il populismo di destra. Ora le sinistre radicali europee nella loro maggioranza stanno rifluendo verso un sostegno critico alle socialdemocrazie, cioè marciano verso la propria ininfluenza nell'ambito di un fallimento. Altre forze invece rifiutano di accodarsi alle socialdemocrazie, ma fuggono dalla realtà della politica rifugiandosi nella predicazione della rivoluzione mondiale come unica soluzione. Questa fuga nella palingenesi totale a volte poi copre opportunismi molto concreti nella pratica quotidiana.

9) Tutte queste tendenze stanno maturando una condizione politica per cui in Europa, e negli Stati Uniti,  il conflitto e l'alternanza di governo siano sempre di più tra due destre, quella tecnocratico finanziaria liberale e quella populista reazionaria. Gran parte della sinistra è oramai assorbita nella dialettica e nel conflitto tra queste due destre, cioè non esiste più come forza realmente indipendente. Questo non è solo un danno per le forze e le persone che ancora ancor alla sinistra si richiamano, ma per le stesse prospettive delle nostre società, dal  cui confronto politico sono cancellate   l'eguaglianza sociale ed il socialismo. Nella storia umana recente questa catastrofe della sinistra ha un solo precedente: la resa e l'appoggio delle socialdemocrazie europee alla prima guerra mondiale.

10) Siamo quindi di fronte alla contraddizione tra la domanda si massa di immediato cambiamento e il  fatto che tutte le risposte politicamente fruibili nell'immediato siano in realtà interne al sistema. Questo produce il meccanismo della delusione di massa periodica e ricorrente, con il progressivo logorarsi delle stesse basi della democrazia liberale. Che così viene sottoposta al doppio stress della sua sottomissione da parte dei meccanismi e del potere dell'ordoliberismo e della contestazione da parte di forze apertamente reazionarie.  Il rischio è quello di una continua regressione in senso autoritario, col continuo rafforzamento delle diseguaglianze sociali, contrastata da rivolte  democratiche che la interrompono per un momento, ma poi non la fermano. 

11) Il riformismo positivo, il gradualismo nei miglioramenti è morto. Oggi riformismo è solo adattamento al peggioramento. Per questa  ragione o si costruisce una concreta alternativa e una rottura di sistema, o la regressione continuerà. Costruire questa rottura e questa alternativa è il solo compito che giustifichi e dia senso ad una rinnovata sinistra anticapitalista sociale e politica. Ogni altra scelta significa o condannarsi ad un ruolo da Testimoni di Geova del socialismo, o all'assorbimento nel riformismo complice delle destre.

12) la rottura deve avere obiettivi politici determinati, come sempre è stato per ogni cambiamento e processo rivoluzionario. Quindi la rottura con Euro UE NATO non è solo costituente di una posizione politica, ma un obiettivo reale che bisogna avere il coraggio di dichiarare non solo necessario, ma possibile. Occorre cioè pensare alla rottura come obiettivo di transizione, come passaggio verso un nuovo sistema economico e politico, che non è ancora socialista, ma che non è più quello ordoliberista. La rottura punta alla  regressione della globalizzaIone, per far avanzare di nuovo una democrazia fondata sulla eguaglianza sociale. Nel referendum costituzionale abbiamo misurato il contrasto strategico tra la Costituzione del 1948 e la governance europea e occidentale. Bisogna agire su  questo contrasto e trasformarlo in rottura politica : o la Costituzione o la UE e la Nato.

13) Non bisogna aver paura di affermare che la rottura punta alla sovranità democratica e popolare del nostro paese. All conquista del potere per realizzare politiche economiche progressiste usando tutti i poteri pubblici a tale scopo rafforzati e democratizzati. A chi obietta sui rischi di nazionalismo bisogna rispondere che ogni comunità corre questo rischio, che va combattuto con l'ampliamento della democrazia e della eguaglianza. Se la comunità della Valle Susa ha il sacrosanto diritto di poter decidere sul proprio territorio, perché il popolo italiano, le classi sfruttate, non dovrebbero avere questo diritto sul proprio paese? La rottura è riconquista di democrazia e potere popolare.

14) La scelta della rottura con Euro, UE, NATO e con tutte le forze che le sostengono è la premessa costituente di un programma progressista che riapra la via al socialismo. Essa quindi deve diventare il punto di partenza comune di tutte le forze che concorreranno a formate un fronte sociale e politico. Una volta assunta questa rottura, la costruzione e la pratica realizzazione del fronte e del programma sarà  fondata sul confronto e sullo spirito unitario. Ogni settarismo tra forze che abbiano acquisito questo comune punto di partenza è dannoso e per questo andrà contrastato ovunque con la massima fermezza.

