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martedì 8 maggio 2018

COI TEDESCHI? NON C'È SPERANZA ... di Sergio Cesaratto

[ 8 maggio 2018 ]

Traccia dell’intervento che Sergio Cesaratto ha svolto all’incontro "C'È UN FUTURO PER LA SINISTRA IN ITALIA? VI ASSEMBLEA NAZIONALE DEL NETWORK PER IL SOCIALISMO EUROPEO. Fiuggi 6/7 maggio 2018".

«C'È UN FUTURO PER LA SINISTRA IN ITALIA?»

La risposta al quesito che mi ponete è incoraggiante: per ora non si sta preparando nulla. Visto ciò che si discuteva, questa è una buona cosa. Ma non è che l’attuale assetto istituzionale-economico europeo non sia già abbastanza penoso, per cui non v’è molto da festeggiare.
Non è neppure facile districare i termini delle posizioni e delle questioni.
Intanto quando si parla di riforme dell’eurozona si parla di poca cosa (ma con potenziali devastanti).

L’eurozona nasce male, non si fa una moneta senza uno Stato, e lo Stato federato europeo non è realistico, spero che ormai ne siamo tutti convinti (ma purtroppo non fuori di qui). L’eurozona non è un’area valutaria ottimale, anche questo è common knowledge. Per farla funzionare bene in maniera che assicuri la piena occupazione, a fronte agli squilibri che produce occorrerebbero politiche fortemente espansive nel paese dominante e, probabilmente, anche trasferimenti fiscali perequativi da quest’ultimo. Pensare che questo accada significa essere folli. Il resto, solidarietà europea ecc. sono chiacchiere.
Quindi, punto uno, quando si parla di riforme, si parla di cose marginali che non affrontano i suoi nodi, per così dire, strutturali. Parlando di Europa vale veramente l’abusata battuta di Flaiano che la situazione è tragica, ma non è seria.

Semplificando, la posizione francese è tradizionalmente quella che vorrebbe un po’ di politica fiscale anticiclica in comune, in genere si parla di una assicurazione europea contro la disoccupazione. Ma attenzione, si tratterebbe comunque di pochi quattrini elargiti per periodi temporanei. Di più, il fondo dovrebbe essere accumulato nelle fasi di espansione (il che non ha molto senso dal punto di vista Keynesiano).[1] Un cavallo di battaglia tradizionale della Francia è inoltre un qualche coordinamento macroeconomico (il che implica che la politica fiscale ridiventerebbe strumento da agire in comune) sotto forma di un Eurogruppo rafforzato, ma mi sembra che Macron sia ben lontano dal proporlo. Anzi, diciamo subito che Macron, di fronte ai no tedeschi, ha già rinunciato a una battaglia sulla riforma dell’eurozona.

Dopo un mese dal suo pomposo discorso alla Sorbona del settembre 2017, arrivò infatti l’asciutta risposta di Schaüble sotto forma del famoso “non-paper”, quattro paginette su carta qualsiasi con cui il ministro tedesco si congedò dall’Eurogruppo. Schaüble non spese neppure molto inchiostro per dire di no a ogni ipotesi di politica fiscale, e enfatizzò un aspetto: il controllo sui conti pubblici degli Stati dell’eurozona va sottratto alla mediazione politica della Commissione e affidato a un organo indipendente; allo scopo lo European Stability Mechanism (il fondo “salva-Stati”) va trasformato in un European Monetary Fund, il quale dovrebbe avere anche compiti di gestione delle crisi; questa gestione, e questo è il punto più importante, deve implicare una ristrutturazione dei debiti che coinvolga il settore privato. Insomma, la sferza dei mercati deve essere il vero controllore della disciplina fiscale: i mercati, timorosi di dover subire perdite nel caso di procedure di default e ristrutturazione, sanzioneranno l’indisciplina fiscale. Un punto importante per la Germania rimane quello che ogni impegno fiscale europeo debba rimanere subordinato al parere del Bundestag.

A inizio 2018 abbiamo poi avuto un documento di 14 economisti radunati allo scopo da Merkon, una sfilza di proposte, spesso cervellotiche, ma comunque basate sulla logica del non-paper di rendere più inflessibile il controllo dei conti e più forte la sferza dei mercati (con la minaccia del “private sector involvment”) sui debiti pubblici. Rimando al mio nuovo libro per i dettagli.

Numerosi osservatori hanno giudicato questa posizione come irresponsabile e destabilizzante, una riedizione del disastro generato dalla famosa passeggiata di Merkosy a Deauville nell’autunno 2010.

Altro argomento dibattuto è il completamento dell’unione bancaria. 

Rendere europea la gestione delle crisi bancarie è fondamentale per la stabilità. Negli Stati Uniti le crisi bancarie locali sono gestite a livello federale con, all’occorrenza, fondi federali. Ciò evita che Stati locali (privi di banche centrali) siano trascinati nelle crisi bancarie, che così diverrebbero crisi fiscali (come accaduto in Irlanda e Spagna). 

Per costituire un fondo europeo di assicurazione sui depositi, Germania e satelliti chiedono però due garanzie: (a) che le banche si liberino delle famose sofferenze bancarie; (b) che si riducano la sovraesposizione in titoli di Stato nazionali (per evitare che le banche siano coinvolte in crisi fiscali). Di per sé sono richieste ragionevoli, ma… 
Le sofferenze bancarie a carico delle banche italiane (tanto è poi l’Italia che si ha sempre in mente!) sono principalmente il risultato delle sciagurate politiche europee, e senza un contestuale abbandono di quelle politiche solo lentamente esse potranno liberarsene. Una frettolosa riduzione dell’esposizione delle banche, italiane in titoli di Stato italiani, creerebbe difficoltà per questi ultimi. Senza un contesto europeo di garanzia sui titoli pubblici tutto questo sarebbe assai pericoloso.

Al momento la situazione delle riforme sembra bloccata. Ad aprile la CDU si è manifestata disinteressata alle riforme, mentre con l’allontanamento dell’”europeista” Martin Schulz il tema europeo è caduto in subordine anche nell’agenda della SPD. La posizione tedesca è estremamente nazionalista e volta “a preservare sempre gli interessi tedeschi”, come ha dichiarato la leader della CDU (Eurointelligence, 17/4/2018). Le più recenti proposte tedesche sono un annacquamento dell’Eurogruppo, che da (vago) organo informale di coordinamento macroeconomico dovrebbe trasformarsi in un organismo ancora più indistinto, con l’ingresso dei “ministri allo sviluppo” accanto a quelli delle finanze. La Merkel gioca anche con l’idea di fondi europei per l’innovazione, da distogliersi da altri impieghi (naturalmente), magari in cambio di riforme pro-mercato. Ma siamo alle chiacchere, alle misure di “window dressing” (Eurointelligence 20/4/2018), come fu il piano Junker. La Germania sembra anche aver abbandonato l’idea di una trasformazione dell’EMS in un EMF, dato anche un miglioramento dei rapporti con il FMI, nel passato molto critico sulle politiche europee in Grecia — secondo Eurointelligence (19/4/2018) questo può dipendere dal fatto che i paesi asiatici ora snobbano il FMI per cui questo ha politicamente più bisogno dell’Europa).

