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mercoledì 15 gennaio 2020

FRANCIA: PERCHÉ QUI DA NOI NO di Riccardo Achilli

Perchè in Francia si protesta e in Italia ci sono le sardine? Alcuni spunti di una riflessione possibile

Perché in Francia un intero popolo protesta da settimane in forma radicale e da noi è sorto un movimento filo-sistemico e narcotico come quello delle Sardine? Perché da loro ci sono i gilets jaunes e da noi no? Credo valga la pena di interrogarsi a fondo su tale dilemma, evitando posizioni facilone, del tipo “quanto sono ganzi i francesi e quanto siamo bischeri noi”.
Senza voler avere la pretesa di una

venerdì 22 marzo 2019

FRANCIA: L'ESERCITO CONTRO I GILET GIALLI di Joël Perichaud

[ 22 marzo 2019 ]

Disorientato, sopraffatto, alle prese con le legittime richieste dei francesi che non ne possono più, Macron è andato nel panico. 

Dato che con le sue manovre diversive (Grande dibattito, "emergenza" clima climatica, ecc.) non ha ottenuto risultati,  l'odiato Macron passa alla fase successiva. Le sue limitazioni della democrazia (legge sulle "fake news", legge anti-casseur, il divieto di manifestare), la sua repressione con l'uso di veicoli e armi da guerra (VBR, LBD 40, granate GLI-F4, droni, ecc. .) non impressiona i Gilet gialli che lottano per vivere degnamente del loro lavoro e per la democrazia.


Macron è spaventato. Ha paura del popolo francese e quindi si costruisce una muraglia per proteggersi: l'operazione Sentinel, fino ad oggi dedicata esclusivamente alla lotta contro il terrorismo, sarà deviata dalla sua missione per sostituire il CRS per sorvegliare, ogni sabato, i palazzi del potere e gli edifici pubblici.

Lo schieramento di soldati sul territorio nazionale per garantire operazioni interne di mantenimento dell'ordine pubblico è un fatto inedito. Questo impegno delle forze armate all'interno dei nostri confini solleva la questione della legalità di tale decisione e dimostra, ove fosse necessario, che Macron e le forze neoliberali che rappresenta sono pronte a tutto per mantenere il loro potere e i loro privilegi.


Quelli che non capivano perché il potere ed i partiti, di destra e sinistra, hanno voluto un esercito professionale mercenario per sostituire l'esercito del popolo dovrebbero svegliarsi ... la dittatura di Macron sta facendo passi da gigante!

* Fonte: PARDEM

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mercoledì 23 gennaio 2019

IL PATTO DI AQUISGRANA E L'ITALIA di Moreno Pasquinelli

[ 23 gennaio 2019 ]

Che il governo giallo-verde sia disfunzionale ai poteri forti eurocratici è un fatto. Lo è altrettanto che esso sia la parodia di un governo autorevole che sappia quel che vuole.

Mentre ad Aquisgrana le due principali potenze dell'Unione siglano un patto di ferro che avrà ripercussioni serissime a scala globale qui da noi si cazzeggia, ci si azzuffa, non sulla deriva del Paese, bensì su quella di qualche decina di migranti al largo della Libia. Lo spettacolo, francamente, è penoso, compresa la pantomima della discordia con Parigi — ancora una volta, sui "migranti", mica sul fatto che la potente finanza d'Oltralpe continua, senza incontrare ostacoli degni di questo nome, a fare shopping delle industrie del Bel Paese!?

Che l'Asse Carolingio tra Berlino e Parigi — il suo battesimo avvenne nel 1963 col Trattato dell'Eliseo tra De Gaulle e Adenauer — fosse l'architrave dell'Unione europea lo sapevamo. 

Con la firma del Patto di Aquisgrana — non a caso capitale del Sacro Romano Impero e luogo di sepoltura di Carlo Magno — è avvenuto un salto di qualità. L'asse si consolida, diviene un vero e proprio sodalizio strategico. L'élite europeista italiana, messa come uno zimbello davanti al fatto compiuto, è in forte imbarazzo, e tenta di sminuire la portata del patto tentando di rubricarlo, con improbabile sufficienza, allo scatto d'orgoglio di due "anatre zoppe", o di dargli una lettura politicista, come gesto tattico di contrasto in vista delle elezioni europee ai rinascenti nazionalismi e populismi o, infine, di una mera consacrazione della "Unione a due velocità". Non è così. Non è solo così.

Al netto degli aspetti tecnici, economici e militari, comunque rilevanti, del nuovo trattato, [1] esso rivela la visione e le determinazioni delle frazioni capitalistiche dominanti nei due paesi — che da soli fanno il 50% del Pil dell'Eurozona —, quelle che nei decenni hanno accresciuto senza soste la loro intercompenetrazione. [2] 

La visione carolingia, con buona pace dell'europeismo irenico, è presto detta e deriva da una diagnosi: l'Unione europea non tiene, le forze centrifughe sono preponderanti su quelle centripete, ed è quindi destinata a sgretolarsi. Berlino e Parigi fanno capire che essi non ritengono che dopo lo sfaldamento si potrà tornare allo status quo ante Ue, ad una Comunità concorde di stati nazionali formalmente sovrani. Essi considerano che le "inarrestabili" forze sotterranee che stanno dietro alla globalizzazione spingeranno forzosamente gli stati nazionali deboli e diventare vassalli delle grandi potenze geopolitiche, economiche e militari. 

Qual è dunque la prognosi? Il Patto di Aquisgrana contiene due cose in un una: da una parte il messaggio alle tre grandi potenze mondiali (USA, Cina e Russia) che Germania e Francia rafforzano la loro intesa e saranno protagoniste della contesa imperialista mondiale; poi abbiamo un vero e proprio ultimatum agli attuali recalcitranti partner dell'Unione: o aggregate i vostri scassati vagoni alla locomotiva carolingia (rinunciando alle vostre vacue pretese sovrane), oppure, d'ora in avanti, vi considereremo zone ostili da colonizzare. Un ultimatum rivolto non solo ai paesi dell'Est europa (che tra l'incudine tedesca ed il martello russo invocano come vassalli la protezione americana) ma pure al all'élite italiana, che è posta davanti al dilemma: propaggine mediterranea del blocco carolingio o continuare a fungere da longa manus degli americani?

L'élite italiota pare divisa: una gran parte, quella di dogmatica fede europeista (non solo piddina) tifa per l'asse carolingio, un'altra, più tradizionalista, pende per restare sotto tutela americana. E il "governo populista"? E' in stato confusionale, balbetta, parla d'altro. Più che navigare a vista si fa portare dalle correnti. Ma le correnti spingono in direzioni opposte, direzioni che potrebbero accentuare il dissidio tra Cinque Stelle e Lega portando alla fine del "governo populista".

