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sabato 8 ottobre 2016

LA DIPARTITA DELL'EURO NON È LA FINE DEL MONDO di Alberto Bagnai

[ 8 ottobre ]

Quelli che "le riserve si vaporizzerebbero"...

Con sagacia Bagnai smonta una delle ultime trincee dietro alla quale pensano di proteggersi i corifei dell'euro, quella seconda cui la scomparsa della moneta unica causerebbe un disastro finanziario di proporzioni globali.

[Nella tabella l'evoluzione del paniere delle valute secondo i dati del Fmi]

«Contrordine compagni!

Dunque: finora dovevamo dire che "la liretta, l'Italietta, la carta straccia", e altre consimili scemenze. Sì, insomma, dovevamo, noi "de sinistra", esattamente come gli opinionisti degli organi di stampa del grande capitale, alimentare il mito di una Italia troppo piccola per resistere da sola alle grandi tendenze della globalizzazione. Dovevamo cioè presentare come processo oggettivo, e in quanto tale non gestibile né sindacabile politicamente, il fatto che il popolo italiano dovesse cedere la propria sovranità democratica a beneficio di interessi per definizione esteri (in quanto non nazionali: consultate un dizionario dei contrari).

Perché dovevamo fare, a sinistra, una simile operazione? Bò, questo resta uno dei grandi misteri della storia del nostro paese.

Sospetta è questa corrispondenza di amorosi sensi fra gli intellettuali di sinistra e gli opinionisti del capitale, come ho notato qualche giorno fa. Ed è anche sospetta questa incapacità di comprendere che lo spazio politico ha anche lui un suo horror vacui. Annichilire la sovranità del popolo non significa entrare in uno stato irenico ed edenico: significa solo creare un comodo spazio per la sovranità delle multinazionali, come i fatti stanno dimostrando (e se volete dettagli, vi suggerisco questo post del blog di Nuti, che forse qualcuno dovrebbe tradurre).

Ma per fortuna oggi, grazie alla sagace maieutica dello stesso Nuti e dei suoi coautori, ci siamo lasciati dietro le spalle questo retaggio di un passato subalterno, o, come io amo dire, autorazzista.

Oggi una squadra piuttosto eterogenea di intellettuali di varia estrazione ha risposto a Mario avvertendo: l'Italia è troppo grande per potersi permettere di uscire dall'euro: se lo facesse sarebbe un disastro, che porterebbe a "la sparizione della moneta unica di una delle principali aree economiche e la (sic) seconda valuta di riserva del mondo".

Ussignùr...

Eppure l'intervento di Mario e dei suoi coautori, nonché il mio sul Fatto Quotidiano, avevano un unico scopo: quello di far capire che questo non è un dibattito per dilettanti.

E invece gnente, si continua con frasi prive di senso, con un project fear che ormai i fatti dimostrano essere controproducente (come Mario & co. saggiamente ammoniscono), essere il veicolo verso la proliferazione della demagogia, essere la migliore assicurazione del fatto che l'inevitabile trapasso verrà gestito da chi avrà saputo mostrarsi più serio, o meglio meno ridicolo: purtroppo, la destra!

Comunque, cominciamo dal bicchiere mezzo pieno. Finalmente gli intellettuali "de sinistra" si sono accorti che un paese con 60 milioni di abitanti non è "troppo piccolo". Naturalmente, siccome essere "de sinistra" significa per non so quale strana alchimia odiare lo Stato (come un Giannino qualsiasi), cominciando naturalmente dal proprio, un altro difetto all'Italia bisognava trovarglielo, e se prima il difetto era di essere era troppo piccola per fare come gli pare, adesso è quello di essere troppo grande per fare come gli pare. Minimo comune multiplo: per questi intellettuali democratici i loro concittadini non possono fare come gli pare. E va bene così (chi ha letto i miei libri sa le radici storiche di questa simpatica attitudine).

Non commento il tema della "sparizione della moneta unica". Come sapete, non è né la prima né l'ultima volta che un'unione monetaria di un qualche peso scompare, il materiale lo trovate nella sezione "Per cominciare", per voi è banale e quindi non ci torno. Per inciso, colgo l'occasione per dirvi che anche quest'anno avremo al #goofy5 Brigitte Granville, la donna che era nel team di Jeff Sachs a smantellare l'area del rublo per conto di Gajdar. Sono sicuro che se al suo posto ci fosse stato l'uomo che sussurrava ai trulli i risultati sarebbero stati molto migliori: ma siccome c'era lei e non c'era lui, diciamo che abbiamo una ragionevole presunzione che Brigitte sappia di cosa parli...

Mi diverte invece moltissimo, è autenticamente spassosa (posto che sia onesta) l'immagine della sparizione della seconda valuta di riserva del mondo.

Ecco: diamo per scontato che chi ragiona così sia in buona fede (perché potrebbe anche non esserlo, ma occorrerebbe provarlo: la buona fede si presume). Che immagini, cioè, che le riserve ufficiali siano immensi sacchi di juta pieni di contante estero - certo, magari non monete metalliche, ma bigliettoni - depositati nelle casseforti di qualche banca centrale in giro per il mondo. L'Italia (non più Italietta ma Italiona) esce nottetempo dall'euro e... Puff! I sacconi di juta si inceneriscono. Il giorno dopo Patel, o magari Zhou, scendono in ciabatte, ancora un po' assonnati, passano davanti alla cassaforte andando in cucina a farsi un caffè, e vengono assaliti da un dubbio, sai, quei presentimenti tanto vaghi quanto lancinanti, quelle premonizioni che proprio perché infondate, irrazionali ("ma che tte pare che stanotte qualcuno è venuto a aprimme la cassaforte?"), ti impongono il rituale della verifica... "Famme dà un'occhiata, tanto sto qua..." E così i nostri governatori girano la pesante maniglia della cassaforte (ognuno della sua), aprono lo sportello, che cigola sui cardini ("devo ricordarmi di oliare le cerniere..."), e poi si stropicciano gli occhi increduli! Ma... Ma... Ma... dove sono finiti gli euroni, quelli che così efficacemente hanno difeso i banchieri europei dalla crisi e i proletari europei dalla perdita di potere d'acquisto? Non ci sono più? Sono spariti?

Oddio, dato che la compagine è abbastanza scompaginata, magari al suo interno qualcuno che ragiona così ci sarà anche. Voglio però pensare che non arrivino a tanto, ma a un pocolino meno: cioè che si limitino a pensare che questi begli euroni di carta ballanti e sonanti improvvisamente si trovino demonetizzati (fuori corso legale nel paese che li ha emessi... e che peraltro in quanto paese non esiste!), o "svalutati". Purtroppo anche questa è una lieve imprecisione. Per quanto questo possa sembrare paradossale, la logica economica ci dice che le banche centrali di paesi terzi potrebbero addirittura guadagnarci, da una dissoluzione dell'euro.

Come?

Ma sei pazzo?

Ecco, le solite teorie strampalate di Bagnai...

Calma, amici, calma. Le teorie di Bagnai del 2011 sono diventate teorie di Giavazzi nel 2015 e di Stiglitz nel 2016. Ci sarebbe da esserne fieri, se non fosse che nemmeno nel 2011 quelle erano teorie mie, come vi ho mille volte spiegato, ma semplice Econ101. Qui, poi, non si tratta di teoria, ma di pratica.

Scusate: se voi aveste, che so, 200.000 euro di disponibilità liquide per qualsiasi motivo (vendita di un appartamento? Eredità?) cosa fareste? Andreste in banca con un sacco di juta e ve le portereste a casa in biglietti di piccolo taglio? Non credo, non sarebbe razionale, per due ordini di motivi: il primo è che correreste un rischio (se poi un ladro vi entrasse in casa, sareste spacciati), e il secondo è che non avreste un rendimento. Certo: una somma simile conviene tenerla investita in titoli, che fruttano un interesse (se pure, di questi tempi, irrisorio).

C'è un qualche motivo che fa pensare a voi, o alla sconclusionata pattuglia eurista, che un banchiere centrale pisci dalle ginocchia? (perdonate l'espressione gergale).

Perché Patel dovrebbe essere più fesso di voi, o di Trullo Whisperer? Mi dicono che non sia un bramino, ma non per questo sarà un ellissoide! Anzi... Patel, come Zhou, come Goldfajn (sì, proprio quello che fra l'altro è anche stato coautore di un saggio che i dilettanti sistematicamente ignorano e del quale vi parlai qui), esattamente come non tengono i loro dollari in contanti ma in TBill o simili, non tengono i loro euro in contanti, ma in titoli di Stato di paesi dell'area euro.

Ecco, ragioniamoci un po' su...

Come funzionavano le cose prima che iniziasse questo bordello? L'euro non c'era, ma questo non significa che alcune valute europee non fossero valute di riserva. Quali? Ve lo potete immaginare: marco tedesco, franco francese, fiorino olandese, ECU, e naturalmente, fra le valute non candidate all'ingresso nell'euro, sterlina. La base datiCOFER del Fondo Monetario Internazionale ci dipinge esattamente la situazione:

Nel 1995, per dire, le riserve ufficiali totali erano 1389 miliardi di dollari, di cui 355 erano "unallocated" (ultimo rigo), cioè non si sapeva come fossero investite, mentre i restanti 1034 erano allocati in otto valute (dollaro, sterlina, marco, franco, yen, franco svizzero, fiorino e ecu), e una piccola parte (49 miliardi) era allocata in altre valute (fra cui i dollari australiano e canadese). L'euro? Non c'era, naturalmente. Ma se sommiamo il controvalore delle riserve in marchi, franchi, fiorini e Ecu ci viene fuori un bel 279 miliardi di dollari, che vi ho messo in rosso, proprio per evidenziare che quello è l'ammontare delle riserve non in euro (che non c'era), ma nelle cosiddette euro legacy currencies (che c'erano).

Bene, ci siamo? Notate nulla?

Allora vi faccio il disegnino:

Ma guarda un po'! Fra 1995 e 1998 la parte del leone, con quota maggioritaria e crescente, fra le valute di riserva dei paesi europei candidati all'Eurozona chi la fa? Ma lei, proprio lei, la Germania. So che non sarete stupiti. Questo in buona sostanza cosa significa? Significa che in giro per il mondo, verso il 1998, nell'attivo delle banche centrali (incluse quelle europee), c'erano circa 176 miliardi di Bund o similari (escluderei che ci fossero 176 miliardi di monete da un marco, se non avete particolari obiezioni da farmi).

Ci siamo?

