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mercoledì 26 luglio 2017

NÉ MESSIA NÉ GURU di Tonguessy

Friedrich Wilhelm Nietzsche
[ 26 luglio 2017 ]

Il 17 luglio pubblicavamo il breve saggio filosofico di Eos dal titolo DAVANTI AL NICHILISMO TECNO-MONDIALISTA.
Il saggio riceveva l'encomio di Giada Boncompagni —Nichilismo e idolatria della tecnica.
Di diverso avviso l'amico Tonguessy che ci ha inviato queste rilessioni.

Ho trovato lo scritto “DAVANTI AL NICHILISMO TECNO-MONDIALISTA“ di Eos semplicemente irritante. Analizza solo una parte del pensiero filosofico per arrivare a tesi costruite ad hoc grazie ad assiomi palesemente di parte e ad appigli inconsistenti. 

L’articolo parte con una premessa chiara: “Solo il discorso di Cristo si può opporre al nichilismo biologico dello scientismo”.


PREGO? 
Si tratterebbe quindi di scegliere tra l’immondo feudalesimo culturale e materiale della chiesa (quella di S. Pietro e relative indulgenze che portarono alla Riforma, poi Controriforma e Inquisizione) e la Nuova Chiesa della Scienza che ha ormai cauterizzato ogni possibile dissenso (vedi la questione omeopatia, metodo Hamer etc) all’interno di prassi consolidate dalla Nuova Chiesa medesima? La scelta possibile quindi è Torquemada oppure Piero Angela? E tutta la ricerca non solo filosofica ma anche antropologica su modelli totalmente distanti dove la buttiamo? Prendiamo l’animismo, per citare la prima cosa che mi viene in mente. Secondo questo modello non esiste un Cristo, ovvero un disgraziato che si fa crocifiggere (così dice la vulgata) per salvare l’umanità. Piuttosto esistono tanti volontari che si prefiggono la salvezza della tribù. La Sundance è un bell’esempio di ciò che intendo: l’energia della “piccola crocifissione” degli Sioux (si tratta di conficcarsi dei paletti sui pettorali e collegarli attraverso strisce di cuoio ad un palo, poi il volontario si allontana mentre fissa il sole) serve come esperienza purificatrice per tutta la tribù. C’è sofferenza ma alla fine c’è sopravvivenza, ben diversamente dalla crocifissione a cui fa seguito la sepoltura. Tralascio le interpretazioni secondo cui la resurrezione faceva parte di una prassi Essena, sepoltura compresa.

Sono fortemente contrario a qualsiasi centralismo narrativo. Cristo fa indubbiamente parte di una narrazione che vuole l’umanità inane, ottusa ed incapace di reazione mentre esistono dei salvatori che si prendono in carico (ma che glielo ha mai chiesto?) di redimere l’umanità stessa. Credo sia arrivato il momento di salutare definitivamente i guru che da sempre affliggono l’umanità con le loro narrazioni (per quanto affascinanti rimangono le LORO narrazioni) e cominciare ad interessarci alle masse e a ciò che i popoli possono fare. Questo da marxista mi sento di dire.

Ma andiamo oltre: “Chi non conquista è conquistato: è una massima storica e spirituale.”

Ma chi avrebbe mai detto una castroneria simile? Voglio dire che esiste anche il Tao, lo Yin e lo Yang ed il Wu Wei, l’agire non agendo, giusto per citare una delle filosofie che non vuole né conquistare né essere conquistate. Dove e come il buddismo Zen vorrebbe espletare velleità di conquista? Non mi si venga qui a dire che si stava considerando solo la filosofia occidentale, dato che l’assioma qui sopra è fin troppo chiaro: parla di “massima spirituale”. Cioè della storia del pensiero metafisico umano.

Parlando del quale urge una precisazione. Secondo Onfray la causa prima del monoteismo va fatta risalire a Platone, che ha messo definitivamente a tappeto (non sempre con modi “spirituali”, diciamo, vedi la questione con i sofisti) i particolari, gettando le basi per gli universali. Ora si legge: “nichilismo: il mondialismo dispiegato che si fa astrattamente, propagandisticamente difensore dei diritti umani, dell’ “umanità”.”

Questa frase contiene almeno due errori. Il primo, come ho appena spiegato, è non collegare la filosofia platonica degli universali alla deriva dirittumanista sia essa di stampo propagandistico oppure di qualsiasi altro genere. Il secondo, altrettanto grave, è di non avere saputo leggere Nietzsche con gli occhiali corretti. Nihil è ben diverso da mondialismo, ovvero dalla forza che vuole imporre una uguaglianza parolaia mentre nasconde dei piani di neocolonialismo che si stanno realizzando anche nel primo mondo (in questo l’uguaglianza funziona: stiamo diventando terzo mondo!). Il nichilista ha occhi disincantati perché sa vedere ben oltre le promesse, siano esse di redenzione piuttosto che di universalismi globalizzanti. Ecco come Galimberti, citando Nietzsche, descrive questo pensiero: Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al "perché?". Che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi perdono ogni valore.

Purtroppo l’errore di confondere il nichilismo con le faccende mondane che stanno devastando le nostre vite non si ferma qui. Eos cita il “sapere ipotetico-deduttivo scientifico, che proclama dall’illuminismo a oggi tramite la mediazione neo-scientista nicciana il principio della “morte di Dio”.

Ora vorrei capire in che modo Nietzsche si sia mai reso responsabile di cotanta infamia. Nietzsche neo-scientista? Parlando di Kathècon, Nietzsche affermava: “Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro.” Afferma cioè l’esatto contrario di ciò di cui viene accusato.

Ma non solo: “La metafisica, la morale, la religione, la scienza vengono prese in considerazione in questo libro soltanto come altrettante forme di menzogna: con il loro aiuto si crede nella vita. “ Con questa ultima frase Nietzsche dichiara tutta la potenza del pensiero nichilista. Se “la fede cristiana è fin da principio sacrificio: sacrificio di ogni libertà, di ogni orgoglio, di ogni autocoscienza dello spirito, e al tempo stesso asservimento e dileggio di se stessi, automutilazione” e la scienza è una forma identica di menzogna, ne consegue che anche la scienza è foriera di inutili sacrifici. Altro che “mediazione neo-scientista nicciana”!

E così mentre Eos denuncia“l’estrema definitiva rivincita del razionalismo fanatico, laicista, scientista, estremista e nichilista che vuole definitivamente cancellare l’Uomo platonico, l’Uomo “originario” della Tradizione Occidentale” (che poi coincide con l’umanità che vuole/deve essere guidata da un Salvatore, incapace com’è di discernere le ombre dalle figure all’interno della caverna in cui si trova), Nietzsche formula una frase assolutamente perentoria: nessun compromesso né con il cristianesimo né con la scienza dato che “l'elemento criminale nell'essere cristiani aumenta nella misura in cui ci si avvicina alla scienza. Il criminale dei criminali è perciò il filosofo.”

Ecco fatto. Gli farà eco, un secolo più tardi, un altro filosofo: Hans Jonas. Esperto di vangeli gnostici (ma com’è diversa la Genesi vista da quel punto di vista!), ha lasciato un libro-testamento nel quale si allinea in qualche modo a Nietzsche quando afferma che la filosofia se deve servire per disquisire su questioni marginali o inutili è meglio che sparisca per sempre. Se vuole tornare ad avere un senso occorre, viceversa, che si impegni ad orientare i discorsi verso orizzonti di pubblica utilità. Cioè i filosofi devono essere impegnati anche in politica, sperando non siano tutti come Cacciari.

Infine Eos commette un ultimo, irreparabile errore: dice che le oligarchie sono “avversarie radicali della Tradizione Platonica e cristiana”. Falso. Ci sono oligarchie made in USA che sono assolutamente nazionaliste e cristiane e si battono contro il globalismo né né che, secondo questi think tank, è “apolide e di sinistra”. Peccato che non sia ancora stato pubblicato il mio articolo che analizza proprio questo aspetto della politica USA così sottovalutato che ha portato Trump alla Casa Bianca.

