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martedì 10 dicembre 2019

L'ESTREMA SINISTRA DOV'È? CON LA SARDINE! di Leonardo Mazzei

[ martedì 10 dicembre 2019 ]

La foto accanto ritrae la ASSEMBLEA UNITARIA DELLE SINISTRE D'OPPOSIZIONE —promossa da Pcl, Pci e Sinistra anticapitalista — svoltasi a Roma il 7 dicembre scorso, presso il Teatro de Servi, a Roma. Un luogo tetro assai, per una sinistra "antagonista"non meno cupa, lunare, smarrita. Chi non ci crede provi a sorbirsi come sono andati i lavori. Mal comune, mezzo gaudio... Mai si era vista una processione che abbia mobilitato tutte le diverse parrocchie e confraternite dell'estrema sinistra: oltre ai tre promotori c'era Rifondazione con le sue frazioni, Potere al Popolo, Eurostop, Sì Cobas, Risorgimento socialista, i Carc, una pletora di collettivi locali e, per la prima volta sugli schermi, il PMLI...

*   *   *

LA SINISTRA SARDINATA

di Leonardo Mazzei


Al peggio non c'è limite. Al ridicolo neppure. Tuttavia, il passaggio dal movimento operaio a quello delle "sardine" qualche problema lo dovrebbe porre. E invece no. Mentre la Cgil organizza autobus per portare i pensionati in queste gite ittiche euro-plaudenti, anche nella sinistra sinistrata ci si dà da fare per non essere da meno.

Vediamo quel che scrivono:
«Condividiamo il sentimento di fondo che anima tante piazze di giovani. Partecipiamo a queste piazze. Sentiamo anche noi la stessa nausea profonda per le culture xenofobe, misogine, reazionarie dei Salvini e delle Meloni, la loro vocazione autoritaria, il loro uso cinico dei sentimenti religiosi con tanto di esibizione di croci e di madonne, il loro disprezzo per le donne e per i soggetti LGBTQIA+ (presto non gli basterà più l'alfabeto!), il loro militarismo tricolore in abito di polizia».
Le piazze di cui si parla in questo volantino — e alle quali orgogliosamente si partecipa — sono ovviamente quelle delle "sardine". Ma chi è l'autore del testo di cui sopra? Chi è che ha tanta voglia di entrare in un bel banco di sardine per finire in pasto ai pescecani che se ne nutrono? Bene, questo aspirante suicida altro non è che il Partito comunista dei lavoratori (Pcl)! Sta forse scritto da qualche parte che per battersi contro la destra reazionaria si debba per forza di cose accompagnarsi a questi piddini di complemento, che per il loro perbenismo e la loro ipocrisia sono talvolta perfino peggio dell'originale? A leggere i sinistrati, parrebbe proprio di sì.

Il caso più interessante è però quello di Sinistra Anticapitalista. Con un articolo firmato da Francesco Locantore e Franco Turigliatto, qui si toccano vette degne di qualche commento.

Senza neppure sentirsi sfiorati dal minimo senso del ridicolo, i due iniziano parlando di: 

«grandi manifestazioni di piazza delle sardine». Un entusiasmo motivato dal fatto che: «Oggi il sentimento democratico e antirazzista, per fortuna ancora ben presente, trova una nuova espressione, più ampia e di massa, nelle manifestazioni delle sardine». I due, essendo tipi riflessivi, aggiungono poi che: «Come tutte le mobilitazioni e i movimenti di massa, anche quello delle sardine presenta numerose sfaccettature sociali e politiche, limiti e contraddizioni, ma anche potenzialità che le forze anticapitaliste devono sapere leggere per svolgere un ruolo positivo».
Potenzialità ragazzi, potenzialità. E pure anticapitaliste, mica balle. Ma che razza di somari saran quelli (come il sottoscritto) che in quelle piazze vedono solo conformismo, spirito di conservazione, distacco dai veri problemi del popolo, disprezzo per chi chiede protezione: in una parola, élitarismo diffuso a sostegno di quel partito degli ottimati tanto amico di Bruxelles?

