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domenica 22 ottobre 2017

ESULTIAMO, RAQQA NON C'È PIÙ

[ 22 ottobre 2017 ]

Il "mondo libero" esulta: Raqqa non c'è più, rasa al suolo...
«Raqqa è vuota, spettrale, un nucleo urbano di rovine. Tutto attorno, macerie e silenzio. Una città di oltre duecentomila abitanti totalmente abbandonata. Con i negozi sventrati: attraverso le saracinesche divelte si vede la mercanzia abbandonata. Accanto, gli scheletri anneriti delle automobili bruciate, l’olezzo del cibo avariato, vestiti per la strada, stracci impolverati a segnare fughe precipitose, masserizie dei bivacchi dei soldati, lattine vuote. E tanti cani randagi, nervosi, spaventati». 
Parla uno —Lorenzo CremonesiCORRIERE DELLA SERA— che non nasconde le sue necrofile simpatie per i "liberatori", le truppe cammellate del Pentagono, ovvero i miliziani delle Forze Democratiche Siriane, S.D.F.-Y.P.G. 

Dove sono finiti gli abitanti di Raqqa? La stessa storia che a Mosul, anzi molto peggio... Decine di migliaia morti sotto i massicci bombardamenti americani, molti altri sfuggiti alla spietata pulizia etnica degli assedianti, i pochi sopravvissuti chiusi nei campi di prigionia curdi come "familiari dei terroristi". 

Un gigantesco massacro a stelle e strisce. 

Lo avessero compiuto i takfiri dell'ISIS si sarebbe parlato di "genocidio", di "crimini contro l'umanità".
Invece il "mondo libero", in tutte le sue sfumature (dall'estrema destra all'estrema sinistra, passando per la sterminata palude liberale), se non tace, esulta.  
Ed a questo è funzionale l'astuta operazione cosmetica che ci mostra anzitutto le combattenti donne giubilanti, la faccia pulita degli assedianti di Raqqa. [vedi foto a destra]
Qui sotto un bell'articolo sui mutevoli equilibri nella "Mezzaluna Fertile" e il ruolo dei vari protagonisti. Ci permettiamo, en passant, di avanzare un pronostico: la marginalizzazione dell'ISIS non è foriera di pace, ma è destinata ad inasprire le rivalità regionali e internazionali. La guerra e la fitna si avvita su se stessa, passa ad un'altra fase, quella decisiva. 


VICINO ORIENTE SENZA PACE
di Pier Francesco Zarcone

«Quando si chiude una porta si apre un portone»: questo proverbio vale anche per il Vicino Oriente, solo che spesso e volentieri il portone è negativo come la porta, se non peggio. Così, sostanzialmente sconfitto l’Isis —per ora— sui campi di battaglia (specificazione da sottolineare), si è subito aperta (o riaperta) - e nel peggiore dei modi - la questione curda. I punti focali sono il Kurdistan iracheno e la città siriana di Raqqa. L’utile premessa è che, mentre in Occidente i Curdi godono di ottima stampa, nel Vicino Oriente invece non ne godono alcuna, anzi! Verso di loro ostilità e diffidenza sono al massimo grado: farebbe ottimi affari un ipotetico bookmaker che volesse raccogliere scommesse sul fatto che le indipendenze regionali curde, o la creazione di uno Stato curdo unitario, aprirebbe la via a un massiccio scannamento fra le attuali fazioni curde, cosa peraltro in linea con la loro storia.

Nel Kurdistan iracheno il referendum indipendentista voluto e vinto da Masʿūd Barzani ha dato il via all’offensiva del governo di Baghdad per la ripresa di Kirkuk e dei suoi pozzi
petroliferi, che milizie curde avevano occupato in funzione anti-Isis dopo il 2014 (chi in loco pensa male sostiene invece che ciò sia avvenuto con la connivenza dell’Isis). Gli organi di “informazione” occidentali non hanno dato importanza al fatto che le forze irachene che hanno rioccupato Kirkuk e dintorni sono state accolte da manifestazioni popolari di giubilo: in pratica come liberatrici.
Il referendum di Barzani ha rivelato una spaccatura politica di non piccola importanza all’interno del Kurdistan iracheno. Il partito Gorran - «Cambiamento» - di ʿUmar Said Ali si era opposto alla consultazione independentista: si tratta di un gruppo che nel Parlamento regionale curdo dispone di quasi un quarto dei seggi (24), cioè più dell’Upk [Unione Patriottica del Kurdistan] del clan dei Talabani (18) - tradizionale avversario di quello dei Barzani - e un po’ meno del partito di Barzani (38); infatti il Gorran vuole l’autonomia curda nell’ambito dell’unità irachena.
Qualcuno si è meravigliato per la caduta di questa città in mani irachene praticamente senza combattimenti, ma forse non sa che l’Upk aveva il controllo di circa metà del totale dei Peshmerga, i quali erano in maggioranza proprio a Kirkuk; e ora il nuovo governatore della zona è Rizgar Ali, dirigente dell’Upk. Ora ci sarà da vedere se le truppe di Baghdad procederanno o no contro il Kurdistan iracheno, e queste truppe sono per lo più milizie sciite che rispondono ai loro capi in Iraq e all’Iran, che nella lotta ai Curdi sta operando alla luce del sole. Il timore della loro “mano pesante” è alla base della fuga in massa della popolazione curda da Kirkuk (dove peraltro non era maggioritaria).

L’offensiva irachena su Kirkuk è stata accompagnata da un brutto segnale politico per i Curdi: gli Stati Uniti, che li avevano coccolati e illusi, si sono affrettati a mostrarsi neutrali nella contesa con Baghdad.
L’ombra di questa “disinvoltura” potrebbe proiettarsi anche sui Curdi siriani. Essi hanno espugnato Raqqa, o meglio, le sue macerie, giacché (altro particolare su cui in Occidente si tace) non riuscendo a superare la resistenza dell’Isis le milizie curde hanno chiesto aiuto all’aviazione statunitense, che come d’uso ha saturato di bombe la città. Di qui verranno ulteriori guai, non riducibili ai soli miliziani del “califfato” riusciti a fuggire e che inevitabilmente ritroveremo in azione nei paesi di provenienza.

Le ripercussioni internazionali della situazione siriana, in cui la vittoria di Bashar al-Assad —Raqqa a parte— non è più solo un’ipotesi, si vedono già. In Oriente il ruolo di amici e nemici è variabile in capo agli stessi soggetti, e le variazioni dipendono dai rapporti di forza e dal grado di decisione che ciascuno dimostra. Niente di strano, quindi, che l’Arabia Saudita - storicamente amica degli Usa e nemica dell’Iran, con cui invece la Russia ha instaurato ottimi e solidi rapporti - stia venendo a patti con Mosca, come se dicesse: «Ci siamo anche noi, non solo Teheran». Ecco quindi che il re saudita è addirittura andato in Russia, accolto amichevolmente da Putin e Medvedev.
Quest’iniziativa - a un livello più alto - fa seguito alla collaborazione con la Russia avvenuta un anno fa, quando fu ottenuta la diminuzione dell’offerta mondiale di petrolio russo per farne rialzare il prezzo al barile, con la conseguenza che il rilevante deficit saudita (il 15% del Pil nel 2015, passato al 17,3% nel 2016) ai primi del 2017 si era dimezzato. Ora ci sono state intese nel campo dell’energia, delle tecnologie, delle infrastrutture, dei trasporti e degli armamenti (l’accordo per un contratto di tre miliardi di dollari per l’acquisto di missili S-400).

Nell’area gli Usa ricevono dispiaceri anche da un altro importante alleato, la Turchia. 

