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martedì 1 maggio 2018

E ORA VEDIAMO CHI INCIUCIA... di Leonardo Mazzei

[ 2 maggio 2018 ]


Elezioni o governo destra-Pd: le responsabilità di Di Maio e quelle di Salvini

Non abbiamo risparmiato critiche a Di Maio, né prima né dopo le elezioni. La svolta, europeista e sistemica, di M5S l'andiamo denunciando da un anno ormai. Il tentativo di un accordo con il Pd si commenta da solo. E, tuttavia, giocate tutte le carte a disposizione, il leader pentastellato ha almeno detto di no al cosiddetto "governo del presidente", chiedendo nuove elezioni a giugno. Sul punto, invece, Salvini per ora nicchia. Domandiamoci il perché.

Che da questi due mezzi populismi - mezzi perché per l'altra metà abbondante compromessi con le forze sistemiche e la loro ideologia liberista - non ce ne venga fuori neppure uno minimamente decente, è un dubbio più che legittimo. Nondimeno, più del 50% degli elettori è lì che si è rivolto per colpire l'oligarchia, per uscire dall'austerità, per mandare a quel paese l'Europa. Un dato imprescindibile, che ci ha portato a pronunciarci per un governo M5S-Lega.  


Le stucchevoli sceneggiate degli ultimi quaranta giorni sono comunque agli sgoccioli. Siamo ad un passo dal momento della verità. Quel momento riguarda soprattutto Matteo Salvini. Perché ormai i casi sono due e solo due: o elezioni subito (al massimo nella prima metà di luglio) o nascerà un governo tra la destra ed il Pd.

Vediamo il perché chiarendo tre punti sui quali la confusione regna sovrana. E regna perché mentre i media del regime fanno il loro sporco lavoro, sul web scarseggia la capacità di sfuggire ai luoghi comuni ed ai trucchi semantici diffusi dagli strilloni di lorsignori.

Primo punto: non è vero che non si possa votare prima di settembre. 
E' vero che non lo si voglia. Che non lo vogliano cioè i poteri sistemici, intenti come sono a guadagnare tempo, fossero anche solo poche settimane. Ma non è affatto vero dal punto di vista della legge. Il testo unico della legge elettorale del 1957 dice semplicemente che «Il decreto (di indizione delle elezioni, ndrè pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione» (comma 3, art. 11). Ciò significa che sciogliendo le camere entro il 9 maggio sarebbe possibile votare il 24 giugno. Ma, nel casino legale prodotto dai legislatori dell'ultimo quarto di secolo - quello, ovviamente, della "competenza" - gli azzeccagarbugli in servizio permanente effettivo hanno già trovato il cavillo per allungare i tempi. Si tratta del Regolamento applicativo della legge sul voto degli italiani all'estero, che fissa i primi adempimenti al 60° giorno antecedente al voto. 

E' questo un problema insormontabile? Ovviamente no. Si fa un decreto, approvato dal parlamento, riducendo quel termine ai 45 giorni previsti dal Testo Unico. E' solo una questione di volontà politica. Ma anche se non si volesse percorrere questa strada, c'è forse qualcosa che impedisce il voto nella prima metà del mese di luglio? Chiaramente no. C'è solo la consuetudine di non andare oltre giugno. Ma se è per questo anche il voto a settembre sarebbe altrettanto inconsueto. Però, si dirà, a luglio si va al mare! Ma come, da una parte si drammatizza la necessità di avere un governo nella pienezza dei suoi poteri e dall'altra si rinvia tutto per motivi balneari? Suvvia, siamo seri...
ABBRACCIO MORTALE...

La verità è che non c'è nessun impedimento legale, tantomeno costituzionale, al voto entro la prima metà di luglio. E che si tratti di un ipotesi plausibile ce lo conferma anche l'articolo di Ugo Magri su La Stampa di stamattina. La verità è che chi vuole rinviare lo vuol fare per ben altri motivi. Sul punto Di Maio ha dunque ragione da vendere. La sua richiesta a Salvini di presentarsi a Mattarella con la richiesta di elezioni subito sbarrerebbe la strada a qualsiasi inciucio.

Secondo punto: giugno-luglio o settembre pari non sono.
Si dirà che due o tre mesi non faranno poi tanta differenza. Ed invece la differenza c'è, eccome. Poiché al secondo round sarebbe francamente inimmaginabile il ripetersi della pantomima di queste settimane (vedi com'è andata in Spagna nel 2016), entro agosto avremmo di certo il nuovo governo nel pieno dei suoi poteri. Un governo che potrebbe prima ridisegnare gli obiettivi macroeconomici attraverso un nuovo DEF, per poi passare alla concreta stesura della Legge di Bilancio, vero banco di prova del grado di autonomia dai diktat europei. Viceversa, elezioni a settembre significherebbe ritrovarsi con una Legge di Bilancio fatta da un governo tra destra e Pd, un inciucio che ricalcherebbe esattamente i primi passi (governo Letta, benedetto da Napolitano) della precedente legislatura. Se a qualcuno questa conclusione sembrerà troppo drastica si legga con attenzione il punto seguente.

Terzo punto: il "governo del presidente" non esiste.
Lo ripeto: il "governo del presidente" non esiste. Esso è solo un trucco giornalistico, come lo fu quello di definire "tecnico" il governo Monti. Nonostante le disgrazie della democrazia di questa sciagurata stagione il nostro è pur sempre un regime parlamentare. Ogni governo ha una sua maggioranza parlamentare. Amen. Chi gli dà la fiducia è corresponsabile delle scelte di quel governo. Non c'è foglia di fico presidenziale, istituzionale o tecnica che si regga in piedi. Ora, siccome M5S ha detto chiaramente che vuole le elezioni, un tale governo potrebbe reggersi solo su una maggioranza destra-Pd. 

E' vero che Salvini ha sempre respinto l'ipotesi di un governo con il Partito Democratico, ma è altrettanto vero che - ad ora - non si è neppure pronunciato per le elezioni subito. Il che è altamente sospetto. D'altronde la sua insistenza nel voler tenere in piedi l'alleanza con lo Zombie di Arcore, qualche prezzo certamente lo impone. E dalle parti di Forza Italia se c'è una cosa che temono come la peste sono appunto nuove elezioni, tant'è che il suddetto zombie dice apertamente da mesi di lavorare ad un accordo con il Pd e con Renzi in particolare.

Solo fantapolitica? Lo spero sinceramente. Ma intanto stiamo ai fatti. Ed i fatti sono che M5S per ora ha soltanto sfiorato l'inciucio, mentre della Lega ancora non sappiamo. Ce lo diranno i prossimi giorni.


Addendum 1: sulla legge elettorale - Circola anche la favola che quello che chiamano "governo del presidente" dovrebbe riscrivere una nuova legge elettorale. Tutto ciò è semplicemente ridicolo, e prova ne è il fatto che tutti quelli che si esprimono per questa ipotesi non sanno poi dire su quale nuovo marchingegno dovrebbe convergere una qualsivoglia maggioranza parlamentare. Il fatto è che oggi non c'è nessuna soluzione in grado di avere questa maggioranza. 

