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mercoledì 23 marzo 2016

ASSOCIAZIONE RICONQUISTARE LA SOVRANITÀ di Moreno Pasquinelli

[ 23 marzo ]

Alcuni nostri lettori sanno di cosa parliamo. I più non sanno invece cosa sia l'Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS). 

L'anno che va dall'autunno del 2011 all'autunno 2012, sull'onda delle crisi greca e italiana, sorsero come funghi gruppetti che scoprirono che l'Unione europea e l'euro erano un problema e che la soluzione fosse riconsegnare al Paese la sua piena sovranità, monetaria ed economica. Vi fu chi fece allora un censimento e ne contò una cinquantina. 

Figli del loro tempo, la gran maggioranza di essi, si consideravano "né di destra né di sinistra", assumevano il paradigma del pensiero unico neoliberale, ovvero la "fine delle ideologie" e tra queste, anzitutto, del marxismo. Un fenomeno che negli anni '90 sarebbe stato definito "estremismo di centro", un prodotto ideologico di scarto ma precipitato di un enorme processo sociale: la pauperizzazione traumatica e la discesa nel rango sociale di un ceto medio che fino al giorno prima, in larga parte, si immedesimava nel sistema, se non proprio nel berlusconismo. 

Dal mito individualistico e tipicamente latino del "fai da te", il piccolo borghese tradito faceva il salto mortale, l'inversione ad U: si invocava ora l'intervento salvifico e tout azimut dello Stato. Aleggiava il puzzo del noto aforisma mussoliniano: «Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». Sembrava compirsi il miracolo di una pseudo-patriottica transustanziazione: l'amalgama tra rottami fascisti, eredi del togliattismo staliniano, discendenti della Democrazia Cristiana, nostalgici del craxismo: tutti assieme nell'afflato "sovranista".

Era una bolla e come tutte le bolle destinata a scoppiare.

Se è esplosa nel giro di un anno o poco più non è tuttavia, come pensano certi amici, solo per cause endogene —rozzezza politica, pressapochismo culturale, economicismo, megalomania di certi personaggi— ma pure per potenti cause esogene. Il 2013 è stato l'anno della folgorante avanzata elettorale dei Cinque Stelle, poi di quella del salvinismo —due fenomeni che hanno risucchiato lo spazio dei gruppi "sovranisti". E' poi sopraggiunto, come segno di un malessere reale in seno ai dominanti, il renzismo. Fenomeni enormi che i "sovranisti" non sono stati in grado di capire, che hanno sottostimato, che hanno addirittura snobbato —ed infine esorcizzato (tranne il salvinismo a cui numerosi "sovranisti" hanno abboccato) come macchinazioni del potere.

L'ARS ha rappresentato il distillato chimicamente puro di questa pappetta "sovranista" post-ideologica, transessuale, interclassista. L'ARS ha fatto del trasversalismo politico e del mito non solo della Costituzione, ma della "Prima Repubblica" —che quella Costituzione ha in verità sostanzialmente disatteso—le sue due cifre principali, addirittura identitarie. 

Ci occupammo di ARS in almeno due occasioni [qui: Sovranismi di destra, di sinistra... e di centro, e qui: Quelli che i diritti civili no], nei quali appunto tentavamo di cogliere quali fossero i limiti politici e teorici essenziali del gruppo.

Grazie alla tenacia e alla abilità mimetica del suo gruppo fondatore, ARS è riuscita a sopravvivere alla moria generale, raccattando anzi qua e là, assieme a persone per bene, questo o quel pesce spiaggiato. Ora ci dicono che ARS ha subito una scissione pesante, anche se non nei numeri, perché è verticale, dato che ha coinvolto la sua stessa direzione. Uno scoppio... a scoppio ritardato.

Ce ne da conto Fiorenzo Fraioli, che ha partecipato alla riunione dei fuoriusciti. Una "scissione antropologica", la definisce il Fraioli. E spiega che oltre alla pittoresca apologia dello Stato Islamico (sì, sì, proprio dell'avanzante islamismo takfirita) sistematicamente compiuta dal principale dirigente di ARS, i fuoriusciti con il loro gesto hanno voluto condannare i suoi «... modi autoritari, l'eccesso di protagonismo, la totale incapacità di ascolto, la nessuna disponibilità alla mediazione». Questioni di.. governance, direbbero i liberisti, di regime interno nel nostro vocabolario.

E' comprensibile, e perfino giustificabile abbandonare una setta, tanto più se alla sua testa c'è un padre padrone che tiranneggia e fa il bello ed il cattivo tempo. Che questa rivolta "antropologica" contro metodi paternalisti e autoritari sia tuttavia sufficiente per fondarci un qualcosa di più solido e elevato noi ne dubitiamo. Non sulle affinità antropologiche ma su solide basi politiche si fonda un'organizzazione. Ma questo i fuoriusciti sembrano sospettarlo dato che (ahimé) leggiamo:
«Tuttavia, a parte il problema ISIS, non sono emerse nel corso della discussione altri forti elementi di dissenso politico. Anzi, quando nella parte finale dell'incontro si è passati a discutere del "che fare", l'opinione unanime è stata quella di continuare la stessa battaglia politica di ARS, sebbene in una nuova costituenda associazione che adotti metodi e prassi radicalmente diverse».
Vorremmo sbagliarci ma qui, se le parole hanno un senso, si esce da ARS per rifondare ARS. ARS 2.0. Tradotto in politichese: ci si libera di D'Andrea per tenersi il d'andreismo.
Il buon giorno si vede dal mattino, verrebbe da dire.
L'esperienza ci insegna tuttavia che certe rotture, una volta compiutesi, possono aprirsi ad esiti più profondi e radicali, ovvero tendono ad andare alla radice. E la frattura, per quanto manifestatasi come alterità  "antropologica" , non tarderà a manifestarsi nella sua natura politica e teorica.







martedì 26 maggio 2015

DIRITTI CIVILI: LA SITUAZIONE È TRAGICA MA NON È SERIA di Moreno Pasquinelli

[ 26 maggio ]

«L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono».
[Protagora, in Platone, Teeteto]


Il mio articolo A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI…NO ha suscitato diverse ed aspre critiche. Non poteva essere diversamente. La questione  è controversa, e tocca più ambiti: politico, filosofico ed anche psicologico. Tutto si può dire, non che si tratti di una discussione sul sesso degli angeli.
Lo dimostra il recente referendum nella cattolica Irlanda sui matrimoni gay, segnato dalla vittoria schiacciante dei SI e da un’alta percentuale di votanti, e che destituisce di ogni ragionevole fondamento l’idea di chi liquida i diritti civili come bazzecole, “capricci” o, addirittura, li condanna come un maldestro tentativo di “distrazione di massa” delle élite neoliberiste.

Liberalismo

Sono stato accusato, da chi respinge la “categoria” stessa dei diritti civili, di essere un liberale e/o un anarchico. Accettandola io condividerei il paradigma individualistico tipico del pensiero liberale.