Qui la situazione siriana entra in gioco a motivo della svolta che le ha impresso l’intervento russo, ma in prima linea c’è il fallito colpo di Stato contro Erdoğan. Ankara ha acquistato armamenti dai cinesi e dai russi, e insieme a Mosca e Teheran ha partecipato ai negoziati di Astana sul futuro assetto della Siria. Washington è stata tagliata fuori. Dopo di che c’è stato l’arresto di un impiegato turco del consolato statunitense di Istanbul, accusato di spionaggio in favore dell’arcinemico di Erdoğan, Fethullah Gülen, di cui gli Stati Uniti rifiutano l’estradizione. La risposta del Dipartimento di Stato è consistita nel rifiuto dei visti per gli Stati Uniti ai cittadini turchi, a parte quelli rilasciati per “ragioni umanitarie”. Cosa significa questa formula? Tutto considerato non può che riferirsi agli oppositori dell’attuale governo turco, e quindi ne deriveranno ulteriori problemi.
La Turchia poi si ritrova insieme a Russia e Iran nell’opposizione al referendum indipendentista curdo, con la preoccupante tendenza a «mostrare i muscoli». Orbene, la situazione del Kurdistan iracheno è attualmente delle peggiori: tutti i paesi confinanti sono ostili alla sua indipendenza, e in più c’è stata la perdita della zona petrolifera di Kirkuk - con i relativi proventi economici. Inoltre il governo di Erbil non può assolutamente prescindere dal mantenimento dei buoni rapporti con la Turchia, attraverso il cui territorio riceve merci ed esporta. D’altronde non soltanto la Siria è lontana, ma nei confronti delle organizzazioni curde siriane c’è solo un’acerrima ostilità. Alla fine, se tutto rimanesse com’è, Erbil si ritroverebbe isolata, strangolata e col solo (ma platonico) appoggio di Israele.
YPG: nel nome di Ocalan, al servizio degli U.S.A.


Ulteriore motivo di contrasto tra Ankara e Washington è dato dai Curdi di Siria, che gli Usa ritengono ancora utili alleati nella lotta all’Isis, ma che i Turchi considerano terroristi legati al Pkk. Anche qui l’appoggio statunitense non è disinteressato: i Curdi siriani sono ormai l’unica possibilità per gli Usa di mantenere un certo ruolo in Siria, e inoltre l’illusione della nascita di un’entità curda autonoma o indipendente da loro appoggiata appare (in teoria) la sola in grado di ottenere basi locali e interrompere il cosiddetto “corridoio sciita”, mediante cui l’Iran può arrivare al Mediterraneo senza soluzione di continuità.

* Fonte: Utopia Rossa

lunedì 16 gennaio 2017

LA CADUTA DI ALEPPO EST di Polat Can

[ 16 gennaio ]

Polat Can, è il portavoce delle YPG, le forze combattenti curde in Siria. Al di la di ogni considerazione sul posizionamento tattico delle YPG, questo scritto di offre uno spaccato sulla immane tragedia di Aleppo.

Oggi Aleppo è caduta, ma esaminando le cause profonde che hanno spianato la strada a tale evento ci si renderà conto di come ciò fosse inevitabile - non perché le forze del Baath ed i loro alleati siano più forti o le fazioni islamiste siano più deboli ma perché le decine di fattori che hanno accompagnato la prima caduta del 2012 hanno condotto alla seconda oggi.

La prima caduta è stata rapida, disorganizzata e sopraggiunta presto, mentre la seconda è arrivata tardi ed è stata dolorosa e distruttiva; in altre parole, la prima caduta è stata una prefazione della seconda.

Primo: dobbiamo ricordarci che i rivoluzionari si sono fatti beffe della gente di Aleppo per non aver preso parte alla rivoluzione contro il regime del Baath, ma essi non riescono a capire che Aleppo è la città del commercio e dell'industria, che ha bisogno di sicurezza, stabilità e vie aperte

Secondo: Aleppo è divisa in due distretti: Aleppo est ed Aleppo ovest, e non si tratta di una divisione puramente geografica ma anche sociale e culturale. Aleppo est è la dimora dei poveri, dei sunniti pii e devoti, dei curdi dei villaggi, di Kobane ed Afrin, ed anche dei turchi. Si tratta di poveri ed operai delle industrie edilizie e tessili. Dall'altra parte, Aleppo ovest è la dimora degli impiegati governativi della classe media, dei ricchi e dei palazzinari a cui non importa degli slogan politici ed a cui interessa solo la stabilità per poter prosperare.

Terzo: ci sono distretti a maggioranza cristiana (armeni, assiri, ecc.) che non hanno mai simpatizzato con gli slogan islamisti che hanno dirottato la rivoluzione da metà 2011 ed hanno sempre serbato sospetti verso i rivoluzionari provenienti dai villaggi.

Quarto: i distretti a maggioranza curda, specialmente Ashrafiya e Bustan al Pasha, sono stati i primi a combattere e ad espellere le forze del regime ed i loro delinquenti "Shabiha" nella primavera del 2012, ma hanno diffidato degli slogan estremamente nazionalisti e sciovinisti dell'opposizione e dei suoi alleati armati, supportati dal nemico storico dei curdi...la Turchia.

Quinto: la caduta di Aleppo est nel 2012 non è stata dovuta a dinamiche o sviluppi interni, è stata un risultato dell'occupazione degli abitanti armati dei villaggi a nord di Aleppo (Andan, Hritan, Azaz e Hian)

Sesto: le fazioni islamiche hanno combattuto e distrutto importanti famiglie e tribù di Aleppo est, la qual cosa ha indotto molti ad allearsi col regime.

Settimo: una volta che le fazioni islamiche hanno preso il controllo di Aleppo est hanno rubato e saccheggiato di tutto, esportandolo in Turchia a prezzi stracciati e conducendo alla distruzione dell'economia e delle opportunità di impiego sulle quali la gente conta per la propria sussistenza.

Ottavo: l'opposizione armata si è divisa in una miriade di fazioni che si combattevano reciprocamente per il bottino dei saccheggi e dei furti dalle fabbriche. Queste fazioni si sono disperse in base al loro background ideologico, politico, geografico o religioso, anche in base alla loro lealtà a stati, partiti politici o a una specifica persona.

Nono: la penetrazione di queste fazioni islamiche estremiste ad Aleppo e nel corpo dell'opposizione armata ha imposto un nuovo stile di vita alla popolazione e ad altre fazioni. Il controllo di Ahrar Al

Sham ed Al Nusra ha fornito al regime di Assad ed ai russi le ragioni e la legittimità per distruggere la città ed uccidere i suoi abitanti.

Come abbiamo indicato nel preambolo: la seconda caduta di Aleppo est ha molto in comune con la prima. Ma perché Aleppo è caduta nonostante tutto il sostegno di decine o forse centinaia di fazioni con tonnellate di armi di provenienza turca e di finanziamenti dai sauditi e dai qatarioti e con la propaganda mediatica rispetto alla creazione di un coordinamento comune di tutte le fazioni, accompagnato da minacce e promesse - ancora, perché Aleppo è caduta?

Primo: le divisioni tra diverse fazioni basate su quale è lo stato sponsor e quali siano gli interessi di tali stati nei combattimenti.

Secondo: il controllo delle fazioni estremiste islamiche, e di Al Qaeda in particolare, hanno intaccato globalmente l'immagine della resistenza armata - specialmente in occidente.

