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venerdì 13 dicembre 2019

VIVA LA BREXIT di Moreno Pasquinelli



[ venerdì 13 dicembre 2019 ]

L'Unione europea, con tutta la sua muta di isterici ideologi europeisti, dopo quelle del referendum pro-brexit del 23 giugno 2016 e del 4 marzo 2018 in Italia, ha subito una seconda ancor più contundente e clamorosa sconfitta.

Lorsignori ora tendono a minimizzarne la portata, ma sanno che da oggi nulla è più come prima: la spinta propulsiva unionista è morta, ed è ufficialmente aperta la fase della disintegrazione dell'Unione europea. E' dubbio che a questo processo di consunzione possa sopravvivere lo stesso nocciolo carolingio franco-tedesco.


*  *  *

Il coraggioso programma di riforme sociali antiliberiste proposto da Jeremy Corbyn — simile a quello di François Mitterrand ai francesi nel 1981, e che quest'ultimo si rimangiò solo un anno dopo — non ha evitato la enorme disfatta del Labour (mai scesi così in basso dal 1935!) e il trionfo indiscutibile, non tanto del partito conservatore, ma di Boris Johnson.

La ragione che spiega entrambi è una e una sola, si chiama Brexit. Boris Johnson ha stravinto perché se ne è fatto araldo, mentre Corbyn, proponendo un secondo referendum in caso di vittoria, è passato come paladino del remain nonché considerato ostaggio dell'establishment cosmopolitico e antinazionale londinese.

Corbyn, incapace,  come Johnson ha invece saputo fare nel suo campo —, di sbarazzarsi della palla al piede dei potenti notabili euro/globalisti, ha immaginato di poter contrastare la forte spinta patriottica in seno al popolo britannico (inglese anzitutto), e di poter riconquistare il voto proletario, opponendo alla destra liberal-nazionalista il vecchio conio del riformismo sociale radicale, per di più adottando una indecente postura ponziopilatesca sulla brexit. Ha miseramente fallito, anche perché ha mentito affermando che le sue radicali riforme socialistoidi sarebbero state possibili proprio restando nell'Unione europea...sic!

Ed ha miseramente fallito perché così ha compiuto quattro errori politici clamorosi.

Il primo è che mentre egli evocava un secondo referendum, non s'è accorto che proprio queste elezioni erano diventate, de facto, il secondo referendum che tanto invocava. Il secondo è quindi che Corbyn non ha creduto che proprio la questione brexit versus remain fosse, nel rango delle questioni in ballo, quella che la grande maggioranza dei cittadini britannici (di sicuro quelli inglesi) ha (giustamente) considerato la decisiva e dirimente. Il terzo è che, sottovalutata la potenza della spinta patriottica anti-Ue, ha posto il Labour di traverso opponendo, seppure in modo peloso, l'opzione del remain. Il quarto infine: egli ha snobbato un fattore decisivo, la potente spinta democratica e anti-élitaria che alimentava brexit. 

Ne vengono alcune decisive lezioni politiche per la sinistra patriottica italiana, tre principalmente: una teorica, una strategica ed una tattica.


Sul piano teorico


La contraddizione tra capitale e lavoro salariato, se la spogliamo del suo aspetto metafisico, è sempre surdeterminata. Ammesso che sia la principale, essa s'impone semmai solo in ultima istanza. Ciò significa che essa non si da mai in maniera pura e lineare, ma risulta sempre correlata ad altre contraddizioni, condizionata e a sua volta determinata dagli altri fattori sociali, politici, culturali e spirituali che animano la sfera sociale. Ciò significa (analisi concreta della situazione concreta) che avviene, e può accadere spesso, una dislocazione delle contraddizioni, uno spostamento per cui quella secondaria può diventare principale e viceversa.

Sul piano strategico

Nel contesto dato ciò significa che la contraddizione principale di questa fase è quella tra le tradizionali forze produttive nazionali e il capitalismo finanziarizzato globale e la sua narrazione cosmopolitica. Di qui le prime che contro il secondo, dopo decenni di sfrenato liberoscambismo e di evaporazione delle entità statuali, esigono protezione e rivendicano la primazia del principio della sovranità nazionale, democratica e popolare. Chiediamoci dunque: rebus sic stantibus, cos'è funzionale e, di converso, disfunzionale alla prospettiva storica della causa rivoluzionaria e socialista? E' funzionale la resilienza delle forze produttive nazionali (e la principale tra esse resta il lavoro salariato, per quanto proteiforme esso sia diventato), mentre è disfunzionale il suo opposto, lo spappolamento progressivo degli stati-nazione e l'affermazione di un ordine ultra-capitalistico mondiale.


Sul piano tattico

Se la premessa è vera e l'enunciato strategico è giusto, da ciò deriva per le forze rivoluzionarie, lo andiamo dicendo da un decennio, un radicale riorientamento tattico, un riposizionamento spaziale e politico. Ci siamo oramai lasciati alle spalle il periodo in cui quello della sinistra era il campo naturale dei rivoluzionari e quello della destra quello del nemico principale. Se la polarità oppositiva che conta è quella tra l'ordine statale-nazionale e il disordine del super-capitalismo finanziario transnazionale (o capitalismo casinò) è nel campo della resistenza nazionale che occorre stare, non invece in quello contrario. E occorre starci non in modo attendista, né tantomeno codista rispetto alle forze sociali e politiche nazional-liberiste, bensì agendo come forza socialista indipendente. Il momento buono per lanciare la sfida decisiva per l'egemonia alle destre borghesi e nazional-liberiste arriverà inevitabile. Verrà infatti prima o poi a galla l'esplosiva contraddizione, per ora solo incipiente, racchiusa nel "campo sovranista": quella tra il suo lato democratico e popolare e quello borghese nazional-liberista e populista. Occorrerà esserci e farsi trovare pronti quando questo momento verrà. E per farlo occorre essere ben organizzati e non compiere errori.