In questo contesto assume grande importanza la decisione che il governo vorrà prendere, per quindi inoltrarla al Parlamento, in merito cosiddetta "autonomia potenziata" rivendicata da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Al di là delle intenzioni degli "autonomisti" qui si manifesta la potente forza calamitante che spinge il Nord del Paese verso la Germania. Una forza che ove non venisse contrastata potrebbe condurre alla dissoluzione dello Stato nazionale. Che nel corpaccione della Lega il "nordismo" sia fortissimo è cosa nota. Vedremo presto se il "nazionalismo" salviniano sia una cosa seria o se non sia invece solo il Cavallo di Troia di chi punta a sfasciare il Paese. Un Paese che le elezioni del 4 marzo 2018 hanno confermato come già spaccato in due. [Vedi grafica sotto]


Elezioni del 4 marzo 2018: il voto alla Camera
Il pallino è in mano ai Cinque Stelle che, se non per visione strategica (vattela a pesca quale essa sia), per rappresentanza d'interessi sociali dovrebbero opporsi al "secessionismo dei ricchi".

Nessuno, né a destra né a sinistra, né tantomeno nel campo populista, avanza una visione indipendente, quella di un'Italia sovrana e indipendente, che giochi una sua propria partita geopolitica e storica. Tutti, ma proprio tutti, sembrano aver introiettato la narrazione (falsa) che la globalizzazione sarebbe inarrestabile di qui la conclusione (altrettanto falsa) che non ci sarebbe futuro per stati nazionali sovrani, quindi non disponibili a farsi intruppare come vassalli in una contesa imperialista gravida di catastrofiche conseguenze.

Qui sta, oltre tutto, la funzione di una Sinistra Patriottica, quella di raggruppare le forze migliori del nostro Paese, certo attorno ad un progetto di Paese fondato sulla democrazia e l'eguaglianza sostanziale, ma un Paese che vuole contare nel mondo in virtù di una forza anzitutto politica e spirituale, come faro di una nuova civiltà. Ben sapendo, come insegnava Macchiavelli, che «Tutti e' profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorono»

NOTE

[1] Il Patto di Aquisgrana rafforza di molto gli istituti comuni tra i due paesi, tra cui il Consiglio dei ministri franco-tedesco e quello per la Difesa e la sicurezza. Quindi una maggiore cooperazione militare ed una più stringente cooperazione economica. I due paesi si sono garantiti assistenza anche militare in caso di aggressione armata (!), quindi la cooperazione delle forze armate e delle industrie attive nel settore della difesa sarà più stretta. Sul piano squisitamente economico, il Patto sancisce la creazione di una "zona economica franco-tedesca dotata di regole comuni" per "favorire la convergenza tra i due paesi e accrescere la competitività": ergo: anche verso gli altri paesi intra-Ue, anzitutto l'Italia. Viene creato un Consiglio comune di esperti economici e stabilito un coordinamento per politiche neo-colonialiste comuni, anzitutto verso l'Africa. Infine (di qui la protesta dei Gilet Gialli) la trasformazione delle zone transfrontaliere (leggi anzitutto Alsazia e Lorena) in zone "speciali" come laboratori per sperimentare e avviare quella che a noi pare una vera e propria fusione federale futura tra i due stati.

[2] La Germania è il primo partner commerciale della Francia e il secondo più grande investitore estero nel Paese, oltre 4mila imprese tedesche operano in Francia con una forza lavoro oltre le 310mila unità ed un giro d'affari di 140miliardi. Da parte sua la Francia è un partner decisivo per la Germania: il secondo dopo gli Stati Uniti per esportazioni (106miliardi di euro nel 2017 e il terzo per importazioni dopo Cina e Olanda, 64miliardi). Secondo l'INSEE (l'istituto francese di statistica) 2.700 imprese francesi sono presenti in Germania dando lavoro a 363mila addetti.



domenica 24 giugno 2018

IL TRAPPOLONE (FRANCO-TEDESCO) di Leonardo Mazzei


[ 24 giugno 2018 ]

L'ultima trovata: far decidere ai parlamenti di Berlino e Parigi la politica economica italiana. Non è uno scherzo, è la proposta Merkel-Macron. E poi qualcuno ci chiede perché insistiamo tanto sulla sovranità...
A Berlino stan preparando una trappola. Ed a Parigi gli tengono bordone. Nel mirino - sai che novità! - l'Italia. Il terreno è stato arato fin dall'autunno scorso, con il famoso non-paper di tre paginette col quale Wolfgang Schäuble dette il suo addio all'Eurogruppo. Ora, dopo otto mesi, Angela Merkel proverà a tradurre in pratica le dritte del suo ex ministro. L'occasione sarà quella del vertice europeo della prossima settimana.


«L'ultima trappola di Schäuble in Europa», questo il titolo insolitamente allarmato dell'insospettabile Sole 24 Ore dell'11 ottobre 2017. Insospettabile pure l'autore, Alberto Quadrio Curzio, non esattamente un "populista". Il quale, descrivendo la proposta dell'ormai ex ministro delle Finanze tedesco, parlava già allora di: «un Fondo monetario come "sovrano rigorista"» e di una «minacciosa "gestione ordinata" dei titoli di Stato», concludendo seccamente che «la proposta è da respingere e non solo perché sarebbe micidiale per l’Italia».



Com'era immaginabile quella di Schäuble non era la mera esercitazione di un ministro in disarmo. Tant'è che adesso la cosa si fa seria. Ce ne parla stavolta un altro insospettabile, Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri l'altro. Il fatto è che l'informale non-paperdell'attuale presidente del Bundestag ha ora preso l'ufficialissima forma di una proposta firmata dal duo Merkel-Macron.



Ma se a ottobre l'establishment nostrano sembrava deciso a dire no, adesso invece tentenna. Lorsignori comprendono che il cappio franco-tedesco riguarda in qualche modo anche loro, ma l'alternativa è il dilagare del populismo, addirittura il licenziamento della tanto amata Merkel, che Dio non voglia! 



Di questo atteggiamento tentennante l'articolo del Fubini è un esempio pressoché insuperabile. Ma qual è la posta in gioco, in vista del vertice europeo di fine giugno? Nel loro recente incontro, Merkel e Macron hanno trovato un accordo su due punti: un mini-bilancio dell'Eurozona a partire dal 2021, come chiesto dalla Francia; un nuovo ruolo dell'Esm (European Stability Mechanism, il cosiddetto "Fondo salva-Stati"), come voluto da Berlino in linea con il lascito testamentario di Schäuble. Ma mentre il risultato per il piccolo Napoleone parigino è più che altro di facciata (l'entità del bilancio della zona euro è tutta da vedere, ma già viene indicata come particolarmente modesta), il cuore della proposta è come sempre nella parte che arriva direttamente da Berlino.