Mi sembra invece di dover anche segnalare la figura del nuovo ministro delle finanze tedesco, l’SPD Olaf Scholz. Costui aveva esordito dichiarando la sua continuità con Schaüble affermando che «Un ministro delle Finanze tedesco è un ministro delle Finanze tedesco, l’affiliazione partitica non gioca alcun ruolo” («Financial Times» 2018), e nominando o confermando come suoi consiglieri gli ordoliberisti del suo predecessore. Ciò che è peggio, la sua prima legge finanziaria non sarà contraddistinta dal cosiddetto “Schwarze Null” (zero nero), ma dal “Schwarze Eins” (uno nero), vale a dire un avanzo di bilancio, con l’obiettivo di portare l’anno prossimo il rapporto debito pubblico/Pil tedesco sotto il 60%. L’operazione è agevolata dall’ottimo andamento dell’economia tedesca, guidata dalle esportazioni agevolate dall’euro sinora relativamente debole, e dai tassi a zero o sottozero sui titoli di Stato, ma comporterà anche dei tagli alla spesa per infrastrutture, spesa militare e clima. Eurointelligence (4/5/2018) evoca l’appoggio SPD alle politiche di austerità del cancelliere Heinrich Brüning, quelle che nei primi anni ’30 spianarono la strada al nazismo.

Che fare? La ripresa italiana è stata tirata dal buon andamento delle esportazioni, trainato dall’euro debole e dalla ripresa europea, e da un orientamento della politica fiscale un po’ meno restrittivo. Continua nel paese la martellante campagna guidata da Cottarelli e da Banca d’Italia sulla stagnazione della produttività come dovuta a soli fattori d’offerta. Questa impostazione ha avuto il sostegno di un articolo indegno di Jean Pisani-Ferry, consigliere di Macron, pezzo ripreso da Social Europe, cosa che la dice lunga sullo stato pietoso del socialismo europeo. In verità la produttività stagna dal 1995, precisamente da quando il cammino verso l‘euro fu intrapreso con determinazione (dal centro-sinistra ulivista, naturalmente). Il paese ha bisogno di sostegno della domanda interna. La migliore performance spagnola si spiega molti in questi termini.

Non possiamo che riprendere qui quanto proponemmo già nel 2010-11, ovvero la stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil. Come scrivo nel nuovo libro: 
«L’aritmetica economica ci suggerisce che se la Banca centrale europea si impegna a tenere i tassi di interesse sufficientemente bassi, tale stabilizzazione può aprire uno spazio fiscale espansivo (permettere cioè un deficit spending) volto al sostegno della domanda interna, di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno.[2] Gli effetti positivi di tale sostegno si ripercuoterebbero positivamente sull’obiettivo di stabilizzazione del debito. In tali condizioni la quantità di titoli pubblici in pancia alle banche italiane non costituirebbe certo un problema, mentre le sofferenze bancarie diminuirebbero. L’impegno alla stabilizzazione del debito, assieme al dato storico di quasi trent’anni di avanzi fiscali primari, dovrebbe essere la risposta italiana al timore europeo di moral hazard. A fronte di quest’impegno il Paese dovrebbe chiedere una corrispondente responsabilità europea nel sostegno della domanda, in particolare nei Paesi con ampio spazio fiscale per farlo, per sostenere la ripresa nei Paesi del Sud ed evitare il riemergere di squilibri esteri nell’area euro, oltre a un impegno della BCE al proseguimento di politiche che agevolino stabilizzazione e crescita».
La proposta di Boitani e Minenna su Affari & Finanza va in questa direzione: se l’Eurosistema (la BCE per capirci) congelasse i titoli acquistati e da acquistare col quantitative easing, trasformandoli in titoli trentennali, praticamente una parte cospicua dei debiti pubblici europei verrebbe cancellata, almeno per un lungo periodo. Come ciascuno sa, infatti, gli interessi che gli Stati pagano sul debito posseduto dalla Banca Centrale vengono da quest’ultima rigirati allo Stato. L’effetto sui tassi di interessi pagati sul resto del debito non potrò che essere positivo. Boitani e Minenna sostengono che il risparmio in conto interessi può servire a ridurre lentamente il rapporto debito/PIL incorrendo in surplus primari più piccoli (e dunque meno recessivi). Si può però andare oltre, e porsi come obiettivo la mera stabilizzazione del suddetto rapporto potendo così perseguire disavanzi primari (che sono espansivi). Solo una volta che, attraverso il sostegno della domanda interna, la crisi fosse veramente superata e il contesto economico lo permettesse, allora si può pensare a un percorso di riduzione del rapporto debito/PIL.

Il punto è farlo capire ai tedeschi, e in questo non c’è speranza. Vorrei dire che da questo punto di vista sarei felice vedere Salvini Presidente del Consiglio (senza soverchie illusioni, naturalmente). So che qualcuno a sinistra comincia a pensare allo stesso modo. Molte cose fondamentali mi/ci distanziano da Salvini: il fatto che non si dichiari anti-fascista senza se e senza ma, la flat-tax che è simbolica della lontananza dal riformismo socialista, l’assenza di un progetto profondo di cambiamento del paese. Ma sa però parlare alla gente, e magari i suoi amministratori locali non sono neppure male. Confrontate Salvini e Cuperlo! E sull’Europa ha le idee chiare, e ha chiamato Bagnai accanto a sé – che piaccia o no la testa più lucida sull’Europa che abbiamo nel Paese. E la sinistra? Vedo che i giovani fanno riunioni senza neppure un economista, forse ci si accontenta delle indagini sul precariato (se desiderano indirizzi di straordinari giovani economisti glieli posso dare). Non c’era un economista di sinistra candidato né in LEU né in PaP, di quelli che si sono spesi in questi anni, intendo. Il paradosso è che Salvini a questi economisti farebbe ponti d’oro. Tranquilli/e, noi non venderemo l’anima al diavolo, ma che a sinistra si annidino nemici del Paese non abbiamo dubbi.




Riferimenti

Boitani A., Perdichizzi S. (2018), Public expenditure multipliers in recessions. Evidence from the Eurozone, Dipartimento di Economia e Finanza, Università Cattolica del Sacro Cuore, Working Paper n.68

Cesaratto, S. (2018a), Chi non rispetta le regole? Italia e Germania: le doppie morali dell’euro, Imprimatur, Reggio Emilia.
Comunicazione di serviziola Feltrinelli è l'ultima a fare gli ordinativi dei libri, quindi il nuovo libro lo trovate in molte librerie (e soprattutto su IBS) ma non ancora alle Feltrinelli (assurdo ma è così).

NOTE

[1] Da un punto di vista keynesiano (poco compreso anche fra chi si definisce tale), un aumento dei risparmi non è un mezzo per trasferire risorse dal tempo t al tempo t+1, anzi, ha affetti recessivi.
[2] Intuitivamente, dato il rapporto fra debito pubblico e Pil, se il tasso di interesse nominale medio sul debito pubblico (a cui cresce il numeratore) è inferiore al tasso nominale di crescita del Pil (a cui cresce il denominatore), si può fare un po’ di spesa in disavanzo stabilizzando i rapporto debito/Pil.

domenica 8 ottobre 2017

UE: FINIREMO PER RIMPIANGERE SCHÄUBLE di Hainer Flassbeck

[ 8 ottobre 2017 ]

Un articolo di Hainer Flassbeck (nella foto) sulle conseguenze del voto tedesco

Sono ormai passate due settimane dalle elezioni tedesche. Il nuovo Bundestag si riunirà il 24 ottobre, ma la formazione del governo Merkel IV richiederà altro tempo. In compenso è pressoché sicuro che esso sarà espressione della "coalizione Jamaica", chiamata così dai colori della bandiera del paese caraibico, dove ai Verdi si aggiungerà il nero della CDU ed il giallo dei liberali della FDP.