Ovviamente non sono minimamente d’accordo sulla salvezza messianica che rimane il nucleo argomentativo dell’articolo di Eos. Come ho già scritto detesto i guru e chi decide cosa sia bene dell’umanità, salvezza compresa. La Storia del secolo scorso e dell’ultimo periodo ci ha già dato ampiamente dimostrazione che sotto la presunta salvezza (da una crisi, ma anche dalla carenza di un posto al sole) si cela un piano che vuole sottomettere i popoli ai propri deliranti voleri. Io vorrei che fossero i popoli a decidere autonomamente cosa vogliono fare. Draghi fa di nome Salvatore?












sabato 17 giugno 2017

SINISTRA-DESTRA-FASCISMO-ANIMALISMO di Tonguessy

[ 17 giugno 2017 ]

Ieri abbiamo pubblicato la terza parte del saggio di Tonguessy. Tra i vari commenti un lettore si è distinto nella critica. Tonguessy  ci ha chiesto di poter con questo post. Facoltà che gli concediamo.
Caro Fabio,

spero tu sia la stessa persona che nelle “puntate precedenti” si lamentava che io non sono in grado di definire più precisamente cosa sia di destra e cosa sia di sinistra. Inizi dicendo che dovrei “dimostrare... che le politiche antiliberiste… proposte da gente di destra (neofascisteria varia) non c’entrano nulla con la sinistra”. 

Ho tentato di farlo citando Borghezio ed il modus operandi della fascisteria: per costoro le politiche antiliberiste sono solo un attrattore, uno specchietto per le allodole utile ad attirare gli ingenui. Borghezio all’estrema potenza diventa la Notte dei Lunghi Coltelli, quando Hitler ed Himmler si sbarazzarono della “sinistra nazista”, ovvero delle forze che permisero l’ascesa del partito nazionalsocialista (Rohm e Strasser) legate all’idea di rivoluzione permanente. 

Il termine stesso nazionalsocialista trae in inganno, e lo fa artatamente. Dietro a Hitler e al nazismo c’era la IG Farben, non le masse di disperati per i trattati di Versailles. La IG Farben è poi diventata il colosso chimico di Basf, Bayer, Agfa, Hoechst, Merck etc...e già ai tempi del processo di Norimberga fu detto che per debellare il nazismo occorreva estirpare la IG Farben. Niente di tutto questo avvenne. Perché? Semplice: i nazisti tornarono utili in chiave anticomunista. Non voglio qui divagare troppo, anche se questi aspetti sono direttamente collegati con le tue domande. La Storia ci ha consegnato delle risposte, basta saperle leggere. 

Hitler ai tempi di Schacht si inventò i MEFO come soluzione autarchica quindi “antiliberista”. Questo significa forse che non ci fu il riarmo e successivamente la seconda guerra mondiale? Oppure significa che i cittadini tedeschi stremati da una disoccupazione senza precedenti causa crisi del '29 non ne trassero giovamento? Come vedi non esiste il “male assoluto della destra”, ed una dose ragionevole di relativismo deve essere inserita anche in queste analisi. Certamente se si tira una riga e si fanno le somme alla fine i conti (almeno per quanto mi riguarda) tornano. 

Ad ogni velleità antiliberista proveniente da destra corrisponde una volontà di irretire le masse (populismo) mentre si stringono collaborazioni con i gruppi di potere, quelli che poi agiranno verso il monopolio. A sinistra c’è qualcosa di diverso. Intanto non c’è alcuna intenzione di irretire, di mettere specchietti per le allodole. Piuttosto si cerca di argomentare. La destra parla alla pancia, la sinistra alla testa. Ma non è solo questione di metodo, c’entra anche la finalità. Che nel caso della destra ha un riferimento fisso: alleanze con i grandi capitali. E questo fu il motivo per cui fallì la riforma agraria voluta dal fascismo (e fino a quel punto andata benissimo): alla fine i latifondisti pugliesi si dissero pronti a scatenare le “loro” camicie nere contro Mussolini, se questi avesse insistito con quella riforma che prevedeva lo smembramento del latifondo.

Volendo fare un parallelo potremmo tirare in ballo Portella della Ginestra, dove i braccianti guidati da socialisti e comunisti manifestavano per la spartizione delle terre. Sai già come andò a finire.

Questa è la differenza tra destra e sinistra che la Storia ci ha consegnato.

Passiamo allo statalismo: è di destra o di sinistra? Beh, dipende. Oggi che siamo sotto la cupola neoliberista è decisamente di sinistra, ma al netto delle precisazioni appena fatte. Sennò va a finire che Salvini in quanto antieuro è di sinistra. Hitler fu statalista? Direi di si, dato che fece risorgere la Germania dalle ceneri di Versailles, ma direi anche che uno stato totalitario come quello del terzo Reich non è nei piani di chi sostiene la sinistra oggi. Il nazionalismo in epoca di libera circolazione di tutto è sicuramente un modo per arginare la sconfitta programmata della sovranità nazionale.

Infine: “se sei contro il libero mercato , la mercificazione di tutto ecc..ma sei anche contro i diritti , l’emancipazione e l’inclusione delle minoranze , dei “diversi” ecc.. non sei di sinistra . Sei una destra sociale “. Boh. Ti ricordo solo che 100% animalisti fu fondato dal fascistissimo Fiore e si occupava di difendere i diritti di quelle “minoranze diverse” che sono gli animali. A parole. Non mi stupirei di sapere che ai vari gay pride partecipano nazisti, dato che esistono gay nazi.

D’altronde tra le fila naziste c’erano non pochi gay, tra cui il già citato Rohm. Quindi hai una visione della destra sociale che non mi trova d’accordo. E con questo passo e chiudo.

venerdì 16 giugno 2017

NÉ DESTRA NÉ SINISTRA (terza parte): LA SINISTRA PRO di Tonguessy

[ 16 giugno 2017 ]

Segue la PRIMA e la SECONDA parte del saggio di Tonguessy

Entriamo nella zona politicamente incolore di Gianroberto Casaleggio il quale ci informa che “un’idea non è né di destra né di sinistra. E’ un’idea. Buona o cattiva.”

Gli fa eco Grillo, il quale dichiara: “il MoVimento 5 Stelle non è di sinistra (e neppure di destra). E' un movimento di italiani. L'ideologia, l'ideologia non credo ancora che ci sia è un paravento per fottere la gente. Il MoVimento è sopra e oltre e parla agli italiani, non ai piddini o ai berlusconiani.”

Interessante la semantica: prima di tutto NON è di sinistra e tra parentesi non è neanche di destra nonostante “nel Parlamento europeo afferisca al gruppo politico euroscettico di destra dell'Europa della Libertà e della Democrazia Diretta che ha contribuito a fondare insieme ad altre forze politiche nel 2014”[1]

In piena assonanza con il motto “Rosso è Nero” l’ex-comico si allinea con quanto detto da Mutti, Sofo e fascisteria postmoderna varia: bisogna andare oltre gli schieramenti tramite la manipolazione dei segni che gettano il reale (la Storia ed il sangue con cui è stata scritta) nel virtuale. Non a caso si inseriscono nelle procedure politiche dettagli tutt’altro che irrilevanti come la democrazia diretta via web, definita come “il più incredibile successo nella storia della politica online”. Il suo blog “già nella seconda metà degli anni Duemila era tra i primi dieci al mondo nella classifica di Technorati”. [2]

Si tratta di demolire le obsolete categorie precedenti che vanno associate ad inefficienza, arretratezza e corruzione. Secondo Grillo “la demolizione è già iniziata attraverso una tecnologia che si chiama Internet, che sta demolendo tutti i canoni nel mondo di finta democrazia, di corruzione.... È un cambiamento di mentalità, di cultura, di civiltà. “ [3] Questo lo dice un sito che è tutto un programma: libertà nel digitale. Probabilmente pensato in funzione della società cashless, dove i cittadini possiedono solo una carta di credito che sposta stringhe numeriche in qualche computer di proprietà di qualche banca che può bloccare in qualsiasi momento le loro disponibilità economiche. L’universo digitale ci ha lasciati davvero liberi: compressioni audio (Fraunhofer) che scartano frequenze, CD che comprimono le dinamiche musicali dei vecchi vinili, Berlusconi che grazie alla televisione digitale riesce a evitare di mandare in soffitta Rete4. La “demolizione” di cui parla Grillo è portata avanti dalla tecnologia digitale: basta con le finte libertà legate all’obsoleto mondo analogico, oggi serve “un cambiamento di mentalità, di cultura, di civiltà.” In effetti un partito votato da un’eguale dose di elettori di sinistra e di destra (anche se inizialmente sostenuto solo da delusi di sinistra) non può che testimoniare tale cambiamento. Bisogna dimostrare però che i cambiamenti sono sempre positivi così come Grillo lascia intendere. Io preferisco ancora i vinili, meglio se amplificati da un valvolare.

