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venerdì 25 ottobre 2019

SALVINI E IL SORRISETTO BEFFARDO DI DRAGHI di Leonardo Mazzei

[ sabato 26 ottobre 2019]



Questa mattina, in quel di Pescara, inizia l'annuale kermesse di A/SIMMETRIE, ovvero la cerimonia con cui Alberto Bagnai chiama a raccolta fedeli, chierici, gregari, quindi studenti e insegnanti affamati di crediti per dare spessore al loro curriculumQuale sarà ora la narrazione del nostro dopo il grande patatrac del governo giallo-verde e il voltafaccia di Salvini? Per farsene un'idea non serve andare in pellegrinaggio, basta leggere il programma. La parola magica è decommissioning. Un lemma che in inglese sta per disattivazione, disarmo, dismissione. Decommissioning globalism, deflation, european semester, potential output, banking union.... 
Se si voleva una prova provata che la giravolta della Lega sull'euro non è solo una paraculata, l'abbiamo in queste contorsioni pescaresi. Avendo il "grande" capo affermato che l'euro è irreversibile, di necessità si deve fare virtù. L'uscita dall'euro è rimpiazzata dalla "disattivazione", il sovranismo dall'altreuropeismo. E voi che pensavate che l'opportunismo allignasse solo a sinistra.


*  *  *

Il dietrofront di Salvini e l'imbarazzo dei suoi economisti




Nell'ultima conferenza stampa in qualità di uomo-euro, Mario Draghi ha così festeggiato le recenti retromarce di M5s e Lega sulla moneta unica: «Everybody in Italy says today that the euro is irreversible». Dunque «oggi in Italia tutti dicono che l'euro è irreversibile», laddove con quel "tutti" Draghi ha inteso riferirsi in primo luogo alle recenti dichiarazioni di Matteo Salvini.
Per togliere ogni incertezza ha infatti aggiunto che: «I dubbi ipotetici che c’erano in una parte della governance dell’Italia ora non ci sono più». E, per chi proprio non avesse capito, il solerte Corsera ci informa come la frase sulla "irreversibilità" sia stata pronunciata «sorridendo e certamente pensando a Matteo Salvini».



Ora, è chiaro come Draghi  abbia voluto strafare — anche secondo le statistiche di Eurostat l'Italia resta il paese più euroscettico dell'Unione — ma certamente ha colto il punto: la normalizzazione di M5s e della Lega. Ovviamente, come ogni normalizzazione, anche questa non può essere totale. Sia nei Cinque Stelle che, soprattutto, nel partito salviniano restano dunque settori sovranisti tuttora convinti della necessità di uscire dall'euro.

Ma, si sa, quel conta è la linea espressa dai gruppi dirigenti, ed essa non lascia spazio a dubbi. Tanti sono dunque i sovranisti delusi e spiazzati. Se nei Cinque Stelle si preferisce parlar d'altro, nella Lega si ricorre alla solita narrazione consolatoria, quella secondo cui il fine dell'uscita non sarebbe cambiato; cambiata sarebbe solo la comunicazione, adesso tesa a dissimulare quell'obiettivo.

Questa storiella è davvero avvincente. Ed ha il vantaggio di non poter mai essere smentita. Tu cominci a rinunciare ai tuoi obiettivi? Niente paura, è solo un modo per disorientare l'avversario, non facendogli conoscere le tue reali intenzioni. Tu finisci, via via, per assumere le posizioni del nemico? Perfetto, vuol dire che siamo vicini all'obiettivo! E più si rinnega quel che eravamo (o dicevamo di essere) e più si è vicini alla vittoria. Talmente vicini che non ci si arriva mai... E non arrivandoci chi potrà mai smentire la bontà di questa dissimulazione?

Un esempio di come funzioni questo meccanismo ci viene dalla storia del Partito comunista italiano (Pci). Negli anni settanta del secolo scorso questo partito operò una serie di svolte piuttosto pesanti, tutte presentate però ad una certa parte della base come semplici espedienti tattici. Proponiamo il "compromesso storico" con la Democrazia Cristiana (1973), ma solo per batterla meglio. Accettiamo apertamente la Nato (1976), ma al fondo restiamo filo-sovietici coi baffi. Diciamo sì alla politica dei sacrifici (governi Andreotti 1976-79 - svolta sindacale dell'Eur 1978), ma è solo perché la classe operaia deve ormai farsi Stato. Eccetera, eccetera, eccetera. Insomma, arretriamo di continuo, ma lo facciamo in nome della rivoluzione. Peccato che al posto della rivoluzione arrivò invece la Bolognina e lo scioglimento del Pci: chissà perché...