E’ curioso che l’accusa mi venga non da dei paleo-comunisti  —che dunque teorizzano l’abolizione della proprietà privata e l’estinzione dello Stato, ergo la comunione integrale dei beni e una comunità basata sulla democrazia diretta—, bensì da chi ritiene inviolabile la proprietà privata, il capitalismo un sistema ottimale, divino lo Stato e sacra la Costituzione italiana. 
E’ evidente l’autocontraddittorietà dei miei critici. Il fondamento filosofico, anzi teologico, dell’individualismo liberale è infatti il considerare “naturale” e non invece un determinato prodotto storico, la proprietà privata, il porre quest’ultima come fondamento primo dei diritti di libertà dell’uomo.
John Locke

Rifiutare il paradigma liberale non autorizza nessuno a gettare l’acqua sporca col bambino. Tanto per dire: la condanna, a cui mi associo, della filosofia individualistica di Locke, non toglie nulla ai meriti del filosofo inglese, alla sua condanna dell’assolutismo, alla sua difesa del principio della tolleranza, alla sua idea di separazione tra Stato e Chiesa, ecc. Al fondo l’errore di certi giuristi statolatri e critici arruffoni è scambiare il ricco e poliforme pensiero liberale con il moderno neoliberismo, la cui forma ideologica più estrema venne ben espressa dalla nota sentenza della Thatcher: “la società non esiste, esiste solo l’individuo”.

Chi non riconosce al pensiero illuministico ed al movimento politico liberale, ovvero alla borghesia nascente, la loro funzione storica progressiva —decisiva nella battaglia per demolire i regimi feudali e nella fondazione dei moderni stati-nazione— o è un somaro oppure, gratta gratta, è un reazionario della più bell’acqua.
Un inflessibile critico della società borghese liberale fu ad esempio Karl Marx, il quale tuttavia non si sognò mai di negare il ruolo rivoluzionario della borghesia. Il fatto che contestasse al liberalismo di nascondere la diseguaglianza sociale reale dietro il velo dell’eguaglianza giuridico-formale, non gli faceva certo condannare le conquiste della rivoluzione liberale e borghese. Come invece fece il controrivoluzionario Joseph De Maistre, massimo esponente della Restaurazione.

Mi si dirà che tra Marx e De Maistre c’è un altro pensatore anti-liberale, ed anti-individualista, per la precisione Jean-Jacques Rousseau, da cui Giuseppe Mazzini trasse alcune delle sue idee politiche. Non vedo tuttavia, nel documento che prendevo di mira e nei ragionamenti di coloro che rifiutano la “categoria” dei diritti civili, né l’elogio
Jean-Jacques Rousseau
dell’eguaglianza sociale né la preferenza per la democrazia diretta, che sono appunto i capisaldi del pensiero radicale rousseauiano. 
Mazzini non è Rousseau, ciò di cui si resero ben conto i teorici della dottrina fascista, che amavano il primo ma non certo il secondo.

L’errore principale di ARS è di natura filosofica. Nel documento sui diritti civili di questo gruppo, viene espresso questo principio: 
«…la retorica dei diritti civili è espressione dell’individualismo filosofico e politico che l’ARS riconosce fra i suoi principali nemici».
Sotto mentite spoglie ritorna la metafisica mazziniana-gentiliana. Col pretesto di respingere l’individualismo, non solo si ripudiano gli elementi di universalità del pensiero liberale e le conquiste storiche della rivoluzione borghese, si rigettano anche i concetti di cittadino e di persona.
I concetti di individuo, cittadino e persona non vanno invece confusi: il primo è liberale, il secondo giacobino, il terzo è proprio di un pensiero anti-liberale e comunitario. Il fatto è che la Costituzione italiana del 1948, essendo un compromesso tra liberali, cattolici e social-comunisti, li recepisce tutti e tre. Ma andiamo con ordine.

La Costituzione italiana

L’autocontraddittorietà di coloro che fanno spallucce davanti ai diritti civili e li respingono anzi come “cosmetici” (quindi privi di sostanza e giuridicamente illegittimi) non finisce qui. 

Essi dicono di difendere la Costituzione italiana, in verità non la capiscono. Non vogliono ammettere che essa —proprio dal momento che pone a fondamento della Repubblica e dell’ordinamento giuridico l’inviolabilità dei diritti politici, democratici e quindi civili della persona— accoglie la migliore eredità liberal-democratica. Ed è proprio per il posto centrale che occupano i Titoli riguardanti i diritti della persona e del cittadino (non solo e non tanto per il principio astratto che la sovranità spetta al popolo), che la Costituzione seppellisce il fascismo e fonda la Repubblica democratica. Ed è democratica, al contrario di quanto vaneggiano certi suoi paladini, perché insiste senza ambagi che, se è vero che i cittadini hanno dei doveri verso lo Stato, è proprio su quest’ultimo che ricadono i principali obblighi e doveri, primo fra tutti, appunto, quello di rispettare i diritti inviolabili dell'individuo, in quanto persona e cittadino.

Già ricordavo il Titolo I della Costituzione (gli articoli dal 13 al 28), con la sua apertura inequivocabile: “la libertà personale è inviolabile”, ed a seguire, l’obbligo dello Stato di difendere i diritti dei cittadini che ne conseguono.
Suggerisco di leggere quindi il Titolo II “rapporti etico-sociali”, gli articoli dal 29 al 34, dove i costituenti sottolineano i fondamentali doveri dello Stato repubblicano verso i cittadini: quelli ad esempio di tutelare i figli nati fuori dal matrimonio, di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, di tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo garantendo cure gratuite agli indigenti, di assicurare la gratuità dell’istruzione. Infine, ma non meno importante, il principio che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Come si vede ai diritti del cittadino corrispondono altrettanti doveri dello Stato. E' quindi falso ed in contraddizione col dettato costituzionale il principio secondo cui:
«Il fondamento dei diritti consiste invece nei doveri, sui quali si basa ogni grande e piccola comunità: soltanto adempiendo i nostri doveri abbiamo titolo per rivendicare i diritti». [1]
Se ciò fosse vero, dovremmo escludere dal godimento dei diritti civili e politici una buona fetta della popolazione, dai bambini a tutti gli adulti affetti da patologie che impediscono loro di compiere alcuni se non tutti gli obblighi previsti dalla legge.

I diritti civili

I diritti sanciti dalla Costituzione sono sociali? democratici? politici? civili? Sono, evidentemente, tutte queste cose insieme. Di più: essi sono un tutt’uno, e se cade una parte rischiano di cadere tutti.
Luigi Ferrajoli
Volendo seguire l’approccio giuridico formalistico potremmo, con Luigi Ferrajoli [2] classificare i diritti come segue:
(1)        diritti di libertà: quelli che comportano per il potere pubblico il dovere di non interferire;
(2)        diritti politici: quelli attinenti alla sfera pubblica;
(3)        diritti civili: quelli che attengono alla sfera privata
(4)        diritti sociali: quelli che sanciscono l’obbligo dello Stato alla loro tutela, rimuovendo perciò gli ostacoli al benessere dei cittadini.
Se poi vogliamo seguire Norberto Bobbio, [3] per cui i diritti non sono il prodotto della natura ma della civiltà umana, ossia sono diritti storici e in quanto tali mutevoli, occorre considerare la categoria dei
(5) diritti umani, affermatisi grazie alle lotte di questa o quella minoranza sociale, recepiti poi, in virtù del consenso generale, dagli Stati (vedi la Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU) e dalla stessa giurisprudenza.

Come detto, con le modificazioni della struttura e della sovrastruttura sociale, delle consuetudini e dei costumi, muta anche la sfera dell’etica, quindi del diritto. Diritti un tempo primari divengono secondari, alcuni addirittura periscono per lasciare il posto a diritti nuovi. Questi ultimi si sono faticosamente fatti strada, sempre dovendo vincere le resistenze di conservatori e passatisti. E’ il caso di ricordare i movimenti delle donne, dei neri, degli omosessuali, e di altre minoranze contro le più diverse discriminazioni sociali?