Per Grillo “la Rete diventa una sorta di divinità, protagonista di una narrazione escatologica in cui scompaiono i partiti (nel senso originario di fazioni, differenze organizzate) per lasciare il posto a una società mondiale armonica, organicista.” [4]

Grillo in questi suoi propositi ha avuto lungimiranza: affidandosi alla tecnologia ha fatto più o meno che ciò che fece la borghesia per scalzare gli aristocratici nel passaggio da medioevo a modernità. I fatti dimostrano ancora una volta che il credo su cui sono stati costruiti per decenni (se non per secoli o millenni) interi sistemi sociali non reggono il confronto con la fascinazione di ciò che di innovativo scienza e tecnologia sanno proporre. In questo il M5S rappresenta una novità: mentre le consorterie del né-né si affidano ai metodi tradizionali con risultati abbastanza scadenti, i vertici pentastellati si sono affidati a delle innovazioni che promettono (per default) un cambiamento epocale. Purtroppo la strada del né-né è segnata in partenza e, al netto del coinvolgimento tecnologico, senza adeguate strutture culturali e politiche che si rifacciano necessariamente ai vecchi canoni il decadimento nell’indifferenziato postmoderno è inevitabile. Se cioè si sostiene la validità del né-né si viene inderogabilmente attratti nella spirale infernale dell’indifferenziazione.

Meglio di Grillo ha fatto Macron “il cui partito è stato creato su Internet, solo un anno fa...dalla squadra di Steele & Holt, una misteriosa società” scrive il sempre ottimo Meyssan che annota come sia il partito di Aaron Sharon Kadima! che En Marche! siano “dei partiti centristi che riuniscono personalità di destra e di sinistra. [Macron] Non mette in discussione la capacità dei partiti di sinistra e di destra a difendere i valori a cui si richiamano, ma invita i leader di questi partiti a unirsi presso di lui per difendere i loro interessi comuni. Senza dubbio, se le elezioni andranno così come Macron spera, la distruzione dell’opposizione avrà inizio.”[5]

La ridondanza delle proposte di sinistra fatte da destra (e viceversa) non perdona, ed il giochino è stato creato apposta per seminare il post-individualismo attuale dove non si riesce più giudicare l’individuo dall’appartenenza politica ma dall’esposizione delle teorie incrociate che lo accompagnano, rigorosamente in antitesi tra loro. Questo caos preordinato serve a squalificare i precedenti ordinamenti dando l’abbrivio ad una ridefinizione del sistema. Come pensavate fossimo arrivati all’attuale stato di dominio della finanza sennò?

Restiamo in zona grigia, ma viriamo a sinistra. In qualità di alter ego del già citato Brugnaro per sponsorizzazioni di partiti, Penati rappresenta perfettamente il decadimento dell’ex PCI verso l’indifferenziato sinistroide attuale. Oggetto di parecchie indagini giudiziarie, viene sostenuto anche da Philippe Daverio in un video intitolato “Né destra né sinistra ma avanti”. Ci informa il papillonissimo dal suo comodo divano che oggi “non conta più essere di destra o di sinistra. Le categorie di destra e di sinistra sono totalmente obsolete. Solo alcuni assolutamente antiquati continuano ad utilizzarle. La categoria della destra e della sinistra è una categoria molto bizzarra…è caduta assieme al muro di Berlino nel 1989. Né destra né sinistra ma avanti!” [6]Ecco fatto. Il PD cade anch’esso nella trappola e invece di rivedere le proprie analisi delle cause che hanno portato allo sfacelo attuale, preferisce adottare la politica di Borghezio e soci: evita di dichiararti comunista, prenditi un leader democristiano per fare sembrare vero il tuo pentimento e gioca a nascondino semantico: i tuoi esponenti grazie all’adesione all’indifferenziato postmoderno non potranno fare diversamente da chiunque altro, e la magistratura semmai farà il proprio dovere.

“Nè destra né sinistra ma avanti!”. Verso dove? Beh, che importa? L’essenziale è non disturbare il manovratore e indossare il papillon.


NOTE 

giovedì 8 giugno 2017

NÉ DESTRA NÉ SINISTRA (seconda parte): LA DESTRA PRO di Tonguessy

[ 8 giugno 2017 ]

(QUI la prima puntata)

Nella prima parte ho descritto i quattro quadranti:

1-la destra afferma che non esiste né destra né sinistra
2-la sinistra afferma che non esiste né destra né sinistra
3-la destra afferma che destra e sinistra sono ancora esistenti
4-la sinistra afferma che destra e sinistra sono ancora esistenti

Partiamo quindi ad analizzare il primo quadrante: la destra afferma  che non esiste né destra né sinistra.

La schizofrenia di negare la propria esistenza ed appartenenza politica di questo pulpito ha solo una ragione di esistere: convenienza. Si cerca di far tornare un interesse ormai svanito per la politica attraverso la negazione della propria storia. Il cortocircuito semantico ha lo scopo tutto postmoderno di creare nuove aspettative dalla ridondanza di significati: i valori di negazione dati alle affermazioni ci riportano al paradosso di Epimenide, cretese, il quale affermava che “tutti i cretesi mentono”. Tale affermazione impedisce di comprendere la differenza tra verità e falsità, lasciando l’interlocutore in una zona grigia da cui non può uscire.
Lo scopo di questa operazione la spiega molto bene Borghezio quando afferma “ci sono delle buone maniere per non essere etichettati come fascisti nostalgici ma come nuovo movimento regionale, cattolico etc.. ma sotto sotto rimanere gli stessi. Penetrate ovunque potete ma non dite alla gente che siete fascisti.”[1]

Si è fascisti dichiarando di non esserlo, Epimenide docet. Il secondo passo è conseguentemente negare l’esistenza di tutta la destra e, per contrappasso, di tutta la sinistra. Esiste solo l’indifferenziato che genera quel camoufflage ontologico che permette ai fascisti di “penetrare ovunque” negando di essere fascisti pur rimanendo tali con convinzione.

100% animalisti fa parte di questa crociata di camoufflage con finalità di penetrazione. La storia parte dalla già citata Terza Posizione che si poneva in contrapposizione tanto del comunismo quanto della destra capitalista ed imperialista. Proteiforme antesignano del né-né, uno dei suoi fondatori, Roberto Fiore, camaleontico leader neofascista, fonderà Forza Nuova tra le cui fila compare Paolo Mocavero, fondatore del movimento 100% animalisti. Lo scopo di queste avventure ambientaliste rimane sempre quello individuato da Borghezio: cavalcare l’onda del nuovo che avanza attraverso la gestione di un “nuovo movimento regionale” capace di catalizzare l’attenzione su questioni ormai passate in primo piano. “Non dite alla gente che siete fascisti”. Quale metodo migliore se non quello di dichiararsi ambientalisti, animalisti (o qualsiasi altra cosa sia di tendenza) negando l’esistenza della destra tout-court?