Bene. Poi ci siamo uniti, è arrivato l'euro, e l'evoluzione è stata questa:

Siamo passati da 218 miliardi di dollari di euro legacy currencies a 247 miliardi di dollari di euro, poi 278, poi 301, ecc. Una dinamica in crescita, che poi valuteremo, ma la domanda è: secondo voi, un banchiere centrale, che so, di Vanuatu o malese o messicano, che fino al 1998 aveva una certa parte delle proprie riserve allocate in marchi, cioè in Bund, appena arriva l'euro che fa? Prende, disinveste tutti i Bund, e compra titoli del tesoro portoghese o greco? E perché mai avrebbe dovuto farlo? Scusate, vi ricordate cosa ci ha portato l'euro? La convergenza fra tassi di interesse nominali, giusto? Quindi un titolo greco rendeva, fino a prima della crisi dello spread, quanto un titolo tedesco. E allora perché Rajan o Zhou o Bernanke avrebbero dovuto disinvestire i propri Bund per investire, a parità di rendimento, in titoli portoghesi? Non si capisce proprio...

In altre parole, i 1355 miliardi di dollari di riserve denominate in euro in giro per il mondo a fine 2015 è estremamente probabile che fossero pressoché tutte allocate in Bund. Se lo erano prima dell'euro, e quindi verosimilmente prima della crisi, lo saranno (razionalmente) state ancora di più dopo lo scoppio della crisi, che avrà ancora di più spinto i banchieri centrali, personcine avvedute e avverse al rischio, a rivolgersi, per investire i loro euro, verso i titoli del paese considerato meno rischioso dell'Eurozona: la Germania.

Questo cosa significa?

Ma significa una cosa molto ma molto semplice: certo, quando l'euro salterà (non se: quando) ci saranno diversi problemi, che sono conosciuti da chi ha studiato la materia invece di industriarsi in altri campi del sapere economico (o presunto tale). Ma sicuramente fra questi non dobbiamo annoverare la "sparizione delle riserve". Semplicemente, il giorno dopo Patel o Zhou si troveranno con quello che avevano il giorno prima: dei titoli di stato tedeschi che però saranno, a seconda degli scenari, definiti o in un nuovo marco o in un euro del Nord, e quindi risulteranno nettamente rivalutati rispetto al giorno prima. Quindi da questa evoluzione (che è solo una delle tante che si verificheranno in seguito all'evento) i nostri amici banchieri centrali, per i quali stiamo tanto in pena, noi di sinistra, bé, da questa evoluzione rischiano addirittura di guadagnarci.

Certo, a meno che il giorno prima non abbiano venduto tutti i Bund per comprare Btp. Ma se avessero fatto una fesseria simile, sapreste dirmi un singolo cazzo di motivo al mondo per il quale non dovrebbero pagarne le conseguenze?

Ecco: e qui allarghiamo un momento l'obiettivo, per inquadrare in una bella foto di classe (in senso marxista) i nostri simpatici difensori del potere d'acquisto del povero lavoratore, cioè gli euristi di sinistra. Ti fanno la lezzzioncina (sbagliata: cherry picking piuttosto insulso) sul fatto che il riallineamento (che loro chiamano svalutazione) non rianimerebbe il commercio, ma dimenticano quello che fingono di ricordare, cioè il lato finanziario della vicenda. Vedete, se avesse avuto la dracma, la Grecia avrebbe naturaliter fatto unhaircut: una svalutazione è anche questo, è restituire meno valuta nazionale a chi te l'ha prestata incautamente (senza valutare correttamente il tuo merito di credito, come hanno fatto le banche tedesche nel prestare ai greci, e ormai anche la Bce tranquillamente lo ammette). E qui si vede quale classe difendano i difensori dell'euro. L'unica cosa che interessa loro è che il capitalismo finanziario cialtrone e bancarottiero del Nord, quello di DB imbottita di derivati e delle Landesbanken imbottite di crediti marci, non sia chiamato a pagare il conto delle proprie scelte sbagliate attraverso un normale meccanismo di prezzo. Insomma: sono i difensori senza se e senza ma del capitalismo dove testa vinco io, croce perdi tu. Questo è il lato che evidentemente li affascina e li soggioga intellettualmente dell'istituzione euro, forse perché da questo peculiare aspetto di tale iniqua istituzione traggono alimento.

Io non emetto alcun giudizio. Mi limito a far notare che, come sempre, chi si incaponisce a difendere un'idea sbagliata perché ingiusta dopo un po' resta a corto di argomenti, e deve necessariamente usarne di ridicoli.

L'immagine del povero Patel in ciabatte atterrito alla scomparsa dei propri euroni è sufficientemente plastica. Ridiamoci sopra, e scusatemi se vi ho fatto perder tempo con fesserie simili. Ma, d'altra parte, un keynesiano sa che è la domanda a creare l'offerta. Questo credo valga anche per le lievi imprecisioni. Quindi, meglio intervenire per regolarne il mercato...»

* Fonte Goofynomics

lunedì 26 settembre 2016

FESSERIE DI UN ECONOMISTA di Leonardo Mazzei

[ 26 settembre]

A proposito di un incredibile articolo di Giorgio Lunghini

Poi c'è chi si chiede come mai, davanti al disastro dell'euro, la sinistra brancoli nel buio più della destra. Certo, c'è il problema della direzione politica e non è poco. Ma ci sono anche economisti che sparano immani stupidaggini spacciandole per verità. Il bello è che le loro improbabili certezze neppure provano a spiegarle. Le buttano lì come fossero indiscutibili, tanto per quella mercanzia un Manifesto che le pubblica si trova sempre, così come è sicuro che un anemico sito come quello del Prc le rilancerà con gioia.

E' questo il caso di un articolo di Giorgio Lunghini, uscito venerdì scorso. L'articolo è talmente maldestro che ce occupiamo solo per l'indiscussa fama dell'autore. Il fatto che certe cose vengano dette da un illustre cattedratico, già presidente della Società italiana degli economisti, è infatti la migliore dimostrazione di come l'ideologia (in questo caso quella eurista) prevalga quasi sempre su cultura, conoscenza, esperienza e capacità d'analisi che certo al Nostro non mancano.

Vediamo di cosa si tratta.
Nel breve testo intitolato "Le conseguenze di un'uscita dall'euro", Lunghini giunge a vette davvero ineguagliate. La sua non è un'analisi più o meno pacata, ma un elenco di traumi economici che colpirebbero il Paese al determinarsi del temuto evento. Il fatto è che neppure gli euristi più sfegatati, i liberisti più accaniti, gli indefessi adoratori della moneta unica a prescindere, sono mai giunti a sparare certe cifre.

Non siamo tra quelli che pensano che l'uscita dall'euro sarà una passeggiata. Non lo sarà di certo, ma i ceti popolari da molti anni non "passeggiano". Non siamo comunque tra coloro che si nascondono i problemi di una scelta pure necessaria. Ma che a sinistra circolino ancora "ragionamenti" terroristici come quello di Lunghini è di una gravità inaudita.

Esageriamo a parlare di terrorismo? Giudichino i lettori.
Prendiamo due previsioni contenute nel suo articolo, quella sul livello di inflazione e quella sulla caduta del Pil che si determinerebbe con l'uscita dall'euro.

Partiamo dall'inflazione, che secondo l'economista salirebbe al 20% annuo, non si sa - bontà sua - per quanti anni. Alla base di questa previsione ce n'è un'altra concernente la percentuale di svalutazione, che egli stima al 30% nei confronti della Germania.

Ora, a parte il fatto che il 30% sulla Germania (calcolato sulla base della perdita di competitività verso quel paese) non è un 30% applicabile all'intera area euro, qui il punto è un altro. Ed è che non si capisce da cosa spunti fuori il 20% di inflazione, se non dal manifesto desiderio di terrorizzare i lettori.

In proposito è sufficiente ricordare due eventi, uno di un quarto di secolo fa, ed un altro invece recentissimo.

Il primo è quello della famosa svalutazione della lira rispetto al marco (anche qui, si badi, rispetto al marco, non ad un indistinto paniere di monete) del settembre 1992. Quella svalutazione finì per attestarsi proprio sul temuto 30% di cui ci parla oggi Lunghini. Bene. Quale fu l'effetto sull'inflazione di quella svalutazione? L'inflazione media del triennio successivo (1993-1995) fu del 4,6%. Oggi può sembrare molto, ma l'inflazione media del triennio precedente a tassi fissi (1990-1992) - era stata del 5,9%! Come si vede la realtà è a volte un po' diversa da come ce la raccontano.

E il confronto con la Germania? Uno si aspetterebbe l'esplosione del differenziale di inflazione dopo il 1992. E invece quel differenziale, che era pari al 2,7% nel triennio 1990-1992 (quello precedente la svalutazione), scende sorprendentemente all'1,6% nel triennio post-svalutazione (1993-1995) nel quale la lira arriva a deprezzarsi fino al 50% sul marco (esattamente il picco che Lunghini ipotizza oggi uscendo dall'euro), per poi scendere all'1,2% nel triennio successivo (1996-1998) quando la lira prende a rivalutarsi.

Lungo sarebbe il discorso sulle ragioni di tutto ciò, e magari uno come Lunghini potrebbe utilizzare la sua scienza per illuminarci un po' su questo, ma due dati balzano agli occhi di chiunque: primo, non ci fu alcun vero effetto inflattivo determinato dalla svalutazione del 1992; secondo, siamo comunque nel campo dei decimali, non certo dei rotondi 20% messi lì solo per incutere terrore. Che l'andamento dell'inflazione dipenda da numerose altre variabili, oltre che dalla variazione dei cambi, ci pare comunque cosa assai evidente.

Questa osservazione è in realtà piuttosto banale, anche se così non sembra all'illustre economista. C'è però un fatto recente che dimostra quanto egli abbia torto. Negli ultimi due anni l'euro si è svalutato di circa il 20% sul dollaro, eppure abbiamo l'inflazione a zero. Se il Nostro avesse ragione, e tenendo conto della maggiore importanza della valuta americana, con la quale si effettuano i pagamenti delle principali materie prime importate, dovremmo avere un'inflazione a due cifre. E invece siamo a zero. Perché Lunghini omette questo piccolo particolare? Anche qui, giudichino i lettori.

Veniamo ora al disastro annunciato del Pil. Se sull'inflazione Lunghini ha sparato a caso giusto per impressionare, è sul Pil che dà il meglio di se. Citiamo: 
«Come conseguenza di tutto ciò(degli effetti dell'uscita dall'euro, ndr), la caduta del Pil dell’Italia sarebbe pari a circa il 40% nel primo anno e al 15% negli anni successivi per almeno un triennio». 
Avete letto bene: meno quaranta per cento, così per iniziare; poi un bel meno quindici per cento per almeno un triennio. Insomma l'azzeramento dell'economia italiana. Ma si può!!!???

