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mercoledì 2 ottobre 2019

MANOVRA 2020: ECCO A VOI IL CONTE-BIS di Comitato Centrale di P101

[ mercoledì 2 ottobre 2019 ]

COMUNICATO N. 11/2019 DEL COMITATO CENTRALE DI P101




La manovra senz'anima del governo della restaurazione


Alla fine il Consiglio dei ministri ha partorito la Nadef, la settembrina Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che fa da cornice alla Legge di bilancio vera e propria.

Solo da quest'ultima, la cui presentazione è prevista per metà ottobre, si capiranno i dettagli di una manovra economica che si annuncia di puro galleggiamento, senz'anima e senza idee forti. Una manovra comunque recessiva e con più tasse, nella quale - come avevamo ampiamente previsto - le mille promesse di agosto si sono sciolte come neve al sole.

Se la Legge di bilancio ci dirà di più, un giudizio politico sull'operato del governo della restaurazione è già possibile.

1. Le clausole di salvaguardia sull'IVA solo congelate, non cancellate


Come sapevamo, il Conte-bis potrà beneficiare di una maggiore flessibilità europea sul deficit, rispetto a quella ben più striminzita con la quale gli eurocrati puntavano a mettere con le spalle al muro il precedente governo gialloverde. Mentre a quest'ultimo si chiedeva un deficit all'1,6-1,8% sul Pil, all'attuale governo verrà concesso il 2,2%. Quattordici miliardi in più rispetto al tendenziale, fissato - calcolando l'aumento dell'IVA e le minori spese per Reddito di cittadinanza e Quota 100 - all'1,4%. Questa scelta eminentemente politica, con la quale l'Ue ha inteso premiare un governo servile e subalterno, è tuttavia modesta e, soprattutto, limitata al solo 2020. La riprova sta nel fatto che le clausole di salvaguardia dell'IVA non sono state cancellate, bensì solo congelate per il prossimo anno. Ciò significa che già dalla primavera prossima ripartirà il solito tormentone su come rinviarle un'altra volta, condizionando così ogni possibilità di future manovre davvero espansive.

2. Una finanziaria recessiva che toglierà all'economia reale almeno 9 miliardi di euro


Dai conti del governo si evince che a legislazione vigente, e senza aumento dell'IVA, il deficit 2020 si sarebbe attestato al 2,7%. Portarlo al 2,2% significa togliere all'economia nazionale qualcosa come 9 miliardi di euro. Una sottrazione tanto più grave di fronte all'attuale crescita zero ed all'attesa di una recessione vera e propria. Una sottrazione che avverrà principalmente con un aumento della pressione fiscale (previsto il recupero di circa 10 miliardi e mezzo) e con nuovi tagli per un miliardo e mezzo di euro. Tutto ciò "compensato" soltanto con una riduzione del cuneo fiscale per soli 2,7 miliardi.

3. La vergognosa elemosina sul "cuneo fiscale"


Sul punto, dopo tante promesse, la montagna ha partorito il topolino. Il beneficio fiscale, che dovrebbe interessare la stessa platea dei renziani "80 euro" del 2014 (circa 11 milioni di persone), scatterà solo dal 1° luglio 2020, portando nelle buste paga di chi ha un reddito sotto i 26mila euro lordi, una cifra attorno ai 40 euro mensili. Una vera miseria, di fronte alle condizioni di questa fascia di reddito; una misura del tutto inefficace dal punto di vista macro-economico, visto che non è con queste cifre che si può rilanciare la domanda interna.

4. La fine ingloriosa, e prevedibile, delle promesse di agosto


Dalle notizie ad ora disponibili - il testo integrale della Nadef non è stato ancora pubblicato - tutte le mirabolanti promesse di agosto sono uscite dal radar di Palazzo Chigi. Dell'aumento dei 100 euro mensili agli insegnanti, come dei 4 miliardi necessari al rinnovo dei contratti del pubblico impiego non c'è traccia. Idem per il programma straordinario di assunzioni, per non parlare delle maggiori risorse per la scuola, l'università, il welfare, i disabili e le famiglie. Certo, qualcosa avranno scritto, ma evidentemente senza precisi impegni di spesa per il 2020.

5. Una finanziaria senz'anima


Siamo dunque di fronte ad una manovra di galleggiamento, priva di ogni idea forte. Una finanziaria senz'anima che non vorrebbe scontentare troppo gli italiani, rassicurando al contempo l'oligarchia di Bruxelles e Francoforte. Una finanziaria che non risolvendo alcun problema del Paese, finirà per aggravarli tutti. Perlomeno un anno fa le due misure di bandiera di Lega ed M5s (Quota 100 e Reddito di cittadinanza) provavano a dare un po' di respiro ai settori sociali maggiormente colpiti dalla crisi e dall'austerità targata Europa. Misure insufficienti anche quelle, ma che viste oggi - alla luce del micragnoso nulla della finanziaria di Gualtieri - appaiono quantomeno come un onesto per quanto pasticciato tentativo di invertire la disastrosa rotta imposta dai vincoli europei al nostro Paese.

6. L'amministratore di condominio Roberto Gualtieri


Da questa vicenda l'osannata figura del nuovo ministro dell'Economia, l'eurista a tutto tondo Roberto Gualtieri, esce del tutto ridimensionata. Una Legge di bilancio fatta in questo modo, con mille interventi, nessuno dei quali davvero significativo, più che ad un titolare della politica economica fa pensare ai piccoli stratagemmi di un amministratore di condominio. Per giunta un condominio assai litigioso. E' questa la fine che si fa quando si va ad applicare quelle regole che pure si è voluto al fine di imporre l'ordine ordo-liberale ad un paese come l'Italia.

