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martedì 17 settembre 2019

CONTE STAI SERENO# di Piemme

[ martedì 17 settembre 2019 ]

Nuovo capitolo della stucchevole guerra per bande che dilania l'élite italiana ed in particolare il suo agglomerato politico di riferimento, il Pd.

Una cosa, una sola, nella sua lunga intervista a Repubblica, Matteo Renzi la dice giusta: è fallita quell'americanata che pretendeva essere il Pd. Per la precisione: «Il Pd nasce come grande intuizione di un partito all'americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie».

Il Bomba (alias Renzi) crede che il fallimento sia dovuto a quello che chiama "fuoco amico", ovvero al sabotaggio che gli altri oligarchi hanno posto in essere contro lui medesimo, che leader carismatico si considera.

Le cause del salutare fallimento del Pd sono in verità ben più profonde, ma chi è affetto patologicamente da narcisismo (vedi anche l'altro Matteo), non può, non riesce a vederle. Uno che si da le arie da grande statista, ma non afferra le radici sociali, culturali e politiche profonde del naufragio dell'ambizioso tentativo piddino, non è destinato ad andare lontano. Mettiamola così (e lo dicevamo già negli anni '90):  l'americanizzazione politica dell'Italia non può funzionare. Diversissimi la storia, le radici culturali e ideali, il tessuto economico sociale degli Stati Uniti da quelli italiani. Troppo forte e diffuso infine, nel nostro Paese, soprattutto tra le classi subalterne, l'antiamericanismo. Un senso comune, oso dire, che viene da molto lontano. 

L'americanismo non ha sfondato e non poteva sfondare anche perché ha avuto un inconfondibile segno di classe, esso è stato infatti, sin dal dopoguerra, il cavallo di battaglia della grande borghesia italiana. L'antiamericanismo ha avuto così in Italia (tanto più perché gli stessi eredi missini del fascismo null'altro erano se non una protesi della CIA) un segno di classe opposto e patriottico.

Non solo la vecchia base sociale popolare del defunto PCI, ma pure gran parte di quella ex-democristiana non passarono al Pd grazie al suo americanismo ma suo malgrado. Per milioni di italiani esso era — altro che Partito democratico all'americana! — l'agognato connubio tre le due culture politiche popolari dell'Italia del dopoguerra, quella comunista e quella cattolica.

Per di più la veltroniana americanata era destinata al fallimento visto il parallelo sopraggiungere della crisi sistemica, proprio dagli Stati Uniti sorta e dilagata a livello mondiale. Quella crisi sistemica che alimenterà il fenomeno politicamente opposto al piddismo dell'élite, il populismo.

La scissione di Renzi, a ben vedere, attesta un doppio fallimento, dell'americanata certo, ma di quel matrimonio all'italiana tra le due culture politiche di cui sopra. Dalla scissione sorge dunque, da una parte, un macronismo all'amatriciana, dall'altra, uno zombi pseudo-socialdemocratico di matrice europea. 

Non finisce qui. Nella crisi sistemica globale, la crisi italiana ci riserverà altre sorprese. La consunzione di 5 Stelle, il dilemma esistenziale che attanaglia la Lega salviniana, divisa tra nordisti separatisti e neo-nazionalisti italioti... Il panorama politico è in fibrillazione e riserverà altre sorprese.

Di certo Conte non può dormire sonni tranquilli. Il sostegno che gli offre Renzi è come la corda che sostiene l'impiccato. Il Bomba assicura sincero appoggio in funzione anti-Salvini. C'è da credergli. Ma il tipo è talmente esuberante (per usare un eufemismo) che le sue mosse future non sono prevedibili. E non lo sono perché nemmeno lui le conosce. Se uscisse fuori un sondaggio che lo da, diciamo, al 10%, statene certi che farà saltare il banco in barba alla minaccia dei barbari alle porte e della "fedeltà alle istituzioni democratiche".


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lunedì 10 luglio 2017

RENZI NON È MACRON di Carlo Formenti

[ 10 luglio 2017 ]

Il populismo dall’alto nel nostro Paese non funziona. Questa la lucida presa d’atto di due editorialisti di rango del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo e Massimo Franco, sulle pagine del quotidiano in edicola lo scorso 28 giugno.

Prima di entrare nel merito dei loro articoli, tuttavia, credo occorra premettere alcune riflessioni sul quadro politico globale che è venuto delineandosi nella prima metà dell’anno in corso. Dopo le batoste incassate con la Brexit, l’elezione di Trump e il disastroso (per Renzi) esito del referendum italiano sulle riforme costituzionali, e a fronte delle apprensioni generate dall’ascesa di movimenti antiglobalisti di sinistra e di destra (da Sanders a Mélenchon, passando per Podemos e Marine Le Pen), abbiamo assistito al progressivo rinsaldarsi di un fronte “antipopulista” mondiale costituito dai maggiori partiti tradizionali (conservatori, socialdemocratici, centristi), non di rado uniti in grandi coalizioni trasversali, e sostenuto a spada tratta da tutti i media mainstream.

Il dato interessante è che questa Santa Alleanza, mentre in alcuni casi ha ottenuto risultati mediocri (vedi il mancato trionfo conservatore ai danni di Corbyn), ha funzionato alla grande laddove, a guidare la controffensiva, non sono stati i vecchi partiti, bensì, come è avvenuto in Francia, formazioni inedite camuffate da movimenti anticasta e guidate da giovani leader (Macron) abili nel giocare a loro volta la carta del leader carismatico (populismi dall’alto, li ho definiti in apertura di articolo, a significare che, mentre adottano lo “stile” populista, hanno orientamenti politici opposti ai movimenti che tentano di mobilitare il popolo contro le élite).

L’eccezionalità del caso Macron, argomenta giustamente Cazzullo, consiste nel fatto che il personaggio è sì figlio della domanda di rinnovamento dei francesi, ma anche dell’establishment. È, per usare le sue parole, «l’uomo su cui l’establishment ha puntato per intercettare la volontà di cambiamento e nello stesso tempo salvare se stesso» (cambiare tutto per non cambiare nulla o, per usare una categoria gramsciana, scongiurare le velleità rivoluzionarie innescando una rivoluzione passiva). Non è che in Francia manchi lo spirito antisistema, aggiunge ancora Cazzullo, è che il sistema – in primis le istituzioni dello Stato – sono (ancora?) abbastanza solidi per reggere alla sfida dei Mélenchon e delle Le Pen e della protesta sociale che si profila dietro i loro movimenti. In Italia questa solidità non esiste né si vede all’orizzonte nessun Macron in grado di svolgere il ruolo di salvatore della Patria (leggi dell’establishment).

È difficile non vedere, dietro quest’ultima annotazione, un segno della crescente sfiducia della grande borghesia nostrana nei confronti dell’uomo, Matteo Renzi, che avevano sperato potesse dare a sua volta vita a un populismo dall’alto in grado di arginare il conflitto sociale. Una sfiducia che traspare anche dall’articolo che Massimo Franco dedica, nella pagina a fianco, alla crescente irritazione generata, dentro e fuori il suo partito, dall’ostinazione con cui Renzi persegue contro tutto e tutti l’obiettivo di tornare al potere contando solo sulle forze dei suoi fedelissimi. Ma per riuscirci occorrerebbe (ma non è detto basterebbe): 1) disfarsi del Pd per costruire quel partito della Nazione di cui lo stesso Renzi va vociferando da tempo; 2) godere dello stesso consenso e della stessa popolarità (nel Paese e non solo nel suo partito) di cui gode Macron. Per la prima operazione il tempo è scaduto (nel senso che non è pensabile realizzarla prima delle elezioni), quanto al secondo requisito è evidente che Renzi non sembra all’altezza di Macron.