Ora, ricordandoci che la pazienza è una virtù, andiamo a vedere il precedente di un autentico disastro: quello dell'Argentina. Quando uno dice Argentina sa di dire una cosa paurosa, che evoca i peggiori timori, l'esperienza peggiore che possa capitare all'economia di una nazione. E allora andiamo a vedere i dati di quell'inferno.

Nel 2002, anno in cui (a gennaio) viene abbandonato il cambio fisso con il dollaro, ed il pesoinizia a fluttuare, il Pil cala del 14,7%. Un calo drammatico e con gravissime conseguenze sociali, prima tra tutte la disoccupazione. Il calo, peraltro, fu anche il frutto del precipitare di una recessione già iniziata (proprio a causa del cambio fisso) nel 1999. In ogni caso drammatico, ma parliamo di un 14,7% in un paese con un'economia assai più debole di quella italiana, non certo dell'assurdo 40% che spara Lunghini per il nostro paese.

Questo per il primo anno. E negli anni seguenti? Per l'Italia il Nostro ha già parlato: meno quindici per cento all'anno, almeno per tre anni. E in Argentina, cosa successe al Pil negli anni successivi al divorzio con il dollaro? E' presto detto: +8,7% nel 2003, +8,3% nel 2004, +9,2% nel 2005, +8,5% nel 2006, +8,7% nel 2007. Detto in altri termini: in due anni si è più che recuperata la perdita del 2002, mentre nei cinque anni successivi allo sganciamento dal dollaro la crescita cumulata è stata del 51,6%. Dobbiamo aggiungere altro?

In Italia invece, rimanendo nell'euro, abbiamo un Pil inferiore dell'8% a quello dei livelli pre-crisi del 2007. Ecco le virtù della moneta unica! Ma i drammi sociali prodotti da questa situazione non preoccupano Lunghini quanto quelli ipotetici che seguirebbero l'uscita dall'euro.

Ad ogni modo, la cosa che grida vendetta è che il Nostro prevede per l'Italia —non si sa come, ma lasciamo perdere— un'Argentina moltiplicato tre per il primo anno post-euro, mentre per gli anni successivi il disastro continuerebbe, contraddicendo —ed anche qui non si sa perché— quanto avvenuto nel caso argentino.

Ora, la sparata è talmente colossale che conviene lasciare da parte ogni dettaglio tecnico. E' evidente che qui siamo davanti ad una religione, quella dell'euro, di fronte alla quale chi vi aderisce perde il lume della ragione. Che oggi, nell'anno 2016, si debbano leggere ancora robe di questo tipo fa però un certo effetto. Non che gli argomenti del Nostro siano nuovi. Al contrario, sono vecchissimi. Ma mentre nel campo degli economisti mainstream si evita ormai il ricorso a cifre così insensate, a sinistra invece non si riesce proprio a farne a meno.

"Sinistra"? 
Ecco, forse su questo ci sarebbe da discutere. Un tempo "sinistra" significava anche, tra le altre cose, volontà di cambiamento, coraggio nell'affrontare il difficile compito della trasformazione dell'esistente. Oggi, ecco cosa ci propone invece Lunghini nella sua conclusione: «In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'«Hotel California nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire».

Eccoci così arrivati al decisivo inno alla conservazione! Peggio: alla conservazione non per un supposto bene (come fanno da sempre gli "onesti" conservatori), ma per l'impossibilità anche solo di pensare ad un'alternativa al male presente.

E' sicuramente anche per questo male dell'anima che si vanno poi a sparare certe cifre. Ma in questo modo non ci si salva di certo né l'anima né la reputazione.

giovedì 27 agosto 2015

CHE SUCCEDE CON LA CINA? Quale sarà il prossimo anello a saltare? di Moreno Pasquinelli

[ 27 agosto ]

Abbiamo definito il sistema capitalistico (e imperialistico) occidentale come una ierocrazia, dove le decisioni di ultima istanza vengono prese da una setta clericale che venera il denaro e, attraverso il controllo delle banche (a partire da quelle centrali), riesce a volte a compiere il prodigio della sua moltiplicazione — lo stesso miracolo dei pani e dei pesci, ma dagli effetti opposti a quelli del Gesù, ovvero a beneficio dei ricchi ed a spese della povera gente che sgobba per tenere in piedi la baracca traballante dell'iper-capitalismo o capitalismo-casinò.

Traballante, appunto, ed il terremoto finanziario cinese —che malgrado le sue peculiarità social-mandarine è pienamente integrato in quello mondiale— ne è l'ennesima conferma.

La decisione presa l'11 agosto scorso dalla banca centrale cinese (People's Bank of Cina) di svalutare la propria valuta (renminbi-yuan), a cui ne sono seguite altre due, ha seminato il panico nel sinedrio in cui i sacerdoti dell'ultimo Dio celebrano i loro diabolici riti —malgrado la valuta cinese sia stata deprezzata solo del 5%, e che la borsa di Shangai per quanto abbia perso il 43% dal picco di giugno resti del 50% al di sopra dei valori di inizio 2014. Comunque, a causa del panico, le borse mondiali, in primis quelle europee, hanno subito un salasso impressionante. 

E' davvero la modesta svalutazione decisa da Pechino che spaventa Lorisgnori? No, fa loro paura quello a cui allude, quello che ci sta dietro.

Lo sciame di teologi a libro paga della setta (analisti, economisti, giornalisti, ecc.) si sono prodigati nel tentativo di dare una risposta plausibile. Tra queste alcune le abbiamo trovate francamente esilaranti. Quella che supera la soglia oltre la quale ci sono le fesserie ci è stata sfornata dal dal direttore del Il Sole 24 Ore del 25 agosto Roberto Napoletano. Il Nostro condanna la svalutazione come un "gesto illiberale", un atto di forza per condizionare e manipolare il "naturale" corso dei mercati delle valute —come si sa questi teologi  divinizzano la smithiana "mano invisibile" come fosse la cristiana Provvidenza— e, con tono solenne quanto supponente, sostiene che le autorità cinesi sarebbero invece "obbligate" a seguire la via del Quantitative easing e di ulteriori abbassamenti del tasso d'interesse —che probabilmente verranno, ma non per esaudire i desiderata occidentali. 
Idea alquanto patetica, visto che sono anni che la banca centrale cinese pompa liquidità a basso costo per sostenere la domanda aggregata utilizzando il canale centrale della China Development Bank

Il problema è che queste iniezioni massicce di denaro hanno sì incrementato gli investimenti (ma molto poco i consumi) ma hanno del pari alimentato la speculazione finanziaria —via borse ufficiali come pure via "mercati grigi" e quelli  bancari collaterali (shadow banking sistem).

Gli "eruditi" teologi del Sacro impero d'Occidente vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca o meglio, mi si perdoni la scurrile metafora —che ahimé rende bene la cosa—, "fare i froci col culo degli altri". [1]

Essi dimenticano (o fanno finta di dimenticare) che la svalutazione decisa dalle autorità cinesi — ed a cui è seguita la per niente spontanea fuga dei capitali dalla Cina e i crolli borsistici— è solo l'ultimo atto di quella che è stata chiamata "guerra delle valute", ovvero delle serie di svalutazioni competitive che diversi governi hanno adottato per venir fuori dal marasma della stagnazione economica. 
Il mondo trapassato nella globalizzazione non è né armonioso né quieto ma segnato dalla competizione e dalla guerra economica. Qui vale piuttosto il detto mors tua vita mea. E chi diede inizio alla "guerra della valute" (preliminare forse ad una guerra di ben altra natura)? Quali potenze, fottendosene del "rispetto delle normali fluttuazioni del mercato" ed in barba al dogma della "mano invisibile" sono intervenute massicciamente per svalutare ai danni delle altre? Sono stati proprio gli Usa con il Quantitative easing della Fed, che altro non è stato se non un potente deprezzamento del dollaro allo scopo di trasferire la crisi nord-americana al resto del mondo — altro che 5%!. A ruota si è mosso tutto il sacro impero d'occidente, fino alla Bce e all'euro-Germania. Malgrado gli appelli degli altri BRICS, Pechino per anni ha rifiutato di entrare in questa guerra, evitando ogni svalutazione, anzi assistendo ad un apprezzamento che ha danneggiato la sua economia export-oriented.

Giunti i primi segnali di rallentamento del boom economico, nonché quelli ancor più pericolosi dello scoppio della bolla finanziaria, le autorità cinesi sono state costrette a rompere gli indugi e ad agire preventivamente, per rilanciare su grande scala le esportazioni.

Chiarito il carattere peloso delle filippiche dei teologi occidentali, ovvero riconosciuto alle autorità cinesi il diritto di fare gli "interessi nazionali" evitando di immolarsi sull'altare fasullo della globalizzazione, corre l'obbligo di segnalare che la mossa cinese prelude quindi ad un cambio di politica economica profondo. La mossa cinese, come sostiene uno dei pochi analisti che abbia sale in zucca [2] si spiega poi con cause del tutto endogene. Pechino ha tentato negli ultimi anni di passare da un'economia principalmente esportativa (quindi fondata su lavoro a basso costo) ad un'economia trainata da consumi e investimenti. I risultati non sono stati affatto quelli attesi, la crescita economica ha subito un sostanziale rallentamento. I consumi sono cresciuti poco, mentre gli investimenti sostenuti dalle autorità, per quanto ingenti — in Cina gli investimenti fanno ben il 44% del Pil!—, non hanno sostituito la ricchezza andata perduta col calo delle esportazioni. In poche parole la scarsa domanda aggregata sta facendo tornare Pechino sui suoi passi.

Pare ovvio che questo cambio d'indirizzo a cui allude la recente svalutazione della valuta cinese, avrà conseguenze grandi e forse devastanti per l'economia-mondo. Qualche anello della catena dell'economia-mondo salterà. 

Saranno i paesi più esposti alla globalizzazione e al libero scambio, quelli che non riusciranno a reggere la concorrenza cinese. 

Vedremo se sarà qualche paese BRICS oppure se salteranno proprio gli anelli deboli della catena europea. Lo spettro della tempesta busserà nuovamente alla porta dell'Italia?