7. La bandiera autoritaria della lotta al contante


Alla fine, da una finanziaria come questa, esce solo una bandiera: quella della lotta al contante. Che è poi la bandiera issata dalle banche e dalla grande finanza, nonché dall'ossessivo pensiero unico del politicamente corretto. Dietro alla motivazione ufficiale della lotta all'evasione - quella dei poveracci, beninteso, mica quella delle multinazionali, ci mancherebbe! - c'è l'interesse delle banche, nonché (cosa ancora più importante) la volontà di arrivare ad un controllo totale sulla vita delle persone. Per queste ragioni Programma 101 si oppone totalmente alle misure previste dal governo contro l'uso del denaro contante.

8. Conclusione: nell'Ue si soffoca, viva l'Italexit


I contenuti della Nadef, quelli prevedibili della prossima Legge di bilancio, non fanno che confermare quel che diciamo da anni: non c'è alcuna possibilità di uscire dalla crisi dentro la gabbia europea. Se i risultati della "flessibilità" transitoria ottenuta dal governo della restaurazione sono questi, figuriamoci cosa dobbiamo attenderci per il futuro. Nell'euro e nella Ue si soffoca, l'Italexit è sempre più necessaria. Anche per questo manifesteremo il prossimo 12 ottobre a Roma, anche per questo invitiamo tutti a farlo insieme a noi.

Roma, 1 ottobre 2019



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lunedì 15 aprile 2019

IL GOVERNO TRIA-PARTITO di Leonardo Mazzei

[ 15 aprile 2019 ]


L'avevamo scritto subito: quello presieduto da Conte non è semplicemente il governo giallo-verde. In realtà esso ha tre componenti, visto che, oltre ad M5S e Lega, è presente anche la Quinta colonna voluta da Mattarella per chiudere la crisi di maggio. Ed il primo rappresentante di questo "terzo partito" al governo è Giovanni Tria.
Il DEF (Documento di Economia e Finanza) 2019, licenziato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri, porta ovviamente (insieme a quella di Conte) la firma del ministro dell'economia. Questo impone la forma, che in questo caso si sposa però con la sostanza. Tria ha imposto un documento asettico, ragionieristico, verrebbe da dire "apolitico", non a caso piaciuto al capo di Confindustria Boccia, che ne ha apprezzato il "realismo".


Roba da non credere


Ma che dice il DEF? La risposta è semplice, dato che in buona sostanza non dice nulla. L'ideale per un Paese privato largamente della sua sovranità. Dunque, l'esangue "pensiero" del Tria sarà certo piaciuto a Berlino e a Bruxelles. Viceversa, dubitiamo assai che sia stato gradito dai due vicepremier, i quali però devono adesso decidere cosa voglion fare da grandi.

L'impostazione del DEF è desolante. A differenza dello scorso autunno, si ammette ora che l'Italia (certo non da sola) è ormai in una situazione di stagnazione economica. Peggio, si ammette tranquillamente che tutto ciò è destinato a durare almeno fino al 2022 (duemilaventidue). E come si risponde a questa prospettiva, semplicemente tremenda per un Paese ancora al di sotto del Pil pre-crisi? Non si sa. Perlomeno nel DEF non c'è scritto.

Tutti sanno che servirebbero potenti misure anti-cicliche. Da subito, e per i prossimi anni. E invece? Invece si citano soltanto il "Decreto Crescita" e il cosiddetto "Sblocca cantieri", provvedimenti che si calcola porteranno (così dice il DEF) un incremento del Pil dello 0,1%! Roba da non credere. E gli investimenti? La promessa è di aumentarli dall'attuale 2,1% sul Pil al 2,6% nel 2022. Una misura asfittica che si commenta da sola.

La logica di Tria è del resto stringente. Per lui quel che conta è tener buona la Commissione, garantendo i conti, se necessario anche con l'aumento dell'IVA. 

I casi sono due


Politicamente parlando, i casi sono due: o il governo è allo sbando totale, o questo DEF non vale un fico secco. Anche se lo sbando c'è, propendiamo per la seconda ipotesi. Probabilmente, sia Di Maio che Salvini hanno preferito non accendere lo scontro con l'UE adesso, ad un mese e mezzo da quello che — a nostro avviso sbagliando — ritengono come il momento del decisivo redde rationem: le elezioni europee del 26 maggio. 

Ad indulgere troppo su questa rassicurante narrazione è soprattutto Salvini. Senza dubbio il leader della Lega avrà quel giorno un'affermazione. Ma sarà un successo da spendersi soprattutto in patria, visto che a livello europeo il blocco delle forze euriste — che non comprende solo PPE e PSE, includendo invece anche liberali e verdi — manterrà, pur indebolendosi assai, il controllo del parlamento di Strasburgo.

Senza dimenticare poi che in Europa il parlamento conta quel che conta, essendo l'UE un'Unione di Stati a dominanza tedesca, al massimo franco-tedesca. Una struttura costitutivamente irriformabile ed ademocratica, anche se in tempo di elezioni tutti (da Fratelli d'Italia, fino alla cosiddetta "sinistra radicale") si dilettano a parlare di come riformarla.

Ma torniamo al DEF. La nostra impressione è che questo documento fotografi uno stallo impressionante. Molti pensano che il governo giallo-verde sia alla frutta, ma forse quel è veramente agli sgoccioli è il curioso equilibrio a tre imposto da Mattarella. Forse quello che sta per implodere, oramai dopo le elezioni di maggio, è solo il tripartito, o come potremmo dire con un gioco di parole il Tria-partito.

Noi ci auguriamo che le cose stiano così, che i conti con la Quinta colonna mattarelliana vengano alfine regolati.

Ma anche questo non sarebbe sufficiente, dato che la defenestrazione di Tria avrebbe senso solo nella prospettiva dello scontro con Bruxelles. Nell'autunno scorso si arrivò al noto compromesso, che ha comunque consentito di portare a casa il Reddito di cittadinanza e "Quota 100". Quest'anno non ci saranno più spazi. 