Ciò detto, né Cazzullo né Franco sembrano avere le idee chiare sul “che fare” il che, mentre è preoccupante per l’establishment Liblab nostrano, potrebbe essere una buona notizia per chi si propone di abbatterlo. Purtroppo, nemmeno in questo campo si vedono forze politiche e leader all’altezza del compito.

lunedì 20 febbraio 2017

SCISSIONE PD: IL CONVITATO DI PIETRA

[ 20 febbraio ]

1. La scissione del Pd è ormai cosa di ieri. Fatta senza squilli di tromba, senza chiarezza e senza contenuti, ma fatta. A differenza di altri non abbiamo mai dubitato che l'evento si sarebbe alla fine compiuto. Le ragioni di questa "scissione fredda", senza passioni e senza ideali, le abbiamo già esaminate nei giorni scorsi (leggi QUI, QUI e QUI). A quanto già detto, aggiungiamo solo una cosa, banale quanto essenziale: dirigere un partito con il primario obiettivo di rottamarne una parte è di per se rischioso. Se poi si perde la battaglia simbolica decisiva, e non si è disposti a fare un passo indietro, le conseguenze sono pressoché inevitabili. La scissione è dunque figlia del referendum e della testardaggine dello sconfitto di quel voto.

2. La folle corsa renziana dunque continua. Prima la corsa delle primarie 2013, poi quella per prendere il posto di Letta, quindi le due corse parallele della controriforma costituzionale e della nuova legge elettorale. Ora, dopo la sberla del 4 dicembre, la nuova corrida chiamata assai impropriamente "congresso". Tutto di fretta, tutto in suo nome. Quel congresso Renzi lo avrebbe vinto a man bassa anche senza scissione, ma adesso diventa proprio un congresso farsa a tutti gli effetti. Non solo perché non ci sarà vera discussione (quella sarebbe stata sotto il minimo sindacale comunque), ma soprattutto perché non ci saranno veri avversari. Renzi lo vincerà, ma sarà la più classica vittoria di Pirro.

3. La minestra riscaldata dell'ulivismo. E' questo il massimo che riescono a proporre gli scissionisti, che in quanto a capacità di riesame storico dell'ultimo quarto di secolo sono inferiori perfino al loro ex segretario. Certo, il vuoto a "sinistra" è talmente grande che basterà poco per raggranellare qualche voto. E poi la crisi pentastellata aiuterà di sicuro. Ma qual è la prospettiva politica? C'è forse una qualche idea di società, oltre alla stantia retorica sui vecchi valori della sinistra? Non sembrerebbe proprio. E c'è qualche idea, quantomeno accennata, su come affrontare il nodo Europa? Se c'è, non ne abbiamo notizia. E quale sarebbe poi la proposta di governo? Ma ovvio, un bel centrosinistra! Dunque di nuovo alleati con il partito di Renzi, ma siccome i voti non basteranno, ecco che si aprirà la strada ad un accordo non solo con gli irrilevanti centristi, ma perfino con i resti della vecchia Forza Italia.

3. Bis. Che il ceto politico sinistrato, a partire da un bel pezzo dell'ex Sel, non veda l'ora di saltare su questo nuovo carrozzone elettorale a trazione ex diessina è cosa ovvia. Vedremo alla fine chi vi salirà subito o tra un po', e chi invece avrà almeno la dignità di starsene fuori. Su questo l'essenziale è stato già scritto QUI: «Resta però il punto principale che bisogna ficcarsi bene in testa. Chi correrà a rafforzare l'impresa dalemiana andrà —che lo sappia o meno— a rafforzare un'operazione favorevole al sistema oligarchico». Detto questo è detto tutto.

4. Il "Paradosso Gentiloni" in ogni caso rimane. Per la prima volta nella storia delle scissioni, abbiamo che un governo totalmente incentrato sul partito che subisce la scissione gode un appoggio maggiore da chi se ne va rispetto a chi resta! Effetti mirabolanti di un politicantismo che ha perso ogni rapporto con i contenuti, ma che non potranno durare troppo a lungo. Non —non sia mai— per un ritrovato senso della decenza, quanto piuttosto per le più elementari esigenze di visibilità e di spazio politico da conquistarsi in vista della prossima campagna elettorale.

5. Il "mistero" della data del voto è nelle mani di Renzi. La nuova corsa del fiorentino non ha come ultima meta il congresso. Quella sarà solo una tappa, poi verranno le elezioni. Già, ma quando? Premesso che giugno o settembre poco cambia, chi scrive pensa che quella di giugno sia la data più probabile. In Italia a settembre non si è mai votato, ed è inutile dire quanto sia immaginabile una campagna elettorale che inizia a Ferragosto. I giornali parlano dell'abbinamento con le elezioni tedesche del 24 settembre, ma questo produrrebbe una stretta post-elettorale quasi ingestibile, con Bruxelles che vuole la Legge di bilancio (e che Legge di bilancio!) entro il 15 ottobre. Ma ci sono ragioni più immediate che spingono Renzi alla scelta di giugno: perché non approfittare di una lunga campagna elettorale che egli inizierà a marzo con il congresso e le primarie del Pd? Perché dare più tempo all'organizzazione delle forze scissioniste? E perché darlo alle altre forze politiche, oggi tutte in difficoltà per i più diversi motivi? E' vero, l'ex segretario del Pd adesso non sembra avere fretta, ma pensate che sia difficile congegnare una qualche trappola parlamentare, ad esempio un voto di fiducia invotabile dagli scissionisti, per arrivare allo scioglimento delle camere dandone la responsabilità a Bersani e soci?

Fin qui abbiamo cercato di fissare le questioni più immediate, ma nelle discussioni di questi giorni c'è un convitato di pietra che nessuno ha osato nominare: l'Unione Europea, la sua crisi, le scelte dell'Italia rispetto alla stretta che si annuncia.

E' un silenzio incredibile di una classe politica irresponsabile. Che è poi quella classe politica che, proprio con i governi del centrosinistra (incluse le sue propaggini di sinistra), ha portato il Paese nella gabbia dell'euro, quella che sta lentamente uccidendo l'economia italiana.

Inutile lamentarsi del dramma sociale in atto, della disoccupazione, della precarietà e della povertà senza vederne le cause. Peggio: offensivo ed intollerabile che se ne parli soltanto in maniera retorica, solo in vista delle elezioni, senza peraltro dire un'acca sul da farsi.