NOTE

[1] Nelle loro divinazioni, non sapendo dove sbattere la testa, alcuni giungono ad interrogare fondi di caffè e budella di capra, come fa ad esempio Federico Rampini, che ha tirato in ballo la "teoria del caos" e la ..."fisica delle slavine —il tutto per giustificare che nulla di quanto accade al capitalismo-casinò è non solo prevedibile ma non intelligibile. Da questa sua inquietudine cognitiva Fubini tira tuttavia una conclusione sorprendente quanto istruttiva per la voragine che apre nella testa degli adepti del globalismo: «Paradosso: i paesi relativamente meno vulnerabili [dalle tempeste finanziarie, Nda] sono quelli un po' meno esposti al commercio estero. America, India, sono meno globalizzate della vecchi Europa. Qualcuno avrà ripensamenti sui trattati di libero scambio Tpp e Ttip».

[2] Martin Wolf, The Financial Times - Il Sole 24 Ore







giovedì 30 aprile 2015

SVALUTAZIONE/INFLAZIONE: CONTROPROVA FATTUALE (smentite le cazzate degli euristi)

[ 30 aprile ]

L'EURO SI SVALUTA, MA SI RESTA IN DEFLAZIONE ED I TASSI D'INTERESSE NON SONO MAI STATI COSÌ BASSI

Il 19 aprile scorso la repubblica, dedicava tre paginate alla crisi greca. In bella vista, a pagina due, una tabella il cui titolo recitava: "Cosa succede alla Grecia se esce dall'euro". Queste le risposte:
«(1) Corsa agli sportelli e probabile blocco dei conti correnti e movimento di capitale; (2) Svalutazione pesante della dracma dal 40 al 70%; (3) super-inflazione di circa il 20%; (4) svalutazione risparmi dei greci; (6) crollo del potere d'acquisto delle famiglie».
E' solo l'ennesima testimonianza del terrorismo ideologico con cui i media ci bombardano ad anni, e con cui spaventano i popoli, quello greco in primis. Se si trattasse dell'opera di singoli giornalisti e politicanti attaccati alla loro poltrona, potremmo parlare di incompetenza, di stupidità, di opportunismo. 
Abbiamo invece a che fare con minacce sorrette da analisi di "economisti" educati alle scuole liberiste e monetariste i quali, per quanto tarati,  mentono sapendo di mentire.

Il centro dei ragionamenti degli "economisti" euro-fanatici, anzi la loro vera e propria bomba atomica, quella con cui pretendono di impaurire il comune cittadino è quello che se noi tornassimo alla lira avremmo un'inflazione fuori controllo e quindi un crollo del potere d'acquisto. Ergo: fame e miseria. 
Qui accanto, ad esempio, un'istantanea di una tabella spiattellata ai telespettatori da BALLARÒ nell'ottobre 2012. Se tornassimo alla Lira la moneta si svaluterebbe dal 25 al 60% e un litro di latte passerebbe da 1,70€ a 5mila lire! Ovvero avremmo un'inflazione del 30%.

Stessa litania da parte del Corriere della Sera. Famigerato, per la caterva di inesattezze e fandonie, l'articolo del 16 maggio 2012.  Infine sentiamo che dice il Sancta Sanctorum, il Centro Studi della Confindustria:
«Un'uscita dalla moneta unica determinerebbe non solo un immediato disallineamento degli spread e una conseguente insostenibilità del nostro debito pubblico. Scatenerebbe un'inflazione a doppia cifra con un'esplosione dei costi energetici. In questo contesto la svalutazione non riuscirebbe a rilanciare le esportazioni e il Pil, visto che le filiere globali della produzione hanno già ridotto i vantaggi competitivi dei singoli paesi». [Il Sole 24 Ore del 5 febbraio 2014]
Hai voglia a rispondere che non c'è alcuna evidenza scientifica per cui ad una forte svalutazione corrisponde per forza una inflazione a doppia cifra! Hai voglia a rispondere che ad un aumento dell'inflazione non corrisponde necessariamente un calo del potere d'acquisto dei salari! Hai voglia a dire a questi bugiardi che alla svalutazione  non necessariamente deve corrispondere un aumento dei tassi d'interesse e del debito pubblico! Abbiamo risposto a questi cialtroni punto per punto col nostro VADEMECUM. Hanno risposto diversi economisti che non hanno venduto l'anima.

E cosa hanno risposto questi cialtroni? "Dateci la controprova fattuale!".
Gli si è portato l'esempio della svalutazione della Lira del settembre 1992 (che in un anno giunse  a circa il 30% sul Marco), ma non schizzarono in alto i tassi d'interesse, Nè avemmo un'inlfazione a due cifre.

Ora di controprova fattuale —che non c'è alcuna relazione meccanica causa-effetto tra svalutazione-inflazione-aumento dei tassi d'interesse— ne abbiamo un'altra, proprio sotto gli occhi.

Negli ultimi mesi l'euro è sceso sul dollaro del 26,58%. Ebbene, quanto è cresciuta l'inflazione? Quanto in alto sono schizzati i tassi d'interesse?

Non solo i prezzi non sono cresciuti, la zona euro resta in deflazione, ed i tassi d'interesse non sono mai stati bassi come adesso.

"E' una conseguenza del salutare Qe di Mario Draghi", rispondono i nostri "economisti". Nessun accenno tuttavia ad una pur timida autocritica, come ogni "scienziato" che sia tale sarebbe tenuto a fare davanti ad una "controprova fattuale". Anzi, con la faccia come il culo, i nostri "economisti" inneggiano appunto a Draghi che, svalutando l'euro, aiuta magicamente la tanto anelata "ripresa economica".

Ma come? Non ci irridevate quando dicevamo (e diciamo) che il ritorno alla sovranità monetaria e una decisa svalutazione darebbero un forte impulso all'economia italiana?


sabato 26 ottobre 2013

GRECIA: CON L'EURO IN TASCA MA PIÙ POVERI DEL 40%! di Leonardo Mazzei*


26 ottobre.   Gli italiani sono avvisati. Se vorranno tenersi l'euro come valuta, guardino a quanto accaduto ai greci.

«Di quanto si sono impoveriti i greci per restare nell'eurozona?
Ecco una bella domanda. Di quelle che bisognerebbe farsi ogni volta che si avvia una discussione su "euro sì, euro no". Discussioni a volte astratte, e spesso dominate dal terrore dell'ignoto: quel ritorno alla valuta nazionale che secondo alcuni provocherebbe solo disastri senza fine.

Ora, abbiamo scritto tante volte che l'uscita dalla moneta unica non sarà certo indolore, che essa dovrà essere accompagnata da una serie di altre misure - in primis la nazionalizzazione del sistema bancario, un rigido controllo sul movimento dei capitali, una robusta ristrutturazione del debito pubblico - e tuttavia non ne possiamo più dei profeti di sventura che vedono solo le disgrazie future, mentre poco hanno da dire su quelle già in corso.

Prendiamo allora il caso della Grecia. Caso estremo, si dirà con qualche ragione, dato che la Grecia è il paese che ha maggiormente subito i diktat austeritari dell'Unione Europea e della troika. Ma il suo caso, pur essendo il più grave, non è certo l'unico. Gli stessi fenomeni di impoverimento, caduta del reddito, aumento della disoccupazione, depauperamento dell'apparato industriale, li ritroviamo in tutti i paesi della periferia sud del continente, a partire dall'Italia.

Vediamo gli ultimi dati sulla Grecia. Numeri ufficiali dell'istituto di statistica ellenico,

riportati da un articolo di Ettore Livini su la Repubblica del 23 ottobre scorso. Leggiamo i dati essenziali:
«L'istituto nazionale di statistica ha calcolato che il reddito disponibile delle famiglie greche è calato dal 2008, anno dell'inizio della bufera dei debiti sovrani, ad oggi del 40%. Cifra tonda frutto del -29,5% di ricchezza calcolata e dell'effetto inflazione. Gli stipendi dei cittadini ellenici sono crollati dal secondo trimestre del 2009 del 34%, mentre il governo nello stesso periodo ha tagliato i servizi e i benefit sociali del 26%».
Quaranta per cento! C'è qualcuno in giro che osa sostenere che i greci avrebbero subito la stessa sorte se avessero potuto disporre di una propria moneta e della conseguente sovranità monetaria e nazionale? Se c'è qualcuno si faccia avanti, magari spiegandoci come mai in nessun paese del mondo, ma proprio in nessuno, l'attuale crisi economica ha prodotto un disastro lontanamente paragonabile a quello greco.

Quaranta per cento! C'è qualcuno che ancora vuol parlare dei perniciosi effetti inflattivi della svalutazione conseguente al ritorno alla moneta nazionale? Giustissimo, lo faccia. Il problema ha da essere affrontato, soprattutto per salvaguardare salari e pensioni. Ma va fatto sapendo (e dicendo) come stanno le cose, e cioè che nessuna svalutazione potrà mai fare più danni di quanti ne ha fatti, ne sta facendo e ne farà la moneta unica. Il caso greco è lì a dimostrarlo.


Certo, l'euro non è stato la causa della crisi sistemica scoppiata nel 2008. Ma continuare a non vederne l'effetto moltiplicatore che esso ha prodotto in Europa, e specificatamente nell'area mediterranea, non è più tollerabile.

Ora, tornando alla Grecia, la Troika si dice molto soddisfatta della situazione, perché vi sarebbero «incoraggianti segni di stabilizzazione». Sai che bello "stabilizzarsi" dopo aver perso il 40% del reddito e della ricchezza!

Secondo Ue-Bce-Fmi quest'anno i conti pubblici faranno registrare un avanzo primario  —peccato che, esattamente come in Italia, ci penseranno poi gli interessi sul debito a ripristinare un bel segno meno. Il Pil calerà "solo" del 4%. Ma la Troika è felice perché temeva peggio... Felice anche l'impagabile Olli Rehn che, dopo 6 anni di recessione, vede per il 2014 l'inizio della ripresa...

Lo stesso Livini ammette che «non si vede ancora la fine del tunnel». Del resto: «Solo tra giugno 2012 e giugno 2013 sono andati in fumo 3,1 miliardi di risparmi, pari a un'altra flessione del 9,3%. Colpa dell'ennesima sforbiciata del 13,9% alle busta paga e del 12,4% al welfare». Cifre da brivido, relative solo all'ultimo anno. Un anno in cui i consumi sono calati di un altro 7,6%.


C'è dunque da dubitare che la Grecia abbia toccato il fondo. Tant'è vero che tutti sanno che una nuova ristrutturazione del debito (haircut, "sforbiciata" come dicono gli strozzini-barbieri della Troika) si renderà necessaria. Lo sanno talmente bene che hanno già deciso la data. Sarà subito dopo le elezioni europee, ed il perché è presto detto. Siccome questa volta saranno chiamati a pagare la Bce ed il "fondo salvastati", e siccome ciò produrrà una perdita secca ai paesi che vi contribuiscono (tra i quali ovviamente l'Italia) è meglio non far sapere niente di tutto ciò ai cittadini che nel maggio prossimo saranno chiamati ad eleggere il nuovo parlamento di Strasburgo.