Cosa faranno a quel punto Di Maio e Salvini noi non lo possiamo sapere. Tuttavia, per tanti e variegati motivi, ci pare difficile che essi possano semplicemente alzare bandiera bianca di fronte all'offensiva dell'establishment, come vorrebbe la narrazione giornalistica che va per la maggiore.

Che i due non siano adeguati di fronte a quel che si profila è cosa ovvia, che questo sia sufficiente a decretarne la piena sconfitta politica è tutto da vedersi. Mai dimenticarsi infatti che pure le élite non son messe tanto bene.

Dopo le elezioni


Quel che possiamo dire è che dopo le europee la propaganda dovrà lasciare il posto alle cose serie. O il governo saprà predisporre un vero piano di battaglia nei confronti dell'UE, o la sconfitta verrà da se. 

Approntare decise misure anticicliche, varare un corposo piano di investimenti pubblici, ribadire il no secco all'austerità: questo l'indispensabile "piano a" da mettere in campo, questo il segnale della vera svolta: altro che l'insulsa nenia del DEF! Altro che tagli e flat tax!

Ma davanti alla pressoché certa chiusura di Bruxelles, il "piano a" sarebbe morto in partenza senza l'alternativa di un "piano b", che per essere credibile deve includere l'Italexit, l'uscita dalla gabbia eurista.

Ci sarà questo coraggio? Difficile crederlo ma, se non vi sarà, la rivincita delle oligarchie risulterà devastante per gli interessi del popolo lavoratore. Questo, almeno questo, ha da essere chiaro a tutti.


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martedì 12 marzo 2019

ITALIA IN RECESSIONE, PERCHÉ? di Piemme

[ 12 marzo 2019 ]

Dunque l’economia italiana è entrata, a partire dall’ultimo trimestre del 2018, in recessione (ne scrivevamo giorni addietro). 


La grande macchina della propaganda di regime ha subito scovato il colpevole, il governo giallo-verde. 

E’ davvero così? No che non è così, e ce lo dicono i numeri.

Numeri che gli stessi vessilliferi neoliberisti nonché nemici giurati del governo tirano in ballo, ciò facendo smentendo sé stessi.

Un esempio lampante di come questi signori s’impappinano impigliandosi in clamorose contraddizioni, ce lo fornisce un bocconiano di ferro, Francesco Daveri, docente di Macroeconomia, intervistato da Il Sole 24 Ore. Ascoltare per credere.

Ma che ci dice in buona sostanza il Daveri?

Che malgrado il rallentamento dell’economia tedesca — “se la Germania va meno bene noi andiamo meno bene perché siamo fortemente integrati, e questo ha lasciato un segno” —, i dati dell’Istat riferiti al quarto trimestre 2018 mostrano che il “contributo netto della domanda estera è stato positivo”. Traduzione: siccome il saldo tra le esportazioni rispetto alle importazioni è stato positivo, la recessione non dipende anzitutto da fattori esogeni.

Da che dipende allora?  Afferma Daveri che la causa primaria è stata il calo della domanda interna e degli investimenti.

Anche un profano capisce, dal momento che le due misure principali del governo sono quelle del Reddito di cittadinanza e Quota 100 (che per definizione sono misure dedicate a aumentare la domanda interna), non solo esse non han causato la recessione, ma vanno proprio nel senso contrario. Per dirla con Keynes: in fasi recessive la domanda aggregata è funzione reale dell’offerta di moneta.

Se dunque una critica si può fare al governo giallo-verde è semmai che con la Legge di bilancio è stato fatto troppo poco, che per risollevare la domanda interna occorrerebbero ben più coraggiose misure, tra cui appunto, un piano massiccio di investimenti pubblici nonché forti aumenti salariali.

Già, ma se proprio occorre cercare un colpevole, di chi è se non dell’Unione europea che ha costretto il governo a recedere dal già modesto 2,4% di deficit per accettare il 2,04? Di chi la colpa della recessione e se è stato fatto troppo poco se non dell’Unione europea e delle sue regole sul pareggio di bilancio? Di chi la colpa se non del fatto che l’Italia è stata privata della sua sovranità monetaria non potendo emettere moneta ma solo prenderla in prestito dalla Bce?

Ciononostante l’organo della Confindustria titola “Perché la legge di bilancio non è piaciuta ai mercati e all’Europa”. E perché, malgrado vada nella direzione di aggredire la prima causa della recessione (la stagnante da più di un decennio domanda interna, crollata, detto per inciso, con la cura Monti) la manovra non piace? E’ presto detto: perché stante le regole europee (Pareggio di bilancio in primis, le clausole del Fiscal compact, ecc.) né Reddito di cittadinanza né Quota 100 sarebbero “misure sostenibili nel tempo”. E perché non sarebbero sostenibili? Perché l’Italia, per rientrare nei parametri Ue dovrebbe con la prossima Legge di bilancio 2020, ammesso che ciò basti agli eurocrati, far scattare le famigerate “clausole di salvaguardia), ovvero aumentare l’Iva sui tutti i beni di consumo appunto per mantenere il deficit pubblico sotto il 3%, pena pesanti sanzioni. Quindi una letale mazzata ai consumi che trasformerebbe l’attuale mini-recessione in recessione dispiegata.

E’ facile intuire che la tregua tra governo e Commissione sancita con l’ultima legge di bilancio sarà seppellita non appena si saranno chiuse le urne delle europee. La Commissione passerà all’attacco chiedendo al governo un Def e une Legge di bilancio 2020 fortemente austeritaria e forse già a giugno una “manovra correttiva”.

C’è chi scommette sul fatto che questo governo capitolerà come ha fatto Tsipras in Grecia. Noi non ne siamo così sicuri. Né tantomeno ce lo auguriamo, come fa invece il grande fronte trasversale guidato dai poteri forti euro-liberisti. 