Non è un mistero per nessuno, salvo per gli squinternati commentatori nostrani del "più Europa", che il nuovo governo di Berlino sarà caratterizzato da un ulteriore spostamento in senso rigorista riguardo alle politiche europee, incluse quelle della stessa Bce.

Simbolo di questo passaggio sarà proprio la sostituzione di Wolfgang Schäuble al decisivo ministero delle Finanze. Il suo posto verrà preso da un liberale,  forse lo stesso leader del partito Christian Lindner, deciso sostenitore di un'Europa ancor più germano-centrica. Con lui alle Finanze la prepotenza tedesca è destinata a rafforzarsi. E' di questo che ci parla Hainer Flassbeck in un articolo scritto a caldo subito dopo il voto. 

Finiremo per rimpiangere Schäuble

di 
Hainer Flassbeck

Hainer Flassbeck su Makroskop commenta le elezioni politiche: per il grande economista tedesco Angela Merkel avrebbe dovuto dare le dimissioni già domenica sera, Schulz è stato e sarà ininfluente, con la coalizione "Jamaica" ci aspettano tempi di grande instabilità, mentre se la FDP di Lindner dovesse ottenere il Ministero delle Finanze, saremmo costretti a rimpiangere Schäuble. Da Makroskop.de

In quattro anni può succedere di tutto. Dopo le elezioni del 2013 c'era una maggioranza a sinistra del centro e una leadership socialdemocratica un po' più coraggiosa avrebbe potuto prendere l'iniziativa e formare un governo con i Verdi e la Linke. Un governo in grado di superare lo stallo interno e dare nuovo slancio, soprattutto in Europa. Sarebbe stato anche possibile spingere Angela Merkel in un governo di minoranza, cercando di cambiare la politica del governo dall'opposizione. Data la mancanza di coraggio si è scelta la strada più agevole: entrare in una Grande Coalizione e per un periodo di tempo infinitamente lungo si è lasciato che accadessero cose che contraddicevano i veri valori e i veri obiettivi socialdemocratici.

E oggi i socialdemocratici sono davanti ad un cumulo di rovine, sebbene la CDU/CSU, il suo avversario principale, abbia raggiunto il peggior risultato della sua storia recente. Ci si può solo chiedere quanta birra gratis sia stata spillata ieri sera prima delle 18:00 alla Willi-Brandt-Haus per spingere i compagni presenti ad applaudire con gioia il discorso del segretario del partito. La SPD ha perso tutte le opzioni politiche ragionevoli, e almeno questo è stato riconosciuto dalla leadership del partito. Per il resto continueranno a fare esattamente quello che hanno fatto fino ad ora, perché fare affidamento sul restare all'opposizione, senza avere a disposizione concetti politici alternativi, renderà ancora piu' difficile un riposizionamento politico efficace nei confronti di una coalizione politicamente variegata come quella "Jamaicana".

Il commento più assurdo della serata di ieri è stata senza dubbio la formula ripetuta da tutti i socialdemocratici, quasi come se fosse un giuramento: "vinciamo insieme e perdiamo insieme". Bisogna pensare ad una squadra di calcio in lotta per la retrocessione in cui nessuno è disponibile ad assumersi la responsabilità per la debacle. Ciò significa implicitamente anche che non siamo in grado di cambiare alcunché, perché al vertice del partito, sin dall'inizio, nella migliore delle ipotesi c'era un figurante, non una personalità in grado di assumersi la responsabilità oggettiva per un programma ben definito. Jeremy Corbyn si sarebbe sicuramente dimesso se avesse perso le elezioni in questo modo, perché era stato lui a delineare il nuovo programma dei socialdemocratici britannici. Martin Schulz non ha dato nulla, di conseguenza non gli si può nemmeno togliere nulla.

Angela Merkel ieri sera nella tavola rotonda televisiva dei candidati è sembrata infinitamente stanca e frustrata. Anche lei si sarebbe dovuta dimettere ieri sera, perché - e lei stessa lo ha realizzato durante la trasmissione - tutto ciò che accadrà d'ora in poi non potrà più essere gestito con la sua famosa "attenzione per i dettagli". Non solo sarà molto difficile dal punto di vista dei contenuti, ma anche e soprattutto perché il segretario dei Liberali è un pallone gonfiato e ogni decisione si trasformerà in una battaglia che non vorrei augurare a nessuno.

E questo accade in una società che soprattutto in questa campagna elettorale ha mostrato di aver completamente perso la misura per il significato delle cose. Non solo nella discussione fra Merkel e Schulz, ma in quasi tutte le discussioni elettorali confezionate dai media, la questione dei rifugiati è stata trattata come un tema vitale per il destino della Germania. Fatto che ha offerto ad AfD un meraviglioso terreno fertile per il suo chiacchiericcio nazionalista. Non so quante volte la Cancelliera abbia già risposto alla domanda sulla sua decisione del 2015 in merito all'ingresso dei rifugiati, ma quando ieri ha sentito che il partito neo-eletto in parlamento come primo atto politico intende avviare una commissione d'inchiesta su molte delle decisioni prese negli ultimi anni, si sarà sicuramente chiesta se anche per lei non ci sia un prezzo troppo alto da pagare.

Non c'è da meravigliarsi se Angela Merkel nel corso della discussione in realtà si sia trovata d'accordo solo con Katja Kipping della Linke, la quale lamentava una eccessiva attenzione per il tema dei rifugiati in campagna elettorale e sollecitava piuttosto una discussione urgente sulle questioni di sostanza. Temi sociali, disuguaglianza, ampliamento del divario sociale, povertà e pensioni, infrastrutture fatiscenti per la mancanza di investimenti pubblici, oppure lo stato deplorevole dell'Europa; tutto è passato in secondo piano, perché il giornalismo tedesco e in particolare i media pubblici, con un inedito errore di valutazione, hanno messo la questione dei rifugiati al di sopra di tutto.

Io non credo affatto che nella maggioranza dei giornalisti ci sia un esplicito orientamento a destra, ma il tema è semplice e a portata di mano, le domande non sono difficili e le differenze fra i partiti sono chiare. Perché avventurarsi su dei temi complessi come la politica economica e finanziaria europea quando è possibile inscenare uno spettacolo decisamente migliore con un argomento così semplice?

Quello che ora accadrà, sarà di una insignificanza senza precedenti. Angela Merkel proporrà di andare avanti come se nulla fosse accaduto, ma i Verdi come partner più debole di una eventuale coalizione "Jamaica" si batteranno per ogni millimetro di terreno sui temi del cambiamento climatico, mentre la FDP insisterà su ogni minimo provvedimento concernente l'arretramento del perimetro dello stato. Questa di per sé è già una contraddizione fondamentale, anche se nella retorica a volte si somigliano. La FDP vorrà fare emergere ad ogni costo il suo profilo politico e insisterà per privatizzare in ogni settore e per rafforzare le piccole e medie imprese tedesche, politiche che da un lato contribuiranno a far aumentare la disuguaglianza e dall'altro rafforzeranno gli errori del passato, soprattutto nel settore delle pensioni.