Ricapitolando: i greci si sono impoveriti del 40%; la "fine del tunnel", al di là di una possibile ripresina fisiologica, è di là da venire; il debito pubblico, nonostante le misure draconiane imposte, è tutt'altro che stabilizzato.

Ripetiamo allora la domanda: c'è qualcuno in giro che vuole sostenere che un simile disastro sarebbe avvenuto se i greci avessero potuto disporre di una propria moneta e della conseguente sovranità monetaria e nazionale?

Nessuna persona onesta potrebbe sostenere una simile castroneria. Ecco perché ci siamo abbastanza stufati delle sottili disquisizioni sul rapporto costo/benefici di un'uscita dall'euro. Discussione utilissima, beninteso, ma solo a condizione che prima si faccia un raffronto non sulle due ipotesi future, ma con il disastro ben misurabile del presente. E ciò vale per la Grecia, ma anche, mutatis mutandis, per il nostro paese.

A meno che non si voglia sostenere la tesi secondo cui non si possono negare i danni dell'euro (hai a provare!), ma siccome ormai ci siamo conviene rimanervi per non produrne di ulteriori. Ma con una simile ignavia, di sicuro non estranea ad una sorta di conservatorismo inconscio di una certa intellettualità di "sinistra", sarebbe davvero inutile discutere».


* Membro della Segreteria nazionale del Mpl

martedì 27 agosto 2013

E' IL KEYNESISMO CHE FA RESPIRARE L'ARGENTINA di Roberto Lampa e e Alejandro Fiorito


27 agosto. Si dice: «FAREMO LA FINE DELL'ARGENTINA», oppure, all'opposto: «OCCORRE FARE COME L'ARGENTINA?». Ecco come stanno davvero le cose riguardo a svalutazione, inflazione, bilancia dei pagamenti e distribuzione dei redditi. Lampa e Fiorito mettono in guardia dalle tesi di Frenkel e Bagnai.


«Il Pil si assesta a un +6%, la disoccupazione scende dal 25 al 7%, la distribuzione del reddito è in costante miglioramento. E senza l'arma della svalutazione del peso.

Agitata a mo' di spauracchio dai sostenitori ad oltranza dell'austerità targata Unione europea o incensata come paradigma da imitare dal grillismo più radicale, l'Argentina occupa ormai uno spazio indiscusso nel dibattito politico italiano: «Faremo la fine dell'Argentina » o «Bisogna fare come l'Argentina » sono diventati così due aforismi, ricorrenti e perfino abusati, nella discussione sulla crisi economica in corso. 


Simili giudizi sono finora restati ad un livello d'analisi estremamente superficiale, scontando per di più l'utilizzo di lenti deformanti "primo-mondiste" con le quali sovente si tenta di osservare il complesso, e talvolta contraddittorio, continente latinoamericano, piegandolo alla stringente attualità nostrana. 

Tuttavia, una volta inquadrato nella sua specificità, il caso argentino può effettivamente contenere alcune indicazioni cruciali per il dibattito sullo stato (comatoso) dell'economia italiana ed europea. 

Riteniamo utile partire dai freddi numeri. 
Tra il 2003 ed il 2011, il Pil argentino è cresciuto in media del 7,6% annuale; nel 2012 ha subito un rallentamento attestandosi al +1,9% (complice l'improvvisa crescita zero della "locomotiva regionale" Brasile, ma anche un brusco freno alla spesa pubblica) ed infine quest'anno si va assestando ad un +6%. 

Vale la pena sottolineare che, come osservato da Mark Weisbrot ed altri, la crescita argentina fino al 2011 è stata la più rapida e corposa del mondo occidentale contemporaneo. Una simile, impetuosa, crescita economica ha ovviamente implicato una forte generazione di posti di lavoro ed una drastica riduzione della disoccupazione, passata dal 25% all'attuale 7,3% nel periodo in esame (con gli ultimi indicatori trimestrali che indicano un'ulteriore contrazione). 

Ma, cosa ben più interessante, è stata accompagnata da un costante miglioramento della distribuzione dei redditi: l'indice di Gini (il cui alto valore indica un'alta disuguaglianza) si è infatti progressivamente ridotto fino all'attuale 0,372. Un traguardo straordinario, se paragonato al resto della regione latinoamericana: in Brasile l'indice di Gini è addirittura pari a 0,52. 

Simili risultati sono stati essenzialmente il frutto di una politica economica interventista e fortemente orientata all'espansione della domanda domestica, le cui chiavi sono state la politica fiscale (accompagnata da una politica monetaria accomodante, implementata da una banca centrale non più indipendente ) ed i molti trasferimenti erogati a vantaggio delle classi medio-basse. 

 Inoltre, la tradizionale vicinanza dei governi peronisti alle centrali sindacali argentine ha prodotto una politica salariale che ha permesso ai lavoratori di tenere il passo dell'inflazione: nonostante quest'ultima sia stimata tra il 20 ed il 25%, attualmente la crescita del salario per il 2013 è prevista attorno al 25,3% (con punte del 31,2% nel settore privato), non pregiudicando il potere d'acquisto dei settori popolari. 

Proprio questa logica ha ispirato l'ostinato rifiuto dei governi Kirchner di svalutare il peso argentino. Non va infatti dimenticato che nei paesi in via di sviluppo gli effetti di una svalutazione sono fortemente regressivi sul piano della distribuzione dei redditi, perché, da un lato, è maggiore la quantità di beni di consumo ed investimento importati [esportati?] e, dall'altro, è più forte il rischio di un effetto trascinamento dei prezzi internazionali sui prezzi domestici. A fugare ogni dubbio, andrebbe sempre ricordato che proprio l'improvvida svalutazione del bolivar a due mesi dalle elezioni è stata all'origine dell'emorragia di voti nei settori popolari che è quasi costata la vittoria a Nicolas Maduro in Venezuela, sebbene questo dettaglio sembra essere sfuggito a molti osservatori del primo mondo. 

In questo senso, non appare convincente la spiegazione di quegli economisti (ad esempio, Bagnai e Frenkel) che individuano nel tasso di cambio competitivo la chiave della crescita argentina, accettando la tesi ortodossa di Rodrik relativa all'esistenza di una correlazione positiva tra il tasso di cambio e la crescita economica. 

Negli anni più bui della crisi globale in corso, ad es. il 2010-11, il peso argentino era infatti tornato a livelli di apprezzamento simili a quelli degli anni della convertibilità col dollaro, eppure il Pil argentino raggiungeva i picchi più alti di crescita (+9,2% nel 2010 e +8,9% nel 2011) ed il prodotto industriale cresceva ancora di più (+9,8% nel 2010 e +11,0% nel 2011). 

Semmai, appare plausibile il contrario: i dati sembrano indicare che la chiave dell'espansione economica argentina risiede nel forte keynesismo che ha ispirato l'azione dei suoi governi, accompagnato da un certo grado di protezionismo e allo sforzo crescente per creare uno spazio di manovra sufficiente per la politica economica, iniziato con il cruciale processo di dis-indebitamento e sganciamento dai prestiti del Fmi, che imponevano draconiane politiche di austerità. In un simile contesto, la svalutazione avrebbe effetti senz'altro regressivi ed opposti a quelli auspicati dalle autorità economiche. 

Né del resto sarebbero scontati i suoi effetti sui volumi del commercio estero, come ampiamente documentato nella letteratura economica argentina (ad es. Berrettoni e Castresana, 2008). Ovviamente, non vanno sottaciute le difficoltà di questo paese e le sfide che in futuro dovrà affrontare. In particolare, va rilevato che almeno una parte della nefasta eredità neoliberale degli anni '90 è ancora presente, sotto forma di un'eccessiva dipendenza dell'economia nazionale dalle importazioni e dal capitale transnazionale, specie nei settori chiave dei beni di equipaggiamento durevoli e dell'energia: tra il 2003 ed il 2011, le importazioni sono cresciute in media del 16,6% annuale mentre le esportazioni soltanto del 6,3% annuale. 

Ciò ha determinato un deficit nelle partite correnti, accompagnato però da un saldo delle
merci ampiamente positivo. Più che evidenziare un problema di competitività, ciò è potenzialmente in grado di riprodurre un paradosso, in passato noto come ciclo di stop and go: la forte crescita del Pil innesca un'impennata delle importazioni (maggiore della crescita delle esportazioni) che genera un crescente disequilibrio di conto corrente della bilancia dei pagamenti. 

Per arrestare questo fenomeno si ricorre a una svalutazione, che, dato il contesto di crescita, fa schizzare l'inflazione fuori controllo, peggiora la distribuzione, raffredda l'economia e annulla gli effetti della crescita economica precedente, condannando il paese a un perenne sottosviluppo. 

Così come non va dimenticata l'assenza di statistiche attendibili sull'inflazione ed una certa timidezza del governo nazionale nel prendere atto delle origini di natura distributiva di questo fenomeno (che si è manifestato con forza a partire dal 2009, anno in cui il salario reale è tornato ai livelli precedenti la crisi e non è invece dovuto all'eccesso di spesa pubblica, come ad esempio argomentano Frenkel e Bagnai) e ad intervenire con un'adeguata politica dei redditi e di controllo dei capitali. 

 Pur tuttavia, ciò che a nostro avviso merita di essere evidenziato è che mentre l'Unione europea annaspa ostaggio del pensiero economico ortodosso e delle ricette neo-liberali propugnate dalle istituzioni internazionali, proprio il Keynes meno addomesticato e l'eterodossia economica strutturalista hanno invece trovato ospitalità nei palazzi di governo dell'economia argentina. Basti ricordare, a mo' di esempio, il recente obbligo per le banche e le assicurazioni di destinare il 5% dei depositi ad investimenti produttivi in settori strategici stabiliti dal Sottosegretariato alla Pianificazione (!): ciò che in Italia farebbe gridare al regime bolscevico, sembra ancora in grado di garantire all'Argentina una crescita economica di tutto rispetto, nonostante la pessima congiuntura internazionale ed alcuni nodi irrisolti. Se ne accorgeranno il governo e gli addetti ai lavori italiani?»


*Roberto Lampa (Universidad de Buenos Aires) e Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan) 


** Fonte: Politica ed Economia

lunedì 8 luglio 2013

COME USCIRE DALL'EURO? (tre osservazioni sulla tesi di Brancaccio) di Leonardo Mazzei

8 luglio. Il ragionamento di fondo svolto ormai da tempo da Emiliano Brancaccio, e riproposto in ultimo nel suo articolo Uscire dall'euro? C'è modo e modo, ci trova assolutamente concordi. In sostanza Brancaccio evidenzia tre cose: l'elevata probabilità della fine dell'eurozona, i problemi che essa comporterebbe in considerazione delle diverse modalità di uscita dall'euro, la totale impreparazione della sinistra di fronte a questo scenario.