Per concludere, davanti alla comparsa di nuovi bisogni sociali, sotto la spinta dei mutamenti dei costumi, della scienza, delle comunicazioni, la dottrina giuridica ha dovuto concepire i cosiddetti “diritti di quarta generazione”. Sono quelli connessi alla bioetica, alle manipolazioni genetiche, alle nuove tecnologie di comunicazione, quelli relativi ai diritti dei malati e financo degli animali.
Danilo Zolo

Chi scrive è ben lontano dal ritenere che ogni nuovo bisogno sociale sia progressivo, che quindi debba essere considerato legittimo solo in quanto “moderno” o rivendicato da qualcuno. Se, ad esempio, dev’essere considerata legittima la fecondazione artificiale, non solo omologa ma pure eterologa (in base al principio che coppie non fertili possano, con l’aiuto della scienza, avere  figli), non lo è per niente la pretesa di legalizzare il commercio degli embrioni, la crioconservazione o la sperimentazione eugenetica.

L’errore madornale di considerare i diritti civili dei “capricci” conduce infine ad un curioso paradosso, alla terza antilogia.

Dopo aver sostenuto che “l’individualismo filosofico e politico è uno dei principali nemici di ARS”, il documento in questione conclude riconoscendo… “il diritto [ad ogni iscritto] di maturare con autonomia la propria opinione”. Il nemico principale, cacciato dalla finestra filosofica, rientra surrettiziamente dalla finestra della politica!
Si condanna l’individualismo liberale e poi si accetta, con la scusa che i diritti civili sono dei “capricci”, il padre di tutti i principi del liberalismo, la “libertà di coscienza”.

Aveva ragione Flaiano, che  “la situazione è tragica, ma non è seria”.


NOTE

[1] Vedi il Documento sui Diritti civili di ARS
[2] Luigi Ferrajoli, Dai diritti del cittadino ai diritti della persona. In: "La cittadinanza: appartenenza, identità, diritti", a cura di Danilo Zolo.
[3] Norberto Bobbio, L'età dei diritti, Einaudi 1990


mercoledì 20 maggio 2015

A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI... NO di Moreno Pasquinelli

[ 20 maggio ]

L’Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS) celebrerà il 7 giugno la sua IV assemblea nazionale, facciamo i migliori auguri agli amici dell’ARS, coi quali condividiamo, se non i medesimi ideali sociali, l’obbiettivo strategico di riconsegnare al nostro Paese, per il bene del popolo lavoratore, piena sovranità politica, economica e monetaria.
Avemmo già modo di occuparci di ARS [Sovranismi di sinistra, di destra … e di centro.]

Riteniamo quanto meno singolare che in vista di un Assemblea nazionale di un solo giorno, con tutte le enormi questioni in ballo a causa della  gravissima crisi sociale e delle decisioni gravissime del governo Renzi (Jobs actItalicum, sbudellamento della Costituzione, distruzione della scuola pubblica, rispetto del pareggio di bilancio, scippo ai danni di milioni di pensionati, ecc.), uno dei punti principali in discussione sarà quello dei cosiddetti “diritti civili”. QUI il documento, a firma di Stefano D’Andrea e Giampiero Marano, votato all’unanimità dal Comitato Direttivo.
 Tanto più singolare visto che il documento si conclude in lapidario sostenendo che occorre : «Rifiutare la categoria dei diritti civili».

Un giudizio inequivocabile, la cui natura apodittica non muta quando si aggiunge in modo furbesco che si dovrà “affrontare lo studio separato di ogni questione se e quando, giunto in Parlamento, se ne presenterà l’occasione” riconoscendo poi “agli iscritti il diritto di maturare con autonomia la propria opinione”. Sorvoliamo sullo zuccherino della “libertà di coscienza”. E’ sintomatica l’idea che un dato problema sociale acquisisca dignità politica solo quando entra nell’agenda del Legislatore. Qui è implicito il dogma proprio del positivismo giuridico, della supremazia assoluta della volontà statuale, del primato della costituzione formale su quella materiale. Vorremmo far notare che il diritto invece, come l’hegeliana nottola di Minerva, segue e quindi registra post festum le trasformazioni sociali, quali che esse siano.

Il documento esordisce con una premessa disarmante:
«La categoria dei diritti civili è una delle più ideologiche che esistano. Essa tenda a scindere la comunità in due fazioni: da un lato coloro che sono favorevoli ai diritti civili, dall’altro coloro che sono contrari».
Che sciocchezza!
Questo astruso ragionamento, con il pretesto di condannare l’ideologia, ci propina il mito più ideologico che esista: quello dell’unità della “comunità nazionale” come un valore sacro, metastorico, al di sopra degli antagonismi sociali e delle lotte politiche. Ogni società non è solo divisa in classi sociali con interessi diversi ed anche contrapposti, è divisa da identità, visioni del mondo, differenti appartenenze politiche, culturali e religiose. Quindi segnata dalla lotta incessante… “tra fazioni”, la quale muta non solo le consuetudini ed i costumi ma le stesse relazioni fra classi e gruppi.
Tanto per fare un esempio che ci pare stia a cuore anche ad ARS, oggi gli italiani sono divisi tra chi ritiene sia giusto stare nell’Unione euro(pea) e chi ritiene il contrario. Che forse noi dovremmo, per la gioia degli euristi, tacere e cessare di batterci per la sovranità politica e monetaria perché questo “scinde la comunità in due fazioni”?

Poco più avanti il documento lascia intendere che i “diritti civili” siano solo “diritti cosmetici”, quisquiglie, aria fritta; comunque “secondari rispetto ai diritti sociali”.

Per restare ai diritti civili, forse che ARS non avrebbe partecipato al referendum del maggio 1974 che diede agli italiani il diritto al divorzio? Allora la “comunità” era più divisa che mai e lo scontro tra opposte visioni della famiglia e della vita era al calor bianco. Non pensa ARS che la conquista del diritto al divorzio e quindi la sconfitta della Dc e delle destre reazionarie e fasciste fu un evento di grande e positivo valore?
Che giudizio avrebbe dato infine ARS della legge del 1978 che legalizzò l’aborto? Che era un “diritto ideologico” che “scindeva la comunità”? E quindi, come avrebbe votato nel maggio 1981 quando, su iniziativa del mondo democristiano e ciellino, si svolse il referendum per abrogare quella legge?

L’errore, al netto della vacua astrattezza del documento e dell’ampolloso linguaggio giuridico, è di principio ed è molto serio. 

ARS sembra muovere da un sofisma teorico. Esso consiste nel porre una differenza di tipo qualitativo, se non addirittura un’opposizione, tra diritti sociali, diritti politici, diritti democratici, diritti umani e “diritti civili”. Questa distinzione/opposizione, semmai fosse legittima sul piano della logica giuridico-formale, non esiste nella concreta e dinamica realtà sociale.

Che forse quello al divorzio, dato che riguardava la vita concreta di milioni di cittadini, non era anche un diritto sociale? Che forse il movimento dei neri negli anni ’50 e ’60 negli Stati Uniti contro la segregazione razziale o quello contro l’apartheid in Sudafrica (simboli per antonomasia di battaglie per i diritti civili) non rivendicavano fondamentali diritti sociali e, oseremmo dire, di classe? Che forse ARS, per la gioia dei razzisti, li avrebbe condannati perché divisivi della “comunità nazionale”?