D’altronde la maggioranza dei movimenti della destra radicale ha quasi sempre rifiutato la collocazione a destra nello scacchiere politico, rivendicando il superamento dei concetti di destra e sinistra. Il Fronte della Gioventù di Marco Tarchi, ad esempio. Nei documenti del tempo si possono leggere queste affermazioni: 
«dobbiamo essere fautori della logica del superamento, basta con anticomunismo ed antifascismo, con le vecchie contrapposizioni che fanno il gioco del sistema. Né destra né sinistra, ma innovatori non inquadrati né inquadrabili in vecchi e logori schemi ideologici»... «In realtà non ci siamo mai definiti di Destra, anzi, noi crediamo in un superamento della dicotomia destra-sinistra». 
ha rivendicato Vincenzo Sofo, ricalcando esattamente le stesse argomentazioni che i neofascisti più avanzati usavano già quarant’anni fa. [2]
Ecco come Sofo (responsabile milanese de La Destra e collaboratore di Sintesi) spiega la situazione ai dirigenti de La Destra:
«i partiti di destra e di sinistra avranno vita breve. A ciò si aggiunge un'ulteriore motivazione: la dicotomia destra/sinistra è morta, non è più in grado di rispondere alle esigenze della società attuale….La Destra dovrebbe dunque costruire un partito solido e credibile in modo tale da riuscire in seguito a "vendersi" bene».[3]
Ma Sofo non è solo questo. E’ fondatore del think tank Il Talebano, (come si fa una destra) con lo scopo di contribuire al percorso della Lega e in generale della politica in senso sempre più votato alla valorizzazione dei concetti sociali di identità e comunità, ponendo l’accento sull’importanza dei giovani e degli intellettuali nella costruzione di un progetto per il Paese.[4]
Ed in effetti nel programma politico della Lega Nord per le elezioni europee 2014 troviamo affermazioni di questo tipo: “Il mondo è cambiato e con esso il senso della sfida politica. Le vecchie ideologie (“destra” e “sinistra”) ormai sono sorpassate e fuorvianti.[5]
Abbiamo saputo perché dichiararsi fascisti sia imbarazzante (infatti nessuno si dichiara più tale dopo l’illuminante intervento di Borghezio), mentre laurearsi da studente-fantasma invece no. Non abbiate paura, oggi esiste un sito anti-imbarazzo. Si chiama Trota e Lode e premette a chiunque (anche agli sgombri) di laurearsi. [6] Le vecchie categorie sono sorpassate: studenti e asini, fascisti e comunisti, idioti e geni. Azzeriamo tutto. 
Avanti così…..
Continuiamo le danze del né-né spostandoci verso il centrodestra con Luigi Brugnaro, imprenditore, dirigente e politico. Dal 2015 sindaco di Venezia grazie alla coalizione di centro destra (Forza Italia e Area Popolare) dopo il ballottaggio con Felice Casson, candidato di centrosinistra. [7] Il suo motto? Né destra né sinistra. Eppure a giudicare dagli sponsor politici…..
Anche il noto covo di anarcoinsurrezionalisti di Confindustria attraverso il proprio quotidiano si unisce al coro: 
«... è inevitabile sostenere la riforma costituzionale. Come si vede, qui sinistra o destra non contano, ma conta l’analisi del problema. …Un sistema di governo stabile, responsabile e semplice è né di destra né di sinistra. Esso costituisce la risposta di politica istituzionale ad un problema dell’Italia, divenuto un problema europeo».[8]
Cioè una classe politica di sinistra capace di promuovere progetti di stampo sociale sarebbe equivalente ad una classe dirigente di destra che realizza progetti neoliberisti. Una volta tali esternazioni avrebbero causato autentici terremoti. Oggi passano praticamente inosservate. 
(continua)

NOTE


giovedì 1 giugno 2017

NÉ DESTRA NÉ SINISTRA (PRIMA PARTE: LA FILOSOFIA) di Tonguessy

[  1 giugno 2017 ]

«L’identitarismo, il comunitarismo e via via fino al rossobrunismo sarebbero quindi forme di “manipolazione semantica dei segni” che, in pieno spirito postmoderno, generano ridondanze (falsi positivi e negativi) rispetto alla questione primaria di collocazione politica. Sono maldestri tentativi di meticciato che attraverso l’uso del melting pot pretende di accostare per omologare e infine confondere le identità su cui è stata costruita tutta la storia politica moderna. L’evidente scopo è di rendere intollerabili le distinzioni (cui prodest?) e dotare i cittadini di mille sofismi in grado di destrutturare le precedenti tassonomie».

Ringraziamo l'amico Tonguessy che  ha scelto SOLLEVAZIONE come tribuna per pubblicare un suo saggio con cui fa i conti con la cosiddetta "fine della dicotomia destra-sinistra". Qui sotto la prima parte. Le altre seguiranno nei prossimi giorni.

Tema, quello della "fine della dicotomia", su cui siamo intervenuti già:

DICOTOMIA DESTRA SINISTRA. LE DIVERGENZE TRA IL COMPAGNO CHIESA E NOI
 10 novembre 2010
DICOTOMIA DESTRA-SINISTRA: TRAMONTO O ECLISSI? 
31 ottobre 2013
"ANCORA CON QUESTA STORIA DELLA DESTRA E DELLA SINISTRA?" 
25 agosto 2016

Ma ora la parola a Tonguessy...




La postmodernità è quel fenomeno economico, politico, sociale e culturale entrato in conflitto con la modernità ed i miti e riti che la contraddistinguevano. Tra i maggiori studiosi della filosofia di questa transazione c’è sicuramente Baudrillard, il quale ha identificato nella saturazione e nella ridondanza due matrici cardini del fenomeno in atto. Il capitale attraverso l’industria ha creato da una parte una quantità tale di merci da fare sprofondare i mercati nella saturazione (incubo stagflazione), e dall’altra una moltiplicazione di oggetti e valori tali da generare ontologie parallele e spesso non sovrapponibili. La liturgia del consumo esponenziale (modernità) ha canonizzato i rapporti sistematici astratti con tutti gli oggetti-segno (postmodernità). 
«Il consumo non è un’attività materiale e neanche una fenomenologia dell’abbondanza. Il consumo, se mai ha un senso, è un’attività di manipolazione sistematica dei segni». [1]
La sistematica astrazione dei segni, ovvero la virtualizzazione del reale (che diventa quindi iperrealtà) trova facile applicazione nella digitalizzazione programmata dei rapporti (facebook, sms, wiki e tutto il resto passando per le fake news). La realtà precedentemente adagiata sull’universale davanti al multiverso postmoderno si deve quindi posizionare su stratificazioni di convenienza, legate al Sé da relativismi strutturali. Grazie alla ridondanza tutto tende all’infinito ed i vecchi punti saldi, dopo avere affrontato intemperie ed intemperanze postmoderne, si sono sgretolati. Ciò che prima aveva un senso oggi quel senso l’ha perso, ed il senso nuovo va ricercato nella pletora di stratificazioni che veicolano i vari significati. Saturazione e ridondanza. I codici (comportamentali, politici, culturali) sono stati decodificati e destrutturati ed i bit che li componevano sparpagliati, pronti per essere assemblati alla bisogna.

L’iperrealtà ci ha consegnato un mondo tanto reale quanto immaginario, al tempo stesso deterministico e casuale, significativo ed insignificante, pacifico e guerrafondaio, e via elencando antinomie. “La guerra è pace” di Orwell è la sintesi perfetta del manifesto postmoderno. Il faro nella notte grazie al gioco degli specchi è stato replicato all’infinito, e né notte né faro esistono più: grazie all’iperrealtà della moltiplicazione digitale ciò che li legava alla percezione è stato portato a ridosso dell’infinito, riducendoli a poltiglia informe ed indistinta. Nel multiverso attuale di loro resta solo il suo eco legato all’universo di una volta mentre si percepisce tutto attraverso l’algoritmo della moltiplicazione.

Nella cosmologia della postmodernità merita una particolare attenzione il concetto tutto politico e moderno di destra e sinistra.  

Secondo Norberto Bobbio «chi dice di non essere né da una parte né dall ́altra, non vuole semplicemente far sapere da che parte sta», concetto replicato da uno dei suoi più accreditati eredi, Michelangelo Bovero: «È una collocazione inevitabile, qualunque altra cosa si affermi, perché destra e sinistra non sono concetti identitari, ma relazionali. Ti chiedono di rispondere non alla domanda "chi sei?", ma a "dove sei rispetto agli altri?": se non lo dichiari tu, saranno le tue relazioni a collocarti».[2]

L’identitarismo, il comunitarismo e via via fino al rossobrunismo sarebbero quindi forme di “manipolazione semantica dei segni” che, in pieno spirito postmoderno, generano ridondanze (falsi positivi e negativi) rispetto alla questione primaria di collocazione politica. Sono maldestri tentativi di meticciato che attraverso l’uso del melting pot pretende di accostare per omologare e infine confondere le identità su cui è stata costruita tutta la storia politica moderna. L’evidente scopo è di rendere intollerabili le distinzioni (cui prodest?) e dotare i cittadini di mille sofismi in grado di destrutturare le precedenti tassonomie.

Un paio di casi (tra troppi): Claudio Mutti, comunitarista, tra i fondatori di Ordine Nero, fan del socialismo di Gheddafi e di Codreanu (Guardia di Ferro), fondatore del nazimaoismo italiano e saggista per “Rosso è nero” (!?). Il redattore di questa rivista, Paolo Seghedoni, scriveva: “Il fascismo italiano, quello nato come movimento il 23 marzo 1919 a Milano, è una costola del pensiero marxista...e vuole unire alla lotta sociale quell’Italia, nazione proletaria, contro le potenze plutocratiche allora come oggi padroni del mondo. Esistono varie tendenze in seno al marxismo: stalinisti, maoisti, operaisti, economicisti ecc...aggiungete dunque i fascisti tra queste tendenze.”[3]

La questione la voglio porre così: esistono quattro quadranti determinati dalle logiche combinatorie. Non cercherò di dimostrare che “dove sei rispetto agli altri” (e/o perché ti sei collocato lì) rimane la questione essenziale, mi limiterò a descrivere il percorso intrapreso da destra e sinistra per negare oppure rafforzare il diritto all’esistenza di queste due categorie politiche.  