Entriamo dunque nel merito. Il comunicato franco-tedesco ci dice che l'Esm 
«dovrebbe avere la capacità di valutare la situazione economica degli Stati membri, contribuendo alla prevenzione delle crisi». 
C'è in questa frase il succo dell'idea di Schäuble, quella di assegnare ad una istituzione "tecnica", dunque non soggetta a trattative politiche, le scelte economiche fondamentali non tanto - si badi - a livello europeo, quanto quelle propriamente spettanti agli Stati. I quali dovrebbero semplicemente adeguarsi alle decisioni dell'Esm. 



Ma questo varrebbe per tutti gli Stati? Ovviamente no. In base all'idea dei due simpaticissimi padroni dell'Europa, mentre 17 Paesi dell'Eurozona perderebbero ogni parvenza di sovranità, gli altri due (casualmente Germania e Francia) non solo non vi rinuncerebbero, ma acquisirebbero addirittura il potere di decidere per conto degli altri. Bella no, l'Europa! Quella del sognooo!



Ora qualcuno penserà che stiamo esagerando, che forse si tratta di uno scherzo, che proprio così non può essere. E invece no. Il meccanismo pensato dalla coppia Merkel-Macron è piuttosto semplice, una roba che la può capire anche un piddino. Siccome i due non sono del tutto insensibili alle ragioni della democrazia, essi hanno pensato che certe decisioni possano essere prese solo con la maggioranza dell'80% dei "diritti di voto". Attenzione, non dei voti di ciascun membro, che la cosa non farebbe al caso loro, bensì dei "diritti di voto" assegnati a ciascun Paese in base alle proprie quote detenute nell'Esm. "Diritti di voto" che solo per Germania e Francia superano - guarda un po' il caso! - il 20%. Per la precisione, la quota della Germania è del 27,14%, quella della Francia è del 20,38%, mentre quella dell'Italia è del 17,91%.



Ovvie le conseguenze politiche di un tale meccanismo. E qui lasciamo la parola a Fubini, sennò pare che siamo solo noi a "pensar male". Dopo aver detto che 
«Questo è un passo significativo verso la subordinazione dei Paesi dell'area al Bundestag, dunque agli umori dell'opinione pubblica tedesca», egli osserva che «Solo Germania e Francia hanno di fatto un veto individuale su ogni decisione, perché solo loro hanno quote sopra il 20%. Così l'Esm in questa proposta vigila su tutta l'area euro, in competizione con un organo sovrannazionale come la Commissione Ue, ma non può fare nulla che il Bundestag non approvi: un'evidente violazione del principio di uguaglianza fra Stati alla base dell'Unione europea».

E su cosa potrebbe decidere l'Esm, cioè di fatto i governi (o, se volete, i parlamenti) di Berlino e Parigi, se la proposta dell'asse carolingio dovesse disgraziatamente passare? Ovvio, esso potrebbe decidere anzitutto sulle modalità di un eventuale default del debito di alcuni Stati, Italia in primis.



Ora, che una ristrutturazione del debito italiano sia necessaria è cosa abbastanza ovvia, come cosa altrettanto nota è che la forma più indolore di una tale operazione consiste proprio nell'uscita dall'euro. Ma che tempi e modalità di questa possibile scelta debbano essere decisi da Francia e Germania, via Esm, questo va al di là di ogni immaginazione. Oltre alla totale perdita di sovranità, due le conseguenze disastrose per il nostro Paese. In primo luogo le "condizionalità", cioè i nuovi sacrifici, che verrebbero imposti dall'Esm per portare in porto quello che ci verrebbe presentato come un "salvataggio" (vedi il caso greco). In secondo luogo - e qui sta la principale preoccupazione del Fubini - l'inevitabile aumento dello spread che seguirebbe da subito l'eventuale approvazione della linea franco-tedesca.



Tutto questo perché l'idea Merkel-Macron è quella di adottare un sistema di riduzione del debito sul modello del bail in bancario, mettendo cioè in preventivo una certa perdita per i detentori dei titoli del debito italiano, con la conseguenza di spingere questi soggetti a vendere, alzando così immediatamente tassi e spread. Inutile dire come questa sequenza avrebbe un micidiale effetto sull'economia italiana. Ma evidentemente è proprio questo il risultato voluto: mettere in ginocchio l'Italia, per meglio depredarla e per cacciare da subito il governo gialloverde. 



Se questo è il regalino del duo franco-tedesco, cosa propone di fare il Fubini? Ovviamente è qui che casca l'asino. Tanto chiaro nel denunciare la pericolosità della trappola congegnata contro l'Italia, il Nostro diventa all'improvviso tentennante quando si tratta di indicare il che fare. Un atteggiamento che evidentemente non è solo il suo, e che esprime piuttosto bene l'attuale smarrimento delle nostrane èlite.



L'articolista ammette che 
«accettando l'ipotesi di accordo franco tedesco si potrebbe aprire la strada a un governo dell'unione monetaria con un potere speciale del Bundestag», che dunque «l'Italia potrebbe mettere il veto», 
ma... Ovvio che a questo punto del discorso arrivi il più grande dei ma di questi timorati di un Dio che risiede a Berlino. E difatti: «In questo modo, però, rischierebbe di favorire la sostituzione di Angela Merkel con un cancelliere tedesco ancora meno disposto a compromessi».



Ora, a parte il fatto che chiamare "compromesso" una piena capitolazione come quella dell'accettazione del piano Merkel-Macron fa venire in mente solo la faccia di tolla di un Tsipras che si mette la cravatta per festeggiare il disastro greco chiamandolo "uscita dalla crisi", la conclusione del Fubini è una specie di "Merkel o morte" che la dice assai lunga sullo stato di salute di quel pezzo di establishment in qualche modo rappresentato dal Corsera.



Noi ci auguriamo invece che la posizione del governo italiano sia ferma, costringendo l'asse franco-tedesco a ritirare la proposta o, nel caso non la ritirasse, usando il diritto di veto. In gioco non è solo questa fondamentale partita, ma il futuro dello scontro che si profila con l'Unione europea. Se non si dicesse di no a questa micidiale trappola, figuriamoci come andrebbe poi il confronto sulle regole di bilancio, sulle quali da Bruxelles si continua quotidianamente a tuonare. Il no andrà dunque detto subito e senza incertezze.



Molti sono i limiti, le debolezze, le contraddizioni, del governo Conte, ma chi scrive non pensa che vi sarà una capitolazione. Da più parti si spingerà il governo ad un passo falso, cercando di staccare il presidente del consiglio dalle forze politiche che lo hanno espresso, giocando la carta Tria contro l'esecutivo che l'ha dovuto inglobare per ordine quirinalizio. Da altre parti si dirà (ed anzi già si dice) che questo è addirittura un Monti bis: alla faccia del rigore analitico... 