Siccome i dirigenti di ARS non fanno che parlare della Costituzione italiana, considerandola (a torto) una specie di Talmud, dovrebbero farsi una ripassatina, soffermandosi in particolare sugli articoli che vanno dal 13 al 28, che non a caso i costituenti hanno titolato “rapporti civili”. Si tratta, nella più classica delle tradizioni democratiche, dei diritti inviolabili non solo del cittadino, ma della persona. E sono in piena sintonia con la Dichiarazione universale dei diritti umani firmata nel dicembre del 1948. Rileggere anche questa non può fare che bene.

Non meno singolare che il documento di ARS in questione, si soffermi a lungo sul matrimonio e il diritto di famiglia. Leggiamo:
«Ciò che stupisce quando viene posta la questione delle unioni civili è l’invocazione di una concezione falsa e assurda del matrimonio come fattispecie dalla quale discenderebbero diritti. Ma il matrimonio è [invece] il regno dei doveri».
Segue l’elenco puntiglioso di questi doveri.
E’ difficile sfuggire alla sensazione di essere in presenza di una difesa maldestra dell’idea cattolica della sacralità del matrimonio quindi della famiglia (patriarcale). Certi preti argomentano in maniera molto più critica e ponderata.
Poco dopo arriva la fatidica e non meno contorta domanda:
«si deve riconoscere il potere di contrarre vincoli e doveri personali e identici a quelli che discendono dal matrimonio anche a persone dello stesso sesso?»
Uno si aspetterebbe da un documento d’indirizzo politico, tanto più perché sottoposto al giudizio di un’assemblea nazionale una risposta chiara, ma la risposta non c’è. Date le premesse si evince tuttavia che la direzione di ARS è contraria a consegnare ad una coppia dello stesso sesso “il potere di contrarre vincoli e doveri personali” propri del matrimonio eterosessuale. Ci chiediamo: ammesso e non concesso che “il matrimonio sia il regno dei doveri” [e non anche relazione che conferisce dei diritti], perché mai proibire, ad una coppia dello stesso sesso di contrarre, se lo vuole, le obbligazioni ed i doveri stabiliti dalla legge?

Gli estensori del documento, come detto, non danno alcuna risposta che abbia un qualche senso giuridico. Si può solo evincere che sotto sotto, nuovamente, c’è un’idea sacrale del matrimonio e della famiglia. Idea cristiana si dirà. A noi pare che quanto concepiscono i dirigenti di ARS, ci riferiamo alla loro idea di diritto tutta schiacciata sui doveri, sia molto più vicina alla sharia dei musulmani i quali, al contrario dei cristiani, affermano che non c’è alcuna distinzione tra gli aspetti giuridici e quelli religiosi, perciò ritengono che non possa e non debba esserci alcuna distinzione tra norme religiose, norme civili e norme politiche. L’islam è infatti, notoriamente, una religione nomocratica, dove ogni elemento della vita sociale e civile è compreso in essa, visto che il Corano, essendo la rivelazione definitiva, contiene le soluzioni perfette non solo ai problemi di fede, ma anche a quelli etici e di condotta sociale.

L’analogia con l’islam può sembrare eccessiva. E sia. Ma qual è dunque il fondamento teorico implicito nella concezione del diritto e dello Stato di diritto di ARS? La troviamo in Giuseppe Mazzini.
Sempre su questo blog ebbi modo di scrivere:
«Stefano D'Andrea, per farla breve, sarebbe stato certamente con Mazzini contro Marx. E segue infatti lo statolatra Mazzini (tutto sommato teocratico e spiritualista)  nel fra precedere i doveri ai diritti».
Da Mazzini ARS prende la concezione spiritualistica dello Stato, da cui discende l’idea del primato categorico dei doveri (sanciti e sanzionati dalla legge) sui diritti della persona, idea che, com’è noto, attraverso Giovanni Gentile e Alfredo Rocco, divenne il fondamento della dottrina giuridica fascista.
Giovanni Gentile

Non è un segreto quanto il fascismo venerasse Mazzini. C’è Mazzini nella famosa formula “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, pronunciata da Mussolini il 28 ottobre 1925, mentre strangolava gli ultimi brandello dello Stato di diritto ed emanava le “fascistissime “Leggi eccezionali” e fondava la dittatura.
Nel liquidare quel poco di democrazia rimasta Mussolini si appoggiava infatti al Padre della Patria Giuseppe Mazzini, alla sua condanna dei diritti individuali e civili come dissolutori della coesione nazionale, alla sua visione mistica dello Stato e organicistica della Nazione (l’effige di Mazzini compariva nelle banconote della Repubblica sociale italiana). Idee che Mazzini scolpì nel suo noto saggio del 1860 I Doveri dell’uomo.
«Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l'armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell'ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo. Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall'idea d'un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il DOVERE. Bisogna convincere gli uomini ch'essi, figli tutti d'un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d'una sola Legge —che ognuno d'essi, deve vivere, non per sé, ma per gli altri— che lo scopo della loro vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori —che il combattere l' ingiustizia e l'errore a beneficio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa— dovere di tutta la vita».
L’idea che i diritti appartengano anzitutto allo Stato e alla comunità, mentre al singolo cittadino appartengano solo doveri (verso lo Stato appunto) è inaccettabile.
E’ certo che il cittadino di qualsivoglia comunità, abbia degli obblighi verso lo Stato e dei doveri verso l’intera comunità. Ma esso è, al contempo, in quanto persona umana prima ancora che come soggetto giuridico, portatore di diritti di libertà. Diritti di libertà che i
Giuseppe Mazzini
 cittadini debbono far valere anche contro ogni intrusione pervasiva della macchina statale la quale, dietro alla metafisica dei doveri, tende per sua stessa natura, a far prevalere i suoi propri diritti su quelli dei cittadini e delle forze sociali oppresse.

L’equivoco, se così si può chiamare, consiste nel porre una meccanica equivalenza tra comunità e Stato. Oggi lo Stato non è affatto espressione della comunità, non è, ammesso che possa mai esistere, uno “Stato di tutto il popolo”, esso è piuttosto una protesi e un’arma delle élite e delle classi dominanti.


Il fatto che queste classi dominanti, attraverso il Legislatore, riconoscano diritti a determinate minoranze, anche ove ciò risponda alla logica di auto preservazione della loro egemonia, anche ove tale riconoscimento risponda alla necessità dei dominanti di apparire come paladini della libertà, non deve indurci nell’errore di voltare le spalle a chi quei diritti di eguaglianza esige. 

Si può e si deve denunciare la strumentalità del potere, non negare diritti di libertà di questo o quel gruppo di cittadini, ovviamente a condizione che tali diritti non siano lesivi dei diritti e della libertà altrui. Non ci sembra che concedere agli omosessuali il diritto di contrarre matrimonio sia lesivo di una qualche altrui libertà. E ciò dovrebbe tanto più valere per chi sostiene che il matrimonio sarebbe il "regno dei doveri".

martedì 4 novembre 2014

ACCIAIERIE DI TERNI: NASCE IL COMITATO DI LOTTA DEGLI OPERAI

4 novembre
Vergognosa e carognesca, la campagna di sciacallaggio che certi organi di stampa della destra berlusconiana, Libero in testa, hanno inscenato per sputtanare gli operai delle acciaierie. Ed è davvero triste che certi "sovranisti", che si dicono "patrioti" ed "amici del popolo", abbiano dato manforte a questa carognata. [1]
Poco meno che vergognosa la posizione (sbirresca) del Movimento 5 Stelle. [2]



La notizia, comunque, è un'altra, ed è importante.