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martedì 3 dicembre 2019

IN DIFESA DI CORBYN di Angelo Vinco

[ martedì 3 novembre 2019 ]


A pochi giorni dalle elezioni inglesi, la stampa internazionale si è prima interrogata, poi scatenata sul fenomeno Corbyn. “Antisemita” e filoterrorista; neo-stalinista, bolscevico, addirittura fascista. Anche in questo caso le scaturigini di questa campagna di criminalizzazione di Corbyn e del pericolo da lui rappresentanto partì anni addietro da Israele.

Il fenomeno Corbyn merita però una premessa da parte nostra. Nel suo pezzo di ieri sul CORRIERE DELLA SERA l’intelligente ed icastico Paolo Mieli si chiedeva perché mai la sinistra italiana non monti su compatta per sconfessare la visione sociale e geopolitica di Jeremy. L’esatto contrario abbiamo pensato noi negli ultimi giorni. 

Ormai diversi anni fa, Moreno Pasquinelli nel suo percorso di rielaborazione teorica basata sulla Praxis dava alle stampe, con pochi anni di distanza, due preziosi volumetti (“Oltre l’Occidente”, “Intervista sul Comunismo” a cura di Yuri Colombo). Li ci si chiedeva con molto coraggio esistenziale perché il marxismo e il comunismo storico avessero così ingloriosamente fallito. 

Non andiamo ora troppo per il sottile, non ce lo permette il contesto: Pasquinelli accusava implicitamente la concezione del mondo economicistica, oggettivistica e materialista che aveva caratterizzato la sinistra occidentale. Il leninismo, per quanto interno ad un orizzonte finale escatologico “materialistico” e per quanto politicamente ultra-realistico, sarebbe stata una dissonanza altamente soggettivistica ed altercomunistica nel mare magnum ontologico ed oggettivista del marxismo hegeliano di cui il leader russo fu, almeno per Pasquinelli, un pessimo discepolo. Di conseguenza Pasquinelli, che teneva in considerazione, con significato finale opposto a quello di Negri e Focault, i desideri soggettivi antropologici come base di una strategia politica
rivoluzionaria, finiva per attaccare frontalmente, con grande acume, tutte le folli e criminali politiche ateistiche dei vari “regimi socialisti” come massimamente occidentalistiche e borghesi e finiva così per considerare la Resistenza afghana, la Rivoluzione iraniana del ’79 e l’islamizzazione del movimento antimperialista globale quali eventi epocali da cui una sinistra antagonistica occidentale non poteva assolutamente trascendere se voleva ripartire per fare qualcosa di concreto. 

Questa premessa è necessaria, poiché allora non solo Pasquinelli intuì con anni di anticipo l’avanzata sociale (e politica?) del Populismo in Occidente ma indicò nell’islamofobia razzista e xenofoba sionista il primo Nemico del fronte sociale egualitario, democratico e progressista. Cosa dice oggi Corbyn? Non prova forse a dire e fare le stesse cose? Il concetto di terrorismo, a scanso di equivoci, è rifiutato dallo stesso Paolo Mieli che parla nel suo pezzo di legittimità storica e geopolitica dei movimenti della Resistenza al Sionismo. Il concetto di Revisionismo o “negazionismo” su vicende riguardanti eventi della Seconda Guerra Mondiale e la Germania nazista, per il quale Corbyn è stato tirato in ballo in più casi, non è invece esplicitamente citato da Mieli, che rileva però come l’Anti-Defamation League abbia denunciato l’aumento vertiginoso del fenomeno antisionista in Russia, Polonia, Ungheria a dispetto di Inghilterra e Italia, dove viceversa sarebbe in sensibile diminuzione ma specifica che taluni sodali di Corbyn considererebbero una “bufala” quanto poi la storiografia sterminazionista o filosionista avrebbero con grande raccapriccio evidenziato riguardato lo sterminio. 

Vediamo comunque la politica interna dei vari paesi occidentali israelizzarsi sempre di più ed i vari fronti interni assumere la stessa logica di frazione dei vari schieramenti sionisti;  già avevamo rilevato del resto la quintessenza iperoccidentalistica ed ipereuropeistica dell’entità integralmente bianca, ormai una vera e propria teocrazia razzista, denominata Israele. 

Vi è però qui un rischio politico fondamentale. La propaganda imperialista preme l’acceleratore sul bottone dell’antisemitismo per occultare la politica sociale egualitaria di Corbyn. Di contro, noi riteniamo nel momento attuale più importante quest’ultima di tutto il resto. Conosciamo le radici sindacal-laburistiche della militanza del Corbyn, non le possiamo molto apprezzare pur rispettandole; Jeremy non è dunque, almeno nella sua formazione, un populista giacobino, sembra però aver preso coscienza del fatto che per combattere il modello del super-capitalismo internazionale neo-feudale elitario dei nostri tempi, la dinamica della tutela assoluta dello Stato nazionalpopolare è attualmente l’inevitabile arma tattica. 
Londra, luglio 2019, manifestazione sionista contro Corbyn

Questa è la dimensione centrale su cui ora Corbyn si gioca la partita, non occorre farsi distrarre dalle armi propagandistiche del Nemico imperialista. Un nuovo Stato nazionale del popolo inglese antagonista dell’imperialismo sionista atlantico e del suo cagnolino ordoliberista tedesco, la riunificazione del movimento popolare anglosassone o coloniale con l’ideologia socialista e anticapitalista, l’attacco su base socialpatriottica alla xenofobia e al tentativo neo imperiale tory del Global Britain, una allucinazione antistorica che già la catastrofica politica imperialista del genocida di popoli coloniali Winston Churchill condusse ignobilmente e vilmente alla autoestinzione. 