Terzo: i venditori di strada e i commercianti di pecore e di orzo sono diventati strateghi militari che decidono piani militari, guidano spedizioni tattiche e strategiche ed in seguito diventano signori della guerra ed autorità locali che depredano i propri sottoposti

Quarto: queste fazioni islamiche estremiste non hanno combattuto il regime; hanno piuttosto istigato quattro anni di guerra contro il popolo curdo a Sheikh Maqsood, assediando centinaia di migliaia di curdi ed arabi, bombardandoli con bombe chimiche e gas e impedendo i rifornimenti di cibo e medicinali. Questa è, secondo la mia opinione, la causa più importante della caduta dell'opposizione armata, oltre che della caduta di Aleppo est.

Quinto: la resistenza armata è de facto divenuta un agente del Servizio di Intelligence Turco, che ha eseguito gli ordini dei propri padroni: e la guerra a Sheikh Maqsood è stato un chiaro indicatore di tali ordini.

Sesto: le fazioni dell'opposizione hanno iniziato a combattersi reciprocamente ed hanno commesso atrocità contro i civili, tra di esse e contro i curdi ed i cristiani in modo simile a quanto fatto dall'ISIS. Massacrano e giustiziano civili per strada, rapiscono, distruggono chiese, mettono i curdi nel mirino.

Settimo: a causa dei conflitti intestini tra queste fazioni armate il regime è stato in grado di raggiungere Nubl e Zahra [città a nord-ovest di Aleppo circondate dall'opposizione per mesi - N.d.T.] e disconnettere Aleppo da Azaz e dai villaggi settentrionali ed orientali - e di conseguenza dalla Turchia.

Ottavo: Molte fazioni della resistenza armata hanno lasciato le proprie posizioni al regime dopo un memorandum di intenti russo-turco, indi per cui il regime è stato in grado di mettere sotto assedio Aleppo est e combattervi.

Nono: la Turchia e l'opposizione siriana in Turchia hanno blandito la resistenza armata con menzogne quali la promessa del sostegno incondizionato turco contro il regime e nei negoziati con esso che avrebbero conseguito la vittoria. Sfortunatamente l'opposizione armata ha creduto a queste menzogne ed è rimasta sotto l'isterico bombardamento dei russi e del regime senza alcun guadagno sul campo.

Decimo: l'intelligence turca ha usato la resistenza armata a proprio vantaggio, sostenendoli nella presa dell'accademia militare di Ramouseh [sita nella parte sud-occidentale di Aleppo - N.d.T.] e

della Damascus Road prima della visita programmata di Erdogan in Russia, in modo da permettere a quest'ultimo di negoziare con Putin da una posizione di forza; ma dopo l'incontro Erdogan ha ordinato il blocco delle operazioni militari ad Aleppo.

Undicesimo: allora, mentre l'opposizione armata stava guadagnando terreno ad Aleppo ovest, tagliando le strade per Damasco, Erdogan le ha ordinato di lasciare Aleppo e di dirigersi a Jarablus. Questa mossa ha rappresentato il colpo definitivo ed ha portato alla sconfitta dell'opposizione ed alla vittoria del regime.

Dodicesimo: invece di far puntare le migliaia di resistenti armati verso Damasco per abbattere il regime di Assad essi si sono diretti verso Sheikh Maqsood, Afrin, Jarablus ed Al Bab per combattere l'esercito libero siriano [poi sopraffatto da salafiti e qaedisti - N.d.T.] ed i curdi seguendo gli ordini del loro padrone turco.

Tredicesimo: un paio di anni fa si è tenuta una riunione tra decine di fazioni, che come risultato hanno abbandonato i propri campi di battaglia dirigendosi verso le città curde per occuparle - ma il risultato è stato la loro disfatta a Serekaniye, Rmeilan, Qamislo, Gire Spi ed Afrin.

Aleppo est non è solamente caduta, è stata completamente distrutta. L'economia del più grande centro economico del medio oriente ed uno dei più antichi del mondo è stata distrutta. La caduta di Aleppo est è anche la caduta del progetto di resistenza armato e dei suoi sostenitori in Turchia, è la caduta dell'Islam politico e della Fratellanza Musulmana, degli agenti dello Stato turco e dei suoi mercenari, e la caduta di qualsiasi forza combatta il popolo curdo. Lo ho affermato in precedenza e lo ribadisco: nessuno avrà successo nell'antagonizzare e combattere il popolo curdo.

In definitiva, l'unico progetto percorribile è quello secolare e realmente patriottico del popolo curdo, il progetto delle forze siriane democratiche [SDF] e delle unità di protezione del popolo [YPG]. E' il progetto federale e democratico che può ergersi contro l'ISIS, il regime e tutti i dittatori, e che inoltre garantirà un Kurdistan ed una Siria liberi.

lunedì 26 dicembre 2016

LA SINISTRA E IL MARTIRIO DI ALEPPO di Farouk Mardam-Bey


[ 26 dicembre ]

"Come siriano che si è sempre identificato politicamente con la sinistra, sono particolarmente inorridito da quegli uomini e donne che si definiscono 'di sinistra' —e che pertanto dovrebbero essere solidali con le lotte per la giustizia in tutto il mondo— e tuttavia sostengono apertamente il regime del Assad, padre e figlio, che sono i principali responsabili del disastro siriano.

Dopo quattro mesi di intensi bombardamenti dell'aviazione russa, dell'esercito di Bashar Al-Assad, insieme con le milizie sciite provenienti da tutto il mondo e mobilitate dai mullah iraniani, hanno ormai finito di 'liberare' Aleppo est. Liberata da chi? Dai suoi abitanti. Più di 250.000 abitanti sono stati costretti a fuggire dalla loro propria città per sfuggire massacri, come aveva fatto la gente di Zabadani e Daraya prima di loro, e così come molti altri siriani, e la sistematica 'pulizia' sociale e settaria continua nel loro paese sotto la copertura di una massiccia campagna di disinformazione mediatica.
Farouk Mardam-Bey


Che in Siria i ricchi residenti di Aleppo, appartenenti a tutte le sette religiose, gioiscano per essere stati liberati della "feccia" - cioè le classi povere che popolavano Aleppo est - non è affatto sorprendente. Siamo abituati a questo: l'arroganza delle classi dominanti è universale.

Che i mullah sciiti, bloccati in un'altra epoca, celebrino l'evento come una grande vittoria dei veri credenti sopra i miscredenti omayyadi, o proclamino che Aleppo è stata sciita nel passato e lo ridiventerà ancora una volta, può anche essere compreso se si ha familiarità con la loro dottrina, delirante come quella dei loro omologhi sunniti.

Infine, che i politici occidentali e gli 'opinion maker' di estrema destra affermino, apertamente, il loro sostegno per Assad, è anche abbastanza naturale. Queste persone non hanno null'altro se non il disprezzo per gli arabi e i musulmani, e credono, oggi come sempre, che queste "tribù" devono essere guidate con un grosso bastone. 

Ma come si fa a non esplodere di rabbia quando si leggono le dichiarazioni a sostegno del regime degli Assad, padre e figlio, emesse da uomini e donne che affermano di essere 'a sinistra', e che simpatizzano con le lotte per la giustizia in tutto il mondo?

Come non esasperarsi quando li si sente lodare l'indipendenza, la laicità, il carattere progressista, e perfino il "socialismo" di un clan senza legge che ha preso il potere con un colpo di stato militare più di quarantacinque anni fa, e la cui unica preoccupazione è quella di restare al potere esercitando potere per sempre?

"Assad per sempre", "Assad o nessuno", "Assad o bruciamo il paese", cantano i sostenitori di Assad. E i suoi sostenitori "di sinistra" fanno un cenno di approvazione con il pretesto che non c'è altra scelta: o lui o ISIS.

