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lunedì 22 luglio 2019

SPAGNA: DOVE VA PODEMOS? di Manolo Monereo

[ lunedì 22 luglio 2019]

Riceviamo dal compagno Monereo e volentieri pubblichiamo quanto da egli scritto sul quadro politico spagnolo.
In altri tempi avremmo detto che la situazione, nell'Unione europea, procede seguendo la regola dello "sviluppo ineguale e combinato".
Osservando quanto accade in Spagna (e non solo) pare che la regola debba essere riformulata: lo sviluppo procede in modo diseguale e scombinato. L'Unione è al tramonto, ma le dinamiche interne ai singoli paesi sono differenti e asimmetriche. Dal nostro punto di osservazione la vicenda di cui ci parla Monereo, quella del tentativo di Podemos di cercare un accordo tattico col Pd spagnolo (il PSOE) può sembrare inconcepibile, un precipitato di politicismo senza principi. Mutatis mutandis, fa pensare alle torbide prove di inciucio tra M5s e Pd. Monereo ci spiega che così non è.  E forse così non è. Non è per la semplice ragione che in Spagna non esiste un campo populista di massa anti-euro, detto altrimenti: la contesa tra le forze politiche si svolge tutta entro il campo europeistico, entro il perimetro ingannevole del politicamente corretto. Segno che l'egemonia dell'élite neoliberista, sotto le mentite spoglie del "progressismo", resta fortissima. In poche parole: non appartiene al senso comune spagnolo la connessione strettissima tra crisi d'identità dello Stato spagnolo e il marasma della Ue. Abbiamo così lo spettacolo di una crisi istituzionale e politica tanto profonda, quanto surreale. Monereo afferma che «la posta in gioco — nel gioco tattico tra Podemos e il PSOE di Sanchez —è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra».
E' l'ammissione, almeno così a noi pare, che in Spagna la comparsa di Podemos sulla scena politica spagnola, considerata — anche da noi, al tempo— come il segno di una rottura antisistemica, non è che una postmoderna metamorfosi della sinistra socialdemocratica che fu. Dove qui si seppelliscono i morti, altrove questi ultimi riescono ancora ad allungare le mani sui vivi.

*  *  *



IL COMPROMESSO TRA UNIDAS PODEMOS E IL PSOEUNA TREGUA CATASTROFICA?


di Manolo Monereo


«Possono esserci soluzioni cesariste senza un Cesare, senza una grande personalità "eroica" e rappresentativa»«Ogni governo di coalizione è un grado iniziale di cesarismo, che può o non può svilupparsi fino ai gradi più significativi»Antonio Gramsci

È stata una battaglia dura, molto dura, nel quadro di una guerra che viene da lontano e continuerà. Gli attori principali si sono preparati a questo scontro per molto tempo e ora, finalmente, le carte sono scoperte e la retorica adempie già al ruolo di accompagnatrice nella contesa. Pedro Sánchez fa la sua parte, va a sinistra per ottenere il centeeo della scacchiera. Nel caso a qualcuno non fosse chiaro, ha mostrato senza sottigliezze che la l'egemonia del PSOE, ancora una volta, passa inevitabilmente per la menomazione del  peso elettorale e sociale di Unidas Podemos (UP). Tutto il resto è secondario. Pablo Iglesias ce l'ha chiaro da tempo: affinché Podemos possa avere un futuro, in queste condizioni, deve toccare il potere; il resto è pura illusione, sinistrismo e mancanza di coraggio. Coerentemente, ha fatto un grande sforzo per omologarsi all'esistente, essere una sinistra complementare per poter governare con il PSOE. Iglesias mostra, ancora una volta, un'enorme capacità di reinventarsi e trasformare l'accessorio nella cosa principale.

È importante non trascurare le cose che sono successe e che hanno profondamente segnato il nostro presente. Non confondetevi: siamo, come direbbe Pasolini, in una tipica manovra di "palazzo" in cui il pubblico guarda la scena e deve, in un modo o nell'altro, posizionarsi in quello che finisce per essere — la definizione è di Gentile —una "democrazia recitativa". Il gioco di strategia è sempre stato fatto pensando al presente e al futuro, usando il passato come catalizzatore di una discussione che avrebbe potuto prevedere elezioni future come una minaccia. È la gestione del tempo e del potere. Sebbene possa sembrare il contrario, il PSOE non ha mai cambiato la sua strategia. Alcuni parlavano di "abbraccio dell'orso", altri di neutralizzazione politica. Le elezioni generali del mese di aprile sono state pensate, tra le altre cose, per rafforzare elettoralmente il partito socialista e trasformare UP in un partito "cerniera". La catastrofe era molto vicina ed è stata evitata da una potente campagna del candidato Pablo Iglesias. Convertire l'idea di governare con il PSOE in una rivendicazione plebea è stata geniale, ma non poteva evitare un cattivo risultato elettorale con una significativa perdita di voti e deputati. La cosa più grave era che PSOE e UP non hanno ottenuto la maggioranza per governare. Il PSOE ha utilizzato questo argomento per ottenere la cosa fondamentale: impedire un governo di coalizione con UP. Fin dall'inizio sapevamo che Pablo Iglesias era il problema. Le elezioni europee, municipali e regionali sono state molto vicine alla catastrofe e hanno notevolmente indebolito la capacità negoziale di UP.

Pablo Iglesias non mancano capacità di iniziativa, decisione e una strategia chiara. Ciò che gli è mancato, alla fine, sono stati i voti. Si è mosso con abilità e intelligenza e ha dimostrato ciò che già sapevamo, che il territorio della comunicazione gli appartiene. Rimane l'incognita di sapere quando si è convinto che la chiave fosse governare comunque, con lui alla testa. La richiesta di scuse a Pedro Sánchez durante la mozione di censura ha mostrato che la decisione era già stata presa. Logica che sottostava a quell'atto era evidente: l'impulso del cambiamento si era esaurito; l'organizzazione di Podemos stava entrando in un processo di disintegrazione e perdita di legami sociali; la direzione politica non si è mai consolidata e la lotta tra le frazioni ha finito per minare la pluralità interna. In altre parole stavamo passando da una guerra di movimento ad una guerra di posizione; vale a dire, stavamo entrando in un periodo di accumulazione di forze, di consolidamento e di espansione delle alleanze, di ricerca di un programma alternativo di Paese che ha dato identità, significato e orientamento a una formazione politica che mostra segni allarmanti di debolezza organica e politica. Pablo Iglesias, alla fine, si è reso conto dei problemi reali e ha fatto qualcosa a lui peculiare: ha cercato una scorciatoia, "schiacciando" la situazione, impedendo così in ogni modo la cristallizzazione di una correlazione di forze che poteva condurre al duro ed estremamente difficile mondo di ricostruire, dal basso, organizzazione, programma e strategia. Esprimere la realtà significa questo, ottenere un vantaggio prima che la finestra delle opportunità si chiuda definitivamente. Governare con il PSOE era tattica, strategia e politica; ciò implicava dunque concentrarsi su questo punto e scommettere su di esso. L'obbiettivo sostanziale era una direzione omogenea, un gruppo parlamentare coeso e una relazione privilegiata con i media.

L'argomento di Podemos era, fin dall'inizio. In primo luogo, il PSOE non è affidabile, esso  cambia a seconda che si trovi al governo o dell'opposizione; in secondo luogo, il programma ha poca importanza, dal momento che il PSOE può violarlo senza grossi problemi; in terzo luogo, è necessario un governo di coalizione con una presenza proporzionale dei ministri di Unidas Podemos. Lo ripeto, al centro di tutto, Pablo Iglesias. Se analizziamo questo ragionamento in dettaglio, vedremo che c'è un salto (senza una rete di protezione) tra i primi due passi e il terzo. La politica non è sempre logica, ma deve essere argomentata bene. Cosa si dice veramente? Che non vi siano basi oggettive e soggettive per una politica di governo congiunto tra il PSOE e UP. Il programma del PSOE, o meglio, la sua strategia — è stata mostrata più e più volte in questi due mesi e mezzo — passa per diventare, ancora una volta, l'asse della ricomposizione del sistema politico dominante in Spagna; dipendere da Unidas Podemos diventa un ostacolo che si aggrava all'infinito ove ci fosse un governo di coalizione. UP sa perfettamente che è un socio  indesiderato e che solo con la matematica elettorale andreebbe al governo. Lo dirò chiaramente: un governo di coalizione tra PSOE e UP non è altro che la continuazione del conflitto con altri mezzi e, date le condizioni del dibattito politico in Spagna, sarebbe una tregua, una "pace armata" tra contendenti che sanno che le battaglie decisive stanno arrivando e che, alla fine, la posta in gioco è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra.


