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martedì 7 agosto 2018

SPREAD: ECCO COME DISINNESCARE LA BOMBA di Leonardo Mazzei

[ 7 agosto 2018 ]

Torniamo sull'articolo ECCO L'USCITA DALL'EURO di Moreno Pasquinelli.
L'articolo chiosava un "singolare" intervento di Giavazzi e Alesina. I due famigerati liberisti ammettevano che il governo giallo-verde avrebbe la maniera per realizzare le misure contemplate nel "contratto" e proteggersi dall'attacco della finanza speculativa:
«C’è un modo per sottrarsi al giudizio degli investitori internazionali: ricomprarci i titoli che in passato abbiamo loro venduto. In teoria è possibile. L’Italia ha una posizione finanziaria netta rispetto al resto del mondo sostanzialmente in pareggio, cioè abbiamo tanti debiti quanti sono i crediti che vantiamo. Vendendo le attività estere che possediamo potremmo in teoria ricomprarci tutti i titoli italiani detenuti da investitori esteri. Bisognerebbe nazionalizzare le banche ed espropriare i cittadini obbligandoli a vendere, ad esempio, titoli svizzeri per sostituirli con Btp. Vorrebbe anche dire uscire dal mercato unico europeo e probabilmente dall’euro. Tutto è possibile. Ma se non si ha il coraggio di farlo, allora bisogna fare i conti con gli investitori internazionali».
Pasquinelli quindi così chiosava:
«L'Italia ha una ricchezza mobiliare netta pari a tre volte il Pil, a patto di volerla sottrarre alla rapina dei mercati finanziari e canalizzarla e utilizzarla per il bene pubblico e l'interesse nazionale — e di tecniche funzionali allo scopo, al netto del controllo del sistema bancario e della moneta, ce ne sono numerose —, più che sufficiente per reggere l'urto dell'eventuale fuga dei predatori. Ciò senza dimenticare "il resto" della ricchezza e dei beni materiali e immateriali, pubblici e privati del nostro Paese».
Un lettore ci ha quindi chiesto:
«Potete spiegare meglio questo concetto qui espresso? Che significa al netto di.....ce ne sono numerose di tecniche per canalizzare la ricchezza mobiliare per il bene pubblico. Quali sarebbero queste tecniche?»
Proviamo a rispondere.

*  *  *

I BOT PEOPLE* CI SALVERANNO  
di Leonardo Mazzei

1. L’idea di Giavazzi e Alesina si basa su un fondamento solido: la sostanziale equivalenza dei crediti e dei debiti finanziari dell’Italia.  

Il problema pratico è come far rientrare i crediti (di fatto capitali esportati) per nazionalizzare i debiti.


Ove ci si riuscisse il problema dello spread sarebbe risolto all’80%. Al 100% no, perché se si continuasse a consentire la negoziazione sul mercato secondario [1] gli speculatori esteri verrebbero sostituiti da quelli (meno forti, ma ci sono) interni. 

Anche se Giavazzi e Alesina lo utilizzano come spauracchio il loro schema non è per nulla stupido: primo, nazionalizzare le banche (che fungono da intermediarie); secondo, bloccare — attraverso di esse — tutti i capitali investiti su titoli esteri; terzo, vendere quei titoli per reinvestirli immediatamente in titoli del debito italiano.

Il primo punto è tutto politico, il secondo è tecnicamente facilissimo da realizzarsi, il terzo è quello più problematico. 

Qui ci sono aspetti giuridici evidenti, ma anche problemi pratici che richiederebbero di fatto un meccanismo di — chiamiamolo così — “prestito forzoso temporaneo”.

Sono evidenti infatti tre cose: 1) Non si possono vendere tutti i titoli posseduti da soggetti italiani in pochi giorni, pena una svalutazione finanziaria altissima. 2) Idem per l’acquisto dei Btp dai possessori stranieri, dato che in questo caso si avrebbe un rialzo esagerato del loro valore. 3) Onde evitare eccessive beghe giuridiche lo Stato dovrebbe poi garantire ai possessori di titoli esteri un cambio senza perdite nominali. (Che poi abbiano una perdita al momento dell’uscita dall’euro è normale, ma su questo non si vede cosa potrebbero fare sul piano giuridico).

Il prezzo per lo Stato di cui al punto 3 è assolutamente sostenibile. Meglio un’operazione più costosa ma senza troppi strascichi che non il contrario.

In sostanza, scattata l’ora x, lo Stato dovrebbe imporre alle banche — tramite decreto  — l’espropriazione temporanea dell’investimento estero. Le stesse banche verrebbero poi incaricate di effettuare l’operazione di vendita e di acquisto dei Btp.

