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giovedì 9 gennaio 2020

KEYNES E MARX A CONFRONTO di Moreno Pasquinelli


Riteniamo utile ripubbicare questo breve saggio apparso su SOLLEVAZIONE nll'ottobre 2012


La crisi capitalistica cause e soluzioni
 


Premessa

L’attuale crisi sistemica del capitalismo occidentale sta mandando in pezzi la scuola monetarista di Milton Friedmann e con essa l’ortodossia liberista e i suoi due massimi assiomi.

martedì 30 luglio 2019

IL MITO DELLA CLASSE OPERAIA di Moreno Pasquinelli

[ martedì 30 luglio 2019 ]




«La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla».
[ Karl Marx a Schweitzer, 13 febbraio 1865]



*  *  *
Tra i tanti critici che abbiamo alle calcagna ci sono coloro i quali, pur allattatisi al nostro seno e scopiazzando qua e la quanto andiamo sostenendo da anni, ci accusano di aver dimenticato la centralità del "fattore di classe". Cosa questi critici intendano per "fattore di classe" non è affatto chiaro, dal momento che non sono in grado di dare rigore logico alle loro critiche. Tuttavia è evidente come essi ci stiano lanciando la scomunica: saremmo eretici perché il nostro discorso rivaluta i concetti di popolo e nazione "a spese" di quelli di classe operaia e rivoluzione comunista. L'accusa di eresia (una variante tutto sommato garbata dell'accusa di "rossobrunismo") implica ci sia una "ortodossia", ma non chiedete loro, tra i disparati marxismi, quale sia il loro. Non lo sanno, e quel che è peggio, non gli interessa saperlo. Ai faciloni basta e avanza aggrapparsi a certa vulgata. Comunque sia, ove essi, invece di procedere per frasi fatte, accettassero un serrato confronto teorico, qui siamo ed a loro dedichiamo queste riflessioni.


*  *  *

No al pressapochismo teorico


Com'è che Marx è considerato un gigante rivoluzionario nonostante non abbia guidato né un movimento di rivolta né tantomeno alcuna rivoluzione sociale? Polemista implacabile bisticciò con la maggior parte dei socialisti del tempo. Morì in esilio e nel massimo isolamento. AI suoi funerali c'erano poco più di dieci persone. 

Egli fu rivoluzionario a causa delle sue idee e della grandezza della sua visione teorica. In altri tempi questa precisazione sarebbe stata pleonastica — Lenin: "senza teoria rivoluzionaria non c'è azione rivoluzionaria". Non è così oggi, dove tutti sono stati infettati dall'analfabetismo funzionale, dal pressapochismo teorico. E' triste dirlo ma ciò vale anche per tanti militanti marxisti che di Marx conoscono, sì e no, l'abc. L'alibi di chi non ha profondità teorica è mascherare questa deficienza apponendo i dati di fatto, i risultati pratici ai principi teorici. E' vero che il pensiero da solo non cambia il mondo, ma non si è mai visto cambiarlo da chi pensiero profondo non possedeva. L'America ha vinto anche grazie all'egemonia della sua peculiare filosofia, il pragmatismo: meglio l'uovo oggi che la gallina domani, la prassi trasmutata in calvinistica operosità performativa, la filosofia disprezzata come superflua metafisica.

Esula da questo breve saggio, poiché chiederebbe molto più spazio, un'indagine sistematica sulle idee fondamentali di Marx — per meglio dire, e non è la stessa cosa, quelle che gli epigoni han fatto diventare fondamentali a spese di altre sottacendo le evidenti antinomie marxiane —, quelle che hanno dilagato nel '900, in molti casi diventando egemoniche. Dobbiamo limitarci, per stare ai nostri critici, a quella che può essere definita la madre di tutte le idee marxiste: il mito della classe operaia


Dei miti e delle loro funzioni


I seguaci che considerano il marxismo una scienza — nel senso di una concezione esatta e infallibile della storia — sobbalzeranno sulla sedia, ci accuseranno di blasfemia. Per essi il mito è per sua natura irrazionale, fantasticheria primitiva, un'anticaglia seppellita da progresso. Per essi dunque, affermare che Marx (lo scienziato!) abbia fondato un mito, significa squalificarlo, attribuirgli una tremenda nota di demerito. Per noi è l'esatto contrario: una delle ragioni della grandezza di Marx è proprio quella di avere fabbricato il potente mito di una classe che per sua stessa natura era destinata a riscattare tutti gli oppressi ed a salvare il mondo.

L'essere umano, data la sua natura antropologica, ha bisogno di miti in cui credere e per cui battersi; essi sono infatti espressioni simboliche di istanze psichiche profonde, istintive e emotive, archetipi che soggiacciono, come strati nascosti, alle sovrastrutture ideologiche successive, che dunque preesistono all'esperienza. Jung avrebbe parlato di "inconscio collettivo".

Il Sorel, checché se ne possa pensare della commistione tra marxismo e vitalismo bergsoniano, è stato quello che con più forza ha sottolineato la potenza demiurgica e creativa del mito sociale, come figura che spinge le masse all'azione, per lui quindi opposta a quella dell'utopia —dove utopia sta per la credenza che si possa cambiare il mondo senza rivoluzione: 
«Si può parlare all'infinto di rivolte sociali senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse [...] Il mito è un'organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna». [Georges Sorel, Riflessioni sulla violenza]
Ciò che sterminate masse, anche negli angoli più sperduti del pianeta, accettarono come mito nel secolo grandioso che ci siamo lasciati alle spalle, è l'idea che vi fosse una classe, quella degli operai dell'industria, destinata a liberarci una volta per tutte dalla catene dell'oppressione e dell'abiezione, e quindi a condurre l'umanità al socialismo. Non è che nella modernità fosse scomparso il mito: merito di Marx è averlo strappato dal cielo facendolo scendere sulla terra, costruendolo come mito storico-sociale.


Il mito nel giovane Marx...


Vale la pena soffermarsi su come Marx sia giunto a tanto. Basti dire che come materiali grezzi ha usato, genialmente assemblandoli, la filosofia finalistica della storia hegeliana (con la sua dialettica del negativo come motore del progresso storico) e la sociologia positivistica di Saint Simon (col suo culto dell'industria, delle forze tecnico-scientifiche, delle moderne classi produttive).