Il discorso sarebbe lungo, ma qui andiamo con l'accetta: 1) Non è plausibile l'ipotesi di introdurre un premio di maggioranza, perché favorirebbe solo la destra e dunque non potrebbe avere il voto di M5S e Pd. 2) Idem per un sistema uninominale secco all'inglese, tipo Mattarellum. 3) A niente servirebbe tornare all'ipotesi del Tedeschellum in auge per breve tempo lo scorso anno, dato che produrrebbe risultati del tutto analoghi al Rosatellum in vigore. 4) In quanto al modello francese, sappiamo tutti che oltre ad essere pesantemente antidemocratico esso è semplicemente inapplicabile in un sistema bicamerale, come la stessa Consulta ha sentenziato. 5) Resterebbe il sistema spagnolo, che tanto piaceva ad M5S, ma a parte la complicazione di un ridisegno generale dei collegi, resta il fatto che anche questo modello determinava una maggioranza quando il sistema era bipolare, mentre oggi che non lo è più le alleanze sono necessarie anche a Madrid. 

Ora, è vero che la fantasia dei mascalzoni è fervida assai, ma in questo caso penso che dovranno rassegnarsi ad andare a nuove elezioni con il sistema in vigore. Che è assolutamente pessimo, ma meno di quello che costoro vorrebbero. Del resto sono stati proprio Pd, Forza Italia e Lega a votare non secoli fa, ma nell'ottobre 2017, il Rosatellum. Ricordiamolo ogni tanto. 

Tutto ciò è ben noto agli attori politici da cui dipenderanno le scelte dei prossimi giorni. Dunque chi dirà "nuova legge elettorale" lo farà sapendo di mentire. Lo farà solo per guadagnare tempo, per sé e per i poteri oligarchici che temono più di ogni altra cosa un governo non pienamente controllabile, peggio se permeabile alla profonda domanda di cambiamento che ribolle nel Paese.


Addendum 2: sull'economicismo e l'«autonomia del politico». Chi scrive non ha mai creduto all'ipotesi di un governo M5S-Pd. Questo per due motivi. Il primo è che un simile governo non avrebbe retto per più di qualche settimana. Il secondo è che si era capito fin dal principio come il niet di Renzi ad un governo con M5S fosse irremovibile.

La verità è che l'unico governo in grado di farcela - con mille difficoltà, diecimila contraddizioni e centomila pezzi d'artiglieria schierati contro - era il governo M5S-Lega. Non a caso il più voluto, quello ritenuto più "naturale" dalla grande maggioranza degli italiani. Al di là delle diverse considerazioni di merito, ogni altra maggioranza nascerebbe debole e destinata a vita grama. A qualcuno queste sembreranno banali note di buonsenso che nulla possono contro gli invincibili  disegni delle oligarchie. Ma fortunatamente il mondo reale è assai diverso da quello immaginato da costoro. Sta di fatto che alla fine il governo M5S-Pd, quello che lorsignori avrebbero considerato come il loro "male minore", non è nato.

E non è nato anche perché Renzi, certo per motivi ben diversi dai nostri, si è messo di traverso. Una cosa che dovrebbe far riflettere chi ritiene che gli attori politici siano semplicemente pilotati da quelli economici. Ed invece, anche in questa schifosissima epoca del dominio delle oligarchie finanziarie, esiste ancora l'«autonomia del politico». Beninteso, un'autonomia limitata. Fortemente limitata ma non del tutto annullata, specie in un periodo così tumultuoso, dove i progetti delle èlite sono tanti, spesso contraddittori. In un contesto come questo i dominanti non hanno mai una sola linea, il che se da un lato li rende più forti (sempre meglio avere un piano b), dall'altro li rende più divisi. Attenzione dunque alle visioni economicistiche che pretendono di dedurre sempre gli sviluppi politici in base ai semplici desiderata dei poteri economici. Specie in tempi di crisi le cose sono generalmente più complesse. E la vicenda politica di queste ultime settimane ne è una discreta dimostrazione. 

venerdì 26 gennaio 2018

BERLUSCONI (E RENZI) CONTRO I CINQUE STELLE di Carlo Formenti

[ 26 gennaio 2018 ]


In una serie di esternazioni che hanno inaugurato la campagna elettorale del centrodestra, Silvio Berlusconi ha esibito il suo fiuto di animale politico. In primo luogo, da qualche settimana batte il tasto sul fatto che le prossime elezioni si configurano come uno scontro frontale fra centrodestra e M5S, ignorando il Pd, e più in generale la sinistra, liquidati come relitti del passato. È una visione che rispecchia l’insegnamento delle elezioni americane, che hanno visto il trionfo di Trump – un populista di destra – contro un Partito Democratico che si è suicidato sbarrando con ogni mezzo la strada all’unico candidato – il populista di sinistra Bernie Sanders – che avrebbe potuto battere Trump.

Berlusconi snobba il Pd perché ha capito che la sinistra tradizionale, una volta convertitasi da alternativa a “ruota di scorta” delle politiche liberiste, ha perso appeal nei confronti delle classi popolari, mentre fatica a competere con la destra per la conquista delle classi medio alte. Teme invece il M5S, non solo perché vola nei sondaggi, ma anche e soprattutto perché, ad onta dei passi indietro compiuti sui punti più radicali del programma originario, e della progressiva “normalizzazione” della sua immagine da forza antisistema a forza di governo, appare tuttora in grado di attrarre il voto di protesta di milioni di elettori incazzati nei confronti delle élite che ne ignorano bisogni e interessi.

Nel corso dell’ospitata nella trasmissione di Barbara D’Urso, l’intramontabile Silvio ha spiegato – con la consueta franchezza – qual è la posta in gioco. Ha detto cioè che scende in campo contro i grillini, come aveva fatto contro i comunisti negli anni Novanta, perché oggi il pericolo è ancora maggiore. E dal suo punto di vista ha ragione: non perché i grillini siano sovversivi, ma perché la massa inferocita che ribolle negli strati più bassi della società (e che spera di trovare espressione votando M5S) è fatta di persone «che portano invidia e odio verso chi è ricco», di incompetenti che non capiscono la complessità dei problemi su cui sono chiamati a esprimersi (la democrazia sembra essere oggi più indigesta che mai, anche se è stata ridotta ai minimi termini da decenni di guerra di classe dall’alto) e che esprimono leader «ai quali si dovrebbe domandare cosa hanno fatto prima di fare politica e se sono laureati». Infine enuncia un programma che, nel migliore stile trumpista, mette insieme veri regali ai ricchi (la flat tax) e finti regali (che, vedi Trump, verranno immediatamente smentiti dopo l’eventuale vittoria) ai poveri (aumenti delle pensioni minime, reddito di dignità, ecc.).