Se una banca ha posizioni sull’estero di propri clienti per 10 miliardi, essa verrà incaricata di trasferire quella somma su Btp decennali. Ad operazione completata il cliente z, “espropriato" temporaneamente dei suoi 100mila euro, riavrà la stessa cifra in Btp.

E’ chiaro che nel complesso di questa operazione è probabile vi siano delle perdite, dato che la speculazione non dorme.

Per evitare che siano troppo alte il problema può essere quello dei tempi. Tempi troppo lunghi provocherebbero tensioni pericolose, ma tempi troppo brevi mi sembrano improbabili, a meno di una folle corsa a vendere dei possessori esteri.

In conclusione, il meccanismo ha degli inevitabili punti deboli, ma a fronte di una precipitazione della crisi non ci sarebbero molte alternative, salvo dichiarare il default sulla parte estera del debito sovrano. Un’ipotesi che potrebbe essere modulata a seconda delle varie categorie di creditori.

Chiudendo sul punto, è chiaro che l’ipotesi Giavazzi-Alesina potrebbe funzionare anche senza nazionalizzazione delle banche, ma con una norma ad hoc per costringerle ad operare come richiesto.

2. La nostra ipotesi in un certo senso è più soft, ma per altri aspetti più radicale. Essa consentirebbe non solo la “rinazionalizzazione” del debito, ma anche la sua sottrazione integrale (benché progressiva) alle logiche perverse dei mercati finanziari.

Il suo punto debole è quello dei tempi. Perché a fronte di una precipitazione degli eventi bisognerebbe comunque ricorrere allo schema del punto 1.

E però una cosa non esclude l’altra. Iniziare con i “Btp famiglia” potrebbe essere la prima mossa — diciamo ordinaria — che prepara (se necessario) quella straordinaria. Ed essa rappresenterebbe anche un segnale ai “mercati” ed alla speculazione, il segno che lo Stato non intende restare con le mani in mano. 


In pratica si tratterebbe di questo: 

1) Da una data x lo Stato emette solo un nuovo tipo di Btp decennale, chiamato per esempio “Btp famiglia”. 
2) Il governo dichiara che questo titolo è garantito al 100%. 
3) Il Btp famiglia potrà essere acquistato solo da soggetti italiani, avviando così una progressiva rinazionalizzazione del debito. 
4) Il suo tasso di interesse sarà un po’ più elevato di quello corrente, diciamo al 4% per i primi tre anni, del 3% per gli anni successivi. 
5) Questo titolo non sarà negoziabile sul mercato secondario. 
6) Ove l’investitore volesse rientrare in possesso del suo capitale prima della scadenza, ma dopo i primi cinque anni, lo Stato procederebbe al riacquisto al valore nominale. 
7) Qualora invece la richiesta di riacquisto avvenisse entro i primi cinque anni, lo Stato riacquisterebbe allo stesso valore meno una penale da calcolarsi allo scopo di impedire operazioni meramente speculative.

Lo scopo di questo meccanismo è chiaro: rinazionalizzare integralmente il debito, sottrarlo integralmente (benché progressivamente) ai mercati finanziari, avere alcuni anni di relativa tranquillità.

Se la situazione non dovesse precipitare — ipotesi certo improbabile — crediamo che questo meccanismo funzionerebbe alla perfezione, instaurando anche un nuovo senso di fiducia verso lo Stato.

Nel momento in cui invece la situazione precipitasse, si sarebbe comunque fatto un pezzo di strada nella giusta direzione. Non solo dal punto di vista finanziario, ma anche da quello politico e psicologico. Abituare le persone a strumenti nuovi in virtù di un passaggio straordinario potrebbe rivelarsi utile. E, a quel punto, il piccolo esercito degli investitori sull’estero — piccolo ma di certo aggressivo — dovrebbe confrontarsi con quello più ampio dei nuovi investitori sull’Italia.

Chi l’avrebbe mai detto che un giorno il vecchio “Bot people” sarebbe tornato utile... 




* Nel linguaggio giornalistico, l'insieme dei risparmiatori che, per prudenza, tendono a investire in sicuri titoli di Stato (come i BOT), tenendosi alla larga da titoli più rischiosi.


NOTE

[1] un mercato finanziario secondario è il luogo dove sono trattati i titoli già in circolazione, che vi rimangono fino alla loro eventuale scadenza, esso è concettualmente contrapposto al mercato finanziario primario dove il Mef colloca l'offerta pubblica iniziale di obbligazioni.

mercoledì 30 maggio 2018

SPREAD/RISPARMI: MATTARELLA MENTE! di Broker anonimo

[ 30 maggio 2018 ] 

Il 27 maggio è una data che resterà scolpita nella storia della Repubblica. Quel giorno Mattarella ha impedito (lo ribadiamo: con un atto anticostituzionale) la nascita del governo M5s-Lega.
Egli ha quindi giustificato questo atto illegale con una colossale bugia: "la difesa del risparmio degli italiani". Vale la pena riportare per intero le sue panzane:
«E' mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri che mi affida la Costituzione, essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani". "L'incertezza sulla nostra posizione nell'euro ha posto in allarme gli investitori e i 
E lo spread è schizzato in alto proprio dopo il golpe...
risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L'impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico, e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in Borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito e configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane. Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi per i mutui e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo, quando prima dell'unione monetaria europea gli interessi bancari sfioravano il venti per cento».