Ogni teoria politica ha una base filosofica. Prima di diventare marxista, ovvero prima di individuare la classe operaia industriale come la moderna e peculiare forza sociale levatrice del socialismo, nei vulcanici scritti giovanili, Marx così pose filosoficamente la questione:
«La liberazione è la liberazione dal punto di vista di quella teoria che proclama l'uomo la più alta essenza dell'uomo (...) la condizione operaia è la perdita completa dell'uomo, e può dunque guadagnare se stessa soltanto attraverso il completo recupero dell'uomo. (...) Quando il proletariato annunzia la dissoluzione dell'ordinamento tradizionale del mondo, esso esprime soltanto il segreto della sua propria esistenza, poiché esso è la dissoluzione effettiva di questo ordinamento del mondo». [K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Dicembre 1843-Gennaio 1844].
Evidente la matrice umanistica e idealistica di questo filosofare. Pochi mesi dopo il nostro, riflettendo sulle prime rivolte operaie in Germania, ribadiva questa matrice filosofica:
«Una rivoluzione sociale si trova dal punto di vista della totalità perché — se pure essa ha luogo solo in un distretto industriale — essa è una protesta dell'uomo contro la vita disumanizzante, perché muove dal punto di vista del singolo individuo reale, perché la comunità, contro cui la separazione da sé l'individuo reagisce, è la vera comunità dell'uomo, l'essenza dell'uomo». [ K. Marx, Glosse critiche all'articolo di un prussiano. Agosto 1844 ]
Qui, con le categorie di essenza umana, di comunità e totalità, sta la sorgente filosofica del successivo mito della classe operaia, qui abbiamo già, infatti, la figura simbolica di una classe sociale dalla missione salvifica e universale. E' a questo punto che Marx compie una seconda mossa filosofica: l'innesto su questa matrice umanistica della dialettica hegeliana servo-signore, radicalizzandola:
«Proletariato e ricchezza sono opposti. Essi formano come tali un tutto. Entrambi sono figure del mondo della proprietà privata. Ciò che conta è la posizione determinata che entrambi occupano nell'opposizione. Non basta dire che sono lati di un tutto. (...) Il proletariato è costretto è costretto a togliere sé stesso e con ciò l'opposto che lo condiziona e lo fa proletariato, la proprietà privata. Esso è il lato negativo dell'opposizione, la sua irrequietezza in sé, la proprietà privata dissolta e dissolventesi». [K. Marx, La sacra famiglia. Settembre 1844]
Da questa mossa Marx ricava e propone una versione estrema di teleologia deterministica:
«Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è cosa esso è e che cosa sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere». [ K. Marx, Ibidem]

... e in quello "maturo"


Come si vede qui non abbiamo nessuna analisi del capitalistico modo di produzione, nemmeno un riferimento alle sue leggi di movimento tra cui la presunta essenziale contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. Non abbiamo le categorie di merce, di valore e plusvalore, nessun accenno al lavoro astratto come fonte del valore. Pur tuttavia, come detto, è qui che vengono gettate le basi filosofiche del mito della classe operaia come soggetto che proprio in base alla sua intrinseca essenza, pur senza averne coscienza, quali che siano le sue rivendicazioni, è destinato, anzi costretto, a compiere la propria missione. Non si discute quindi di possibilità, qui c'è il dogma finalistico della necessità. Usando il paradigma di Carl Schmitt, per cui le moderne categorie del Politico non sono che concetti teologici secolarizzati, dovremmo parlare di una visione soteriologica ed escatologica.

C'è qui, infine, implicita un'idea, anzi un teorema: che la battaglia dei proletari in difesa dei propri interessi immediati, anche meramente sindacali, sia consustanziale a quella ideale e rivoluzionaria per il comunismo. Sarà Lenin a prendere atto che così purtroppo non è, che le lotte sindacali ed economiche sono "la politica borghese in seno alla classe operaia", che la coscienza rivoluzionaria non sorge spontaneamente ma "può essere portata solo dall'esterno" dei meri rapporti di fabbrica. [ V.I.Lenin, Che fare

Chiediamoci: il Marx maturo, quello del Capitale, quello che pretese di aver trasformato il socialismo da utopia a scienza, rinnegò forse, come ebbe a sostenere Luis Althusser, la sua visione filosofica originaria? Per niente. Egli utilizzerà le sue analisi empiriche del capitalismo e le sue scoperte scientifiche, come conferme a fortiori della sua visione finalistica della storia. Solo si sbarazzerà di certo linguaggio astratto e concetti metafisici — ad esempio l'idea del proletario come agente di una rivoluzione sociale che nel suo essere totale e radicale doveva addirittura fare a meno di essere politica — affinché il mito di una classe rivoluzionaria in sé potesse essere più solido e quindi penetrare tra le masse, affinché diventasse una forza invincibile. 

Il proletariato della fase idealistica subiva un processo di transustanziazione, il suo carattere provvidenziale dipendeva ora non più dall'essere la parte più alienata e abietta della società, bensì dal posto centrale che esso deteneva nel processo di produzione sociale, in quanto incarnazione della forza produttiva generale.
«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente». [K. Marx F, Engels, L'ideologia tedesca, 1845-46]
Spazzato via, a favore dell'oggettivismo storicista hegeliano, ogni dualismo kantiano tra essere e dover essere. E' l'essere stesso così, il movimento oggettivo della storia, a procedere, motu proprio, verso il comunismo.

Una forza è tanto più invincibile se crede nel mito di sé medesima, se si convince che la propria liberazione non è mera possibilità — che quindi dipende dall'incontro di molteplici fattori  — ma risponde a necessità, ad un movimento oggettivo, ad un ordine destinale della storia. Invincibile poiché addirittura impersona la spinta delle moderne forze produttive. Di qui la tesi che il socialismo sia l'ineluttabile frutto dello stesso sviluppo delle forze produttive capitalistiche; di qui il mito che la classe operaia (orami individuata negli operai dell'industria moderna) abbia intrinseca la missione di sopprimere, col capitale, se stessa, in vista del definitivo approdo al "regno della libertà". Il comunismo come inveramento in terra della "città di Dio".

Non abbiamo così solo un mito, ma mito raddoppiato in quanto si addobba coi paramenti sacerdotali della scienza. Un mito che sarà poi Engels a giustificare, fabbricando un marxismo come sintesi di storicismo, positivismo e evoluzionismo — con ciò aggiungendo al corpo teorico marxiano ulteriori antinomie.

Che qualche dubbio si sia insinuato già in Marx sulla natura e il ruolo attribuito alla classe operaia è certo. Non ci spiegheremmo altrimenti il seguente lapidario giudizio:
«La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla».[ Karl Marx a Schweitzer, 13 febbraio 1865 ]
Né capiremmo il ricorso di Marx (nei Grundrisse) alla categoria del "general intellect", che infatti verrà utilizzata da certo operaismo italiano, dopo la sbornia fabbrichista, come controfigura e successore della classe operaia. Anche questo tentativo era il sintomo del tramonto di un mito, anzi il tentativo, disperato quanto elegante, d'inventarsene uno nuovo.

E' proprio così, la classe operaia o è rivoluzionaria o non è nulla, per la precisione, e stando alle categorie del Marx maturo, solo la parte variabile del capitale. E quando questa classe è riuscita a svolgere, momentaneamente, un ruolo rivoluzionario è stato grazie all'esistenza, nel suo seno, di un'avanguardia organizzata, un'avanguardia forte appunto dell'arma del mito. 


Dopo l'oblio, quale mito?


Ha resistito il mito della classe operaia — quello che il postmodernista Francois Lyotard ridenominò "meta-narrazione" — alla prova della storia? La risposta è no. Non solo non ha resistito, dopo essersi appassito è stato dimenticato dalle masse, abbandonato anzitutto dalla classe operaia medesima, stanca di portare addosso quella pesante croce. Quel mito è stato condannato alla desuetudine, è oramai un'arma scarica, un'idea priva di ogni potenza evocativa. 

C'è stato un momento storico decisivo in cui il mito della classe operaia è stato messo alla prova: dopo la rivoluzione bolscevica. Davanti a quel poderoso assalto al cielo, compiuto per nome e per conto della classe operaia mondiale, di quella europea anzitutto, questa classe, nella sua maggioranza, è restata appresso ai socialdemocratici, in Italia e Germania subendo addirittura un processo di fascistizzazione, così che l'avanguardia russa è stata lasciata drammaticamente sola, fino a collassare su sé stessa. Oggi possiamo dirlo: quello fu un colpo letale, un colpo dal quale il grande mito non si riprenderà più.