Questi i quattro quadranti:
1-la destra afferma che non esiste né destra né sinistra
2-la sinistra afferma che non esiste né destra né sinistra
3-la destra afferma che destra e sinistra esistono
4-la sinistra afferma che destra e sinistra esistono

Il primo paradosso è capire come mai destra e sinistra affermino di non esistere, pur portando avanti programmi politici definibili come appartenenti storicamente a destra e sinistra. C’è qualcosa di evidentemente schizofrenico in chi afferma che la propria esistenza è inesistente, ma questa posizione ancora una volta nasce dai rapporti astratti con gli oggetti-segno. Dieci anni dopo la pubblicazione del libro “Il sistema degli oggetti” nasceva Terza Posizione che dava inizio alle danze del né-né. Così come lo yé-yé era un genere musicale che mezzo secolo fa permetteva di “mascherare le parole mancanti” [4], il né-né permette di sostenere l’indifferenziato postmoderno attraverso una presunta apolarità politica, affondando le proprie radici in un’evidente dislessia semantica che ha trovato ampie applicazioni da un secolo a questa parte .  
Giova ricordare che Terza Posizione è definito un “movimento neofascista eversivo” il cui simbolo si rifà al Wolfsangel, “adottato da numerose unità militari della Germania nazista” [tra cui la SS-Panzerdivision "Das Reich", ndr]. Per questo, ed il protratto utilizzo da parte di organizzazioni neonaziste, il simbolo è oggi talvolta associato con il Nazismo.”[5]
Il né-né inizia a presentarsi bene…. Certo che la confusione di certi ambienti non è proprio una novità, almeno se consideriamo la destra. Ci siamo già dimenticati che Mussolini inizialmente era socialista e che il partito nazista si chiamava nazionalsocialista?  
Fine prima parte (continua)

NOTE
[1] J. Baudrillard:Il sistema degli oggetti, 1968

domenica 13 novembre 2016

LA RABBIA, LA DEPRESSIONE E LE PILLOLE di Tonguessy

[ 13 novembre ]

Dice Stefano Benemeglio (lo scopritore delle Discipline Analogiche, cioè delle “leggi e delle regole che governano i linguaggi emotivi e le dinamiche sistemiche dell’uomo” [1]) :

“Le aspettative naturali che ogni individuo ha, se vengono ripetutamente frustrate, determinano una naturale reazione di rabbia e risentimento nei confronti di se stessi e verso le persone che ci circondano. Tali rancori spesso non vengono espletati, ma interiorizzati e compressi, diventando la causa di depressioni.

La depressione riguarda quindi sentimenti di rabbia e rancori implosi per sensi di colpa.”[2]

Ci viene così offerta una interessante chiave di lettura di questi due fenomeni: mentre la rabbia è l’esplosione delle frustrazioni subite nel corso della vita, la depressione è la sua implosione.

Le frustrazioni vissute si possono quindi muovere su due distinti binari: attraverso la rabbia (verso l’esterno del Sè), oppure attraverso la depressione (verso il suo interno).

Non pensiate che le frustrazioni siano solo episodi che riguardano l’individuo. Esistono anche le frustrazioni sociali.

Gli operai che salgono sul tetto del capannone oppure organizzano picchetti e manifestazioni per manifestare la propria rabbia contro i trasferimenti o i licenziamenti hanno un comportamento ben diverso dagli operai che, volenti o nolenti, li accettano.

L’aspetto politico delle diverse scelte (rabbia o depressione) ha delle ricadute non secondarie sugli esiti sociali. Il corpo sociale dei votanti, ad esempio, a seguito della frustrazione causata dall’annichilimento del panorama politico (ci siamo pericolosamente avvicinati attraverso il maggioritario ad una totale mancanza di offerte politiche storicamente collocabili a destra e a sinistra) si è ammutolito, preferendo il silenzio della propria angoscia alle metaforiche urla rabbiose all’interno di quella stanza di contenimento per malati di democrazia che la cabina elettorale rappresenta. In alcuni casi, ci dicono gli psicologi, la rabbia irrisolta può portare a depressione. Credo che gli elettori delusi possano essere annoverati tra tali casi.

La depressione, quindi, è molto più funzionale della rabbia al sistema, che continua a macinare le proprie farine indisturbato. Nessuno, nella stanza dei bottoni, vuole un nuovo ‘68. Meglio un popolo depresso e ammutolito che uno eccitato dalla rabbia per le mancate “aspettative naturali” di cui parla Benemeglio.

Nel mondo sarebbero 121 milioni le persone che ricorrono agli antidepressivi. Secondo la Commissione Europea le persone affette da depressione in Europa sarebbero oltre il 4,5% della popolazione. E ogni anno sono 58.000 i cittadini che muoiono per suicidio. [4] Questi trend sono in continua ascesa.

Che poi il Prof. Irvin Kirsch avesse evidenziato come “i farmaci [antidepressivi] funzionano non grazie al loro meccanismo d'azione, bensì all'effetto placebo”, è argomento che non approfondisco per brevità. [5] Per quanto discutibili siano questi farmaci, indiscutibile è l’aumento del loro consumo, così come sono indiscutibili i profitti delle case farmaceutiche legati a questo contagioso disagio sociale.

Ma mentre alcuni farmaci tentano di migliorare i citati “squilibri biochimici” favorendo un approccio migliore verso la vita, altri al contrario forzano l’inconsapevole consumatore verso il crinale depressivo.

“La depressione può essere collegata a squilibri biochimici, [e] può anche derivare da fattori ambientali”, puntualizzano i terapeuti. [3]

Biochimici, quindi anche di natura farmacologica.

E qui la storia si complica, perché viene tirata in ballo la seconda causa mondiale di morte: le cardiopatie. L’OMS afferma che oltre 12 milioni di persone muoiono ogni anni per malattie cardiovascolari. Secondo il pensiero corrente il responsabile di tali malattie sarebbe il colesterolo. Risulta quindi necessario tenerlo sotto controllo attraverso la somministrazione delle statine.

Peccato che il prestigioso Lancet abbia pubblicato uno studio secondo cui i pazienti anziani con basso colesterolo avrebbero “a significant association with mortality”, fatto che oltre a dover far confessare ai ricercatori di essere “unable to explain our results”, li obbliga a porre dei dubbi sulle giustificazioni scientifiche di abbassare comunque il colesterolo a valori molto bassi. [6]

Inoltre si scopre che il 75% delle persone ospedalizzate per problemi di cuore hanno il colesterolo a livelli normali, almeno secondo le linee guida correnti. Il Dr. Gregg C. Fonarow, specialista di medicina cardiovascolare all’UCLA afferma che è quindi necessario rivedere al ribasso tali linee guida, in controtendenza con quanto affermato dal Lancet.[7]

Parlando di “squilibri biochimici”: l’assunzione di statine (spesso associate ad altri farmaci che ne potenziano l’effetto) comporta una serie di disagi, primi fra tutti quelli muscolari (ma il cuore cosa sarebbe, se non un muscolo?). Poi il fegato, che deve essere monitorato; la lista dei disagi fisici è molto lunga. Il raggiungimento dell’ipocolesterolemia non garantisce comunque l’immunità contro le cardiopatie, questo è ciò che alcuni studiosi affermano.

Il colesterolo svolge delle funzioni molto importanti: serve a produrre la bile, protegge le fibre nervose, interviene nella formazione delle membrane cellulari e nella produzione di ormoni e della vitamina D, è presente nelle membrane cellulari e quindi è fondamentale per la loro integrità fisica e per la loro permeabilità.

Una certa quantità di colesterolo è coinvolta anche nel processo dell’assorbimento e della digestione dei grassi. Inoltre viene utilizzato dalle ghiandole surrenali, dalle ovaie e dai testicoli per sintetizzare alcuni ormoni molto importanti, come il progesterone, gli estrogeni e gli androgeni.

Dal colesterolo deriva anche la vitamina D, che è fondamentale per un’adeguata mineralizzazione delle ossa. Da non dimenticare che negli strati superficiali della cute esso impedisce l’evaporazione dell’acqua, conferendo resistenza alla pelle.[8]

Come se non bastasse l’assunzione di statine allo scopo di ridurre il colesterolo ha come effetto collaterale...la depressione.