La posizione della FDP sulla politica europea è decisamente negativa, mentre i Verdi su questo tema presumibilmente non sono così forti da poter evitare il peggio. I liberali invece insistono per responsabilizzare ogni singolo stato per gli errori degli anni passati, non hanno mai sentito parlare di un problema sul lato tedesco dell'unione monetaria e vorrebbero implementare immediatamente un procedimento di insolvenza ordinata per gli stati della zona euro. Poiché non hanno un'idea di politica economica degna di questo nome, rifiuteranno tutte le conoscenze a cui negli ultimi anni nemmeno gli ambienti più conservatori sono riusciti a sottrarsi. Se Christian Lindner dovesse veramente assumere il ruolo di Ministro delle Finanze e riuscisse anche ad imporre la sua linea politica, allora saremmo tutti costretti a rimpiangere Wolfgang Schäuble.


venerdì 29 settembre 2017

DOVE VA LA GERMANIA di Vladimiro Giacchè

[ 29 settembre 2017 ]

intervista a Vladimiro Giacché di Giacomo Russo Spena
D. Il crollo (annunciato) della Spd e la vittoria dell'estrema destra dell'AfD, sono questi i due aspetti predominanti del voto tedesco? 

R. Aggiungo il crollo della CDU e della CSU, le due forze che sostenevano Angela Merkel. Non si tratta di un dettaglio: la frana riguarda entrambi i partiti che un tempo determinavano la politica tedesca. Il voto sancisce la fine della socialdemocrazia europea come l’abbiamo conosciuta, confermando un trend già visto in opera in Grecia, in Francia, in Spagna, in Olanda – e che credo sarà confermato in Italia. Ma più in generale quella delle “famiglie” politiche tradizionali un tempo egemoni a livello europeo: la popolare/cristiano-democratica e quella socialdemocratica.

Ma, in realtà, in Italia il Pd è in testa ai sondaggi come primo partito, crede veramente rischi la pasokizzazione?

Credo che il Pd perderà la centralità politica; tenterà di mantenerla al prezzo di un’ulteriore deriva a destra, ma senza successo. L’operazione politica che ha dato vita al Pd si rivela per quello che era: un’operazione trasformistica  priva di respiro. Oggi è il bersaglio di tutti coloro che ritengono socialmente regressiva ed economicamente sbagliata la politica seguita dal 2011 in poi. Mi riesce difficile dar loro torto. 

Torniamo alla Germania: malgrado la vittoria di Merkel, dal voto si evincerebbe una crisi di Sistema?

Oggi viene letto tutto in termini di instabilità, ma non credo che sia la lettura corretta: semplicemente, l’elettorato ha votato contro la gestione di questi partiti nei 10 anni che ci separano dall’inizio della Grande Recessione. Può essere sorprendente che questo avvenga anche in un Paese come la Germania, che è considerato da molti il vero vincitore di questa crisi. Ma il punto è che non tutta la Germania ha vinto, anzi. 

In effetti in Germania negli ultimi dieci anni la povertà relativa è salita dall'11 al 17%; con l'introduzione dei mini Jobs sono raddoppiate a due milioni le persone che fanno un doppio lavoro per vivere, la crescita del Pil è stata costante ma i pensionati poveri sono arrivati al 30%. E la concentrazione della ricchezza in poche mani in Germania è seconda solo a quella Usa. E' per questo che Merkel vince ma non stravince, nel senso che perde voti rispetti alle precedenti elezioni?

Proviamo a dirlo in “economese”. La Germania in questi anni ha coerentemente praticato una politica mercantilistica, basata sulle esportazioni, sacrificando la domanda interna e gli investimenti. La capacità esportativa tedesca si è avvalsa per un verso della costruzione di una rete di subfornitori con manodopera a basso prezzo nei paesi dell’Est (che perlopiù non hanno adottato l’euro, e quindi hanno potuto beneficiare di svalutazioni rispetto ad esso), per l’altro di una vera e propria compressione dei salari. I salari tedeschi, nei settori esposti alla concorrenza internazionale, sono scesi in termini reali, tra il 1999 e il 2008, di qualcosa come il 9% (sono dati forniti da Bofinger, uno degli esperti economici che assistono il governo tedesco: http://voxeu.org/article/german-wage-moderation-and-ez-crisis). Con l’Agenda 2010 del socialdemocratico Schröder sono stati precarizzati i rapporti di lavoro (i minijobs), riducendo al contempo fortemente le indennità di disoccupazione. Nel frattempo, le tasse alle imprese e alla parte più ricca dei cittadini venivano diminuite. Ecco spiegata l’ampliarsi della disuguaglianza, e anche il mistero di una Germania che “va bene”, ma in cui tanti cittadini sono scontenti. E votano di conseguenza.

Se, come viene detto, la vittoria dell'Afd sarebbe dovuta alla campagna contro i rifugiati perché otterrebbe grandi consensi nella Germania dell'Est dove in realtà c'è una bassa affluenza di migranti? 


Il tema dell’immigrazione ha fatto da detonatore a un disagio sociale presente già da tempo. All’Est le sue motivazioni si possono sintetizzare in due dati: una disoccupazione doppia che all’Ovest, e stipendi inferiori di un quarto. Si tratta di una situazione che affonda le sue radici nelle modalità dell’unificazione tedesca, e in particolare – come ho spiegato anni fa nel mio libro sull’unificazione, Anschluss – in un’unione monetaria affrettata e realizzata con un tasso di cambio assurdo (parità tra marco ovest e marco est nonostante che il tasso di cambio reale fosse all’epoca di 1 a 4,4), che ha distrutto l’economia della ex Germania Est. A questo punto tutti gli asset industriali dell’est furono svenduti attraverso la Treuhandanstalt (curiosamente riproposta come modello durante questa crisi, da Juncker e da altri, alla Grecia). Il risultato furono milioni di disoccupati, emigrazione di massa e la distruzione dell’industria dell’Est. Una distruzione cui non hanno potuto porre rimedio i massicci trasferimenti statali successivi: molto semplicemente, al di là di poche isole felici, l’Est del Paese non è a tutt’oggi autosufficiente.

Alternative für Deutschland prende i voti delle classi popolari e dei ceti meno abbienti?

L’AfD non vince soltanto all’Est, ma anche in zone certamente tutt’altro che povere come la Baviera, dove la motivazione anti-immigrati è senz’altro prevalente. 

In Italia se ne è parlato poco: la Linke, la sinistra radicale tedesca, ha preso quasi il 10 per cento. Il vento di protesta si muove anche a sinistra?

La Linke prende mezzo milione di voti dalla SPD, ma cede poco meno alla AfD. In questi numeri sta scritto tutto quanto ci è necessario sapere, e quanto del resto confermano le evidenze sulle zone di maggiore radicamento della Linke stessa: che guadagna voti all’Ovest ma li perde ad Est; che conquista consensi nei quartieri della borghesia riflessiva, ma li perde nelle zone operaie. Non ha pagato la linea sull’immigrazione (“refugees welcome” non è una politica), e questo ha neutralizzato il fatto (importante) che una parte dell’elettorato deluso dalla Grosse Koalition si è rivolto a sinistra, preferendo la Linke alla SPD. A questo proposito va detto che all’interno della stessa Linke chi aveva avanzato idee sensate sulla necessità di un’immigrazione regolata (Sahra Wagenknecht) è stata attaccata violentemente: i risultati si sono visti nelle elezioni.   

Nei suoi libri ha spiegato bene come la Francia fosse ad un bivio: o accodarsi all'Agenda 2010 della Germania e proseguire sulla linea dell'austerity o far cambiare marcia all'Europa opponendosi al dominio della locomotiva tedesca. Mi sembra netta la scelta di Macron, no?

Ha imboccato la prima strada, in questa direzione vanno senza alcun dubbio le (cosiddette) riforme del lavoro annunciate. È una pessima notizia per la Francia e per l’Europa. Se Macron riuscirà a realizzare queste misure proseguirà e si rafforzerà la tendenza alla deflazione salariale e alla compressione della domanda interna in Europa.