Nulla di nuovo che ci siano in giro testardi i quali, sordi alle lezioni della storia, non vogliano riconoscerlo, che sperano nel miracolo della sua palingenesi. Che si rifiutano di ammettere che la dipartita di quel mito è forse la ragione fondamentale del supplizio subito dal marxismo, poiché esso era il vero e proprio fulcro su cui poggiava l'intera  costruzione teorica.

Nulla di strano che i miti siano destinati ad appassire per poi soccombere all'opera distruttrice del divenire storico. L'umanità, le civiltà, molti ne hanno conosciuti, rimpiazzando miti vecchi con miti nuovi. 

Del fatto che gli umani abbiano bisogno di miti, di simboli che indichino orizzonti di senso alla storia, lo vediamo anche nei nostri tempi. In barba ai sapientoni liberali che considerano i miti arcaiche fantasie, vediamo oggi che il mito a cui la civiltà occidentale (e non solo quella) consegna il suo destino è quello della scienza, per la precisione della potenza della tecnica e dei suoi prodigi. Ogni civiltà ha un suo mito, che corrisponde al suo proprio spirito. E' un paradosso solo apparente che il mito che nella modernità abbia resistito sia proprio quello della scienza, che proprio questa sia diventata la religione civile, con la sua corte dei miracoli di apostoli, sacerdoti e ministri del culto. Non cadete nell'inganno: il mito della tecno-scienza non cade dal cielo, è la maschera dietro alla quale la nuova borghesia nasconde sé stessa, spacciandosi come agente del progresso universale. 

Ma che sia un travestimento ingannevole non deve impedirci di smentire quella che Marx considerava come la principale contraddizione sistemica, quella tra rapporti di produzione e forze produttive, per cui il capitalismo sarebbe diventato una camicia di forza del "progresso". In verità il capitale è per sua natura dinamico, mosso anzi da un frenetico impulso vitale. Esso non può infatti fare a meno di sviluppare le sue forze produttive, quindi ad utilizzare pro domo sua ogni scoperta scientifica per accrescere la propria produttiva potenza. Il capitalismo è una "brutta bestia" per diverse ragioni, ma la prima delle quali è proprio che in fatto di progressismo batte in breccia ogni concorrente.

Così forse ci spieghiamo come mai, siccome questo progressismo si manifesta come spietato Moloch che sacrifica ai suoi piedi tutto quanto di propriamente umano incontra sulla sua strada, s'avanza nelle viscere del mondo un comune sentire anti-progressista e tradizionalista, che certe élite politiche tentano di usare come carburante reazionario.

Il fatto è che avendo la storia scippatoci il vecchio mito, non abbiamo un contro-mito da opporre a quello di cui il capitale si serve per giustificare la propria supremazia. E non si vede all'orizzonte, né questo contro-mito, né un profeta che lo annunci.

Per questo dovremmo forse chiuderci in un cenacolo? No, l'umanità è sempre in cammino e noi dobbiamo procedere con essa, sapendo anzi che siamo dentro una crisi di civiltà, che il mondo conoscerà nuove scosse telluriche, che dentro questo gorgo siamo condannati a stare, a pensare, ad organizzarci per agire. Dobbiamo accendere il fuoco con la legna che abbiamo in cascina. E che legna abbiamo? Quanta ne abbiamo?

Abbiamo un neo-capitalismo che nel suo vorticoso sviluppo, come non mai, ha ammucchiato ricchezza smisurata ad un polo e miseria crescente a quello opposto. Abbiamo un sistema che mentre ha neutralizzato la classe operaia salariata ha creato una moltitudine di dannati costretti a loro volta a mettersi in vendita per tirare a campare. Non è propriamente una classe, è una nuova plebe. Una poltiglia sociale che tuttavia recalcitra, si oppone come può allo stato di cose presente. Queste plebe rifiuta tuttavia questa condanna, sa che oggi non è nulla ma vuole essere tutto, inizia lentamente a sentirsi popolo, vuol diventare popolo ed in quanto tale chiede democrazia reale e sovranità. Questa consapevolezza può sembrare poca cosa, in verità porta seco un impulso che, per quanto frammisto a diversi detriti, sta entrando in rotta di collisione con la nuova aristocrazia liberal-capitalistica, perché contiene un'eccedenza comunitaria e democratica che non può essere esaudita dal sistema, che quindi può (sottolineiamo può) avere una dimensione rivoluzionaria.

Da qui occorre partire, dal fatto di sentirsi e voler essere popolo di questi nuovi e tiranneggiati plebei, dal loro considerarsi l'anima stessa della comunità nazionale, dall'aver scoperto che loro è la nazione, che anche per questo il super-capitalismo globalista (di cui la Ue  è protesi) vuole mandare in frantumi. 

Crescono i populismi delle più diverse fattezze, ed i nazionalismi con loro. Siamo nella fase di ascesa di questi populismi non quindi per un accidente, ma perché il populismo è la modalità funzionale, la forma politica più adeguata che questa plebe ha partorito, per dimostrare di esistere, per sfidare il potere dell'élite, per rivendicare giustizia sociale. Se le sinistre sono escluse da questa sfida è perché si sono messe di traverso alla riscossa plebea, quelle di regime per ovvie ragioni, quelle radicali anche per essere restate aggrappate a mito morto della "classe operaia", riciclato e sputtanato in quello del "povero migrante", così che la lotta di classe è diventata la pietistica e impolitica "accoglienza" a prescindere, con la violazione delle frontiere come simbolo di massimo antagonismo (sic!).


Classe e nazione

Maggio 2004, era il tempo dei 21 giorni di lotta allo stabilimento FIAT di Melfi, in Lucania. Uno sciopero prolungato animato da un pugno di sindacalisti della FIOM. Si concluse con una sostanziale vittoria. Avvenne un fatto che ci colpì profondamente. Davanti alla carica della polizia gli operai si sedettero a terra e mentre i celerini si accanivano con i loro manganelli gli operai, tutti assieme, intonarono non Bandiera Rossa ma... Fratelli d'Italia.

AI critici che ci dicono che dimentichiamo il "fattore di classe" diciamo che è l'esatto contrario, poiché questa lotta plebea è, nelle concrete condizioni, una forma, per quanto sui generis, di lotta di classe. Il compito non è quello di trasformare questa plebe in classe, ma di sostenere l'impulso di questa plebe a diventare popolo, affinché diventi una forza rivoluzionaria. Affinché ciò sia possibile occorre oggi, non un riverniciato partito comunista, ma un partito che invece di fare spallucce davanti ai fenomeni populisti, agisca per dividere il grano dal loglio, per depurare l'impulso democratico implicito nel populismo dai detriti anche reazionari che lo contaminano. Un partito populista di massa, rivoluzionario e democratico.

Avremo convinto i nostri critici? Ne dubitiamo. Come minimo le loro critiche ci son servite a precisare quanto pensiamo. Per noi è abbastanza.

Tuttavia, dato che essi vogliono trastullarsi al gioco del chi è più "fedele alla linea" chiudiamo con una citazione di Engels, che mentre era convinto della missione salvifica della classe operaia, sapeva altrettanto bene che per farlo detta classe doveva appunto diventare l'avanguardia politica della nazione, il campione di altre classi popolari. 
“Come si può uscire da questa miseria? Solo una via è possibile. Una classe deve diventare abbastanza forte da far dipendere dalla sua ascesa quella di tutta la nazione, dal progresso e dallo sviluppo dei suoi interessi il progresso degli interessi di tutte le altre classi. L’interesse di questa unica classe deve diventare per il momento interesse nazionale”. [F. Engels, Lo status quo in Germania, 1847]
Ammesso che gli operai assumano un ruolo dirigente, non ci riusciranno mai con un classismo ottuso, sezionale e corporativo, non sotto la bandiera dei propri interessi particolari ma, al contrario, nel nome dei diritti universali della società, della nazione e dei suoi cittadini.