Naturalmente, come già detto, la narrazione di cui sopra riguardava solo ed esclusivamente una certa parte della base. Una parte via via sempre più minoritaria. L'altra, unitamente ai gruppi dirigenti ai vari livelli, ben sapeva dove si stava andando. E lo approvava. Ma chi lo sapeva ancora meglio era la classe dominante dell'epoca, tant'è che con la Seconda repubblica il personale politico ex-Pci (si pensi all'orrida figura di Napolitano) sarà quello prescelto da lorsignori per far digerire ogni porcata neoliberista al popolo lavoratore.

Ora, i paragoni storici valgono quel che valgono, ma — mutatis mutandis — ho l'impressione che qualcosa del genere stia accadendo a quella parte della Lega che crede davvero alla battaglia per la sovranità nazionale e che dovrebbe adesso digerire la salviniana irreversibilità dell'euro come stratagemma, pensate un po', per arrivare all'uscita dall'euro. Caspita, che furbi! Chissà perché non ci avevano pensato finora!

Non so se questa favoletta verrà propinata in questo fine settimana, nell'annuale raduno pescarese organizzato da Bagnai. Probabile che si aggiri il tema parlando d'altro, un po' come quando nel Pci gli intellettuali organizzavano dotti convegni su Gramsci, proprio mentre la dirigenza politica si adattava sempre più al pensiero unico neoliberista. Insomma, un modo come un altro per tenere ancora in piedi una commedia ormai scaduta di livello.

Agli inizi di settembre mi ero permesso di rivolgere a Bagnai dodici domande. La dodicesima di queste domande, così riassumeva la questione: 
«Alla luce di quanto abbiamo visto finora, non è che nella Lega le posizioni di Bagnai sono state sonoramente battute?».
Ovviamente, ma questo era scontato, quelle domande non hanno avuto risposta alcuna dall'interessato. Adesso però, dopo l'uscita salviniana di metà ottobre, una risposta ce la dà Mario Draghi. Il quale sulla normalizzazione dell'Italia si illude (o finge di farlo), ma su quella della Lega salviniana sa quel che dice. Canta vittoria e nessuno gli replica, qualcosa vorrà pure dire.


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lunedì 21 ottobre 2019

QUI QUO QUA di Sandokan

[ lunedì 21 ottobre 2019 ]

Giorni addietro commentavo l'intervista di Salvini in cui affermava lapidariamente che 
«La Lega non ha in testa l'uscita dall'euro o dall'Unione europea. Lo dico ancora meglio: l'euro è irreversibile».
Come i 5 Stelle, Anche la Lega, dopo anni di strepitii contro l'euro e l'Unione europea, ha compiuto il voltafaccia: dal "sovranismo" all'europeismo. Come diceva il Cristo, "non si può ubbidire a due padroni". Tra la maggioranza del popolo lavoratore che detesta l'Unione eurocratica e la grande borghesia italiana euroinomane, anche la Lega ha scelto il lato della barricata.

Ma Salvini non è un pirla. Sapendo fin troppo bene che la sua base militante e gran parte dei suoi votanti, se non proprio anti-euro sono sicuramente euro-critici, ha voluto che dal palco di Piazza San Giovanni, assieme a Berlusconi venisse osannato l'alfiere no-euro Alberto Bagnai.

Da una parte il vessillifero anticomunista dell'Unione europea e della sudditanza italiana, dall'altra l'alfiere no-euro e il portabandiera della sovranità nazionale e democratica. Il miracolo è compiuto: diavolo e Acqua santa, belzebù e angeli uniti in un unico e pornografico afflato.

Beninteso, Bagnai si è guardato bene dal sostenere quel che ha sempre sostenuto. Il nostro è diventato un maestro nell'arte del cerchiobottismo, nel dire e nel non dire, dell'adeguarsi alla bisogna, ovvero nell'adeguarsi alle giravolte del suo grande capo. 