Eppure, i siriani che che si sono sollevati nel corso del 2011, sono stati i primi a condannare con forza i gruppi jihadisti di ogni tipo e genere, ed in particolare ISIS, denunciando che hanno infestato la loro rivolta popolare dopo che essa è stata costretta alla militarizzazione.

Completamente estranei alle esigenze di libertà e di dignità della rivolta popolare, questi gruppi jihadisti hanno concentrato i loro attacchi principalmente sulle forze vitali dell'opposizione, sia civile che militare, e inciso negativamente sulla popolazione nelle aree che sono riusciti a controllare. Così facendo, hannorafforzato la propaganda di Assad all'interno della Siria, così come a livello internazionale, che gli permette di ritrarre se stesso come un difensore delle minoranze religiose.

Gli stessi siriani hanno inoltre più volte espresso la loro sfiducia verso coloro che hanno preteso, e continuano a farlo, di rappresentarli, e che hanno dimostrato di essere incredibilmente incompetenti. Sperando in un intervento occidentale militare, ovviamente mai voluto dall'amministrazione Obama, asserviti a questo o quel paese vicino (Arabia Saudita, Qatar e Turchia), divisi tra loro e inesistenti sul terreno, questi rappresentanti autoproclamati erano incapaci di affrontare il mondo con un discorso politico coerente. 

Ma né intrusione jihadista, né carenze di rappresentanti autoproclamati della rivoluzione siriana, né alcun argomento utilizzato per giustificare l'ingiustificabile, può invalidare due fatti fondamentali: che i siriani avevano mille ragioni alla rivolta, e che lo hanno fatto con eccezionale coraggio, in condizioni di indifferenza quasi universale, contrastando il terrore senza limiti del clan al potere, le ambizioni imperiali dell'Iran e, dal settembre 2015, un intervento militare russo approvato dagli USA che ha già ucciso diverse migliaia di civili.

Questa è "la Siria di Assad" —in cui l'Iran e la Russia agiscono a loro piacimento, insieme come separatamene, e il cui futuro ora si basa esclusivamente sui loro accordi e disaccordi— indipendente e anti-imperialista? Gli ammiratori 'di sinistra' del regime di Assad vadano a leggere il trattato inconcepibile che ha firmato il 26 agosto 2015, la concessione di esorbitanti privilegi alla Russia, nonché l'immunità completa e permanente per quanto riguarda tutti i danni causati dalla sua forza aerea.

Come si può seriamente definire "storico" un regime che, fin dal suo inizio e al fine di perpetuarsi all'infinito, ha cercato di avvelenare i rapporti tra le comunità religiose? che tiene alawiti e cristiani in ostaggio per le sue politiche? che ha presieduto la contaminazione della società siriana nella forma più oscurantista del salafismo, e ha manipolato tutti i tipi di jihadisti, e non solo in Siria?

Come si può definire "progressista" il promuovere il tipo più selvaggio di capitalismo, o impoverire e marginalizzare milioni di cittadini che a malapena sopravvivono nelle periferie delle principali città? Questi siriani impoveriti sono stati la componente sociale principale della rivoluzione, e sono diventati l'obiettivo principale dell'artiglieria pesante del regime, delle bombe a barile e delle armi chimiche. "Uccideteli fino all'ultimo», ordinarono gli shabbiha (i teppisti di Assad) fin dall'inizio della rivolta, in modo che la nuova borghesia "progressista" avrebbe così potuto saccheggiare in modo sicuro la ricchezza della nazione, e accumulare miliardi di dollari in paradisi fiscali! 

Se quanto sopra non è sufficiente, si può anche ricordare ai sostenitori 'di sinistra' di Assad dei crimini contro l'umanità perpetrati impunemente dal padre di Bashar, Hafez, nel corso dei suoi trent'anni di governo autocratico. Due luoghi li riassumono: la città di Hama, dove oltre 20.000 persone, forse 30.000, sono state massacrate nel 1982, e la prigione di Palmyra, l'equivalente di un campo di sterminio, dove i carcerieri si vantavano di trasformare gli uomini torturati in insetti. È questa la stessa impunità che alcuni 'a sinistra' - ahimè - vogliono estendere a Bashar Al-Assad, il colpevole e principale responsabile del disastro in corso con oltre dieci milioni di sfollati, centinaia di migliaia di morti, decine di migliaia imprigionati che hanno subìto torture ed esecuzioni sommarie in prigione.

Fino a quando i carnefici non saranno sconfitti e puniti, il martirio senza fine della Siria rischia di prefigurarne molti altri in tutto il mondo —un mondo dal quale la Siria sarà scomparsa."

* Fonte: PULSE

domenica 6 novembre 2016

MOSUL: FERMARE L'ASSEDIO IMPERIALE di Moreno Pasquinelli

[ 6 novembre ]


Mentre confermiamo la condanna all’offensiva della “Santa Alleanza” capeggiata dagli Stati Uniti per “liberare” Mosul, ci pare doveroso svolgere, contro l’indifferenza generale, ulteriori considerazioni.

Affermava Leone Trotsky nel 1938:

«Quei “dirigenti” operai che vogliono attaccare il proletariato al carro della guerra dell’imperialismo che si copre con la maschera della “democrazia” sono oggi i peggiori nemici e traditori dei lavoratori. Dobbiamo insegnare gli operai a disprezzare e odiare gli agenti dell’imperialismo, perché questi avvelenano la coscienza dei lavoratori. (…)Ne abbiamo un esempio semplice ed evidente. In Brasile regna oggi un regime semifascista che qualunque rivoluzionario può solo odiare. Supponiamo, però che domani l’Inghilterra entri in conflitto militare con il Brasile. Da che parte si schiererà la classe operaia in questo conflitto? In tal caso, io personalmente, starei con il Brasile “fascista” contro la “democratica” Gran Bretagna. Perché? Perché non si tratterebbe di un conflitto tra democrazia e fascismo. Se l’Inghilterra vincesse si installerebbe un altro fascista a Rio de Janeiro che incatenerebbe doppiamente il Brasile. Se al contrario trionfasse il Brasile, la coscienza nazionale e democratica di questo paese condurrebbe al rovesciamento della dittatura di Vargas. Allo stesso tempo, la sconfitta dell’Inghilterra assesterebbe un colpo all’imperialismo britannico e darebbe impulso al movimento rivoluzionario del proletariato inglese. Bisogna proprio aver la testa vuota per ridurre gli antagonismi e i conflitti militari mondiali alla lotta tra fascismo e democrazia. Bisogna imparare a saper distinguere sotto tutte le loro maschere gli sfruttatori, gli schiavisti e i ladroni!»
Siamo in tempi in cui non solo molti pacifisti ma pure sedicenti antimperialisti, persa la bussola a causa di viscerali simpatie per Putin e/o Assad, si ritrovano intruppati nello stesso campo mondiale anti-Stato Islamico, succubi se non proprio dell’islamofobia, della campagna di hitlerizzazione dello Stato Islamico.

La prova provata è che essi, davanti all’attacco definitivo e su larga scala sulla metropoli di Mosul, fanno come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Come se nulla di tremendo stesse accadendo. Due pesi, molte misure. Molti sono caduti nella trappola ideologica dell’imperialismo americano e dei suoi sodali, accettando il paradigma meta-politico per cui lo Stato Islamico sarebbe “nemico dell’umanità”, e quindi legittimo che questa “umanità” metta da parte i suoi dissidi interni calandosi sulla testa l’elmetto per sventare il mortale pericolo, quindi portando a termine la sua guerra… “umanitaria”. Altri, facendo strame dei fatti e delle evidenze, di come è nata e si è sviluppata sia la guerra di resistenza irachena e poi la guerra civile in Siria, vogliono credere alla barzelletta (sorta in ambienti complottisti ultra-reazionari made in USA) che lo Stato Islamico sia una costola della Cia.