Pablo Iglesias ne è uscito rafforzato ed ha guadagnato tempo. Può ora presentarsi a una terza assemblea di Vista Alegre con i compiti svolti e con la magnanimità che deriva dal sapere come fare un passo indietro pubblicamente. Conosce abbastanza la geopolitica per sapere che il sistema mondiale sta attraversando un momento di transizione molto delicato e che una nuova crisi economica, un conflitto in Medio Oriente — con l'Iran, per esempio — sarà sufficiente per far esplodere tutto. L' accordo sulla Catalogna è difficile e Sanchez ha chiaramente segnato il territorio. La questione sociale rimane molto aperta e la posizione del PSOE è, come minimo, confusa; per non parlare delle imposizioni di Bruxelles nella sua ossessione di ridurre il deficit della Spagna. Il segretario generale di Podemos [ Iglesias, Ndt ] deve rispettare Izquierda Unida e il Partito comunista e andare oltre una semplice coalizione parlamentare, sapendo che è necessario prendere iniziative unitarie in un momento in cui Íñigo Errejón [ l'ex numero due di Podemos uscito dal movimento su una posizione moderata, NdT ] pensa seriamente alla costruzione di un nuovo partito. Deve approfittare della tregua per costruire organizzazione, inserirla nella società e creare quadri di partito, qualunque sia il costo. La questione degli intellettuali si è aperta drammaticamente e l'isolamento di Podemos può diventare endemico.

Continuazione del conflitto con altri mezzi. A maggiore cooperazione con il PSOE, maggiore autonomia e differenziazione. Il passo indietro di Pablo Iglesias può essere qualcosa di positivo per lasciare il "palazzo", tornare nelle piazze promuovendo un riarmo morale e intellettuale, ricostruendo i collegamenti perduti e facendo partito. L'alternativa è la subalternità politica, la disintegrazione e la divisione. Il tempo scorre...

* Traduzione a cura della Redazione


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giovedì 2 maggio 2019

AL GOVERNO COL PSOE di Pablo Iglesias

[ 2 maggio 2019]

Per spirito di servizio consegnamo ai lettori quanto scritto da Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos, subito dopo le elezioni spagnole.
Serve non solo per farsi un'idea di cos'è e dove va Podemos, ma per capire quel che bolle in pentola in un Paese destinato a non uscire dalla instabilità politica e istituzionale. 
Difficile che Sanchez, il segretario del PSOE, partito europeista quant'altri mai, accetti di imbarcare nel governo Podemos. Ove questo accadesse è facile prevedere, dato il vincolo esterno a cui la Spagna è sottoposta — che non concede margini per riforme strutturali a favore del popolo lavoratore —, quale sarebbe l'esito: un disastro enorme che spianerebbe la strada ad una brutale svolta a destra. Disastro che in Italia abbiamo già vissuto e di cui paghiamo le conseguenze. 
Se l'autocritica  di Iglesias sulle cause della sconfitta elettorale di Podemos è del tutto insufficiente, imperdonabili sono la reticenza di Iglesias sull'Unione europea e il silenzio sulla necessità di romperla per consegnare al popolo spagnolo l'arma della sovranità nazionale sottratta senza la quale nulla è possibile se non restare in ginocchio.




*  *  *


GOVERNO STABILE E DI SINISTRA
di Pablo Inglesias

«Le elezioni ci consegnano uno scenario nel quale gli accordi saranno fondamentali per affrontare, da sinistra, le grandi sfide della Spagna; giustizia sociale, il nostro modello di sviluppo nell'Unione europea e la plurinazionalità.

Sebbene in percentuale quello del PSOE sia il terzo peggior risultato dalle elezioni del 1977, ci troviamo in un contesto molto diverso dall'era del bipartitismo in cui le maggioranze assolute o quasi assolute e i governi monopartitici erano la normalità. Con una campagna basata sul pericolo (assolutamente reale) di un governo sostenuto dall'estrema destra, il PSOE ha ottenuto 7,5 milioni di voti e il 28,7%. Il nostro 14,3% colloca le formazioni progressiste a livello statale al 43% dei voti, quasi alla pari con i voti relativi alle destre, ma con più peso parlamentare (165 contro 149) grazie a un sistema elettorale che, in questa occasione, ha favorito il PSOE.

I partiti baschi e catalani hanno ottenuto un'ampio consenso. ERC ha raccolto un risultato storico e la vecchia Convergència ha tenuto. In Euskadi, sia il PNV che la sinistra abertzale hanno ritrovato un sostegno importante. I risultati in Euskadi e Catalogna attestano la realtà plurinazionale visto che molti partiti autonomi hanno riguadagnato la rappresentanza.


Questi risultati ci parlano di una Spagna molto diversa nell'ideologia, nell'identità, nella relazione rurale-urbana e nella relazione centro-periferia.

Per quanto riguarda i nostri risultati, dobbiamo fare autocritica. La gestione delle nostre crisi interne ha sicuramente fatto sì che molti cittadini che ci hanno sostenuto in passato non l'abbiano fatto questa volta. Dall'altra parte, il paziente continuo lavoro che le fogne le loro braccia mediatiche hanno svolto dopo il 2015,  ha avuto il loro peso. Infine, l'eccezionalismo catalano e l'emergere di Vox sembrano aver spinto gli elettori che in passato ci hanno sostenuto di optare in Catalogna e in altre parti della Spagna, per un voto di identità e per un voto al PSOE come freno a Vox . Tuttavia, grazie a una grande campagna e ad uno zoccolo duro di elettori, abbiamo sconfitto i sondaggi che hanno predetto la nostra debacle e abbiamo quindi abbastanza forza per raggiungere gli obiettivi con cui ci siamo presentati alle elezioni: fermare la destra e far parte del prossimo governo che garantendo che sia stabile e di sinistra.

Perché la presenza di Unidas Podemos è essenziale perché il governo sia stabile e di sinistra?

Un governo sostenuto solo dai 123 seggi del PSOE avrebbe dovrebbe affrontare, come minimo, i 149 seggi della destra dello stato. Ciò non solo genererebbe instabilità, ma spingerebbe l'eventuale governo Sanchez ad appoggiarsi a destra in molte questioni come la legislazione sul lavoro o gli aggiornamenti delle pensioni e figuriamoci nella gestione dei problemi derivanti dalla plurinazionalità e in particolare dal conflitto catalano.

Il Banco Santander (azionista di diversi media) e la CEOE [Confindustria spagnola] si sono affrettati a fare pressione su Sánchez per raggiungere un accordo con Ciudadanos. Questa possibilità, dopo le elezioni regionali e municipali, non può essere esclusa (Sanchez ha già raggiunto un accordo legislativo con loro nel 2016) ma potrebbe essere frustrato se Rivera optasse definitivamente per guidare una destra parlamentare dura o se la base militante del PSOE, che è a sinistra, farà valere il suo peso ("Con Rivera, no").

In questo contesto, come alcuni leader socialisti hanno già proposto, Pedro Sánchez vorrà un governo a partito unico [di minoranza] che consenta ai poteri economici e alla CEOE  che gli assicurerebbero così un ampio sostegno media, compreso quello di alcuni media presumibilmente progressisti. Il problema è che non ha né abbastanza seggi per raggiungere quel governo né  argomenti per difenderlo a sinistra, poiché in pratica sarebbe anche un governo che sosterrebbe molte misure sulla destra.