Nei giornali e nelle Tv di regime intonano la stessa antifona terroristica: "se sale lo spread sono minacciati i risparmiatori e cresce il debito pubblico"
Orbene abbiamo chiesto ad un broker (che ci ha chiesto di restare anonimo) il cui mestiere è appunto quello di offrire servizi finanziari a investitori e risparmiatori, come stanno davvero le cose. E che ci ha risposto? L'esatto opposto di quanto ha detto Mattarella.

*  *  *

D. Ci puoi parlare del nesso tra costo dello spread e debito pubblico? Questa mattina [ 30 maggio NdR] alcuni giornali parlano addirittura del rischio di default...

R. Non date retta. Leggo alcuni "economisti" per i quali l'innalzamento dello spread (peraltro provocato essenzialmente proprio dalle mosse maldestre del Quirinale) sarebbe costato all'Italia addirittura più di 30 miliardi. Si tratta di una fesseria al limite dell'incommentabile.
Com'è noto lo spread rappresenta (solo) il differenziale del tasso di interesse reale sui titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi.
E' chiaro che nel lungo periodo l'aumento dei tassi rappresenterebbe un problema per il debito pubblico italiano. Ma ad oggi il costo dell'aumento dello spread di questi giorni è sostanzialmente pari a zero. Avete capito bene: vicino a zero. Questo per il banale motivo che lo spread è calcolato sui prezzi del mercato secondario. Ma lo Stato non opera su questo mercato, nel quale perdite o guadagni riguardano solo altri soggetti (banche, fondi di investimento, privati cittadini).

Facciamo un esempio: se lo Stato ha emesso a prezzo 100 un titolo a 10 anni con interessi x, dopo 10 anni rimborserà quel titolo a prezzo 100 avendo pagato ogni anno l'interesse x. Se nel frattempo sul mercato secondario il valore del titolo muta, verso l'alto o verso il basso, questo per lo Stato non cambia niente.

Giova qui ricordare che i titoli del debito italiano (pari a circa 2300 miliardi) hanno una vita residua media di 7,4 anni. Dunque il grosso del debito non risente minimamente della volatilità dei mercati finanziari.

Il problema sorge solo nel medio-lungo periodo, perché se i tassi aumentano stabilmente lo Stato dovrà applicare interessi superiori ai titoli di nuova emissione. Ma quanti titoli emette annualmente lo Stato? Nel 2017 (anno giudicato particolarmente impegnativo) il tesoro ha emesso 260 miliardi di titoli. Questo vuol dire che se i tassi del mercato secondario si stabilizzassero su un aumento dell'1% rispetto ai valori attesi (ricordiamo che un aumento di 100 punti base equivale appunto all'1%), ed ammettendo un ennesimo importo di 260 miliardi annui, il costo per le casse dello Stato sarebbe di 2,6 miliardi. Cifra certo non disprezzabile, ma ben lontana da quella sparata da certi economisti di regime.
Ma questo calcolo di 2,6 miliardi è del tutto ipotetico, dato che i movimenti dello spread (come si è visto nella giornata di ieri) sono altamente volatili e nessuno può sapere quali saranno i valori futuri, comunque dipendenti assai più dalle scelte della Bce che dalle vicende politiche italiane.
Tornando agli assurdi calcoli che sentiamo fare dai media, facciamo presente che se l'attuale impennata dello spread dovesse durare una settimana il costo sarebbe all'ingrosso di 50 milioni di euro (2,6/52=0,05 md), se invece durasse un mese sarebbe di 216 milioni (2,6/12=0,216). 
Una "cifretta", a ben vedere, rispetto ai conti dello Stato, che smaschera come menzogne le cose che vengono dette.

D. C'è davvero un costo per i risparmiatori se sale lo spread?

R. Paradossalmente i risparmiatori non hanno alcun costo per l'aumento dello spread. Siccome essi acquistano normalmente i titoli per portarli alla scadenza, le fluttuazioni giornaliere dei prezzi non hanno per loro (salvo per chi si trovasse con l'urgenza di vendere sul mercato secondario, ma si tratta di una minoranza davvero infima) nessun rilievo. Viceversa, il risparmiatore che si trovasse ad avere una disponibilità finanziaria per investire, avrebbe solo da guadagnare dall'aumento dello spread. Non è difficile capire, infatti, che se ho centomila euro disponibili ed i tassi sono saliti dell'1% ne ricaverò un beneficio annuo di mille euro.