Guardandosi bene dal rivendicare l'uscita dall'euro ha preferito l'allusione alla Brexit, ma solo per sottolineare quanto sia preziosa la democrazia. Un tipico caso di schizofrenia o dissociazione cognitiva. Si tenga infatti presente che solo pochi giorni fa il Bagnai era nella delegazione leghista che in Cassazione depositava il testo per una legge di iniziativa popolare per un doppio e autoritario sventramento della Costituzione —  legge elettorale ultra-maggioritaria e  presidenzialismo —, e che Bagnai è tra coloro che in Senato hanno votato a favore della drastica riduzione dei parlamentari.

Chi per anni ha voluto seguire Bagnai, fino nella Lega, dice che quella del nostro è solo dissimulazione. Ma qual è il confine tra dissimulazione e giravolta politica? Essi non lo dicono e dileguano ogni giorno che passa questa frontiera.

La verità, ed essi se ne debbono fare una ragione, è che l'uscita dall'euro non è più nell'agenda della Lega. Bagnai lo sa benissimo. Egli ha una carta di riserva: non c'è più bisogno di menarsela per l'uscita perché tanto l'euro verrà giù da solo. La tesi l'ha spiegata papale papale Antonio Maria Rinaldi (certe volte farebbe bene a tacere invece di fare affermazioni gravissimein Tv un paio di sere fa . A domanda, "Ma lei è ancora per l'uscita dall'euro?", ha risposto: " Io sono qui, sulla riva del fiume, ad aspettare il cadavere che passa. Farà il botto, vedrete". Sulla stessa linea Claudio Borghi Aquilini.

Ecco dunque a voi Qui, Quo e Qua.

Dopo essere entrati nei parlamenti come campioni della battaglia per l'uscita dall'euro, dopo aver scritto libri, saggi e ripetuto in ogni dove della necessità di batterci per riprenderci la sovranità popolare e nazionale, ora ci vengono a dire: "contrordine ragazzi, deponete le armi, che tanto sarà il nemico a consegnarcela". 
Se non è il risultato dell'essersi fatti corrompere dalla poltrona e dal prestigio è come dire: siamo pazzi, arrendetevi.

Ma dico io, come si fa a non sentire puzza di presa per il culo?!



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sabato 7 settembre 2019

DODICI DOMANDE AD ALBERTO BAGNAI di Leonardo Mazzei

[ sabato 7 settembre 2019]


Ancora a proposito della narrazione leghista sulla crisi

Al di là delle divergenze politiche chi scrive ha sempre avuto grande stima di Alberto Bagnai, ma la sua ricostruzione delle vicende che hanno portato alla fine del governo giallo-verde non fa certo onore alla sua intelligenza.

Capisco la scelta salviniana di intorbidire le acque — la propaganda ha le sue esigenze —, tuttavia da uno come Bagnai ci si aspetterebbe qualcosa di meglio del semplice accodamento ad una narrazione che fa acqua da tutte le parti. Una narrazione che include ovviamente alcune verità, occultandone però altre non meno importanti. Il tutto al solo patetico scopo di salvare la faccia a colui che l'ha persa.

Su tutto ciò ho già avuto modo di scrivere nei giorni scorsi, ma tornarci sopra non è inutile. Ed il testo di Bagnai ci dà l'occasione di andare al succo di diverse questioni, ponendo al senatore della Lega dodici precise domande.


Prima domanda




Già il titolo del suo articolo, "Cronaca di una crisi annunciata", vorrebbe dar l'idea che in fondo tutto era già scritto, che dunque — mossa di Salvini o meno — si sarebbe comunque arrivati in breve ad un governo M5s-Pd. Ecco allora la prima banalissima domanda: se così stavano le cose, perché agevolare quell'operazione aprendo la crisi con motivazioni ridicole (tipo, il "partito del sì" contro quello "del no") che non spiegavano nulla agli italiani?


Seconda domanda




Naturalmente, Bagnai ha tutto il diritto di pensare che invece la crisi sia stata aperta con motivazioni chiare, precise e ben illustrate. Resta il fatto che se alla maggioranza delle persone così non è parso, un motivo ci sarà. Tuttavia la seconda domanda è un'altra: se ormai la situazione tra Lega ed M5s era già prima assolutamente incomponibile, che senso ha avuto la successiva riapertura ad un governo giallo-verde bis?