Sul primo punto - la fine dell'eurozona - Brancaccio è più prudente di noi, ma la centralità che egli assegna ai due punti successivi si giustifica solo con la convinzione che, pur non potendone prevedere i tempi, sarà questo lo scenario più probabile che determinerà il nuovo assetto economico, sociale e politico del Paese.

La sua insistenza sulle diverse modalità di fuoriuscita dalla moneta unica pone il problema dei problemi, cioè quello del programma. Un nodo che a sinistra viene allegramente sfuggito, scambiando per «programma» la solita lista della spesa, fatta di obiettivi giusti ma sganciati dal percorso concreto per raggiungerli. E' il classico vizio massimalista, che gioca al più uno, senza mai porre concretamente la questione del potere.


Nel nostro piccolo, come Mpl, abbiamo più volte indicato i punti essenziali sui quali dovrebbe nascere un governo popolare d'emergenza in grado di gestire, nell'interesse del popolo lavoratore, l'uscita dall'euro e dall'Unione Europea. Tra questi punti vi sono anche quelli richiamati da Brancaccio: il ripristino della scala mobile su salari e pensioni, la difesa del contratto nazionale, il controllo dei prezzi. Ma ve ne sono anche altri non meno decisivi, come la nazionalizzazione del sistema bancario ed il controllo del movimento dei capitali.

L'uscita dall'euro non sarà, in nessun caso, una passeggiata. Ma per la verità non è che le classi popolari oggi abbiano molto da «passeggiare». Né per il presente, né per il futuro. A maggior ragione il volgere altrove il proprio sguardo, tipico di quella sinistra con cui polemizza Brancaccio, è ancor più rivoltante.

Per la verità in altri paesi europei qualcosa ha cominciato a muoversi. Il dibattito sull'euro, anche se in maniera ancora del tutto insufficiente, è presente in Grecia, in Portogallo, in Spagna e perfino in Germania (vedi la posizione di Lafontaine). E' invece totalmente rimosso in Italia, dove il ventennale mix di opportunismo e massimalismo continua ancora oggi a rilasciare i suoi venefici effetti. E dove neppure l'appello spagnolo (che entra nel merito di come uscire dall'euro), per quanto sottoscritto da autorevoli personalità della sinistra, è riuscito a smuovere dal torpore la sinistra. Né quella strutturalmente Pd-dipendente, e fin qui nessuno stupore visto che sarebbe stato stupefacente il contrario, né quella che si raffigura come alternativa al Pd e al centrosinistra.

Se questo è il quadro, ben pochi dovrebbero essere i dubbi sulla necessità di costruire una qualche forma di soggettività politica in grado di impugnare la materia, capace cioè di porre come centrale il tema della sovranità nazionale in una prospettiva di difesa degli interessi delle classi popolari. Brancaccio lamenta in sostanza l'assenza di una sinistra capace di misurarsi con i nodi del presente. Bene, concordiamo con lui, ma forse dobbiamo essere più netti: una sinistra potrà risorgere, nell'attuale congiuntura storico-politica, solo se saprà coniugare un'impostazione di classe con una corretta impostazione della «questione nazionale», in un'ottica di liberazione e di sganciamento dalla gabbia europea e, più in generale, dalla globalizzazione disegnata dal capitalismo casinò.

Alcune osservazioni a proposito degli effetti sui salari e non solo

Giustamente Brancaccio sottolinea la questione della difesa dei salario, evidenziando i pro e i contro derivanti da un'uscita dall'euro. Egli, a tal proposito, cita alcuni studi, con una serie di dati che si prestano ad alcune osservazioni non proprio secondarie.

1. In primo luogo la questione del salario reale, in rapporto alla svalutazioneconseguente all'uscita dalla moneta unica. 
  
I dati riportati da Brancaccio, che prendono in esame nove casi di sganciamento da un cambio fisso avvenuti tra il 1992 ed il 2001, ci dicono che in sette casi su nove i salari reali si sono ridotti nell'anno successivo, per poi ritornare (tranne che in un caso) ai valori precedenti, talvolta superandoli, dopo 5 anni.

Detto così potrebbe sembrare un mezzo disastro. Ma la realtà è assai diversa. Intanto, restando al passato, va rilevato come le differenze tra i pesi presi in esame sono colossali. Mentre, guardando al futuro, siamo d'accordo che tutto dipenderà da chi gestirà il passaggio alla nuova moneta. Quello che invece manca è il raffronto con il presente della crisi in corso. Un calo del salario reale non è già in atto?

Citiamo l'insospettabile Bankitalia che ci dice che nel 2013 il salario medio è sceso da 25.130 euro a 24.644 euro. Un -1,9% in un solo anno, che è già il doppio del calo registrato ad un anno dalla svalutazione del 1992 (-1,0%). E questo dopo cinque anni di crisi che hanno falcidiato i salari, le pensioni, portato ad un forte aumento delle tasse e, soprattutto,  a quella che si configura ormai come una vera e propria disoccupazione di massa.

Insomma, confrontarsi con le svalutazioni del passato è certo utile, ma occorre anche uno sforzo per cercare di confrontarsi con le conseguenze sociali del permanere delle attuali politiche. Che hanno già prodotto un massacro sociale, ma che promettono di fare assai peggio d'ora in poi. Basti pensare a quelli che potranno essere gli effetti del Fiscal compact. E, dato che l'alternativa alla svalutazione monetaria è la svalutazione interna, altrimenti detta deflazione salariale, ecco che torniamo alla questione del salario reale. Tema sul quale Brancaccio, citando il capo economista Olivier Blanchard, ci dice quale sarebbe la stima degli ambientini del Fmi sul taglio del salario nominale necessario per rimettere in equilibrio i conti esteri dei paesi periferici: dal 20 al 30%! E si parla di salario nominale, che quello reale (cioè depurato dall'inflazione) dovrebbe diminuire ancor di più.

Ecco, questa è l'alternativa all'uscita dall'euro, il prezzo da pagare per rimanere nella gabbia europea. E dunque è con questa prospettiva che bisogna confrontarsi nel calcolare i possibili costi sociali della fuoriuscita dalla moneta unica. Una prospettiva che non è puramente ipotetica, basti pensare al concretissimo caso greco.

2. In secondo luogo c'è la questione della quota salari



E' questo un indicatore assai utile per fotografare i rapporti di forza tra le classi, o quantomeno per rilevare le variazioni percentuali della quota del reddito nazionale spettante ai lavoratori. Brancaccio sottolinea come in tutti i nove casi di sganciamento [da una sistema di cambi fissi, Ndr ] considerati la quota salari sia calata nell'immediato, ed in otto casi su nove anche a distanza di cinque anni. Sembrerebbe una prova infallibile della natura di classe di ogni sganciamento e di ogni svalutazione monetaria. Ci permettiamo di dissentire per almeno tre ragioni.
 
La prima è che, per sua natura, la svalutazione esterna (monetaria) colpisce in qualche modo tutti i gruppi sociali, mentre - come abbiamo già visto - la svalutazione interna (deflazione salariale, ma anche distruzione del welfare ecc.) colpisce in maniera mirata le fasce più deboli del popolo lavoratore. Ovviamente non siamo così ingenui dal pensare che la svalutazione monetaria sia di per sé egualitaria. I suoi effetti presentano anzi mille sfaccettature che è impossibile esaminare qui nel dettaglio. Tuttavia, la differenza tra le due forme di svalutazione in termini di classe pare evidente. D'altronde, come Brancaccio, partiamo dal presupposto che il processo di sganciamento (incluso il livello di svalutazione da perseguire) dovrà essere gestito politicamente. Dunque esso —e qui sta la netta contrapposizione con il modello Bagnai— non dovrà essere in alcun modo affidato alla libera fluttuazione monetaria.

La seconda ragione che ci porta a dissentire concerne l'analisi storica dei processi in questione. Non c'è grafico sulla riduzione della quota salari che non mostri due cose: la prima è che si tratta di una tendenza che viene da lontano (in Italia dal 1975), la seconda è che si tratta di un fenomeno internazionale, che investe praticamente tutti i «vecchi» paesi industrializzati (in pratica l'area Ocse).
Tabella 1. Quota salari sul Pil in alcuni paesi Ocse


[Come indica la tabella n. 1 la discesa della quota salari nei paesi Ocse è una tendenza generale e di lungo periodo, risultato delle politiche neoliberiste di globalizzazione, che non ha colpito quindi solo paesi che hanno svalutato, ma che, di converso, la loro moneta ha aumentato di valore]

Dunque il rapporto con la svalutazione della lira del 1992 - citato nell'articolo in oggetto - ci pare assai dubbio. Nel caso italiano, all'interno di un trend comunque declinante, ci sono tre momenti di picchiata in discesa della quota salari. La prima picchiata avviene nella seconda metà degli anni '70, quando i ritmi di crescita declinano ed inizia la svolta concertativa di Cgil-Cisl-Uil. La seconda avviene negli anni ottanta, innescata dalla recessione dei primi anni del decennio, ma favorita anche dall'esplosione del peso della rendita. Si sviluppa, in altre parole, un'espansione non tanto dei redditi da capitale in genere, quanto piuttosto di quelli ottenuti con gli investimenti finanziari. E tra questi prendono il volo, in particolare, quelli resi possibili dal divorzio tra il Tesoro e la Banca d'Italia del 1981 (speculazione sui titoli del debito pubblico). La terza picchiata coincide sì temporalmente con la svalutazione del 1992, ma ha alla base la cancellazione della scala mobile, l'accordo sulla contrattazione del 1993, la forte accelerazione del processo di precarizzazione del lavoro. Tutti fattori che hanno una relazione strettissima non tanto con la svalutazione, quanto piuttosto con i vincoli imposti dal precedente trattato di Maastricht.

Tabella 2. Quota dei salari su Pil in Italia 1970-2005

[La tabella n.2 mostra come la Quota salari in Italia abbia subito tre picchi e un trend discendente costante dopo il 1990, di cui la svalutazione del 1992 è solo una parentesi]

 In conclusione, se sarebbe assurdo negare un rapporto tra svalutazione e salario reale - e proprio per questo indichiamo l'urgenza di reintrodurre meccanismi di salvaguardia come la scala mobile - altrettanto sbagliato sarebbe il vedere l'albero ma non la foresta, cioè il contesto globale di un attacco al salario ed ai diritti dei lavoratori che viene da lontano, essendo operante da almeno 35 anni, con forti accelerazioni dettate dai vincoli europei e dal tentativo di scaricare la crisi sulle classi popolari.