Detto questo, il nostro impegno nei confronti dei nostri elettori e la maggioranza sociale progressista ci offre solo un'opzione: essere una garanzia di stabilità e di politiche che difendono la giustizia sociale e il dialogo, facendo parte del governo. Con la forza dei  nostri seggi e delle nostre proposte programmatiche, lavoreremo per convincere il PSOE e Pedro Sanchez a guidare un governo di coalizione, stabile, di sinistra e di dialogo, seguendo il modello di Valencia e quello di altre comunità; un governo che diventi un referente progressista nell'Unione europea dove, tra l'altro, i governi di coalizione sono frequenti. Nelle prossime settimane dovremo parlare al PSOE della giustizia fiscale, delle politiche economiche femministe, delle pensioni garantite, dei servizi pubblici, della transizione energetica, dei limiti della temporalità, degli alloggi, dei diritti e delle libertà, del dialogo in Catalogna e , infine, delle persone e delle equipe necessarie per garantire queste politiche. La nostra esperienza dopo l'accordo sulla Legge di bilancio 2019 ci ha insegnato che un buon accordo programmatico non ha garanzie di essere portato avanti con un governo a partito unico.

Ci saranno grandi pressioni da parte dei poteri economici e dei loro apparati mediatici fermarci ma, di fronte a loro, incontreremo i sindacati, le organizzazioni femministe e ambientaliste, le piattaforme ed i gruppi che difendono la sanità e l'istruzione pubblica e con i movimenti sociali . Questa spinta sarà fondamentale alla Spagna per avere un governo stabile e di sinistra, che è quello che una larga maggioranza di elettori progressisti vuole.

Quel elettorato progressista, desideroso di un governo che garantisca giustizia sociale, dovrebbe sapere che il nostro impegno e la nostra coerenza, quali che saranno le pressioni avverse, saranno come una roccia».


* Fonte: EL PAIS del 1 maggio

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venerdì 6 luglio 2018

EUROPEE 2019: GRANDI MANOVRE A SINISTRA

[ 6 luglio 2018 ]



Sinistra radicale
grandi manovre in corso in vista delle elezioni europee del maggio 2019

Su questo blog segnalammo la notizia della firma della Dichiarazione di Lisbona, sottoscritto il 12 aprile 2018. Firmatari del documento J-L Mélenchon (France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos) e la portoghese Catarina Martins (Bloco de Esquerda). Scrivevamo:
«Si tratta di una dichiarazione di compromesso, che resta sul piano della "riforma della Ue", in cui le posizioni più sovraniste dei francesi sono state sfumate così da essere potabili per Podemos — sappiamo che Pablo Iglesias, personalmente, dopo l'errore del sostegno aperto a SYRIZA, è oggi molto vicino alle posizioni di Mélenchon — ed i portoghesi. Una dichiarazione che da avvio alle grandi manovre in vista delle elezioni europee del 2019».
Sulla scia di quella Dichiarazione, il primo luglio scorso si sono incontrati a Madrid, con tanto di evento pubblico, J-L Mélenchon e Pablo Iglesias. [vedi foto sopra] Lo scopo non era un segreto: consolidare l'asse tra France Insoumise e Podemos in vista delle prossime elezioni europee. I due hanno così abbozzato quello che sarà il profilo dell'eventuale listone della sinistra radicale alle prossime europee. Un resoconto puntuale di cosa essi abbiano detto e proposto ce lo fornisce EL PAIS del 2 luglio.

Ma si sta davvero consolidando l'asse tra France Insoumise e Podemos? C'è di che dubitarne. Il pomo della discordia ha un nome: Tsipras. Mélenchon vorrebbe tenerlo fuori dall'alleanza elettorale in vista delle prossime elezioni europee, mentre Pablo Iglesias (che per Tsipras ci aveva messo non solo la faccia), sembra voglia tenerlo dentro. In verità (altra divergenza con Mélenchon) Iglesias vorrebbe un accordo anche con Varoufakis. Staremo a vedere...

Una cosa forse decisiva unisce Mélenchon e Iglesias, il giudizio sul governo M5s-Lega. Quale esso sia è preso detto: si tratterebbe di un governo, se non compiutamente fascista, semi-fascista. Mélenchon l'aveva dichiarato il 20 maggio, ancor prima che Conte ricevesse l'incarico. Egli affermò infatti: "Évidemment, ce sont des fachos" — dove "fachos" sta per fascisti.
Da parte sua Iglesias ha suonato lo stesso spartito. L'ha sostenuto il 30 giugno in una trasmissione sul canale di Podemos FORT APACHE, il cui titolo parla chiaro "Italia vuelve (torna) al fascismo".

La cosa è sotto diversi profili sintomatica. Anzitutto, con un simile approssimativo e ingenuo giudizio, sia Mélenchon che Iglesias dimostrano di essere sotto scacco della violenta campagna di satanizzazione del governo giallo-verde messa in atto dalle élite eurocratiche e in vigore in tutti i paesi. In secondo luogo il giudizio dimostra quanto, dal punto di vista della cultura politica essi siano figli di una cultura per niente marxista ma massimalista e riformista. In terzo luogo questo loro giudizio fa l'occhiolino alle sinistre radicali italiane, che fanno dell'accusa di "fascio-leghismo" un elemento fondamentale, di posizionamento e identità. 

E quali sono le correnti che guardano con interesse al blocco elettorale a guida Mélenchon-Iglesias? Non c' è solo Potere al Popolo (con annessi e connessi, anzitutto Rifondazione e Eurostop). Ci sono quindi pezzi sparsi de L'Altra Europa con Tsipras. Alla finestra ci sono Stefano Fassina e i dissidenti di Sinistra Italiana. C'è poi— in barba a tutti di discorsi d'accademia su superamento destra-sinistra, populismo laclausiano ecc. — Senso Comune. Una coalizione a cui ognuno si aggrappa nella speranza che superato lo sbarramento elettorale (4%).

Speranza alquanto difficile. In agguato e in concorrenza ci sono infatti altri due poli di sinistra... "radicale". Quello attorno al blocco SYRIZA-Die Linke, e quello di Diem-25 di Yanis Varoufakis. Com'è noto il movimento Dema appena costituito dal sindaco di Napoli De Magistris (Dema) è alleato proprio a Varoufakis. De Magistris rischia di diventare l'ago della bilancia. Alla sua corte in diversi stanno andando col cappello in mano, e tirandolo per la giacca.

Potremmo sbagliarci ma c'è un'alta probabalità che la necessità di superare lo sbarramento, costringa tutti, soprattutto qui in Italia, all'inciucio elettoralistico, a costruire un'Armata Brancaleone —i n poche parole una versione 2.0 di L'Altra Europa con Tsipras. Un blocco elettorale che farà dell'opposizione frontale al "fascio-leghismo" la sua cifra principale, e nella quale quindi, il pur sfumato e patriottismo repubblicano alla Mélenchon* verrà non solo annacquato, ma soppresso in nome, ancora una volta dell'altreuropeismo....


* Abbiamo più volte espresso al nostra simpatia per France Insoumise e il suo profilo patriottico (e la sua idea di PIANO B di sucita dall'euro). Il fatto è che Mélenchon sembra avere un atteggiamento tipicamente francese (leggi: di spocchia); per cui il patriottismo, se è francese, se lo rivendica lui, è di natura democratica e progressiva, se lo fanno all'estero è nazionalista e reazionario. Se poi il patriottismo è italiano puzza sicuramente di... fascismo. Stesso dicasi per il PIANO B: questo può essere privilegio esclusivo della "grande Francia", non certo per gli italiani che di "B" conoscono solo il rango di cui fan parte....






lunedì 18 giugno 2018

IL PASSO FALSO DI PODEMOS di Piemme

[ 18 giugno 2018 ]



Nella foto Pablo Iglesias stringe la mano a Pedro Sanchez, segretario dei socialisti spagnoli dopo la defenestrazione di Mariano Rajoy, primo ministro del corrotto Partito Popolare. 
E' il 1 giugno, il parlamento spagnolo approva la "mozione di sfiducia" contro il governo di Mariano Rajoy con 180 voti a favore, 169 contro e una astensione. 