Terza domanda



Sulle prime due questioni il Nostro non dice nulla, mica si può criticare (neanche di striscio) l'ex ministro dell'Interno! Ma torneremo alla fase immediatamente precedente all'apertura della crisi più avanti. Adesso voglio invece seguire, passo dopo passo, gli argomenti dell'articolo in questione.

Bagnai inizia ricordando il lungo periodo (88 giorni) che portò alla nascita del governo giallo-verde nella primavera 2018. Curiosamente, ma non troppo, egli se la prende con Mattarella per non aver allora incaricato Salvini come leader della coalizione di destra (includente in posizione di spicco quel sovranista convinto che corrisponde al nome di Silvio Berlusconi), mentre glissa invece sul ben più grave veto posto nei confronti di Paolo Savona.

La cosa è rivelatrice assai. Mentre la critica a Mattarella sull'incarico a Salvini è infondata — il presidente della Repubblica è tenuto ad incaricare non il leader della coalizione di maggioranza relativa, ma colui che può ragionevolmente ottenere la maggioranza assoluta in parlamento — la mancata critica al diktat presidenziale del 27 maggio 2018 la dice davvero lunga.

Come se la cava sul punto il presidente della VI Commissione del Senato? Egli ci dice soltanto che venne: 
«recepita la raccomandazione del Presidente della Repubblica di avere un Ministro dell'economia che non desse "un messaggio di allarme per gli operatori economici e finanziari"». 
Tutto lì? Non è un po' pochino? Non si ricorda Bagnai che a quel diktat (diktat, non raccomandazione), peraltro palesemente concordato con Bruxelles e Berlino, il leader dei Cinque Stelle rispose con la (più che motivata) richiesta di impeachment, mentre Salvini preferiva tacere? Questa è allora la terza domanda: perché la Lega non raccolse la sfida a Mattarella, accettando invece che quest'ultimo infiltrasse il governo con Tria e Moavero?


Quarta domanda



Subito dopo Bagnai ci parla dei problemi posti da quella che definisce "ibridazione tecno-politica", degli strabordanti poteri del Ministero dell'economia, del ruolo che in esso hanno, specie nelle trattative con l'Ue, tecnici sostanzialmente inamovibili. Su tutto ciò non possiamo che essere totalmente d'accordo. Anzi, nel nostro piccolo fummo i primi a parlare, denunciandone il ruolo e la pericolosità, della Quinta Colonna mattarelliana capeggiata da Tria. Tuttavia, in quattordici mesi di governo la Lega e Salvini hanno alzato la voce sui migranti, la sicurezza, la legittima difesa, gli inceneritori, il Tav, il Tap, la famiglia, per avere più soldi al nord, per Israele e contro l'Iran. Come mai — quarta domanda — il problema Tria non è mai stato posto apertamente? Non sarà che ciò sia dipeso dalle contraddizioni interne della Lega?


Quinta domanda



Ad un certo punto della sua ricostruzione il Nostro ci dice che: 
«I toni sono degenerati rapidamente con l'inizio della campagna elettorale per le elezioni europee». 
Già, sono degenerati, ma a causa di chi? Chiaro che il suo riferimento, come esplicitato nell'articolo, è rivolto unicamente ai Cinque Stelle. Ma è corretta questa ricostruzione? Ora, chi scrive non ha niente a che spartire con M5s, specie dopo la svolta eurista degli ultimi mesi, tanto più dopo l'entrata a pieno titolo nell'attuale governo della restaurazione. Tuttavia la ricostruzione di Bagnai proprio non ce la racconta giusta.

Che forse i toni della Lega nei confronti di M5s erano quelli di un alleato? Quante volte la Lega ha manifestato (con Pd e berluscones, con Confindustria e sindacati) nel mitico "partito del Pil" per imporre il Tav? Quante volte la Lega si è unita alla stampa mainstream nel deridere questo o quel ministro pentastellato? Quante volte, con la sua costitutiva arroganza, Salvini ci ha voluto far sapere che nel governo era lui (e solo lui) che comandava?