15) Bisogna coniugare ed incrociare il conflitto di classe con quello contro l'esclusione prodotta dall'ordoliberismo. Costruire il fronte sociale degli sfruttati e degli esclusi, un fronte potenzialmente maggioritario,  deve essere l'obiettivo. Questo fronte ha una prima dimensione immediata, quella delle lotte sociali nei luoghi di lavoro e nel territorio, ma  deve anche collegare queste lotte alla loro dimensione politica.
La rottura con Euro UE NATO finora ha vissuto solo nel confronto e nel dibattito politico di una parte dei militanti della sinistra di classe e antagonista, ora deve entrare nella dimensione delle lotte reali, deve essere una campagna permanente e di massa che giunga a porre l'obiettivo della rottura all'ordine del giorno di tutti i conflitti.







martedì 11 ottobre 2016

DOVE VA A PARARE IL ( NEO-KEYNESIANO) STIGLITZ di Luciano Barra Caracciolo

[ 12 ottobre ]

Barra Caracciolo svela come il noekeynesismo sia un rifacimento cosmetico made in USA del pensiero economico neo-classico, quindi niente più che una variante del liberismo. [1]

1. Fingiamo per un attimo che Stiglitz non sia parte di un establishment USA, storicamente connotato dal nuovo modo di essere "democrat" (e cioè liberalben radicato nella upper middle class); e fingiamo pure, per un attimo che Stiglitz non sia il terminale spendibile, —in un'€uropa sempre più squassata dal dramma della disoccupazione e della dottrina ordoliberista al potere—, di un blocco di potere che, pur annoverando tra le sue fila, per l'appunto, persone di oggettivo valore, non riesce a produrre altro che Hillary Clinton come sua punta di diamante politica e la prospettiva, sempre più concreta, di una guerra globale nucleare
Forti (...) di questa "ipotesi" di laboratorio, andiamo dunque a esaminare senza pregiudizi (determinati dal contesto che abbiamo scartato), le interessantissime risposte date da Stiglitz a questa intervista (disponibile fortunatamente in italiano): Referendum, Stiglitz: "Se Renzi perde parte fuga dall'euro".

2. Esaminiamo la prima risposta del Nobel per l'economia, che segue ad una domanda circa la pericolosità (addirittura!) del suo ultimo libro, per aver "fornito munizioni a tutti i populismi", ripiombando l'€uropa nella sue "paure" (cioè la domanda tendeva ad affermare che senza l'euro gli europei non sarebbero capaci di mantenere rapporti civili e cooperativi nei reciproci confronti!!!):  
"Si riferisce al mio libro, L’euro e la sua minaccia sul futuro dell’Europa? L’ho presentato ovunque – risponde Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, consigliere di Hillary Clinton, a Bologna per la Biennale dell’Economia cooperativa – da Friburgo alla Francia, dalla Gran Bretagna a Amsterdam, discutendo con il ministro olandese Dijsselbloem ( presidente dell’Eurogruppo e dell’European Stability Mechanism , ndr) e con altri vertici europei.Tutti hanno detto che sbagliavo, ma si sono dichiarati d’accordo sulle mie analisi. L’economia europea rallenta, la disoccupazione è in aumento, la produzione industriale ristagna e sempre più gente si scaglia contro l’euro. Tutti hanno detto che sanno bene quali riforme bisognerebbe fare, ma sono molto difficili da realizzare. ‘E comunque l’euro ce lo teniamo’, è la loro conclusione unanime".
Intendiamoci: le "riforme" cui si riferisce Stiglitz non sono quelle che vogliono proseguire i governi attualmente in carica nell'eurozona, come obiettivo irrinunciabile, che, ovviamente, sarebbero agevolate dal "sì" alla riforma costituzionale in Italia. Quelle "riforme", lanciate sull'altra parte dell'Atlantico proprio dalla guida neo-(anarco)-liberista apprestata dagli USA, sono il problema perché sono praticate all'interno di un'area valutaria volutamente imperfetta. Stiglitz se n'è accorto e ci ha scritto un libro su. 
Luciano Barra Caracciolo