Una eventuale vittoria del fronte Corbyn tra le classi popolare inglesi, una nuova politica sociale basata sullo Stato sociale e nazionalpopolare sconfesserebbe su tutta la linea quella sinistra italiana e internazionale, capitalista, sionista e antipopolare, quella sinistra tutta sardine e diritti civili che ha consegnato le classi popolari e la difesa dei diritti sociali alla destra nazionalista e xenofoba. 

Una eventuale vittoria del fronte Corbyn nelle imminenti elezioni britanniche sarebbe la vittoria degli eroici nostri fratelli Gilet Jaunes, dei mutilati, dei caduti, dei detenuti nelle prigioni dell’imperialista Macron, che costituiscono nella subimperialista, razzista e neo-schiavista UE la prima linea della resistenza democratica e anticapitalista. La vittoria del fronte Corbyn sarebbe insomma, per capitalisti, liberisti e BCE, una sconfitta peggiore di quella del No Deal. 


martedì 29 novembre 2016

IO, DANIEL BLAKE

[ 29 novembre ]

"Io, Daniel Blake" di Ken Loach rappresenta con crudezza la spietata trasformazione del servizio pubblico in dispositivo volto alla creazione di profitto. Stritolato tra il sacco della previdenza svenduta ai privati e le logiche di austerità, il welfare state universalistico tramonta all’orizzonte del Settentrione d’Inghilterra, mentre il corpo e la salute diventano l’ultimo, definitivo bacino d’estrazione
Non c’è più salvezza davanti al referto autoptico della società inglese. Con Io, Daniel Blake, vincitore della Palma d’Oro a Cannes, Ken Loach sceglie di guardare la Bestia negli occhi, mettendo in scena il termine ultimo dei Trentacinque anni ingloriosi, cominciati con Margaret Thatcher, proseguiti con Tony Blair e divenuti l’incubo in cui sprofonda un falegname di Newcastle che prima perde il lavoro e poi tutto il resto. Se Loach continua – oggi più che mai – a far piovere pietre, Io, Daniel Blake è un diluvio di sassi acuminati che straziano la carne.
Della working class che sapeva “tenere”, non è rimasto niente. L’orgogliosa appartenenza di classe è sprofondata in un abisso di solitudine. Le pratiche di resistenza collettiva sono infrante. E così, anche le storie devono cambiare. Non è più il tempo di quella filmografia targata anni Novanta che, nella chiave del dramedy, da una prospettiva obliqua e con un sorriso a tratti malinconico, a tratti scanzonato, raccontava la disperazione mitigata, il resto di speranza, l’ultima occasione dei sopravvissuti alla rivoluzione conservatrice di Ronald Reagan e della Lady di ferro. Pellicole come Grazie, signora Thatcher o Full Monty sono irrimediabilmente consegnate al passato, insieme alle strategie d’uscita dei dancing dreams di Billy Elliot o al rifugio nelle sottoculture tribali della strada: This is England, adesso, suona This is the end.

United Kingdom, oggi. Benvenuti all’inferno.

Daniel Blake, falegname, analfabeta digitale, uomo della provincia profonda, viene sospinto da un’improvvisa malattia oltre i bordi della cittadinanza, espropriato dalla titolarità dei diritti e proiettato nelle procedure kafkiane della nuova assistenza sanitaria. Sono passati dieci anni dalle contro-riforme con cui Tony Blair rovistò nel cestino della spazzatura della Thatcher per aprire il campo ai privati nel National Healthcare System, l’antica, gloriosa architrave dello stato sociale britannico.  E ne sono passati quattro da quando i conservatori dell’obliato David Cameron hanno varato l’Health and Social Care Act approfondendo il solco delle privatizzazioni e della competizione in termini finanziari tra strutture. Risultato? Largo al mercato e nessun apprezzabile miglioramento sotto il profilo dell’efficienza. Anzi…
Ora, a svelare impietosamente la ferocia della più antica democrazia d’Occidente non c’è il soggetto migrante o il giovane precario. La faglia si apre nella vita di un inglesissimo lavoratore, nel momento in cui salta il patto sociale e va in frantumi un modello d’inclusione. Privato del lavoro, Daniel scopre di non avere accesso a quel welfare state che è stato il vanto dell’economia sociale di mercato made in England. Lo schiaffeggiano formule come «professionista della sanità, default, CV da formattare».
Interminabili telefonate al call center lo precipitano in una tragica, paradossale sospensione dell’attesa, questionari standardizzati lo inchiodano come sventagliate di mitra. Lui prova a tenere. Ma si tratta di una resistenza tanto più dolente, quanto più si consuma in solitudine. È passata un’era geologica dal 1984, l’anno dell’ultima lotta, della leggendaria battaglia dei minatori che si opposero a Maggie.
Eppure, Daniel non si piega e cerca ancora di tessere la trama della solidarietà dal basso, aiutando Katie, madre single, che un lavoro smetterà perfino di cercarlo. Vittima degli spersonalizzanti dispositivi del servizio pubblico, sradicata da Londra per usufruire dell’assegnazione di una casa popolare, la donna sceglierà di prostituirsi. Non servono affetto e amicizia, non bastano l’aiuto reciproco e la banca del cibo. Le possibilità di sopravvivenza stanno fuori dalla legalità, oltre l’appartenenza del lavoratore alla classe, al di là dell’adesione a un patto di civile convivenza. Non a caso uno che ce la fa è il vicino di casa di Daniel, il giovane di colore dedito a un traffico di scarpe importate dall’Oriente, grazie a un amico cinese patito della Premier League. Neanche nel football c’è innocenza. E a Daniel manca il sostegno dell’idolo Cantona che sosteneva il postino di Manchester protagonista di Looking for Eric.
In quest’esempio di circolazione delle merci, dalla Cina all’Inghilterra, è facile cogliere una versione in scala del famigerato mercato globale, da cui gente come Daniel è rimasta tagliata fuori. Se il giovane nero se ne frega della legge, puro interprete del libero scambio, il falegname di Newcastle si ostina a rivendicare la cittadinanza inglese e i diritti che dovrebbe garantire. Questa caparbietà costa cara, perché – al posto della cittadinanza e dei diritti – c’è la Bestia: la voracità di un capitalismo che intensifica l’estrazione di valore. Daniel non ha fatto in tempo a votare il referendum sulla Brexit, ma non è difficile immaginare che avrebbe potuto esprimersi a favore del Leave, uno tra tanti nelle schiere d’invisibili dimenticati dalle fibre ottiche, dalla connessione telematica e dalle reti planetarie degli scambi.
Io, Daniel Blake rappresenta con crudezza la spietata trasformazione del servizio pubblico in dispositivo volto alla creazione di profitto. Stritolato tra il sacco della previdenza svenduta ai privati e le logiche di austerità, il welfare state universalistico tramonta all’orizzonte del Settentrione d’Inghilterra, mentre il corpo e la salute diventano l’ultimo, definitivo bacino d’estrazione. Loach racconta della provincia britannica impoverita, ma col gesto del grande narratore mette in scena la parte per il tutto, indicando la tendenza che da troppo tempo sta investendo l’Occidente.
E a ben vedere, tra la contea di Tyne and Wear e la rust belt degli USA, tra il dignitoso coraggio di Daniel e le paure della middle classamericana il passo – purtroppo – rischia di essere dannatamente breve.