Promossa da un manipolo di combattivi e coraggiosi operai dell'Ast, si è svolta ieri a Terni presso il centro Siviera, una partecipata e impegnativa assemblea aperta alla cittadinanza.
L'assemblea ha deciso di costituire il COMITATO OPERAI E CITTADINI PER L'AST.
Giovedì a Roma, al Ministero dello Sviluppo Economico, riprende la trattativa.
L'aria che tira non è bella.
Potrebbe essere raggiunto, con il consenso dei tre sindacati ufficiali, un accordo bidone, basato sul "Lodo Guidi".
Il Comitato si è costituito per dire NO a qualsiasi accordo che implichi licenziamenti e che non preveda il rilancio dei volumi produttivi del sito siderurgico, quindi la nazionalizzazione dell'impianto siderurgico.
Il Comitato chiama alla Resistenza e alla Lotta, se necessario ancora più dura, nella consapevolezza che questa volta o si vince o il destino dell'Ast e di Terni è segnato.


Qui sotto il comunicato stampa, approvato dall'assemblea di ieri, e diffuso ai media locali, regionali e nazionali, e ai cittadini di Terni.
Un momento dell'assemblea di ieri pomeriggio


«Si è costituito oggi, presso i locali della Siviera, il COMITATO OPERAI E CITTADINI PER L'AST, a seguito di una partecipata assemblea composta da operai, studenti, commercianti, pensionati e tutti i soggetti sensibili alla vertenza.

L'iniziativa è nata dalla necessità di rilanciare l'opposizione dei lavoratori e della città al piano di smantellamento di Ast imposto da Thyssen-Krupp.

La passività e la complicità del governo e delle istituzioni regionali e locali con la multinazionale sta cancellando centotrenta anni di storia industriale.

Il Comitato si pone l'obbiettivo di impedire il disegno di TK e della ipotesi di mediazione espressa dal governo italiano attraverso il lodo Guidi, rilanciando la lotta per la difesa del lavoro, e per imporre al governo la ripubblicizzazione di Ast, industria strategica per il futuro di Terni, dell' Umbria e del paese.

Il Comitato vuole svolgere un azione di sostegno alle rappresentanze dei lavoratori che continuano a sostenere il peso di una mobilitazione straordinaria per intensità e capacità di imporsi all'attenzione dell'intero paese.

Le parole d'ordine che hanno unito oltre trentamila ternani lo scorso 17 ottobre - Non si tocchi né un posto di lavoro né un bullone - non possono essere disperse. Per questo il Comitato si attiva da subito per promuovere la più ampia partecipazione possibile da parte della città, tanto alla lotta quanto alla condivisione delle decisioni che nei prossimi giorni verranno assunte, a partire dall'incontro al Mise del prossimo 6 novembre». 

COMITATO OPERAI E CITTADINI PER L'AST

Terni, 3 novembre 2014, ore 19:30


Note

[1] Occorre ringraziare Zoro per aver mostrato a chi non c'era, come siano andate realmente le cose nei pressi dell'ambasciata tedesca. Gli operai delle acciaierie, ritenutisi gabbati dalla risposta dell'Ambasciata e per "dare un senso alla giornata di lotta", decidono spontaneamente di recarsi nel vicino Ministero dell'economia. In testa al corteo improvvisato gli operai dell'AST, con alcuni membri ben noti della RSU.
Un centinaio di metri e vengono aggrediti dalla polizia. [Nella accanto foto il funzionario che da l'ordine della carica]. 
Libero e la porcilaia mediatica berlusconiaia hanno fatto peggio del Ministro degli interni Alfano —che, per giustificare la carica, si è letteralmente inventato che gli operai si stavano dirigendo presso la stazione Termini (e anche se fosse?)—; hanno tentato di far passare gli operai ternani come aggressori e provocatori e i poliziotti come delle vittime.

Un esempio di "sovranisti"' che han perso la bussola è quello dell'amico Stefano D'Andrea, fondatore dell'Associazione Riconquistare la Sovranità.
La sera stessa degli incidenti in cui rimarranno feriti gli operai, nella sua pagina facebook, ubbidendo ad un torbido riflesso condizionato, si chiedeva: «Cerchiamo di essere sinceri. Secondo voi la polizia si è comportata male nei fatti ripresi da questa telecamera?». La domanda è retorica, visto che la conclusione è la stessa dei pennivendoli di Libero. 


[2]  Il Blog di Beppe Grillo da la parola ad un poliziotto che accusa gli operai, disarmati e indifesi. Titolo del pezzo quasi uguale a quello di Libero: "Scontri a Roma, cittadini contro cittadini: la versione della Polizia". Il video guarda caso è sempre quello diffuso dalla PS.

giovedì 15 maggio 2014

TRICHET: "TUTTO IL POTERE ALLE BANCHE!" di Andrea Franceschelli, Lorenzo D’Onofrio e Alessandro Greco*

15 maggio. Il 07/05/2014 l’ex Presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, in visita presso il Parlamento europeo, ha rilasciato una serie di interviste che gettano ombre inquietanti sul destino dell’Europa e che, purtroppo, ci paiono tristemente in linea con le recenti affermazioni del ministro Pier Carlo Padoan.
In una di queste interviste (della quale riportiamo trascrizione e video integrali) il predecessore di Mario Draghi alla guida della Banca Centrale Europea ha stilato un bilancio delle scelte adottate, durante gli ultimi anni della sua Governance (2008-2011), per fronteggiare la crisi finanziaria, illustrando la sua visione circa i futuri indirizzi della politica economica dell’Unione Europea.
Incalzato dalle domande di una giornalista tutt’altro che accondiscendente, l’ex banchiere centrale ha incarnato tutta la freddezza e il cinismo del progetto di “integrazione” europeo, rivendicando senza mezzi termini:
- che nessun errore nella gestione della crisi è stato effettuato da parte della TROIKA;
- che il Fiscal Compact si applicherà e non ci sarà mai più la possibilità di effettuare deficit di bilancio, ma solo pareggi;
- che se la Grecia si comporterà bene, i creditori, in via del tutto eccezionale, allungheranno i tempi di rientro del debito;
-che la Bce non sarà mai prestatore di ultima istanza e continuerà a prestare soldi solo alle banche e non agli Stati;
- che l’economia reale sarebbe in ripresa (?);
- che il debito pubblico europeo va ripagato e GARANTITO —leggi ERF o DFR: Debt Redemption Fund;
- che le banche non potranno mai pagare i propri errori, altrimenti si verificherebbe una catastrofe sul modello “Argentina” e, in conclusione, che da questo momento in poi gli Stati dovranno filare dritto e continuare a percorrere la strada delle riforme strutturali, tra cui la distruzione dei diritti dei lavoratori.
In un’altra intervista rilasciata al giornale Francese nicematin.com lo stesso Trichet, facendosi beffa degli elettori europei che si recheranno alle urne il 25 maggio per eleggere un Parlamento europeo privo di effettivi poteri, ha “assicurato” che, in futuro, l’assemblea avrà un “più importante ruolo da giocare”.