In ogni caso, almeno dal punto di vista elettorale, la linea di Renzi è chiara. Egli vuol fare del Pd una sorta di diga "antipopulista", attraendo verso di se tutte le forze conservatrici, ed ottenendo così un rinnovato appoggio dall'élite dominante. In mancanza di alternative è un disegno che ha una sua forza nell'immediato. Che ce l'abbia anche nel medio periodo non lo pensiamo affatto, ma di certo l'alternativa non potrà venire dai tardo-ulivisti di questa scissione fredda né da chi si aggregherà al loro carro.

PS - Alcuni nostri amici ci chiedono quale interesse avrebbe Renzi a correre velocemente verso le urne, visti i consensi in calo ed una scissione da digerire. E' presto detto: Renzi sa bene che il 40% è un miraggio, ma sa anche che tra un anno sarebbe peggio, dato che sotto la legge di bilancio 2018 qualcuno la firma la dovrà pur mettere. Meglio allora, dal suo punto di vista, una campagna elettorale alla svelta, nella quale porsi populisticamente come unico alfiere della lotta al... populismo. Un compito che sarebbe ben più difficile da svolgere dopo aver accettato un nuovo ciclo di austerità.

PPS - Qualcun altro ci chiede invece se prima non si vorrà mandare in porto una legge elettorale ancor più maggioritaria. Personalmente, direi proprio che non ce ne sono le condizioni. Se il parlamento è stato paralizzato fino ad oggi, come pensare che le cose si muovano dopo la spaccatura del Pd? Al massimo ci sarà qualche aggiustamento, di quelli che si possono varare in una settimana.

lunedì 13 febbraio 2017

DIREZIONE PD: VINCE RENZI, SI VOTA A GIUGNO di Piemme

[ 14 febbraio ]

Come tutti i giornalisti che si occupano della cronachetta politica italiana, in particolare dello psicodramma ai piani alti del Partito democratico, ho seguito con attenzione la riunione della direzione del Pd. Noto tuttavia che i commentatori si soffermano sui dettagli, ma non vanno al cuore, alla sostanza. Ci provo.

Un'opinione sul dibattito politico? Lì c'è poca roba. Certo, han capito tutti, anche Renzi, che la batosta del 4 dicembre è stata una vera e propria Caporetto; certo, nessuno di loro ha dubbi sull'avvenuto divorzio tra essi e la stragrande maggioranza degli italiani. Proposte serie? Zero carbonella. Un progetto nuovo per far pace col popolo? Niente di niente. La solita brodaglia riscaldata. La globalizzazione va difesa, l'Unione europea va difesa, l'euro va difeso. Bastano alcune "manutenzioni" —parole di Bersani.

Tenetevi sulla seggiola: il solo che è andato al punto, che ha dimostrato di avere il polso della situazione, che ha lanciato un autentico grido d'allarme per il rischio di una rivolta sociale imminente è stato il chiacchierato, ma arguto e ficcante quanti altri mai, Vincenzo De Luca.

Le differenze sulle terapie sono sulle virgole. Quindi, con Renzi o senza, non è azzardato affermare che notabili e dignitari piddini vanno dritti verso il suicidio.

Ma su cosa si stanno allora accapigliando, fino a paventare la scissione, renziani e minoranze di "sinistra" (si fa per dire). Sulla gestione del partito, attraverso il quale si controlla la stanza dei bottoni, si sta al potere e si distribuiscono poltrone prebende e strapuntini.
Per questo la ciccia, alle spalle dei discorsi e dei paroloni, stava solo su un punto: passa o no l'idea di Renzi di votare prima possibile, cioè a giugno?

Ebbene, la direzione approvando a larga maggioranza la mozione renziana (107 voti), contro quella della minoranza (12 voti), ha praticamente deciso che si dovrà andare a votare a giugno.

Attenti! Non troverete una sola parola nella mozione approvata che parli di elezioni. I renziani hanno la lingua biforcuta. La mozione dice solo che si va a passo di corsa verso il congresso del partito. Questa decisione sarà vidimata dall'Assemblea nazionale, dove Renzi ha una maggioranza non meno schiacciante, che si svolgerà la settimana prossima. Quando questo congresso? probabilmente entro la fine di aprile. Ergo: c'è tutto il tempo per andare a votare a giugno.

Si dirà: ma non è mica sicuro che Renzi abbia i numeri in Parlamento per sfiduciare il governo Gentiloni! Vero. Ostacolo tuttavia facilmente aggirabile. Come? con le dimissioni, sua sponte, di Gentiloni medesimo, che non a caso è stato messo lì da Renzi.

Poi, scusate, che forse il Parlamento dei peones è il luogo dove si decidono le cose serie? Ovvio che no, più ancora che durante la prima repubblica infatti, e in barba alle battute di Renzi, decidono i "caminetti", ovvero logge e consorterie partitiche, quindi quella che ha il pallino in mano, la piddina.

Mi chiederete: ma come, Renzi è così scemo da non capire che alle elezioni prenderà un'altra batosta? Non penso sia così scemo, penso che non abbia altra scelta. Anzitutto perché se si votasse l'anno prossimo lui ci arriverebbe bollito. Penso anche un'altra cosa, penso che la sua posizione offensiva e spavalda abbia nel Paese più consensi che quella nebulosa e sconnessa della minoranza —anche perché essa appare ed è, contrariamente a quanto alcuni sinistrati vogliono pensare, molto più conforme ai desiderata delle élite oligarchiche.

Poi è chiaro che c'è della astuzia nella accelerazione di Renzi: lui uno straccio di apparato nazionale pronto alla sfida elettorale ce l'ha. Ed ha una maggioranza tale nel Pd che potrà comporre le liste elettorali per offrire ai suoi nemici interni solo qualche strapuntino. Ove essi rifiutassero non resta loro che la scissione e metter su una casa in quattro e quattr'otto. Uno svantaggio non da poco, anzi da molto.














venerdì 27 gennaio 2017

SE SI SPACCA IL PD CHE SUCCEDE A SINISTRA?

[ 27 gennaio ]

Carlo Bertini, sentite le gole profonde all'interno del Partito democratico, segnala, su LA STAMPA di oggi, quale sia il clima, da resa dei conti finale, tra i renziani e la cosiddetta "sinistra" bersaniana. Che Matteo Renzi voglia andare alle elezioni —infischiandosene delle pressioni in senso contrario di buona parte delle frazioni della grande borghesia che pure lo avevano sostenuto— è fatto acclarato. Tutti sanno che questo Parlamento non produrrà alcuna nuova legge elettorale, tantomeno riportando in auge il Mattarellum. Quello di Renzi è un escamotage, un pretesto per non apparire come lo sfasciacarrozze, quello che, come già fece con Letta, defenestra un governo a sua stessa immagine e somiglianza. Renzi non solo ha capito che se si arriva a fine legislatura rischia di essere bollito, ha capito che tra i cittadini la volontà di andare al voto è maggioritaria, e vuole intercettare questa onda.

Perché il Pd rischia di spaccarsi in vista delle elezioni? Semplice, perché Renzi, anche grazie all'infame regola delle liste bloccate, che gli consente di scegliere  la stragrande maggioranza dei candidati che entreranno in Parlamento, taglierà fuori tutti quegli esponenti della opposizione interna. Non che questi non avranno un posto nelle liste, ma lo scranno dovranno guadagnarselo con le preferenze. E Renzi scommette che ben pochi bersaniani ce la faranno.