D. E qual è l'impatto dello spread sui mutui?

R. I terroristi di regime mentono anche su questo fronte. Non solo non c'è nessun legame meccanico tra spread e mutui, ma addirittura può essere vero il contrario, cioè l'aumento dello spread potrebbe favorire l'abbassamento dei tassi sui mutui. Ce lo spiega Vito Lops sul Sole 24 Ore di stamattina: «Il punto è che i momenti di tensione finanziaria, contrariamente a quanto si può credere in prima analisi, nel breve periodo giocano a vantaggio dei nuovi mutui e non certo ledono quelli già stipulati». Non c'è altro da aggiungere.


giovedì 19 maggio 2016

TITOLI DI STATO, BANCHE ITALIANE E APPETITI TEDESCHI di Piemme

Tabella n.1
[ 19 maggio ]


Alcuni lettori si lamentano che qui  "parliamo troppo di economia e di finanza". A noi non pare. In un mondo dove l'economia — per meglio dire quella che Aristotele bollava crematistica— predomina, chi voglia davvero cambiare lo stato delle cose, non quindi contemplarle da.. economista, è tenuto quanto meno a capire come funziona il gioco, per comprendere quanto esso sia truccato e predatorio, ed eventualmente conoscerne i suoi punti deboli.

Com'è noto la Germania, dopo avere imposto il meccanismo del bail-in, che come spiegavamo sembra fatto apposta per penalizzare le banche italiane —che infatti, vedi tabella n.2, hanno subito un vero e proprio tracollo del valore delle loro capitalizzazioni di borsa—, per bocca del suo Ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, ha ribadito che proporrà "all'Europa" che sia posto un limite a quello che hanno definito "acquisto smodato" di titoli di Stato da parte delle banche: "Bisogna ridurre i rischi che si determinano con la connessione fra il debito pubblico e i bilanci delle banche".


Ribadito, appunto, perché la Bundesbank, per bocca del suo presidente Jens Weidmann, ci torna sopra un giorno sì e l'altro pure.


E la chiamano "unione" europea...
Un'altra mossa che sembra stata fatta apposta per terremotare il già fragile sistema bancario italiano, già gravemente zavorrati dagli Npl o crediti deteriorati.[1]  Una mossa che nasconde gli appetiti predatori delle grandi banche tedesche, che mirano appunto a papparsi quelle italiane. Con buona pace dei buoni propositi unionisti si fanno sentire i vecchi meccanismi della concorrenza inter-capitalistica, il cui motto è, tanto più in tempi di crisi sistemica, mors tua vita mea.
Tabella n. 2

Facciamo quindi due conti.

Non è un segreto per nessuno che il Quantitative Easing di Draghi si è rivelato un colossale fallimento. Il Qe è però servito alle banche tutte dell’area dell’euro, che ne han tratto da esso enormi vantaggi. Le banche europee detengono circa 1.850 miliardi di titoli di Stato in euro (in media il 5,8% degli asset totali ma una cifra più alta del Pil italiano). 

Il vantaggio? Non dovendo rispettare limiti sull’entità dell’esposizione hanno aumentato i loro profitti parassitari grazie al carry trade — che consiste nella differenza tra il costo del finanziamento presso la Bce più basso rispetto al rendimento del bond—,  usando poi l’abbondanza dei titoli come collaterale per le operazioni Bce e per soddisfare i requisiti più stringenti sulla liquidità.

Ma a quanto ammonta la cifra dei titoli di stato in possesso della banche italiane? E'  preso detto: 455 miliardi di euro.

Come mostra la Tabella n.3 nel portafoglio titoli delle banche italiane il  92% sono Btp mentre l'8% è costituito da titoli di debito pubblico di altri paesi dell'area euro.

Se guardiamo invece al portafoglio titoli delle banche teutoniche il 69% è costituito da titoli di stato tedeschi, mentre il 31% sono titoli di altri paesi dell'area euro.
Tabella n.3

Ma come spesso accade le percentuali non ci dicono tutto.