Di seguito riportiamo la trascrizione integrale della video intervista rilasciata da Jean-Claude Trichet (nella foto):
Trichet: Stiamo attraversando un periodo molto difficile da cui iniziamo gradualmente ad uscire. A mio avviso i progressi del Portogallo vanno considerati come un successo, un successo molto importante. Ma ovviamente è il risultato di misure molto severe e dolorose. Questo perché all’inizio l’economia era molto instabile in Portogallo, come negli altri paesi colpiti dalla crisi.
Giornalista: Però i debiti pubblici sottoposti alle misure della Troika sono esplosi. E non parlo solo della Grecia, ma anche di Portogallo e Irlanda. All’inizio della crisi Greca lei era contrario alla ristrutturazione di parte del debito ellenico. E’ stato un errore?
Trichet: La posizione che ho preso è stata chiaramente la posizione adottata dal Board della BCE. Ci trovavamo davanti un paese, in questo caso la Grecia, che doveva dimostrare di essere in grado di riprendere in mano le redini per tornare competitivo. Era un passo che andava fatto prima di ogni altra misura, perché alleggerire il debito imponendo perdite ai creditori della Grecia, non avrebbe causato solo un disastro, ma avrebbe sancito la perdita di credibilità della Grecia.
Giornalista: Un anno e mezzo dopo, periodo in cui le varie banche si sono disfatte dei bond greci, questa ristrutturazione è avvenuta. Se fosse stata fatta prima forse si sarebbe evitato il contagio ad altri paesi.
Trichet: Non sono assolutamente d’accordo. Col senno di poi è sempre più facile fare certe considerazioni, ma personalmente ritengo che le decisioni prese sono state la migliore risposta possibile nelle terribili circostanze in cui ci trovavamo. Non dobbiamo mai più trovarci nelle condizioni di avere un deficit vicino al 15% del PIL nella bilancia dei pagamenti correnti e un deficit fiscale sopra il 15.5% del PIL. Queste erano le condizioni insostenibili della Grecia e vanno evitate ad ogni costo.
Giornalista: Questi Paesi ripagheranno il debito, oppure dopo le elezioni si stabilirà che non è un’ipotesi plausibile e sarà quindi necessario trovare soluzioni alternative, già in fase di discussione?
Trichet: Come lei sa, nel caso della Grecia, che è un caso molto particolarei paesi creditori hanno dichiarato che se la Grecia confermerà le misure adeguate e porterà avanti il suo piano di rientro nelle giuste condizioni, allora potrebbero fare un ulteriore sforzo, che potrebbe configurarsi in unconsiderevole prolungamento del credito e una riduzione dei tassi di interesse.
Giornalista: E’ arrivato il momento di parlare di un nuovo ruolo per la BCE?
Trichet: In Europa, i finanziamenti sono operati principalmente dalle banche. Per questo la BCE si è concentrata sul finanziamento delle banche fornendo liquidità illimitata ad un tasso fisso. Illimitata vuol dire che fornisce garanzie, quindi ogni banca europea può disporre di tutta la liquidità di cui desidera.
Giornalista: Il debito pubblico europeo va ripagato? Oppure come avviene in Giappone e negli USA rimane dov’è e quindi non ha senso… ?
Trichet: NO! NO! NO! Negli USA, in Giappone o in Inghilterra è impensabile non ripagare il debito, perché il sistema del credito crollerebbe immediatamente.
Giornalista: Quindi la nuova norma (fiscal compact ndr) che vuole ridurre il debito pubblico al 60% del PIL in 20 anni in linea con i parametri di Maastricht, per lei è ancora attuabile?
Trichet: Certamente, con l’appoggio dei creditori: a eccezione della Grecia – l’unico paese per cui si è detto che a causa delle circostanze in cui si trova, saranno previsti degli sforzi particolari – tutti gli altri Stati devono GARANTIRE che ripagheranno i creditori. In questo modo si ripristina la fiducia ed è per questo che si stanno concedendo ulteriori prestiti a Spagna Portogallo e Irlanda.
Giornalista: il problema è che non c’è la ripresa: questi Paesi si affannano a pagare gli interessi, mentre l’economia reale non riparte.
Trichet: NO! NO! NO!
Giornalista: Beh, è la situazione…
Trichet: Non concordo al momento l’economia reale è in ripresa!
Giornalista: E’ stato in Grecia ultimamente?
Trichet: Parlo dell’Europa.
Giornalista: O in Irlanda, Italia, Spagna o Portogallo?
Trichet: NO! NO! NO! Come lei sa, ci sono stati dei gravi problemi in passato.
Giornalista: L’alternativa era far pagare le banche, ma non è passata.
Trichet: NO! L’alternativa era la catastrofe totale [espressione della giornalista stupefatta]. E per avere un esempio di questa catastrofe completa basta guardare in America Latina, in Argentina. Di conseguenza i Paesi hanno saggiamente evitato il disastro totale. Adesso sanno che devono operare con grande cautela negli anni a venire e ora hanno corretto gran parte dei loro errori per quanto riguarda i grandi deficit, e ovviamente, sanno di dover continuare il percorso di riforme strutturaliper l’occupazione , soprattutto giovanile. Non dimentichiamo che il problema della disoccupazione, uno dei più gravi tra i problemi legati al lavoro, in alcuni paesi è dovuto a difetti strutturali del mercato del lavoro.

Andrea Franceschelli, Lorenzo D’Onofrio e Alessandro Greco sono esponenti dell'Associazione Riconquistare la Sovranità 
** Fonte: ARS

giovedì 16 gennaio 2014

CRONACHE MARZIANE (sul Convegno di Chianciano) di Fiorenzo Fraioli

16 gennaio. Volentieri pubblichiamo le riflessioni di Fiorenzo Fraioli (nella foto) sul Convegno di Chianciano Oltre l'Euro. Ci auguriamo che altre ne seguano.

Premessa


Nel testo che segue riporto le mie impressioni e riflessioni sul recente convegno Oltre l'euro. La sinistra. L'alternativa, organizzato dal Movimento Popolare di LIberazione (MPL) e Bottega Partigiana. 


Sebbene sia iscritto all'ARS (Associazione Riconquistare la Sovranità), esse non riflettono necessariamente le posizioni dell'associazione, della quale condivido gran parte della lettura del reale, ma non tutto. Inoltre, dedicherò la mia attenzione agli interventi che hanno maggiormente insistito sugli aspetti politici e indicato possibili percorsi di fuoruscita dalla crisi.

(...)

Il convegno di Chianciano
La ricezione del Convegno


Il convegno Oltre l'euro. La sinistra. L'alternativa è stato promosso da una parte dei soggetti che assumono come primo valore da difendere la democrazia, e come interesse privilegiato quello del mondo del lavoro, inteso quest'ultimo nella sua accezione più generale di tutti coloro che, per vivere, ogni giorno devono alzarsi per andare a lavorare o cercare un'occupazione. 


Una parte di questi soggetti politici, ma non tutti, ha partecipato. Tra gli assenti c'è stata anche l'ARS (di cui faccio parte), scelta che ho combattuto nel direttivo nazionale che ha preso questa decisione, e che continuo a ritenere sbagliata. Lo sviluppo del convegno, e gli interventi che ho ascoltato, hanno confermato questa mia valutazione, sebbene resti convinto che essa, almeno per quanto riguarda ARS, sia stata più il frutto di un fraintendimento che di reali motivi di contrasto. 

Alla radice dei fraintendimenti continua ad esserci l'uso di una dicotomia che, negli ultimi decenni, è diventata estremamente ambigua nella percezione che ne hanno le persone, quella "destra/sinistra". In questo senso il titolo del convegno, che contiene la parola "sinistra", non è stato di aiuto alla corretta comprensione di ciò che esso è realmente stato. Chi ha partecipato ha potuto verificarlo di persona; gli altri potranno constatarlo visionando i video degli interventi che sono in via di pubblicazione. I relatori hanno tutti sostenuto posizioni valoriali democratiche e proposto percorsi di uscita dalla crisi nei quali veniva chiaramente posto l'accento sugli interessi del mondo del lavoro, ma ognuno di loro li ha declinati in modo coerente con la propria visione del mondo, e chissà, forse anche degli interessi di bottega. Ma di ciò, noi che abbiamo vissuto abbastanza, non ci meravigliamo né ci scandalizziamo più di tanto.