Ecco perché questi ultimi stanno mettendo nel conto di alzare i tacchi e di andare alle elezioni con una propria lista, immaginando, dato che la soglia elettorale per entrare in Parlamento, al 3%, garantirebbe loro più scranni che non restando nel Pd renziano. 

Che poi la pattuglia parlamentare di questi "rottamati", dopo le elezioni, immagini un'alleanza di governo di centro-sinistra con lo stesso Pd renziano, è fatto fin troppo ovvio.

Per questo e non solo per questo, le simulazioni che circolano sulla composizione del nuovo Parlamento [vedi quello IPSOS accanto], così come le diverse proiezioni sul voto, sono, come minimo aleatorie, se non del tutto inaffidabili (tanto per cambiare).

Non è solo il Pd che si dividerà. Altre fratturazioni potrebbero accadere, sia nel campo delle destre che nello stesso Movimento 5 Stelle. Vedremo...

Intanto c'è da segnalare che la molto probabile scissione del Pd, getta scompiglio nell'area della cosiddetta "sinistra radicale" —Sinistra italiana, Rifondazione e ammennicoli vari.

Se Bersani e D'Alema vengono via, potete scommettere che Sinistra italiana verrà letteralmente terremotata. Il Congresso fondativo (17-19 febbraio) potrebbe rivelarsi l'ultimo. La maggioranza, e nemmeno D'Attorre ne fa segreto, immagina di dare vita ad un partito coi bersaniani. Come minimo si vorrà andare ad un lista elettorale con i fuoriusciti del Pd, per riproporre poi un governo di centro-sinistra con i renziani. A questa ipotesi si oppone una fronda di sinistra capeggiata da Stefano Fassina. Per dire che il congresso fondativo di Sinistra italiana, potrebbe già sancire un divorzio.

Qui entra in ballo Rifondazione, che a sua volta, celebrerà il suo X. Congresso dal 31 marzo al 2 aprile. L'ipotesi a cui lavora la maggioranza (europeista) del Prc è quella di dare vita ad una lista di "sinistra radicale" che punti a superare lo sbarramento del 3%. Opera ardua in caso di concorrenza del blocco tra i fuoriusciti dal Pd e la maggioranza di Sinistra italiana. Ma è da vedere se gli europeisti di Rifondazione, capeggiati da Paolo Ferrero, usciranno davvero vincitori del Congresso...

martedì 13 dicembre 2016

MOBILITAZIONE GENERALE CONTRO IL GOVERNO DEL "SÌ" di P101

[ 13 dicembre ]

A passo di corsa Gentiloni si presenta oggi in Parlamento per chiedere la fiducia ed entrare in carica. Che peste lo colga! 

12 ministri su 18 sono gli stessi di quello precedente schiantatosi il 4 dicembre, per di più la Boschi, l'artefice dello scasso bocciato dagli italiani, addirittura promossa in un posto chiave come vice presidente del Consiglio. Il segnale inviato a chi comanda davvero (la plutocrazia finanziaria e bancaria, il grande capitalismo globalista) non poteva essere più chiaro: "ce ne freghiamo di quel che pensa e vuole la maggioranza dei cittadini". Nulla cambia quindi: la stanza dei bottoni è blindata, occupata da servi fidati.

Non solo giusto ma sacrosanto, in queste condizioni, che le opposizioni, e tra questa la sola che conti davvero, quella del Movimento 5 Stelle, non partecipino al rito farsesco dell'intronazione del governo Gentiloni.

Che Renzi e la sua cricca vogliano andare ad elezioni in primavera, certo dopo avere varato una legge elettorale fatta su misura per conservare il potere, è evidente, e per questo hanno imbottito l'Esecutivo di propri lacchè. Che si vada effettivamente al voto a giugno, tuttavia, è da vedere. Chi comanda davvero (e chi comanda davvero non si presenta alle elezioni) vorrebbe fare le scarpe a Renzi, portando la legislatura alla sua fine naturale del febbraio 2018 e quindi votare fra un anno e mezzo. Ai poteri forti serve tempo, tempo per architettare un piano onde evitare che il governo vada in mano alle opposizioni, leggi M5S e suoi eventuali alleati.
facce da culo....

La decisione dei Cinque Stelle di disertare il Parlamento, di lasciare nudo il Re, va quindi nella giusta direzione: dimostra che non ci si muove a rimorchio della guerra per bande che dilania il Palazzo.

Prima ancora del 4 dicembre, certi di una forte vittoria del NO ma anche che gli sconfitti, malgrado le sicure dimissioni di Renzi, avrebbero fatto di tutto per restare al potere —quindi riservandosi la facoltà di imporre una legge elettorale truccata— noi suggerivamo alle opposizioni parlamentari l'Aventino, ovvero di uscire dal Parlamento, non per un giorno solo, ma stabilmente. Proponevamo un'azione non solo simbolica contundente, allo scopo di suscitare una forte mobilitazione popolare per sabotare l'azione eversiva dei servi usciti sconfitti dal referendum, per dare quindi seguito alla domanda di sovranità popolare espressasi nelle urne il 4 dicembre.

Le cose pare stiano andando proprio in questa direzione: il Movimento 5 Stelle non solo ha proposto per oggi e domani "un Flash Mob per la Democrazia dove a parlare e ad essere ascoltati saranno i cittadini", ha annunciato «Entro il 24 gennaio organizzeremo una grande manifestazione per la dignità dei cittadini. Domani partirà il countdown. È ora di applicare l'articolo 1 della Costituzione che abbiamo difeso: la sovranità appartiene al popolo!»

Noi saremo a fianco del Movimento 5 Stelle, nella preparazione di questa mobilitazione che dovrà essere grande, pacifica ma combattiva. Tutte le forze sociali e politiche democratiche che hanno contribuito alla vittoria del NO, debbono fare altrettanto. Ci dicono: "Ma l'Aventino andò a finire male, il fascismo ebbe la meglio". Vero, non dovremo commettere lo stesso errore degli antifascisti di allora, che invece di fare appello alla mobilitazione popolare, fecero affidamento sul Re affinché fosse lui a togliere di mezzo Mussolini.

Davanti alla arroganza e protervia dei poteri forti non resta al popolo che la protesta!

E' nelle piazze che esso dovrà dimostrare di essere sovrano, è nelle piazze che dovrà prendere forma quello che abbiamo chiamato "BLOCCO COSTITUZIONALE", nella prospettiva di prendere in mano le redini del Paese.

Consiglio Nazionale di Programma 101
12 dicembre 2016

lunedì 7 novembre 2016

LA "LEOPOLDA": UN BILDERBERG IN PICCOLO di Diego Fusaro

[ 7 novembre ]

Tifo da stadio alla kermesse renziana. Una dimostrazione plastica che il Partito democratico è sull'orlo dell'esplosione. C'è una data per questa, ed è il 4 dicembre, qualunque sia il risultato.
Non sembri cosa di poco conto: le élite dominanti italiane ed occidentali —finanziarie, bancarie, industriali, culturali— hanno puntato sul Pd come strumento per scardinare definitivamente la Repubblica, rispettare i vincoli europei e passare ad un regime organicamente liberista. Queste élite hanno puntato su Renzi, ora sono infastidite dai suoi eccessi, e temono il peggio. Meglio così...