Ad un certo punto dello scritto anche i due autori sembrano volersi porre qualche interrogativo. Leggiamo ad esempio:
«Certo colpisce il fatto che, in primis i suoi animatori (delle sardine, ndr), non colgano la dimensione della ingiustizia sociale presente nella società». 
No, ragazzi, non fate così, è solo un'impressione, vedrete che diventeranno degli anticapitalisti duri e puri. E' solo questione di volantinare un po'.
«Sul piano politico istituzionale è evidente che ci sia un interesse elettorale da parte del Partito Democratico e delle forze politiche del governo». 
Ma no, mica si può sempre pensar male!
«Non è un caso che le sardine siano nate in Emilia Romagna e che alcuni dei promotori abbiamo dato indicazione di voto per le liste che sostengono Bonaccini». 
Ah, non è un caso! Grazie per averli sgamati, che ci stavamo cascando!

Ebbene, dopo queste sensazionali scoperte dell'acqua calda, qual è la conclusione di Turigliatto e Locantore? Udite, udite (e, se ci riuscite, non ridete):

«La sinistra di classe che si muove nell’ambito dell’anticapitalismo, deve avanzare proposte e muoversi congiuntamente, tenendo insieme battaglia sociale e battaglia democratica e quindi trovare le strade per entrare in sintonia con i sentimenti democratici di massa che animano le mobilitazioni delle sardine».
Dunque: 
«I militanti e le militanti di Sinistra Anticapitalista sono nelle piazze delle sardine in questi giorni, non rinunciando a portare i propri contenuti». 
Bravi, non rinunciate, che prima o poi li convincerete tutti...
A questo punto, prima di concludere, devo scusarmi per l'ironia. Che in effetti qui, più che ridere, ci sarebbe da piangere... Ad ogni modo non siamo arrivati sin qui solo per farci qualche risata.

Tornando seri, cosa ci insegna allora questa infatuazione per dei pesci destinati a finire in scatola? Loro, i pesci, di quella brutta fine sono del tutto incolpevoli; ma chi li vuole imitare non vedendone la funzione auto-assegnatasi, quella per cui stanno nelle piazze, quella fine se la meritano.

Tre cose in conclusione

Ma cosa c'è, al fondo, nell'atteggiamento di questa sinistra "sardinata"?

C'è, in primo luogo, un penoso tardo-movimentismo che porta a scambiare lucciole per lanterne. C'è l'idea che tutto ciò che si muove sia positivo a prescindere. C'è il non (voler) vedere che la società è spaccata, che non c'è solo una maggioritaria (per quanto ancora confusa) spinta al cambiamento. C'è anche, e non potrebbe essere diversamente, una controspinta alla conservazione degli strati sociali che meglio reggono la crisi e gli effetti della globalizzazione. Ma questo conservatorismo non è quello delle croci e delle madonne, quanto piuttosto quello della "modernità", del cosmopolitismo giovanilista, del viva l'Europa!, della meritocrazia e del politicamente corretto. In breve, di tutto ciò che piace, anima e contraddistingue le cosiddette "sardine".

Ma la sinistra sinistrata sta in quelle piazze anche per un secondo motivo. Perché vede il Pd solo come un partito tra gli altri. Da qui le lamentazioni di Turigliatto e Locantore che abbiamo citato, sempre speranzosi però di poter lucrare qualcosa dalla crisi di quel partito. Il problema è che il Pd non è banalmente un partito. E' qualcosa di meno — si pensi alla patetica figura del suo segretario politico —, ma è soprattutto qualcosa di più: il vero perno di un sistema che fa della sua sudditanza all'oligarchia eurista l'alfa e l'omega della propria ragion d'essere. Prodi, uno dei padri dell'euro, non è iscritto al Pd ma è Pd. Monti non è del Pd, ma è Pd. Mattarella non è iscritto al Pd, ma è Pd. E si potrebbe a lungo continuare con una lunga sfilza di nomi, oggi tutti — guarda caso — spinti sostenitori delle sardine. E questo per il semplice motivo che le sardine non sono semplicemente ascrivibili al Pd come partito, ma sono senza dubbio Pd nel senso del super-partito sistemico della conservazione eurista. Tra l'altro, se il Pd andasse in piazza con le proprie bandiere riceverebbe solo sputi negli occhi, se ci va invece sotto mentite spoglie riesce ancora a mettere insieme una forza certo non trascurabile. Che la sinistra "sardinata" abbia deciso di contribuire a questa operazione è un fatto che si commenta da solo.