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mercoledì 2 maggio 2018

BUON COMPLEANNO!

[ 2 maggio 2018 ]

Il 5 maggio del 1818 anni nasceva Karl Marx.

Avremo modo, nel duecentesimo anniversario, di tornare sull'attualità e le antinomie del suo pensiero.

Se il mondo, come scrisse Gramsci, "è grande  e terribile", la storia è crudele. Quanti sono i proletari che celebreranno la nascita del loro profeta per antonomasia?

Il Capitale, invece, non dimentica la circostanza. Proprio oggi, infatti sul New York Times, è apparso un editoriale dal titolo significativo: Happy Birthday, Karl Marx. You Were Right! a firma di Jason Barker.

Baker riconosce che "Marx ha ottenuto un impatto globale duraturo — un impatto probabilmente maggiore e più ampio di qualsiasi altro filosofo prima o dopo di lui — ma da bravo borghese, qualifica l'eredità filosofica di Marx come "pericolosa e delirante", quindi si chiede "quali lezioni" si dovrebbero trarre, quale "precisamente sia il contributo duraturo di Marx".

Dopo aver citato l'ultima inchiesta di Oxfam secondo cui "l'82% della ricchezza globale generata nel 2017 è stata destinata all'1% più ricco del mondo", Baker dice l'essenziale con questo passaggio:
«... è vero che il capitalismo è guidato da una lotta di classe profondamente divisiva in cui la minoranza della classe dirigente si appropria del lavoro in eccesso della maggioranza della classe operaia profitto. Persino gli economisti liberali come Nouriel Roubini concordano sul fatto che la convinzione di Marx secondo cui il capitalismo ha una tendenza intrinseca a distruggere se stesso rimane una previsione più giusta che mai».
Esatto: il capitalismo, proprio a causa delle sue stesse leggi di movimento, non solo è destinato ad accrescere il pauperismo generale ed a proletarizzare le classi medie (quindi ad inasprire i conflitti sociali), esso "ha una tendenza intrinseca a distruggere se stesso" e, avrebbe aggiunto lo stesso Marx, l'umanità tutta intera, di qui la necessità di un ordinamento socialista. Un ordinamento — questa, dialetticamente, la seconda tendenza individuata da Marx — che lo stesso sviluppo capitalistico porta seco.

Baker, salvata la diagnosi marxiana sul capitalismo ed anzi confermata la tesi dell'acutizzazione dei conflitti di classe — non è poco, a ben vedere (tanto più rispetto al gigantesco cupio dissolvi che divora le sinistre europee) che tali concetti si leggano in quella che è considerata la voce più autorevole del capitalismo liberale —, respinge appunto come "pericolosa e delirante" la terapia socialista da lui proposta, così come l'idea che il socialismo, presupposto che il proletariato sappia esserne forza motrice e demiurgo, sia teleologicamente nell'ordine delle cose.

Non c'è dubbio che il Marx che emerge da questa narrazione risulti snaturato. Tuttavia sarebbe sbagliato fare spallucce davanti a queste oramai classiche obiezioni del pensiero borghese. E' sicuro che il proletariato, per sua natura, ha una missione rivoluzionaria? E' vero che il socialismo è tanto più vicino quanto più il capitalismo sviluppa le sue forze produttive? 

Che dire e, soprattutto, che fare ove entrambi gli enunciati si fossero dimostrati fallaci? Chi, invece che pestare l'acqua nel mortaio della "ortodossia", saprà dare soluzione a questi due enigmi, non solo darà un fondamentale contributo alla teoria politica quindi alla prassi rivoluzionaria, avrà tenuto davvero fede al progetto di Marx.


domenica 30 luglio 2017

IL CAPITALISMO È MORTO MA.... di Riccardo Ruggeri

[ 30 luglio 2017 ]

Nel suo famoso libro "Capitalismo, socialismo e democrazia" il grande economista austriaco e liberale Joseph Schumpeter teorizzava che che nel suo sviluppo il capitalismo avrebbe fatto fuori i classici capitani d'industria, i singoli proprietari, i quali sarebbero stato sostituti da burocrati-manager. 
Scriveva Schumpeter seguendo la profezia di Marx: «L'unità industriale gigante perfettamente burocratizzata soppianta non solo l'azienda piccola e media e ne "espropria" i proprietari, ma soppianta in definitiva l'imprenditore ed espropria la borghesia, come classe destinata a perdere tanto il suo reddito, quanto (cosa molto più importante) la sue stessa funzione».
Tesi, questa della tendenziale scomparsa della borghesia (trapasso al "capitalismo assoluto"), a sua volta ripresa dal compianto Costanzo Preve.
Dalla sua previsione Schumpeter, ancora una volta sulla scia di Marx, sentenziava: "Può sopravvivere il capitalismo? No, non lo credo. Può funzionare il socialismo? Certamente".
Marx e Schumpeter avevano intravisto una tendenza che effettivamente si è inverata. 
Il risultato tuttavia non è stato il socialismo, bensì il capitalismo casinò o, come lo definisce Ruggeri (che dall'interno ha vissuto la metamorfosi), ceo-capitalism —dove ceo sta per amministratore delegato.
Di Ruggeri avevamo pubblicato giorni addietro il suo grido di battaglia contro il "neofeudalesimo" delle grandi multinazionali californiane.


I 25 milioni per Cattaneo potrebbero essere pochi
Alcuni lettori mi chiedono di commentare, come ex manager ed ex ceo di una multinazionale quotata a Wall Street, la fuoriuscita di Flavio Cattaneo da Telecom, con maxi liquidazione di 25 milioni. Lo confesso come ex non sono in grado di farlo. Stiamo parlando di due ere geologiche diverse, culturalmente lontanissime, anche se pochi sono gli anni trascorsi. Ho operato nell’ultimo periodo del capitalismo classico, quello che scompare a metà degli anni Novanta, con l’esplosione della cosiddetta New economy. Lì nasce e muove i primi passi il ceo capitalism. Cos’è il ceo capitalism? Per chi non si accontenta della mia sintesi brutale “Una versione criminale del capitalismo classico”, vada a leggersi da pagina 39 a 54 del mio ultimo libro America. Un romanzo gotico (Marsilio): racconto un celebre modello di quella fauna. Nel capitalismo classico l’imprenditore e il manager (spesso convivevano) erano leader culturalmente “rotondi”, si muovevano secondo protocolli, a volte anche spregiudicati, ma sempre definiti e rigorosi. Nel ceo capitalism l’imprenditore è scomparso (surrogato da azionisti, in genere Fondi), il manager sostituito da una versione pseudo manageriale “concava”, che trovo più corretto chiamare deal maker.


Manager e deal maker sono due figure lontanissime fra di loro. L’uno, il manager, doveva far crescere (mi si passi il termine, armonicamente) l’azienda in termini di prodotti-mercati, quindi era attento all’innovazione, allo sviluppo del business, degli uomini, e aveva come orizzonte il medio lungo termine. L’altro, il deal maker, deve perseguire la crescita attraverso l’abbattimento dei costi (tanti e subito), per far aumentare il valore di borsa, e come orizzonte ha il trimestre, al massimo l’anno. 