«Ed è ancora una volta il tempo della Leopolda a Firenze. Il Pd si dà convegno nel capoluogo toscano per discutere dei propri progetti e della propria prospettiva. Con in prima fila, come sempre, magnati della finanza, signori del globalismo ed esponenti vari dell’aristocrazia finanziaria sradicata e sradicante. Se il vecchio Pci di Gramsci stava al fianco dei lavoratori contro il capitale, il Pd si è disposto ben altrimenti: sta al fianco dei nemici dei lavoratori e difende apertamente il capitale, subito squalificando come reazionario, populista e complottista chiunque si proponga di contrastarlo.

La Leopolda – diciamolo senza perifrasi – si pone come una specie di Gruppo Bilderberg in piccolo, il comitato d’affari del capitale finanziario che decide come distruggere meglio il mondo del lavoro e del sociale, chiamando “progresso” tale sciagura. Se il Pd della Leopolda è il partito dell’aristocrazia finanziaria globalista, ne segue more geometrico che il suo nemico è la nuova plebe senza diritti a cui il capitale dal 1989 ad oggi sta portando via tutto (articolo 18, diritti sociali, scuola, futuro, ecc.): il nemico dell’aristocrazia finanziaria rappresentata dal Pd è la nuova classe in fieri composta dal vecchio proletariato e dalla vecchia classe media aggredita dall’aristocrazia finanziaria mediante rapine finanziarie gestite ad hoc con solerte continuità (bail in, ecc.).

Lo ripeto qualora fosse sfuggito ai più distratti: alla Leopolda il Pd sta coi globalisti e coi signori della finanza, contro la classe lavoratrice e contro la classe media. Alla Leopolda il Pd è protetto a suon di manganellate contro chiunque osi dissentire. Insomma, avete capito o no cos’è davvero il Pd? È il capitale che veste in rosso per ingannarci meglio e, quindi, per attaccarci più efficacemente».

domenica 6 novembre 2016

TESTA DI CUPERLO! di Emmezeta

[ 7 novembre ]

Italicum: la pagliacciata di un accordo che non vale niente, ma dice già troppo

Ragazzi, è arrivata l'arma finale. Quella decisiva. Un missile atomico. A testata multipla? No a testa di Cuperlo.

Il 4 dicembre si avvicina ed il Bomba deve spararne una al giorno. Ieri, in occasione della settima edizione della Leopolda, il grande annuncio: abbiamo spaccato la minoranza Pd! Ammazzate! Ma non erano questi tutti concentrati sul governo del Paese? E invece la notizia è stata quella di aver colpito Bersani, come se uccidere un uomo (politicamente) morto potesse essere motivo di gran vanto.

Tutto per il tradimento di Cuperlo. Cuperlo, capite! Ma Cuperlo chi? Certo, per una volta il grigio triestino ha avuto il suo giorno di notorietà, ma ventiquattrore sono davvero brevi. Gli resterà probabilmente la consolazione di un posto di parlamentare in quota "riserva indiana". Quel posto che aveva detto di voler abbandonare se fosse stato costretto a votare no al referendum. Chissà, forse sarà per evitare questa "costrizione" che si è affrettato a sottoscrivere un accordo che non vale neppure l'inchiostro con cui è stato scritto...

Nel nostro piccolo gli resterà anche qualcos'altro, un nomignolo guadagnato sul campo che vale più di mille discorsi: testa di Cuperlo.

Ma cosa ha firmato il transfugo di una minoranza la cui maggioranza voterà comunque no?

Comico ma rivelatore il titolo della solita Repubblica: «PD riforma l'Italicum. Cuperlo firma». Avete capito? Il PD, che si era fatto l'Italicum a proprio uso e consumo, oggi lo "riformerebbe". Il bello è che lo farebbe con un accordo interno. La legge elettorale è tutta roba piddina? E il parlamento? Chi se ne frega, pensano i piddini, tanto con il 25% dei voti abbiamo la maggioranza dei seggi alla Camera e qualche mercenario al Senato lo raccattiamo sempre.

Ma quanto vale l'accordo che - immaginiamo sofferente come sempre - Cuperlo ha sottoscritto?

Dalla lettura del testo, scritto in un italiano traballante come il futuro politico dell'ex segretario della Fgci, ben poco si capisce. Quel che conta per i renziani è fare finta di essere disponibili al cambiamento, in modo di poter dire che il 4 dicembre non si vota sulla legge elettorale.

Ma leggiamo il passo centrale dello storico accordicchio di ieri:
«Sul piano dei contenuti si è riaffermato il perno di un sistema elettorale fondato sull'equilibrio tra i due principi della governabilità e della rappresentanza.
A tale scopo le verifiche realizzate rendono possibile: * La preferenza per un sistema di collegi inteso come il più adatto a ricostruire un rapporto di conoscenza e fiducia tra eletti ed elettori.

* la definizione di un premio di governabilità (di lista o di coalizione) che consenta ai cittadini, oltre alla scelta su chi li deve rappresentare, la chiara indicazione su chi avrà la responsabilità di garantire il governo del Paese attraverso il superamento del meccanismo di ballottaggio».


Proviamo a tradurre dal politichese particolarmente degenerato di questa banda di imbroglioni:

Primo, essi ci dicono che il premio di maggioranza dovrà comunque esserci. Sai che novità! C'era nel Porcellum e c'è nell'Italicum. La Corte Costituzionale l'ha bocciato? E chissenefrega!

Secondo, essi ci dicono che forse il ballottaggio va superato e che magari si può tornare alle coalizioni. Eh già, in caso contrario il M5S potrebbe vincere le elezioni e questo va impedito in tutti i modi. E così - con un meccanismo elettorale contra partitum - avremmo sistemato per sempre il principio dell'astrattezza della legge.

Terzo, essi ci dicono (meglio, lasciano intendere) che forse bisognerebbe adottare un sistema a collegi uninominali del tipo di quelli delle vecchie elezioni provinciali. Buffo! Dopo aver abolito l'elettività dei consigli provinciali (le province, invece, esistono ancora!), essi ci propongono di riesumare il sistema elettorale con il quale venivano eletti. Lo fanno per due motivi: per danneggiare anche per questa via M5S (visto che quel sistema favorirebbe i vari boss locali), per aggirare la sentenza della Consulta sulle preferenze. Ma su questi dettagli torneremo magari più avanti.

Adesso il punto è un altro: quanto vale questo accordo?

Su questo dobbiamo tornare a quanto abbiamo sempre scritto in materia. Decisivo sarà solo il referendum. Se vincerà il SI', Renzi se ne infischierà delle prudenze dei suoi. Consulta permettendo si terrà l'Italicum ed andrà di fretta alle elezioni. Ce lo vedete un Renzi vincitore il 4 dicembre, che perde invece il ballottaggio con un Di Maio?

Se invece vincerà il NO, l'Italicum decadrà di fatto e si aprirà uno scenario del tutto inedito. Una situazione nella quale il PD (lasciamo qui perdere la questione del futuro personale di Renzi) sarà fortemente indebolito. A quel punto servirà a qualcosa l'accordicchio di ieri? Nelle speranze del notabilato piddino certamente sì, ma dubitarne è più che lecito: i terremoti (anche quelli politici) mutano tante cose del paesaggio preesistente.