L’assedio in atto su Mosul — la vera Dabiq dello Stato islamico — è voluto e pilotato da una “santa alleanza” imperialista capeggiata a sua volta, ancora una volta, dal Pentagono, e di cui le milizie curde, quelle shiite e iraniane, costituiscono le truppe cammellate sul terreno. 

Ogni guerra imperiale ha bisogno di una narrazione ideologica per camuffarsi e nascondere le sue vere finalità: allora il pretesto era di combattere il fascismo, mutatis mutandis, oggi è la liberazione di Mosul dai “fascisti” dello Stato Islamico.

Come più volte abbiamo sottolineato non abbiamo alcuna simpatia per la causa takfira di al-Baghdadi, ma ciò non ci esime dallo sbugiardare le frottole della coalizione imperiale e dei i loro ascari locali.

E’ sotto gli occhi di tutti che, vista l’importanza strategica che la “Santa alleanza” da alla occupazione di Mosul, assieme alla soldataglia armata di tutto punto sostenuta, si sono mosse all’unisono le truppe salmodianti dei media di mezzo mondo. Mosul è sotto le bombe USA-NATO, martellata dalle artiglierie delle milizie curde, di quelle shiite nonché dalle divisioni blindate inviate da Baghdad — si possono solo immaginare le ferite inferte ai cittadini di Mosul —, ma la macchina imperialista di propaganda tace e ci fa solo vedere quattro disgraziati di sfollati che vengono presentati come i superstiti scampati, grazie ovviamente ai “liberatori”, alle “indicibili” persecuzioni dei combattenti al-Baghdadi, di cui non viene presentata alcuna evidenza. Il racconto mediatico sulle “atrocità” dei nuovi "nazisti islamici" viene arricchito ogni giorno di “sconvolgenti” dettagli: fosse comuni, fucilazioni in massa di chi scapperebbe, arruolamento di soldati bambini, schiavismo sessuale, presunte spie bruciate vive, ecc. Le fonti? Mai dichiarate né confermate, se non dagli uffici del Pentagono, o da centri di comando curdi e di Baghdad.


Noi stiamo ai fatti.

L’attacco in corso per strappare il controllo di Mosul è il secondo tentativo, ma su più ampia scala, dopo quello fallito del gennaio 2015. Allora, a sostenere gli ascari peshmerga curdi di Masoud Barzani, intervennero massicciamente le aviazioni nord-americana, inglese, canadese, giordana e marocchina. Chi avesse voluto già allora poteva informarsi riguardo, non solo al decisivo ruolo di comando e logistico degli americani, ma su quanti furono i raid aerei della coalizione.

La differenza con la prima offensiva è che oggi il blocco anti-Stato Islamico è molto più ampio: vede la partecipazione sul terreno, oltre a quella dell’esercito di Baghdad, quindi dell’esercito turco. Molto più numerose le milizie confessionali o etniche: si va da quelle shiite, a quelle cristiano-assire, da quelle yazide, a quelle curde filo-PKK (Alleanza del Sinjar), ad alcune tribù sunnite.

Tutta questa soldataglia mercenaria non andrebbe da nessuna parte se non fosse teleguidata dal Pentagono. Né si potrebbe anche solo pensare di espugnare Mosul se dall’aria non ci fosse l’appoggio determinante dell’aviazione imperialista. Rispetto alla prima offensiva si sono aggiunte l’aviazione francese, australiana e danese. Il tutto con il ruolo ausiliario dell’esercito italiano e, beninteso, con l’avallo della Russia putiniana che si considera, ed a ragione, sulla scia di Bisanzio e dell’ortodossia cattolica, il nemico più deciso e irriducibile del salafismo islamista combattente.

La “Santa alleanza” si fa forte del sostegno di alcuni capi tribù sunniti nell’offensiva su Mosul. Non è chiara quale sia l’effettiva consistenza di queste milizie sunnite. Gli americani hanno resuscitato la loro tattica sperimentata già in Iraq dal 2005 in poi, quando assoldarono e armarono circa 54mila giovani sunniti (il cosiddetto Awakening) per schiacciare la Resistenza in al-Anbar, caduta sotto il controllo di al-Qaeda in Mesopotamia, al tempo guidata da al-Zarkawi. I comandi americani non nascondono la loro preoccupazione che “liberare” Mosul sarà arduo compito, a meno che non accadano le auspicate diserzioni in massa tra le file dello Stato Islamico.

Ci sono ragioni per dubitare che questi mercenari sunniti siano molti. Ogni sunnita sa cosa è successo ai correligionari dopo la “liberazione” di Ramadi, Tikrit e Falluja. Una sistematica vendetta da parte delle milizie shiite si è abbattuta su di essi, al punto che è lecito parlare di una vera e propria pulizia etnica, per essere precisi confessionale. D’altra parte i takfiri compiono gli stessi crimini, spingendo le diverse minoranze religiose e nazionali sotto il loro controllo a fare armi e bagagli. Come del resto fanno le forze armate fedeli ad Assad in Siria, cercando di espellere i sunniti dalla fascia occidentale che puntano a trasformare in una zona “etnicamente” omogenea, cacciando i sunniti all’interno, nel deserto.

Ciò getta una sinistro ma abbagliante fascio di luce su quel che sta accadendo nella regione che gli arabi chiamano del Mashrek, altrimenti Grande Siria (Bilad al-Sham), in buona sostanza Iraq e Siria.

E’ in corso quella che gli islamici chiamano Fitna, una sanguinosa resa dei conti tra l’universo sunnita e quello shiita (e suoi satelliti come l’alawita ed il cristiano), dove, con le armi, si decide chi debba avere l’egemonia d’ora in avanti sul turbolento poliverso islamico.

Questa è la chiave di volta per capire davvero i fenomeni in corso, tutto il resto, anche le pesanti interferenze esterne, lèggi imperialiste, sono delle subordinate. Non si tratta solo della percezione che ne ha al-Baghdadi (vedi l’ultimo suo radio discorso, in cui fa appello alla jihad contro tutti i miscredenti, contro tutte le sette islamiche e i sunniti venduti al nemico, inclusi sauditi e turchi).

Come abbiamo già scritto, ad un takfirismo tradizionale, lo Stato islamico aggiunge aperte venature apocalittiche ed escatologiche che sono una novità nel pur variegato panorama del puritanesimo combattente islamista. (Vedi lo storico discorso di al-Baghdadi del dicembre 2015.

Lo stesso fronte filo-iraniano ammette che siamo entrati in un’islamica “Guerra dei trent’anni”, quella che dilaniò l’Europa e annichilì la Germania tra il 1618 ed il 1648 e dalla quale nacquero, a grosse linee, con la Pace di Westaflia, gli equilibri stato-nazionali dell’Europa moderna.

Il fronte anti-Stato islamico è più sgangherato che mai. Eventualmente battuti i combattenti di al-Baghadi (ciò che non significa affatto che non possano risorgere) esso andrà in pezzi. Ognuno ha le sue proprie mire, ognuno vuole la sua fetta di torta, ognuno vuole ottenere sul campo il diritto a sedersi al tavolo che ridisegnerà la configurazione della Grande Siria. L’eventuale sconfitta del comune nemico dello Stato Islamico non porrà fine alla guerra, ma solo al suo attuale capitolo. 
Quello successivo sarà ancora più sanguinoso.

martedì 18 ottobre 2016

LA CADUTA DI DABIQ di Campo Antimperialista

[ 18 ottobre ]

FERMARE L'ATTACCO!