Sta di fatto che, mentre Salvini e Di Maio parlavano d'altro, il partito mattarelliano interno al governo riportava l'Italia nell'ovile eurocratico. Questo esito, che non era già scritto fin dall'inizio, è stato anche il frutto di una conflittualità interna alla vecchia maggioranza che Salvini e la Lega hanno costantemente alimentato. Non pretendo che Bagnai concordi con questa mia valutazione, ma è così assurdo pensare — quinta domanda — che sia stata proprio l'iniziativa leghista a gettare i Cinque Stelle nelle braccia del Pd, facendo così un enorme regalo alle élite eurocratiche?


Sesta domanda



Sia chiaro, tutto ciò non assolve minimamente i Cinque Stelle, il loro vuoto strategico, la loro adesione al "politicamente corretto", tantomeno la vergogna del governo col Pd ed il voto alla Von der Leyen.
Su quest'ultima questione così scrive il Nostro: 
«Nel frattempo, in coerenza con la linea euroscettica, e in dissenso verso il "cordone sanitario" al Parlamento Europeo la Lega non votava la candidata presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen». 
Vero, il voto è stato quello, ma può smentire Bagnai — sesta domanda — ciò che a noi risulta, che quel voto negativo non è stato tanto l'espressione di una chiara volontà politica di opporsi alla nuova Commissione Europea, quanto piuttosto il frutto di una mancata vicepresidenza a Strasburgo, che se invece questa fosse stata concessa anche la Lega avrebbe votato a favore della tedesca?


Settima domanda



A proposito di quelle settimane seguite alle europee di maggio, scrive Bagnai che nonostante l'evidente tradimento di Conte (e qui concordiamo in pieno), definitivamente passato nel partito mattarelliano: 
«Salvini decideva tuttavia di mantenere fedeltà all'alleato, nella speranza di ricucire gli strappi, nel frattempo incontrava tutte le parti sociali, trovandole unanimi nel richiedere un importante taglio delle tasse per lavoratori e produttori».

Ecco, qui mi è venuto proprio da mettermi le mani nei pochi capelli rimasti. Ma come, il problema sono Tria e Conte, ed anziché porre la questione della loro incompatibilità con quello che si faceva chiamare "governo del cambiamento", si convocano le parti sociali al Viminale? Per fare cosa, di grazia? Non avverte il Nostro — settima domanda — che evitare di intervenire sul vero problema politico, per ricorrere invece ad un inutile incontro al Viminale, sia stata solo una delle tante buffonate del suo "capitano" in pieno delirio di onnipotenza?


Ottava domanda



Leggiamo ancora la ricostruzione di Bagnai sulle settimane di luglio: 
«Nel frattempo Salvini aumentava la pressione sui tecnici del Governo per ottenere una legge espansiva per il 2020 con tanti investimenti e un corposo taglio delle tasse». 
Senza dubbio sarà stato così, ma la verità è che sul punto Salvini non è mai stato preciso. Non lo è stato sull'entità della manovra espansiva, tantomeno sulle tasse. Sul progetto di flat tax — sorvolando adesso sulla sua iniquità sociale, maggiore o minore a seconda delle varie ipotesi circolate — mai è stata presentata una proposta precisa. Ed il perché è chiaro: se lo si fosse fatto si sarebbe immediatamente scoperta la sua pochezza, sia dal punto di vista macroeconomico che da quello di chi le tasse le paga.
Se Siri, prima che passasse ad occuparsi dell'eolico, parlava di 50/60 miliardi, si era poi scesi a 30, poi a 20, infine (lo dicevano gli esponenti della Lega) a 10. Ora, 10 miliardi diviso 40 milioni di contribuenti fa 250 euro medi a testa, cioè 20 euro al mese. Non proprio quel «corposo taglio delle tasse» di cui parla il Nostro.
L'ottava domanda è dunque semplice, semplice: se quanto ho appena scritto non corrisponde a verità, vuole il Presidente della VI Commissione del Senato, a maggior ragione oggi che il suo partito non è più al governo, dirci esattamente come avrebbero realizzato la flat tax? Ai cittadini interesserebbe assai.