L'unica cosa certa è dunque la porcata cuperliana. Un aiutino a colui che tanto lo disprezza contro i suoi stessi compagni di corrente. Quelli che l'avevano contrapposto a Renzi alle primarie, tanto la partita era persa in partenza.

Chiudiamo con una domanda: quanto peserà nelle urne la mossa renziana, messa a segno grazie alla insuperabile genialità di testa di Cuperlo? La mia personale risposta è che peserà un rotondissimo zero. Non è su questi trucchi di bassa lega che si disporranno i due eserciti elettorali del SI' e del NO.


Renzi, lo sappiamo, le prova di tutte. Ma se è già alla carta Cuperlo, tanto bene non è messo.

martedì 1 novembre 2016

DOPO RENZI ARRIVA DRAGHI? di Diego Fusaro

[ 1 novembre ]

Fusaro, ragionando sulla discesa in campo di Mario Monti per il NO, avanza due ipotesi sull'eventuale dopo Renzi.
Corre l'obbligo di segnalare che da tempo, in polemica con chi riteneva che con l'arrivo del "bomba" a Palazzo Chigi si fosse aperta una..."epoca renziana", noi avevamo  scritto un paio di cosette, come dire, "profetiche", la prima nel marzo 2014 [MATTEO RENZI: IL TONFO COL BOTTO PROSSIMO VENTURO
], la seconda nel settembre scorso [DOPO RENZI LA TROIKA? La resa dei conti si avvicina]. Fusaro lascia intendere che proprio in caso di vittoria del NO le euro-oligarchie avrebbero in serbo la soluzione finale: Draghi al governo e protettorato della Troika. Messa così sembra che mandando a casa Renzi facciamo un piacere alle euro-oligarchie. Dissentiamo.
Vincendo il referendum del 4 dicembre (non dire gatto se non ce l'hai nel sacco) si apre una fase nuova, certo aperta a numerose incognite, ma pure alla possibilità di una riscossa popolare.


«Ha destato dubbi e perplessità l’outing, come usa dire, di Mario Monti: l’esponente di spicco del colpo di Stato finanziario gestito dall’Unione europea nel 2011 (e pudicamente chiamato «governo tecnico») ha asserito di votare convintamente per il no al referendum circa la riforma della Costituzione.
L’ha detto in modo fermo e inequivocabile. Senza perifrasi ed esitazioni. Come spiegare questa scelta? Perché mai Monti voterebbe no e perché mai dovrebbe rendere pubblico, con tanta enfasi, il proprio parere personale?


DUE IPOTESI DIVERSE


Avanzo due ipotesi, in maniera telegrafica ma – almeno spero – chiara. Prima ipotesi: si è ormai diffusa ai quattro venti la notizia dell’interesse apertissimo del gruppo finanziario Jp Morgan per la riforma della Costituzione.
Già nel 2013, il gruppo finanziario l’aveva esplicitato: ci vogliono «riforme» delle Costituzioni in Europa, giacché ad oggi esse sono troppo socialiste (diritti dei lavoratori, welfare state, ecc.) e, di più, costituiscono un «ostacolo» per l’economia di mercato del capitalismo assoluto. Occorre rottamarle o, appunto, «riformarle».
La notizia s’è diffusa: e ora tutti sanno che la Riforma propugnata dal Partito democratico vede quest'ultimo come servo e maggiordomo dell’interesse delle grandi banche internazionali.


UN'ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

Ecco, allora, l’arma di distrazione di massa: l’amico della finanza e dell’Unione europea Mario Monti dice che voterà no. Si chiamerebbe depistaggio, se fossimo in un giallo. Così ora i più crederanno, ingenuamente, che non è vero che questa riforma sia voluta dalla finanza.
Seconda ipotesi: Matteo Renzi potrebbe essere a fine corsa. Forse, dall’alto, gli stessi che l’hanno messo al potere stanno risolvendosi a toglierlo. O, meglio, a sostituirlo: sì, perché ormai il popolo inizia a protestare seriamente. Ormai il popolo ha capito chi è davvero Renzi e cosa è davvero il Pd. A tal punto che, come a Palermo l’altra settimana, occorre ricorrere al manganello per contenerne gli impeti oppositivi.

SE RENZI CADE, DRAGHI L'ALTERNATIVA 

Ecco, allora, la nuova soluzione: togliere Renzi e sostituirlo con un nuovo maggiordomo della finanza, con un nuovo servitore dei signori neofeudali del globalismo. Di modo che, per un po’, non vi siano più proteste: almeno fino a che il popolo non torni a capire come realmente stanno le cose. E, da lì, si proceda a una nuova sostituzione.
Se questa seconda ipotesi fosse vera, chissà che il sostituto di Renzi non possa essere, prossimamente, Draghi? Così ci troveremmo direttamente con la Troika in casa. Modello Grecia1.

venerdì 14 ottobre 2016

LA DIREZIONE DEL PD: UNA FARSA MOLTO ISTRUTTIVA di Leonardo Mazzei

[ 14 ottobre ]

In cinque tesi: perché decide tutto il 4 dicembre

Lo diciamo da più di un anno: nell'imbuto del referendum costituzionale finiranno tante cose. Non solo il destino della Carta del 1948, ma quello della legge elettorale. Non solo il futuro di Renzi e del suo governo, ma pure quello del partito di cui è segretario.

Oggi tutto ciò dovrebbe esser chiaro anche ai ciechi. E questo anche senza voler allargare lo sguardo —come sarebbe invece necessario— ad un contesto europeo dove il voto di dicembre verrà letto (giustamente) come l'ennesimo round della rivolta popolare contro le èlite. 

Ma limitiamoci all'Italia. Anzi, limitiamoci a quel piccolo spicchio d'Italia che si chiama Direzione del PD. Chi scrive ha visto, sia pure a pezzi e bocconi, l'ennesimo spettacolicchio di quart'ordine che il parlamentino del maggior partito del paese si premura di trasmettere in streaming. A "pezzi e bocconi" sì, perché ogni stomaco ha un limite, ma pur sempre quanto basta per farsi alcune idee che espongo brevemente.

Primo: Renzi è in difficoltà. Non certo per la prevedibile posizione assunta dalla minoranza, quanto per le notizie che devono arrivargli dai sondaggisti di fiducia. Hai voglia di controllare le tv, hai voglia di avere il sotterraneo sostegno di quelle dell'ex cavaliere, hai voglia di "vincere" dibattiti contro avversari spesso inadeguati: tutto questo ha il suo peso, ma (almeno per ora) non pare sufficiente a risalire la china. In ogni caso, le sue parole ed i suoi atteggiamenti erano quelli di un uomo in difficoltà. 

Secondo: in difficoltà non vuol dire sconfitto. Proprio perché il referendum non ammetterà prove d'appello, Renzi le tenterà tutte pur di portare il SÌ al successo. Nella direzione del suo partito ha giocato la carta di una finta apertura sull'Italicum, giusto per prendere tempo e provare a seminare divisione tra le già sfilacciatissime truppe della minoranza piddina. La quale ha preferito parlar poco e si capisce il perché.