Detta così, l'Europa a due velocità ha imboccato un vicolo cieco. Il vento populista ha terreno fertile? 

Sì, direi che più importante della velocità è qui la direzione: che è quella sbagliata. Si è troppo spesso confuso l’internazionalismo con l’europeismo, e l’Europa con l’Unione Europea. Per contro, si è data troppo poca importanza al tema della democrazia e a quello, connesso, della sovranità popolare: la verità è che l’Europa di Maastricht è profondamente antidemocratica. Lo è per essenza, e non per accidente. È un’architettura disegnata nel periodo trionfale del neoliberismo, quello immediatamente successivo al crollo dell’Urss. Il suo impianto non è soltanto antisocialista, ma antikeynesiano. 

Lei spesso pone un problema di incompatibilità di questa Europa con i nostri dettami costituzionali...

Quando Tietmeyer (presidente della Bundesbank) nel 1998 si compiacque per il fatto che i politici europei, spogliandosi della sovranità monetaria – conferita a un’unica banca centrale indipendente - avevano avuto la saggezza di sostituire “il plebiscito quotidiano dei mercati” al “plebiscito delle urne”, sapeva cosa diceva. Per di più durante la crisi, una classe politica e tecnocratica assai poco lungimirante ha deciso di dare un ulteriore giro di vite a questa macchina neoliberale con il fiscal compact. Quel fiscal compact che oggi si vorrebbe includere nei Trattati. Faccio fatica a trovare un’idea più miope e regressiva.

Come uscirne? 

Capendo fino in fondo che l’assetto attuale dell’Unione Europea è il problema, e non la soluzione.  

In tutto questo, quali possibili scenari intravede?

Sinceramente non sono ottimista. Mi sembra che la consapevolezza dei problemi a livello politico sia assolutamente inadeguata. Si continua a perdere tempo con problemi nella migliore delle ipotesi secondari, non si ha alcuna strategia, e quindi si soggiace a quelle altrui. È quello che emerge dall’esame di tutti i principali dossier degli ultimi anni: dall’Unione bancaria al problema dell’immigrazione, alla politica energetica. Non conosco un solo caso in cui la soluzione adottata non sia stata svantaggiosa per il nostro Paese, e favorevole ad altri. 

L'Italia dovrebbe maggiormente battere i pugni sul tavolo a Bruxelles, è questo il problema?

Non si tratta soltanto né soprattutto di incapacità negoziale, che sarebbe comunque sconfortante. C’è un pregiudizio ideologico: ogni passo avanti dell’integrazione europea è considerato positivo a priori. E c’è la convinzione – contraria a ogni evidenza – che solo il “vincolo esterno” ci possa salvare. Quasi che, per qualche tara genetica, fossimo incapaci di governarci da soli. In genere la storia non è stata tenera nei confronti delle classi dirigenti e dei popoli dominati da questo tipo di convinzioni. 


* Fonte:  Micromega

sabato 23 settembre 2017

AfD: SE LA GERMANIA VA A DESTRA di Pasquinelli Moreno

[ 23 settembre 2017 ]

Jean Baudrillard, nel descrivere quella che chiamava "epoca postmoderna", oltre a sostenere che il reale era sostituito (falsificato aggiungo io) con i "segni del reale", disse, ricorrendo ad una delle sue figure immaginifiche, che si vive in un contesto pieno di eventi ma dove non succede mai un cazzo

Aveva ragione? Sì e no. Sì se per eventi s'intendono quelle grandi fratture, per loro natura palingenetiche, destinate a invertire il corso della storia dato, riconoscibili quindi per l'irruzione sulla scena di forze nuove, rivoluzionarie, fino a quel momento sotterranee. No se per grandi eventi vogliamo dire anche quei salti, quelle accelerazioni che forze potenti imprimono alla catena degli eventi e che quindi la storia la segnano nel profondo.

La riunificazione delle due Germanie del 1990 —la seconda Deutsche Einigung, ovvero l'annessione della Germania socialista dell'Est che poi ha trascinato nel baratro l'Unione Sovietica— venuta dopo il cosiddetto "crollo del Muro di Berlino",  è stato uno di questi eventi colossali di secondo tipo. Nessuna rivoluzione sociale, anzi, una controrivoluzione, per quanto dai "guanti di velluto".
il Terzo Reich nazionalsocialista

In occasione della riunificazione Giulio Andreotti, argutamente, ebbe a dire: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ciò che forse ci aiuta a capire "mani pulite", ovvero la liquidazione della élite politica della Prima repubblica da parte del nascente "partito tedesco" italiano, che poi prenderà il sopravvento in Italia, che ebbe nel governo di Mario Monti il suo apice.


Ecco, quella riunificazione-annessione è ciò che gli storici chiamano "data periodizzante". Quel fatto ha segnato la storia europea e mondiale. Lì la spinta verso la nascita dell'Unione europea (1991-92); lì stanno le vere radici dell'attuale supremazia tedesca [1], supremazia che spiega la crisi irreversibile dell'Unione europea, quindi il fallimento della visione francese che riteneva, con la moneta unica, di ingabbiare il latente imperialismo tedesco. 
Morale della favola, come ebbi modo si scrivere mesi addietro in LA GRANDE GERMANIA MERKELIANA, GLI STATI UNITI D'AMERICA E IL NOSTRO DESTINO:
«Senza la riunificazione prima e la fondazione dell'Unione dopo, la Germania non avrebbe mai potuto assurgere al rango che oggi occupa, quello di prima potenza europea. E' diventata così forte che a giusto titolo si deve parlare, come facciamo da anni, di €uro-Germania. Berlino ha saputo utilizzare il cataclisma della grande crisi venuta da oltre oceano per trasformare l'Unione europea in una sua dependance. Ad eccezione della Francia, socio in affari, la grande crisi ha spinto tutti gli stati a cedere quote decisive di sovranità, diventando essi dei protettorati. Di qui, sia detto en passant per i finti sordi ed i finti ciechi, la centralità ed i nuovi termini della questione nazionale per questi Paesi, tra cui il nostro.I fatti sono lì a dimostrare che una volta risorta la Grande Germania avremmo dovuto fare nuovamente i conti con il Grande Imperialismo Tedesco».
Tuttavia, quella tedesca, malgrado non avanzi sulla punta delle baionette ma grazie alla potenza del suo Moloch industriale, non solo segue le tradizionali linee geopolitiche espansioniste germaniche, ma è anche stavolta una supremazia senza egemonia, destinata quindi a collassare su se stessa, a meno che, in fretta, non si doti della necessaria potenza militare. Scrivevo nel 2014: 
«Può sopravvivere l'Unione europea alla tendenza tedesca ad assumere un ruolo di potenza mondiale? No, non può resistere. Ciò che fa traballare l'Unione non è solo la gravissima crisi economica dei suoi paesi "periferici" e l'insostenibilità della moneta unica, è anche la spinta espansionistica tedesca. Per comprendere come potrebbe andare e finire si studi attentamente la storia europea degli ultimi 200 anni, a partire dalla fine guerre napoleoniche che fecero uscire la Germania dallo stato di minorità seguito alla Pace di Westfalia. Il lepenismo in Francia, così come l'avanzata di diverse forze nazionaliste nei paesi europei, possono essere compresi solo alla luce della storia, ovvero come indicatori della resistenza di nazioni che si sentono minacciate dall'espansionismo imperialistico tedesco e non vogliono essere satellizzate».
Domani i tedeschi vanno alle urne. Come spiegare che malgrado la sua supremazia economica (disoccupazione al 3,8%, bilancio in surplus, primazia mondiale nell'export) Alternative für Deutschland —AfD, che non è più quella delle origini visto che ha subito una
impressionante metamorfosi in senso nazionalista e sciovinista— è data nei sondaggi in grande avanzata diventando il terzo partito con 80-100 deputati?
Il successo di AfD si spiega per il concorso di due fattori, uno sociale e l'altro ideologico. 
Il malcontento degli strati sociali che stanno in basso i quali, subendo il dogma dei sacrifici, lavorano come bestie in cambio di salari e redditi più che modesti o, come all'Est, sono disoccupati o sottoccupati (mentre in un decennio è aumentato il numero dei milionari e delle loro rendite: la Germania merkeliana vede una concentrazione tra le più alte di patrimoni nel 10% delle famiglie più ricche). Sul versante ideologico AfD sta riuscendo a far passare l'inganno che queste ingiustizie sociali dipendono non dai meccanismi intrinseci alla dottrina ordoliberista bensì ai lacci ed ai lacciuoli dell'Unione europea. Rimuoverli quindi, et voilà, benessere generale grazie ad una dispiegata potenza tedesca.