In un caso ci si comportava come i generali di un tempo che giuravano sulla bandiera della patria, nell’altro il modello è quello dalla pirateria del Seicento. I contratti dei deal maker attuali sono la versione moderna delle “lettera da corsa”, documenti di incarico dei Re che autorizzavano il “corsaro” a depredare, per conto loro, le navi nemiche di proprietà di altri Stati, di altri Re. L’importante è stabilire di volta in volta se trattasi di “corsari” (mercenari che depredavano solo le navi nemiche al loro Re) o di “pirati” (banditi liberi che depredavano chi capitava). Allora e oggi, quello da depredare resta sempre lo Stato, le sue proprietà, le sue leggi-regolamenti, ovvero tacitare i suoi magistrati. Come? Con la corruzione appunto, ma nuova, non sta più nelle valigette 24 ore, ma nelle teste dei contraenti (lo scambio si può materializzare a distanza di anni, a volte in forme anche curiose), infatti la chiamano lobbying, disruptive innovation, etc. dandogli una dignità culturale che ovviamente non ha.

In questo senso il caso di Telecom è stato affascinante fin dalla nascita, vent’anni fa, perché è un caso di scuola, è un caso di vita, io l’ho studiato molto fin da quell’incontro (magico per alcuni, sciagurato per altri) Van Miert-Andreatta che mise in moto il successivo Ambaradan, ma mai ho voluto scriverci, perché mi vergognavo. L’ho sintetizzato recentemente in un tweet (Twitter è la mia seconda pelle, quella dell’ironia, verso gli altri e verso me stesso). Eccolo: “Telecom? La carcassa di un elefante che da anni alimenta, sempre con carne fresca, diversi animali della savana”. 

Andando alla ciccia, non sono in grado di stabilire se i 25 milioni di € dati a Cattaneo siano giusti, troppi, troppo pochi, bisognerebbe conoscere cosa c’era scritto nella “lettera di corsa” e a quanto ammonta, subito o in prospettiva, il bottino consegnato al Re (francese). Secondo me, sono pochi.


* Fonte: Riccardo Ruggeri

mercoledì 14 dicembre 2016

CESARATTO E LA STORIA DELLA CRISI EUROPEA di Vladimiro Giacchè

[ 13 dicembre ]

La recensione di Giacché dell'ultimo libro di Sergio Cesaratto

Giunti al termine delle “Sei lezioni di economia” di Sergio Cesaratto si hanno due certezze. La prima è che il testo di Cesaratto è molto di più di un libro di lezioni di economia: è senz'altro un compendio delle principali teorie economiche tra Otto e Novecento, ma anche una storia economica d'Italia dagli anni Settanta in poi, una ricostruzione molto accurata della crisi europea dal 2010 a oggi, e anche – aspetto quest’ultimo da leggersi un po’ in filigrana, ma importante – una ragionata e al tempo stesso appassionata ricostruzione dell'itinerario intellettuale del suo autore nel contesto delle controversie economiche degli ultimi decenni. La seconda certezza è che si tratta senz'altro di uno dei più importanti contributi al dibattito economico italiano degli ultimi anni. Se la seconda certezza rende più gratificante il compito del recensore, la prima lo rende più arduo, costringendo a selezionare tra gli aspetti del libro da trattare: selezione che necessariamente sacrifica qualcosa. 


In questa sede ci si occuperà della ricostruzione della crisi europea offerta da Cesaratto, e non senza rammarico: le pagine sulla rivoluzione incompiuta di Keynes e sulla conseguente successiva riconduzione di questo autore nell'alveo della teoria marginalista (riconduzione che Cesaratto considera forzata, ma fondata su alcuni limiti del suo pensiero) avrebbero meritato pari attenzione (lo stesso non si può dire purtroppo delle pagine sbrigative dedicate a Marx, e in particolare alla teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto: che, a differenza di quanto sembra pensare l'autore, non è una spiegazione delle singole crisi, ma un’interpretazione delle tendenze di lungo periodo del modo di produzione capitalistico). 

Ma veniamo quindi alla storia della crisi europea, esplosa nel 2010 e non ancora finita. Cesaratto mostra molto bene come non si sia trattato di una crisi del debito pubblico, ma di una crisi del debito (nei confronti dell')estero, privato prima ancora che pubblico: in ultima analisi, di una crisi da squilibri delle bilance commerciali. Dopo l’avvio della moneta unica, questi squilibri sono stati in una prima fase (sino al 2007) alimentati dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale, nonché dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi di interesse all'interno dell'eurozona. Se la fine del rischio di cambio ha determinato un incremento dei commerci transfrontalieri, la convergenza dei tassi d’interesse ha significato una politica monetaria fortemente espansiva per i paesi che avevano tradizionalmente tassi d’interesse più elevati: è quindi aumentata in questi paesi la propensione a spendere e a indebitarsi. In particolare a vantaggio della Germania, che ha sfruttato le politiche espansive altrui per espandere il mercato di sbocco dei propri prodotti. Ma attenzione: ha potuto farlo grazie al fatto di mantenere i salari ben al di sotto degli aumenti di produttività, e anzi di ridurli in termini reali. In concreto, come ha ricordato l’economista tedesco Peter Bofinger in un suo articolo, “dal 1999 al 2008, i costi unitari del lavoro nell’economia tedesca sono rimasti più o meno costanti. Nel settore manifatturiero… sono scesi di quasi il 9%”. 

Il tanto decantato “modello tedesco”, come dice bene Cesaratto, è un mercantilismo monetario che ha il suo cardine in questa moderazione (o meglio deflazione) salariale e nel conseguente mantenimento di un tasso d'inflazione costantemente inferiore a quello degli altri paesi dell'eurozona. In assenza del riequilibrio rappresentato dall'aggiustamento dei rapporti di cambio (reso impossibile dall’introduzione dell’euro), tale modello ha consentito alla Germania di accumulare guadagni di competitività crescenti nei confronti degli altri soci del club dell'euro, dando un vantaggio incolmabile alle sue esportazioni. Le pagine del libro di Cesaratto che mostrano come il mercantilismo monetario della Germania rappresenti la vera invariante nello sviluppo economico di quel paese, almeno dagli anni Cinquanta, sono tra le più illuminanti del testo: la novità è ovviamente che con l’euro tale strategia non incontra più alcun ostacolo. 