Insomma: qui, come ormai quasi ovunque in Occidente, si scontrano due populismi nati sulle rovine delle forze politiche tradizionali, di sinistra come di destra. Due populismi che negli Stati Uniti, come ha scritto Nancy Fraser seguendo la lezione di Gramsci in un lungo articolo su American Affairs, incarnano gli interessi di due blocchi sociali contrapposti che lottano per l’egemonia. Con la differenza che, nel caso italiano, non si confrontano un Donald Trump e un Bernie Sanders ma, da un lato una vecchia volpe (anche lui un tycoon reazionario al pari di Trump, ma che la lunga esperienza ha reso meno rozzo nell’uso di espressioni razziste e sessuofobe, mentre ne ha affinato la verve comunicativa), dall’altro lato un progetto abortito di populismo progressivo che (diversamente da Podemos e Mélenchon) non ha la minima chance di aggregare un blocco sociale capace di andare oltre qualche effimero successo elettorale.

Ma l’astuzia berlusconiana si rivela anche nel suo enfatizzare il "pericolo" grillino per preparare il terreno – nel più che probabile caso che nessuno ottenga la maggioranza assoluta – a una Grosse koalition in salsa italiana (sarà per caso che Renzi sostiene a sua volta che la vera sfida è fra Pd e M5S?). 

Una soluzione che gli consentirebbe di svincolarsi della imbarazzante alleanza con Salvini, il quale è la vera controfigura italiana di Trump, almeno per quanto riguarda la scorrettezza politica e le velleità antiglobaliste e antieuropeiste. Perché il populismo di Berlusconi è soprattutto una tecnica elettorale, ma il nostro non coltiva alcuna intenzione di sfidare i diktat dell’Europa a trazione tedesca.

* FONTE: MICROMEGA

lunedì 13 novembre 2017

SE BERLUSCONI DICE: "DRAGHI NON SI TOCCA!" di Piemme

[ 13 novembre 2017 ]

«Non è, quello di Berlusconi, un cristiano perdono. E' il gesto simbolico di chi è obbligato ad ostentare il proprio stato di vassallaggio. C'è un rango nella gerarchia dei poteri in quest'Europa bancocratica a trazione tedesca, e quello del Nostro è il ruolo dello scudiero».

Si fa un gran parlare, con le elezioni alle porte, del "ritorno" in campo, come protagonista, di Silvio Berlusconi. 
In verità, il Cavaliere, dalla scena non c'era mai uscito, per la semplice ragione che i poteri forti eurocratici non hanno mai davvero voluto che ne uscisse.
Che Berlusconi fosse un fidato uomo di regime, la sua seconda gamba visto che la prima è il Pd, venne dimostrato platealmente nel novembre 2011 quando, dopo essere stato malamente defenestrato, votò la fiducia al Governo Monti.
Berlusconi sapeva benissimo che quella Fiducia gli sarebbe costata cara —vedi il tracollo elettorale nelle elezioni del febbraio 2013—, ma era il dazio che doveva pagare per dimostrare alla cupola sistemica la sua fedeltà. E' un segreto di Pulcinella che solo grazie ad una volontaria trasfusione di sangue (non solo Verdini) l'attuale legislatura è giunta alla sua conclusione naturale. 

Missione compiuta: evitate le elezioni anticipate. Con la fava berlusconiana la cupola sistemica ha quindi ottenuto due piccioni: mentre è stata scongiurata la minaccia di un'ulteriore avanzata dei Cinque stelle; concesso il ruolo di finta opposizione sul lato destro dello schieramento sistemico, Forza Italia ha così evitato lo sfondamento della Lega salviniana.

Il tutto in nome del primo comandamento: sbarrare la strada ai populismi.

E qui veniamo all'oggi, alla funzione di Berlusconi in vista delle prossime elezioni. Dato che il Pd è in discesa libera in quanto a consensi e potrebbe perdere le elezioni, Forza Italia deve agire come ruota di scorta e assicurare, per nome e per conto delle oligarchie euriste, la continuità dell'azione governo. Affinché Berlusconi possa effettivamente funzionare come la polizza vita del regime è stata infatti concepita la nuova legge elettorale.

Per tranquillizzare i poteri forti che non devono temere l'alleanza col populismo salviniano, Berlusconi ha compiuto un nuovo, eclatante atto di fede. Nella scomposta e potenzialmente esplosiva rissa sulle torbide vicende bancarie —esemplare lo scontro tra Bankitalia e Consob— Matteo Renzi, pur di sponda, ha tirato in ballo il ruolo di Mario Draghi in occasione della madre di tutte le crisi bancarie: l'acquisizione da parte di MPS di Antonveneta.

Chi si aspettava che Berlusconi avrebbe preso la palla al balzo per rinfacciare ai banchieri ed ai politici di area piddina (del tempo) le loro pesantissime responsabilità, si è sbagliato di grosso... Il Berlusca è invece sceso in campo come alfiere del governatore della Bce.
Lo ha fatto ieri con un'intervista al Quotidiano Nazionale —vedi foto sopra.
Ma ascoltiamo cosa dice Berlusconi:
D. Presidente Berlusconi, che opinione si è fatto dello scontro su Bankitalia?
R.«Vedo un tentativo di usare la questione banche a scopi elettorali, da diverse parti. Non è così che si dovrebbe trattare un tema tanto delicato, una vicenda che ha messo a rischio e in tanti casi ha danneggiato o distrutto i risparmi degli italiani. Gettare la colpa in modo indiscriminato sul sistema bancario, o su Bankitalia, o sulla Consob non soltanto è sbagliato, ma non serve a capire chi sono i veri responsabili, né a punirli. Io credo che la responsabilità sia sempre personale: come da un lato non ho mai condiviso il tentativo d’inchiodare i vertici del Pd a responsabilità che – se esistono – riguardano loro familiari, così non condivido l’idea di mettere sotto processo il sistema bancario perché alcuni singoli banchieri hanno operato male o hanno truffato i clienti. A maggior ragione questo vale nei confronti della Banca d’Italia: se qualcuno ha commesso degli errori, li si esamini, senza incolpare i vertici in modo generico».
D. L’ex governatore di Bankitalia nonché presidente della Bce, Mario Draghi, è sembrato in qualche momento nel mirino. Qual è il suo giudizio su di lui? Lo vedrebbe ancora bene come presidente del Consiglio in Italia?
R. «Coinvolgere Draghi è davvero da irresponsabili. È l’uomo che con le sue politiche ha contribuito a stabilizzare l’economia italiana e probabilmente ha salvato l’euro in questi anni. Ero riuscito a portarlo alla presidenza della Bce con un mio forte impegno personale. Peraltro avevo citato il suo nome non per candidarlo, non lo avrei certamente fatto senza consultarlo, ma per fare un esempio, per indicare un profilo adatto a guidare l’Italia. A quanto mi risulta Draghi non ha alcuna intenzione di lasciare il suo mandato a Francoforte».
A noi viene in mente la famigerata lettera inviata al governo Berlusconi il 5 agosto del 2011 dal presidente Jean Claude Trichet e dal futuro numero uno dell'Eurotower, Mario Draghi. Un vero e proprio ultimatum che annunciava la congiura dello spread e quindi il "colpo di Stato" con cui, nel novembre successivo, lo stesso Berlusconi venne spodestato.