C'è però un terzo elemento che spiega l'incredibile cantonata di costoro. Ed è che la sinistra sinistrata vede il pericolo del fascismo, che oggi si vorrebbe rappresentato da Salvini, mentre nega quello ben più concreto della dittatura eurocratica. Purtroppo, la "storia è maestra ma non ha scolari". Come non ricordare le piazze antiberlusconiane che portarono ad applaudire Monti nel 2011? Allora il pericolo per la democrazia sembrava il Buffone d'Arcore, peccato che si aprì così la strada al governo più antipopolare della storia repubblicana. Sono trascorsi appena otto anni, ed eccoci adesso al passaggio dall'antiberlusconismo — oggi talmente superato che perfino la Pascale annuncia che andrà in piazza con le sardine — all'antisalvinismo, ultima frontiera di chi non vuol vedere di quale morte stia morendo il Paese.



Del resto, che la sinistra sinistrata — ed oggi ampiamente "sardinata" — non voglia vedere qual è il vero nemico, ci viene confermato dall'assemblea della cosiddetta "sinistra di opposizione" che si è tenuta sabato scorso a Roma. Da quell'incontro è uscita la solita lista di obiettivi ambiziosi e altisonanti — dall'uscita dalla Nato al ritiro delle truppe all'estero, dalle nazionalizzazioni alla riduzione dell'orario di lavoro, dalla cancellazione dei decreti sicurezza all'abolizione della Fornero — ma non volendo vedere come tutto ciò sia semplicemente impossibile senza una lotta senza quartiere contro l'Unione europea, la sua moneta, le sue regole ammazza-Stati come quelle del Mes.

Siamo cioè al massimo dell'astrattezza. Nel Paese c'è oggi una nuova consapevolezza su ciò che rappresenta l'Unione europea e costoro guardano altrove. Si cita il Mes come una cosa secondaria, contro la quale forse ci si mobiliterà ma non si sa come, mentre è oggi il cuore di ogni battaglia di opposizione dotata di senso. Si agitano grandi obiettivi senza vedere la prigione in cui si trova l'Italia, fingendo di ignorare che senza una liberazione da questa gabbia non c'è alcun risultato sociale che possa essere credibilmente perseguito e raggiunto.

Non solo, come se ciò non bastasse, si amoreggia pure con le sardine, cioè con quella parte della società che vuol conservare un esistente nel quale evidentemente non si trova poi così male. Il bello è che poi costoro, incapaci di comprendere il perché nessuno più li segua (tantomeno nelle classi popolari), passano buona parte del loro tempo a lamentarsi del "destino cinico e baro", non avvedendosi neppure di come la loro stessa deriva contribuisca nel piccolo a portar acqua al mulino salviniano.

«Chi è causa del suo mal pianga se stesso», così dice in generale la saggezza popolare. Ma di fronte alla sinistra "sardinata", questo mesto spettacolo di fine anno di una sinistra sinistrata sempre più allo sbando, anche questo detto appare insufficiente. Del resto, si sa, la realtà supera talvolta l'immaginazione. 
Peccato avvenga spesso verso il peggio.


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mercoledì 1 maggio 2013

PERCHÉ USCIAMO DAL PCL di Sezione Lodigiana

1 maggio 2013. «RISULTIAMO INCOMPRENSIBILI AI LAVORATORI». 
Il Movimento comunista, non solo le sue componenti opportuniste, ma anche in quelle dogmatiche, è attanagliato da una crisi totale, che non è solo di debolezza organizzativa ma di natura teorica e programmatica. Di particolare interesse questo documento, con cui la sezione lodigiana del Partito Comunista dei Lavoratori motiva il suo commiato dal partito.