Gli interventi "politici"
In sala da pranzo


La prolusione di Moreno Pasquinelli del Movimento Popolare di Liberazione (MPL) ha enucleato i quattro scenari più probabili, che egli ha definito: soluzione socialista, soluzione liberista, soluzione fascista, soluzione sovranista democratica. Nessuno dei relatori ha indugiato sulla possibilità di una soluzione socialista, evidentemente improbabile sebbene gradita ad alcuni, né sul pericolo di una soluzione fascista. Quest'ultima, essendo il fascismo l'antidoto velenoso escogitato dal Capitale per arrestare l'avanzata del socialismo, non può sussistere se manca la "minaccia del socialismo". Restano, dunque, due soli probabili scenari, la soluzione liberista e quella democratica sovranista, vale a dire le due forme che il mercato ha assunto nel corso del XX° secolo. MPL sostiene la linea di un'alleanza di tutte le forze democratiche per un'uscita democratica e sovranista dalla trappola dell'euro e dell'Unione Europea.

Sebbene tutti i relatori si siano espressi a favore del ripristino di una forma regolata di mercato capitalistico (sia pure come fase transitoria verso il socialismo, nel caso di Moreno Pasquinelli), quelli di loro che hanno affrontato il tema della fuoruscita dall'euro si sono divisi sui possibili percorsi politici. La linea di demarcazione principale può essere individuata nella specificazione della fonte di sovranità da cui far discendere l'opera di regolazione dei mercati, per alcuni essendo questa da ricercarsi negli Stati nazionali, per altri in istituzioni europee profondamente rinnovate. 


Tra i fautori della prima posizione ci sono Moreno Pasquinelli di MPL e Luciano Barra Caracciolo ("l'alternativa è pronta, c'è già, è il recupero del modello costituzionale!… Non abbiamo bisogno di altro: la Repubblica democratica fondata sul lavoro…"), mentre Andrea Ricci, e soprattutto Sergio Cesaratto, sono apparsi più favorevoli alla seconda ipotesi. Un discorso a parte merita l'intervento di Emiliano Brancaccio.
Durante il seminario degli economisti


Sergio Cesaratto ha svolto la prima parte del suo intervento ricordando il contributo di Friedrich List, secondo il quale lo Stato nazionale è "lo spazio più prossimo in cui una classe lavoratrice nazionale può legittimamente sperare di modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza", a "fronte della visione cosmopolita del capitalismo e degli interessi dei lavoratori che Marx gli contrappone". In modo che mi è parso lievemente contraddittorio, nella parte finale del suo intervento Cesaratto ha enunciato una posizione di compromesso, consistente nella costruzione di una posizione politica che ponga le attuali istituzioni europee davanti alla scelta tra un radicale cambio di rotta della gestione economica o la fine dell'eurozona. Questa posizione politica, secondo Cesaratto, può essere perseguita aderendo alla proposta di dar vita a una lista Tsipras per le prossime elezioni europee, nella quale dovrebbero confluire tutte le forze critiche da sinistra dell'attuale linea economica dell'UE, fino a comprendere SEL se ciò dovesse risultare possibile. Un diffuso mormorio dell'uditorio ha fatto da commento a questa proposta, evidentemente non ben accetta, mentre Cesaratto, in preda a un evidente nervosismo, concludeva il suo intervento.

Più netta, ma anch'essa contraddittoria, la proposta di Andrea Ricci, consistente nell'uscita unilaterale e immediata dell'Italia dall'euro, unitamente al rilancio del processo di integrazione europea su basi radicalmente nuove. Ricci motiva la sua tesi da un lato per l'insostenibilità della moneta unica, dall'altro per il rifiuto di logiche di natura protezionistica e di chiusura agli scambi che sarebbero, a suo parere, l'inevitabile conseguenza del ritorno agli Stati nazionali. La chiusura dell'economia italiana agli scambi internazionali, conseguente al ripristino di barriere protezionistiche, avrebbe, secondo Ricci, gravi costi per l'Italia che ha, principalmente, un'economia di trasformazione, e profonde ripercussioni di ordine politico e culturale. Andrea Ricci argomenta la sua tesi ricordando che i periodi migliori della storia italiana hanno coinciso con le fasi di apertura agli scambi internazionali e al cosmopolitismo, mentre una chiusura isolazionista, protezionistica e autarchica potrebbe legittimarsi, agli occhi dell'opinione pubblica, "soltanto in virtù di un gretto nazionalismo, anacronistico e reazionario nel mondo attuale". Per Ricci, il recupero della sovranità nazionale, di cui si professa fautore, "non deve significare il ripiegamento su valori imperniati su una presunta tradizione nazionale". Per queste ragioni egli dichiara di essere "ancora, nonostante tutto, un convinto sostenitore dell'unità europea, perché credo che nell'epoca attuale sia ancora l'Europa il posto nel quale il nostro paese può progredire e prosperare, in attesa poi di un'altra epoca, un'epoca futura, quella dell'internazionale futura umanità". In realtà, aggiunge Ricci, "quella della sovranità nazionale perduta con l'integrazione europea, è un mito", perché dopo la seconda guerra mondiale, "l'Italia è stata, ben più di altri paesi europei, un paese a sovranità limitata". La tesi, conclude Ricci, può apparire contraddittoria, ma così non è perché non è sbagliata la prospettiva dell'unificazione europea, ma il percorso che è stato scelto, basato sull'imposizione di una moneta unica tecnicamente insostenibile. La soluzione, in definitiva, è per Andrea Ricci quella di rigettare l'euro e tenersi l'Unione Europea, cambiandone la politica economica ma senza rinunciare al Mercato Unico. L'intervento di Ricci si conclude con un lungo e caloroso applauso dei convenuti, ai quali temo sia sfuggita, anche per l'abilità dell'oratore, la questione di fondo, ovvero che non solo l'euro è stato un errore tecnico, ma anche e soprattutto lo strumento di coercizione della democrazia in Europa. E' anche possibile, tuttavia, che questa sia oggi l'unica posizione sostenibile per un economista che è stato per lungo tempo il responsabile economico del PRC, un partito nel quale è in corso una logorante battaglia interna proprio sull'euro e l'Unione Europea, non ancora conclusasi.

L'intervento politicamente più significativo è stato quello di Emiliano Brancaccio. Dopo aver "pagato pegno" al suo rango di "economista de sinistra" prendendo le distanze dal Front National di Marine Le Pen ("non si può sdoganare il Fronte Nazionale in Francia pur di far saltare la baracca dell'euro") ottenendo però un tiepido applauso da parte dell'uditorio, Brancaccio ha rilanciato sul terreno dei diritti civili ("chi oggi combatte contro l'assetto dell'unione monetaria europea, e dell'Unione Europea, deve farlo con lo scopo di appropriarsi della categoria della modernità"). Una richiesta, tutto sommato, non eccessiva (Se Parigi val bene una messa, l'Eliseo, per Marine Le Pen, può ben valere il riconoscimento dei diritti civili! – n.d.r.). 
Il Convegno inizia


Piuttosto, lascia perplessi l'espressione "assetto dell'unione monetaria europea, e dell'Unione Europea", che ammicca alla possibilità di riformare questa Europa nella visione di un'altra Europa. Ipotesi che, nel prosieguo dell'intervento, passa però in secondo piano. Il passaggio successivo è sui movimenti di protesta dal basso, e qui Brancaccio si distacca nettamente dalle posizioni di certa sinistra ossessionata dalla purezza ideologica, allorché dichiara "…io credo che si debba intercettare quei movimenti… ovviamente bisogna saperlo fare…", l'applauso, questa volta, è più convinto, "…bisogna avere idee chiare, perché in questi nuovi scenari di protesta la concorrenza politica è tra forze antagoniste, si concorre gomito a gomito con i neofascisti. In quei contesti, o si ha la forza di egemonizzare, o si è egemonizzati e si tracolla!". L'ouverture brancacciana si conclude con la richiesta/speranza di potersi rivolgere ai presenti in sala con l'appellativo di "compagni". 