Non è, quello di Berlusconi, un cristiano perdono. E' il gesto simbolico di chi è obbligato ad ostentare il proprio stato di vassallaggio. C'è un rango nella gerarchia dei poteri in quest'Europa bancocratica a trazione tedesca, e quello del Nostro è il ruolo dello scudiero.

giovedì 12 ottobre 2017

LA LEGGE (E LA BANDA) DELLE TRE "B"

Rosatellum, ovvero la legge BBB: una truffa su-misura per il Bomba di Rignano, il Buffone d'Arcore e il Bulletto di Milano (quello che parla con le felpe) 
La fine ingloriosa di Salvini. Da "grande oppositore" a stampella del regime
 

Quel che c'era da dire sul Rosatellum l'ho già scritto QUI due settimane fa. Adesso siamo quasi all'atto finale. La Camera finirà di votare oggi la cosiddetta "fiducia" ad un governo che aveva dichiarato - non ridete - la sua "neutralità" in materia. Poi seguirà il Senato, verosimilmente con la stessa procedura. I ladri di democrazia hanno fretta, debbono mettere al sicuro il bottino cercando di non lasciare troppe tracce. Dunque ogni mezzo è lecito, anche se ci hanno sempre insegnato che non si cambiano le regole del gioco - tantomeno con la forzatura del voto di fiducia - un minuto prima che inizi la partita. Ma questa è l'Italia dell'autunno 2017, dove colui che dovrebbe essere "arbitro" (il santerello Mattarella) è invece in combutta con la banda di scassinatori che conduce le danze.

Certo, dopo i tre voti di fiducia ci sarà oggi pomeriggio quello finale a scrutinio segreto. Qui non mancheranno i dissidenti, altrimenti detti "franchi tiratori", ma aspettarsi non dico un sussulto democratico (quando mai!), ma anche solo un atto di orgoglio da parte di questo parlamento di peones (senza offesa per i peones, quelli veri) va sinceramente al di là di ogni ragionevole immaginazione. Ecco il risultato di aver voluto tenere in piedi ad ogni costo un parlamento reso illegittimo dalle sentenze della Corte Costituzionale. Ecco i frutti dell'errore - qui il riferimento è ad M5S - di non aver preteso, anche con una scelta aventiniana, il suo scioglimento dopo la grande vittoria del NO il 4 dicembre 2016.

Diversi commentatori si interrogano sulle presunte contraddittorietà del Rosatellum. In realtà questa legge non è affatto contraddittoria, basta che si capisca com'è nata e qual è il suo fine. Cose che ho cercato di spiegare nell'articolo già citato, ma che ricapitolo qui in due righe: questa legge nasce da un patto di ferro Renzi Berlusconi, ed ha lo scopo di riportare il fiorentino a Palazzo Chigi con l'ex cavaliere come partner principale e ben remunerato in quel che più gli interessa.

Capito questo si è capito tutto. Poi, si sa, non tutte le ciambelle riescono col buco. Ma questo è un altro discorso, e noi ci auguriamo che l'abbuffata di seggi che già pregustano gli vada invece di traverso. Di certo, pur nel pittoresco balletto delle tante leggi elettorali proposte in questi anni, mai se ne era vista una disegnata così su-misura, non solo per un partito, bensì per una persona, anzi due con l'aggiunta di un terzo: il Bulletto padano che parla con le felpe.

Come noto la "fiducia" sta passando alla Camera solo grazie al regalo di Forza Italia e della Lega, i cui parlamentari sono usciti dall'aula per abbassare il quorum. Grande eh, l'opposizione di Salvini! E questo si dovrebbe scontrare niente meno che con l'Europa! Sai che paura a Bruxelles! Sta di fatto che sulla prima fiducia i Sì sono stati 307, sulla seconda 308. Al di sotto quindi della soglia di 316 che corrisponde al 50%+1 dei membri della Camera. Evidentemente la "fiducia" non è poi così forte neppure nel Palazzo, figuriamoci nel Paese.

Ma la scommessa dei ladri di democrazia è semplice: le leggi elettorali sono cose complicate, apparentemente astruse e comunque incomprensibili ai più. Dunque, calcolano i lestofanti, il danno di immagine sarà minimo. Poi di corsa alle elezioni, in modo da rendere difficile la partecipazione a chi dovrà raccogliere le firme. Quindi una campagna elettorale che proverà (vedremo con quale successo) a restaurare il teatrino della politica del bipolarismo che fu. A destra diranno di aver messo su una coalizione per vincere (boom!), idem nel redivivo centrosinistra di Renzi-Alfano-Pisapia (doppio boom!).

In realtà tutti sanno che le coalizioni del Rosatellum servono solo a raggranellare seggi, non a precostituire una maggioranza di governo. Tanto è vero che, a differenza del Mattarellum, la legge prevede che siano i partiti, non le coalizioni, a presentare il proprio programma elettorale.

Per raggiungere i propri scopi la banda delle tre B (il Bomba di Rignano, il Buffone di Arcore e il Bulletto di Milano) non si è posta limiti. Nel Rosatellum c'è tutto il peggio delle leggi elettorali dell'ultimo quarto di secolo. Quelle che sono state in vigore per qualche anno, come quelle abortite prima di vedere la luce. Ci sono i collegi uninominali all'inglese come nel Mattarellum, c'è il meccanismo delle coalizioni artificiali (con tanto di liste civetta) come nel Porcellum, ci sono le liste bloccate com'era nella legge calderoliana ma pure nel Tedeschellum saltato a giugno. E da quest'ultima legge si importa anche il meccanismo di voto unico su quota maggioritaria e proporzionale, un escamotage per favorire le forze teoricamente avvantaggiate nel maggioritario (in pratica la solita banda delle tre B di cui sopra).

Se tutto andrà come predisposto, dopo il voto la coalizione di destra si dividerà: Berlusconi se ne andrà con Renzi, mentre Salvini si rimetterà la felpa del grande oppositore. Ma per favore! Questo pagliaccio, che ama presentarsi come anti-sistema, ha deciso di fare invece da stampella ad una squallida operazione sistemica che punta a stabilizzare la prossima legislatura grazie ai trucchi del Rosatellum.

E perché lo fa? Semplice, per raccattare qualche seggio in più al nord. E' questo il prezzo al quale si è venduto al duo Renzi-Berlusconi. A questo punto, l'unica felpa che dovrebbe indossare dovrebbe portare la scritta «mi vergogno di me stesso».