Uno studio del 2001 ha esaminato l’associazione tra i livelli di colesterolo e la depressione. La ricerca è stata condotta su una popolazione normale utilizzando Hamilton Rating Scale for Depression. La scala di Hamilton per la depressione era, all’epoca, il questionario più utilizzato per fare la diagnosi di depressione ed anche dare un’indicazione di gravità. Lo studio ha rilevato in modo netto che i soggetti con colesterolo basso avevano punteggi significativamente più alti nella scala di Hamilton.[9]

Manca un dato finale: i costi di questa operazione.

Nel 2000 le vendite dei farmaci ipolipemizzanti sono aumentate del 21%, portando la relativa categoria terapeutica al secondo posto nella classifica delle vendite di farmaci a livello mondiale.

All’interno di tale categoria, le statine sono state i medicinali più venduti.

Negli Stati Uniti tale farmaco risulta in assoluto il più venduto – per numero di confezioni - tra quelli soggetti a prescrizione medica, con oltre 48.000.000 di confezioni vendute.

Dal punto di vista della spesa è interessante notare che, tra i farmaci maggiormente venduti, al secondo e terzo posto si collocano due ipolipemizzanti per i quali si è registrata, rispettivamente, una spesa di 5,4 e 4,4 miliardi di dollari.[10]

Tra il 2000 e il 2005 l’uso di statine è aumentato di un enorme 156 per cento, passando da 15,8 milioni di persone a 29,7 milioni di persone. La spesa per questi farmaci è balzata da 7,7 miliardi a 19,7 miliardi di dollari per ogni anno dello stesso periodo. [11]

In Italia i farmaci del sistema cardiovascolare rappresentano la prima categoria terapeutica a maggiore spesa pubblica pari a quasi 2,9 miliardi di euro (48,1 euro pro capite).

Gli inibitori della HMG CoA reduttasi (statine) mantengono il primo posto in termini di spesa (8,1 euro pro capite). [12]

Interessante anche notare come da un lato si innalzino le soglie di pericolosità ambientale (inquinanti di aria e acqua, che risultano molto più respirabili e potabili di decenni fa nonostante il notevole aumento di agenti velenosi) mentre dall’altro si abbassano le soglie di salute individuale, facendoci diventare tutti malati e bisognosi di medicinali.

Ecco quindi come funziona il business: si analizza una delle maggiori cause di morte e si afferma che, per essere minimizzata, ha bisogno di essere trattata con farmaci specifici. Nonostante esistano dubbi sulla efficacia di tali farmaci (dato che inibiscono funzioni che non sembrano correlate alle patologie osservate), si chiede che i valori relativi alle funzioni di riferimento siano tenuti sotto una soglia prefissata. Ovviamente questo comporta un notevole incremento delle vendite di quei farmaci. Ma non basta: siccome si notano pochi benefici relativamente ai soldi spesi, si chiede di spenderne di più, e lo si ottiene abbassando i livelli di soglia ritenuti fino a prima accettabili. Una spirale che coinvolge pazienti cardiopatici e Big Pharma dalla quale non sembra esserci via di uscita. Ma l’aspetto più subdolo di questa operazione è che diminuendo costantemente i livelli di colesterolo e aumentando parallelamente le vendite di statine si aumenta di pari passo la depressione che, a seguito del volume di farmaci assunti, può tranquillamente considerarsi endemica. Ovviamente un popolo di depressi saprà ben difficilmente opporsi ai padroni del vapore che preferiscono cittadini sull’orlo del suicidio a masse di rabbiosi che si organizzano in sollevazioni popolari.




Se Maria Antonietta avesse consigliato statine al posto delle brioches avrebbe potuto portare a spasso per Versailles la propria affascinante testa ancora per parecchi anni. Ne sono sicuro.



giovedì 25 agosto 2016

OLIMPIADI POSTMODERNE di Tonguessy

[ 25 agosto]

«Tutto è merce e tutto deve circolare per mantenere in vita il sistema, atleti inclusi. La nazionalità serve solo a fissare dei criteri per la “libera concorrenza” (altro dogma del capitalismo postmoderno), prodromo della corsa ai diritti civili».

Libera circolazione di merci, capitali e uomini. Uomini come merci. Uomini che danno spettacolo (Debord annuisce) e che fanno vendere le riprese televisive in qualità di merci. La sola RAI, per le olimpiadi da poco concluse, ha speso 65 milioni di euro in diritti. Vi lascio immaginare il totale a livello planetario.

Parafrasando de Coubertin si potrebbe dire che l'importante non è vincere, è vendere diritti. Il che è una bella commistione di virtualità e realtà. Simulacri, li chiamerebbe Baudrillard. Sui simulacri si fonda praticamente tutto il commercio postmoderno: le merci sono passate da oggetti reali, dotati di corpo fisico, ad oggetti virtuali dalla consistenza impalpabile. La transustazione delle merci, insomma.

Appare oggi ridicolo qualsiasi tentativo di dare dei connotati nazionali a questo mercimonio legato allo sport. La competizione non si svolge più tra appartenenti a luoghi geografici distinti ma, grazie all'intervento della globalizzazione, opera al suo esterno. Si fa credere che il tal sportivo o la tal squadra appartengano ad un certo luogo quando nessun luogo è ormai definito e definibile, se non per forzate quanto desuete specifiche. Oggi tutto si muove all'interno del ou-topos, il non-luogo, dove l'intromissione della proclitica “ou” spoglia il luogo-topos di ogni connotato realistico. [1]

L'utopia è l'orizzonte che la macchina del capitale è riuscito a sdoganare dal limbo delle località indefinibili perché irreali. Siccome oggi nulla è più definibile (pena la lacerazione dei dogmi fondanti la nuova liturgia), ecco che ciò che era indefinibile per definizione diventa improvvisamente una realtà comunemente accettata in quanto ormai considerata tangibile.

Credo che qualche esempio valga più di cento ragionamenti. Semifinali di pugilato superleggeri 64kg maschile: Artem Harutyunyan contro Lorenzo Sotomayor Collazo. Il primo nato ad Erevan (Armenia) e a L'Avana (Cuba) il secondo. Quindi Armenia contro Cuba? Ma non scherziamo! Germania contro Azerbaigian. Dopo lo jus soli, lo jus sporti. Prendi il frutto di una rinomata scuola di boxe (quella cubana o armena) e gli dai una nuova nazionalità, rinvigorendo il concetto secondo cui la globalizzazione porta in giro solo il meglio. Cioè una cultura locale sfodera dei fenomeni e tu li vendi sul mercato. Uno se lo compra la Germania, l'altro l'Azerbaigian. Assieme alla fuga dei cervelli si assiste anche alla fuga dei muscoli. L'Italia non può che seguire questi flusso di simulacri di nazionalità. Se parliamo di Armenia non possiamo non citare i fratelli Petrosyan, campioni di Thai boxe. Napolitano, in un momento di enfasi patriottico-sportiva, ha concesso a Giorgio la nazionalità italiana per evidenti meriti sportivi. Storia analoga per Brunet Fernandez Zamora nato a L'Avana, n°3 della World Boxing Association e due volte campione Italiano.

Cambiamo sport? No problem... la nazionale pallavolo italiana non avrebbe avuto la brillante storia che le è propria senza Julio Velasco, l'allenatore argentino che negli anni '90 porta l'Italia ai vertici internazionali, poi sostituito da Paulo Roberto de Freitas, brasiliano. E che dire di Oleg Antonov, Ivan Zaytsev o Osmany Juantorena, attualmente titolari della nazionale?

In tutto questo cosa c'entrerebbe il tifo nazionale per persone di tutt'altra origine? Sicuramente il gesto atletico merita giusta attenzione e valutazione, indipendentemente dalla divisa indossata. Il problema è che a giudicare dal tifo sembra sia la divisa a fare le olimpiadi, non lo sportivo. Quest'ultimo si adatta alle circostanze, mostrando come le propria abilità possano essere al servizio della bandiera di turno, indipendentemente dai luoghi natali. Harutyunyan contro Collazo significa Germania contro Azerbaigian. Di Cuba o Armenia non è neanche il caso di parlarne: luoghi che hanno dato alla luce degli sportivi di prim'ordine, ma destinati a svanire tra le nebbie postmoderne del non-luogo, dell'utopia (ou-topos) sostanziale. Il luogo è diventato ormai una concezione puramente formale, e anche lo sport ci conferma questa tesi. Siamo tutti sradicati. Per principio. Fuga dei cervelli o dei muscoli con cittadinanze onorarie: l'importante è fa crescere la fiducia nella globalizzazione a cui il capitale ci sta chiedendo di offrire il nostro Sé. Alla fine vincono sempre i migliori, cioè i soldi.