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domenica 10 marzo 2019

CAMBIARE AGENDA (basta TAV) di Emmezeta

[ 10 marzo 2019 ]
Non se ne può più. La recessione è ormai una certezza, i dati sui costi dell'euro sono spaventosi, quelli sull'andamento dei salari pure (e la Cgil se ne è accorta solo ora...), ma in Italia si discute del Tav. 
Dall'Europa arrivano minacce a raffica, il Paese rischia di essere costretto a nuove torture austeritarie, ma governo ed opposizione discutono del Tav, quasi fosse questo lo snodo decisivo per le future sorti.
Ma vi pare normale? Vi pare normale che un progetto che è lì da trent'anni perché non ha mai corrisposto ad un'esigenza vera, diventi all'improvviso il toccasana di cui c'è bisogno? La verità è che, lo si faccia oppure no, nulla di sostanziale davvero cambierà.

La verità è che sono le èlite euriste a scegliere l'agenda del dibattito pubblico. In questo senso [momentaneamente derubricata l'immigrazione, Ndr] il Tav è un'arma di distrazione di massa, un modo per far implodere il governo, un trucco per occultare i veri problemi.

In realtà il governo non cadrà su questo. Il carteggio che potete leggere qui, tra il governo italiano e la Telt (società incaricata di gestire la realizzazione della Lione-Torino) ci dice quale sia il nuovo compromesso. Domani la Telt emetterà i cosiddetti bandi, in realtà semplici "avis dé marchés" (cioè inviti a presentare candidature) come sottolinea in francese la società dalla sua sede parigina. Ma il governo, attraverso una lettera di Conte, ha fissato sulla carta alcuni paletti, riservandosi (senza oneri e senza accettare alcun vincolo giuridico) la decisione di ultima istanza. Paletti che la Telt ha esplicitamente accettato.

Non addentriamoci ora sui particolari di questo compromesso. Di certo i Cinque Stelle diranno di aver vinto e la Lega pure, mentre i giornaloni ci spiegheranno un'altra volta che si tratta di una vittoria di Salvini. A noi non pare che sia esattamente così. Il problema è che in parlamento i Cinque Stelle sono i soli contro il Tav.
Al momento possono solo frenare il progetto, non cancellarlo.
Questi sono i rapporti di forza reali, è così difficile capirlo?
Ma lasciamo perdere.

Quel che qui ci interessa è ben altro. Basta con il Tav!
Basta col farsi imporre l'agenda dall'avversario. 

Sia Salvini che Di Maio devono stare attenti. Il primo è certamente sotto la pressione dei capibastoni del nord, del tutto interni all'elitario "Partito del Pil", il cui scopo fondamentale è quello di riportare nelle stanze del governo gli uomini di sempre.
Il secondo fa bene a difendere le posizioni di M5S, ma sbaglierebbe ad aprire la crisi sul Tav. Altri sono i punti su cui arrivare eventualmente al redde rationem con la Lega, primo tra tutti il "regionalismo differenziato".

Bene o male, ma certamente assai meglio di quanto auspicavano i detrattori di ogni risma,  Quota 100 e Reddito di cittadinanza sono partiti. Non è poco, dato che si tratta dei due provvedimenti simbolo del cambiamento promesso. Misure insufficienti certo, ma misure importanti che vanno comunque nella giusta direzione. E' anche per occultare questi successi che le èlite hanno deciso che bisognava parlare del Tav.

Adesso però lo sguardo va rivolto più a nord, al prossimo scontro con l'oligarchia eurista. Lo scorso anno un compromesso è stato raggiunto, quest'anno scordiamocelo. E soprattutto togliamo di mezzo ogni illusione sui cambiamenti legati all'elezione del nuovo parlamento europeo.
L'Unione europea non funziona come uno stato democratico: non è uno Stato, tantomeno è democratica.
L'Unione europea è teoricamente un'unione di Stati, praticamente una gabbia antidemocratica a dominanza tedesca.

Il quadro che si preannuncia è dunque nitido: o il governo va verso la Caporetto di una resa totale, o lo scontro sarà inevitabile. Ma questa partita non si giocherà solo dopo le europee, solo con la Legge di bilancio. Essa inizierà a giocarsi con il DEF, che dovrà essere presentato già ad aprile, ma dipenderà da tanti fattori: primo tra tutti il coraggio di affrontare davvero la battaglia decisiva con Bruxelles, Berlino e Francoforte.

C'è o non c'é nel governo questo coraggio? Se non c'è, inutile parlare di Tav, che resterebbe solo da alzare la bandiera bianca. Se c'è, come ci auguriamo, è lì che va concentrata tutta l'attenzione, tutta la comunicazione, tutta la mobilitazione.
Altro che Tav!

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giovedì 11 ottobre 2018

VA BENE LA MANOVRA DEL GOVERNO? di Pasquale Tridico e Giacomo Bracci

[ 11 ottobre 2018 ]

Crescono le persone intelligenti che non danno addosso al governo. Secondo Tridico e Bracci l’Italia sta per varare ora una politica più espansiva. La manovra spingerà la crescita e ridurrà il rapporto debito-Pil.