MOSUL NON DIVENTI UNA SECONDA ALEPPO!

La perdita della cittadina di Dabiq, nei pressi di Aleppo, conquistata dai militari turchi appoggiati dal braccio armato del Pentagono dell'ESL (Esercito Siriano Libero) è gravissima per l'ISIS, e non per una qualche importanza strategica del luogo, ma per la sua rilevanza simbolica, ben espressa dal teorico della precedenza della fitna sul Jihad e vero fondatore dell'ISIS, dal takfiro Abu Musab al-Zarkawi —
caduto in combattimento contro gli occupanti americani dell'Iraq nel giugno 2006 : «La scintilla è partita qui, in Iraq, e il suo calore aumenterà, a Dio piacendo, fino a quando brucerà le armate crociate a Dabiq».

E' di ieri l'annuncio che le autorità irachene hanno iniziato l'offensiva per espugnare la metropoli di Mosul, conquistata dall'ISIS nel giugno 2014. E' l'ora della resa dei conti. 
E' infatti a Mosul non a Dabiq che si svolgerà la battaglia che deciderà le sorti dello Stato Islamico, la vera Stalin grado dei takfiri. 

Gli attaccanti saranno costretti a raderla al suolo con ogni mezzo come fatto con Aleppo da russi e siriani fedeli al regime di Assad? Tenteranno di non farlo, ma potranno esservi costretti, provocando una crisi umanitaria ancora più grande di quella della martoriata Aleppo. E' certo, infatti, che sarà una lotta in cui i prigionieri saranno pochi, i cadaveri moltissimi, da ambo le parti. Anzitutto periranno gli inermi civili che vivono nella metropoli irachena, che non l'hanno abbandonata, e che moriranno come mosche sotto il fuoco incrociato delle artiglierie iracheno-shiite, curde, iraniane, turche, nonché sotto le devastanti bombe delle aviazioni americana, francese e inglese (coadiuvate dagli italiani). 
Nessuno può escludere che i russi si uniranno alla "Santa alleanza" come stanno già facendo da mesi in Siria. E chissà se, in caso di resistenza accanita, tutti questi signori della guerra imperialisti non decideranno di intruppare anche i qaedisti di al-Nusra, oggi sdoganati come Jabhat Fateh al-Sham. In Siria l'hanno già fatto.

Cosa sarà della Mosul "Liberata"? «It's unclear what a free Mosul will look like», segnalano ponziopilatescamente gli americani. Se la resistenza sarà tenace, come attendibili fonti del Pentagono assicurano, Mosul potrebbe essere ridotta in cenere. Il tutto nel silenzio complice delle grandi potenze e di questa potenza mancata che è l'Unione europea. Nemmeno i pacifisti e le sinistre avranno il coraggio di scendere in strada per chiedere pace, come del resto oggi non fiatano alla notizia dell'offensiva su Mosul.

Il 16 agosto scorso, nell'articolo intitolato «La fine dello Stato Islamico?» prevedevamo che l'ascesa dello Stato Islamico sarebbe finita in una sanguinosa disfatta:

«Che la “Santa alleanza” non canti dunque vittoria ove riesca (e ci riuscirà visto il fideismo cieco e i clamorosi errori politici dello Stato Islamico) a sterminare i seguaci del Califfo al-Baghdadi. Egli è succeduto ad al-Zarkawi, come questo ha raccolto il testimone di Bin Laden, come questo a sua volta seguì le orme di al-Qutb.

Essi tutti hanno a loro volta ripreso l’eredità di quelle correnti salafite intransigenti e guerriere come i kharijiti o gli azraqiti dei primi secoli dell’islam, che a più riprese si ribellarono armi in pugno in nome del “vero e puro Islam”, e per questo vennero annientati dai diversi califfi. Non tutti i musulmani sono salafiti o takfiri, la maggioranza di essi sono anzi quietisti, ma tutti i salafiti ed i takfiri sono musulmani. In essi, piaccia o non piaccia alle scuole maggioritarie, siano esse sunnite o shiite, arde la fiaccola della fierezza islamica, la sete di vendetta dopo secoli di umiliazione
Questa fiaccola non verrà spenta, malgrado lo Stato Islamico sarà smembrato e fatto a pezzi. Per esso non solo il martirio in combattimento, dunque il sacrificio di sé, è la via della salvezza eterna. Ma non c’è solo questo militarismo fatalista. Lo Stato Islamico ha innestato nella sua narrazione, un elemento che pareva estraneo alla visione islamica, quello millenaristico ed escatologico proprio di certe sette ebraico-cristiane. Non a caso il nome dato dallo Stato Islamico al proprio organo di propaganda, è Dabiq, luogo non a caso situato nel Nord est della Siria dove un’improbabile profezia islamica vuole avverrà lo scontro apocalittico e finale tra i musulmani ed i Rum, i cristiani. L’equivalente dell’Armageddon dei cristiano-sionisti.
Escludiamo che la battaglia finale di Dabiq avvenga. Quello che invece non escludiamo, quello di cui siamo anzi certi, è che il salafismo combattente, ancorché nuovamente sconfitto, come l’araba fenice, risorgerà dalla sue ceneri. Sempre risorgerà, fino a quando l’imperialismo dominerà il mondo, fino a quando miliardi di umani saranno soggiogati e umiliati, fino a quando vivrà l’anelito, sia esso sacro o profano, alla giustizia sociale. Fino a quando l’Occidente non farà orrore a se stesso».
Post Scriptum

La campagna di satanizzazione e hitlerizzazione dello Stato Islamico è altrettanto brutale quanto la "furia del dileguare" che questo rappresenta e che lo condanna alla disfatta. Un esempio di questa campagna mediatica mondiale di satanizzazione è stata la notizia, diffusasi in un baleno, che a Mosul una Corte islamica dell'ISIS aveva emesso una fatwa con cui si ordinava di sterminare tutti i gatti della città [QUI, QUI, QUI, QUI e QUI ed esempio]. Si è poi rivelata una ridicola bufala, come tante altre, che non hanno guadagnato la ribalta perché non colpivano come questa l'immaginario collettivo. 
In questo clima di intossicazione, è difficile lo stesso attenersi alla ragione. Noi ci proviamo, malgrado tutto.








martedì 16 agosto 2016

LA FINE DELLO STATO ISLAMICO? di Moreno Pasquinelli

[ 16 agosto ]

Per gli stolti le pagine che seguono — poiché non sentiamo alcuna solidarietà con il mostro imperialista ed i suoi ascari, poiché non ci facciamo intruppare nella isterica campagna anti-musulmana —, sembreranno indulgenti verso lo Stato islamico. Nient’affatto. La nostra distanza dai salafiti combattenti è incolmabile, sul piano etico come su quello politico e strategico. Vale oggi come ieri il severissimo giudizio che demmo molti anni addietro delle pratiche e della strategia dei ribelli takfiri in Iraq guidati da al-Zarkawi e sulla cui scia rinascerà appunto lo Stato Islamico.
Dedico queste pagine alla memoria di Jabbar al-Kubaysi.