Una miscela esplosiva, che nasconde, per chi voglia vedere, l'incipiente e risorgente idea della Grande Germania, ovvero del Quarto Reich.

In conclusione. L'Unione può crollare sotto l'attacco combinato di due forze opposte: i risorgenti nazionalismi nei paesi europei che mal sopportano la supremazia (senza egemonia) della Germania; oppure di quelle revanchiste che proprio questa supremazia tedesca alleva nel suo grembo.

Sventata per il momento la minaccia francese, le urne tedesche potrebbero domani, in caso di avanzata dell'AfD, suonare per la Ue e per gli attuali equilibri europei e mondiali (se Putin è guardingo, Trump non dorme sonni tranquilli) un ancor più minaccioso campanello d'allarme.

NOTE

[1] «La realtà dei dati

I numeri di Eurostat, l’agenzia statistica europea, raccontano in effetti una storia lontana dalle narrazioni dei politici. L’enorme successo del made in Germany sui mercati mondiali e il surplus negli scambi con l’estero oggi più vasto al mondo devono molto di più alla seconda riunificazione: dopo quella tedesca del 1990, quella continentale del 2004 con l’ingresso nell’Unione europea di gran parte dell’ex blocco di Varsavia. La Merkelomics, il modello economico della cancelliera, si regge più sulla catena di scambi intrecciata con l’Europa centro-orientale che sul culto dei sacrifici o il dogma dello Schwarze Null, il bilancio in surplus. La Germania ha trovato sul confine orientale la sua «Cina interna», un’area a basso costo inclusa nella sua stessa area politica, giuridica, di mercato e in parte anche monetaria (Slovacchia, Slovenia e i Baltici adottano l’euro). In questi anni l’industria tedesca è riuscita come nessun’altra a trasferire in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca o nella stessa Slovacchia gran parte della produzione delle componenti che le servono; queste poi vengono reimportate e assemblate in Germania, in vista dell’export del prodotto finale che monetizza solo all’ultimo stadio gran parte del valore aggiunto dell’intera filiera.

Vincenti e perdenti

I dati lasciano pochi dubbi. La Repubblica federale ha un surplus negli scambi di beni manufatti con tutto il mondo, eppure è in deficit con i 10 Paesi dall’Estonia alla Slovenia. Nel 2016 da queste economie la Germania ha comprato 69,6 milioni di tonnellate di beni industriali e ne ha vendute loro solo 53,6 milioni. Nell’import da Est spicca tutto ciò che serve a fare auto: manufatti di gomma, metallo, altri «equipaggiamenti per il trasporto, parti e accessori» (gli acquisti tedeschi di questi pezzi dall’Europa centro-orientale sono raddoppiati dal 2006).
I dati finanziari relativi a queste partite industriali rivelano poi l’altro lato della storia: qui i saldi sono in equilibrio; anche se la Germania compra da Est molte più tonnellate di beni di quante ne venda. Il prezzo d’acquisto da Oriente riflette sistemi nei quali le fabbriche lavorano al salario minimo e questo non supera mai i 500 euro al mese. Il prezzo di vendita del prodotto finale made in Germany, sempre caro, riflette invece salari da 30 euro l’ora negli impianti tedeschi di assemblaggio, oltre alla forza dei marchi come Bmw».




martedì 30 maggio 2017

LA GRANDE GERMANIA MERKELIANA, GLI STATI UNITI D'AMERICA E IL NOSTRO DESTINO di Moreno Pasquinelli

[ 30 maggio 2017 ]

RIFLESSIONI SUL FALLIMENTO DEL G7 DI TAORMINA E LE SUE CONSEGUENZE GEOPOLITICHE


Ricordo una delle diatribe che divideva negli anni '70 e '80 i trotskysti buoni da quelli cattivi. 
I cattivi erano favorevoli alla riunificazione delle due germanie, anche ove fosse avvenuta sotto l'egida di quella occidentale.
I buoni, invece, erano contrari, e per tre ottimi motivi, uno sociale e due di natura geopolitica. La riunificazione su basi capitalistiche avrebbe necessariamente distrutto il tessuto economico collettivistico della DDR causando la sua mezzogiornificazione. Le due ragioni geopolitiche son presto dette: la riunificazione sotto l'egida della Germania occidentale avrebbe sferrato un colpo micidiale immediato all'Unione sovietica (ciò che è avvenuto dopo un paio d'anni) e, sul medio periodo, portato ineluttabilmente alla rinascita di un potente imperialismo tedesco. E questo, in effetti, sta avvenendo sotto i nostri occhi.

Questa rinascita, qui sta il punto, è avvenuta sotto traccia, è proceduta per piccoli passi, camuffandosi sotto le mentite spoglie dell'Unione europea, crescendo sotto l'ombrello della NATO. C'è una connessione causale evidente tra la riunificazione tedesca (1989-90) e il passaggio dalla Comunità all'Unione europea (1992-93). Senza la riunificazione prima e la fondazione dell'Unione dopo, la Germania non avrebbe mai potuto assurgere al rango che oggi occupa, quello di prima potenza europea. E' diventata così forte che a giusto titolo si deve parlare, come facciamo da anni, di €uro-Germania. Berlino ha saputo utilizzare il cataclisma della grande crisi venuta da oltre oceano per trasformare l'Unione europea in una sua dependance. Ad eccezione della Francia, socio in affari, la grande crisi ha spinto tutti gli stati a cedere quote decisive di sovranità, diventando essi dei protettorati. Di qui, sia detto en passant per i finti sordi ed i finti ciechi, la centralità ed i nuovi termini della questione nazionale per questi Paesi, tra cui il nostro.

I fatti sono lì a dimostrare che una volta risorta la Grande Germania avremmo dovuto fare nuovamente i conti con il Grande Imperialismo Tedesco. Ma che tipo di imperialismo è quello tedesco odierno? Lenin segnalò cinque principali contrassegni del fenomeno dell'imperialismo:
1. La concentrazione della produzione e del capitale, che è cresciuta al punto di creare i monopoli;
2. La fusione del capitale bancario con il capitale industriale, con la formazione del “capitale finanziario”;
3. La maggiore importanza dell’esportazione di capitali rispetto all’esportazione di merci;
4. Il sorgere di associazioni monopolistiche di capitalisti che si spartiscono il mondo;
5. La ripartizione della terra fra grandi potenze capitalistiche.
Il grado di concentrazione del sistema economico tedesco, la potenza del suo sistema industriale e finanziario, la dimensione enorme della sua penetrazione economica all'estero, fanno appunto  della Germania la di gran lunga principale potenza imperialistica europea. Il fatto che questa penetrazione non sia avvenuta in Asia o in Africa, a spese delle periferie "arretrate", ma anzitutto parassitando l'Europa e gli stessi Stati Uniti è la novità rispetto ai tempi di Lenin,
quando le potenze imperialistiche si combattevano per ripartirsi su basi neo-colonialistiche il mondo.