Dato che la cosiddetta "sfiducia costruttiva" implica che, contestualmente alla caduta del governo in carica la nascita debba nascere quello nuovo, il leader dei socialisti, Pedro Sánchez, è diventato lui primo ministro di un governo monocolore socialista. 
Questa è la prima notizia.

La seconda è che a  favore di Sánchez hanno votato, oltre ai baschi  del Pnv, i radicali di Bildu, i due partiti catalani Erc e PDeCat, i valenziani di Compromís e i deputati di Podemos — contro hanno votato Ciudadanos di Albert Rivera e il Partito popolare di Rajoy.

E qui sta il punto. La mossa di Podemos, il sostegno al governo socialista, è giusta o sbagliata? Io ritengo che sia stata sbagliata. Servirà ricordare che il Partito socialista di Sanchez è stato ed è il più importante (più del Partito popolare) pilastro del regime politico spagnolo, l'equivalente del Pd in Italia. Non è un caso che Podemos nacque come movimento politico in diretto antagonismo non solo contro la destra di Rajoy ma pure contro la "sinistra" del Psoe. 

Nato all'insegna del "non siamo né di destra né di sinistra poiché entrambi sono strumenti del regime", il movimento capeggiato da Pablo Iglesias è dunque finito a votare a favore di un governo che, come Sanchez a chiaramente ribadito all'atto del suo insediamento, "terrà fede agli impegni assunti con l'Unione europea", ergo: difesa della moneta unica e delle politiche ordoliberiste e austeritarie che la sorreggono e che i popoli spagnoli hanno pagato a carissimo prezzo.

Non c'è che dire, Podemos, o meglio la coalizione Unidos Podemos, ha deciso di fare blocco con la sinistra eurocratica. Non è un caso Pablo Iglesias abbia addirittura espresso la disponibilità ad entrare nel governo sanchez: «Dipenderà da Sanchez che ci siano ministri di Podemos nel governo» ha detto alla tv pubblica Tve. Peggio ancora: durante le dichiarazioni prima del voto, Pablo Iglesias ha chiesto scusa per non aver precedentemente sostenuto il patto tra socialisti e gli ultra-liberisti e ultra-nazionalisti di Ciudadanos, quel patto che avrebbe potuto allontanare Rajoy già tempo prima.

Come spiegare questo, uso un eufemismo, passo falso di Podemos? Me lo spiego con tre ragioni essenziali.

La prima è che Podemos è vittima di un paralizzante tabù, quello dell'europeismo. Podemos non ha mai avuto una posizione chiara di opposizione all'Unione e all'euro, respingendo la rivendicazione della sovranità nazionale. 
La seconda è che Podemos, dopo un primo periodo "populista" è caduto con tutti e due i piedi nella trappola ideologica di regime della contrapposizione destra-sinistra, per cui i socialisti, malgrado facciano schifo sono pur sempre... cugini. E perché lo sarebbero se sul piano sostanziale delle politiche economiche e sociali seguono la medesima linea delle destre? 
E qui siamo alla terza ragione. I socialisti meritano l'appoggio perché sul piano formale dei diritti civili delle minoranze di genere sarebbero "progressisti" e "avanzati".

Potrei sbagliarmi, anzi me lo auguro, ma ho la sensazione che il ciclo politico apertosi con il movimento degli indignados (Movimento 15-m) del 2011) sulla cui spinta nacque Podemos, si è simbolicamente chiuso il 1 giugno scorso, col semaforo verde dato della compagine di Pablo Iglesias agli ordo-socialisti di Sanchez.

Temo che la posizione di fiancheggiare dall'esterno il nuovo governo (che lascia di fatto a Ciudadanos apparire come la sola opposizione) sarà pagata a caro prezzo da Podemos. E infatti, i sondaggi svolti nei giorni scorsi, danno i socialisti e Ciudadanos in forte avanzata, mentre Podemos precipita al quarto posto, al 13%, quando solo due anni fa gareggiava per diventare primo partito.


domenica 27 maggio 2018

MERDA SPAGNOLA

Irene Montero e Pablo Iglesias, dirigenti di PODEMOS
[ 27 maggio 2018 ]

In Spagna è molto probabile che si torni alle urne. La causa è l'ennesimo scandalo che sta travolgendo il corrotto Partito Popolare di Mariano Rajoy. la condanna a morte del governo l'ha data proprio il leader del noeliberista Ciudadanos, Albert Rivera, ha spiegato che «la situazione è diventata molto grave... qualcosa deve per forza di cose cambiare». Traduzione: finiti governo e legislatura.

Ma c'è un'altro scandalo, anzi un presunto scandalo che scuote la Spagna, ma riguarda Podemos.

Di che si tratta? Il Segretario Pablo Iglesias e la portavoce e sua compagna Irene Montero (è in attesa di un parto gemellare) hanno sottoscritto un mutuo di 660mila euro (800 euro a testa la rata bancaria per trenta anni) per comprarsi una casetta a 40 chilometri da Madrid.

Apriti cielo!
La stampa ed i media di regime sono letteralmente saltati addosso ai due compagni: "incoerenti", "opportunisti" "predicate bene  razzolate male".
Una campagna di linciaggio morale e politico talmente virulenta che Podemos ha indetto un referendum interno via piattaforma digitale per decidere se Pablo e Irene debbono dimettersi.
Il voto si è concluso alle ore 14 di oggi, domenica 27 maggio. Domani sapremo il risultato. la consultazione coinvolgerà 487.772 iscritti alla piattaforma, tra i quali 158.452 considerati veri e propri "attivisti". Iglesias ha affermato che considererà un successo se voteranno almeno 120mila persoone.
vedremo come andrà a finire. Speriamo bene. Sarebbe il colmo se Pablo fosse costretto a dimettersi a causa di una ben orchestrata campagna di sputtanamento da parte dei media.

Ha scritto Manolo Monereo:
«Pablo Iglesias e Irene Montero vinceranno il referendum. Il problema è sapere cosa dobbiamo fare da lunedì. In primo luogo, imparare. Quelli in alto non ci daranno mai una tregua e ci combatteranno sistematicamente. Più che mai, unità, integrazione e gestione collettiva. Secondo, ripristinare i vincoli interrotti con modestia, umiltà e la sincerità con i nostra e le nostre. In terzo luogo, politica, politica, politica; e alla grande. I prossimi mesi saranno molto duri, continueranno a mettere il dito nella ferita per evitare che cicatrizzi bene. Ma se qualcosa che Unidos Podemos ha dimostrato è che siamo in grado di crescere nelle avversità e che l'odio del nemico ci rende forti. Come ho detto, Unidos Podemos non è un fiore di un giorno ed è qui per restare».
Speriamo abbia ragione. 

mercoledì 18 aprile 2018

BUTTANO FUORI TSIPRAS? AUGURI....

[ 18 aprile 2018 ]

Giovedì 12 aprile, a Lisbona, è avvenuto un fatto che si presume avrà conseguenze sulla sinistra radicale europea. 
J-L Mélenchon (France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos) e la portoghese Catarina Martins (Bloco de Esquerda) [foto accanto], hanno firmato una Dichiarazione congiunta — che riportiamo più sotto —  dal titolo "ADESSO IL POPOLO! Per una rivoluzione democratica in Europa"Maintenant le peuple ! Pour une révolution citoyenne en Europe.
Si tratta di una dichiarazione di compromesso, che resta sul piano della "riforma della Ue", in cui le posizioni più sovraniste dei francesi sono state sfumate così da essere potabili per Podemos — sappiamo che Pablo Iglesias, personalmente, dopo l'errore del sostegno aperto a SYRIZA, è oggi molto vicino alle posizioni di Mélenchon — ed i portoghesi.
Una dichiarazione che da avvio alle grandi manovre in vista delle elezioni europee del 2019. E' nota la posizione di Mélenchon: una lista unitaria europea dalla quale sia però escluso Tsipras. Come segnala qui sotto Giacomo Russo Spena la dichiarazione di Lisbona avrà serie conseguenze nel campo della sinistra radicale italiana, già divisa in tre blocchi. Potere al Popolo ha subito dichiarato il suo appoggio alla Dichiarazione di Lisbona.
Se Luigi de Magistris sta con Diem25 di Yanis Varoufakis, le spoglie di Sinistra Italiana pendono per restare con Gregor Gysi, segretario ultra-europeista della Linke tedesca nonché presidente della GUE —Gruppo confederale della Sinistra Unitaria Europea.