L’Italia non è affatto un paese spendaccione, o che ha vissuto sopra le sue possibilità come è stato più volte detto: non è quindi un paese che si merita una cura dimagrante. Per dirlo basta dare uno sguardo ai dati. Il dato sicuramente più importante, come sanno gli economisti, è il saldo di bilancio primario, ovvero la differenza fra spesa pubblica e tassazione, che è in attivo da due decenni. Come ha ricordato un economista francese, molto influente in Europa, Jean Pisani-Ferry su Project Syndicate proprio lo scorso maggio, il debito pubblico italiano non è il risultato di disavanzi primari scellerati: il saldo di bilancio primario, con l’eccezione del 2009, è stato in attivo per oltre 20 anni. Ciò significa, in sostanza, che i governi italiani hanno tassato più di quanto hanno speso per consumi e investimenti, ed è stata la piuttosto la spesa per interessi a far crescere il disavanzo e il debito. Come si evince dalla Figura 1, il saldo primario di bilancio dell’Italia è stato costantemente al di sopra del saldo primario francese dal 1995 al 2018, restando peraltro molto al di sopra di quello spagnolo dopo il 2007, e di sopra a quello tedesco, almeno fino al 2006, e poi sostanzialmente in linea con quest’ultimo. Dalla metà degli anni ’90, perciò, l’Italia ha praticato una sostanziale politica di contenimento del bilancio pubblico, cumulando in 23 anni un avanzo primario di +54%, mentre la Francia ha cumulato nello stesso periodo un disavanzo primario di -21%. Peggio della Francia la Spagna, mentre la Germania un po’ meglio, ma comunque inferiore rispetto all’Italia come è evidente dalla figura in basso.
Questo tuttavia non ha aiutato la crescita del Pil italiano. Anzi. Probabilmente, come sostengono in molti, e non solo economisti keynesiani, questo ha contribuito a una dinamica stagnante del Pil e ad un aumento del rapporto debito/Pil.
Figura 1. Fonte: Database AMECO – Commissione Ue
Sebbene il debito italiano sia molto elevato in rapporto al Pil, il disavanzo pubblico italiano non ha generato procedure di infrazione in questi anni e anche la manovra economica del governo Conte lo mantiene al 2,4% del Pil per il 2019, al di sotto del limite del 3% previsto dal braccio correttivo del Patto di Stabilità e Crescita europeo. Come ha ricordato Riccardo Realfonzo in un recente articolo su economiaepolitica.it a commento della Nota di Aggiornamento al Def, la manovra manifesta però una inversione di tendenza sia rispetto alle politiche di austerità o di neutralità dei governi precedenti. Il governo infatti sceglie la via dell’espansione fiscale per ridurre il rapporto debito/Pil tramite la crescita che prevede di generare attraverso una serie di interventi. Si tratta di una soluzione di discontinuità rispetto al quadro macroeconomico tendenziale, che vedrebbe il disavanzo all’1,2% nel 2019, e che come scrive Realfonzo aumenta il disavanzo di circa 30 miliardi rispetto alle previsioni del Documento di Economia e Finanza di aprile del governo Gentiloni.
Il governo sostiene che la manovra sarà in grado sia di far crescere l’economia che di stabilizzare il debito, e di farlo scendere. Per verificare tale affermazione, ci aiutano sia la teoria economica che la matematica. Non c’è dubbio, né discordia tra gli economisti, circa la formula (B), (ripresa recentemente da importanti economisti quali Domenico Nuti e ancor prima da Alberto Bagnai) che descrive come il rapporto debito/Pil si stabilizza, seguendo dalla seguente espressione:
Dove D è il rapporto Debito/Pil nell’anno 2018, C è il tasso di crescita nominale del Pil nell’anno successivo. Un deficit più basso del risultato della formula B, porta ad una riduzione del rapporto Debito/Pil.
Vediamo quindi i numeri della Nota di aggiornamento al DEF tra il 2018 e il 2019: il rapporto Debito/Pil (D) nel 2018 è 130.9%. Il tasso di crescita nominale del PIL nel 2019 è previsto al 3,1% (di cui 1,5% dovuta all’inflazione e 1,6% alla crescita del prodotto). Quindi avremo:
B=130,9*0,031/(1+0,031)=3,93%
Come volevasi dimostrare, B, ovvero 3,93% è maggiore del deficit fissato a 2,4%.
Un risultato simile si ottiene anche se la crescita reale del PIL dovesse scendere fino all’1%, stima considerata troppo bassa anche da altre istituzioni internazionali quali FMI e Commissione UE. In questo scenario, e con l’inflazione all’1,6%, B sarebbe uguale a 2,7%, comunque ancora superiore a 2,4% e sufficiente per far scendere il Debito. Quindi, anche con un tasso di crescita reale inferiore a 1,5% (e/o anche con un tasso di inflazione inferiore a quello stimato, e quindi con un tasso di crescita nominale fino a 2,5/2,6), il Debito sarebbe sostenibile.
Inoltre, la Commissione europea chiede per il 2019 un aggiustamento del deficit strutturale di 0.6%, mentre nelle stime del Governo il saldo strutturale diminuirà dello 0.8%. Le stime del deficit strutturale si basano su una stima del Pil potenziale – ovvero il livello del Pil che un Paese otterrebbe utilizzando al massimo livello possibile i fattori produttivi, capitale e lavoro – su cui gli economisti si dividono da anni, e che è stata più volte contestata anche ufficialmente dai tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze negli anni scorsi. Il principio sottostante a questa metodologia è che gli stati possono spendere di più quando l’output gap è negativo ed il Pil effettivo è inferiore al Pil Potenziale, e di meno quando il Pil effettivo è superiore al Pil potenziale e l’output gap è positivo. Il Pil potenziale è associato ad un tasso di disoccupazione “ottimale” che indica il minimo livello di disoccupazione al di sotto del quale si andrebbe verso un’accelerazione dei salari, considerati come una proxy dell’inflazione (NAWRU). Questo tasso per l’Italia si attesta al 10% nel 2018, un livello decisamente troppo alto secondo molti economisti che osservano come in altre aree economiche avanzate tassi di disoccupazione decisamente più bassi siano associati ad un livello di inflazione basso e stabile: è il fenomeno secondo cui nella maggior parte delle aree avanzate si osserva un sostanziale appiattimento della curva di Phillips, che tradizionalmente dovrebbe invece mostrare una relazione inversa fra salari (e quindi prezzi) e disoccupazione.
Inoltre, per i noti effetti di isteresi (descritti recentemente anche da De Long-Summers e da Fatas-Summers), il prodotto potenziale futuro può essere incrementato da politiche che garantiscono un minore output gap oggi; una politica fiscale di breve periodo, con disavanzi temporanei, può far aumentare il prodotto potenziale.
La metodologia europea infine, sottostima il Pil potenziale italiano e lo stesso tasso di disoccupazione “ottimale” segue da molto vicino il tasso di disoccupazione effettivo, non permettendo quindi politiche espansive quando sarebbero maggiormente necessarie. Questo approccio, poi, non considera nelle forze lavoro una larga parte di forze lavoro scoraggiate – composte da chi è senza lavoro ma non lo cerca attivamente – e perciò non riesce a cogliere le reali condizioni del mercato del lavoro, che determinano i margini di manovra del governo.
In questo senso, l’attuazione del Reddito di Cittadinanza associata al potenziamento dei centri per l’impiego costituisce una vera e propria riforma strutturale del mercato del lavoro, nella misura in cui può aiutare a reimpiegare parte di quegli oltre 3 milioni di scoraggiati che da anni non cercano più attivamente lavoro. Come già scritto su queste colonne in un articolo a firma di Pasquale Tridico, Walter Paternesi Meloni e Giacomo Bracci, l’afflusso degli scoraggiati presso i centri per l’impiego permetterebbe di rivedere al rialzo il tasso di partecipazione alla forza lavoro, che nella metodologia europea contribuisce alla crescita del Pil potenziale: si aprirebbe così uno spazio fiscale aggiuntivo che può essere utilizzato per aumentare l’occupazione evitando di far crescere il deficit strutturale a livelli passibili di sanzioni. Il meccanismo, che può apparire complesso, riflette semplicemente la natura strutturale e non soltanto ciclica del reddito di cittadinanza così come è stato congegnato dal governo: si aumenta la produttività complessiva del Paese grazie alla ricostruzione delle competenze e del capitale umano di milioni di persone.
Inoltre, bisogna ricordare la necessità sociale di un provvedimento come il Reddito di cittadinanza, che si configura come un reddito minimo condizionato utile sia ad aggredire gli elevati livelli di povertà, vera emergenza nazionale, che a favorire il reinserimento dei lavoratori nel mercato del lavoro; strumento simile a quello esistente nella maggior parte dei paesi europei e che la stessa Unione Europea chiede a gran voce nell’art. 14 del nuovo Pilastro Sociale, laddove afferma solennemente che: “Tutti coloro che non hanno risorse sufficienti hanno il diritto a ricevere un reddito minimo che assicuri la dignità della vita in tutti i suoi stadi, e un effettivo accesso ai beni e ai servizi. Per tutti coloro che sono in grado di lavorare, il reddito minimo dovrebbe essere combinato con incentivi ad essere reintegrati nel mercato del lavoro”.
Questa misura, che prevede un finanziamento di 10 miliardi, permetterà a chiunque si trovi a vivere al di sotto della soglia di povertà stabilità dall’Eurostat (9360 euro di reddito annuale) di ottenere un’integrazione di reddito fino a tale soglia. Gli effetti moltiplicativi di tale misura sono evidenti, tanto più laddove il sostegno andrà a beneficiari con reddito nullo o molto basso, e quindi con propensione al consumo pari a 1. L’idea di veicolare il sostegno al reddito attraverso un bancomat, servirà non solo per la tracciabilità dei consumi, ma anche per innescare incentivi a consumare (sono previsti infatti incentivi per il consumo totale del sussidio mensile). Inoltre, ci saranno dei filtri di accesso attraverso l’ISEE e degli aggiustamenti attraverso una scala di equivalenza familiare.  I beneficiari inoccupati, in cambio, si impegneranno a fornire un minimo di ore settimanali in lavori di pubblica utilità per le comunità locali e soprattutto a frequentare percorsi di riqualificazione professionale che permettano di transitare nuovamente verso il mondo del lavoro. Anche la riqualificazione e il potenziamento dei Centri per l’impiego, con la destinazione di 1 miliardo di euro risorse, per l’assunzione di nuove unità operative, avrà effetti moltiplicativi sui consumi sull’occupazione e sul reddito.