Nona domanda



Giustamente Bagnai ricorda l'ingloriosa vicenda dei minibot, sulla quale rammenta l'opposizione di Tria. Tutto vero, ma — nona domanda — non risulta al Nostro che, insieme a Conte e Tria, il principale affossatore dei minibot sia stato quel tal Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia, autorevole esponente del suo partito a tal punto che Salvini, dopo l'apertura della crisi, lo indicava come futuro Ministro dell'Economia?


Decima domanda



Prudentemente, Bagnai non parla nel suo articolo del "regionalismo differenziato". Capisco la reticenza, che vorrei poter interpretare anche come dissenso rispetto alla linea del suo partito. Tuttavia la questione ha una grande rilevanza, tanto più che non si vede come si possa riconquistare la sovranità nazionale distruggendo nel contempo l'unità del Paese. Mi permetto allora la decima domanda: cosa pensa il senatore della Lega delle pretese dei governatori delle regioni del nord?


Undicesima domanda



Torniamo adesso al momento dell'apertura della crisi. Se il problema centrale — e qui concordiamo pienamente con Bagnai — era quello del ruolo di cane da guardia delle regole europee svolto della componente mattarelliana, quella che noi abbiamo chiamato Quinta Colonna, niente torna nelle modalità di apertura della crisi. E' ben noto infatti come in quel momento Salvini non abbia neppure citato Tria, mentre si è scagliato contro i Cinque Stelle come "partito del no", quasi che in politica si dovessero dire sempre e soltanto dei "sì".

Come mai questa reticenza salviniana? Così scrivevo in un articolo di sei giorni fa:

«Mettiamoci ora nei panni di un Salvini che fosse stato davvero deciso ad affrontare lo scontro con l’Unione Europea. Cosa avrebbe dovuto fare l’ormai ex ministro dell’interno di fronte alle posizioni europeiste all’interno del governo? Semplice, egli avrebbe potuto dire: signori, qui senza una terapia choc (necessariamente da finanziare a debito) non si esce dalla stagnazione, occorre dunque portare il deficit al 3, meglio al 4%. Su questa base – e forte del consenso elettorale – avrebbe potuto chiedere un sì od un no a Conte, Tria e Di Maio. I primi due avrebbero certamente risposto picche, sul terzo non ci giurerei proprio. Se Di Maio avesse accettato la linea dello scontro con l'Ue, la strada sarebbe stata quella di sostituire Tria e Conte, andando però avanti con la stessa maggioranza gialloverde. Se invece anche Di Maio avesse detto di no, ecco che Salvini avrebbe avuto una motivazione nitida per uscire dal governo e chiedere nuove elezioni».
C'è qualcosa che non va in questo schema di ragionamento? Nel caso, avrei piacere che Bagnai ce lo chiarisse. Ma se lo schema è invece giusto, come chiunque può capire, perché — undicesima domanda — Salvini non ha scelto la strada della chiarezza, rifugiandosi invece in un incommentabile pasticcio? Lo ha fatto solo per i suoi evidenti limiti, o anche perché nella Lega comandano altri?


Dodicesima domanda




Alla luce di quanto abbiamo visto finora, non è che nella Lega le posizioni di Bagnai sono state sonoramente battute?




Breve conclusione



Un tempo, ironizzando sull'insopportabile Vendola, Bagnai ci parlava spesso di quanto fosse orribile il "Fogno europeo". Bene, non vorremmo che oggi il Nostro sia invece finito nel credere ad un improbabile Fogno salviniano.  

Noi continuiamo a pensare che tutte le forze sinceramente interessate alla riconquista della sovranità nazionale, e con essa della democrazia e dunque della sovranità popolare, dovranno un giorno unirsi per liberare l'Italia.

Molte sono però le cose da fare per avvicinare il momento di quella liberazione. Una, più semplice delle altre, sarebbe intanto quella di smettere di raccontarsi storie. No dunque alla storiella della sinistra sinistrata sulla riformabilità dell'Unione europea che dovrebbe portare all'Europa dei popoli. No alle storielle edificanti e "politically correct", tutte onestà e perbenismo, del mondo Cinque Stelle. No, infine, alla storiella di una Lega capace di guidare un percorso di liberazione nazionale.

La Lega è un'altra cosa. Le vicende di questi ultimi mesi sono lì a dimostrarlo. Proprio per questo, nelle sue ricostruzioni, Alberto Bagnai farebbe bene a non offendere troppo l'intelligenza: la sua e quella di chi lo legge.