Segnaliamo ai lettori la lettura di un articolo in cui si biasimava il rifiuto del Pcl di uscire dalla moneta unica: «Euro: l'attacco del Pcl a Beppe Grillo. Una critica psuedo-rivoluzionaria»

Al compagno Marco Ferrando
Ai compagni del Comitato Esecutivo


«Alea iacta est, come ebbe a dire un personaggio ben più importante e grande di noi. Dopo innumerevoli discussioni all’interno della nostra sezione e dopo due incontri con il compagno Ferrando siamo giunti alla resa dei conti. La nostra posizione all’interno del Partito è ormai insostenibile, gli elementi di disaccordo sono molti di più rispetto a quelli che ci accumunano, di qui
la nostra decisione di lasciare il Partito Comunista dei Lavoratori. Coerenza politica e volontà di creare dibattito ci spingono ad argomentare la nostra decisione.

Le gocce che hanno fatto traboccare il vaso: le elezioni e la campagna elettorale.

Come abbiamo avuto occasione di dire più e più volte la nostra sezione è sempre stata molto critica sulla posizione presa dal Partito riguardo alle elezioni. Anche recentemente, durante i due incontri con il compagno Ferrando, abbiamo avuto occasione di ribadire le nostre perplessità, ma andiamo con ordine.
Da marxisti sappiamo bene che il voto non cambia le cose. Comprendiamo anche, in linea di massima, la necessità, per un Partito comunista, di partecipare alla tribuna elettorale borghese. Ma siamo proprio sicuri che vi siano le condizioni? Siamo proprio sicuri di non scivolare in una logica elettoralistica, di non scivolare nel “cretinismo parlamentare”?
Tentiamo di analizzare la situazione. Come abbiamo già ripetuto più volte non vediamo le condizioni per una nostra partecipazione alle elezioni. Non tanto per la completa inutilità del Parlamento italiano, caduto definitivamente sotto i colpi dell’emergente dittatura aperta dal capitale
finanziario, ma per un problema interno al Partito.
Dobbiamo ammettere, cari compagni, che il Partito non ha la forza necessaria per sostenere le varie tornate elettorali. Non si può pretendere di partecipare alle elezioni senza aver prima costruito un Partito solido, coeso, che si muove come un solo uomo, ma, soprattutto, radicato. Rischieremmo (e lo abbiamo fatto) di tentare di mordere un boccone troppo grande. I risultati stanno lì, a testimonianza della veridicità delle nostre affermazioni. Prendiamo i primi dati in maniera superficiale. Dalle ultime elezioni politiche a quelle appena svolte abbiamo praticamente dimezzato i consensi. Cosa strana, viste le condizioni attuali e la grave crisi sistemica che il capitalismo italiano sta passando. Non diciamo che avremmo dovuto raddoppiare i consensi, ma almeno reggere il colpo e mantenere un certo standard. Purtroppo non ci vogliamo limitare all’analisi superficiale del voto, ma vogliamo approfondire.
La prima cosa che notiamo è che il Partito non è riuscito a presentarsi su tutto il territorio nazionale. Notiamo una presenza a macchia di leopardo; in molte circoscrizioni siamo presenti al Senato, ma non alla Camera ecc. Tutto questo denota un fatto gravissimo: i consensi sono radicalmente crollati. Sono andati oltre al dimezzamento!
Se ci fermiamo un attimo a riflettere arriviamo a due conclusioni:

1) il Partito non è pronto alla sfida elettorale
2) il programma elaborato dal Partito ha completamente fallito e non è stato in grado di attirare le simpatie della classe lavoratrice