Figura 2. Fonte: ISTAT
Inoltre, la manovra prevede il superamento della legge Fornero tramite l’introduzione della “quota 100”: chiunque abbia maturato almeno 38 anni di anzianità contributiva può accedere alla pensione a partire dai 62 anni di età. Oltre a garantire una transizione serena verso il pensionamento, la misura consente di sbloccare un necessario ricambio generazionale, con effetti espansivi sull’occupazione a parità di domanda di lavoro aggregata. Viene introdotta inoltre la “flat tax” con un’aliquota del 15% sugli utili dei professionisti, delle piccole imprese e degli artigiani; al contempo, l’imposta sugli utili d’impresa (Ires) viene tagliata al 15% per le aziende che reinvestono i profitti e assumono lavoratori aggiuntivi. Anche questo intervento può avere importanti effetti espansivi ed un moltiplicatore elevato. Una parte consistente della manovra è inoltre dedicata al rilancio degli investimenti pubblici, già in gran parte finanziati ed appena sbloccati ed allocati sul triennio, sia di carattere infrastrutturale che nell’ambito della ricerca scientifica e tecnologica, e alla promozione di riforme strutturali e incentivi a vantaggio degli investimenti privati e degli ammortamenti, anche qui con effetti moltiplicativi sul reddito Il rilancio delle attività produttive, degli investimenti pubblici e degli incentivi, tuttavia, dovrà passare attraverso il necessario miglioramento dei processi decisionali nella PA, e la necessaria modifica del Codice degli appalti che oggi appare troppo complessa e burocraticamente cavillosa.
Rimane la questione del rifinanziamento del Debito sui mercati, soggetto evidentemente all’andamento del cosiddetto “spread”, il differenziale fra i rendimenti decennali del Bund tedesco e del Btp italiano che viene considerato una misura di rischio Paese. Certamente i tassi d’interesse incorporano le componenti aggiuntive del premio al rischio – rispetto ai tassi dei paesi considerati più “affidabili” (con più alto merito creditizio, in genere quelli della Germania per i paesi dell’Eurozona). Dal momento che non c’è per il nostro Paese un rischio di ridenominazione del debito – che si verifica nel caso in cui il governo decidesse di convertire il debito in una valuta nazionale – né un rischio di inflazione e svalutazione tangibile, l’unico pericolo rimane il ripudio del debito con il rischio di default, o più verosimilmente una ristrutturazione del debito. Il rischio Paese è quindi soprattutto dettato dalla mancanza di liquidità percepita, ovvero il costo che un detentore di titoli di stato deve sostenere per venderli quando è difficile trovare compratori.
È opportuno anche ricordare, come hanno scritto Antonella Stirati e Walter Paternesi Meloni in un articolo su INET Economics, che le dinamiche all’interno degli stessi “mercati finanziari” sono spesso guidate dall’azione di poche e grandi istituzioni finanziarie, che sono sensibili alle tensioni che possono nascere fra uno stato membro della zona euro e le istituzioni europee, in particolare la Banca Centrale Europea. Queste tensioni influiscono in maniera significativa sulla rischiosità dei titoli di stato dei Paesi che ne sono protagonisti a prescindere dai fondamentali di questi Paesi, perché possono implicare un rischio di ristrutturazione del debito o default in un’area valutaria nella quale la Banca Centrale Europea non svolge per decreto il ruolo di prestatore di ultima istanza degli Stati, a differenza di quanto avviene nella maggior parte delle aree economiche avanzate.
Le agenzie di rating (quali Moody, Standard&Poor’s e Fitch) sono considerate i “guardiani” dell’affidabilità ed in un certo senso la garanzia dei mercati. Ma come è possibile affidare a tre grandi agenzie/aziende monopoliste, che da sole controllano circa il 90% del mercato globale, la garanzia per i mercati?  Le stesse agenzie che alla vigilia della crisi del 2008-09, davano il miglior rating possibile alle grandi corporation che da li a poco sarebbero completamente fallite.  Agenzie che erano e tuttora rimangono in pieno conflitto di interesse, poiché suggeriscono prodotti finanziari che loro stesse valuteranno.
Anche la tanto temuta relazione tra tassi sui mutui delle famiglie e “spread” non sembra robusta. Se ci può essere una relazione nel lungo periodo, nel breve periodo questa relazione non sembra esistere come il grafico di sotto suggerisce.
Figura 3. Fonte: Base Dati Statistica – Bankitalia e IMF World Economic Outlook
In questo contesto sembra utile, oltre che giusto, affidarsi alla teoria economica e alle evidenze empiriche per emettere valutazioni. Entrambe ci dicono che le politiche di rientro del debito pubblico dipendono dall’andamento del saldo primario, nel caso dell’Italia previsto pacificamente all’1,3% il prossimo anno, dalla differenza tra la crescita reale del Pil (intorno all’1,5%) e il tasso di interesse reale pagato sul debito pubblico (che per l’Italia si attesta attorno all’1,5% considerando come riferimento i Btp) e dagli andamenti della politica monetaria, che è tuttora è espansiva, sebbene sia previsto un rallentamento del quantitative easing. In queste condizioni, favorevoli, il rapporto Debito/Pil diminuirà, e di conseguenza migliorerà la sostenibilità del debito.
Figura 4. Fonte: Database AMECO – Commissione Ue