3. C'è infine una terza osservazione, forse meno importante ma certo non irrilevante. I dati citati da Brancaccio ci consentono infatti, sia pure indirettamente, una valutazione sugli effetti macroeconomici dei casi di sganciamento e svalutazione presi in esame. Se in otto casi su nove il salario reale torna in positivo dopo cinque anni, e se nello stesso periodo la quota salari continua invece a calare, questo significa una cosa ben precisa: che il reddito nazionale complessivo è aumentato in maniera assai significativa. Aumentato in maniera disegualitaria, certo, dato che lo sganciamento da un cambio fisso non è di per sé né anticapitalistico né egualitario. Ma non è difficile capire come anticapitalismo ed egualitarismo avrebbero tutto da guadagnare, potendo operare una politica di redistribuzione e di trasformazione sociale partendo da una ricchezza nazionale più grande.

Conclusioni

Dobbiamo ringraziare Emiliano Brancaccio per il suo approccio al problema della moneta. Un approccio problematico, che non si riduce ad un sì o ad un no. Ma che muove dalla consapevolezza che sarà questo il terreno decisivo  sul quale si disegnerà l'Italia del futuro. Da qui la necessità di un programma complessivo, che investa le questioni della moneta, della liberazione dalla gabbia europea, di un vero piano per il lavoro, della difesa del salario e delle condizioni di vita del popolo lavoratore.



Per quanto ci riguarda siamo perfettamente d'accordo. Così come riteniamo imprescindibile l'uscita dall'euro e dal suo sistema di dominio di classe, riteniamo altrettanto necessarie tutte le misure volte a consentire una gestione politica di un cambiamento che non dovrà solo essere monetario, ma sociale e politico al tempo stesso.

Ad ogni modo, come abbiamo cercato di dimostrare, gli studi relativi ai più recenti casi di sganciamento da un sistema di cambi fissi - peraltro inerenti a paesi capitalistici che non hanno avviato alcun processo di trasformazione sociale - ci confermano nella scelta di indicare con più forza la necessità dell'uscita dall'eurozona.

Naturalmente, qui si tratta di lavorare per un'uscita forte e consapevole. Si tratta di guidare un processo, non di subirlo come è avvenuto nei nove casi storici presi in esame. Ma su questo sappiamo che l'accordo con Brancaccio è totale. Si tratta allora di operare per smuovere le acque stagnanti che per ora hanno relegato il tema della sovranità nazionale (e monetaria) in ambiti ancora troppo ristretti. Il manifesto della sinistra spagnola dovrebbe aiutarci in quest'opera di scuotimento. Perché non rilanciare in qualche modo questa iniziativa anche in Italia?

venerdì 5 luglio 2013

USCIRE DALL'EURO? C'È MODO E MODO di Emiliano Brancaccio

5 luglio. Questo articolo di Brancaccio può aiutare i nostri lettori a mettere meglio a fuoco la polemica con Alberto Bagnai. 
Per quest'ultimo infatti, bontà sua: «Non ha molto senso chiedersi come gestire la transizione perché è matematicamente certo, come ci siamo detti, che essa verrà gestita dalle persone sbagliate, quando il mercato le costringerà a farlo». [Inflazione, svalutazione, quota salari. 6/9/2012]  
Brancaccio, dopo avere messo in evidenza le cause della crisi dell'eurozona, e quindi la necessità di un ritorno alla sovranità monetaria del nostro come di altri paesi, traccia lo spartiacque che separa una "uscita di destra" dall'euro, da quella "di sinistra". "Sinistra", "destra"... potrebbe sembrare una mera disquisizione semantica. In verità c'è di mezzo come gestire politicamente e quindi distribuire sulle diverse classi sociali il peso dello shock che seguirà l'abbandono della moneta unica.

 «Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al fallimento. L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque tutt’altro che scongiurata. Il problema è che le modalità di sganciamento dalla moneta unica sono molteplici e ognuna ricadrebbe in modi diversi sui diversi gruppi sociali. Esistono cioè modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire un’eventuale uscita dall’euro. Ma esiste una sinistra in grado di governare il processo?

La crisi dell’Unione monetaria europea è stata interpretata in vari modi. Una chiave di lettura particolarmente feconda analizza il travaglio dell’eurozona alla luce di un conflitto irrisolto tra i capitali delle nazioni che ne fanno parte: in particolare, tra i capitali solvibili situati nei paesi “centrali” e i capitali potenzialmente insolventi situati nei paesi “periferici” dell’Unione. Tra i numerosi indicatori di questo scontro va segnalata l’accentuazione delle divergenze tra i tassi d’insolvenza. Stando ai dati di Credit Reform, nel 2011 in Germania le insolvenze delle imprese sono diminuite del 5,8% e in Olanda si sono ridotte del 2,9%. Al contrario, in Italia, Portogallo, Spagna e Grecia registriamo una crescita continua delle aziende dichiarate insolventi, con aumenti rispettivamente del 17, 18, 19 e 27%. Queste divaricazioni, senza precedenti, trovano ulteriori conferme nel 2012. Al divario tra i dati sulle insolvenze segue poi, logicamente, un’accelerazione dei processi di acquisizione dei capitali deboli ad opera dei più forti. [...]

Quota dei redditi da lavoro dipendente su Pil in Italia

[...] Chi parlava in tempi non sospetti di un rischio di “mezzogiornificazione” europea aveva visto giusto: nel senso che il dualismo economico che si riteneva essere un mero caso speciale, caratteristico dei soli rapporti tra Nord e Sud Italia, sembra oggi essersi elevato al rango di caso generale, rappresentativo delle relazioni tra i paesi centrali e i paesi periferici dell’intera Europa. Stando dunque alle dinamiche in corso, in un arco di tempo non particolarmente esteso i paesi periferici dell’Unione potrebbero essere ridotti al rango di fornitori di manodopera a buon mercato o, al più, di meri azionisti di minoranza di capitali la cui testa pensante tenderà sempre più spesso a situarsi al centro del continente.

Naturalmente, sarebbe un’ingenuità teleologica considerare scontato un simile esito. Esso, infatti, incontra forti resistenze da parte delle rappresentanze politiche dei capitali periferici. Gli sviluppi dello scontro che ne consegue, tutto interno agli assetti capitalistici europei, allo stato dei fatti restano incerti. Coloro i quali tuttora sperano in una ricomposizione degli interessi con i capitali centrali dell’Unione, invocano di continuo una riforma degli assetti istituzionali europei, che riequilibri i rapporti tra i paesi membri o consenta almeno di mitigare i tremendi effetti della mezzogiornificazione delle periferie. Fino a questo momento, tuttavia, si è trattato di vani auspici.

Alcuni avevano sperato che la crisi europea potesse costituire un’occasione per aprire un confronto politico sugli squilibri strutturali generati dall’attuale regime di accumulazione trainato dalla finanza privata, e sulla esigenza di sostituirlo con una moderna visione di “piano”, che conferisse ai poteri pubblici il ruolo di creatori di prima istanza di nuova occupazione. Fino a questo momento, tuttavia, questi temi non hanno quasi per nulla attecchito nel dibattito europeo nemmeno a sinistra, figurarsi tra le istituzioni. A un livello più modesto, anche la speranza dei partiti progressisti di rinsaldare l’unità europea tramite l’adozione di “standard” salariali e del lavoro, è immediatamente naufragata di fronte all’opportunismo della socialdemocrazia tedesca, ostile a qualsiasi ipotesi di coordinamento europeo della contrattazione. Ed ancora, persino l’auspicio minimale dei governi periferici, di mitigare la crisi finanziaria attraverso un’unione bancaria e una connessa assicurazione europea dei depositi, sembra venir meno di fronte alla opposizione dei tedeschi, intenzionati a favorire anche in campo bancario processi di centralizzazione dei capitali di tipo darwiniano.

La deflazione salariale si sta rivelando inefficace

Stando così le cose, il tentativo di ricomporre il conflitto tra capitali europei resta affidato a una sola ricetta, ben delineata in questi mesi dalla Banca centrale europea: la crisi dei capitali situati nei paesi periferici, e la conseguente mezzogiornificazione delle periferie europee, potrebbero essere attenuate solo da un abbattimento dei costi del lavoro per unità di prodotto. Se cioè riducessero il costo unitario del lavoro, i paesi periferici potrebbero recuperare competitività e sarebbero quindi in grado di ridurre il loro disavanzo verso l’estero senza ricorrere alle politiche di austerità o, quanto meno, ricorrendovi in misura meno accentuata di quanto non facciano oggi. Tale proposta incontra oggi molti sostenitori presso le istituzioni europee: Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del consiglio direttivo della Bce, è uno dei suoi più espliciti sostenitori. Senza dubbio, essa ha almeno il merito di chiarire che i problemi dell’eurozona riguardano soprattutto i conti esteri dei paesi membri, non i conti pubblici.


Quota salari su Pil in alcuni paesi imperialistici (1970-2010)


Ma qual è l’ordine di grandezza del mutamento che tale ricetta implicherebbe? Olivier Blanchard, capo economista del Fmi, tempo fa cercò di stimare l’abbattimento del costo del lavoro che sarebbe necessario per rimettere in riequilibrio i conti esteri dei paesi periferici: a parità di altre condizioni, i salari nominali dovrebbero subire un crollo dal 20 al 30%. Per giunta secco, una tantum: in sostanza, l’operaio portoghese che oggi è pagato 1000 euro, da domani dovrebbe prendere 700 euro. In verità, quando la formulò per la prima volta, nel 2006, Blanchard definì «esotica» questa opzione, ritenendola politicamente inverosimile. La crisi tuttavia ha reso praticabili anche le soluzioni più ardite e violente.




Ma, siamo certi che l’idea di ristabilire l’unita di classe dei capitali europei scaricando l’onere del riequilibrio sui salari avrà successo? Siamo certi cioè che la riduzione del costo del lavoro nelle periferie consentirà di ricomporre lo scontro capitalistico in atto e permetterà quindi di salvare l’attuale assetto istituzionale dell’Unione? Per tentare di rispondere prendiamo il caso della Grecia, che presenta varie peculiarità ma che ha più volte anticipato gli andamenti di tutte le periferie dell’eurozona. Ebbene, in Grecia tra il 2008 e il 2012 si registra un calo medio dei salari monetari di tre punti percentuali, un crollo dei salari reali di diciotto punti e una caduta della quota salari di oltre quattro punti. E’ interessante anche notare che il salario minimo fissato dalla legge è precipitato dal 2011 a oggi del 44%, da 877 a 490 euro. Sono cadute colossali. Eppure, nonostante tali precipitazioni, e nonostante una politica di depressione dei redditi senza precedenti storici, la Grecia ha chiuso comunque il 2012 con un disavanzo verso l’estero di 3 punti percentuali in rapporto al Pil. Il paese cioè continua a importare più di quanto esporti.