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martedì 25 giugno 2019

BAGNAI, BRANCACCIO E BANKITALIA di Piemme

[ martedì 25 giugno 2019 ]




In coda alla critica di Brancaccio ai MiniBoT, da noi pubblicata ieri, un nostro lettore ha commentato:
«Dai, se uno non riesce nemmeno a entrare a via Nazionale e a sfrattare i vecchi inquilini, ma come spera di uscire dall'euro? Le mezze misure di Varou-fikis già abbiamo visto che risultati hanno dato! Borghi vuole seguire la stessa strada? No grazie! Molto meglio il Brancaccio leninista che ci invita a prendere palazzo Koch».
Premesso che le "mezze misure" di Varoufakis non vennero mai adottate dal governo Tsipras, siamo d'accordo che occorre "sfrattare i vecchi inquilini" (tutti di indefessa fede eurista) per quindi "prendere Palazzo Koch", ovvero riportare Bankitalia sotto controllo pubblico. Nella partita a scacchi con Bruxelles e Francoforte questa mossa, equivarrebbe, come chiunque può capire, come fare scacco matto — sarebbe insomma la sanzione definitiva dell'uscita. Non per questo, come abbiamo segnalato, quello dei MiniBoT sarebbe un "falso problema". A certe condizioni potrebbe essere una mossa difensiva per poi quindi mettersi nelle condizioni portare lo scacco matto.

Forse ci sbagliamo ma il giudizio stroncante di Brancaccio sui MiniBoT ne implica uno politico a monte, la radicale sfiducia non solo nell'attuale compagine governativa giallo-verde e, anzitutto, nel gruppo di economisti di Salvini, Bagnai e Borghi anzitutto. Egli pare escludere che essi abbiano un "Piano B" di uscita ove il "Piano A" di cambiare i Trattati fallisse (detto per inciso: noi pensiamo che fallirà).


Bagnai, la governance e l'oro di Bankitalia


Vale la pena ricordare, al di là delle acide polemiche con Alberto Bagnai, che la questione venne già affrontata da Brancaccio quando, si era nel 2014, mise in guardia dal "piano B" di Savona. Allora Brancaccio prese sul serio l'eventualità che l'uscita dall'euro potesse essere avocata proprio da potenti settori dell'establishment, di cui Savona era esponente. Col veto posto da Mattarella per scongiurare che Savona diventasse ministro dell'economia s'è capito che questi settori no-euro della grande borghesia, se ci sono, sono del tutto marginali. E questo allineamento della grande borghesia al partito dell'euro, ovviamente, è un serio problema per il governo giallo-verde. 

Tornando a Brancaccio e al suo invito ad espugnare il fortilizio di palazzo Koch, c'è un fatto nuovo, un fatto che ha messo in grande allarme gli euristi. Un fatto che dovrebbe far riflettere lo stesso Brancaccio.

SI tratta della proposta di legge, ispirata da Alberto Bagnai e firmata dai capigruppo di maggioranza al senato Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5s). Il crociato del "vincolo esterno" Federico Fubini ha lanciato l'allarme venerdì scorso, 21 giugno. Riportiamo più sotto per intero il suo articolo sul Corriere della sera. Obbligatorio leggerlo.

Cosa dice questa proposta di legge? Con essa
«... anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat».
Si tratta dunque di una misura per mettere le mani su Bankitalia. Misura sacrosanta! Da notare che malgrado la forma sia copiata dalla Germania, Fubini, per nome e per contro del partito eurista, la scongiura. I tedeschi sì, noi che siamo una semicolonia no, semicolonia dobbiamo restare.

Non si tratta solo della cosiddetta "governance" di palazzo Koch. Come Fubini segnalava allarmato c'è di mezzo l'oro di Bankitalia, i suoi mille miliardi di riserve. Ricordiamo la polemica dei mesi scorsi in merito e la mozione che sempre su iniziativa di Bagnai venne approvata a larga maggioranza dal Senato (141 sì, 83 no e 12 astenuti). La suddetta mozione in pratica segnalava un concetto decisivo: “L’oro non deve essere restituito allo Stato. L’oro è dello Stato”. Ben detto e ben fatto!