Terzo: il destino dell'Italicum lo decideranno gli elettori il 4 dicembre. Lo diciamo da sempre, ma adesso è assolutamente fuori da ogni discussione. Per questo Renzi ha avuto buon gioco nel rimandare la partita al dopo referendum. Che senso avrebbe, non dico una legge, ma anche una semplice proposta prima del voto popolare? Prima di sapere se il sistema sarà mono o bicamerale? Prima del pronunciamento della Corte Costituzionale? D'Accordo, il fiorentino, facendo approvare una legge per un sistema monocamerale che ancora non c'è, si è mostrato il re dell'italico azzeccagarbuglismo, ma questo significa che la pratica del mettere il carro davanti ai buoi debba continuare? Dunque l'Italicum verrà cancellato, oppure disgraziatamente ratificato, solo dagli elettori. I quali non avranno il potere di determinare quel che verrà dopo, ma avranno comunque quello di cancellare l'obbrobrio di una legge truffaldina, autoritaria ed oligarchica. Non mi sembra poco.

Quarto: è l'Italicum l'essenza della controriforma costituzionale. Anche se a dicembre non si voterà direttamente sulla legge elettorale è questa la decisiva posta in gioco dello scontro in atto. In questo senso la discussione nella direzione piddina lo ha perfettamente fotografato. Tralasciamo qui ogni giudizio, peraltro già espresso in altri articoli, sulla proposta di merito dei bersaniani. Quel che importa capire è che è la legge elettorale che disegna il sistema politico. E proprio per questo è su questa legge che si gioca pure il futuro di quell'accozzaglia di arrivisti, profittatori e speculatori d'ogni risma che si raccoglie attorno a Renzi, a partire dal cerchio ristretto del cosiddetto "Giglio magico". Che è ristretto sì, ma con gli agganci internazionali che sappiamo.

Quinto: il nostro giudizio sul Partito Democratico come forza principale del blocco dominante, come capofila delle sue politiche neoliberiste, come cane da guardia di un europeismo servile e perfino anti-pratiottico, non nasce certo con Renzi. Tutte queste graziose caratteristiche sono nel dna di quel partito fin dall'inizio. Quel che Renzi sta cercando di condurre in porto è l'affermazione del Pd (ed all'interno, del suo ristretto gruppo di potere) come l'architrave imprescindibile di un regime sempre più autoritario. In questo senso, la riscrittura della Costituzione formale ha il decisivo scopo di stabilizzare a proprio vantaggio la costituzione materiale, cioè i concreti rapporti di forza e di potere non solo a livello istituzionale, ma pure nella società. Se vincerà il NO è questo ambizioso disegno che andrà a gambe all'aria.

Certo, le direzioni piddine sono un luogo alquanto noioso. I "dibattiti" che vi si svolgono sono in genere finti e predeterminati. Recite ad uso propagandistico. Il più delle volte vere e proprie farse lontane mille miglia dai problemi reali. Ma anche una farsa può dirci qualcosa di serio. E quella andata in onda lunedì scorso ce ne ha detta una piuttosto importante. Per noi scontata, ma forse non per tutti: il referendum del 4 dicembre segnerà in ogni caso uno spartiacque nella storia nazionale. E per il significato oggettivo e simbolico che ha assunto non c'è manovra di palazzo che possa depotenziarlo.

Il Diavolo fa le pentole, ma non i coperchi: a volte è proprio vero.

venerdì 23 settembre 2016

DOPO RENZI LA TROIKA? La resa dei conti si avvicina di Moreno Pasquinelli

[ 23 settembre ]

«Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica».

Sono molte, ed evidenti, le analogie tra Renzi e Berlusconi. Prima fra tutte è l'ostinazione a raccontare fanfaluche. Montanelli disse un giorno del Cavaliere che era un inguaribile "piazzista", imbattibile nel vendere patacche spacciandole per mercanzia di primissima qualità. Si capisce dai suoi atteggiamenti spavaldi come Renzi si ritenga ancor più abile di Berlusconi. In questa sua pretesa, inversamente proporzionale alla sua statura politica, egli fa addirittura tenerezza. 

Prendiamo la narrazione renziana di come vanno le cose nell'Unione europea. Vanno esattamente all'opposto di come il "bomba" ce le ha raccontate solo fino a pochi giorni fa. Egli ci diceva che la Brexit avrebbe reso l'Unione europea più forte e con un ruolo centrale dell'Italia. Ci diceva che Hollande era oramai conquistato alla causa della fine dell'austerità. Ci diceva che a Ventotene era sorto un "nuovo direttorio a tre con Germania e Francia".

Il summit di Bratislava ha polverizzato come scemenze queste pretese e Renzi se n'è tornato a casa con le ossa rotte. Di più, Bratislava ha mostrato —in barba a chi vaneggia un rafforzamento della Ue—quel che andiamo dicendo da tempo: l'accelerazione del processo di disgregazione dell'Unione europea.

Allo stesso modo di Berlusconi, che fino all'ultimo negò che il Paese fosse dentro una gravissima crisi economica, il "bomba" tenta disperatamente di convincere gli italiani che "siamo usciti dal tunnel".

Puoi raccontare finché vuoi che splende il sole (che l'economia italiana non è in inarrestabile depressione), ma quando sopraggiunge la pioggia, si apre l'ombrello e l'imbroglione viene preso a calci nel culo.

Il distacco tra la narrazione renziana e la realtà è talmente evidente che è presumibile che l'impostore faccia la stessa fine del suo mentore: spazzato via. Con una differenza non da poco: mentre Berlusconi venne defenestrato da una congiura di Palazzo, Renzi sarà mandato a casa dal voto dei cittadini grazie al suo stesso referendum costituzionale. Nel primo caso i poteri forti si tennero ben stretti il pallino in mano, ed infatti misero il vampiro Monti in sella. Questa volta, con la auspicabile vittoria dei NO, i poteri forti, tutti schierati per il SÌ, sarebbero battuti assieme al loro pupillo fiorentino, resterebbero spiazzati. Che abbiano in serbo un loro piano di riserva non ne dubitiamo. Quale? Non è escluso l'arrivo della troika, per stringere i bulloni del vincolo esterno, del regime di protettorato.

Nel marzo del 2014, su questo blog, scrivevo:

«Se Renzi fallisce, e ci sono molte probabilità che ciò accada (Nun 'gna fa, nun 'gna fa!, direbbe il comico), la Troika è in agguato. La macchina del capitalismo predatorio, forte del consenso tedesco, della Bce e dei tecno-oligarchi di Bruxelles, si giocherà l’ultima carta a sua disposizione per salvare la moneta unica moribonda (la cui fine darebbe un colpo fatale all’intera baracca del capitalismo-casinò). Ricorrerà dunque, visti che i vari tentativi posti in essere ad ogni livello sono stati sin qui inefficaci, all’arma di distruzione di massa, quella di sottoporre il Paese al dominio diretto della Troika». [Matteo Renzi: il tonfo col botto prossimo venturo]
Cosa mi spingeva a questa conclusione? Gli euroligarchi, per nome e per conto della grande finanza capitalistica mondiale tutta, non molleranno la presa, non vorranno perdere il comando sull'Italia, che se lo perdessero sarebbe la fine subitanea dell'Unione europea e della moneta unica. Resto della medesima opinione. 