e, per favore, evitateci tutte le giustificazioni patetiche ed auto-assolutorie cui siamo abituati. Le elezioni non potranno cambiare le cose (o meglio: non possono cambiare le cose se non sono supportate da un forte movimento di popolo), ma sono comunque una misura del consenso che il programma proposto ha tra i lavoratori. E i lavoratori hanno completamente bocciato il programma proposto.
Avrete notato anche voi, speriamo, che il tutto è frutto di un circolo vizioso: il Partito non è pronto (non è radicato e strutturato) - non può propagandare il programma - non ottiene consensi -
non si può ampliare - non si potrà preparare per le prossime sfide e via all’infinito. Ma bisogna notare anche un’altra cosa: il programma non ottiene consensi non solo per la difficoltà oggettiva nel propagandarlo, ma anche perché non viene compreso dai lavoratori. Gli obiettivi proposti vengono visti come irrealizzabili. Purtroppo la coscienza politica ha subito un forte arretramento ed un programma così scritto non viene compreso dalla classe lavoratrice.
Detto questo è necessario spendere due parole su come è stata svolta quest’ultima campagna elettorale. Oltre alle mancanze già sottolineate va ribadita la scelta suicida di attaccare a tutto spiano
il Movimento 5 Stelle, mentre non è stato proferito verbo sul blocco europeista capeggiato dall’asse Monti-Bersani.
Ora, tutti noi conosciamo e denunciamo i limiti del M5S, ma in questo momento storico è lui il principale nemico di classe? Soprattutto: siamo sicuri che non sia autolesionistico criticare il M5S con gli stessi termini usati dalla stampa borghese? Proprio noi usiamo a sproposito termini quali “populismo” o “fascismo”! Proprio noi facciamo il gioco del capitale! Forse avremmo dovuto analizzare meglio il fenomeno del grillismo ed elaborare un’altra tattica. Forse avremmo dovuto condurre in maniera diversa la campagna elettorale.
Dopo lo sfacelo cui abbiamo assistito ci saremmo aspettati almeno le dimissioni irrevocabili della dirigenza, ma notiamo con dispiacere che ciò non è avvenuto.

La questione del Partito


Altro punto di irrimediabile dissenso è la natura odierna del Partito, sia a livello di strutturazione interna che esterna. Analizziamo i punti uno per uno. 
Strutturazione interna: come già ribadito più volte una strutturazione interna "a strati" è inconcepibile. Limitare il criterio di militanza solo a chi paga una quota mensile è comportamento, a nostro avviso, fortemente antimarxista (il contributo economico al Partito andrebbe letto in maniera diversa, cari compagni). Quello che si viene a creare è un Partito a compartimenti stagni, un Partito orwelliano in cui ad una sezione "interna" che decide corrisponde una sezione "esterna" che deve adattarsi.
Denoterebbe incredibile miopia non notare che la mancata strutturazione del Partito, il mancato allargamento dei consensi, deriva anche da questo. Al giorno d’oggi, con tutti i problemi che ha la classe lavoratrice, ben in pochi capirebbero la necessità di sacrificare una parte di stipendio (o addirittura la tredicesima) per un Partito che non ottiene risultato e che resta fermo al palo. Il problema è sempre quello: vogliamo fermarci per un attimo, parlare tra di noi senza le illusioni di una propaganda interna, ripartire da zero e ristrutturare il Partito? Ci sono forze interne disposte a farlo, ma non vengono ascoltate! Come non vennero ascoltati tutti i nostri suggerimenti sull’autofinanziamento o su un nuovo modo di pensare il Partito. Ah, già! Non siamo militanti, quindi…

Strutturazione esterna: cari compagni, nel caso non ve ne foste accorti, siamo nel 2013. I tempi sono profondamente cambiati rispetto a quelli del 1917 o del 1930. Un Partito strutturato come il PCL risulta incomprensibile ai lavoratori. Un Partito chiuso e limitato ai soli trockijsti, oltre che incomprensibile, è anche fortemente anacronistico. Ma non riusciamo proprio a vedere che questa
chiusura ci sta trasformando in una setta e ci porterà alla distruzione totale?!
La classe lavoratrice, nei decenni scorsi, si e fortemente imborghesita. Se rigetta il termine generico
"comunista" come farà mai a comprendere quelli particolare di "trockijsmo", “stalinismo”, “hoxhaismo" e via discorrendo? Dobbiamo aggiornare un po’ la nostra agenda, non credete? Inoltre
questa ricerca della "purezza" (degna dei peggiori incubi del secolo scorso) porta ad un’aggressività
verso ogni forma di analisi diversa che ha dell’incredibile. Basta frequentare gli spazi facebook per vedere che ogni minimo "dissenso" è bollato come deviazionismo, come stalinismo (e qui ci verrebbe da dire che taluni elementi sono più stalinisti di Stalin). E questo periodico processo viene eseguito con una violenza tale da fare scappare diversi simpatizzanti.
Inoltre, questa forte chiusura, non viene capita dagli strati più avanzati della classe lavoratrice.
Rimanere ancora fermi su categorie che hanno quasi un secolo di vita è cosa inconcepibile per i lavoratori. Ancora una volta essi si dimostrano più avanti di noi ed hanno capito che talune categorie sono morte. Dopo il tempo della diaspora è venuto il momento dell’unione e della ricostruzione. Ma non con l’arrogante parola d’ordine “tutti nel PCL, unico vero partito comunista”. Occorre un dialogo e una ricostruzione seria. Occorre un nuovo soggetto politico forte. Vogliamo continuare a fare il gioco dei padroni, vogliamo continuare a farci trovare proni al diktat  “divide et  impera” o vogliamo reagire? Noi siamo per la seconda alternativa. Siamo spiacenti di notare che non tutti la pensano così.