Figura 4a. Fonte: Database AMECO – Commissione Ue  
  
         Figura 4b. Fonte: Database AMECO – Commissione Ue

L’aumento del rapporto Debito/Pil da valori vicino al 100% nel 2008 ai valori di circa 130% di oggi è quindi da ascrivere al peggioramento del denominatore del rapporto – il Pil – che ha toccato tassi di crescita negativa del -5% nel 2009 e nel 2012 in corrispondenza delle due grandi recessioni che hanno colpito il Paese, senza crescere a tassi sufficientemente elevati negli altri periodi. Quindi, nonostante i tassi di interesse pari a zero, gli avanzi primari e la politica monetaria accomodante, il rapporto Debito/Pil è aumentato: un fenomeno che chiaramente questo governo vuole evitare attraverso una politica espansiva che possa agire da motore della crescita.

Tridico: Università Roma Tre

Bracci: Università di Trento

DEF: BAGNAI HA RAGIONE DA VENDERE

[ 11 ottobre 2018 ]

Della disonestà intellettuale dei media sistemici non se ne può proprio più.

Su Gooofynomics di martedì Alberto Bagnai risponde alle critiche alla Nota di aggiornamento al Def. Bersaglio: le stime sull’aumento del Pil. La propaganda di lorsignori è martellante, per loro tutto quel che proviene dall’attuale governo sarebbe frutto di superficialità, incapacità ed improvvisazione.

A nostro avviso la manovra che si annuncia è insufficiente, ma certe supponenti critiche ai calcoli del DEF sono completamente assurde.

Premesso che ogni previsione va presa per quel che è, e che ovviamente nessun DEF ha mai potuto prevedere le grandi recessioni e gli choc esterni, quelle stime appaiono assolutamente prudenti.

Bagnai dimostra la grande ipocrisia di chi critica il DEF su questo punto, confrontando quanto avvenne nel 2016 (per il 2017) rispetto alle stime attuali per il 2019. Allora un moltiplicatore 1, cioè un rapporto 1:1 tra maggior deficit in manovra e maggior pil atteso venne considerato realistico. Oggi che il moltiplicatore viene prudenzialmente abbassato a 0,5 – cioè con il pil che aumenterebbe solo dello 0,6 a fronte di un deficit che salirebbe dell’1,2, il tutto rispetto al tendenziale - si grida allo scandalo delle cifre “gonfiate” dai gialloverdi.