La precipitazione della crisi greca insegna che il feroce tentativo di salvare l’Unione a colpi di deflazione salariale potrebbe anch’esso esser destinato al fallimento. Se così fosse, la scelta di uscire dall’euro e svalutare diventerebbe l’ultima carta per tentare di rimettere in equilibrio le bilance verso l’estero dei paesi periferici.

Su una “exit strategy” dall’euro la sinistra è in ritardo

In uno scenario simile, è curioso che le sinistre insistano ancora oggi con la riduttiva litania secondo cui «fuori dall’euro sarebbe l’inferno». Come si fa cioè a non capire che il pigro affidarsi a simili espressioni apodittiche vanifica qualsiasi sforzo di comprensione delle reali dinamiche in corso e accentua l’emarginazione politica di tutti gli eredi, più o meno degni e diretti, della tradizione novecentesca del movimento operaio? Beninteso, una spiegazione raffinata della irriducibile fedeltà della sinistra alla moneta unica potrebbe risiedere nella tendenza storica delle rappresentanze del lavoro a cercare il proprio antagonista dialettico nel grande capitale, laddove invece con i piccoli capitali si fatica anche solo ad avviare una lotta per il riconoscimento.

Se i termini del discorso fossero questi, si potrebbe anche approfondire la questione. La verità del nostro tempo, tuttavia, si situa a un livello decisamente più basso: l’adesione a oltranza della sinistra all’euro costituisce oggi un mero riflesso narcisistico, una eco del tempo andato, quando la globalizzazione avanzava senza apparenti ostacoli e ci si illudeva di potere raccogliere residualmente qualche suo frutto, o anche solo qualche briciola. Con lo sguardo ancora rivolto a quella fase superata, la sinistra appare oggi più che mai fuori dal tempo storico. Anche per questo, il suo posizionamento conta allo stato attuale poco o punto negli sviluppi della crisi dell’Unione. L’eventuale deflagrazione della moneta unica e al limite la messa in discussione dello stesso mercato unico europeo dipenderanno dagli esiti di una partita tutta interna agli assetti proprietari del capitale europeo, rispetto alla quale il lavoro e le sue residue rappresentanze appaiono subalterne come non mai. Il problema è che, al di là della grancassa mediatica favorevole all’euro, nonostante gli impegni assunti dalla Bce nella erogazione di liquidità, e considerata l’evanescenza delle decisioni finora assunte in sede europea per l’avvio di programmi di investimento pubblico nelle aree più in difficoltà, quella partita continua a svilupparsi lungo un sentiero che a lungo andare rende insostenibile l’Unione monetaria.

In questo scenario, possibile che le sinistre rifiutino anche solo di avviare una riflessione sulle decisioni da assumere in caso di precipitazione dell’Unione? Possibile che tuttora manchi una indicazione di massima su una exit strategy dall’euro che permetta di tutelare gli interessi del lavoro subordinato? La questione, si badi bene, è cruciale. Le modalità di abbandono di un regime di cambi fissi come l’eurozona sono infatti molteplici, e ognuna può ricadere in modi diversi sui diversi gruppi sociali. In altre parole: esistono modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire una eventuale uscita dall’euro. E la sinistra è in netto ritardo.

Da tempo chi scrive ha cercato di insistere su questo punto, in verità con scarso successo. Il dibattito italiano di politica economica sembra infatti ormai riducibile a una mera disputa tra fautori del cambio irrevocabile e sostenitori della libera fluttuazione delle monete, come se l’ordine del discorso politico potesse essere in ultima istanza ricondotto a una scelta del regime valutario. Eppure basterebbe dare un occhio alla letteratura degli anni Settanta del secolo scorso per capire che, almeno dal punto di vista dei rapporti sociali di produzione, la questione è molto più complessa.

Tra i fondamentali aspetti che dovrebbero essere esaminati vi sono ad esempio i cosiddetti «fire sales», come li definisce Paul Krugman; vale a dire, la possibilità che lo sganciamento dall’euro, e la conseguente svalutazione della moneta, possano determinare una caduta del valore dei capitali nazionali di tale portata da mettere le autorità di governo di fronte alla scelta tra favorire eventuali acquisizioni estere a buon mercato oppure contrastarle. Per le sue implicazioni sui rapporti di produzione, la prima soluzione può esser definita “di destra”. La seconda soluzione potrebbe invece essere annoverabile tra le strategie “di sinistra”. Quest’ultima opzione, tuttavia, richiederebbe una messa in discussione, almeno parziale, non solo della moneta unica ma anche del mercato unico europeo, con buona pace dei “liberoscambisti di sinistra”. Le cose, come si può notare, si complicano.

Uscita dall’euro “di destra” o “di sinistra”: gli effetti sui salari
La produttività del lavoro in alcuni paesi imperialistici


La questione dei fire sales è cruciale, ma le sue implicazioni non sono di immediata lettura. Per cercare di afferrare in termini più immediati le differenze tra una opzione di uscita dall’euro “da destra” e una opzione di uscita “da sinistra”, in questa sede può essere allora opportuno soffermare l’attenzione su due sole variabili: il salario reale e la quota salari. A questo proposito, vari studi hanno segnalato che l’abbandono di un cambio fisso e la conseguente svalutazione risultano spesso correlati a una riduzione del salario reale, ossia a una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni. Tra le ricerche più influenti, è il caso di menzionare uno studio di Eichengreen e Sachs sugli effetti delle svalutazioni che si realizzarono nel corso degli anni Trenta, e un contributo di Lucas e Fallon sugli esiti delle crisi valutarie che si verificarono negli anni Novanta.

I risultati di ricerche più recenti suggeriscono tuttavia una lettura maggiormente articolata dei dati disponibili. Consideriamo nove casi di sganciamento da un cambio fisso avvenuti nell’ultimo ventennio: Finlandia, Gran Bretagna, Italia e Svezia nel 1992, Repubblica Ceca e Sud Corea nel 1997, Argentina e Turchia nel 2001. Rileviamo che in due dei nove casi alla svalutazione fa seguito un salario reale stazionario nell’anno successivo, mentre negli altri sette casi si registra una sua riduzione. L’entità del calo può essere modesta, come è accaduto in Italia (meno di un punto percentuale), oppure può essere enorme, come è il caso del Messico (meno tredici punti) e dell’Argentina (meno trenta punti). Negli anni successivi gli andamenti sono piuttosto diversificati: in alcuni casi il declino perdura, in altri la ripresa è immediata. In tutti i casi tranne uno, tuttavia, dopo cinque anni dalla svalutazione i salari reali tornano ai livelli precedenti ad essa, e talvolta li superano.




Riguardo invece alla quota salari – vale a dire la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori – l’andamento è più univoco e meno rassicurante. In tutti i casi considerati, un anno dopo la svalutazione la quota salari si riduce. E in tutti i casi, tranne uno, dopo cinque anni la caduta della quota salari si fa ancora più consistente: in Svezia il calo è di due punti percentuali, in Gran Bretagna di cinque punti, in Finlandia di nove punti, addirittura in Turchia di dodici punti. Il nesso con lo sganciamento dal cambio fisso è in molti casi evidente: in Italia, per esempio, nei cinque anni precedenti alla svalutazione la quota salari rimane pressoché stazionaria, mentre nei cinque anni successivi cade di ben cinque punti percentuali.

I risultati ottenuti trovano conferme ulteriori ampliando l’insieme di paesi oggetto dell’analisi. In tutti i casi emerge un ventaglio di andamenti, dipendenti da una molteplicità di fattori e non tutti facilmente decifrabili. Tali esiti aiutano tuttavia a chiarire un punto essenziale: l’effetto di un’eventuale deflagrazione della moneta unica europea sui rapporti tra le classi sociali non è univocamente determinabile. Così come è da ritenersi risibile l’idea, molto diffusa a sinistra, secondo cui l’abbandono dell’euro comporterebbe inesorabilmente una svalutazione di tale portata da generare un crollo verticale dei salari reali, così pure risulta infondata la tesi di chi esclude l’eventualità di un impatto negativo sui salari e sulla distribuzione del reddito. Un elemento certo tuttavia sussiste: l’uscita da un regime di cambio fisso può avere un impatto negativo o meno sul potere d’acquisto dei lavoratori e sulla distribuzione del reddito nazionale a seconda che esistano meccanismi istituzionali – scala mobile, contratti nazionali, prezzi amministrati, ecc. – in grado di agganciare i salari alla dinamica dei prezzi e della produttività. Escludere tali meccanismi implica, in buona sostanza, un’uscita dall’euro “da destra”. Contemplarli significa predisporre un’uscita “da sinistra”.

La questione salariale e distributiva è solo un tassello degli enormi problemi che derivano dall’insostenibilità dell’attuale assetto dell’Unione europea. Cercare di affrontarla in modo fattuale ci aiuta tuttavia a uscire da una lettura estremista e manichea della fase. I dati ci dicono che fuori dall’euro non è affatto detto che vi sia un inferno peggiore di quello che già ci circonda, ma non è nemmeno scontato che si possa anche solo intravedere il sole di un nuovo avvenire. Sia come sia, il processo storico è in rapido movimento: nell’uno come nell’altro caso, il peggio che le residue rappresentanze del lavoro possono fare è restare passivamente a guardare.



* Fonte: Emiliano Brancaccio. Estratto di un articolo pubblicato su Alternative per il socialismo, n. 27, luglio-agosto 2013. 


** Le Tabelle sono state aggiunte dalla redazione di sollevAzione
 
Riferimenti bibliografici

Brancaccio, E. (2012). “Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a European wage standard”. International Journal of Political Economy, vol. 41, Number 1.

Brancaccio, E. (2013). Dibattito con Lorenzo Bini Smaghi. Facoltà di Economia “G. Fuà”, Ancona, 15 maggio.

Brancaccio, E., Passarella, M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa. Il Saggiatore, Milano.

Eichengreen, B., Sachs, J. (1984). “Exchange rates and economic recovery in the 1930s”. NBER Working Paper Series, n. 1498.

Fallon, P., Lucas, R.E. (2002). “The impact of financial crises on labor markets, household incomes and poverty: a review of evidence”. The World Bank Research Observer, vol. 17, n. 1.

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