*  *  *


I TRE FRONTI DELLA SINISTRA EUROPEA
di Giacomo Russo Spena

Questa Europa, oligarchica e diseguale, non piace. E fin qui sono tutti d'accordo. E' dopo che iniziano i drammi a sinistra: ancora è possibile cambiare l'Ue dall'interno, e come, o bisogna giungere alla rottura con essa ipotizzando un ritorno ad un nuovo nazionalismo democratico? Su questo dilemma si sta sancendo la morte della Sinistra Europea, quella che nel 2014 aveva eletto il greco Alexis Tsipras a proprio simbolo internazionale.

Ma dopo la sua resa nei confronti della Troika, l'idea di riformare l'assetto europeo dall'interno ha iniziato a vacillare. Davide non ha sconfitto Golia. Così, a sinistra, il fronte sovranista – quello che chiede la rottura con l'Unione Europea – capeggiato dal leader francese Jean-Luc Mélenchon sta spaccando il fronte del Gruppo confederale della Sinistra Unitaria Europea (Gue). Lo scorso 31 gennaio il transalpino ha chiesto formalmente al partito della Sinistra europea di “buttare fuori” Syriza. "Per il Parti de Gauche, come senza dubbio molti altri partiti dell’EMP, è effettivamente diventato impossibile stringere le spalle, nello stesso movimento, a Syriza di Alexis Tsipras", sono state le parole di Mélenchon che in Italia ha avuto rapporti con Potere al Popolo, ma ha incontrato anche Luigi de Magistris. La richiesta di esclusione di Tsipras, però, non è stata gradita dal tedesco Gregor Gysi, presidente della Sinistra Europea, e capo della Linke tedesca, che ha fatto quadrato intorno a Tsipras, rigettando la sua richiesta.

Di tutta risposta Melenchon ha lanciato questo appello a Lisbona, un accordo transnazionale siglato con la leader di Bloque de Izquierda e con Podemos (nelle veci di Pablo Iglesias). Un documento, che ha ancora un valore pressoché simbolico, ma che sicuramente agita la Sinistra Europea.

Di fatto, ora, abbiamo tre fronti.

Il primo è quello della sinistra europea, capeggiato dalla Linke e da Syriza: l'idea è di contrastare l'austerity creando una rete internazionale di forze progressiste. Rimane però il nodo di Syriza, che si è "macchiata" di essersi piegata ai valori della Troika una volta giunta al governo.

Il secondo fronte è incarnato dalla "disobbedienza europea" di Yanis Varoufakis, frontman di Diem25 ed ex ministro ellenico che ha rotto proprio con Tsipras. Nel suo progetto di costruire una lista europea transnazionale è sostenuto dai sindaci Luigi de Magistris e Ada Colau, oltre che da Benoit Hamon, già candidato alle presidenziali francesi e, fuoriuscito dal partito socialista, fondatore del movimento Génération-s – e da forze progressiste provenienti da Germania (Budnis25), Polonia (Razem), Danimarca (Alternativet), Grecia (MeRA25) e Portogallo (LIVRE). Una posizione più dura nei confronti delle Istituzioni ma il campo di battaglia rimarrebbe sempre quello europeo.

Infine, il terzo fronte: quello sovranista capeggiato appunto da Mélenchon che puntualmente scende in piazza contro l'Unione Europea sventolando la bandiera francese. Intanto Podemos, che sta nel Gue ma non nella Sinistra europea, pur firmando l'appello di Lisbona, sta stringendo rapporti anche con Varoufakis tentennando ancora su quale schieramento seguire. La situazione è in divenire e può cambiare repentinamente. Si lavora per stare insieme ma, poi, le divergenze emergono prepotentemente.

Per l'Italia c'è, invece, una certezza: la sinistra, già estremamente residuale, è già pronta a frantumarsi e dividersi nei vari blocchi. Si tifa. Chi da un lato, chi dall'altro. Chissà se alle Europee 2019, battute a parte, assisteremo veramente ad un profilarsi di liste e, a quel punto, alla scissione dell'atomo.


*  *  *

Dichiarazione di Lisbona per una rivoluzione democratica in Europa


di Catarina Martins (Bloco de Esquerda), Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos) 

L’Europa non è mai stata ricca come ora. E non è mai stata così diseguale. A dieci anni dallo scoppio di una crisi finanziaria che i nostri popoli non avrebbero mai dovuto pagare, oggi constatiamo che i governanti europei hanno condannato i nostri popoli a perdere un decennio.


L’applicazione dogmatica, irrazionale e inefficace delle politiche di austerità non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi strutturali che causarono quella crisi. Al contrario, ha generato un’enorme inutile sofferenza per i nostri popoli. Con la scusa della crisi e dei loro piani di aggiustamento, hanno preteso di smantellare i sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte. Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare crudezza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra.

È ora di rompere la camicia di forza dei trattati europei che impongono l’austerità e favoriscono il dumping fiscale e sociale. È ora che chi crede nella democrazia faccia un passo in avanti per rompere questa spirale inaccettabile. Abbiamo bisogno di mettere un sistema ingiusto, inefficace e insostenibile al servizio della vita e sotto il controllo democratico della cittadinanza. Abbiamo bisogno di istituzioni al servizio delle libertà pubbliche e dei diritti sociali, che sono la base materiale stessa della democrazia. Abbiamo bisogno di un movimento popolare, sovrano, democratico, che difenda le migliori conquiste delle nostre nonne e dei nostri nonni, dei nostri padri e delle nostre madri, e che possa lasciare un ordine sociale giusto, praticabile e sostenibile alle generazioni che verranno.

Con questo spirito di disobbedienza di fronte all’esistente, di ribellione democratica, di fiducia nella capacità democratica dei nostri popoli di fronte al progetto fallito delle élite di Bruxelles, oggi facciamo, a Lisbona, un passo avanti. Lanciamo un appello ai popoli d’Europa perché si uniscano alla sfida di costruire un movimento politico internazionale, popolare e democratico per organizzare la difesa dei nostri diritti e la sovranità dei nostri popoli di fronte a un ordine fragile, ingiusto e fallito che ci porta con passo deciso verso il disastro.

Chi condivide la difesa della democrazia economica, contro i grandi imbroglioni e l’1% che controlla più ricchezza del resto degli abitati di tutto il pianeta; della democrazia politica contro chi resuscita le bandiere dell’odio e della xenofobia; della democrazia femminista, contro un sistema che discrimina ogni giorno e in ogni ambito della vita metà della popolazione; della democrazia ecologista, contro un sistemo economico insostenibile che minaccia la sostenibilità della vita stessa nel pianeta; della democrazia internazionale e della pace, contro chi costruisce una volta di più l’Europa della guerra; chi condivide la difesa dei diritti umani e i principi fondamentali del buon vivere troverà in questo movimento la propria casa. Ci stiamo stancati di aspettare.

Ci siamo stancati di credere a chi ci governa da Berlino e da Bruxelles. Ci mettiamo all’opera per costruire un nuovo progetto di ordine per l’Europa. Un ordine democratico, giusto ed equo, che rispetti la sovranità dei popoli. Un ordine all’altezza dei nostri desideri e delle nostre necessità. Un ordine nuovo, al servizio del popolo».

martedì 31 ottobre 2017

CATALOGNA: PAREVA UNA TRAGEDIA, É FINITA IN FARSA

[ 31 ottobre 2017 ]

Pareva una tragedia, è finita in una farsa. Il condottiero dell’indipendentismo catalano, Puigdemont —per sfuggire al giudizio della Audencia Nacional, un tribunale speciale erede di quello franchista—, è scappato in Belgio con mezzo suo governo. E’ stato accolto dai sodali dell’Alleanza neo-fiamminga (N-va), partito ultra-liberista, secessionista ed europeista. Una vecchia amicizia quella tra Junts pel Sì, il partito di Puigdemont e N-va, visto che nel Parlamento di Strasburgo fan parte dello stesso gruppo liberista, l’Alde. Il Belgio, poi, è il Paese dove risiedono le massime autorità della Ue. Il segnale è chiaro, mentre vuole secedere da Madrid Puigdemont implora che la Catalogna sia annessa dall’Euro-Germana.