Tale dichiarazione è seguita da un applauso scrosciante, ma non unanime (sono un testimone oculare – n.d.r.). Subito dopo parte una delle sue tipiche stoccate: "questa è una fase di piccoli gruppi… piccoli gruppi crescono… e in quest'ottica sarebbe bene evitare, io spero, protagonismi inutili, che in fin dei conti sono il retaggio di una ideologia individualista, che è distruttiva per qualsiasi progetto politico in fieri… ed è un'impresa colossale… e nessuno da solo potrà farcela… insomma io credo che si debba evitare come la peste il protagonismo delle persone, la lotta tra singole individualità, insomma la pulsione che un tempo si sarebbe definita 'gruppettara'". Chissà con chi ce l'aveva?

Brancaccio prosegue ponendo la domanda topica: "esiste il rischio di una gestione gattopardesca della crisi dell'euro?". La risposta è affermativa. Nella sostanza egli teme che, pur con la fine della moneta unica, non si ponga per ciò mano al vero problema, che è costituito dal "profilo antistatuale, liberista e libero-scambista delle politiche economiche". E' necessario, per Brancaccio, chiarire che "qualsiasi soluzione, che anche soltanto ammicchi alla possibilità di affidarsi, in un modo o nell'altro, al libero gioco delle forze del mercato, qualsiasi soluzione che si affidi a quei videogiochi, intesi sia come movimenti dei prezzi, sia come movimenti dei cambi, qualsiasi soluzione di questo tipo è una soluzione gattopardesca, in fin dei conti liberista, che deve essere combattuta sul terreno dei fatti e deve essere respinta! Più in generale, occorre contrastare il rischio di una gestione gattopardesca della crisi, chiarendo che qualsiasi tentativo di distinguere tra unione monetaria europea e Unione Europea, cioè qualsiasi tentativo, magari di gettare via la moneta unica tenendo tuttavia in piedi intatto il Mercato Unico Europeo, è un'opzione sbagliata". Un applauso scrosciante copre le parole di Brancaccio, il quale continua affermando che "la storia sta muovendosi rapida… e che persino parole indicibili fino a qualche tempo fa, come 'protezionismo', come 'intervento pubblico nell'economia', e (concedetemelo) perfino 'socialismo'… possono tornare in gioco!".

Considerazioni di un videoreporter
Warren Mosler (con la giacca beige) prima dei lavori


Penso che questo convegno segni uno spartiacque e mi auguro, da iscritto all'ARS, che anche la nostra associazione possa presto dare un contributo, sia al dibattito che alla necessaria mobilitazione dal basso. 


Ho già fatto cenno alla discussione interna, il cui esito è stata la scelta di non co-promuovere, con MPL e Bottega Partigiana, il convegno. Alla fine hanno prevalso il timore di rimanere coinvolti in un confronto tutto interno alla sinistra radicale e la scelta di dedicare tutte le energie allo sforzo di far crescere la nostra organizzazione, a parere di molti ancora troppo piccola (poco più di qualche centinaio di iscritti) per proporsi come un vero ed esistente soggetto politico. Per quanto attiene la prima obiezione, essa mi sembra ampiamente smentita dall'andamento del convegno, stante il fatto che la frazione della sinistra radicale contraria ad identificare nell'euro e nell'Unione Europea il nemico da abbattere non solo non ha partecipato al convegno, ma lo ha addirittura boicottato attivamente. Una scelta legittima, in politica, ma che lascia l'amaro in bocca. Quanto alla seconda ragione, cioè il fatto che ARS deve dedicare tutte le sue energie allo sforzo di crescere, prima di proporsi come reale ed esistente soggetto politico, osservo che se è vero che prima di fare è necessario esistere, è altrettanto vero che, per esistere, è necessario fare.

Gli interventi di maggior rilievo sono stati quelli di Andrea Ricci ed Emiliano Brancaccio: il primo ci ha confermato che il PRC è ancora in mezzo al guado, e che è necessario attendere ancora prima di avere un quadro più chiaro della situazione in quel partito; Brancaccio, dal canto suo, ha fissato due paletti insuperabili all'ipotesi di "contaminazione tra diversi" in funzione della lotta per uscire dalla gabbia dell'euro e dell'UE: il rapporto con il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, e quello con i sostenitori della tesi secondo cui basta uscire dall'euro e lasciare spazio al libero gioco dei prezzi e dei cambi (magari addolcito da qualche marginale provvedimento di indicizzazione dei salari) perché tutto vada a posto.

Per quanto attiene il primo paletto, il rapporto con il Fronte Nazionale, questa posizione pone dei problemi ad ARS che, al contrario, è più possibilista, sebbene sempre altamente vigile. Saranno gli avvenimenti e le dichiarazioni dei prossimi mesi a chiarire la situazione. Quello che posso affermare, con convinzione profonda, è che ARS considera il fascismo in termini profondamente negativi (pur non demonizzandone alcune realizzazioni) e gli ascrive, tra le altre, due colpe imperdonabili: l'aver promulgato le leggi razziali nel 1938, e l'aver messo a rischio l'unità della Nazione con la scelta di dar vita alla repubblica di Salò, schierandola al fianco della Germania nazista.
Nino Galloni durante la sua prolusione


Diverso è il discorso per quanto riguarda il secondo paletto. In questo caso è ARS che deve essere rassicurata, da Brancaccio e da quanti si riconoscono in quello che ha detto nel suo intervento, sulla necessità di reintrodurre vincoli protezionistici e forti limitazioni alla libera circolazione di merci, capitali, servizi e, punto dolente, delle persone; intese, queste ultime, non come rifugiati che chiedono asilo dalle guerre e dalle persecuzioni, bensì come forza lavoro che preme sui confini, utile a ricostituire continuamente quell'esercito di riserva dei lavoratori che ARS vuole estinguere definitivamente nel nostro paese. Un segnale positivo, in tal senso, viene da una recente dichiarazione dello stesso Brancaccio, il quale ha fatto notare come i fenomeni migratori di massa siano una evidente conseguenza della libera circolazione dei capitali, delle merci e dei servizi.

Un'osservazione, infine, relativa all'intervento di Sergio Cesaratto. Sono rimasto molto perplesso, anzi negativamente sorpreso, dalla parte finale del suo intervento, allorché ha accennato alla lista Tsipras. Considero la lista Tsipras null'altro che il tentativo di limitare la critica al liberismo (insito nel progetto europeo) alla costruzione di una forza minoritaria critica dei suoi eccessi; con la speranza, ahimè vana, che queste istanze possano, un giorno lontano, prevalere, battendo i grandi interessi del capitale finanziario sovranazionale sul terreno di gioco da esso stesso costruito. Insomma, un sogno… o un "fogno", se anche SEL sarà della partita.


* Fonte: Appello al Popolo

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