E' vero che per le banche tedesche i titoli di Stato in portafoglio sono il 3,3% dei loro attivi (il 6,7% per quelle italiane), ma esse ne detengono, in valore assoluto, la cifra più alta.  Non parliamo poi della massa enorme di derivati che proprio le banche tedesche hanno in pancia.
Ci ricordava quindi Alessandro Merli che tutto dipende dai criteri che verranno eventualmente adottati per "ripulire" i conti delle banche:
«Se invece venisse adottato un tetto all'esposizione delle banche al debito sovrano, secondo una simulazione di impatto condotta dall'Esrb lo scorso anno, l'imposizione di un criterio di diversificazione costringerebbe le banche tedesche al più alto volume in valore assoluto, fra tutti i Paesi dell'eurozona, di vendite di titoli di Stato in “eccesso” nei propri portafogli: 303 miliardi di euro (su un totale di 716 miliardi dell'intera area euro), se venisse applicato un tetto pari al 25% dei mezzi propri. Se metà dell'esposizione venisse esentata dal tetto, le banche tedesche si troverebbero comunque costrette a vendere 120 miliardi di euro di titoli di Stato, più della metà del totale dell'eurozona». [Il Sole 24 Ore del 23 aprile scorso] 
Morale: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. 
Per quanto banchieri, maghi della finanza e ministri tentino di fare, senza una consistente crescita economica globale, l'Unione europea resta l'epicentro della crisi mondiale e, come andiamo dicendo da tempo potrebbe essere proprio il legame "perverso" tra debiti privati e debito pubblico a scatenare dei default a catena. 

NOTE

[1] Già nel 2010 dovevamo smentire la favola che le banche italiane stavano in buona salute perché non avevano "tanti" derivati in pancia.... Ci tornammo sopra nel luglio 2013: "VERSO IL CROLLO DELLE BANCHE ITALIANE"

venerdì 26 febbraio 2016

LI CHIAMANO NON-PERFORMING LOANS (Ue: chi sta messo peggio?)

[ 26 febbraio ]

SONO PIU' ESPLOSIVI I TITOLI TOSSICI (DERIVATI ECC.) O I "CREDITI DETERIORATI"?

Sono considerati Non-performing loans (Npl) i "crediti deteriorati" in pancia alle banche, ovvero  i crediti per i quali la riscossione è incerta sia sotto il profilo del rispetto della scadenza che per l’ammontare dell’esposizione —quindi sofferenze e incagli di cittadini e aziende indebitatisi con le banche medesime.

Sotto questo profilo, a causa delle depressione economica nonché delle politiche austeritarie e pro-cicliche adottate dal governo Monti in poi, le banche italiane stanno messe male, anzi malissimo —saremmo a 300miliardi di euro.

Non fosse stato per il Quantitative easing della Bce —grazie al quale le banche han potuto utilizzare la moneta offerta da Francoforte a tassi irrisori per poi acquistare titoli di Stato a più alto rendimento— molte banche italiane sarebbero già andate in default. 

In questo contesto si può comprendere la dimensione dello scontro con Berlino ed il "Partito tedesco" i quali ammoniscono che le banche italiane avrebbero in pancia troppi titoli di stato e dovranno allinearsi senza fiatare alle norme sul bail-in entrate in vigore il 1 gennaio. 

In estrema sintesi: l'esecuzione dei vincoli del bail-in e l'obbligo alle banche italiane di ricapitalizzarsi contestualmente sbarazzandosi di una parte consistente dei titoli di stato, mentre ha già messo in moto una fuga dei depositi verso l'estero, significherebbe farne precipitare il valore favorendo la loro acquisizione da parte di colossi bancari esteri (anzitutto tedeschi e francesi), altre banche semplicemente fallirebbero.

Nelle tabelle accanto gli attivi delle banche rispetto al Pil di alcuni paesi Ue —indice sicuro del livello di finanziarizzazione sistemica

Ma come stanno le cose con i sistemi bancari degli altri paesi della Unione europea? Ci giunge in soccorso un recentissimo studio de Il Sole 24 Ore. 

Cosa si evince? Che se consideriamo quanto pesano titoli derivati o meglio tossici sui bilanci delle banche la situazione è a dir poco allarmante. Le banche europee (per non considerare quelle a stelle e strisce) stanno messe peggio delle nostre. Comprese quelle tedesche, che di derivati in bilancio ne hanno a bizzeffe. Degno di nota che il governo tedesco —mentre impedisce a Roma ogni "aiuto di stato" alle banche locali e vorrebbe che queste si sbarazzassero dei titoli pubblici di debito—, per protegge le proprie, ha adottato da poco una riforma delle legge fallimentare che le mette al riparo da eventuali bolle sui derivati ed i titoli tossici.[1]