La marcia indietro dei secessionisti catalani è talmente clamorosa che hanno accettato —lasciando quindi sola la C.U.P.— di partecipare alle elezioni del 21 dicembre indette da Rajoy. Che in soldoni significa che hanno capitolato su quasi tutta la linea, di fatto accettando le clausole dell’Art. 155. E’ comprensibile che molti catalani indipendentisti che per settimane si sono mobilitati illudendosi che la secessione fosse cosa fatta, si sentano smarriti, altri traditi.

Alla fine della fiera, chi più ha guadagnato dalla politica squinternata di Puigdemont, è il fronte spagnolista, con in testa il Partito popolare di Rajoy, erede diretto del regime franchista. Questo, almeno, confermano i sondaggi pubblicati questa mattina a Madrid, mentre annaspano le forze d’opposizione, anzitutto Podemos e Izquierda Unida.

Podemos in particolare ha subito un forte contraccolpo dalla vicenda catalana. E’ notizia di ieri sera che l’ala catalana di Podemos (Podem), schierata su posizioni indipendentiste, ha abbandonato il movimento guidato da Pablo Iglesias.

Non si pensi ad una scissione su linee etno-linguistiche o nazionalitarie.

Il problema per Iglesias è più serio, si chiama Izquierda Anticapitalista, la corrente dei trotskysti che fa entrismo in Podemos. Il fatto è che l’ala catalana di Podemos è appunto capeggiata dai trotskysti, convinti assertori della secessione catalana, vicini alla C.U.P e decisi a presentarsi alle prossime elezioni in un blocco elettorale con i seguaci di Puigdemont.
Ada Colau e Pablo Inglesias


La direzione di Podemos è di diverso avviso: nessuna coalizione con gli indipendentisti in vista delle prossime elezioni di dicembre, alleanza invece con Catalunya en Comù della sindaca di Barcellona Ad Colau, la quale, ricordiamo, si oppose alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza.

Ma la questione catalana spacca anche gli stessi trotskysti. La loro principale dirigente, l’andalusa Teresa Rodriguez, assieme al popolare sindaco di Cadice Josè Maria Gonzales, sostengono la posizione di Pablo Inglesias e hanno condannato quella della loro corrente.
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Insomma, l'avventurismo secessionista di Puigdemont, mentre ha portato alla fine della stessa autonomia catalana, ha rafforzato le destre spagnoliste, causando gravi fratture nei parti della sinistra popolare.

Niente male Puigdemont! Invece di un mandato di cattura Rajoy dovrebbe darti un premio.

venerdì 27 ottobre 2017

CATALOGNA PATATRAC

[ 27 ottobre 2017 ]

ULTIM'ORA
Barcellona. La Generalitat, il parlamento catalano —con 70 voti favorevoli, dieci contro e due astensioni—, ha approvato, la proposta di Junts pel Sì e della CUP che propone di dichiarare l'indipendenza e di aprire un processo costituente in vista della redazione e approvazione della costituzione della nuova repubblica. Nella foto i parlamentari catalani mentre, cantando l'inno nazionale, festaggiano il voto.

Potete leggere QUI la Risoluzione che annuncia l'indipendenza approvata dalla maggioranza della GeneralitatUn testo impeccabile dal punto di vista formale, in classico stile liberal-democratico, poco o niente si sente lo zampino della sinistra radicale della C.U.P (che lo ha approvato). Degno di nota che la Risoluzione sull'indipendenza affermi infatti a chiare lettere, citiamo:
«Manifestiamo la volontà della costruzione di un progetto europeo che rafforzi i diritti sociali e democratici della catalogna, così come l'impegno di applicare, senza soluzione di continuità e in maniera unilaterale, le norme dell'ordinamento giuridico europeo...». 
Leggi: Maastricht, Lisbona, la moneta unica, il Fiscal compact. Non è certo una gran bella roba.

La risposta di Madrid non si è fatta attendere: "Restaureremo la legalità". Con ogni mezzo? Ed a quale prezzo? Sembra di assistere ad una commedia. Solo con la forza, e solo con quella, i catalani potranno ottenere l'indipendenza; altrettanto vale per la monarchia e Rajoy se vogliono davvero impedirla. Speriamo davvero che non vada a finire in tragedia. 
Vedremo...

Nel frattempo Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos —alle prese con le dimissioni dalla direzione di Carolina Bescansa, su posizioni anticatalane radicali—, coerente con la posizione già assunta (ieri abbiamo pubblicato le sue SETTE CONSIDERAZIONI SULLA CRISI CATALANA) ha criticato la dichiarazione unilaterale d'indipendenza, sottolineando che essa è "illegale" e "illegittima", e che è un gran servizio a Rajoy e alle destre spagnoliste.  

Iglesias ha ribadito che i secessionisti "hanno avuto un risultato elettorale che dà loro il diritto di governare, non di dichiarare l'indipendenza". Iglesias, al contempo, condanna "la repressione" che si aggrappa alla attuazione dell'articolo 155 della Costituzione e ha insistito sul fatto che la soluzione  passa attraverso un referendum concordato in cui, tra i quesiti ci sia quello per una Spagna multinazionale, repubblicana e federale. 

Da parte sua Irene Montero, portavoce Unidos Podemos nel Congresso e membro del consiglio di Podemos, ha parlato di  "disastro nazionale" e, sulla stessa linea di Iglesias, ha detto che la dichiarazione di indipendenza "non ha alcuna legittimità democratica". "L'80% della popolazione catalana è a favore di un referendum concordato con garanzie". 
Sulla stessa linea il coordinatore federale di UI, Alberto Garzón.

giovedì 26 ottobre 2017

7 CONSIDERAZIONI SULLA CRISI CATALANA di Pablo Iglesias

[ 26 ottobre 2017 ]

In esclusiva presentiamo ai lettori un documento in sette tesi di Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos. Un documento molto importante perché segnala il carattere plurinazionale dello stato spagnolo e denuncia il vero disegno del regime monarchico: sconfiggere il nazionalismo catalano per edificare uno Stato centralista e autoritario sul modello del franchismo. Presenta infine la posizione di Podemos sulla vicenda catalana: indire un referendum concordato in cui i cittadini catalani possano decidere il loro futuro, non quindi avendo sulla scheda solo le due opzioni (unionista e indipendentista), ma pure quella di rifondare la Spagna come Stato democratico, plurinazionale federale. Posizione che noi condividiamo pienamente.

Lettera aperta agli iscritti/e di Podemos

Da 135 al 155 o la controrivoluzione dall’alto del blocco monarchico

La Spagna vive una crisi di regime contraddistinta da almeno tre aspetti: sociale ( la continua pauperizzazione delle classi popolari, così come il peggioramento del livello di vita e delle aspettative dei settori della classe media); istituzionale (la corruzione e il patrimonialismo del Partido Popular non è l’eccezione ma bensì la regola); e l’aspetto territoriale; quest’ultimo lo tratterò in queste considerazioni.

La crisi di regime che vive il nostro paese la riconoscono anche le élite al comando (politiche, economiche, televisive) che hanno guidato il regime del 78 e che mantengono una parte del loro potere. La figura politica più importante della nostra storia
12 ottobre: Felipe Gonzales alla recepción real 
contemporanea, Felipe González, lo riconosceva senza mezzi termini nella recepción real [ricevimento nel palazzo reale in occasione della festa nazionale, NdR] del 12 Ottobre: «Sono un orgoglioso rappresentante del regime del 78». Quella recepción è stata l’immagine del complotto monarchico per superare, attraverso una restaurazione conservatrice e centralista, la crisi spagnola.