Ma lasciamo perdere. La convinzione sul no italiano alla porcata carolingia non nasce da una particolare fiducia in questo o quel personaggio. Essa deriva invece da due dati di fatto: che sulla questione europea il governo gialloverde gode di un consenso più ampio dei due partiti che lo compongono, che l'Unione europea è ormai in una crisi esistenziale di cui non si vede l'uscita. Non è dunque il tempo della paura, bensì quello dell'azione e della mobilitazione.

Necessaria, quest'ultima, specie in vista delle battaglie dell'autunno. Perché anche un no alle pretese del duo Merkel-Macron non sarà sufficiente a fermare l'azione genocida dell'oligarchia eurista. I fatti ci diranno se ci sbagliamo, che se invece non ci sbagliamo le alternative saranno due e soltanto due: o il percorso di liberazione nazionale avrà davvero inizio o le forze della peggiore restaurazione oligarchica avranno il sopravvento per un periodo non breve. Con buona pace di chi crede di potersela cavare con la politica del né né.
PS - Sul tema di cui si occupa questo articolo, il Corriere della Sera di stamattina pubblica con grande risalto la lettera di tre economisti - Francesco Giavazzi, Lucrezia Reichlin e Luigi Zingales - a Giuseppe Conte. La tesi dei tre è che, sì nel progetto Merkel-Macron vi sono delle insidie per l'Italia (peraltro pudicamente non esplicitate), ma che esse non sono tali da dover mettere il veto. Anzi, secondo i tre, il progetto dell'asse carolingio è nella sostanza positivo. Dunque il governo italiano, anziché ostacolarlo, dovrebbe entrare senza problema alcuno nel negoziato che si aprirà. 


Dopo la trappola franco-tedesca (che almeno Fubini denuncia), ecco ora quella predisposta dai falsi amici del governo italiano. Il consiglio dei tre non è certo disinteressato. Per loro tutto deve essere sacrificato al Dio Euro ed all'attuale costruzione europea. A Conte viene amichevolmente chiesto di stare al gioco, tanto poi le disastrose conseguenze di una simile scelta cadrebbero appunto sul "governo populista" che essi combattono. Che dire? Dagli amici mi guardi Iddio che ai nemici ci penso io.

sabato 17 marzo 2018

FRANCIA: 22 MARZO 2018, GIORNATA DI FUOCO


[ 17 marzo 2018 ]

«I conflitti oggi sono numerosi e diversificati: guardie penitenziarie, personale del EHPAD [le strutture pubbliche per ospitare pensionati, anziani e malati, NR] e ospedaliero, mini-jacquerie contadine, multiple lotte per posti di lavoro e salariali in molte aziende, tensioni nelle scuole superiori e nelle università, nella polizia,  negli enti locali ... maturano le condizioni per un vasto movimento sociale unitario. (...) 
È necessario un vasto movimento sociale, che vada dagli agricoltori agli studenti delle scuole superiori, passando per i dipendenti pubblici e privati, i disoccupati, gli utenti dei servizi pubblici, i pensionati».
Così inizia il comunicato diffuso dai nostri compagni del PARDEM.

Da parte sua Melenchon ha diffuso un appello a partecipare in massa agli scioperi e alle mobilitazioni del prossimo 22 marzo.
«Chiamo quindi tutti coloro che si riconoscono nel programma dei francesi insubordinati [insoumise, NdR] per unire i loro sforzi a fianco degli impiegati in lotta. Chiedo loro di unirsi il più possibile a dimostrazioni e azioni di ogni tipo che rafforzeranno questa battaglia: scioperi, cortei, azioni di sensibilizzazione, ecc. In primo luogo, gli insubordinati si preoccuperanno di mobilitare l'opinione pubblica, quelli che non lavorano direttamente nei settori interessati ma che ci tengono alla qualità del servizio pubblico».
Ma che succede il 22 marzo? 

Succede che dopo diversi giorni di scioperi e proteste in vari settori sociali —anzitutto contro la privatizzazione di trasporti pubblici, contro i tagli allo stato sociale, ecc.— ci sarà lo sciopero generale dei dipendenti pubblici. La mobilitazione è stata proclamata congiuntamente, fatto inedito, da tutti e sette i principali sindacati del pubblico impiego.

Il clima, in vista del 22, inizia già a surriscaldarsi e Macron, il finanziare che tutto vuole privatizzare, e che con la Merkel si "preoccupa per l'esito delle elezioni italiane e sogna di rafforzare l'ordoliberismo europeo", non nasconde la sua preoccupazione.



venerdì 28 luglio 2017

NAZIONALIZZARE SI PUÒ, MACRON LO DIMOSTRA di Leonardo Mazzei

Macron tra i lavoratori dei cantieri STX di S. Nazaire
[ 28 luglio 2017 ]

Non bisogna prendersela con Macron, lui fa gli interessi del suo Paese. Bisogna incazzarsi con gli ascari che governano da decenni l'Italia, che hanno privatizzato tutto e svenduto aziende e settori strategici a multinazionali straniere.


Sprezzanti del senso del ridicolo l'hanno chiamata «nazionalizzazione temporanea». In questo il governo francese non è stato il primo, visto che la stessa formula l'aveva adoperata otto mesi fa Palazzo Chigi per Mps. Quel che è interessante, però, è che nel caso dei cantieri Stx, Parigi ha apertamente rivendicato l'interesse strategico nazionale.

E qui i giornaloni nostrani cadono dal pero. Ma come, ma Macron non era un'europeista a tutto tondo? Il fatto è che il piccolo napoleone (con la enne rigorosamente minuscola, s'intende) non è solo neanche su questo. In quanto a protezionismo anche Berlino infatti non scherza, e la scorsa settimana la Germania ha adottato una normativa che consente al governo di bloccare acquisizioni di società tedesche oltre il 25%, in settori giudicati strategici. La differenza è che la normativa tedesca si riferisce ad acquirenti extra-UE, mentre la decisione francese su Stx colpisce un'azienda di un altro paese dell'Unione come Fincantieri.

I più comici nel rispondere allo schiaffo francese sono stati i ministri Padoan e Calenda, che hanno parlato di "decisione incomprensibile". Incomprensibile? Forse per loro,
CGT dei cantieri di Sainte-Nazaire
imbevuti come sono dell'ideologia neoliberista, non certo per i comuni cittadini che hanno ben compreso almeno due cose. La prima, che nella mitica Europa ci sono sempre più palesemente due pesi e due misure; più precisamente ci sono i paesi che comandano e quelli che eseguono. La seconda, che le nazionalizzazioni si possono fare eccome.