Qui sta il punto, a proposito del fallimento del G7 di Taormina. La Merkel ha trovato in Trump —gli altri capi di stato e di governo sono quasi tutti ai suoi piedi— un muro che non ha alcuna speranza di varcare. La portata della contesa e del dissidio tra la Grande Germania merkeliana e gli Stati Uniti d'America di Trump è ben espressa dall'articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri, 29 maggio. Raccomando di leggerlo con attenzione, per questo lo riporto integralmente più sotto.

Cosa c'è oltre questa contesa? Oltre questo muro? 
C'è la necessità della Germania di sganciarsi dalla sudditanza strategica e militare rispetto agli Stati Uniti. C'è la strada lunga e insidiosa del riarmo. Sullo sfondo questa strada conduce ad un inevitabile e devastante conflitto militare. Un conflitto che rischia di sfociare giocoforza su due fronti, a Ovest contro gli Stati Uniti e ad Est contro l'orso russo. E quindi la Grande Germania andrebbe inesorabilmente incontro ad una terza e più devastante sconfitta.

Non lo sa la Merkel? Oh sì che lo sa, come lo sanno al Pentagono e al Cremlino. 
E allora? E allora addio sogni di gloria, l'imperialismo tedesco dovrà accettare la sua posizione di nano politico e militare, a meno che il latente suprematismo nazionalista tedesco, giungendo al potere a Berlino, non trasformerà l'ordoliberismo in un Quarto Reich.  E non sarà certo la Force de frappe francese a fare da scudo alle sue smanie espansionistiche. Non basta alla Germania il predominio nella Ue, gli servirebbe conquistare quello nello schieramento della NATO. Cosa teoricamente possibile, ma solo ad una condizione, un veloce declino della supremazia mondiale degli Stati Uniti. La qual cosa non mi pare sia alle porte. E comunque l'elezione di Donald Trump è il segno netto che l'America venderà cara la pelle e non cederà il comando senza combattere. Tutte cose che a Berlino sanno bene, per questo puntano ad un'affrancamento dagli USA a dosi omeopatiche, ciò che comunque implica la condivisione di questo disegno strategico dei principali paesi europei, tra cui l'Italia.

E qui veniamo finalmente a noi. 
Sappiamo quanto sia forte anche nel nostro disgraziato Paese quello che abbiamo chiamato "Partito tedesco". Ci riferiamo a quella frazione del grande capitalismo che ha sposato la causa della saldatura definitiva con la Germania. I caporioni di questo partito li si riconosce facilmente, sono gli euristi-estremisti, quelli per cui, parafrasando Mao Zedong, "anche le scoregge dei tedeschi profumano". Sono i milionari annidati nel mondo bancario e della finanza, della grande industria globalizzata e di quella media e piccola che si allattano alle mammelle tedesche. Sono i politicanti ed i pennivendoli al loro servizio (di cui, per inciso, fa parte anche Fubini), che pullulano al centro, a sinistra e a destra. Sono gli ordoliberisti per cui l'austerità auto-inflitta è la sola terapia salvifica. Sono gli ascari che non vogliono ammettere che un'Europa unita non nascerà mai, men che meno sotto comando tedesco, sono i ciechi che confondono il predominio con l'egemonia — e la Germania è stata sempre maestra nel dominare, e sempre incapace di esercitare egemonia.

Tuttavia nell'establishment c'è lotta, c'è dissidio, poiché c'è anche il "Partito americano". Una parte della nostra élite ha chiara consapevolezza che il sodalizio con la Germania, quindi la distopia di un'Europa rafforzata, relegherebbe il nostro Paese a protettorato tedesco, ad un inesorabile declino, alla crescita del divario tra Nord e Sud, quindi ad un inevitabile marasma sociale. Non che quelli del "Partito americano" siano stinchi di santo, men che meno dei patrioti, tuttavia la loro ritrosia a servire la Grande Germania fa gioco alla causa sovranista, nazionale e popolare. Non solo è bene che i nostri nemici siano divisi e si combattano. Vale la massima di Sun Zu per cui un nemico lontano è preferibile ad uno vicino.

Come andrà a finire lo vedremo nei prossimi decenni. Sarà pure come disse Confucio che "L'esperienza è una lanterna appesa dietro la schiena, che illumina solo il cammino già percorso", la storia, la storia europea in particolare, comunque qualcosa insegna. E cosa c'insegna di importante? Che l'Italia, potenza mediterranea, proprio perché costretta a guardare a Nord, mai accetterà di diventare provincia tedesca. Di esempi ce ne sarebbero tanti nella storia millenaria europea, ce ne bastano due, quelli del primo e del secondo conflitto mondiale. L'Italia monarchica e poi quella fascista, quindi sotto la spinta, la trama e le congiure del "partito tedesco", nel primo caso ruppe la "Intesa" che legava il paese alla Germania all'ultimo momento, nel secondo entrò in guerra come alleata di Berlino, ma la concluse come nemica.
Ipsa historia repetit ...

* * * 


Tutti i numeri di uno scontro (che ci riguarda)
di Federico Fubini

«Su un punto Donald Trump e Angela Merkel si sono trovati d’accordo alla fine del vertice delle sette grandi economie avanzate a Taormina: non era il caso di parlare oltre. Per la prima volta da quando esiste il G7, un presidente Usa e un cancelliere tedesco se ne sono andati entrambi senza accettare domande in pubblico.


Ciò che avevano già detto era già abbastanza. Durante la cena dell’Alleanza atlantica a Bruxelles giovedì sera Trump aveva descritto «i tedeschi» così: «Sono pessimi. Guardate quanti milioni di auto ci vendono negli Stati Uniti. È tremendo. Fermeremo questa storia».

A Taormina Merkel ha definito la polemica «fuori luogo» e si è limitata a sottolineare come la qualità dei prodotti tedeschi li renda ricercati all’estero. Poi però ieri, rientrata in Germania, ha avuto qualcosa da aggiungere: «I tempi in cui potevamo contare pienamente su altri sono finiti, come ho potuto toccare con mano negli ultimi giorni — ha detto —. Noi europei dobbiamo davvero prendere il destino nelle nostre mani».

Merkel dunque non dimenticherà. E il fatto stesso che la polemica si sia consumata a Taormina rimanda simbolicamente agli italiani una verità scomoda: comunque vada a finire, sarà decisiva anche per noi. Lo sarà sia che prevalga lo status quo, sia che davvero Trump riesca a gettare sabbia negli ingranaggi degli scambi fra le economie avanzate.

Chiunque governi in Italia nei prossimi mesi, dovrà chiedersi da che parte sta. E se non è possibile farlo sulla base dei valori, in Paese profondamente diviso, allora diventa inevitabile scegliere una posizione sulla base dei fatturati e degli interessi. Questi dicono che l’Italia oggi sta con la Germania, quali che siano i giudizi dei singoli su Merkel e le idee diverse di Roma e Berlino sul futuro dell’euro. Sulla base delle realtà commerciali di questa fase, l’interesse italiano nei confronti degli Stati Uniti è molto simile all’interesse tedesco. E ogni passo indietro del made in Germany nel primo mercato del mondo rischierebbe di diventare presto un passo indietro anche per il made in Italy .