Ma dalla festa reale ( che non hanno sospeso nemmeno dopo la morte di un lavoratore delle forze armate che partecipò alla sfilata) non è uscita l’immagine di una squadra coesa, coerente e capace di ridisegnare una politica che risolva le soluzioni del paese.
Anche se nella foto del 12 ottobre c'era tutto il potere (politico, militare, economico, ecc.) non c'erano statisti di talento.
Dopo il discorso di Felipe VI il 4 ottobre, il blocco unito dei partiti, mezzi di comunicazione e delle grandi imprese, ha enormi difficoltà a portare a termine i suoi obiettivi. Lo stesso fatto che li vedano e li percepiscano come casta li indebolisce. Un progetto di regime degno di questo nome ha bisogno di un governo, ma anche di un’opposizione credibile come tale. Ma l’opposizione non c'era al Palazzo Reale.

L’accordo tra il PSOE e il PP che implicò la riforma dell’articolo 135 della costituzione spagnola, e che ha significato la subordinazione dell’interesse sociale agli interessi dei creditori bancari, rappresentò la rottura del patto sociale nel nostro paese. Oggi, il nuovo accordo tra il PP, il PSOE e la nuova estrema destra rappresentata da Ciudadanos implica di fatto la rottura del pacto territorial. Lo spirito del 155 come politica di violazione dei diritti e delle libertà democratiche non ha motivo di valere solamente in Catalunya. Di fatto i dirigenti del PP già hanno minacciato d’applicare qualcosa di simile nel Paese Basco e in Castilla-La Mancha (in questa regione il PSOE governa con noi).

Il blocco vicino alla monarchia sostiene un imprevedibile progetto di restaurazione basato sui seguenti punti :

a) Mantenere il PP alla guida del governo tutto il tempo necessario.

b) Sospendere l’autonomia in Catalunya, prendendo il controllo i tutte le istituzioni catalane, mezzi di comunicazione pubblici come radio ed emittenti televisive incluse, convocare subito dopo elezioni (probabilmente per perderle nuovamente).

c) Mantenere Unidos Podemos e i suoi alleati lontani dal governo dello Stato, anche a costo di sacrificare il ritorno del PSOE al governo della Spagna.

Il blocco monarchico ha a sua disposizione tutti i mezzi coercitivi per sviluppare il suo progetto, ma gli manca —a differenza di quello che accadde 40 anni fa— la capacità politica d’integrazione, imprescindibile affinché la Spagna sia sostenibile come realtà politica e territoriale a medio e lungo periodo.

1) PERCHE SIAMO CONTRO L'APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 155

La sospensione dell’autonomia della Catalunya non solo farà saltare in aria uno dei patti essenziali della Transizione (la restaurazione di un’istituzione repubblicana come la Generalitat, riconosciuta dalla Costituzione del 1978, fu la base di un ampio appoggio
sociale al testo costituzionale in Catalunya), ma segna un attacco agli stessi fondamenti della democrazia spagnola.

Il dialogo senza condizioni che reclama la maggioranza della società catalana e spagnola (come segnalano vari sondaggi) è incompatibile con una situazione d’amministrazione coloniale della Catalunya.

Che Rajoy e i suoi ministri diventino di fatto in president Y Govern de la Generalitat (quando il PP non ha ottenuto che l’ 8,5% dei voti nelle ultime elezioni in Catalunya) costituisce semplicemente un’assurdità e un'enorme goffaggine politica.

Il nuovo Govern, con Rajoy, Zoido y Montoro alla guida, sarà controllato solamente dal Senato, dominato dal PP con maggioranza assoluta, grazie a una legge elettorale antidemocratica e assurda.

Il vicerè Rajoy vorrà amministrare la Catalunya e incontrerà una resistenza che solo potrà affrontare con la repressione e con più detenzioni.

Prima o poi dovrà convocare le elezioni e tutto sembra prevedere che i partiti che appoggiano il viceregno non miglioreranno i loro ultimi risultati elettorali.

2) PERCHE SIAMO CONTRARI ALLA DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA

Il problema di una dichiarazione d’indipendenza non è la sua illegalità (o l’unilateralità) né la sua illegittimità.
Le forze politiche sostenitrici dell’indipendenza ottennero il 47,8% dei voti (ovvero, qualcosa in più del terzo dell'elettorato) alle elezioni di settembre del 2015. Questo risultato, di gran lunga superiore a quello del blocco monarchico (C’s-PSC-PP) e a quello nostro, gli da tutto il diritto di governare la Catalunya, ma non dichiarare l’indipendenza.

La mobilitazione politica dello scorso 1 ottobre da parte dei sostenitori del dret a decidir è stata imponente, viste le condizioni nella quale si sviluppò. È stato rilevante che più di due milioni di cittadini catalani esprimessero la loro volontà politica. Ma, anche accettando i dati offerti dalla Generalitat, è evidente che quella mobilitazione non forniva le condizioni e le garanzie come quelle di un referendum che permettesse determinare la relazione giuridica della Catalunya con il resto dello Stato spagnolo.

Il 1 ottobre non si produsse solo l'esibizione delle capacità di mobilitazione del sovranismo, ma anche l’espressione di una volontà maggioritaria della società catalana di decidere il futuro nelle urne ed è stato anche un esempio di mobilitazione pacifica di fronte alla repressione ordinata dal governo. Nessun responsabile politico può ignorare questo.

Ma, allo stesso modo, non si può nemmeno accettare che questa grande mobilitazione sociale giustifichi l’indipendenza.

3) PERCHE DIFENDIAMO UN REFERENDUM CONCORDATO

Un referendum legale e concordato, oltre ad essere una soluzione democratica, è la sola soluzione che possa assicurare che la Catalunya continui a far parte della Spagna.

L’incapacità della direzione dello Stato da parte del blocco felipista si rivela nella sua ossessione nel non discutere riguardo la possibilità di svolgere un referendum legale e con
garanzie democratiche. La chiave del successo della Transizione rispetto alla Catalunya fu l'accordo sull’autonomia che, di fatto, condizionò il modello territoriale della Spagna. Oggi, l’applicazione dell’articolo 155 in Catalunya (che potrebbe benissimo trasformarsi in articolo 116 se il Governo incontrasse delle resistenze ) può condizionare anche un’offensiva reazionaria in tutta la Spagna.

Quando il PP ha costretto il Tribunal Constitucional (TC)a far saltare per aria l’Estatut (approvato nel Parlament, nel Congreso de los Diputados e dal popolo catalano in un referendum), ha, di conseguenza, fatto implodere buona parte delle basi del patto territoriale che aveva reso possibile la Spagna come uno Stato che integrava una territorialità plurinazionale complessa. 

Le decisioni politiche hanno conseguenze. Si può affermare che se il PP avesse rispettato la volontà popolare della Catalunya, comefece con lAndalusia (alcuni degli articoli del Estatut che il TC dichiarò incostituzionali sono tali e quali a quelli vigenti in altri Statuti d’autonomia), oggi non sarebbe necessario svolgere un referendum in Catalunya. E, come conseguenza della decisione del PP e dei suoi magistrati affini al TC, oggi dobbiamo batterci in maniera imprescindibile per il referendum.

Numerosi costituzionalisti sostengono che svolgere un referendum è compatibile con la Costituzione e la legge; però, anche non fosse così, riteniamo che in democrazia le leggi debbano adattarsi alle necessità democratiche. L’Andalusia si è guadagnata il diritto di essere riconosciuta come nazionalità grazie a una mobilitazione sociale di massa e al risultato di un referendum che, tuttavia, non era in linea con la legge vigente. Fu allora che i partiti cambiarono la legge per adattarla alla decisione della gente.

In ogni caso, il referendum non dovrebbe essere circoscritto a due quesiti; l'opzione maggioritaria in Catalunya (secondo i sondaggi) opta per un nuovo ordine costituzionale che riconosca la Comunidad come nazione e venga attribuita ad essa una maggiore autonomia amministrativa.