NOTE

[1] In Germania la direttiva europea sulla risoluzione delle banche ha comportato
la modifica alla legge fallimentare. Nella primavera del 2015 il Parlamento ha varato una riforma che introduce un elemento nuovo: le obbligazioni senior (quelle tradizionali) ìdal 2017 saranno “indebolite” e rese di fatto subordinate rispetto ad altre passività operative non garantite della banca. Per esempio i depositi (anche quelli sopra i 100mila euro) e le passività derivanti da operazioni di derivati. Questo significa che se una banca dovesse fallire, verrebbero “bruciate” prima le azioni, poi le obbligazioni subordinate e poi quelle «senior». 
Queste ultime, grazie alla riforma della legge fallimentare, verrebbero dunque aggredite prima dei depositi e delle esposizioni in derivati. La logica di questa scelta è duplice. Da un lato si proteggono i conti correnti e le operazioni in derivati, perché sotto di loro si crea un “cuscinetto” di titoli aggredibili prima. Dall'altro si evita che le banche siano costrette ad emettere tanti nuovi bond subordinati per creare un adeguato “cuscinetto” di titoli (Tlac). Questo protegge i conti correnti e i derivati (molto presenti nelle banche tedesche), ma ha creato contenziosi con gli obbligazionisti senior (che sono investitori istituzionali)

martedì 28 ottobre 2014

STRESS TEST, BANCOCRAZIA, FINANZA PREDATORIA

28 ottobre.
Sabato scorso eravamo sotto casa di Draghi, a protestare contro la Bce e la sua politica monetaria, concausa decisiva delle politiche austeritarie e antipopolari. Avessimo avuto i risultati degli stress test avremmo avuto una ragione in più per gridare la nostra indignazione. 

Pubblichiamo qui sotto l'analisi di Morya Longo e Fabio Pavesi* sugli "stress test", che mette bene in mostra come i criteri con cui questi sono stati compiuti sono sostanzialmente arbitrari, per non dire truccati, ovvero a favore delle banche che hanno in pancia più titoli tossici e che fanno trading coi derivati. Il tutto a favore, anzitutto delle banche tedesche, inglesi e francesi, ed a danno di quelle italiane. Ciò con l'assenso della Banca centrale europea.
Analisi vera, quella di Longo e Pavesi, ma allo stesso viziata da un patriottismo zoppo —in linea con la linea della Confindustria che per proteggere la finanziaria renziana ora scopre improvvisamente che le regole europee sono fallaci. 
E' vero (vedi tabella più sotto) che le banche italiane hanno meno titoli tossici e fanno meno speculazione coi derivati. Ma esse sono gravate non solo da un quantità molto più grande di sofferenze (cresciute del 40%, toccano i 135 miliardi), ma pure dal peso preponderante di titoli pubblici italiani —che i "mercati" considerano, dato l'alto debito italiano e il connesso rischio di default, ad alto rischio. Ecco spiegato il crollo di Piazza Affari di ieri. 
Chiediamo a Longo e Pavesi: non è forse SPECULAZIONE FINANZIARIA prendere moneta sonante dalla Bce a tassi irrisori per poi acquistare titoli di stato italiani con interessi doppi o tripli? Non è forse lucrando sul debito pubblico che le banche italiane hanno sanato i loro bilanci?


Il paradosso del test
Negli istituti italiani i crediti pesano il 56,3% dell'attivo, in quelli tedeschi solo il 30,5%
PENALIZZATO IL CREDITO ALL'ECONOMIA REALE
di Morya Longo e Fabio Pavesi*

«Gli stress test della Bce raggiungono un risultato quasi paradossale: se da un lato sono stati eseguiti per rafforzare le banche in modo da permettere loro di tornare a erogare credito, dall'altro penalizzano proprio quelle che più si sforzano di sostenere le imprese.


I parametri su cui sono stati tarati gli stress test, a giudicare dai risultati, sembrano battere più duro sull'economia reale che sulla finanza. Se l'Italia esce sconfitta rispetto ad altri Paesi, è anche (non solo, ovvio) per questo: le nostre banche hanno la "colpa" di essere troppo esposte su un'economia reale che si deteriora. Se Paesi come la Germania escono vittoriosi, invece, è per il motivo opposto: l'economia è ben più forte di quella italiana – il che costituisce un indubbio vantaggio –, ma soprattutto le grandi banche tedesche sono poco esposte sull'economia reale e molto più sui mercati finanziari.

I risultati comunicati dalla Bce domenica, infatti, sono in parte influenzati dalla scelta e dal peso dei parametri. Quando la Bce e l'Eba hanno immaginato lo scenario avverso su cui testare la sopportazione dei bilanci bancari, hanno ipotizzato un marcato calo del Pil (-6,1% per l'Italia nel triennio 2014-2016, -7,6% per la Germania e -6% per la Francia), un aumento della disoccupazione, un drastico calo dei prezzi degli immobili, una riduzione dell'inflazione. Questo ha avuto un impatto negativo, negli stress test, sul portafoglio crediti delle banche. Gli "esami sotto sforzo" hanno certamente tenuto in conto anche parametri finanziari, ma su questo fronte lo "stress" è stato minore: anche nello scenario avverso, infatti, le banche europee sul fronte della finanza avrebbero addirittura ben 6 miliardi di ricavi.