Questioni tattiche
Bisceglie, Grisolia e Ferrando

In linea generale la tattica di un partito comunista deve essere condizionata dal livello di coscienza e di preparazione del popolo lavoratore, come soggetto a cui si rivolge e il cui obiettivo strategico è la sua liberazione dalle catene del capitalismo. Questo non significa cambiare le idee o gli obiettivi, ma comporta un giusto adeguamento delle proprie parole d'ordine, della propria chiarezza espositiva, del proprio metodo di penetrazione all'interno della masse, della propria propaganda.
Il Partito Comunista dei Lavoratori in sette anni di esistenza, dapprima come movimento e poi come partito, non è stato in grado di recepirne nemmeno una.
Parole d'ordine come “governino i lavoratori”, per esempio, è incomprensibile ad un popolo i cui individui riconoscono ormai solo se stessi come corpo d'azione e non più un loro insieme. Il “lavoratore” in generale è visto come quello non preparato a dirigere oppure inadeguato alla risoluzione di problemi organizzativi.
La chiarezza espositiva è un altro punto di debolezza. Il PCL utilizza ancora espressioni che risalgono a cent'anni fa, non più comprensibili alle masse che si sono adagiate su un linguaggio sempre meno formale, sintetico e fortemente influenzato dalla cultura dominante, di cui adesso rispetto al 1917 non è più un soggetto passivo che si limitava ad invidiarne “ricchezze” bensì, grazie al progresso e al benessere generale, può nei suoi limiti goderne i privilegi.
Il metodo di penetrazione all'interno delle masse è risultato inadeguato e insoddisfacente. Spesso ci si è messi in coda a organizzazioni che non avevano più alcun rapporto con le masse, che sono risultati solo dei gruppi autoreferenziali e, per loro natura, inconcludenti se non addirittura opportunisti.
La propaganda del PCL è sempre risultata fuorviante e ambigua. I militanti ancora non hanno compreso la differenza tra propaganda e analisi storica. E questo è un grave problema di formazione politica.
La propaganda serve a consolidare il rapporto con le masse, l'analisi storica serve individuare gli errori, a correggerli, a superarli, a impostare tattica e strategia. Le due cose vanno tenute separate, perché la prima è un approccio con il popolo (che tra l'altro se non organizzato e guidato per sua natura non è rivoluzionario), mentre la seconda se ben utilizzata è uno strumento fondamentale dei quadri militanti.
Il PCL, con la sua tattica purista, isolazionista e “egocentrica” non è stato in grado di impostare nessuna battaglia concreta. Ha utilizzato solo gli spazi concessi da altri per “propagandare” un programma vecchio come il mondo, per vantarsi di essere l'unico partito rivoluzionario e, pur di rimanere tale, ha sempre rifiutato qualsiasi collaborazione che non fosse ortodossa al 100%.
Ha passato tutto il tempo a ricercare “comunisti” che non c'erano più, perdendo di vista la direzione che stava prendendo il popolo.
La tattica purista non ha permesso a persone che sarebbero potute diventare validi compagni di avvicinarsi al partito e di crescere in esso, semplicemente perché non si riconoscevano nell'idea rivoluzionaria trotzkista. L'accusa di stalinismo per chi propone analisi diverse risulta essere  all'ordine del giorno. Un partito comunista, marxista e leninista non può escludere a priori oppure considerare di serie B compagni che hanno una formazione o una visione politica diversa da quella impostata da  Trotzky. 
La tattica isolazionista non ha permesso l'avvicinamento di gruppi che, seppur condividendo la nostra strategia, non desideravano una sottomissione al partito oppure un adeguamento della loro tattica.
Infine, l'egocentrismo del partito, che ha la pretesa di definirsi l'unico partito comunista in cui tutti gli altri devono confluire, di fatto ha frenato il confronto con le altre forze politiche.