Al momento non possiamo sapere come andrà il voto finale di oggi pomeriggio a Montecitorio. Teoricamente la maggioranza per l'approvazione della nuova legge-truffa è larghissima. Praticamente, i numeri saranno invece assai più bassi. E non è affatto escluso che proprio i voti della pattuglia leghista risultino alla fine decisivi. Ma decisivi per che cosa? Certo, per mandare in parlamento qualcuno in più dalle valli della bergamasca. Ma, soprattutto, decisivi per garantire una legislatura piena al prossimo governo Renzi. Grande oppositore il Salvini, grande oppositore... 

mercoledì 11 novembre 2015

SALVINI A BOLOGNA: leghisti ruspanti e pseudoantagonisti di Diego Fusaro

[ 11 novembre ]

In fondo, v’era da aspettarselo. È un copione che si ripete da anni, sempre uguale a se stesso: l’ideale arma di distrazione di massaper ottundere programmaticamente le coscienze e dirottare l’attenzione su contraddizioni estinte, di modo che mai si possano vedere quelle che insanguinano il presente.

La piazza di Bologna, ove si erano dati convegno salviniani e altri esponenti dell’armata Brancaleone di una destra che si stenta a capire in cosa si identifichi se non nel mercato, è degenerata nell’ennesimo, patetico teatrino dello scontro in ritardo trafascisti e antifascisti: e questo – non è superfluo notarlo – a settant’anni dalla fine del fascismo reale.

E così, ancora una volta, si è creata l’impressione generalizzata che il pericolo primo e primissimo sia, in questo Paese, il fascismo mussoliniano e non la dittatura dei mercati e il classismo capitalistico, il folle dogma della crescita senza limiti e le derive oligarchico-finanziarie dell’Unione Europea, la disoccupazione e l’assalto del neocapitalismo al lavoro; non il Ttip e il gruppoBilderberg, ma sempre e solo l’eterno nemico fascista, l’alibi ideale per lottare contro nemici morti e sepolti e non dire nulla su quelli in carne e ossa.
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Insomma, l’ennesima carnevalata, giusto per evitare di parlare di questioni serie. E il circo mediatico rilancia con entusiasmo, giubilante all’idea di chiacchierare dell’inutile. Chiacchiera, curiosità, equivoco: ecco il segreto della società di massa e della democratica non-libertà. Parlare di tutto senza comprendere nulla; su tutto equivocare, destare la curiosità sulle sciocchezze più macroscopiche, di modo che l’attenzione mai cada, casualmente, su questioni di rilievo. Et voilà, il gioco è fatto.

La piazza di Bologna ce ne ha dato un tragico esempio. Da una parte,salviniani ruspanti (è il caso di dirlo!) che brillano per coerenza: parlano di sovranità nazionale, loro che del tricolore volevano servirsi a mo’ di carta igienica; dicono pubblicamente che occorre uscire dall’euro, e poi rassicurano privatamente gli imprenditori circa la loro volontà di mantenere il sistema euro. Vogliono, da veri ruspanti, usare la ruspa contro i deboli e mai – chissà perché… – verso i poteri forti e i signori della finanza.

Dall’altra parte della barricata, pseudoantagonisti che pensano – ci sono o ci fanno? – che il fascismo mussoliniano sia alle porte, e non si accorgono che il manganello oggi ha cambiato forma ed è quello della violenza economica e del precariato, dei tagli lineari ai salari e delle sacre leggi neodarwiniane della competitività neoliberista. Di questo secondo manganello, ovviamente, non dicono nulla, presi come sono dai fantasmi del passato e dall’“antifascismo archeologico” (la formula, insuperabile, è di Pasolini). E non si accorgono che l’antifascismo, sacrosanto ai tempi di Gramsci, diventa oggi uno strumento al servizio del neoliberismo e del suo costante dirottamento delle armi della critica verso contraddizioni estinte.
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E intanto il potere trionfa, incredulo di vedere tanta confusione sotto il cielo: mentre fascisti e antifascisti si accapigliano, mentre salviniani ruspanti e pseudoantagonisti fumati si insultano, il sistema delle banche e della finanza, del capitale e dei signori del neoliberismo si sfrega le mani.

Ancora una volta, le loro azioni (“riforme”, “ristrutturazioni”, e mille altre formulette neo-orwelliane) passano inosservate: gli offesi sonoindisponibili, presi come sono a suonarsele tra loro. Non hanno tempo per organizzarsi contro chi sta caricando il cannone, perché sono assorbiti a prendersi a sassate tra loro. Proprio come i capponi di Renzo nei Promessi sposi, sono intenti a beccarsi a vicenda mentre vengono portati verso la pentola della mondializzazione capitalistica.

domenica 27 settembre 2015

ALLA FINE ANDRANNO ASSIEME di Piemme

[ 27 settembre ]

Abbiamo scritto più volte della Lega salvianiana, spesso in polemica con certi sovranisti all'amatriciana (folgorati sulla Via di Salvini che ha fatto del no-euro il cavallo di battaglia alle elezioni europee della primavera del 2014). 

Per questi, Salvini, malgrado la sua alleanza coi fascisti, nonostante tutti i crimini politici della Lega Nord, malgrado la flat tax ultra-liberista, doveva essere il "nostro principale alleato". E noi a dirgli: "Guardate che il no-euro di Salvini è ingannevole! Guardate che rischiate di ritrovarvi in compagnia dei neo-fascisti e di Berlusconi! ".

Come volevasi dimostrare. 
Ha detto ieri Berlusconi alla kermesse di Fratelli d'Italia:
«"Ha portato la Lega dal 4 al 14 per cento: chapeau. Chapeau al modo in cui sa parlare alla pancia della gente". Salvini è "molto utile al centrodestra". Così Silvio Berlusconi». [Il Sole 24 Ore del 27 settembre]
Sì, Salvini è infatti molto utile al centro-destra, un elemento prezioso, indispensabile per la riorganizzazione delle destre in vista delle prossime elezioni: guadagna consensi con una demagogia anti-sistema ed anti-euro, per poi ricondurre il tutto all'ovile, nell'alveo sistemico, nuovamente in alleanza col puttaniere di Arcore. 