A mostrare lo squilibrio tra Italia e Francia bastano alcuni dati. Se la Francia ha da ridire sull'acquisto del 66,7% della piccola Stx, che in termini monetari vale la miseria di 80 milioni di euro, a quanto ammontano le acquisizioni francesi nel nostro Paese? E' presto detto. Negli ultimi vent'anni, da quando cioè oltre che "europei" siamo anche diventati eurizzati, lo shopping francese in Italia è stato pari a 101,5 miliardi (miliardi, non milioni) di euro.

Facciamo solo alcuni esempi, quelli più macroscopici. Nel settore bancario Bnl è interamente posseduta da Bnp Paribas, così come il fondo Pioneer è passato interamente nelle mani di Amundi. Diversi prestigiosi marchi dell'agroalimentare, come Parmalat ed Eridania, sono controllati al 100% da Lactalis e Cristal Union. Poi c'è la grande distribuzione con il ruolo pigliatutto di Carrefour. Per non parlare della moda, dove grandi nomi del made in Italy - come Fendi, Bulgari, Loro Piana, Gucci, Pomellato e molti altri - sono posseduti (dall'80 al 100%) dai due giganti d'oltralpe Lvmh e Kering. Quindi l'energia (e qui arriviamo a settori davvero strategici), dove Edf controlla il 100% di Edison e Suez il 23% di Acea. Poi la logistica con Alstom che ha il 100% di Fiat Ferroviaria. Ed infine le telecomunicazioni, dove Vivendi ha il 28,8% di Mediaset e soprattutto il 23,9% di Telecom (oggi Tim), una percentuale che gli assicura di fatto il controllo dell'azienda.

Un elenco impressionante che non ha bisogno di particolari commenti. Un commento che va invece fatto sull'attuale governo e sull'intera classe politica dell'ultimo quarto di secolo. Costoro, anziché scandalizzarsi di quel Macron che pure, non più tardi di quaranta giorni fa, avevano salutato come il Salvatore d'Europa, farebbero meglio a fare mea culpa sulla loro subalternità - teorica e pratica - all'ideologia mercatista. E' questa subalternità dell'intera classe dirigente italiana ai dogmi neoliberisti, ed alle oligarchie euriste posizionate lungo l'asse carolingio, il vero cancro da rimuovere.

Inutile dire che il mea culpa dovrebbe estendersi ai loro servitori dei media. I quali hanno fatto tutto il possibile per far credere ai cittadini la panzana del libero mercato. Hanno fatto di tutto per far diventare la parola "nazionalizzazione" una bestemmia, ed ora non sanno come trattare le decisioni farncesi. Ma la storia, pian piano, si vendica e si

vendicherà di questi miserabili. Lo diciamo da tempo: la crisi della globalizzazione, che è per noi benvenuta, conduce inevitabilmente ad una rinazionalizzazione della politica, anche e soprattutto la politica economica. In quale direzione si svilupperà questo processo è da vedersi, ma le scelte di Macron (come pure quelle tedesche) confermano come sia questo il corso delle cose. Prenderne atto, per agire di conseguenza, costruendo cioè un sovranismo democratico e costituzionale, è l'unica risposta all'altezza della situazione.

In ogni caso le decisioni di Macron su Stx una cosa la dicono chiaramente: nazionalizzare si può, basta volerlo. Perché - settore strategico per settore strategico - non porsi allora l'obiettivo di rinazionalizzare intanto le telecomunicazioni e dunque Tim, togliendola così di mano al signor Bolloré?

Di questo bisognerebbe discutere anche in vista delle prossime elezioni politiche, altro che i toni lamentosi degli editorialisti sedotti ed abbandonati dal loro Macron.


lunedì 10 luglio 2017

RENZI NON È MACRON di Carlo Formenti

[ 10 luglio 2017 ]

Il populismo dall’alto nel nostro Paese non funziona. Questa la lucida presa d’atto di due editorialisti di rango del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo e Massimo Franco, sulle pagine del quotidiano in edicola lo scorso 28 giugno.

Prima di entrare nel merito dei loro articoli, tuttavia, credo occorra premettere alcune riflessioni sul quadro politico globale che è venuto delineandosi nella prima metà dell’anno in corso. Dopo le batoste incassate con la Brexit, l’elezione di Trump e il disastroso (per Renzi) esito del referendum italiano sulle riforme costituzionali, e a fronte delle apprensioni generate dall’ascesa di movimenti antiglobalisti di sinistra e di destra (da Sanders a Mélenchon, passando per Podemos e Marine Le Pen), abbiamo assistito al progressivo rinsaldarsi di un fronte “antipopulista” mondiale costituito dai maggiori partiti tradizionali (conservatori, socialdemocratici, centristi), non di rado uniti in grandi coalizioni trasversali, e sostenuto a spada tratta da tutti i media mainstream.

Il dato interessante è che questa Santa Alleanza, mentre in alcuni casi ha ottenuto risultati mediocri (vedi il mancato trionfo conservatore ai danni di Corbyn), ha funzionato alla grande laddove, a guidare la controffensiva, non sono stati i vecchi partiti, bensì, come è avvenuto in Francia, formazioni inedite camuffate da movimenti anticasta e guidate da giovani leader (Macron) abili nel giocare a loro volta la carta del leader carismatico (populismi dall’alto, li ho definiti in apertura di articolo, a significare che, mentre adottano lo “stile” populista, hanno orientamenti politici opposti ai movimenti che tentano di mobilitare il popolo contro le élite).

L’eccezionalità del caso Macron, argomenta giustamente Cazzullo, consiste nel fatto che il personaggio è sì figlio della domanda di rinnovamento dei francesi, ma anche dell’establishment. È, per usare le sue parole, «l’uomo su cui l’establishment ha puntato per intercettare la volontà di cambiamento e nello stesso tempo salvare se stesso» (cambiare tutto per non cambiare nulla o, per usare una categoria gramsciana, scongiurare le velleità rivoluzionarie innescando una rivoluzione passiva). Non è che in Francia manchi lo spirito antisistema, aggiunge ancora Cazzullo, è che il sistema – in primis le istituzioni dello Stato – sono (ancora?) abbastanza solidi per reggere alla sfida dei Mélenchon e delle Le Pen e della protesta sociale che si profila dietro i loro movimenti. In Italia questa solidità non esiste né si vede all’orizzonte nessun Macron in grado di svolgere il ruolo di salvatore della Patria (leggi dell’establishment).