Questo, inevitabilmente, ha condizionato i risultati finali. Perché le banche di certi paesi sono più sbilanciate sull'economia reale e quelle di altri Stati più sui mercati. Secondo i dati di R&S Mediobanca, relativi ai bilanci 2013, le banche italiane, spagnole e dei Paesi bassi sono le più impegnate a sostenere l'economia reale: i crediti verso la clientela sono pari al 56,3% del totale attivo per le principali banche italiane, al 58,4% per le spagnole e al 58,2% per le olandesi. Per intenderci: per ogni 100 euro impiegato dalle italiane, nonostante il credit crunch degli ultimi anni, 56 sono stati utilizzati per erogare credito a famiglie e imprese. Ovvio che se si ipotizza una nuova pesante recessione, dopo quella già vissuta, queste sono le banche che soffrono di più: sicuramente più delle tedesche (che hanno crediti alla clientela pari al 30,5% dell'attivo), delle francesi (36,1%) o delle inglesi (44,4%).

Peccato che le banche tedesche e francesi siano piene zeppe di derivati: le big in Germania ne hanno per il 26,7% del totale attivo e quelle francesi per il 15,5%, mentre le italiane si fermano al 6,6%. Peccato che la maggior parte di questi derivati (l'89,9% in Germania) sia utilizzata per fare "trading" e non per fini di copertura dei rischi. Peccato, inoltre, che le banche tedesche e francesi siano ancora piene di titoli "tossici", quelli impossibili da valutare perché non hanno alcun valore di mercato: ammontano al 48% del patrimonio netto tangibile in Germania e al 27% in Francia, contro il 16,7% in Italia. Tutta questa finanza nei bilanci cambia in maniera sensibile il totale degli «attivi ponderati per i rischi» (Rwa), cioè il parametro chiave su cui si calcola il fabbisogno di capitale: le banche tedesche riescono a ridurli artificialmente più delle italiane perché la finanza pesa meno dell'economia reale nei bilanci (non solo negli stress test). Dunque riescono ad avere un livello di solidità patrimoniale più elevato.

E la differenza si vede bene guardando le singole banche. Le tedesche (Landesbank comprese) hanno tutte superato gli esami. Anche la traballante Commerzbank, la seconda banca tedesca che per stare in piedi ha dovuto chiedere pesantemente aiuto allo Stato tedesco e ha fatto un aumento di capitale a maggio. I crediti sono meno della metà dell'attivo di bilancio. Il resto è trading finanziario. È poco più piccola come totale di bilancio di Intesa Sanpaolo ma le bastano poco più di 25 miliardi di capitale per superare gli stress test, quando Intesa aveva a fine 2013 capitale netto tangibile per 37 miliardi. Il colosso francese Societé Générale ha un bilancio doppio (1.141 miliardi) di Intesa Sanpaolo, ma ha prestiti all'economia per solo il 29% del bilancio contro il 52% di Intesa. Il resto – circa 800 miliardi – sono attività finanziare: titoli, derivati e quanto altro. SocGen si è presentata agli esami (superati) con soli 37 miliardi di capitale primario.

Intesa che paga l'esposizione doppia all'economia reale, pur avendo un bilancio che è la metà della francese ha bisogno degli stessi livelli di patrimonio per superare gli esami sotto sforzo. E che dire delle banche inglesi che pur sono fuori dall'euro? Tutte promosse, anche quella Royal Bank of Scotland che ha costretto il Governo britannico alla sua nazionalizzazione pena il default. La banca inglese (che ha cumulato perdite per 45 miliardi di sterline dal crac Lehman) stava in piedi con solo 56 miliardi di euro di capitale netto tangibile (dati R&S Mediobanca di fine 2013) su un attivo totale di bilancio che vale 1.232 miliardi. Siamo a poco più del 4% di capitale a garanzia della solidità finanziaria della banca che più ha patito la crisi.
Qual è il punto di forza della banca? Ha crediti per soli 530 miliardi, poco più di UniCredit che ha un bilancio totale più piccolo di oltre il 30%. E che deve supplire alla sua esposizione a famiglie e imprese dovendo mettere in cascina (in proporzione) molto più capitale della banca inglese».


Fonte: Il Sole 24 Ore del 28 ottobre 2014

lunedì 11 agosto 2014

COSA SONO E A COSA SERVONO I TITOLI DI STATO? di Riccardo Tomassetti*

11 agosto. Riccardo Tomassetti (nella foto) è uno degli esponenti di punta in Italia della Teoria Monetaria Moderna (Me-Mmt). 
Sarà con noi al Forum Europeo in Assisi, precisamente nella giornata di sabato 23 agosto.
In questa scheda Riccardo ci spiega cosa sono i Titoli di stato, e la loro diversa funzione a seconda che lo Stato abbia o non abbia la sovranità monetaria.