E la Societè du Spectacle è un oggetto costoso, i cui costi di manutenzione e aggiornamento vanno equamente suddivisi. Cioè ognuno deve accollarsene una parte, in modo eguale. Questa è l'unica forma di uguaglianza ormai rimasta: per tutto il resto vale sempre la vecchia forma di premialità in base alla fascia che si occupa nella piramide sociale.

L'importante è partecipare, si diceva.

La bandiera, gli inni nazionali, le divise...tutti simulacri di qualcosa che una volta si chiamava nazionalità e che oggi deve cedere il passo alla globalizzazione, ovvero alla libera circolazione.

Tutto è merce e tutto deve circolare per mantenere in vita il sistema, atleti inclusi. La nazionalità serve solo a fissare dei criteri per la “libera concorrenza” (altro dogma del capitalismo postmoderno), prodromo della corsa ai diritti civili. Vorremmo forse negare al cubano, armeno o senegalese di turno la possibilità di acquisire una nazionalità diversa quando “se lo merita” (ovvero quando è massimamente funzionale al sistema)? Il postcolonialismo non ha nessun colore particolare, non vuole una identità definita e definibile, nel nome dell'utopia che estrae corpi e tradizioni per spalmarle lì dove conviene. Il non-luogo per eccellenza è la non-nazione. E lo sport (differentemente dalla scienza, ad esempio) sembra ancora soffrire terribilmente di questa schizofrenia, senza peraltro rendersene conto. Significativi quindi gli inni nazionali cantati da persone di tutt'altra provenienza geografica, raggruppati per convenienza sotto bandiere che non rispecchiano né la loro cultura né le loro tradizioni di origine. Immigrati di lusso che si muovono in business class invece che a bordo di barconi fatiscenti e per cui il centro di accoglienza è il mondo intero, ovvero il non-luogo per eccellenza. Improvvisamente passaporti e permessi di soggiorno appartengono ad ontologie tipicamente postcoloniali. Non deve stupire se negli ultimi decenni la pelle del francese medio è virata verso il marroncino: frutto della legge Lamine Guèye che nel dopoguerra conferiva la cittadinanza francese agli abitanti delle ex colonie con l'intento di “sopprimere l'indigenato”. [2]

Lamine Guèye è anche il nome del nipote dell'estensore di quella legge del 1946: nato a Dakar nel 1960 è un ex-sciatore alpino senegalese nonchè presidente della federazione sciistica del proprio Paese, da lui stesso fondata nel 1979. [3]

Qualcuno si ricorda la squadra di bob giamaicana? Perchè negare il piacere della pista da bob alla Giamaica o l'ebbrezza dello sci alpino al Senegal?

L'ontologia utopica risponde a queste domande con delle certezze. Apoteosi della Res Cogitans contro la Res Extensa. Maledetto Cartesio.

A Sri Lanka ho conosciuto un pescatore che mi chiedeva con sentita curiosità come fosse la neve. E ho conosciuto dei montanari che non avevano mai visto il mare. Per queste persone neve e mare sono ou-topos, non luogo. Fino alla postmodernità l'utopia era un luogo sacro perché immaginario (salvo le solite eccezioni come la rivoluzione francese o russa). Era in qualche modo il garante della inviolabilità del sogno, ovvero della potenza dell'inconscio individuale e collettivo. Tutti potevano accedervi, dato che ognuno aveva il diritto di avere visioni utopiche. Oggi di quell'ontologia cosa resta? Desacralizzata in quanto merce è ormai diventata uno strumento discriminatorio, utile solo a garantire molti benefici a sempre meno persone. Nemesi postmoderna: mentre tutto il reale si è spostato verso il virtuale, il non-luogo si è spostato verso il reale rendendoci tutti un po' orfani perché meno indigeni, meno individui radicati, meno consapevoli delle proprie tradizioni e culture.

La competizione (o competitività) in presenza di non-luoghi diventa quindi una partita truccata. Prova ne sia che la passata edizione resta un “monito perenne di come le Olimpiadi possono diventare un boomerang per i conti pubblici”: con 15 miliardi di euro Atene forse poteva assicurarsi un futuro migliore invece di trasformarsi in un non-luogo zeppo di “rovine moderne”. [4]

Al confronto della televisione omologante denunciata da Pasolini, la filosofia e la prassi globalista del non-luogo sta facendo danni immensamente maggiori e di una profondità inaudita. Non si tratta di “spianare” delle differenze che gli italiani si trascinano dall'epoca dei Comuni: questa nuova liturgia mercantile sta asfaltando intere nazioni destinate a sventolare dei vuoti vessilli sotto cui cantano i relativi inni nazionali (sempre meno convincenti) stonati cori di persone di qualsiasi provenienza.

Viva l'Italia, ci mancherebbe!




[1]http://www.lefrivista.it/lef/categorie/approfondimenti/alienazioni-e-disalienazioni/item/41-tra-ou-topos-ed-eu-topos

[2] B. Droz “Storia della decolonizzazione nel XX secolo” pg. 68

[3]https://it.wikipedia.org/wiki/Lamine_Gu%C3%A8ye



[4]http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-14/olimpiadi-grecia-2004-furono-132654.shtml?uuid=AaovUirE&refresh_ce=1

venerdì 25 marzo 2016

SOVRANITÀ E CAPITALISMO (parte seconda) di Tonguessy

[ 25 marzo ]

Pubblichiamo la seconda parte del lucido contributo di Tonguessy. QUI la prima.


La ricetta del capitalismo postmoderno consiste nella drastica compressione della middle class grazie alla contrazione salariale da una parte, e all'affidarsi alla manodopera delle nazioni emergenti dall'altra. Questo per quanto riguarda l'aspetto produttivo. Ma è entrato in gioco anche l'aspetto speculativo, che permette enormi guadagni senza impegnare il capitale in lunghe progettazioni, ammodernamenti e pianificazioni. E con guadagni decisamente superiori.

La migliore sintesi che io abbia letto è questa:

«L’arricchimento mediante speculazione ha preso il posto dell’arricchimento produttivo.
L’investimento produttivo per bene che vada rende il 10-15 % l’anno, un investimento finanziario se le va male la porta al lastrico ma se le va bene le permette di triplicare il suo patrimonio» [2]
Non sono parole di un economista, ma di un fisico, il compianto Emilio Del Giudice che assieme a Giuliano Preparata aveva studiato la fusione fredda, ed in questa intervista denunciava le ragioni della sua mancata applicazione industriale.

Il capitale, per far funzionare delocalizzazione e speculazione finanziaria, deve però adottare modelli differenti (rispetto al passato) di relazioni internazionali. Vanno aboliti quegli ostacoli che impediscono al capitale di essere investito lì dove ha margini maggiori di guadagno. La sovranità, di conseguenza, diventa uno dei principali nodi da sciogliere.

«In Europa, l’emanazione della dir. 22/1993 CEE ha determinato un significativo mutamento delle borse valori... La tendenza alla privatizzazione si inserisce nell’ambito di un più ampio processo di internazionalizzazione dei mercati, favorito dalla rimozione degli ostacoli alla prestazione in forma transfrontaliera dei servizi finanziari e dall’applicazione della tecnologia telematica alle relative transazioni».” [3] 
Così sintetizza la Treccani la necessità di internazionalizzazione. Da notare il necessario apporto di tecnologia telematica. Science finds, Industry applies, Man conforms.

La tecnologia telematica ci porta a Zbigniew Brezinsky, secondo il quale “l’America è una potenza egemone nel mondo perché produce l’86% delle comunicazioni mondiali”. Scienza e tecnologia sono ancora una volta al servizio del capitale secondo lo statista.

In effetti i padroni del vapore, una volta eliminato il “pericolo rosso”, si sono trovati nell'agevole compito di fregarsene tout court delle questioni nazionali, e rilanciare la produzione delocalizzata da una parte, e la speculazione finanziaria dall'altra. Che poi sono aspetti diversi della stessa politica economica: senza più sovranità sparisce la classe media ed i capitali sono concentrati nella mani di pochissime persone mentre la maggior parte della popolazione soffre di una progressiva erosione del proprio tenore di vita. Ecco la globalizzazione secondo Oxfam: oggi 85 super-ricchi possiedono l'equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale, e ciò è possibile grazie ad “un sistema nel quale la ricchezza e il potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto dei cittadini del mondo si spartisce le briciole”.[4]

Le cose nel passato stavano diversamente.