È difficile non vedere, dietro quest’ultima annotazione, un segno della crescente sfiducia della grande borghesia nostrana nei confronti dell’uomo, Matteo Renzi, che avevano sperato potesse dare a sua volta vita a un populismo dall’alto in grado di arginare il conflitto sociale. Una sfiducia che traspare anche dall’articolo che Massimo Franco dedica, nella pagina a fianco, alla crescente irritazione generata, dentro e fuori il suo partito, dall’ostinazione con cui Renzi persegue contro tutto e tutti l’obiettivo di tornare al potere contando solo sulle forze dei suoi fedelissimi. Ma per riuscirci occorrerebbe (ma non è detto basterebbe): 1) disfarsi del Pd per costruire quel partito della Nazione di cui lo stesso Renzi va vociferando da tempo; 2) godere dello stesso consenso e della stessa popolarità (nel Paese e non solo nel suo partito) di cui gode Macron. Per la prima operazione il tempo è scaduto (nel senso che non è pensabile realizzarla prima delle elezioni), quanto al secondo requisito è evidente che Renzi non sembra all’altezza di Macron.

Ciò detto, né Cazzullo né Franco sembrano avere le idee chiare sul “che fare” il che, mentre è preoccupante per l’establishment Liblab nostrano, potrebbe essere una buona notizia per chi si propone di abbatterlo. Purtroppo, nemmeno in questo campo si vedono forze politiche e leader all’altezza del compito.

giovedì 29 giugno 2017

MACRON (ANCHE LUI) ANDRÀ A SBATTERE CONTRO IL SOVRANISMO TEDESCO di Piemme

[ 29 giugno 2017 ]

Com'è noto il mandato di Mario Draghi come Presidente della Bce scade nell'ottobre 2019. E' noto che i banchieri tedeschi non hanno mai davvero digerito la sua politica monetaria "espansiva" (Quantitative easing), politica che senza dubbio ha evitato il crack del sistema bancario dell'Unione (checché se ne dica a Berlino quello tedesco incluso), quindi la stessa moneta unica. Critiche a Draghi che sono state reiterate anche di recente
Il presidente della DeutscheBundesbank Jens Weidmann [nella foto] ha ad esempio affermato a Berlino il 29 maggio scorso:
«Solo per pochi la Coca Cola può fare parte di un regime alimentare sano e la caffeina, al posto di uno stile di vita salutare, alla fine non fa che aumentare i rischi. Per lo stimolo monetario vale lo stesso: può essere usato, come la caffeina, per ‘risvegliare’ l’economia ma un consumo eccessivo porta a rischi e a effetti collaterali nel tempo...Anche la Coca-Cola, come le politiche di sostegno monetario, vengono usate come rimedi per tutti i mali: oltre al suo vero compito, che è quello di mantenere stabili i prezzi, la politica monetaria dovrebbe rafforzare la crescita, abbassare il tasso di disoccupazione, garantire la stabilita’ del sistema finanziario e, assieme, anche rendimenti adeguati ai cittadini».
Al netto delle analogie gastronomiche, un distillato chimico della dogmatica monetarista teutonica (stabilità dei prezzi come stella polare), un esempio del rapporto patologico che in Germania si ha col denaro.E non è un segreto che i tedeschi esigeranno che dopo Draghi, la Bce sia guidata da un loro alfiere. Non c'è da fare chissà quali divinazioni per sapere chi potrebbe essere questo alfiere: si tratta appunto dell'attuale presidente della banca centrale tedesca Jens Weidmann.  Un avvicendamento, quello di Weidmann alla Bce, che esprime bene quello che non può essere altrimenti chiamato che come sovranismo tedesco, della volontà di potenza di quella grande borghesia.

Una volontà di potenza che potrebbe addirittura azzoppare l'asse carolingio con la Francia del super-europeista Macron. Alcuni segnali non vanno infatti sottovalutati. Appena eletto Macron si è recato a Berlino, indicando quanto stia a cuore alla cupola bancocratica francese il sodalizio con quello tedesco. Riguardo alle traballanti sorti della Ue Macron ha ribadito alla Merkel quel che aveva detto in campagna elettorale, riassumibile in tre punti: una politica di bilancio europea, un ministro europeo della finanze, la mutualizzazione del debito.
La Merkel gli ha sibillinamente risposto: "Ho fiducia in Macron. Egli sa quel che deve fare". Ma poi, chi ha orecchie per intendere intenda, ha aggiunto: "Il sostegno tedesco non può rimpiazzare le riforme che si debbono fare in Francia". Tradotto significa: "la Francia rientri presto nei parametri deficit su Pil, e compia quei tagli radicali alla sua ingente spesa pubblica. Il resto alle calende greche".

Ci è andato ancor più duro proprio il falco Weidmann.
Il 25 giugno scorso il numero uno della BundesBank ha rilasciato una dichiarazione al giornale tedesco Welt am Sonntag in cui senza peli sulla lingua dice a Macron che di mutualizzare i debiti dei paesi dell'eurozona non se ne parla nemmeno, ed insiste anzi nel chiedere la fine del Quantitative easing e, come detto dalla Merkel, che Parigi metta a posto il suo bilancio pubblico in forte disavanzo.
Ce ne da conto anche LA STAMPA del 26 giugno che titola "Lo schiaffo di Weidmann: nessun regalo a Macron". 
Weidmann ha in particolare affermato:
«Una garanzia comune sui debiti pubblici sarebbe la strategia sbagliata, di fronte a sovranità nazionali: questo ingrandirebbe il problema dell'Europa, non lo risolverebbe. Una mutualizzazione comune può avvenire alla fine di un processo che porti a un'unione fiscale, se i diritti nazionali sulle decisioni sostanziali fossero passati a livello europeo. Io però non vedo la disponibilità a fare questo. I Paesi che vogliono la garanzia comune insistono altrettanto sulla sovranità nazionale, come tutti gli altri».
Messaggio chiarissimo: La Germania è disposta a correre in soccorso ai "paesi periferici, solo a patto che cedano (alla Germania, s'intende) gli ultimi scampoli di sovranità statuale e nazionale. 

Chissà se se lo metteranno in testa i tanti sinistrati che invocano "più Europa". Quelli che senza magari volerlo fanno da truppe cammellate al "partito tedesco" della grande borghesia italiana.

giovedì 15 giugno 2017

LA FRAGILE VITTORIA DEL SIGNOR MACRON di Jacques Nikonoff

[ 15 giugno 2017 ]
L'articolo dell'altro ieri LA VITTORIA DI PIRRO DI MACRON, LA CAPORETTO DI GRILLO E L'ITALIA RIBELLE, ha suscitato alcuni interessanti commenti, anzitutto per quanto concerne la portata ed il significato del successo delle liste pro-Macron alle elezioni legislative. 
Pubblichiamo l'intervista che Russia Today ha fatto a Jacques Nikonoff (J. N.), segretario nazionale dei nostri compagni di Partito della Demondializzazione (Pardem).