Prima dello scoppio della crisi, la Germania (come pure la Francia) finanziava i paesi che si indebitavano per comprare i suoi prodotti. Con il sudden stop a questi finanziamenti, avvenuto prima a causa di problemi domestici delle banche tedesche (gran parte di esse erano fallite nella "fase americana" della crisi, tra 2008 e 2009, e pur venendo risuscitate a suon di ingentissimi aiuti di Stato, hanno ovviamente dovuto ridurre le esposizioni su altri paesi), poi con l'emergere dei problemi della Grecia (il cui debito estero - osserva correttamente Cesaratto - aveva preso la forma di debito pubblico, mentre in Irlanda e Spagna quella di debito bancario), lo scenario cambia completamente. Il mancato sostegno della BCE alla Grecia, e contemporaneamente il rifiuto di ristrutturarne il debito nel 2010 (al fine di consentire alle banche tedesche e francesi di rientrare senza danni dalle forti esposizioni sul paese ellenico), rendono incontrollabile la crisi greca e determinano la cosiddetta crisi dei debiti sovrani in Europa: i mercati finanziari non danno più per scontato che il rischio sovrano sia eliminato dai paesi dell'eurozona per la sola presenza della moneta unica, ed anzi cominciano a prezzare il cosiddetto redenomination risk, ossia il rischio che i titoli di Stato possano essere ridenominati in valute nazionali che svaluterebbero e quindi ridurrebbero il valore dei titoli in mano dei creditori esteri (qui Cesaratto fa bene a osservare che il rischio di questa ridenominazione tramite il ritorno a una valuta nazionale, e nonil rischio di default, è al centro dell'aumento dei rendimenti dei titoli di Stato dei paesi interessati dalla crisi). Questo dà luogo a un vero e proprio effetto domino in cui sempre nuovi paesi entrano in crisi: Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e infine Italia sono presi nel vortice di impennate dei rendimenti dei titoli di Stato. Esse peggiorano la situazione debitoria dei paesi interessati e quindi alimentano un circolo vizioso. Vi si risponde con interventi di "salvataggio": in realtà nuovi prestiti, concessi a fronte di politiche di austerity inique e fortemente depressive della crescita (in Italia, come noto, abbiamo avuto soltanto le politiche di austerity). 

Cesaratto mostra molto bene, in pagine di esemplare chiarezza (è uno dei pregi di questo libro), che tutte le politiche europee dallo scoppio della crisi greca in poi sono state condotte all'insegna della protezione dei creditori esteri. Le stesse politiche di austerity, ci dice l'autore, non sono "volte a ridurre il debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo, bensì il debito estero". Infatti "I tagli al settore pubblico e gli aumenti delle imposte determinano il crollo della domanda aggregata e della crescita. Il Paese comincia così a importare di meno e, a parità di esportazioni, passa a un avanzo commerciale... Con un adeguato avanzo delle partite correnti il paese può cominciare a restituire il debito estero (oltre che pagare gli interessi)". Si può aggiungere che purtroppo questa cura "lacrime e sangue" ha la non piccola controindicazione di colpire severamente chi produce solo per il mercato domestico, di aggravare la disoccupazione e impoverire il paese interessato. Ma, finché quest’ultimo potrà onorare il suo debito, la cosa non interessa troppo ai paesi creditori, ai quali anzi fa senz’altro comodo qualche concorrente locale in meno. 

Il fatto è che a un certo punto i mercati finanziari, che sanno fare di conto più dei politici austeritari, osservano che il rapporto debito/pil dei paesi in crisi è peggiorato, cominciano quindi a mettere in questione la solvibilità dei paesi interessati e con essa la sostenibilità della stessa moneta unica. A questo punto, siamo nell’estate 2012, i paesi creditori cominciano a impensierirsi e - magicamente - la BCE annuncia che sosterrà la moneta unica anche tramite acquisto dei titoli di Stato dei paesi in crisi; in seguito comincerà a comprare per davvero titoli di Stato per ridurne i rendimenti. Cioè a fare quello che avrebbe dovuto fare nel 2010, e che avrebbe risparmiato all'Europa (e soprattutto ai ceti popolari dei paesi in difficoltà) l’aggravamento della crisi. Ma siccome questa politica monetaria ultraespansiva (sui cui molteplici effetti rinvio alle pagine chiarissime dell'autore) continua a coesistere con politiche economiche che deprimono la crescita, e soprattutto con squilibri crescenti tra le condizioni economiche dei diversi paesi dell'area monetaria, la crisi non è affatto risolta. Né, ci dice Cesaratto, può essere risolta. "L'euro - spiega Cesaratto - è infatti come la centrale di Chernobyl: ha dapprima portato devastazione attorno a sé, per essere poi racchiuso in un sarcofago di cemento - con Draghi capocantiere - entro cui, tuttavia, esso continua a bruciare e a essere pronto a esplodere di nuovo". 

Poi va alle radici del problema: l’unione monetaria si presenta come un’unione imperfetta, ma da almeno un punto di vista è stata un successo: in quanto “strumento disciplinante delle classi lavoratrici, in particolare nell’indisciplinato sud, Francia inclusa”. Per due motivi: in primo luogo, se le regole di ingaggio dell’eurozona prevedono che vince chi fa deflazione salariale, i giochi sono fatti. Inoltre, l’Unione Europea “svuota del tutto lo Stato nazionale dei poteri monetari e fiscali, privando le classi lavoratrici del loro terreno naturale di conflitto: il proprio Stato nazionale”.

Qui si apre una questione di grande momento per la sinistra, una buona parte della quale in questi anni è caduta in un doppio errore: quello di identificare internazionalismo ed europeismo da un lato, europeismo e Unione Europea dall’altro. È ovvio che, sulla base di tale doppia falsa equivalenza, e della conseguente speranza – non per caso sempre declinata in termini vaghi e generici – in un’“altra Europa”, la sinistra si trovi inerme e inane di fronte al processo di generalizzato rollback di ogni diritto sociale conquistato negli scorsi decenni che oggi ha luogo in Europa (nell’unica che abbiamo: quella realmente esistente e non sognata). 

A questo riguardo non si può che dare ragione all’autore, quando afferma che “per la sinistra è purtroppo difficile da riapprendere l’idea che il proprio spazio nazionale coincide con lo spazio entro cui si gioca il conflitto distributivo, ovvero l’humus della democrazia. Non era così quando lotta per il socialismo e lotta per l’indipendenza nazionale coincidevano”. Come uscire da questa impasse? In realtà basterebbe riappropriarsi di due verità in fondo semplici: che la “globalizzazione” non è mai stata un processo di liberazione, se non dei capitali; e che quell’Unione Europea che dovrebbe rispondere alle “sfide della globalizzazione”, ma lo fa con trattati che erigono a principio la “forte competizione” (basata su dumping sociale e dumping fiscale) all’interno dell’Unione stessa e con una banca centrale il cui unico obiettivo è la “stabilità dei prezzi”, è parte del problema e non della soluzione. Anzi, con l’euro, come osserva giustamente Cesaratto, “si completa la globalizzazione: non solo il capitale si sottrae al conflitto delocalizzando, ma anche lo Stato si fa evanescente – di esso rimane solo il sorriso beffardo del gatto di Alice lassù da Bruxelles o Berlino”. 

Il percorso di (ri)apprendimento che Cesaratto propone alla sinistra è senz’altro difficile, dopo decenni di retorica europeista. Vi è solo da sperare che esso avvenga senza perdere altro tempo, prima che i danni inferti alla nostra economia, ai diritti del lavoro, alla democrazia stessa siano irreparabili. Tra gli attrezzi di cui dotarsi per affrontare questo percorso, il libro di Cesaratto occupa senz’altro una posizione di rilievo.


* Fonte: Micromega

lunedì 21 novembre 2016

«Procuratevi una copia del Capitale e allacciate le cinture» di Marco V. Passarella

Marco Veronese Passarella
[ 21 novembre ]

«Procuratevi una copia del Capitale e allacciate le cinture. La Storia si è rimessa in moto. Ma non chiedetemi di fare previsioni sulla destinazione».