Conclusione


Per queste ragioni la nostra sezione ha deciso di uscire dal Partito Comunista dei Lavoratori e di non partecipare alla distruzione del Partito. Avremmo volentieri partecipato a una forte discussione interna sul cambiamento di tattica e strategia del Partito, ma presupposti base della discussione sarebbero state le dimissioni del gruppo dirigente e un'apertura al confronto, elementi che non sono all'ordine del giorno nel Partito oggi e crediamo non lo saranno mai.
Rimaniamo comunisti e per questo continueremo a lavorare fra la gente per creare una coscienza d'opposizione al capitalismo, che sta portando alla disperazione ami strati della popolazione italiana e mondiale, continueremo a battagliare dentro i luoghi di lavoro, saremo per le strade a gridare il nostro no ai padroni, ma lo faremo nell'ottica di creare una grande massa d'opposizione che però non guardi solo ad una “millantata” purezza trockijsta o un mero criterio di sponsorizzazione economica, così da poter finalmente creare quel mondo socialista che da sempre andiamo a ricercare».
Aprile 2013

sabato 2 marzo 2013

«GRILLISMO» = FASCISMO? di SollevAzione




Sabato 2 Marzo. Continua l'inchiesta sul terremoto elettorale. Nuove tabelle per capire cosa è accaduto. Un M5S dalle molte anime ha conquistato consensi da ogni area, anche a scapito della "sinistra radicale" che è andata da una parte, quella opposta del popolo dell'indignazione.



"Sinistra radicale" da una parte, popolo indignato dall'altra

di sollevAzione



Non ce ne vorranno i compagni del Pcl e di Sinistra critica per la tabella accanto. Mele e pere, ci diranno, non si possono sommare. In politica non è sempre vero. Abbiamo sommato tutti i voti delle forze che si sono opposte al governo Monti e che si sono presentate alle recenti elezioni (1.944.589), ovvero Idv, Sel, Rivoluzione civile e Pcl. Li abbiamo quindi relazionati a quelli ottenuti dalle stesse forze alle elezioni del 2008 (3.094.160). Il risultato è impietoso: 1.149 e rotti di voti persi. Un tracollo. [Vedi Tab.1 (sopra): più di un milione di voti persi (clicca per ingrandire)]

Un tracollo che segue quello già pesantissimo del 2008 (vedi Tabella n.2), quando Idv e Sinistra Arcobaleno persero, rispetto alle elezioni del 2006, due milioni di voti —tutti assieme nel 2006 avevano il 12,5% dei consensi elettorali. Particolarmente catastrofico, per chi se lo ricorda ancora, fu il risultato della Sinistra arcobaleno: Prc, Verdi e PdCI crollarono dal 10% del 2006 al 3% del 2008.
Tab 2 (clicca per ingrandire)

La tendenza alla consunzione del bacino elettorale dell'area a sinistra del Pd è infine clamorosamente confermata se prendiamo in considerazione il trend 2006-2013: l'elettorato è crollato del 62%. Voti persi in assoluto quasi 3 milioni. (Vedi tabella n.3)

Due sono le direzioni principali prese dal flusso di voti in libera uscita in questa tornata elettorale del 2013: il M5S e l'astensione.

Questo esodo di voti dalla "sinistra radicale" attesta il divorzio tra questa e l'indignazione popolare manifestatasi nelle urne. Un dato che rassomiglia, mutatis mutandis, a quello tedesco (la sconfitta di Die Linke) e lontanissimo da quello greco (avanzata di Syriza). Un dato pessimo, anche se confrontato ai dati delle "sinistre radicali" in Francia, Portogallo e Spagna —vedi la nostra analisi: Masticano amaro.
Un dato che noi avevamo lucidamente previsto —vedi l'articolo: Rifondazione comunista al capolinea.