3. Le riforme che egli indica come un rimedio alla crisi €uropea sono invece relative ai trattati: ma non proprio a tutta l'impostazione dei trattati, quanto, in concreto, relativamente alle regole applicate nell'eurozona. Si tratta in pratica del governo fiscale, federale, capace di operare i trasferimenti in modo che l'unione monetaria sia connessa ad un'unione politica compiuta, capace di provvedere ai bisogni territorialmente differenziati (dagli squilibri economici determinati proprio da "questa" moneta unica) delle popolazioni coinvolte nell'eurozona.
Come abbiamo anticipato varie volte, e da anni, Stiglitz prende atto che "i vertici europei" sono ben consci che queste "riforme" sarebbero necessarie ma che siano difficili da realizzare. Quindi si deve andare avanti così.
Ovvio: il giochino sottinteso nel linguaggio diplomatico (in senso lato) utilizzato da Stiglitz e dai suoi interlocutori è che le riforme (dei trattati) sono impossibili, in quanto fuori da ogni agenda e concretezza politica

Il presidente della Commissione Ue: «Non ci saranno mai, nazioni e popoli amano le proprie tradizioni»

4. Seriamente: riformare l'UEM è politicamente impensabile. Sia perché non lo vuole la Germania (anche per i chiari vincoli della sua Costituzione al riguardo (qui. p.2)), una Germania che ha assunto il ruolo di azionista di maggioranza nella Holding imperial-€urista, sia perché non lo vogliono i responsabili di governo, e quindi le elites, dei vari Stati dell'eurozona.

E di questo Stiglitz appare tanto cosciente che a una successiva domanda sull'euro a due velocità, risponde:  
"Non credo sia possibile in EuropaL’ideologia dei banchieri centrali e della Commissione Europea è fortemente contraria alla doppia valuta. Ma nel mio libro indicavo la strada di una valuta diversa per il mercato dei beni e per quello dei capitali".
In questa risposta, Stiglitz, che pure è uno dei più autorevoli e approfonditi critici delle banche centrali indipendenti, rende atto che i banchieri centrali e gli omogenei tecnocrati della Commissione UE sono quelli che decidono: anzi, gli unici che decidono quali politiche monetarie e fiscali adottare. E in definitiva, sono già stati gli "autori" dei trattati: sicché, non hanno alcuna intenzione di smettere di difenderli (anche perché, ai loro occhi, stanno funzionando fin troppo bene).
Rammentiamo come sia sempre di stretta attualità l'essersela presa col solo Barroso per i suoi futuri rapporti professionali con Goldma&Sachs dopo essere stato presidente della Commissione, dimenticando completamente che l'emergere di un conflitto di interessi getta un'ombra, proprio e principalmente, sui passati rapporti con il potere economico al quale si rivela ex post la propria vicinanza, e in relazione agli atti di governo e alle prese di posizione adottati mentre si era in carica.
Ma le "porte girevoli" (v. qui, nel gran finale) sono una specialità molto americana, e Stiglitz ha imparato a proprie spese che è meglio non sollevare troppo apertamente questo genere di problemi (rammentiamo in proposito "l'epopea" Stiglitz vs. Summers, sulle politiche imposte dal FMI).

5. Ma è la successiva risposta di Stiglitz che ci fornisce un chiarimento, "di merito", sulla sua visione delle riforme intraprese sotto l'egida (formale) dell'€uropa di Maastricht —riforme che, come abbiamo visto innumerevoli volte, sono incentrate sulla flessibilizzazione neo-classica (o neo-keynesiana) del mercato del lavoro e sulla connessa privatizzazione del welfare: 
"La Germania ha imposto il rigore che ha ucciso la crescita in Europa. Credo sia molto difficile fare le riforme quando il popolo soffre. Molti tedeschi, invece, credono che il tempo migliore per fare le riforme sia proprio quando c’è crisi. Secondo me, quando le riforme sono fatte con la pistola puntata alla testa vengono partorite male, non sono accettate dai cittadini e diventano insostenibili".
Sintesi fenomenologica della posizione assunta da Stiglitz e alla quale appare funzionale il suo libro: il rigore fiscale, in una situazione in cui non è permessa la svalutazione del cambio perché si è in una moneta unica (e per di più con i tedeschi!), porta a un grado di "sofferenza" popolare - oltre che....bancaria, elemento da non trascurare e che Stiglitz, proprio lui, non può non avere ben presente-, tali da divenire "insostenibile".
Quindi, almeno per l'Europa, le riforme, cioè l'abolizione della tutela del lavoro, dell'autonomia collettiva del sindacato, la drastica riduzione pro-mercati (finanziari) di tutela sanitaria e previdenziale, non sono un male in sè, ma risultano esserlo per l'eccesso di "durezza del vivere", concentrato nel tempo, di cui sono portatrici quando sono adottate dentro un'area valutaria cui non corrispondano istituzioni politico-economiche comuni adeguate.