Intervista a cura di Marco Palazzotto 

D. Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’affermazione di quell'indirizzo politico ed economico, tipico del capitalismo contemporaneo, chiamato “neoliberismo”. Secondo il sentire comune questa fase ha influenzato in senso liberista le politiche economiche dei maggiori produttori al mondo. In realtà si può rilevare, soprattutto in ambito accademico, che la scuola di pensiero che ha influito di più sulle decisioni politiche non è proprio quella liberale: anzi se di pensiero dominante si può parlare, soprattutto nelle scienze economiche, quella che emerge di più è la cosiddetta scuola neo-keynesiana (di cui fanno parte, ad esempio, Blanchard, Krugman, Stiglitz, Mankiew, ecc.). In alcuni tuoi recenti lavori ti sei occupato del “New Consensus” ed in particolare dei modelli DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium). Ci potresti descrivere per sommi capi di cosa si tratta?
     

R. È una domanda che tocca molti aspetti critici. Provo ad elencarli e commentarli brevemente. Anzitutto, non darei per scontato che ciò che abbiamo osservato negli ultimi decenni sia interamente ascrivibile al “neoliberismo”. Al fronte neoliberista si è per anni contrapposto un fronte social-liberista, in certe fasi maggioritario, che accarezzava l’illusione di poter gestire la globalizzazione capitalistica ed i connessi processi di finanziarizzazione attraverso la lotta ai monopoli, l’estensione dei diritti civili ed alcune timide politiche redistributive, dato il doppio vincolo posto dal bilancio pubblico e dai conti esteri. Quel fronte ha conosciuto proprio la settimana scorsa l’ultima delle proprie sconfitte recenti, nelle elezioni americane. Sulla distinzione neoliberismo, social-liberismo e liberismo sans phrase hanno scritto estesamente Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi, per cui mi fermo qui. Passo così al secondo punto. Pressoché tutti gli economisti di rilievo che si sono succeduti da William Petty a Joseph Stiglitz sono definibili come “liberali”, nel senso che afferiscono al liberalismo inteso come filosofia o dottrina politica che mette al centro le libertà e i diritti naturali dell’individuo. Le eccezioni non sono mancate naturalmente (Piero Sraffa e Richard Goodwin erano socialisti, e lo stesso vale per “l’ultima” Joan Robinson), ma si sono spesso declinate a “destra” (si pensi a Milton Friedman e soprattutto a Friedrich Hayek e alla Scuola Austriaca che, certo, erano liberisti, ma hanno dato vita ad una corrente oggi minoritaria e comunque estrema e controversa del liberalismo in economia). 

Terzo, in ambito accademico la corrente di pensiero oggi dominante è quella dei New Keynesians (da non confondere con i vecchi esponenti della Sintesi Keynesiano-Neoclassica, di cui i primi sono semmai, e solo per alcuni versi, gli eredi). I New Keynesians accettano tutte le premesse del paradigma che ha dominato la scienza economica a partire dalla controrivoluzione monetarista (cominciata alla fine degli anni Cinquanta e portata a compimento alla fine degli anni Settanta) e che ha dato origine ai modelli denominati appunto DSGE: la necessità di ricondurre la dinamica delle variabili macroeconomiche al comportamento massimizzante di un agente rappresentativo; le aspettative razionali degli agenti; l’equilibrio naturale del sistema (in termini di prodotto nazionale ed occupazione, determinati in ultima istanza da tecnologia, disponibilità di risorse e sistema di preferenze degli agenti) inteso come attrattore di lungo periodo; infine, la riconduzione dell’origine delle fluttuazioni del sistema a shock stocastici. A differenza dei loro predecessori, però, i New Keynesians non accettano la conclusione secondo cui la crisi e i cicli economici che si osservano nel mondo “là fuori” nascerebbero unicamente da politiche monetarie inattese (come sostenuto dagli esponenti della Nuova Macroeconomia Classica) ovvero da salti tecnologici (come sostenuto dagli esponenti della scuola del Ciclo Economico Reale). Questo perché, a differenza di quanto ipotizzato dai loro colleghi “monetaristi”, per i New Keynesians il mondo reale sarebbe caratterizzato da asimmetrie informative, rigidità salariali, vischiosità dei prezzi, imperfezioni dei mercati dei capitali e posizioni di oligopolio nei mercati di beni e servizi che interferiscono con le forze spontanee della concorrenza. Sennonché, una volta che il modello base viene emendato per tener conto di tali “frizioni”, la politica monetaria conquista il centro della scena: in un mondo di prezzi vischiosi, il livello del tasso di interesse monetario di riferimento influenza direttamente il tasso di interesse reale e dunque le decisioni degli agenti economici (i quali, proprio sulla base di quel tasso, decidono come allocare inter-temporalmente consumi, lavoro e tempo libero, determinando così il prodotto nazionale). Non solo, ma se esiste un equilibrio naturale del sistema, allora esiste anche un tasso di interesse reale naturale che consente il raggiungimento ed il mantenimento di tale equilibrio. Compito della banca centrale è allora quello di fissare il tasso di interesse monetario che, sulla base del tasso di inflazione corrente e atteso, consente di stabilizzare il sistema in un intorno del suo equilibrio naturale, in cui il prodotto nazionale corrisponde a quello potenziale, il tasso di disoccupazione si assesta al suo livello naturale e l’inflazione rimane stabile. Ecco perché le banche centrali devono essere sottratte al controllo politico dei governi e financo alla sorveglianza democratica dei parlamenti. Così come la misura della costante gravitazionale non è, e non deve essere, oggetto di dibattito democratico, ma va invece determinata in piena autonomia dalla comunità dei fisici, allo stesso modo il tasso di interesse naturale deve essere determinato “scientificamente” dagli uffici studio delle banche centrali. Diversamente, ragioni di mera convenienza elettorale finirebbero per interferire con la stabilizzazione del sistema nel breve periodo, lasciando in eredità inflazione (o deflazione) eccessiva nel lungo periodo. Inoltre, se è vero che nel lungo periodo il sistema si riporta sempre sul sentiero di equilibrio, è altrettanto vero – riconoscono tra le righe i New Keynesians – che il breve periodo può essere assai meno breve di quanto ipotizzato dai colleghi “monetaristi”. Per questo la politica monetaria non viene mai realmente accantonata. Per contro, l’unico effetto di lungo medio-periodo della politica fiscale è quello di turbare le aspettative degli agenti economici con esiti destabilizzanti sull’intero sistema. Ad esempio, l’unico effetto permanente di una politica fiscale espansiva (diciamo, di maggiore spesa pubblica) è un livello di inflazione più elevato ed uno spiazzamento dell’iniziativa privata. Naturalmente, quanto detto regge soltanto nella misura in cui si accettino le premesse su cui il modello base è costruito, in particolare quella di un equilibrio naturale esogenamente dato che funge da attrattore di lungo periodo del sistema. Se così non fosse, se cioè, per esempio, i livelli correnti di produzione e di occupazione influissero su quelli futuri (fenomeno che nel gergo scientifico viene chiamato “isteresi”), allora la politica fiscale non soltanto tornerebbe ad essere efficace ma sarebbe persino auspicabile per stabilizzare il sistema. Questo perché, in tale scenario, la produttività di domani dipende dagli investimenti di oggi e questi, a loro volta, dipendono dal livello di domanda fronteggiato oggi (o atteso) dalle imprese – e questo tanto più in periodi caratterizzati da un rapido mutamento tecnologico. Lo stesso vale per la capacità del sistema di formare e attrarre manodopera adeguata alla struttura produttiva. Che è poi quello che alcuni New Keynesians iniziano oggi a (ri)scoprire nelle loro pubblicazioni, a seguito delle crisi recenti e dei ripetuti errori di previsione circa l’andamento delle principali variabili macroeconomiche dei paesi più duramente colpiti dalle crisi. Alcuni studiosi si sono spinti fino ad abiurare la modellistica dominante e in molti invocano oggi maggiore pluralismo nella ricerca. La crisi del social-liberismo sembrerebbe insomma aver intaccato anche la sua sovrastruttura scientifico-ideologica, o almeno alcuni dei suoi capisaldi. È, tuttavia, ancora troppo presto per capire se siamo alle soglie di una nuova rivoluzione in macroeconomia. I segnali incoraggianti non mancano, ma la storia ci consiglia di essere molto cauti. Le rivoluzioni di solito si fanno prima “là fuori”. 
 