Pensiamo che i cittadini/e catalani/e hanno il diritto di scegliere anche questa opzione, accanto alle altre due: indipendentista ed unionista.

4) IL PROGETTO DEI MONARCHICI : MEGLIO UNA SPAGNA SPACCATA CHE UNIDOS PODEMOS AL GOVERNO

Dalla nascita di Podemos e la sua crescita assieme alle forze politiche sorelle con le quali siamo confluiti e condividiamo il progetto, le élite hanno mobilitato tutti i mezzi necessari per evitare che potessimo arrivare al governo.
Tentarono di forzare l’accordo tra PP, PSOE y C’s facendo pressione anche su Mariano Rajoy affinché rinunciasse alla guida del paese e creasse una Grosse Koalition fra i tre partiti. Rajoy ha resistito e ci fu un ulteriore tentativo di favorire un governo con un programma neoliberale pattuito fra PSOE y C’s, a condizione che Podemos non partecipasse a codesto governo.

Le elite si sono opposte con tutte le loro forze di fronte a un possibile accordo fra noi, il PSOE con le alttre forze politiche catalane e basche.

Lo stesso Pedro Sánchez ore dopo essere stato obbligato alle dimissioni da Segretario General del PSOE nel 2016, riconobbe in un’intervista con Jordi Évole che fu pressato, tra gli altri da César Alierta [uno dei più potenti capitalisti spagnoli, NdR], così come dai dirigenti del giornale El País e dalla vecchia guardia del suo partito, a non formare un governo con noi.

Le élite sanno perfettamente che solo un governo di coalizione con Unidos Podemos avrebbe potuto concordare una soluzione democratica al problema catalano, ma la nostra presenza al governo avrebbe implicato anche cambiamenti nello Stato che avrebbero minacciato i loro privilegi e il tessuto della corruzione sarebbe stato esposto a un’azione giudiziaria senza interferenze da parte del potere politico.

Prima di mettere in pericolo i privilegi e le impunità, le élite hanno deciso di mettere a rischio l’integrità territoriale della Spagna.

5) LA DIREZIONDE DEL PSOE HA RINUNCIATO A GUIDARE IL GOVERNO

Dopo il fallimentare tentativo di provocare limplosione interna di Podemos, i poteri oligarchici fallirono anche nel loro tentativo di riportare il PSOE alla sua normalità storica.

La vittoria della base del PSOE contro l’apparato del partito e contro i principali poteri mediatici del paese si è basata su tre punti: plurinazionalità, maggior avvicinamento a
Podemos e un’opposizione reale al PP che non escludeva una mozione di sfiducia a Rajoy.

Disfacendosi dei tre punti che assicurarono la sua vittoria del partito, il nuovo Segretario Generale del PSOE, Pedro Sánchez, non solo ha collocato il Partito socialista catalano su una posizione impossibile indebolendo i settori del partito che lo fecero vincere, ma ha ringalluzzito i suoi avversari interni, che non lo hanno mai accettato come uno di loro. Mille volte ci hanno raccontato dell'assassinio di Viriato e mille volte la storia si ripete [ riferimento]

La vittoria de Pedro Sánchez provocò un’ondata di illusione in Spagna, sia tra gli elettori socialisti che tra i nostri elettori, che vedevano questa vittoria della base un orizzonte di governo di coalizione e la possibilità di realizzare riforme avanzate socialmente e risolvere democraticamente il conflitto catalano. Appoggiando il PP e sostenendo il blocco felipista, il PSOE ha rinunciato alla guida di un governo del cambiamento.

6) LA SPAGNA SARÀ PLURINAZIONALE O NON SARÀ

Il problema storico dei monarchici è non aver mai capito la Spagna, che hanno solo saputo dominare e sottomettere.

Mai sono stati in grado, eccetto quando furono obbligati dalla pressione democratica delle masse, di trasformare la nostra ricchezza plurinazionale in un progetto patriottico. 

Le esperienze delle monarchie durante i secoli XIX e XX si sono caratterizzate per una visione limitata, uninazionale ed autoritaria della realtà spagnola. Per i sostenitori della
monarchia associare il termine «nazione»  che non sia la Spagna era inaccettabile poiché sempre hanno identificato lo Stato Spagnolo con la monarchia mentre la Spagna è qualcosa che va oltre la monarchia ed è destinata a sopravvivere oltre l’attuale sistema monarchico. 

Uno dei primi elementi di rottura con il franchismo durante la Transizione è stata la restaurazione della Generalitat, con il ritorno del president Tarradellas prima ancora che il paese si dotasse dell’attuale Costituzione. Si riconosceva così la riorganizzazione della Catalunya secondo un suo ordinamento politico, che in questi giorni si sta cercando di abolire. Questo processo di decentramento avvenne anche in Euskadi, dove non fu riconosciuta la costituzione fino a che non furono riconosciuti i suoi fueros. Le nazionalità storiche si riconoscono, precisamente, nel fatto di possedere istituzioni proprie che non derivano dai dettami della costituzione del 1978. 

A partire del 1982, il modello delle autonomie funzionò grazie alla stabilità offerta dai grandi partiti nazionalisti catalano (CiU) e basco (PNV). Tuttavia, negli ultimi dieci anni con l’avvento della crisi economica che ha indebolito il progetto dell’Unione Europea, la stabilità del regime del 78 si è frantumata per due cause: il 15M ed il processo di sovranità in Catalunya in seguito alla sentenza del TC sullo Estatut

La Spagna e la Catalunya affrontano oggi la realtà della loro storia, delle relazioni e dell’assenza di una soluzione democratica negoziata. 

Per noi la soluzione è indire un referendum legale e concordato che presenti l’opzione di una relazione libera tra i popoli, per condividere in forma adeguata i benefici e gli oneri d’appartenere ad un’unico Stato.

7) ABBIAMO UN PROGETTO SOCIALE E SOVRANO PER  LA CATALUNYA E LA SPAGNA

Non si può capire la Spagna partendo dalla sua omogeneità ma  dalla sua eterogeneità e fraternità.

Mi inorgoglisce come democratico che la Catalunya sia sempre statala una chiave cruciale del cambiamento politico in Spagna e m’indigna come spagnolo che la strategia nazionalista verso il problema catalano da parte delle élite centrali pretende di impedire che la e Catalunya dia una mano alla formazione di una nuova Spagna.


Non accettiamol ricatto che condanna i progressisti catalani come appestati, in modo da impedire la formazione di un’alleanza con le forze progressiste spagnole. Ove la nostra opzione trionfasse al referendum, spingeremo i progressisti catalani affinché costruiscano assieme a noi una nuova Spagna e una nuova Catalunya.

Adesso la crisi in Catalunya richiede ripensare soluzioni federali e confederali, per affrontare la plurinazionalità della Spagna come legame affettivo basato nel riconoscimento delle plurali tradizionali di ogni popolo.

L’applicazione dell’articolo 155 non è un’iniziativa isolata ma forma parte di una strategia autoritaria di nuova centralizzazione, che minaccia l’attuazione degli statuti d’autonomia impedendo che i popoli si dotino di strumenti adeguati per garantire la propria esistenza storica , sia nel campo economico, culturale e linguistico, sia in quello del riconoscimento internazionale.

È necessario difendere la Spagna assumendo il diritto del popolo catalano di decidere sul suo futuro in un referendum e, a partire da qui, discutere sul modello di stato plurinazionale che non solo riconosca la Catalunya come nazione ma che accetti finalmente la realtà plurinazionale della nostra patria e costruisca un paese basato sulla giustizia sociale e sulla sovranità popolare.

La Spagna possiede nelle sue viscere una riserva democratica enorme; uno spirito repubblicano che deve smettere di essere una nostalgia legato ai simboli del XX secolo ma ha il dovere d’accompagnare quella spinta costituente inaugurata con il 15M.

Lo spirito costituente del 15M deve promuovere la nuova Spagna a cui aspiriamo: sociale, repubblicana e plurale.

Un abbraccio fraterno e affettuoso

Pablo Iglesias
Segretario Generale di Podemos


* Traduzione di Francesco Lamantia e SOLLEVAZIONE

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