Le dimissioni della segreteria del Prc sono l'epitaffio di questa débȃcle senza appello. Staremo a vedere in che direzione si muoveranno i migliaia di attivisti del Prc —quelli dei verdi e del PdCI non vediamo dove stanno— che turandosi il naso hanno votato Rivoluzione civile. Hanno essi per primi di che riflettere, visto che buona parte della loro area elettorale, del loro mondo, anche questa volta gli ha voltato le spalle.
Tab 3 (clicca per ingrandire)

La direzione che prenderanno dipende certo dalla lettura che essi faranno del terremoto elettorale venuto fuori dalle urne. 

Di certo non potranno fare come il Pcl, che si auto-consola spiegando il suo proprio scivolone con una presunta (sic!) "svolta reazionaria" manifestatasi nelle urne —il Movimento 5 Stelle per il Pcl sarebbe infatti una forza non solo reazionaria ma addirittura incipientemente fascista, se non proprio fascista. E' talmente evidente che si tratta di farneticazioni strampalate che nessuno le prende sul serio.  La posizione del Pcl suona più o meno così: le masse incazzate non ci cagano? che vadano alla malora! La segreteria del Prc, dimettendosi, ci fa una figura da signori. 

Ci sono chiarissimi i limiti del Movimento 5 Stelle, ma sostenere che esso è una forza reazionaria e cripto-fascista è segno evidente di una follia politica latente. Speriamo che non diventi conclamata. 

A noi pare davvero inammissibile che una forza politica che si richiama al pensiero di Lev Trotsky —colui che in seno al movimento operaio di allora più a fondo sviscerò il fenomeno del fascismo— possa rifugiarsi in una simile analogia per occultare la propria impotenza.

Fascista fu, negli anni venti del secolo scorso, la mobilitazione agguerrita, extra-parlamentare e paramilitare di settori della piccola-borghesia e del sotto-proletariato, finanziata dal grande capitale per schiacciare con la forza il movimento operaio e fermare l'avanzata del bolscevismo.

Ora, a parte le profonde differenze tra allora ed oggi (tra cui, la prima, esssenziale, è che non c'è nessuna avanzata bolscevica che minacci il sistema capitalistico) non si vede come possa essere fatta un'equiparazione con il M5S, di cui tutto si può dire, meno che non sia, proprio all'opposto del fascismo, legalitario, pacifico, impregnato fino alle midolla di illusioni nella democrazia parlamentare e fede nelle istituzioni repubblicane. 

Siamo seri, e vediamo di non fare la fine di coloro che a forza di vedere il fascismo in ogni ombra, quando arrivò davvero, non se ne accorsero e vennero travolti.

domenica 10 febbraio 2013

ALLE ORIGINI DELL'EURO (LO SME)

Enrico Berlinguer e Giorgio Napolitano
Quale fu la posizione del Partito Comunista Italiano?

di Marino Badiale e Fabrizio Tringali*

Scrivevamo un anno fa che le politiche impostate per salvare l'euro avrebbero lentamente avviato l'Italia a diventare un paese del Terzo Mondo [M.Badiale, F. Tringali, L'euro non è un dogma, Alfabeta2, dicembre 2011].

martedì 15 maggio 2012

EURO: L'ATTACCO DEL PCL A GRILLO

Una critica pseudo-rivoluzionaria

di Moreno Pasquinelli

«Una singolare coincidentia oppositorum tra il dottrinarismo d'estrema sinistra e l'ultra-liberismo capitalista. Col motivo di disprezzare gli interessi nazionali italiani e di curare quelli del "proletariato europeo", si diventa collaterali al montismo, ovvero si striscia ai piedi degli interessi nazionali del capitalismo tedesco».

venerdì 4 marzo 2011

LIBIA: PROSEGUE IL DIBATTITO (2)

"Stalinisti quelli che nutrono dubbi
sulla sollevazione libica"?
Ferrando, il PCL e la spocchia

di Roberto Grienti

Riceviamo e pubblichiamo

Ho letto, con attenzione spero, il lungo saggio di Marco Ferrando nel sito del Pcl (Partito Comunista dei Lavoratori) dedicato alla Libia. Da premettere che sembra che in Pcl ci sia solo Ferrando ad avere capacità di elaborazione e di lettura sugli avvenimenti della lotta di classe interna ed internazionale, comunque affari del Pcl sui quali non ho alcun diritto di sindacare.

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