* * * 
«La scintilla è partita qui, in Iraq, e il suo calore aumenterà, a Dio piacendo, fino a quando brucerà le armate crociate a Dabiq»
Abu Musab al-Zarkawi

Di Ramadi, capitale della indomita provincia sunnita di al-Anbar, se ne annunciò la caduta, dopo mesi di aspri combattimenti, nel dicembre 2015. Notizia che poi si rivelerà un clamoroso falso, visto che la città sarebbe stata “liberata” solo nel febbraio. E’ stato il primo, gravissimo rovescio delle milizie salafite combattenti dello Stato Islamico, quello che oggi sembra abbia posto fine alla sua folgorante avanzata, prima in Iraq e poi in Siria.

Ma chi ha “liberato” Ramadi? Sul terreno, la carne da macello, ce l’hanno messa le milizie shiite irachene (le cosiddette Forze di Mobilitazione Popolare), fiancheggiate da brigate iraniane. Gli anglo-americani hanno provveduto non solo a tele-comandare l’offensiva grazie ai loro occhi elettronici ma, dal cielo, a spianargli la strada con incessanti bombardamenti.

Ora Ramadi resta una città fantasma. La gran parte dei suoi abitanti, per sfuggire alle rappresaglie shiite, sono scappati a Nord, verso Mosul, alcuni addirittura cercando rifugio nelle zone controllate dai curdi.

Nell’aprile 2016 si annunciò la “liberazione” di Tikrit, città natale di Saddam Hussein, nella provincia di Salahaddin. Medesima la coalizione dei vincitori. Stessa la sorte degli abitanti, la gran parte sfollati per scampare alle rappresaglie delle milizie shiite.

Fallujah, città martire della lotta antimperialista, simbolo e indomita avamposto verso Baghdad dello Stato Islamico, è stata dichiarata “liberata”, leggi ridotta nuovamente in macerie, nel giugno 2016. Sapremo solo dopo che, ben lungi che darsi alla fuga disordinata, i guerriglieri dello Stato islamico hanno animato sacche di accanita resistenza accanita per almeno due mesi.

Anche qui, mentre sul terreno combattevano milizie shiite sostenute da brigate iraniane, dal cielo coordinavano e martellavano al loro fianco i bombardieri e i droni anglo-americani. Stessa la sorte per la gran parte degli abitanti sunniti: dopo aver patito per mesi sotto le bombe si sono dati alla fuga per timore delle rappresaglie alidi e “safavidi”.

In altri tempi si sarebbe gridato alla “pulizia etnica”. Oggi non è più in uso, tutto fa brodo nella guerra totale per annientare lo Stato islamico, e fanno brodo, anzitutto, la censura e l’omertà sulla sorte delle decine di migliaia di civili ammazzati, delle miglia a migliaia feriti, delle centinaia di migliaia costretti all’esodo. Se di persecuzioni è consentito parlare è solo di quelle delle sette yazide, druse, alawite o cristiane da parte dei “terroristi”.

Ora non resta ai “vincitori”, in Iraq, che puntare al bersaglio grosso, la metropoli di Mosul, il più grande bastione iracheno in mano ai takfiri dello Stato Islamico.

Il Primo ministro iracheno Haidar al-Abadi, da Fallujah, aveva solennemente dichiarato che Mosul sarebbe stata presa entro quest’anno. Fonti attendibili sostengono invece che l’avanzata dei “liberatori” procede molto a rilento. Gli americani hanno suggerito che prima occorrerà conquistare Qayyarah, cittadina irachena situata a circa 60 chilometri a sud di Mosul, ancora in mano allo Stato Islamico, importante, dicono dal Pentagono, perché lì c’è un aeroporto indispensabile ai cacciabombardieri americani. Per di più Qayyarah si trova sulle sponde del fiume Tigri, dove dall’altra parte della sponda sono ammassate consistenti forze peshmerga curde fedeli a Barzani e Talabani, il cui supporto è prezioso.

L’offensiva contro lo Stato Islamico è a tutto campo, si dispiega anche in Siria. Qui le forze takfire debbono tenere testa ad una coalizione ancor più ampia e temibile. Dal cielo piovono bombe americane, francesi, inglesi e russe. Mentre sul terreno ancor più numerosi sono i nemici: non solo le milizie fedeli ad Assad, sostenute dai libanesi di Hezbollah e dai combattenti iraniani. Ci sono il grosso delle forze che animano la guerriglia contro il regime di Assad: le milizie di Jabhat al-Nusra (ora Jabhat Fatah al-Sham), quelle di Ahrar al-Sham, quelle dei filo americani del Free Syrian Army. Nella “Santa alleanza” anti-Stato Islamico non potevano mancare i curdi filo-Pkk, tra cui le Unità di Difesa del Popolo Curdo (YPG).


Ed è proprio col decisivo contributo delle YPG (incorporate nel blocco che va sotto il nome di Forze Democratiche Siriane - FDS) che due giorni fa, strombazzata in pompa magna dalla fanfara dei media occidentali, è avvenuta la “liberazione” della cittadina siriana di Manbij. Testa di ponte, secondo i conquistatori per espugnare la roccaforte strategica nemica di Raqqa. Non si sognano nemmeno, i comandanti curdi, di negare che questa conquista non sarebbe stata possibile senza il contributo decisivo di almeno quattro potenze occidentali: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania.

Nel caso di Manbij gli imperialisti non sono intervenuti solo dall’aria, fondamentale è stato il ruolo di centinaia di mercenari raccapezzati dalla CIA nonché di truppe scelte yankee e inglesi, che hanno affiancato nell’offensiva di terra i miliziani delle YPG. Un fatto, questo — cioè che le milizie YPG hanno agito come truppe cammellate degli americani e dei loro alleati — inoppugnabile, su cui una certa sinistra radicale europea, pro-curda a prescindere, deliberatamente tace, tanto per proteggere il mito di una guerriglia curda immacolata.

En passant: se si vuole capire il senso e la portata della riappacificazione tra Erdogan e Putin (e la contestuale normalizzazione dei rapporti con Israele), da qui, da quel che è accaduto al Nord est della Siria, da Kobane a Manbij, occorre partire. Erdogan non solo contesta alle potenze occidentali di aver sostenuto il tentativo di colpo di stato per defenestrarlo. Teme che queste stiano avallando la costituzione di una regione autonoma curda in Siria, che finirebbe per unirsi al vero e proprio Stato curdo nel nord dell’Iraq.
La qual cosa finirebbe per dare una spinta alla minoranza curda in Turchia, minacciando così l’unità stessa del paese. Qui viene alla luce la sconfitta strategica di Erdogan. Ha soffiato sul fuoco della guerra civile siriana, immaginando di fare della Siria la testa di ponte della sua egemonia sul Medio oriente — la qual cosa è osteggiata non solo dalle monarchie arabe e dall’Iran, ma pure dalle potenze imperialiste occidentali — e si ritrova ora con la minaccia di una guerra civile in casa. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

Tornando allo Stato Islamico, l’ultimissima vittoria annunciata dalla Santa Alleanza, è quella di Sirte, roccaforte dello Stato Islamico in Libia e città natale di Gheddafi. Anche qui, stessa musica, stesso spartito. A causa delle umilianti sberle subite dalle sgangherate milizie tribali fedeli al governo fantoccio di al-Sarraj sono dovute pesantemente intervenire le potenze occidentali, Usa in testa. Prima fase: bombardamenti dall’aria e supervisione elettronica dell’assedio. Seconda fase: offensiva con truppe di terra, compresi mercenari inglesi, americani ed italiani armati di tutto punto.
Ma la gatta frettolosa, si sa, fa i figli ciechi. Oggi, 14 agosto, veniamo a sapere che a Sirte ancora si combatte e che alcuni quartieri sono ancora in mano ai takfiri.