Siamo prevenuti? La nostra denuncia è preconcetta? 
Rinfreschiamo la memoria ai sovranisti all'amatriciana. Diceva Salvini un mese fa:
«Se non si inventano il quarto esecutivo non eletto, l'anno prossimo si vota. Il Pd, dopo la caduta del governo, sarà in macerie. E noi non possiamo fare più errori: serve l'unità del centrodestra». Dopo settimane, se non mesi, in cui il leader del Carroccio si è guardato bene dal dare il suo placet ufficiale a una rinnovata intesa con Berlusconi, Matteo Salvini , in un'intervista su “Panorama” in edicola domani rilancia il ticket con il Cavaliere, per «mandare a casa Renzi». E rilancia l’alleanza tra Lega e Forza Italia, che «si fonda su basi solide, visto che i contenuti del programma sono già concordati, mancano da definire solo i punti relativi all'Europa, sui quali dobbiamo ancora accordarci». Così come fa parte della strategia di ricucitura con Berlusconi il “congelamento” delle primarie per le prossime amministrative». [Il Sole 24 Ore del 26 agosto 2015]

martedì 15 settembre 2015

PUR DI NON FARLO CADERE (pensierino del giorno)

[ 15 settembre ]

Ma che succede nel "Palazzo"? Davvero l'italicum passerà così com'è? Ce l'ha Renzi, come dice, i numeri per far passare l'abolizione del Senato? Si voterà nel 2018? O nel 2017? O forse nella primavera prossima? Renzi sembra dormire sonni tranquilli. Il perché ce lo spiega uno dei loro pennivendoli...


«Sarà un caso, ma voci di corridoio confermano che Berlusconi non sta facendo nulla, ma proprio nulla, per sgambettare il governo. Si mostra sordo alle suppliche di quanti, tra gli alfaniani, bussano numerosi alla porta nella speranza di tornare all'ovile.
Falso che il Cavaliere li cerchi. La vera notizia è che preferisce tenerli dove sono, in maggioranza. Fonti molto attendibili arrivano ad ipotizzare che, qualora sulle riforme dovesse mancare a Renzi un pugno di voti, pur di non farlo cadere, 4 o 5 senatori forzisti sarebbero pronti a dare una mano. Con la pubblica scomunica di Berlusconi, e la sua riconoscenza privata».
Ugo Magri, LA STAMPA del 14 settembre

martedì 12 maggio 2015

BERLUSCONI? SEMPRE MEGLIO DI RENZI.....

[ 12  maggio ]



«La scelta di non essere presenti alle celebrazioni Mosca è prima di tutto una mancanza di rispetto al contributo decisivo della Russia alla vittoria su Hitler nel 1945. Naturalmente il regime di Stalin era un regime criminale, ma il sangue versato dai soldati russi (si calcolano 20 milioni di morti) per una causa che era anche la nostra meriterebbe ben altra considerazione».

Questo scrive Berlusconi nella sua lettera del 9 maggio al Corriere della Sera  «L’Occidente e l’errore di voler isolare la Russia di Putin», che consigliamo di leggere tutta quanta.

Merita una riflessione questa pubblica critica di Silvio Berlusconi alla decisione dei Paesi NATO e dell'Unione Europea, e quindi del governo Renzi, di declinare l'invito russo a partecipare alle celebrazioni per la vittoria sul nazismo.

Cosa sostiene in buona sostanza Berlusconi? che se l'Occidente vuole vincere la sua sfida coi suoi due attuali nemici, la Cina ed il fondamentalismo islamico, non può fare a meno di un'alleanza con a Russia putiniana. 

Non ci appartiene la visione occidentalistica, quindi implicitamente imperialista di Berlusconi. Tuttavia la sua critica è una denuncia che più chiara non si potrebbe all'approccio bellicista e aggressivo dell'Occidente euro-atlantico, ben evidenziato da quanto accade sul teatro ucraino. C'è quindi, dietro a quanto sostiene Berlusconi una precisa quanto strategica visione geopolitica. Che questa visione sia difesa da un puttaniere sulla via del tramonto nulla toglie nulla al suo significato.

Una visione che di sicuro sarà condivisa da altri pezzi delle élite occidentali, ma che è stata battuta dalla componente maggioritaria, quella che spadroneggia nella NATO e nella UE, e che non solo respinge ogni accordo strategico con la Russia, ma vuole infliggergli una severa punizione, anche al costo di portare l'umanità sull'orlo di una nuova grande guerra.

Le vicende internazionali sono spesso la cartina di tornasole che svelano non solo la natura politica di un governo, ma lo spessore di chi lo compone. L'appiattimento del governo piddino di Renzi sulle posizioni anti-russe della NATO e della UE la dice lunga non solo sull'Esecutivo e sulla bassa statura di chi lo presiede (su Gentiloni stendiamo un pietoso velo), ma su quali sono le forze esterne che hanno portato al potere e sostengono Matteo Renzi.

Questa ultima uscita di Berlusconi getta un nuovo fascio di luce sulla sua defenestrazione il 12 novembre 2011. Non c'era di mezzo solo il rifiuto di adottare le crudeli misure austeritarie e recessiva chieste dagli euroligarchi —quelle contenute nella famigerata lettera della Bce di Draghi del 5 agosto 2011.

Occorreva togliere di mezzo un governo che non si voleva allineare alla direttiva USA/NATO di punire Mosca. Direttiva che si manifesterà nel dicembre 2013 nell'appoggio al colpo di stato di Kiev.

lunedì 9 febbraio 2015

METTI UNA SERA A CENA... la Lega di Salvini di nuovo con Berlusconi

[ 9 febbraio ]

Non sta fermo un attimo, il Matteo Salvini. 
Dopo il flop di Palermo è volato alla corte di Arcore, per incontrare Silvio Berlusconi. Si è discusso anche delle alleanze in vista delle prossime elezioni regionali. Si voterà (pare a maggio) in Veneto, Campania, Toscana, Liguria, Marche, Umbria e Puglia.
Saltato il "Patto del Nazzareno", pare che l'accordo tra Forza Italia e Lega Nord per andare appaiati sia cosa fatta.

Noi avevamo pochi dubbi che, gira che ti rigira, il vecchio e marcio connubio sarebbe risorto. Avevamo messo in guardia certi "sovranisti" che, presisi la cotta per Salvini in virtù del suo "Basta Euro", si sono messi al suo servizio. Alcuni ci hanno già lasciato le penne, gli altri seguiranno lo stesso destino.

Le ragioni di questo riavvicinamento sono diverse, e di certo non sono nobili. 
Berlusconi ha bisogno di Salvini per non essere spazzato via da Renzi, ma Salvini non ha meno bisogno dell'ex-Cavaliere.