martedì 11 ottobre 2016

BREXIT: LA SVOLTA DEI TORY E GLI EURISTI SOMARI CON LA BAVA ALLA BOCCA di Moreno Pasquinelli

[ 11 ottobre ]

«Si ripropone, col nuovo corso dei Tory, una storia già vista. Quella della seconda metà dell'Ottocento, quando il partito dei Tory riuscì a deviare il patriottismo popolare e ad incapsularlo nel suo seno, per quindi affogarlo nella retorica nazionalista, colonialista e razzista».

Leggete questa chicca:

«Margaret Thatcher crediamo si rivolti nella tomba al ritmo degli acuti ascoltati alla Tory conference di Birmingham. Ci limitiamo a riportare una frase della signora neo-premier Theresa May: "Se credi di essere un cittadino del mondo non sei cittadino da nessuna parte. Semplicemente non sai che cosa significa cittadinanza».

Questo scriveva l'8 ottobre Leonardo Maisano in un editoriale del Il Sole 24 ORE.

L'editoriale accompagnava la notizia, impressa a caratteri cubitali, del "Crollo storico della sterlina" avvenuto il giorno prima sul mercato dei cambi valutari. A notizia tanto roboante (quanto effimera), in rima baciata doveva corrispondere un editoriale fragoroso quanto stolto della testa di rapa di turno.

La Thatcher si rivolta nella tomba? Il nuovo premier britannico, ben al contrario, si muove proprio nel solco tracciato dalla Thatcher e lo fa a maggior ragione proprio difendendo la Brexit e confermando l'uscita dall'Unione europea. Questo Maisano è un somaro, o mente sapendo di mentire! Non era proprio la Thatcher quella che sostenne in modo solenne "la società non esiste, esistono solo gli individui"? Sì che era lei, figuriamoci se oggi, davanti alla frase sensata, addirittura banale di Theresa Mai la Lady di ferro si "rivolterebbe nella tomba". Con l'allegoria della tomba il somaro tenta di far credere che la Thatcher sarebbe stata contro la Brexit. Ma è universalmente noto come la Lady di ferro si opponesse alla setta degli euristi fanatici. Ecco una sua frase inequivocabile ai tempi della Comunità europea, prima che nascesse l'Unione con Maastricht:

«L'Europa non è stata creata dal Trattato di Roma. Né l'idea europea è proprietà di alcun gruppo o istituzione... la cooperazione volontaria e attiva fra Stati sovrani indipendenti è il modo migliore per costruire una Comunità Europea di successo. Cercare di sopprimere le nazionalità e concentrare il potere al cuore di un conglomerato europeo sarebbe altamente dannoso e metterebbe a rischio gli obiettivi che cerchiamo di raggiungere».
Chiaro no? La verità quindi è che la destra britannica dei Tory, avallando la Brexit, derubrica una parentesi e torna alle sue fondamenta programmatiche e identitarie. 
Margaret Thatcher, la Lady di ferro


Un ritorno che ha quindi radici profonde, storiche, che non si può ridurre a mero tatticismo per fermare l'emoraggia di consensi verso l'UKIP. Per questo gli euristi sono tanto preoccupati, perché quella dei Tory è una scelta irrevocabile, che sferra un colpo letale al disegno della casta ierocratica che ha oggi in mano (per poco) le sorti dell'Europa. Dopo Brexit la Ue è monca, dovrebbe cambiare nome: Uec, Unione europea continentale.

Cosa rimproverano, implicitamente, gli euristi (continentali) ai Tory? Di essere "nazionalisti", che di questi tempi in cui domina la religione mondialista, è come dare una scomunica. Chi conosce la storia britannica, inglese in particolare, sa bene che la frase incriminata è stata letteralmente copiata dalla premier. Ecco l'originale:

«"Cittadini del mondo" è un'espressione ambigua in quanto non vi è un mondo di cui si può essere cittadini. Essere cittadini implica esercitare diritti e assolvere doveri politici e sociali, e nulla di tutto questo si fa nel mondo, ma solo in comunità nazionali».
Questa frase venne scolpita nella dichiarazione della London Corrispondent Society fondata nel 1792 dai democratici e repubblicani inglesi, la sinistra del tempo, sull'onda della rivoluzione francese e per questo duramente perseguitati dal regime monarchico. I repubblicani rispondevano alla accuse di essere "antinazionali" sostenendo che sì, essi non erano nazionalisti, ma fieri patrioti inglesi, antimonarchici e anticolonialisti. Erano i tempi delle rivoluzioni democratiche, quando il patriottismo era patrimonio dei rivoluzionari e dei repubblicani. Dovremo aspettare la seconda metà dell'ottocento, per vedere questo patriottismo seppellito, fagocitato dal nazionalismo becero delle destre imperialiste.