Beninteso, quando parlo dell'arrivo della troika non penso che metteranno, che so, Jeroen Dijsselbloem a Palazzo Chigi. Come fu con Monti troveranno un'altra marionetta con passaporto italiano. E gli apriranno la strada facendo saltare il sistema bancario italiano, e forse speculando nuovamente sul debito pubblico (spread), o con una combinazione terroristica dei due fattori.

Ma allora sorge la domanda: cosa accadrebbe se, dopo tre governi fantoccio messi sù in barba ai desiderata della maggioranza dei cittadini, i poteri forti tentassero di aggirare e neutralizzare la vittoria dei NO? Se quindi, con un nuovo golpe bianco, provassero ad impedire al popolo la facoltà di decidere da chi vogliono essere governati?

Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica.

Ognuno che abbia sale in zucca e coraggio politico si adoperi affinché accada la seconda che ho detto.








giovedì 22 settembre 2016

TANTO TUONÒ (CHE NON PIOVVE) di Emmezeta

[ 22 settembre ]

Come previsto: macché Consulta, macché parlamento, la sorte dell'Italicum verrà decisa dal referendum..

Dunque l'equinozio d'autunno non ha portato alcuna tempesta politica. Alla Camera la mozione di Sinistra Italiana, votata anche da M5S che ha poi raccolto 74 voti a sostegno della sua proposta di legge, non ha avuto alcun effetto. Mentre anche la destra ha ottenuto la miseria di 43 voti su un testo alquanto generico, la mozione di maggioranza è passata con 293 voti contro 157.

Questa mozione non dice assolutamente nulla, limitandosi ad una disponibilità a «consentire ai diversi gruppi parlamentari di esplicitare le proprie eventuali proposte di modifica della legge elettorale attualmente vigente e valutare la possibile convergenza sulle proposte». Eccola qui la famosa "apertura" di Renzi! E che ci voleva una risoluzione parlamentare per affermare una simile banalità? Siamo dunque di fronte al nulla circondato dal niente. Come previsto Renzi va dritto sulla sua strada.

Che in parlamento non sarebbe successo nulla di importante già si sapeva. Diverso il discorso sulla Corte Costituzionale. Quest'ultima, lunedì scorso, ha annunciato la scelta di rinviare il proprio giudizio sull'Italicum - originariamente previsto per il 4 ottobre - a data da destinarsi, cioè a dopo il referendum. Una decisione che merita qualche commento.

In primo luogo l'annuncio del rinvio è certo il frutto di uno scontro interno. In secondo luogo, è chiaro che non si è voluto mettere in difficoltà Renzi. In terzo luogo, rimandando la decisione la Corte si riserva di fatto un probabile ruolo di decisore d'ultima istanza della nuova legge elettorale.

Se la prima osservazione è fin troppo ovvia, evidenziando un opportunismo certo non nuovo dalle parti del Palazzo della Consulta, è sulle altre due questioni che bisogna spendere qualche parola.


Dalle parti del governo si ringrazia comprensibilmente la Corte per aver disinnescato una mina assai sgradita a Renzi. Una eventuale bocciatura dell'Italicum avrebbe infatti finito per bollare come incostituzionale l'intera controriforma renziana, basata proprio sul famoso combinato disposto Italicum-legge costituzionale.

E tuttavia, proprio la motivazione del rinvio, incentrata sul fatto di non voler interferire con il voto referendario, dimostra quanto il legame tra referendum e legge elettorale sia di fatto inscindibile. Su questo abbiamo scritto innumerevoli volte e non ci torniamo sopra. Quel che conta è che questo dato di fatto sia oggi riconosciuto anche formalmente, al di là dei patetici tentativi del capo del governo di negare l'evidenza.

Non tutto il male viene dunque per nuocere. Il rinvio della Consulta impedisce il depotenziamento degli effetti politici del referendum, e questo è un bene, anche se ciò vale sia nel caso dell'auspicata vittoria del no, come in quello di un'affermazione del sì.

Ma abbiamo segnalato una terza questione, per certi aspetti la più importante: il ruolo di supplenza, nei confronti del parlamento, che la Corte si auto-assegna con la decisione di lunedì scorso. Perché annunciare a maggio una decisione ad ottobre, per poi rinviarla a due settimane dalla data indicata? Curioso, no? Eppure è proprio quel che ha fatto il presidente Paolo Grossi. E' chiaro che una simile giravolta deve avere motivi più profondi di quelli sin qui esaminati.

Quali possano essere questi motivi è presto detto. Con la vittoria del no l'intero sistema politico italiano - che già si regge su una maggioranza che non è tale nel Paese - rischia di andare completamente in tilt. L'Italicum decadrebbe di fatto non essendo applicabile ad un sistema bicamerale, ma come modificarlo in tempi rapidi? Sarebbe capace l'attuale parlamento di trovare un accordo per farlo? Lo stesso sparpagliamento nel voto di ieri alla Camera fa pensare il contrario. Ecco che allora la Corte Costituzionale potrebbe entrare in gioco, togliendo così le castagne dal fuoco ad un sistema politico imballato.

Ovvio che una decisione ad ottobre avrebbe pregiudicato quella che potrà essere presa magari a gennaio in base a quel che uscirà dalle urne. Non entriamo qui nel merito di quale potrebbe essere questa decisione. Basti sapere che la modifica dell'Italicum può avere varie gradazioni, con effetti sulla legge assai diversi tra loro. Si potrà avere una vera modifica radicale solo con la cancellazione del premio di maggioranza oltreché del ballottaggio. Si avrebbe invece una modifica assai fiacca (e mirata soltanto a colpire M5S) con la cancellazione del solo ballottaggio. Si avrebbe infine un'autentica presa in giro se la modifica si limitasse al ripristino delle coalizioni e del voto di preferenza.

Come si vede, la Consulta ha in mano le chiavi del ridisegno del sistema politico. Ed ha deciso di tenersele ben strette. E' un bene od un male tutto ciò? Di certo è una conseguenza del pasticciaccio renziano, l'aver voluto fare una legge per un sistema mono-camerale, quando questo sistema deve ancora passare al vaglio del referendum. Ma c'è di più. C'è che quella legge, fatta per garantire una maggioranza spropositata al Pd, potrebbe ora mandare al governo il Movimento Cinque Stelle. Da qui la pittoresca retromarcia di molti estimatori della prim'ora.

Adesso questi pentiti di quel che hanno votato hanno idee assai diverse su come venirne fuori. Ecco perché potrebbe toccare ad una sentenza della Corte la scrittura de facto della nuova legge. Segno di una crisi politica ormai giunta al suo stadio terminale.

Ma non possiamo sapere ora quel che accadrà. Sappiamo invece cosa ci consegna questo quadro. Siccome la futura decisione della Consulta avrà necessariamente una natura politica, così come l'ha avuta quella del rinvio, essa non potrà prescindere più di tanto dal responso delle urne. Diventa quindi ancora più importante vincere il referendum e vincerlo bene. Solo una valanga di no seppellirà veramente l'Italicum. Diamoci tutti da fare.

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