Forse non tutti sanno che quando fallì Credieuronord, la banca della Lega, fu Berlusconi che tappò i buchi facendo da intermediario con Gianpiero Fiorani, che intervenne attraverso la sua banca, la Popolare di Lodi, che stava diventando una delle più grandi in Italia attraverso
traffici..."discutibili", e sponde con l'allora governatore della Banca d'Italia Fazio. Vicenda poi venuta a galla con lo scandalo dei furbetti dei quartierino. [http://it.wikipedia.org/wiki/Credieuronord]

I legaioli accettarono per non finire tutti al gabbio, ed era chiaro già dal 2000 che sarebbe andata a finire così se nessuno avesse iniettato capitali nella loro banca che permettessero di chiuderla rapidamente senza che finissero tutti al banco degli imputati per bancarotta fraudolenta.
Ma intanto che ci metteva i soldi per tappare i buchi della banca della lega in bancarotta, il cavaliere si comprava anche la fedeltà politica della lega rilevando la proprietà del logo. [http://www.bergamonews.it/politica/simbolo-della-lega-berlusconi-padrone-ecco-laccordo-segreto-159087]

Salvini aspirera a comandare nel centrodestra, ma ha due problemi: 

1) dopo il precedente scandalo finanziario, quello degli smeraldi nascosti in Tanzania e di Belsito che ha saccheggiato le casse del partito, nella nega come struttura politica non è rimasto NIENTE.
La Lega era un partito vero, oggi è solo Salvini ed il suo personale entourage, più il residuale entourage di Maroni e quello di Tosi e della Liga Veneta  —Tosi gioca un'altra partita, già nota nel 2013: http://www.lettera43.it/politica/tosi-e-il-programma-per-il-suo-centrodestra_43675110697.htm. Notare che erano già segnalati anche gli agganci con Passera, anche se quest'ultimo ha "fatto il partito" solo 2 settimane fa. 

2) se non cambia nome e logo al partito difficilmente potrà diventare un movimento nazionale, ma soprattutto non ha le mani politicamente libere.
Perchè la destra ha bisogno di seppellire la carogna del politicamente morto Berlusconi.
Ma è Berlusconi a decidere il posizionamento politico della Lega Nord: in fondo è direttamente lui il proprietario direttamente del logo.

lunedì 10 novembre 2014

IL PREGIUDICATO E LO SPREGIUDICATO (l'indecente trattativa sulla legge elettorale) di Emmezeta

10 novembre.
Una cosa è certa: la nuova legge elettorale sarà fortemente antidemocratica, probabilmente assai peggiore dello stesso Porcellum
Restano invece incerti i tempi, i modi, e la maggioranza che darà vita al nuovo mostro. Ma il bello è che questa incertezza verrà sciolta solo attraverso un intricato gioco di ricatti, a tutto campo, tra due personaggi davvero degni dell'orribile stagione politica che vive il Paese: il pregiudicato e lo spregiudicato, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.
Soffermiamoci su questo aspetto. Secondo la Repubblica di oggi, ormai organo ufficiale dei poteri che contano, Renzi avrebbe dato un ultimatum a Berlusconi: o un sì entro le 21 di stasera al nuovo Italicum con premio di maggioranza solo alle liste e non più alle coalizioni, oppure rottura del "Patto del Nazareno", secondo uno schema che prevederebbe l'approvazione della legge elettorale con l'attuale maggioranza di governo, magari allargata a Fratelli d'Italia, a Sel e alle frattaglie fuoriuscite dal M5S, in virtù dell'abbassamento della soglia di sbarramento dal 5 al 3%.

L'operazione si completerebbe con la ricerca di un accordo con il partito di Grillo sul nome del nuovo presidente della repubblica. Un presidente che a quel punto avrebbe come primo compito quello di sciogliere le camere per convocare nuove elezioni politiche anticipate. Lì Renzi, grazie ad un premio di maggioranza che in Europa esiste in una forma assai simile solo in Grecia, otterrebbe quella maggioranza assoluta sognata, ma mai ottenuta, da tutti i premier da De Gasperi in poi.  

Lo schema dello spregiudicato è dunque chiaro. Esso è perfino "troppo perfetto" per potersi davvero realizzare. Ma quale sarà la risposta del pregiudicato? Mentre il suo partito fibrilla, egli è asserragliato ad Arcore con i figli, la fidanzata, i suoi avvocati e soprattutto i vertici delle aziende di famiglia.

Una scenetta irreale eppur vera, degna della strutturazione politica consegnataci dalla seconda repubblica. Per anni abbiamo contestato, con mille ragioni, la macchiettistica foto del potere berlusconiano che veniva diffusa dagli antiberlusconiani di professione. Non che quella foto fosse irrealistica, semplicemente essa mostrava solo una parte della realtà, volendo invece occultare la sostanza di politiche quasi sempre condivise nella loro essenza dal centrosinistra antiberlusconiano. 

Ora, però, nel momento in cui la politica è tutta in mano al Pd, o meglio al PdR (Partito di Renzi), della vecchia destra berlusconiana resta solo il patetico declino di un capo esclusivamente proteso alla tutela dei propri interessi. Interessi che passano dalla gestione, e dunque dal controllo, dei voti parlamentari di cui ancora dispone.

In breve: Berlusconi può spianare la strada a Renzi (e finora l'ha fatto), ma vuole in cambio due garanzie, entrambe di carattere strettamente personale. La prima garanzia riguarda le sue vicende giudiziarie, tutte messesi non casualmente al "bello" dopo aver stretto il "Patto del Nazareno".  La seconda riguarda invece il futuro delle sue aziende, che passa anche, per non dire soprattutto, dalla volontà politica di continuare a consentire un così consistente monopolio privato nel campo televisivo.

Da chi possono arrivare queste garanzie? Secondo l'interessato, ma ancor più secondo i consigliori più ascoltati (Letta e Verdini) queste possono venire solo da un nuovo Presidente della repubblica eletto con i voti decisivi di Forza Italia.

Le annunciate dimissioni di Napolitano sono dunque sembrate arrivare al momento giusto per tentare un non facile gioco di incastri. Ma ci sono due complicazioni. La prima di carattere personale, la seconda squisitamente politica. 

In primo luogo, mettetevi nei panni del pregiudicato, vi fidereste voi della parola dello spregiudicato? In altri termini, non è troppo rischioso dare a Renzi quel che gli interessa (la legge elettorale) per poi mettersi nelle mani di un parlamento poco controllabile per avere al Colle un nome ben accetto?

In secondo luogo, non esiste solo il soggetto fisico Silvio Berlusconi, esiste anche, almeno in teoria, un soggetto politico chiamato Forza Italia. Ora è vero che questo soggetto politico esiste solo in virtù del soggetto fisico, ma resta il fatto che il ceto politico di Forza Italia deve pur cominciare a badare a se stesso, anche fosse solo guardando al mero risultato di una non facile rielezione.

Ecco la fotografia di queste ore. Il fatto è che questa non è solo l'immagine di un vecchio boss in decadenza, essa è invece la fedele rappresentazione dell'odierna politica italiana. Una politica nella quale lo spregiudicato si gioca a carte la democrazia, dove le soglie di sbarramento si spostano non in nome di una minore o maggiore democraticità della legge elettorale, dove le preferenze potranno esservi oppure no, ma non alla luce della sentenza della Consulta, ma solo per le immediate convenienze del signor Matteo Renzi. Al quale interessa solo una cosa: trasformare il suo partito di maggioranza relativa in maggioranza assoluta, con un gruppo parlamentare di peones asserviti ed obbedienti.