Si definiscono Titoli di Stato (d’ora in avanti tds) quelle obbligazioni emesse dal Ministero dell’Economia per conto dello Stato. Le obbligazioni sono dei “pacchetti”, contenenti una promessa di pagamento, emessi da società o enti pubblici che attribuiscono al loro possessore il diritto al rimborso, alla scadenza, del capitale investito, più un interesse su tale somma.

In altre parole, acquistando un titolo di Stato, la banca centrale apre un conto corrente a vostro nome, che ha una durata pattuita (1, 5 o 10 anni per esempio), e vi accredita la somma che avete speso per acquistare il titolo più gli interessi dovuti.
Di questo credito si potrà disporre solo alla scadenza prestabilita.

A cosa servono i tds?

Anche in questo caso è necessario fare un distinguo in base alla differenza, già trattata in precedenza, tra Stato a moneta sovrana e Stato utilizzatore di moneta. Questo perché i tds assolvono funzioni completamente diverse nei due casi.

Uno Stato che non ha il pieno controllo della propria moneta è costretto ad emettere obbligazioni per finanziare la propria spesa. Cosa succede, cioè, se uno Stato non può stampare la moneta al momento dell’occorrenza ed è rimasto a corto di denaro? E’ obbligato a prendere soldi in prestito che dovrà però restituire con gli interessi e lo fa, per l’appunto, utilizzando lo strumento dei tds. Un investitore che acquista tds emessi da uno Stato a moneta NON sovrana non fa altro che prestare dei fondi per un certo periodo di tempo ricevendone un guadagno.

Quando un paese opera con una moneta sovrana invece, non ha bisogno di ricorrere ai tds per trovare denaro necessario alla propria spesa, perché può crearlo dal nulla. Non deve chiederlo in prestito preventivamente e la spesa che effettua non è mai vincolata alle entrate! In questo caso, dunque, l’emissione di tds diventa un’operazione volontaria che ha due scopi ben precisi:

1) dare la possibilità ai privati di investire i propri risparmi in un conto corrente detenuto presso la Banca Centrale che matura interessi. In altri termini è una politica di spesa a favore dei privati;

2) controllo e regolazione del tasso di interesse interbancario (prestiti overnight) che è un fondamentale tasso di interesse di riferimento per molti altri importanti tassi, tra cui mutui, prestiti, etc..etc.. La complicata spiegazione del procedimento attraverso il quale uno Stato può controllare i tassi di interesse con l’emissione dei tds esula dagli obiettivi di questo lavoro che ha come scopo la massima semplificazione dei concetti espressi. Ci basti sapere che la possibilità per una banca di investire una parte del proprio patrimonio in tds ricavandone un utile, permette ad un governo di mantenere il controllo sui tassi di interesse.

Quest’ultimo argomento è di fondamentale importanza e ci permette di capire, ancora una volta, quale differenza cruciale comporti, per uno Stato, la possibilità o meno di avere piena sovranità monetaria. Infatti, nel secondo dei due casi citati, l’emissione dei tds non è frutto della necessità di finanziare la spesa pubblica ed essendo un’azione volontaria ne permette il pieno controllo. Sarà quindi lo Stato a fissare il valore (tasso) dei suoi tds in base agli obiettivi finanziari e fiscali che si propone.

Nel secondo caso invece, per un governo che non ha il monopolio di emissione di una moneta, ricorrere a prestiti di denaro diventa un’operazione imprescindibile. Il risultato è disastroso perché, avendo necessità di vendere i suoi tds, è costretto a sottostare agli interessi privati dei mercati di capitali. I tassi di interesse saranno fissati dalle dinamiche di mercato e non più dallo Stato, ma non è tutto, perché perdendo la possibilità di creare moneta dal nulla e trovandosi costretto a chiederla in prestito, uno Stato corre il rischio di rimanerne a corto. Questa labilità finanziaria induce i privati che prestano il denaro a perdere la fiducia nel fatto che quello Stato possa ripagare i debiti, in fondo per ripagarli avrà bisogno di altri prestiti che a loro volta andranno ripagati con altri prestiti e così via..

Per questo motivo chi presta i soldi chiederà interessi sempre maggiori come garanzia, inducendo lo Stato ad indebitarsi sempre più e in questo caso si tratta di un debito VERO e molto pericoloso. L’unica via di uscita per uno Stato utilizzatore e non emettitore di moneta, che si ritrova con l’acqua alla gola, sta nella possibilità di spendere sempre meno operando tagli al settore pubblico e aumentando a dismisura le entrate fiscali. Ciò creerà disoccupazione.

Ancora una volta cedere la propria sovranità monetaria ha portato una sola conseguenza certa: tagli e tasse. Un disastro.

* Fonte: Me-MMT 

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