Implicita, ma necessaria, in questa visione di Stiglitz, è la logica del "sapersi fermare quando i risultati ottenuti sono ragionevolmente buoni": usare in dosi aggiuntive (e letali) lo strumento dell'euro per mettere in pericolo, per via di un collasso economico e del consenso, questi stessi risultati, rischiando un arretramento della linea restaurativa dello Stato "ridotto", per arrivare allo "Stato minimo", non ha mai portato fortuna. Ed è comunque un rischio troppo alto visti i precedenti analoghi in Europa (basti citare la seconda guerra mondiale).

6. In tutto questo discorso, dunque, riemerge il clou del neo-keynesianesimo a epicentro USA: l'unione europea risponde a dei vantaggi geopolitici di lungo ed ampio scenario, e consente più efficacemente di rendere il vecchio continente simile all'America
L'omogeneità raggiunta (considerando l'effettiva situazione di paesi, citati da Stiglitz, come Grecia e Italia), è già un risultato notevole: perché "esagerare" (benedetti tedeschi)?
Il problema di "democrazia", in tutto questo, non è presente: tanto che in una successiva risposta Stiglitz aggiunge, un po' genericamente e cripticamente, se non in modo incoerente, che di fronte alla Brexit, Juncker:  
"avrebbe dovuto spiegare i fattori positivi e le opportunità dello stare insieme, piuttosto che puntare sulla paura".
Sì però, a Juncker la lista delle cose non terroristiche che dovrebbero tenere insieme l'€uropa proprio non gli viene in mente:è troppo abituato a mettere le scelte sul tavolo, attendere che la gente non ci capisca un tubo e poi portare la decisione già presa al "punto di non ritorno".
Elementi del quadro €uropeo, storicamente molto abusati ormai, cheStiglitz pare del tutto ignorare: per lui le riforme non sono un male in sè e la teorizzazione che possano comunque, euro o non euro, rigore o non rigore, essere accettabili solo se alla gente non viene fatto capire nulla, pare sfuggirgli nella sua fondamentale importanza.

7. Al termine di questo commento ad uno Stiglitz in missione €uropea, dunque, mi permetto un piccolo commento finale sul problemino di democrazia: pensare a un'uscita dell'euro "da sinistra", è un controsenso, perché questa uscita automaticamente ripristina la potenziale e recuperata applicabilità del modello costituzionale. E, quindi, determina la possibilità di porre in fuorigioco, cioè di far riemergere la illegittimità costituzionale, delle riforme, antisociali e antilavoristiche imposte dall'appartenenza all'Unione europea. In nome dell'euro: che non è "solo una moneta" (come dicono gli spaghetti-liberisti più estremi) e neppure, "solo" il nemico della crescita, come nota Stiglitz...nel 2016. E' il disegno da lungo tempo perseguito dalla oligarchia per abbattere le Costituzioni democratiche.

8. Stiglitz, semplicemente, non risulta (voler essere) cosciente di questo ordine di problemi, pur potendo vantare un "realismo" di visione sociale certamente molto più avanzato della media della ruling classd'oltreoceano (inclusa la Clinton, ovviamente): la parte più importante del malcontento che viene definito "populismo" non è altro chel'aspirazione ad una democrazia inclusiva dei più deboli che non è più compatibile con ulteriori dosi di riforme
Riforme che, tra l'altro, negli USA stanno già manifestamente portando all'apice della instabilità finanziaria e, più ancora, sociale, di cui lo stesso Stiglitz dovrebbe preoccuparsi. Molto (e probabilmente già se ne preoccupa: per questo gira l'€uropa in tempo di elezioni presidenziali...).

* Fonte: Orizzonte 48

Note

[1] Di passata Barra Caracciolo scrive: «...pensare a un'uscita dell'euro "da sinistra", è un controsenso, perché questa uscita automaticamente ripristina la potenziale e recuperata applicabilità del modello costituzionale».
Un'obiezione seria che chiama in causa questa redazione, che dunque è chiamata a spiegarsi. Speriamo di farlo prossimamente.

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