D. Vede i risultati del partito di Emmanuel Macron alle elezioni parlamentari come un successo?

Jacques Nikonoff (JN) In termini di numero di seggi parlamentari ottenuti se l'andamento del primo turno delle elezioni fosse confermato al secondo, la maggioranza assoluta sarebbe un innegabile successo. Ma in termini di voti, i candidati sostenuti da Macron hanno ottenuto molto meno di lui. Mentre il signor Macron aveva ottenuto 8,6 milioni di voti al primo turno delle presidenziali e 20,7 milioni nel secondo, i suoi candidati ha avuto solo 6,4 milioni di voti.

Inoltre, i 24,4 milioni di cittadini che si sono astenuti (record storico 51.29%), non hanno voluto sostenere Macron. Quest'ultimo, probabilmente super-maggioranza nella futura Assemblea Nazionale, sarà una minoranza nella società. Questa assemblea mancherà di legittimità. Le forze politiche scarsamente rappresentate in Parlamento a causa di una legge elettorale iniqua, dovranno ricorrere alla mobilitazione sociale per fermare la politica ultra-liberista che sta arrivando. Macron è infatti un agente del sistema della globalizzazione neoliberista, attivamente sostenuto dagli Stati Uniti, dalla Cancelliera Merkel e dall'Unione europea.

France RT: Lei pensa che queste legislative segnano la fine dei repubblicani e dei socialisti?
JN: Non sappiamo come andrà a finire con questi due partiti. Sia che sopravvivano o scompaiano, in ultima analisi, ciò ha poca importanza, perché in sostanza condividono le stesse idee socio-economiche, politiche, istituzionali e di politica estera. Sono neoliberisti, europeisti e atlantisti. Questa è esattamente la linea strategica del signor Macron. I ceti politici repubblicano e  socialista sono residuali, si tratta di fazioni dell'oligarchia che non sono stati riciclati nella grande lavatrice che è il movimento di Macron.

RT. France: la nuova maggioranza assoluta, composta da personalità da sinistra e destra, sarà in grado di governare?

JN: Questa nuova maggioranza è composta da tre categorie di persone. C'è anzitutto quella dei traditori, coloro che hanno lasciato il loro vecchio partito (repubblicani e socialisti) per quello di Macron perché la ciotola era più attraente. Poi ci sono i membri delle classi medio-alte, che sono entrato in politica per divertimento, senza il minimo senso di responsabilità ove fossero stati eletti. Infine v'è una corte di lobbisti passati con Monsieur Macron solo per difendere gli interessi privati ​​che rappresentano, quelli delle grandi imprese. Il senso dell'interesse generale, la dedizione al bene pubblico è completamente assente dallo spirito e la cultura di questi individui. Essi ci gettano in una gravissima crisi politica.

* Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

mercoledì 17 maggio 2017

LA FRANCIA EUROPEISTA? FALSO! di Massimo Bordin

[ 17 maggio ]

La Francia è tutta con Macron ed è tutta europeista. Questo ci viene raccontanto dalla mattina alla sera da quando il gerontofilo Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio alle presidenziali francesi. Peccato che sia una panzana! Per capirlo basterebbe guardare la percentuale di voto del primo turno - quando i francesi poterono esprimere la loro opinione senza ricatto - e soprattutto la stampa più analitica dei mangialumache, che propina da qualche giorno un'interessante analisi del fenomeno Internet in Francia.

Partiamo dai dati del primo turno: contro il sistema euro e antiausterità non c'era solo il Front National, ma anche Melenchon, Dupont-Aignan, Lassalle, ecc. A favore della Ue, e persino con molte prudenze e tantissimi distinguo, non c'era solo En Marche, il partito sorosiano inventato da Macron, ma anche i due paraculi della vecchia guardia partitocratica: Fillon e Hamon. Se sommiamo i due gruppi, come nell'infografica pubblicata da Giovanni Zibordi, vediamo che la situazione tra i due schieramenti era pari: 38 per cento contro la Ue, 38 per cento a favore (e con moooooolta prudenza). Il resto dei cittadini, 24 per cento circa, si è dichiarato indeciso o indifferente.

Quale lezione si può ricavare da questo voto?
clicca per ingrandire
Che non tutto è perduto per i sovranisti, ma soprattutto che Marine Le Pen ha giocato male le sue carte. Ha spinto sui migranti, che in Francia non sono però un grandissimo problema. Se vi eccita la black people e volete ammirare dei neri (anzi, delle donne di colore, che è meglio) andatevente a Parigi, non in Africa. I francesi sono infatti il paese europeo che da tanti anni si confronta col suo passato colonialista e le città sono piene di "stranieri" da decenni; inoltre, i terroristi che hanno fatto le stragi in Francia erano francesi e non gente scesa col barcone, quindi questo tema non era poi così avvincente come lo sarebbe, forse, da noi in Italia.

Inoltre, ed è la cosa più interessante, Marine le Pen è stata presentata come fascista dai media e qui è arrivata la mazzata che ha portato alla vittoria di Macron. La questione determinante, quella economica, non è stata gestita dalla Le Pen con sufficiente competenza e si è visto, anche nel famoso dibattito televisivo.

Una Fascista e tentennante in economia? Meglio Macron, si son detti, ma ciò non significa per niente preferire l'austerità.

Secondo e più interessante punto: a quanto pare i francesi non si fidano molto delle notizie online. Sotto il profilo dell'informazione sono rimasti piuttosto tradizionalisti. Quello che era riuscito a Trump, insomma, cioè di usare twitter come un bazooka, non è stato possibile alla Le Pen, che aveva a che fare con una popolazione molto affezionata a le Figaro e compagnia cantando.

CONCLUSIONE. 


Sbagliato, sbagliatissimo agitarsi per la sconfitta della Le Pen. I francesi sono abituati a manifestare per i loro diritti, e anche in modo molto violento. Dal 1789 in poi hanno fatto decine di manifestazioni in grado di rovesciare un governo. Su questo sono dei maestri assoluti. Allora le cose sono due: o Macron si limita ad amministrare l'amministrabile, rosicando qualcosa a Bruxelles, e allora i sovranisti sono fregati. Oppure il fighetto d'oltralpe porta l'austerità già vista in Italia con Monti - dove i dipendenti statali sono ora tutti ultracinquantenni e si va in pensione dopo la morte - e in Grecia, dove gli ammalati si portano il cibo da casa quando vanno in ricovero ospedaliero.

Se sarà così, per i sovranisti europei si prospetta una stagione politica interessante. La più interessante di tutte.