D. Il tuo sito internet (www.marcopassarella.it/it/) è intitolato: MARXIANOMICS. Sembra che il pensiero di Karl Marx abbia influito in maniera potente sulla tua formazione. Ci spieghi perché secondo te oggi, per uno studioso di scienze sociali, è importante ancora studiare il pensiero di un intellettuale che è vissuto nel XIX secolo, da molti ormai considerato superato?
    

R. Il nome del mio sito gioca sull’associazione con blog ben più noti del mio gestiti da economisti ben più noti di me – oltre che, naturalmente, sulla rivendicazione di una radice marxista nel mio lavoro e in generale nella mia formazione di militante politico prima ancora che di macroeconomista. Venendo a Marx, la sua grandezza sta paradossalmente proprio nella sua “inattualità”. L’analisi di Marx, come quella di altri grandi pensatori del passato, è strutturata su più livelli. A grandi linee, possiamo individuare, al livello più basso, l’analisi concreta della situazione concreta del proprio tempo, spesso legata alle necessità politiche contingenti, e, a quello più alto, l’analisi astratta delle leggi di movimento (o della fisiologia) del sistema di produzione capitalistico. Il primo livello, per definizione, ha una precisa connotazione storico-geografica e, con alcune eccezioni, può essere abbandonato senza troppi rimpianti alla critica roditrice dei topi. Per contro il secondo livello, proprio perché astratto e apparentemente sempre inattuale, è in realtà attualissimo. Perché? Perché è Marx che ci mostra come lo scambio individuale tra eguali sul mercato dissimuli sempre uno scambio sociale ineguale nella produzione. È Marx che svela l’origine del profitto per la classe dei capitalisti e dunque dell’accumulazione di capitale, che è da ricondurre allo sfruttamento dei lavoratori impiegati nella manifattura e in altri “prolungamenti della produzione nella circolazione”, come il settore dei trasporti. È ancora Marx che mette in luce il nesso fondamentale tra moneta, valore e lavoro, e che riflette per primo sul ruolo della finanza come “acceleratore” dei processi di realizzazione del valore, ma anche, al contempo, di intensificazione dello sfruttamento nella produzione. Infine, è Marx che dà un contributo decisivo all’analisi Classico-Ricardiana della natura conflittuale dei rapporti di classe – tra salariati e capitalisti e, all’interno della classe dominante, tra capitali a differente base nazionale o tra capitalisti industriali e rentier. Su questi e su altri aspetti il contributo di Marx rimane insuperato. Nel mio caso le sue opere hanno cambiato in modo permanente il modo in cui guardo alla realtà. Non relazioni tra cose, ma relazioni tra classi sociali. Non questo o quell’oggetto specifico, ma gelatina di lavoro passato. Un’enorme matrice di cristallizzazioni di lavoro morto continuamente alimentata da un vettore di lavoro vivo: questo è il mondo là fuori filtrato attraverso le lenti marxiane. Un mondo affascinante e terrificante al tempo stesso. Un mondo che spero prima o poi di contribuire a sovvertire.       
 
D. Spesso mi capita di leggere in alcuni tuoi post la necessità di rimarcare la tua origine di immigrato in Inghilterra. Considerato che ti trovi da diversi anni a Leeds come hai vissuto da immigrato, e come vedi da economista, il voto su BREXIT?
    

R. In realtà quel voto non mi ha colto impreparato, almeno non totalmente. Sebbene ritenessi erroneamente che l’omicidio della deputata laburista avvenuto proprio a Leeds nell’imminenza del voto avesse deciso le sorti del referendum in senso favorevole al “remain”, ero stato avvertito da alcuni compagni che il fronte dell’uscita poteva contare sul consenso di ampi strati della popolazione. E del resto ogni volta che gli elettori europei sono stati chiamati ad esprimersi su questioni analoghe, l’esito è sempre stato lo stesso: un voto di sfiducia e di protesta contro le istituzioni europee. E, sì, certo qui in Inghilterra hanno pesato molto le paure della popolazione nativa circa l’impatto di “noi” immigrati sulle loro condizioni materiali di vita e di lavoro. D’altra parte, se quelle paure non sono totalmente infondate (almeno per quella parte della forza lavoro inglese meno qualificata e dunque più esposta alla pressione dei lavoratori immigrati sui salari e soprattutto su trasporti, abitazioni ed altri servizi essenziali), sono state però artificialmente alimentate dalla propaganda irresponsabile del Partito Conservatore, finalizzata a sottrarre consensi allo UKIP. Ciò detto, qui a Leeds non è cambiato molto, almeno per me. Non ho colto alcun segnale di quella recrudescenza di sentimenti di intolleranza verso gli immigrati avvertiti da altri non-britannici (e segnalata più volte dal Guardian ed altre testate progressiste), ed anzi ho notato piuttosto una sorta di senso di vergogna diffuso presso gli strati più istruiti della popolazione inglese. Venendo agli aspetti squisitamente macroeconomici, è ancora troppo presto per trarre delle conclusioni sugli effetti della Brexit. Di certo c’è che il Regno Unito è il paese che più aveva da perdere e meno da guadagnare dall’uscita dall’Unione Europea, visto lo status speciale di cui godeva e la natura della sua struttura produttiva. Come è noto, la sterlina si è deprezzata verticalmente rispetto alle altre principali valute mondiali dopo la divulgazione dell’esito referendario. Era probabilmente sopravvalutata prima del referendum, ma la caduta è stata nondimeno impressionante. Questo peraltro non ha innescato, almeno per ora, fughe massicce di capitali. Né, sul fronte opposto, c’è da farsi troppe illusioni sull’effetto positivo che il deprezzamento della sterlina potrà avere sulla bilancia commerciale inglese, visto il ridimensionamento della struttura produttiva inglese e considerate le sue interdipendenze con altri paesi europei. In ogni caso, consumi e investimenti hanno retto sorprendentemente bene il colpo, almeno per ora. Anche i segnali provenienti dagli indici borsistici sono, tutto sommato, positivi o almeno non allarmanti. Certo proprio la debolezza della sterlina potrebbe portare ad una crescita dell’inflazione nei prossimi mesi, con possibile ulteriore compressione di salari già stagnanti in termini reali. Tuttavia, la disoccupazione rimane molto bassa, specie tra i lavoratori qualificati, e chi fugge da Italia, Spagna o Grecia trova qui condizioni di lavoro comunque non paragonabili con quelle del proprio paese di origine. Purtroppo. Resta da capire quali effetti avranno la vittoria di Trump negli Stati Uniti, il referendum costituzionale italiano di dicembre e la “rivincita” delle presidenziali in Austria. Insomma, se il voto inglese vi era piaciuto, gli appuntamenti elettorali prossimi venturi vi entusiasmeranno. Procuratevi una copia del Capitale e allacciate le cinture. La Storia si è rimessa in moto. Ma non chiedetemi di fare previsioni sulla destinazione.

* Fonte: Palermo Grad

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