La dinamica dell’export di beni verso gli Stati Uniti segnala che la seconda economia manifatturiera d’Europa potrebbe addirittura avere qualcosa in più da perdere della prima, se gli scambi internazionali rallentassero. Dal 2010 al 2016 l’export di beni italiani in America è cresciuto del 59% in dollari correnti, secondo lo US Census Bureau: un’accelerazione superiore a quella della Germania (39%) e di altre grandi economie manifatturiere. Anche il surplus commerciale bilaterale dell’Italia con gli Stati Uniti è simile a quello tedesco, proporzione alle dimensioni dei due Paesi: arriva all’1,8% del reddito nazionale tedesco a all’1,5% di quello italiano.

Naturalmente i volumi restano diversi. L’anno scorso il made in Germany ha fatturato negli Stati Uniti beni per 114 miliardi di dollari, contro acquisti tedeschi di prodotti industriali americani per soli 49 miliardi. Il made in Italy ha venduto per 45 miliardi, mentre gli italiani hanno comprato beni manufatti statunitensi per appena 16. Si tratta in ogni caso di dimensioni sistemiche: l’America ormai è il secondo mercato per l’export italiano dopo la Germania e la sua quota di mercato in quel Paese è molto simile a quelle di Francia e Gran Bretagna.

In altri termini, il governo di Roma potenzialmente è esposto alle stesse accuse di Donald Trump che hanno già coinvolto Angela Merkel. Lo è a maggior ragione perché l’Italia e la Germania sono le due sole grandi economie a non aver aumentato gli ordini di beni americani dopo la Grande recessione. Con un dettaglio in più: l’export di componenti auto made in Italy vale oggi oltre dieci miliardi di euro l’anno ed è diretto soprattutto ai grandi marchi di Stoccarda e della Baviera, che poi rivendono molto negli Usa.

Dunque è inutile chiedersi per chi suona la campana, se e quando davvero Trump riuscirà a intralciare il commercio tedesco: essa suona (anche) per noi».

domenica 19 febbraio 2017

SPREAD: CHI C'È DIETRO AL NUOVO ATTACCO ALL'ITALIA di Franco Bartolomei

[ 19 febbraio ]


Volentieri pubblichiamo questa analisi del compagno Bartolomei sui movimenti dello spread. Egli da per scontato che non ci sarà alcuna scissione del Pd, né elezioni anticipate. Noi, come i lettori sanno, siamo di diverso avviso.

Comprendere la realtà in movimento per tracciare il nostro progetto comunitario alternativo all’Europa autocratica della finanza e della tecnocrazia.


Stavolta l’obiettivo di fondo del grande ricatto della salita degli spread è blindare l’ingresso dell’Italia nel nocciolo duro dell’ Euro. Il Sistema finanziario globale e le autorità monetarie hanno rimesso ancora una volta lo spread sui nostri titoli di credito pubblico in pista di lancio, per stringere il quadro di governo e le aree politiche ad esso connesse, su politiche di piena osservanza dei perimetri tracciati dal Fiscal compact, ed evitare che il movimento di contestazione degli assetti finanziari e del modello sociale, reso più forte dal successo del movimento referendario sulla difesa della Costituzione, possa rimettere in discussione gli equilibri del Paese.

Il vero fatto di rottura dell’equilibrio che quindi scatena l’attacco è la convergenza politica che sta maturando nel Paese tra il fronte della difesa della Costituzione, ormai non più confinato solo a sinistra, ed il fronte della contestazione del modello economico finanziario, perché questa saldatura politica produce uno schieramento maggioritario.

Il vero cemento che sostiene il cosiddetto Occidente “capitalista” è ormai solo il sistema finanziario, commerciale e monetario integrato e globale, che trova il suo punto di comunicazione, collegamento ed azione esecutiva, nel sistema comunicante mondiale delle piazze finanziarie. E’ normale che il richiamo all’ordine sistemico venga dalle strutture che costituiscono il centro direzionale dell’intero sistema. 

La speculazione finanziaria frontale e massiccia, su grandi sistemi economici come uno stato di potenza economica medio-grande come l’Italia, al pari di quella che raddoppia uno spread su titoli di stato in poco tempo, avendo una valenza sistemica, non risponde sicuramente a logiche economiche libere o a spinte spontanee. Lo stesso attacco sugli spread è opera di operatori finanziari che muovono capitali di gran lunga superiori a qualsiasi resistenza possibile da parte di una banca centrale di entità medio-grande come la nostra, e di fronte ad un tale impatto la difesa di un bond nazionale sui mercati è un’impresa pressoché impossibile, in assenza di un progetto di difesa del proprio sistema economico nazionale che preveda una alternativa monetaria di emergenza di immediata attivazione.

Ed infatti, come volevasi dimostrare, quasi subito la medicina dello spread ha bloccato la febbre da scissione e da elezioni anticipate, dimostrando ancora una volta come Baffino e il “giovin fiorentino” siano due burattini e come tutto il sistema politico del dopo-Monti sia un teatrino eterodiretto.

La cosa triste e che per giorni a sinistra si è discusso di questo e non si è riflettuto affatto sull’intesa in corso di perfezionamento tra Merkel, Draghi e Gentiloni sull’Europa a due velocità e sull’ipotesi di blindatura dell’Italia nel gruppo di testa dell’EURO. Figuriamoci se un vincolo di tale portata, che implicherà forzature sociali e fiscali notevolissime, avrebbe tollerato un governo debole e provvisorio, preso in mezzo ad un sistema politico che avesse scelto di correre ad elezioni anticipate.

Era prevedibilissimo l’arrivo di un intervento esterno per normalizzare un quadro politico in affanno, soprattutto quando è in gioco la stabilità di un governo che garantisce un sistema intero, e che sta contraendo nuove rilevanti obbligazioni internazionali di natura sistemica.

Ora se ne staranno a cuccia fino a primavera prossima e riempiranno la TV di scemenze su Riforma elettorale e Nuovi “centri-sinistri”. Intanto lavoreranno per creare le condizioni per ricostruire un quadro di governo utile a mettere in sicurezza la scelta odierna sull’ingresso dell’Italia nel cosiddetto nocciolo duro dell’Euro. Con la certezza rinnovata che, se dovesse servire, il manganello ferrato della salita dello spread è sempre pronto alla bisogna.

Di fronte a questo disegno è oggi più che mai necessario leggere correttamente la portata reale dei processi in atto, e contrapporre a questo schema della partecipazione italiana al progetto tedesco del “super euro” come risposta alla crisi della UE, un progetto complessivo alternativo, di superamento della moneta unica e di ri-articolazione dell’Unione Europea attraverso un sistema finanziario collegato in modo flessibile al suo interno, fondato su monete nazionali sovrane, in grado di consentire politiche nazionali antirecessive e socialmente riequilibratrici, all’interno di una Unione che recupererà una natura contrattuale e libera, superando l’assetto autocratico, forzato e verticistico che ha assunto dopo Maastricht e Lisbona.

Noi vogliamo un diverso assetto monetario tra i paesi d’Europa, in cui il debito degli stati possa essere gestito con la flessibilità tipica delle monete sovrane, espressioni naturali di sistemi economico-produttivi omogenei e di realtà istituzionali ed amministrative definite a livello nazionale, governabili anche attraverso una politica dei cambi, e con la possibilità, che un sistema di questo tipo consente, di recuperare un significativo livello di spesa pubblica per interventi anticiclici e antirecessivi. Per questo noi sosteniamo il superamento del sistema euro.

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