* Fonte: Micidial

lunedì 15 maggio 2017

ATTALI, CIOÈ MACRON (come salvare la Francia a spese dell’Italia) di Mitt Dolcino

Macron e Attali
[ 15 maggio 2017]

Ho riletto recentemente un libro importantissimo, il saggio “Come finirà” di Jacques Attali: ebreo, estremamente influente, consigliere di svariati presidenti francesi senza distinzione partitica e soprattutto vero mentore di Emmanuel Macron, molto probabilmente il prossimo presidente d’oltralpe. Oggi molti in Italia pensano erroneamente che avere un giovane come presidente in Francia sia una buona notizia. Nulla di più errato, sarà il perfetto contrario per gli interessi italici. Visto che quanto verrà fatto da Macron ricalcherà le idee di Attali ben spiegate nel saggio in oggetto, vale la pena di spiegarvi quale può essere la strategia eurofrancese del nuovo presidente in relazione all’Italia. Notasi: il saggio citato è del 2010, ossia antecedente a tutti gli eventi più scottanti che hanno riguardato l’Italia, di fatto anticipati in modo addirittura imbarazzante. In breve, i concetti fondamentali che emergono dallo splendido saggio sopra citato sono, secondo chi, scrive quattro. 

Primo: la storia insegna che gli Stati perdono la loro autonomia venendo fin anche smembrati principalmente a causa dell’eccesso di debito (normalmente in presenza di un debito eccessivo si diventa un protettorato alla mercè di chi detiene le tue obbligazioni).

Secondo: appunto, la crisi del 2008 secondo l’autore non fu una semplice recessione ricorrente ma una vera crisi sistemica del modello capitalistico occidentale del primo mondo, a causa principalmente di un accumulo eccessivo di debito con corrispondente enorme creazione di credito bancario, per sostenere i consumi altrimenti asfittici. 

Terzo: l’Italia – secondo Attali – era messa particolarmente male a causa dell’enorme debito pubblico, con inevitabili crisi prospettiche; nonostante questo, lo stesso autore ammette che l’uscita dall’euro sarebbe stata utile all’Italia, ma questo avrebbe disintegrato l’Ue e quindi gli interessi di Francia e Germania soprattutto a causa delle conseguenze del subprime, positivissime per Roma in rapporto alle altre capitali ex-coloniali europee (le cui banche erano tecnicamente fallite e infatti vennero salvate in larga parte dallo Stato). 

Alcuni esempi di banche fallite in Europa, dove lo Stato dovette intervenire con la segregazione dei debiti in “bad banks” o ricapitalizzazioni: Ubs, Ing, Ikb, WestLb, Dexia, Lloyds, Rbs, Northern Rock, Hsh Nordbank, Santander, Bank of Ireland, Commerzbank, Deutsche Postbank, ecc.

Il punto 4, l’ultimo, lo spiegherò di seguito. Prima una contestualizzazione importante, taciuta (ad arte) da Attali che – non dimentichiamolo mai – resta profondamente francese: nel 2009 l’Italia presentava il sistema bancario più sano dell’Occidente grazie ad una relativa arretratezza che aveva evitato agli istituti nazionali – a pena di rendimenti passati più bassi delle controparti estere – di prendere rischi che non si comprendevano. Ad esempio i debiti subprime nei portafogli delle banche italiane erano relativamente ridotti, idem i crediti concessi alla Grecia. E senza dimenticare che gli immobili in Italia salirono sì ad inizio millennio, ma non raggiunsero mai i livelli folli di Irlanda, Spagna e finanche Olanda. Ossia i debiti inesigibili italiani, a fronte di una economia che tutto sommato teneva, erano perfettamente sotto controllo. L’unica banca italiana che soffriva era Unicredit, a causa delle sue partecipate tedesche e austriache. Ma tale istituto venne di fatto salvato da Gheddafi, sempre vicino all’Italia nel momento del bisogno (sua madre era italiana). Molto probabilmente tale intervento a salvataggio di Unicredit rappresentò il giusto motivo per toglierlo di mezzo.

Ora il punto 4.
I paesi fortemente indebitati e in crisi del 2009 – Italia esclusa, come abbiamo visto – rappresentavano il primo mondo; in tale contesto non potevano crollare e, come sempre capita quando si parla di potenze coloniali, fu necessario fare in modo che il debole pagasse per te (…). Da qui la decisione dei grandi europei di imputare colpe tutto sommato inesistenti all’Italia, con il fine di impossessarsi dei suoi attivi, per salvarsi loro stessi. Forse ora si capisce la reiterata richiesta a Berlusconi di fare arrivare la Troika in Italia. Il Cavaliere giustamente rifiutò e sappiamo come è andata a finire. Poi l’austerità imposta dall’Eu franco-tedesca via Mario Monti e continuata con Letta e Renzi (tutti e tre cooptati dall’Eu francotedesca, il primo al limite del criminale per le conseguenze dei suoi provvedimenti) ha fatto il resto, indebolendo le imprese nazionali e quindi creando i famosi crediti inesigibili “Npl”, che vediamo oggi su tutti i giornali (dopo 6 anni di recessione imposta dall’austerità è un miracolo non essere ancora falliti). Ora, Attali scrisse in tempi non sospetti nel suo saggio che l’Italia non poteva ne può uscire dall’euro, altrimenti salta l’Ue e dunque prima di tutto la Francia, oberata da privilegi statali enormi. Dunque, Macron cosa farà quando sarà alla presidenza francese? Semplice, seguirà le ricette economiche di Attali. Ossia per salvare la Francia supporterà il più possibile l’austerità a danno dell’Italia, che dovrà accettare la Troika. Ossia spogliarsi dei propri beni anche con tassazione enorme verso i propri concittadini.

Vedremo se a causa di ciò il Belpaese diventerà semplicemente povero o verrà anche fatto a pezzetti. Per inciso, di uscire dall’euro manco a parlarne (ed ora con Trump “normalizzato” anche l’ultima speranza è morta). Ah, dimenticavo: in questi casi la storia insegna che il sangue per le strade è immancabile. E se pensate che – come “sempre” è accaduto – “qualcuno” difenderà il Belpaese da tale ignobile fine, temo vi sbagliate: guardate solo chi è stato insignito della Legion D’Onore francese tra i notabili italiani per capire che una buona parte dell’intellighenzia italica tiferà estero, sono certo che per riffa o per raffa tutti sono stipendiati da fuori Italia. Ne cito solo alcuni: Carlo De Benedetti, Gilberto Benetton, Anna Maria Tarantola, Claudio Scajola, Enrico Letta (proposto per quest’anno), il generale degli alpini Massimo Panizzi (quello che dovrebbe presidiare il confine alpino con i vicini d’oltralpe). Poi l’immancabile Romano Prodi e anche Giorgio Napolitano. Eccetera. Fortunatamente ci sono anche soggetti veramente onorevoli che la Legion d’Onore l’hanno rifiutata: su tutti il generale Tricarico, che la rispedì al mittente in protesta per il di fatto attacco agli interessi italiani di Sarkozy in Libia del 2011 (tutti in piedi a salutare con orgoglio tale valoroso rappresentanze della nazione, uno dei pochissimi). Auguroni davvero.

* Fonte: Scenari Economici

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