Non è un caso che i Tory si abbeverino ad una fonte rivoluzionaria, prendendo a prestito i principi del patriottismo repubblicano e popolare che tanto a fondo scavò in Inghilterra, segnando le vicende del movimento operaio a cominciare da quello Cartista. Se lo fanno è anche perché sentono che nelle urne della Brexit non sono sfociati solo retrivi e odiosi sentimenti nazionalisti, imperialisti e xenofobi. Lo fanno perché sentono che nella pancia del proletariato inglese ribolle un sentimento potente, patriottico e antimondialista, intrecciato però ai valori democratici e di eguaglianza sociale.
Un raduno della London Corrispondent Society. 1795 


Stiamo dicendo che i Tory cessano di essere quel che sono, l'ala politica della borghesia imperialista inglese? Certo che no. Ma è un fatto che essi usano un linguaggio retorico, populista, egemonico, condivisibile dai proletari. Essi tentano anzi di far proprio il patriottismo inglese di marca democratica e socialista, per snaturarlo, per riciclarlo, per inglobarlo nel loro corpaccione nazional-imperialista.

Si ripropone, col nuovo corso dei Tory, una storia già vista. Quella della seconda metà dell'Ottocento, quando il partito dei Tory riuscì a deviare il patriottismo popolare e ad incapsularlo nel suo seno, per quindi affogarlo nella retorica nazionalista, colonialista e razzista.
«Gli operai sono inglesi fino al midollo. Essi rifiutano i principi del cosmopolitismo e accolgono i valori nazionali. Vogliono conservare la grandezza del regno e dell'impero, e sono fieri di essere sudditi del nostro sovrano e membri di un simile impero».
Questo affermò a Manchester, nel 1872, Disraeli, principale leader Tory, colui che riuscì a portare a termine l'identificazione del patriottismo col nazionalismo imperialista, la difesa dello spirito nazionale con quella della monarchia e della borghesia. Questo è il vero Dna dei Tory inglesi, che ci serve a capire dove va a parare davvero Theresa Mai. Disraeli ci riuscì anche perché la sinistra marxista nascente contrattaccò abbandonando il terreno del patriottismo in nome di un astratto cosmopolitismo internazionalista.

Non si deve commettere una terza volta (la seconda fu davanti all'avvento del fascismo) questo errore. Per questo facciamo nostro quanto i rivoluzionari inglesi fissarono nel loro Manifesto:

«"Cittadini del mondo" è un'espressione ambigua in quanto non vi è un mondo di cui si può essere cittadini. Essere cittadini implica esercitare diritti e assolvere doveri politici e sociali, e nulla di tutto questo si fa nel mondo, ma solo in comunità nazionali».

venerdì 24 giugno 2016

BREXIT: MENO UNO! di Emmezeta

[ 24 giugno ]


Lo storico risultato del referendum in Gran Bretagna. Un voto di classe saluta l'UE: Leave 52% - Remain 48%

Il mostro denominato UE ha perso un pezzo. E che pezzo! I 28 sono diventati 27. I sudditi delle oligarchie euriste sono scesi da 503 a 441 milioni. E si potrebbe continuare. Ma per adesso fermiamoci qui, che ce n'è già abbastanza per capire a quale livello è ormai giunta la crisi europea.
Questa crisi politica sarebbe andata avanti anche se il risultato fosse stato opposto, ma ora gli elettori del Regno Unito hanno detto una cosa più chiara: dall'UE si può uscire. Per noi un'ovvietà, ma andatelo a spiegare alle frotte di giornalisti e commentatori che ieri sera - sulla base di un semplice sondaggio commissionato dagli hedge fund - già brindavano sguaiatamente al successo del Remain. Per loro un risultato obbligato e senza alternative...

Da sempre, per costoro, la rottura dell'UE sarebbe fonte delle più tremende sciagure, quando invece per la povera gente la sciagura è proprio la gabbia europea, concepita giusto per affermare il dominio assoluto delle oligarchie finanziarie. Da qui i trattati che hanno trasformato in leggi i dogmi del neoliberismo, il dominio della logica dei mercati, i tagli salariali, l'attacco sistematico ai diritti del popolo lavoratore, l'austerità a vita e chi più ne ha più ne metta.

Sarà un caso che le zone operaie e popolari abbiano votano con altissime maggioranze per il Leave, mentre le zone borghesi e benestanti facevano l'esatto contrario? Ora qualcuno, da "sinistra", ci dirà che il malessere sociale non dipende solo dall'Unione Europea. Grazie, ne eravamo già informati. Ma quell'«Europa» che amate tanto, non è forse quella che meglio garantisce lo strapotere del capitale, lo sfruttamento dei lavoratori, il pieno dispiegarsi della disuguaglianza sociale?

Ecco, anche di questo bisognerebbe essere informati. Almeno quanto hanno dimostrato di esserlo i milioni di proletari che - infischiandosene della patetica posizione di Corbyn - hanno votato per l'uscita dall'UE. Pittoresco, da questo punto di vista, l'atteggiamento dei tanti commentatori che ieri - a votazione in corso - non sapevano capacitarsi del perché di questa polarizzazione di classe, a loro giudizio un "mondo alla rovescia", dato che secondo la loro narrazione "l'Europa tutela i più deboli". 