E' lui, lo spregiudicato, il vero simbolo del degrado in cui il Paese sta precipitando. Certo non è il solo responsabile. Ma non è neppure un caso che egli sia alla fine sgorgato, come il suo più naturale prodotto, dal marciume di un intero ventennio. 

lunedì 22 settembre 2014

TASI: I PASTICCIONI E I SUGGERITORI di Emmezeta

22 settembre.
Renzi, Letta e Berlusconi: le tre firme sotto la più spudorata delle beffe fiscali 

Se ne occupa l'altro ieri il Corsera, se ne dovranno occupare nei prossimi giorni milioni di famiglie. Parliamo ovviamente della TASI, la tassa più cialtronesca di un pur vasto campionario.

Quella del Corriere è la classica scoperta dell'acqua calda. Già a giugno milioni di italiani avevano capito la presa in giro. E tuttavia l'articolo del quotidiano milanese - tradizionalmente governativo a prescindere - dimostra l'assoluta insostenibilità di questo pastrocchio fiscale. Insostenibile, ma legge dello Stato, ed a quel che se ne sa non a rischio di «rottamazione».

Il pezzo di Mario Sensini, basato tra l'altro sui dati della Cgia di Mestre, ci conferma tre cose:
1. Che la Tasi costerà ai contribuenti assai di più dell'IMU sulla prima casa che è andata a sostituire, altro che riduzione della pressione fiscale!
2. Che ad essere maggiormente danneggiate sono le famiglie più povere, altro che equità!
3. Che si tratta di un'autentica giungla, dove ci sarà anche chi spenderà più per il commercialista che per la tassa, altro che semplificazione!
 

Potete leggere QUI l'articolo integrale, ma è utile riportare l'esempio fatto da Paolo Conti, direttore generale del Caf Acli:
«Con la vecchia Imu del 2012 (nel 2013 è stata sospesa, e solo in alcuni Comuni si è pagato una quota minima) su una prima casa con valore catastale di 60 mila euro, tassata all’aliquota massima del 4 per mille, si pagavano 40 euro: 240 d’imposta meno i 200 della detrazione fissa. Se ci fosse stato anche solo un figlio, addirittura niente. In un Comune dove non sono previste detrazioni, e sono i due terzi del totale, con la Tasi al 2 per mille (il tetto massimo è il 2,5), quest’anno si pagheranno 120 euro. Al contrario, una casa di abitazione più lussuosa, con un valore di 150 mila euro, se pagava 400 euro di Imu (600 di imposta meno 200 di detrazione), domani pagherà 300 euro di Tasi».
Serve altro per dimostrare che la TASI è un'autentica presa in giro? Parrebbe di no, almeno alle persone normali. Ed invece non sembra che sia così, visto che dal mondo della politica istituzionale non giunge alcun ripensamento. Allo Stato ed ai comuni i soldi fanno comodo e non si guarda tanto per il sottile. 

La beffa per altro porta almeno tre firme. Quella di Berlusconi, che nel 2013 volle incassare il risultato propagandistico dell'abolizione dell'IMU sulla prima casa (obiettivo raggiunto, ma con la sua sostituzione con una tassa più alta). Quella di Letta, che dovette piegarsi alle condizioni dell'allora alleato di governo, con il brillantissimo risultato di aver perso prima l'alleato e poi il governo. Quella di Renzi, che tutto vuol cambiare affinché niente cambi, ma che sulla TASI non ha mai speso una delle sue parole, neanche fosse un taciturno.

Ora, che a Berlusconi piacciano le burle è cosa internazionalmente nota, che Letta fosse un po' costretto in spazi di manovra assai disagevoli concediamolo pure, ma come si spiega il silenzio del «rottamatore»? Ai suoi ciarlieri sostenitori, molti dei quali imprecano in questi giorni contro la Tasi, ricordiamo che fu proprio lui, nel primo consiglio dei ministri del suo governo, a tradurre in decreto legge l'accordo che il suo predecessore aveva fatto con i Comuni. La TASI porta dunque la sua firma, anche se il personaggio è assai abile a nascondere le tracce.

Ma perché non si manifesta nessun ripensamento? Deve pur esserci un motivo in tanta ostinazione a tenere in piedi un meccanismo quanto mai impopolare come questo. Impopolare e assurdo. Già il significato dell'acronimo TASI dovrebbe far riflettere: Tassa sui Servizi Indivisibili. E che fino ad oggi questi servizi non esistevano? O forse erano "divisibili"? Ma non scherziamo: c'erano e venivano finanziati con la fiscalità generale, quella che almeno risponde ad un criterio di progressività.
Per adesioni: info@sinistracontroeuro.it

Concedeteci ora una breve digressione sull'incredibile balletto dei nomi delle tasse comunali, oggi composto da quattro acronimi, tre tasse (TASI, TARI ed IMU) che stanno dentro ad un contenitore (la cosiddetta IUC). Partiamo da quest'ultima, che significa Imposta Unica Comunale. Unica? Peccato che oltre a comprendere le tasse sui rifiuti e sui "servizi indivisibili", contenga anche l'IMU, che quando nacque - il 14 marzo 2011, non cent'anni fa - stava a significare Imposta Municipale Unica. Ora, siccome non è più «unica», ma solo una delle tre tasse che concorrono all'Imposta Unica Comunale la chiamano Imposta Municipale Propria, peccato abbiano lasciato qualche traccia rimanendo la U al posto della P. Ma lasciamo perdere...     

Torniamo adesso alla domanda: perché non si vede all'orizzonte nessun ripensamento? La risposta in realtà è abbastanza semplice e si articola in tre punti:

1) Perché questo aumento della pressione fiscale, peraltro in parte mascherato dalla confusione normativa, fa comodo eccome in vista della pesante manovra economica che si annuncia per ottobre. Altro che «fine dell'austerità»!

2) Perché si tratta di un modo per tenere buone le amministrazioni locali, fatte in tanta parte da sindaci/podestà ben felici di poter disporre del potere di imporre tasse.

3) Perché - soprattutto - così «vuole l'Europa», che chiede di spostare sempre più la tassazione dal reddito alle «cose». Un principio che detto così potrebbe anche suonar bene se ad essere colpita fosse la grande ricchezza. Ma così non è. Ricordiamoci le parole di Petrolini: «I soldi vanno presi ai poveri, ne hanno pochi ma sono tanti». Ora è chiaro che qui oltre ai poveri in senso stretto si vuol colpire buona parte del ceto medio. Con il risultato di non abbassare comunque le imposte sul reddito - ricordiamocelo: le uniche applicate con un principio di progressività - ma di aumentare in compenso le tasse sulle «cose». Tra le quali non ci sono solo quelle sugli immobili - che ci si appresta ad aumentare pesantemente con la revisione delle rendite catastali - ma anche l'IVA.

La Tasi, come riconosce il Corriere, è davvero una beffa. Ma ha una sua logica. Portata avanti da pasticcioni, ma suggerita da eurocrati che sanno bene quello che fanno.

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