Il capitalismo postmoderno ha saputo valorizzare al massimo le caratteristiche tecnologiche capaci di radicarsi nell'inconscio collettivo, la più importante delle quali è la virtualità. Fateci caso: al giorno d'oggi le maggiori forme di comunicazione, e quindi di manipolazione del sentire comune, sono affidate al virtuale, quindi al digitale. Dai telefonini alla tivu, dai supporti musicali a quelli informatici, Brezinsky sembra avere colto perfettamente il significato di postmodernità vista come connubio tra tecnologia e politica.

Come la vecchia Organization for European Economic Cooperation legata al piano Marshall si interessava di modificare i piani economici delle nazioni europee, così le odierne direttive Ue si incaricano di regolamentare i nuovi assetti e garantire la libera circolazione di capitali, merci e lavoratori con l'evidente fine di realizzare quanto denunciato da Oxfam e da Del Giudice.

«In sintesi, oggi la borsa sembra avere appreso un mestiere perverso: premia chi distribuisce dividendi e chi riacquista le proprie azioni, affonda chi annuncia aumenti di capitale per finanziare sviluppi futuri o risanare gestioni compromesse dalle alte leve cui la vulgata abitua. In altre parole, si spinge la speculazione contro l’intraprendenza. V’è da chiedersi se questo comportamento abbia una qualche relazione con la produzione del benessere della nazione».
 Non è l'analisi di parte di qualche gruppo anarcoinsurrezionalista, ma il segnale di allarme che si legge in un corposo documento della Consob. [5]

Il fatto è che non bastano né Confindustria né Consob (che pure qualche voce in capitolo ce l'hanno) a fermare il Moloch del capitalismo postmoderno, lanciato com'è nella realizzazione dei piani esposti. Al punto che Squinzi, in un'occasione, è arrivato addirittura a piangere per la “macelleria sociale” in atto. I vecchi padroni dell'era produttiva sono stati scalzati dai loro troni, questo ci dice Squinzi. Di conseguenza la sovranità, così importante ai tempi del capitalismo produttivo, è diventata un dannoso ostacolo per l'odierna valanga globalista.

«Ormai sono i mercati a influenzare l'economia e a determinare le politiche di Governi e aziende» scrive Il Sole 24 Ore.[6]
Secondo il quotidiano di Confindustria i derivati finanziari sono 7 volte il PIL mondiale. Ma c'è chi ipotizza rapporti ben maggiori. Cosa significa? Che per ogni euro investito nella produzione (ancora legata al vecchio capitalismo) ce ne sono 7 (o 10, o 15 a seconda delle stime) che sono investiti in ambiti non-produttivi, ovvero virtuali.

Wile Coyote dopo essere caduto da centinaia di metri di altezza si alza un po' ammaccato ma pronto a riprendere la sua vita di sempre grazie alla potenza della virtualità. La virtualità dei videogames permette possibilità e vite infinite. L'eterno ritorno di Nietzsche (“Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?” —La Gaia Scienza) ha infine trovato la possibilità concreta di realizzazione grazie alle tecniche di virtualizzazione. Nietzsche ha quindi chiesto alla teutonica (quindi affidabilissima) Deutsche Bank se volesse investire ancora nei derivati. Ecco il risultato:

«Deutsche Bank ha un'esposizione in derivati di 54 trilioni di euro, per intenderci venti volte il Pil tedesco e 10 volte quello della zona euro».” [7] 
L'eterno ritorno dei derivati.

Quando entriamo nell'ontologia della speculazione finanziaria i prodotti trattati non sono merci tangibili, dotate di fisicità propria, ma valori virtuali. Baudrillard li chiamerebbe simulacri. Ciò che ha reso possibile questo salto epocale è stata la creazione di sistemi di gestione della virtualità. Torniamo quindi al rapporto tra capitale e scienza, e ci ritroviamo il brutto deja vu del Science finds, Bank applies and Man conforms. Il capitale ha mantenuto inalterato il consigliere preferito, mentre ha cambiato l'interlocutore secondario. L'uomo, come previsto, si deve adattare comunque.

Ma cos'è che la scienza ha scovato, e che poi ha dato alle banche per la realizzazione pratica?

Beh, intanto i computer. Cioè i virtualizzatori per eccellenza. Dotati di linguaggio incomprensibile ai più, hanno conosciuto un'esplosione in termini di potenza di calcolo e di memoria disponibile. Cioè riescono a fare cose impensabili fino a poche decine di anni fa. E questo è un fattore tecnico indispensabile. I cartoni animati, mentre nei decenni passati venivano realizzati con migliaia di tavole disegnate a mano, oggi sono creati al computer tramite programmi appositi. Nel 1961 il più potente IBM riusciva a fare un megaFLOP (10^6 operazioni al secondo) mentre il migliore IBM cinquant'anni dopo riusciva a fare una decina di petaFLOPS (10^15).

Ma il fattore tecnico non basta, serve un'idea per far lavorare i potenti calcolatori moderni e raggiungere i risultati che i padroni del vapore si aspettano. Serve un piano Marshall e relativo think tank per impostare e realizzare i nuovi orizzonti capitalisti. Ecco che arrivano Merton e Scholes che si guadagnano il Nobel in economia per aver ideato "un nuovo metodo per determinare il valore di strumenti derivati" . Questi ultimi secondo Warren Buffet sono “armi finanziarie di distruzione di massa”, ma pazienza. Scholes fu tra i fondatori, nel 1994, dell'hedge fund Long Term Capital Management che garantì inizialmente rendimenti del 40% e alla fine venne salvato dal fallimento dalla Federal Reserve nel settembre 1998 per circa 3.6 miliardi di dollari. [8]

Il che mette in luce come i tax-payers abbiano finanziato gli speculatori. Chiaro il triangolo scienza-capitale-Stato? Chiaro come avviene la concentrazione di capitali sottraendoli ai cittadini?

Giusto per dare un'idea di come le cose stiano limitatamente al mercato USA, eccovi un grafico

Grazie ai cambiamenti epocali introdotti dai computer siamo così passati dalle 1000 lire “pagabili al portatore” (che garantivano cioè un controvalore fisico in oro) al trasferimento di bit da un computer ad un altro (o allo stesso), approdando alla quintessenza del virtuale monetario, ovvero il cashless: non esiste più nulla da pagare al portatore perché non esiste più il contante. Svezia, Danimarca, Norvegia e ultimamente anche Australia sono impegnate nell'eliminazione di quest'ultimo. Tutto tracciato dal Grande Fratello Digitale. Il cittadino non possiede più nulla di fisico, i suoi averi vengono amministrati tramite una gestione remota.

E cosa ha reso possibile tutto questo, se non la mai dichiarata dittatura del digitale che ha permesso il salto da concreto a virtuale? Flussi costanti di simulacri iperreali, frutto dell'osmosi postmoderna tra Sé e i bit, inesorabilmente stanno sgretolando il senso stesso di Realtà: il virtuale si fonde con il concreto e, dopo averne confuso senso e portata, prima lo confina nel limbo dell'improbabile e poi lo scaraventa nell'inferno dell'obsoleto. Sovranità inclusa. I confini diventano sempre meno solidi per permettere al capitale postmoderno di espandere il proprio mercato virtuale. La precarietà del virtuale che si basa sul relativismo assoluto (neanche la morte di Wile Coyote è reale, alla fine di ogni videogame si può ricominciare anche se siamo stati uccisi) viene mitigata dalla solidità del sistema di credenze: le banconote non sono più al portatore ma virtuali, disponibili da smartphone. Il fatto che tutti comprino smartphone toglie a questa traballante situazione la precarietà che le è propria, rendendola di fatto paragonabile (almeno in apparenza) all'oro depositato presso la banca centrale. Almeno in apparenza, dicevo. E nella Societé di Spectacle di Debord l'apparenza è tutto. Esiste solo ciò che appare. Basta farlo credere. Il Re nudo non è mai stato così ben vestito.

“Ci si avvicina alla verità solo di quanto il coraggio può avventurarsi avanti” 
Nietzsche. Ecce Homo

“Non è il coraggio che ci manca, è la paura che ci frega!” 

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