Piccola digressione in chiave italiana: questa notevole polarizzazione del voto tra zone povere e zone ricche, non è che ricordi per caso la vittoria del Pd ai Parioli e quella di M5S nelle periferie romane? Ovvio che il fenomeno è lo stesso, e si chiama rivolta contro le èlite, contro la vera casta sociale che riesce sempre ad imporre i propri privilegi, contro il ceto politico che ne rappresenta gli interessi.

Ora vorrebbero distrarci con le oscillazioni dei mercati finanziari. Fluttuazioni violentissime ma normali, visto che i padroni della finanza avevano scommesso fino a ieri sera sul successo del Remain. Ma se lorsignori tremano la ragione è un'altra, ed è squisitamente politica.

Tutti sanno che adesso l'UE è nel pallone, e che questo potrebbe essere solo l'inizio di un processo disgregativo senza fine. E tutti sanno che l'esito del referendum inglese non è il bislacco risultato di un popolo strano, bensì un sintomo inequivocabile dell'incurabile malattia rappresentata dal cancro "europeista".

E poi, dov'è la stranezza? Certo, agli euristi non piace ricordarlo, ma tutte le volte che i popoli hanno potuto pronunciarsi (Francia, Olanda, Irlanda, Grecia) hanno sempre detto di no all'Unione e ai suoi trattati. Un caso? La cattiva percezione di popoli "impreparati alla democrazia"? Ma per favore...

Certo, adesso qualcuno cercherà di cogliere l'occasione dell'uscita britannica per rilanciare l'idea mostruosa dell'Europa federale. Ma per fortuna quest'idea è non solo assolutamente minoritaria, ma anche del tutto impraticabile.

Di tutto questo ci sarà comunque tempo per parlare. Vedremo quale sarà la reazione di Berlino e Bruxelles, vedremo se Cameron se ne andrà subito o solo più avanti, vedremo quale sarà il riflesso sulla politica dei vari stati. Intanto godiamoci una vittoria che hanno cercato di fermare in tutti i modi, ma soprattutto con l'arma della paura.

Un'arma evidentemente oggi spuntata. Lo si era già visto nel referendum greco con il 61% di no, anche se poi tradito da Tsipras. I popoli non hanno tutta questa paura del cambiamento, anzi! E' questo un grande insegnamento, ed un formidabile incoraggiamento, per tutti quelli che come noi si battono per l'uscita dal mostro neoliberista, antidemocratico ed oligarchico chiamato Unione Europea.

Ultim'ora: al momento della pubblicazione di questo articolo apprendiamo che Cameron si è dimesso. Bene. Qualcuno, pensando così di salvarlo, aveva suggerito a Renzi di adottare il "modello Cameron" dopo un eventuale sconfitta al referendum d'ottobre. A questo punto glielo consigliamo anche noi.

lunedì 22 febbraio 2016

BREXIT: LA SINISTRA BRITANNICA PER L'USCITA DALL'UNIONE EUROPEA

[ 22 febbraio ]

Il 17 febbraio scorso, mentre David Cameron si recava a Bruxelles per negoziare la permanenza della Gran Bretagna nella Unione europea, su THE GUARDIAN appariva un appello per l'uscita sottoscritto da importanti intellettuali di sinistra. Qui sotto il testo.


VOTEREMO CONTRO L'UNIONE EUROPEA

«La miserabile farsa di David Cameron della "rinegoziazione"  dell'adesione della Gran Bretagna alla UE è servita solo a sottolineare la natura regressiva e antidemocratica di questa istituzione (Report, 16 febbraio). 

Sappiamo, vista l'austerità estrema imposta al popolo greco che l'Unione europea non è solo antidemocratica in sé, ma anche anti-democratica nel senso più profondo che le sue istituzioni non permetteranno mai che si realizzino le aspirazioni democraticamente espresse della maggioranza dei cittadini ove esse vanno contro al progetto di libero mercato.

La UE è irreversibilmente impegnata nelle privatizzazioni, nei tagli al welfare, nei salari bassi e nell'erosione dei diritti sindacali. Questo è il motivo per cui le forze dominanti del capitalismo britannico e la maggior parte della classe politica sono a favore di restare nella UE. La UE è irrevocabilmente impegnata nel TTIP ed in nuovi accordi commerciali che rappresentano il più grande trasferimento del potere al capitale che si siano mai visti.

Sostenere che la libera circolazione dei lavoratori all'interno dell'Unione europea è un ostacolo per la xenofobia è falso. Ma senza i diritti del lavoro e un'alternativa all'austerità, i migranti saranno preda di forze xenofobe ostili, con o senza l'accordo di Schengen. E, ancora più grave, la "Fortezza Europa", assicura che quelli che vengono da fuori della UE  sono soggetti a discriminazioni se sono fortunati, di annegare nel Mediterraneo se non lo sono.

Noi siamo per una visione positiva del futuro dell'Europa, basato sulla democrazia, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale, non nella sete di profitto di una piccola élite. 

Per queste ragioni ci impegniamo, in vista del prossimo referendum, per un voto a favore dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea».