Ci pare che questi passi sollecitati da Alberto Bagnai, debbano essere interpretati come tappe verso lo stesso obbiettivo indicato da Brancaccio: liberare e occupare palazzo Koch. Lo riconoscerà Emiliano Brancaccio? Chiediamoci quindi e chiediamo a Brancaccio: i MiniBoT sono una mossa estemporanea o non invece un tassello di una medesima strategia di "piano B"? Vedremo...

*  *  *

LA MOSSA GIALLO-VERDE SU BANKITALIA NELLA PARTITA PER L'EURO


L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia

di Federico Fubini


La proposta di legge è firmata dai capigruppo di maggioranza al Senato, Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5S). L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia. La relazione, resa nota ieri da Reuters con la proposta di legge, si propone di «evitare che attraverso l’indipendenza (dell’istituto, ndr) si possa esulare dal sistema di bilanciamento e controllo tipico delle democrazie liberali».

Fiducia dei mercati fragilissima

Alcuni aspetti di questa revisione darebbero spazio alle preferenze dei partiti. È il caso del sistema di nomine, per esempio. Oggi solo il governatore viene indicato dal governo, mentre il resto del direttorio è proposto dal Consiglio superiore di Banca d’Italia (quest’ultimo è una sorta di organismo di saggi dell’istituto stesso). Con la nuova legge, anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat. Ma non è chiaro perché si debba cambiare proprio ora, quando sui mercati la fiducia verso l’Italia è fragilissima. Soprattutto, in nessun Paese europeo si ritrova l’altro aspetto della proposta Romei-Patuanelli: il parlamento potrebbe cambiare lo statuto della Banca d’Italia, che per ora invece dev’essere approvato dall’assemblea dell’istituto stesso. Quel documento definisce il sistema di governo interno e copre i temi più delicati per la banca centrale: «Le riserve — si legge all’articolo 39 — sono impiegate nei modi e nelle forme stabilite dal Consiglio superiore». In altri termini oggi è un organo di Banca d’Italia a definire l’impiego dei quasi mille miliardi di riserve dell’istituto, compresi i circa cento miliardi in lingotti e monete d’oro. Non sono possibili interferenze del governo o della maggioranza.
Battaglia pericolosa

Difficile ora dire se questa proposta di legge sia legata alla mozione fatta votare in marzo da Bagnai, dove si chiedeva «un intervento legislativo chiarificatore» sulla natura delle riserve auree. In realtà sul loro status già oggi non c’è alcun dubbio, perché la Banca d’Italia è un ente di diritto pubblico (a questo titolo nel 2018 ha versato al Tesoro 5,7 dei 6,2 miliardi del suo utile di esercizio, più 1,2 miliardi di tasse). Di sicuro, quel che accadrebbe all’eventuale approvazione della proposta Romeo-Patuanelli è fin troppo prevedibile: la Banca centrale europea esprimerebbe un parere negativo, perché dare al parlamento pieni poteri sullo statuto di Banca d’Italia ne comprometterebbe l’indipendenza. Un’opinione della Bce su una legge nazionale non è mai vincolante, ma se il parlamento di Roma ignorasse il parere legale di Francoforte la Commissione Ue trascinerebbe l’Italia davanti alla Corte di giustizia europea. Partirebbe una lunga e pericolosa battaglia sull’equilibrio fra i poteri dello Stato, sotto gli occhi del resto d’Europa e dei creditori internazionali. Perché in fondo le mosse di questi mesi sono di intensità crescente: prima la mozione sull’oro della Banca d’Italia; poi quella sui mini-Bot, chiaramente pensati per creare una specie di moneta parallela se l’Italia si trovasse tagliata fuori dalla liquidità della Bce come accadde alla Grecia nel 2015; infine l’affronto più audace, all’indipendenza della Banca d’Italia. È come se qualcuno cercasse l’incidente sui mercati che porti il Paese fuori dall’euro. Essere contro la moneta unica è legittimo. ovvio. Ma chi punta all’uscita deve dirlo apertamente, perché gli italiani possano decidere se questo è davvero quello che vogliono. Senza essere trascinati fuori strada — fuori dall’Unione europea, oltre che dall’euro — a fari spenti.




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