Suvvia, un po’ di onestà per favore.






* * *
Il deficit del vicino 
ti lascia sempre più al verde


di Alberto Bagnai

Dice: "devi essere pacato!"

Ma non c'è mica bisogno di raccomandarmelo: mi viene spontaneo. Anzi, direi che quando si vince viene spontaneo un po' a tutti, mentre, come i fatti stanno dimostrando, quando perde anche chi elargiva lezioni di stile tende a non confortarle col proprio esempio.

Quindi, pacatamente, metto un paio di numeri in fila.

La NADEF 2016 prevedeva per il 2017 un tasso di crescita tendenziale (cioè a legislazione vigente) del PIL pari a 0,6:


(è a pagina 28 del PDF). Questo con un deficit tendenziale del 1,6%:


(a p. 18 del PDF: per qualche singolare motivo i tecnici del MEF sembrano non considerare che un indebitamento negativo è un accreditamento, ma lasciamo stare. Se andate a leggere le statistiche dell'IMF vedrete che l'intestazione è una cosa del tipo net lending(+)/borrowing(-), e in questo caso viene quindi specificato che governa il segno - cioè è il segno a dirti se ti stai indebitando o meno. Se però tu una variabile la definisci come indebitamento, allora dovrebbe essere il lessico a governare...).

La stessa tabella di p. 18 ci esplicitava però quale fosse la soluzione del PD: il livello programmatico (cioè dopo la manovra) del deficit 2017 sarebbe stato, secondo quanto si riteneva a settembre 2016, pari al 2%. La manovra sarebbe quindi stata espansiva, comportando un aumento del deficit di 2-1,6 = 0,4% (quattro decimi di punto percentuale di Pil).

E quali sarebbero stati gli impatti sul Pil di questa manovra? Naturalmente li troviamo nel riquadro che espone il quadro macroeconomico programmatico:


Da un misero 0,6%, la crescita avrebbe raggiunto un tondo 1,0%, con un incremento di 1,0-0,6=0,4.

E quindi? E quindi la manovra del 2016 presupponeva un moltiplicatore (misurato come rapporto fra l'incremento del Pil e quello del deficit) attorno a uno: 0,4/0,4=1.Valore che a me, personalmente, sembra plausibile, ma non è di questo che volevo parlarvi (e di tempo ne ho poco).

Un euro di maggiore spesa avrebbe generato un euro di Pil.

(...poi si può aprire una sterminata discussione sul fatto che più deficit non significa solo maggiore spesa ma potrebbe anche significare minori entrate, sul fatto che le diverse componenti della spesa e delle entrate hanno diversa capacità di attivazione dell'economia, ecc.: se volete, quando sarò in pensione ve ne parlerò diffusamente, ma questo non è un post sull'economia. Come chi l'economia la sa avrà capito, questo è un post sull'ipocrisia, quindi col vostro permesso procedo...)

Flash forward: veniamo ai giorni nostri.

La NADEF 2018 prevede per il 2019 una crescita tendenziale dello 0,9%:


(a pag. 3) in corrispondenza di un rapporto deficit/Pil tendenzale dell'1,2%:


(a pag. 7, ultima riga). L'ultima tabella ci dà anche la pietra dello scandalo: il deficit programmatico al 2,4%, che, come comprendete, rappresenta un incremento di 2,4-1,2 = 1,2 punti percentuali rispetto allo scenario tendenziale. A questo punto vorrete sapere cosa si aspetti il governo da un simile incremento di deficit. Applicando i moltiplicatori del governo precedente, questo 1,2 si trasformerebbe tutto in maggior crescita (moltiplicatore uno), portando la crescita programmatica da 0,9 a 0,9+1,2 = 2,1.

Ma la NADEF 2018 fornisce una stima diversa, che trovate nel quadro macroeconomico programmatico:


La crescita programmatica (cioè dopo aver effettuato la manovra espansiva) si attesta a 1,5, il che significa che per la NADEF 2018 la manovra produrrà una maggiore crescita di 1,5-0,9 = 0,6, a fronte di un maggior deficit di 1,2. In altre parole, per il governo attuale il moltiplicatore dell'economia italiana è 0,6/1,2 = 0,5. Un numero che farà rabbrividire molti di voi, i quali ricorderanno come questo fosse il moltiplicatore (sbagliato) applicato (dolosamente) dai carnefici della Grecia.

Attenzione, però: se applicare un moltiplicatore sottostimato quando si fanno tagli vuol dire essere incoscienti (resta poi da capire se si sia pagati o meno per esserlo, ma su questo non ho le necessarie competenze investigative o storiche), applicarlo in espansione vuol dire semplicemente essere prudenti.

E quindi tutti quelli che sui media si sono stracciati le vesti perché il governo sarebbe imprudente e incosciente, quando invece ha adottato un tendenziale più basso di 0,2 punti rispetto a quello dell'IMF e un moltiplicatore che è la metà di quello del governo precedente?

La risposta è dentro di voi, e temo sia giusta: sono degli orecchianti.

Chi invece l'economia la sa si è espresso in modo ben diverso (cioè argomentando, e se si parte dai dati si arriva quasi sempre nello stesso luogo...). Tanto vi dovevo a commento di un dibattito che resta sinceramente surreale.


(...e ora aspettiamo le consuete repliche della corte dei miracoli: però, per favore, non chiedetemi di replicare a chi, oltre a non sapere cosa dice, è anche diventato irrilevante. Per sette anni ho risposto a tutti, e questo blog lo testimonia. Mi è servito ad arrivare qui, e ora, quindi, avrei anche altro da fare, e anzi ci vado. Buona notte...)

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