Firmatari

Mick Cash
General secretary, National Union of Rail, Maritime and Transport Workers
Ian Hodgson
President, Bakers, Food and Allied Workers’ Union
Tariq Ali
Writer and broadcaster
John Hilary
Executive director, War on Want
Prof Mary Davis
TUC women’s gold badge winner
Aaron Bastani
Co-founder, Novara Media
Robert Griffiths
General secretary, Communist party
Lindsey German
Writer and anti-war campaigner
Joginder Bains
National general secretary, Indian Workers Association – GB
Alex Gordon
Former president, National Union of Rail, Maritime and Transport Workers
Liz Payne
Chair, Communist party
John Rees
Counterfire
John Foster
International secretary, Communist party
Dave Randall
Musician and writer
Graham Stevenson
Former president, European Transport Workers Federation
Bill Greenshields
Past president, National Union of Teachers
Doug Nicholls
Chair, Trades Unionists Against the EU
Fawzi Ibrahim
Former treasurer and national executive member, University & College Lecturers’ Union
Robert Wilkinson
Former national executive, National Union of Teachers
Hank Roberts
Past national president, Association of Teachers and Lecturers
John Stevenson
GMB (personal capacity)
Reuban Bard Rosenberg
Musician
Manuel Bueno Del Carpio
Unison, Sandwell general branch
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National president, Indian Workers Association – GB
Harsev Bains
Secretary, Association of Indian Communists – GB
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Editor, Morning Star
Jim McDaid
Socialist Labour party Scotland and Chair, Irvine & North Ayrshire TUC
Vince Mills
Labour Leave


* Traduzione a cura della Redazione di SOLLEVAZIONE

mercoledì 16 dicembre 2015

UNIONE EUROPEA: LA SINISTRA INGLESE CI RIPENSA di Joaquín Rábago*

[ 16 dicembre ]

Le tattiche negoziali utilizzate dai paesi della zona euro verso il membro più debole, la Grecia, descritte da alcuni "brutali", hanno fatto sì che molti, nella sinistra britannica, stanno riconsiderando le loro opinioni sulla UE dominata dalla Germania.

[Nella foto uno degli ultimi sondaggi su come voterebbero i cittadini britannici se ci fosse il referendum sull'appartenenza alla Ue]

Owen Jones, noto giornalista britannico e autore del libro “Chavs, la demonizzazione della classe operaia (ed. Swing Capital), ha scritto un articolo molto critico che sollecita i laburisti a mettere il tema della Ue all'ordine del giorno in vista del prossimo referendum sulla permanenza del paese nella UE.
Jones cita vari intellettuali di sinistra che non nascondono il loro disappunto per la piega sempre più asfissiante presa dall'Unione europea ad egemonia tedesca .

"Tutto il buono che aveva l'Unione europea è in dismissione e tutto il male è trabordato", dice ad esempio,George Monbiot, editorialista del Guardian e autore di diversi libri sulla società e l'economia. Per Monbiot, "La Grecia è l'ultimo campo di battaglia nella guerra delle élite finanziaria contro la democrazia".
Un’altra nota editorialista, questa volta del Times, autrice di libri femministi, Caitlin Moran, confessa di essere stata per tutta la vita a favore dell'Europa, ma riconosce che il mantenimento di questo atteggiamento diventerà sempre più difficile visto come la Germania ha trattato la Grecia.

Nick Cohen, editorialista per varie testate, tra cui il domenicale The Observer, aspro critico della Terza Via dell'ex primo ministro laburista Tony Blair, consulente ben pagato di grandi fondi d’investimento e governanti poco raccomandabili, scrive che la Ue è "una istituzione crudele, fanatica e stupida".

E’ un fatto che mentre per le sinistre spagnola greca e di altri paesi usciti da una dittatura l'Unione europea significò al tempo una spinta importante per la democratizzazione e la modernizzazione, molti laburisti videro nella Ue un'opportunità per liberarsi dalle politiche profondamente antisociali del primo primo ministro conservatore Margaret Thatcher.

In un primo momento, la sinistra laburista ritenne che l'adesione al club di Bruxelles avrebbe costretto il governo britannico, a prescindere dal suo colore, ad adottare finalmente una legislazione progressista nel campo dei diritti del lavoro o in quello dei diritti umani.

Tuttavia, a poco a poco
questa visione idealistica, man mano che aumentava il peso della Germania, evaporò. La stessa Germania che per ben due volte aveva combattuto nel XX secolo il popolo mostrava nuovamente la sua pulsione egemonica implacabile, pronta nuovamente sopraffare i suoi vicini con la forza della sua economia.

Come ha scritto il commentatore politico Janan Ganesh, della Banca centrale europea molti laburisti ora vedono solo gli aspetti negativi: "nella Banca centrale europea un monetarismo estremo, nel mercato unico le regole asfissianti sugli aiuti di Stato che vietano l'attivismo industriale, e nella libera circolazione dei lavoratori l'arrivo di immigrati poco qualificati che danneggiano la classe operaia nativa".
La stessa classe operaia che sta abbandonando il partito laburista e che è all’ascolto del canto delle sirene sempre più patriottico ed eurofobico dell’UKIP.

I più europeisti nel partito laburista, gente come l'ex primo ministro Gordon Brown, l'ex ministro delle finanze Alistair Darling o l’ex ministro Blair per la Scozia, Douglas Alexander, sono oramai fuori dal Parlamento, uno andando in pensione, gli altri perché sconfitti alle ultime elezioni.


Nel frattempo, coloro che si preoccupano di scoprire cosa succede a Bruxelles, vedono che, per esempio nel caso della Grecia, l’ultimo “piano di salvataggio” poco ha fatto per aiutare i greci, o per modernizzare la sua economia, mentre ha aiutato aiutare Germania e Francia a recuperare il denaro prestato alla Grecia.

Vedono anche come l'euro, di cui il regno Unito, sempre geloso della sua sterlina, non ha mai voluto far parte, è servito principalmente a rafforzare la Germania come il principale esportatore a scapito di tutti i suoi membri, incapaci di competere data la disparità di condizioni nella UE.

La sinistra laburista teme soprattutto che la firma del Trattato transatlantico del commercio e degli investimenti (Ttip), negoziato per mesi in segreto da Washington e Bruxelles e oggetto di forti pressioni da parte delle multinazionali e della finanza, faciliti ulteriormente le privatizzazioni i servizi che sono restati fino ad ora pubblici.

* Fonte: la Opinion de Tenerife
** Traduzione a cura della redazione

martedì 16 settembre 2014

SPERANDO NELLA SCOZIA di Leonardo Mazzei

16 settembre. 
Cinque buone ragioni per augurarsi la vittoria indipendentista e la sconfitta del mito ideologico "british".

Giovedì gli scozzesi decideranno se separarsi oppure no dal Regno Unito. Il risultato è incerto, e già questa è un'enorme sorpresa rispetto a quel che ci si attendeva soltanto due settimane fa. Dalla previsione di un successo del no, che all'establishment londinese pareva scontato, siamo infatti passati ad una lotta all'ultimo voto. Ed a Londra è il panico.

La campagna per il no all'indipendenza, fin dall'inizio basata sulla paura, ha rincarato la dose sugli effetti catastrofici di una vittoria del sì: isolamento della Scozia, caos monetario, fuga di capitali, eccetera. In realtà, i politici inglesi - non solo le forze governative, ma pure i laburisti - non sono tanto preoccupati del futuro dei 5 milioni di scozzesi, quanto dall'indebolimento del Regno Unito e dalla crisi politica che inevitabilmente li investirebbe.

Gli scozzesi hanno tante buone ragioni per votare sì. E così pure la sinistra scozzese. Non a caso sono diverse le personalità e le organizzazioni di sinistra che si sono apertamente pronunciate per il sì. Inoltre, secondo gli ultimi sondaggi, gli elettori che voteranno sì nel campo laburista - partito che è alla testa del fronte del no, dato che i conservatori in Scozia sono considerati semplicemente impresentabili - sono passati in poche settimane dal 18 al 35%.

Negli strati popolari c'è la legittima attesa di una politica meno liberista. Lo Scottish National Party (SNP), che guida lo schieramento indipendentista, è una forza di ispirazione socialdemocratica che ha nel suo programma la difesa del welfare, una tassazione progressiva ed una maggiore redistribuzione della ricchezza. Forse è anche per questo che la maggioranza degli operai (secondo i sondaggi il 56%) è favorevole all'indipendenza.

Più controversa la questione della futura collocazione internazionale della Scozia. Lo SNP è favorevole alla permanenza nell'Unione Europea, mentre non è troppo chiara la posizione sulla NATO, anche se resta la ferma opposizione alle basi nucleari presenti sul territorio scozzese. Interessante, comunque, la posizione espressa anche di recente dal leader indipendentista Salmond, contraria alla politica guerrafondaia ed alle avventure militari di Londra, in particolare alla partecipazione della Gran Bretagna all'aggressione all'Iraq del 2003.

Cinque motivi per augurarsi la vittoria del sì



Il voto scozzese non riguarda solo gli scozzesi. E' vero, l'incertezza è grande non solo sull'esito del referendum, ma anche sugli sviluppi che seguirebbero ad una vittoria del sì. Ma ci sono almeno cinque motivi per auspicare che la scelta indipendentista prevalga.

Vediamoli:

1. La Gran Bretagna - L'indipendenza scozzese segnerebbe di fatto la crisi del Regno Unito. Essa sarebbe un colpo non soltanto a quel che resta della vecchia potenza colonialista ed imperialista, ma anche all'attuale ruolo di alleato numero uno della superpotenza americana.

2. Il capitalismo globalista - Dopo i decenni della destabilizzazione dell'est europeo, seguiti al biennio 1989/1991, anche l'occidente imperialista vedrebbe rimettersi in moto i propri confini, ponendo fine tra l'altro all'idea del progressivo superamento degli stati-nazione, cioè ad una delle idee-forza del capitalismo globalista. Da qui il crescente nervosismo della city londinese, segno inconfondibile della portata della posta in gioco.

3. L'Unione Europea - E' vero che la nuova Scozia indipendente chiederebbe di aderire all'Unione Europea, ma per l'UE l'indipendenza scozzese sarebbe un autentico choc. Intanto, nell'immediato, il perimetro dell'UE si restringerebbe per la prima volta. Poi, la successiva adesione non sarebbe certo automatica né tantomeno scontata, visto che diversi stati (in primo luogo la Spagna) certamente si opporrebbero. In ogni caso, la già scricchiolante costruzione europea non potrebbe che risentirne in profondità.

4. La moneta - Gli indipendentisti scozzesi chiedono di poter continuare ad usare la sterlina. Ma sentite come ha motivato il suo no Mark Carney, governatore della Banca d'Inghilterra: «un'unione monetaria tra una Scozia indipendente e il resto del Regno Unito sarebbe incompatibile con la sovranità». Insomma, un'unione monetaria anche tra due soli paesi, peraltro precedentemente uniti, non si può fare. E' una questione di sovranità. A nessuno, sul continente, fischiano gli orecchi? Non sappiamo come finirà la cosa, ma non possiamo certo escludere la strada della sovranità monetaria, che sarebbe non solo la migliore per gli scozzesi, ma anche quella che dimostrerebbe una volta di più la mostruosità dell'euro, nonché la possibilità oltre che la necessità di uscirne.

5. La democrazia - Ha scritto Massimo Nava (editoriale del Corriere della Sera del 14 settembre) che la vicenda scozzese va letta nel più generale contesto europeo, determinato da «un denominatore comune, che è la causa dello scenario generale: la diminuita legittimità degli Stati nazionali, lo scarso riconoscimento dell'Europa come soggetto politico sovranazionale». In una parola, la crisi della democrazia. Naturalmente, diciamo noi al di là del caso scozzese, la risposta a questa crisi, che è l'altra faccia del concreto dominio delle oligarchie sovranazionali, non dovrà essere sempre e necessariamente quella delle "mille patrie". Ma che intanto da qualche parte si cominci a rispondere chiedendo democrazia e sovranità è già un bel passo avanti.

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