La morale della favola, che i media occidentali di ogni colore politico stanno diffondendo e inculcando a tutto spiano, è che la fine dello Stato Islamico è oramai prossima. I pasciuti cittadini occidentali, europei anzitutto, possono dormire sonni tranquilli: il loro gioioso stile di vita non sarà minacciato. Non entrerà in vigore la sharia. Le donne non dovranno portare il burqa e potranno mostrare come vogliono le loro fattezze. I giovani potranno divertirsi come meglio credono fino a sballarsi, o rincitrullendosi cacciando pokemom. Tutti potranno continuare a praticare i loro sport preferiti e doparsi a gogò. I sudditi potranno continuare a farsi rimbecillire dalle televisioni e, quel che più conta, potranno ogni tanto recarsi alle urne per eleggere chi li fregherà meglio. Hurrà: la civiltà sta vincendo sulla barbarie.

Peccato che questa ottimistica narrazione imperiale sia solo una fiaba consolante.

Non fosse per la stupida boria occidentalista, sarebbe superfluo sottolineare che l’insorgenza in seno all’Islam di frazioni intransigenti e takfire, non è affatto un accidente. L’emersione del cosiddetto “fondamentalismo islamico” — piaccia o non
Atrocità takfire...
piaccia ai pontefici del “progresso”, ovvero al mito della superiorità dell’Occidente, quindi del suo destino a colonizzare il mondo —, è solo una spia della rinascita di una civiltà di antiche e inestirpabili radici, dove la religione, prima ancora che mistica trascendenza verso il divino, è etica, diritto, prassi politica. Quindi identità collettiva, sapere di essere una comunità, convinzione di avere un destino, certo divinamente prescritto ciò che, a maggior ragione, implica combattere senza sosta per esso.

Questa rinascita non è un fatto passeggero, a maggior ragione perché incontra l’Occidente nel suo massimo punto espansivo, che quindi precede il proprio inesorabile declino. Siamo davanti ad un ridestarsi di portata storica, che quindi si dispiega sui tempi lunghi, davanti al quale, l’Occidente, se non si spoglia delle sue smanie imperialiste e colonialiste, è destinato a soccombere, non per venire “islamizzato”, come certi corifei imperiali vaneggiano, ma per implodere sotto il peso della sua putredine.

La minaccia della “islamizzazione” dell’Occidente, non è solo un icastico spauracchio ideologico per strappare la devozione del popolo bue e intrupparlo, come ai tempi delle crociate, nella guerra di sterminio contro lo Stato islamico — ovvero per spazzare via un ostacolo all’imperialistico dominio mondiale. E’ molto di più. E’ un furbesco tentativo di rovesciare la realtà storica, di capovolgerla, ovvero di occultare la secolare opposta tendenza, quella alla totalitaria occidentalizzazione del mondo, di quello islamico in primis, sulla base della pretesa, di matrice religiosa, che l’Occidente cristiano sia il faro della civilizzazione mondiale e destinato a sussumere ogni altro da sé.

E’ infine un’altra cosa questo spauracchio della “islamizzazione”. E’ l’Occidente colonialista che mentre osserva i propri nemici e la loro universalistica e tenace volontà di potenza, in verità è esso stesso che si guarda narcisisticamente allo specchio, ma in questo suo rimirarsi, vedendo la propria nichilistica pulsione di morte, vorrebbe riconquistare anch’esso, proprio come i suoi nemici, le sue più ataviche radici sprituali: non solo volontà di potenza contro volontà di potenza, bensì guerra santa contro guerra santa, Dio contro Dio.

Conobbe già l’Occidente cristiano, dopo il crollo della civilizzazione greco-romana, l’ingresso in un’epoca di barbarie. Impiegò secoli per riprendersi, ma nel frattempo il mondo andò avanti, e se andò avanti fu anche grazie all’Islam.

Che la “Santa alleanza” non canti dunque vittoria ove riesca (e ci riuscirà visto il fideismo cieco e i clamorosi errori politici dello Stato Islamico) a sterminare i seguaci del Califfo al-Baghdadi. Egli è succeduto ad al-Zarkawi, come questo ha raccolto il testimone di Bin Laden, come questo a sua volta seguì le orme di al-Qutb.

Essi tutti hanno a loro volta ripreso l’eredità di quelle correnti salafite intransigenti e guerriere come i kharijiti o gli azraqiti dei primi secoli dell’islam, che a più riprese si ribellarono armi in pugno in nome del “vero e puro Islam”, e per questo vennero annientati dai diversi califfi. Non tutti i musulmani sono salafiti o takfiri, la maggioranza di essi sono anzi quietisti, ma tutti i salafiti ed i takfiri sono musulmani. In essi, piaccia o non piaccia alle scuole maggioritarie, siano esse sunnite o shiite, arde la fiaccola della fierezza islamica, la sete di vendetta dopo secoli di umiliazione

Questa fiaccola non verrà spenta, malgrado lo Stato Islamico sarà smembrato e fatto a pezzi. Per esso non solo il martirio in combattimento, dunque il sacrificio di sé, è la via della salvezza eterna. Ma non c’è solo questo militarismo fatalista. Lo Stato Islamico ha innestato nella sua narrazione, un elemento che pareva estraneo alla visione islamica, quello millenaristico ed escatologico proprio di certe sette ebraico-cristiane. Non a caso il nome dato dallo Stato Islamico al proprio organo di propaganda, è Dabiq, luogo non a caso situato nel Nord est della Siria dove un’improbabile profezia islamica vuole avverrà lo scontro apocalittico e finale tra i musulmani ed i Rum, i cristiani. L’equivalente dell’Armageddon dei cristiano-sionisti.

Escludiamo che la battaglia finale di Dabiq avvenga. Quello che invece non escludiamo, quello di cui siamo anzi certi, è che il salafismo combattente, ancorché nuovamente sconfitto, come l’araba fenice, risorgerà dalla sue ceneri. Sempre risorgerà, fino a quando l’imperialismo dominerà il mondo, fino a quando miliardi di umani saranno soggiogati e umiliati, fino a quando vivrà l’anelito, sia esso sacro o profano, alla giustizia sociale. Fino a quando l’Occidente non farà orrore a se stesso.


martedì 7 giugno 2016

«CON FALLUJA, CITTÀ MARTIRE DELLA RESISTENZA» di Campo Antimperialista

[ 7 giugno ]

«Falluja [nella foto oggi, sotto com'era un tempo], la città delle 60 moschee, è stata una eroica roccaforte della Resistenza Irachena contro l’invasione anglo-americana del 2003. Fu la prima città liberata dalla Resistenza e per questo venne attaccata in forze dagli anglo-americani nell’aprile 2004, e poi nuovamente nel novembre dello stesso anno. Falluja cadde dopo una resistenza eroica durata mesi e solo dopo che gli imperialisti rasero al suolo mezza città usando sistematicamente bombe al fosforo. Da allora Falluja è considerata città martire della Resistenza antimperialista. Ed oggi è di nuovo sotto attacco.


Il 23 maggio scorso il Primo ministro shiita iracheno Haider al-Abadi annunciava l’avvio dell’offensiva per prendere Falluja, roccaforte dello Stato islamico sin dal gennaio 2014, prima ancora che esso liberasse Mosul. Annunciando l’attacco al-Abadi dichiarava: “Si tratta di un’operazione storica. Non c’è altra opzione per il Daesh che la fuga”.

L’offensiva, lanciata da sud-ovest, sud-est e nord-ovest impegna, sotto il comando del generale Abdulwahab al-Saedi, (fonti di Baghdad, ma si sospetta siano il doppio) circa 30mila tra soldati, poliziotti e volontari di diverse milizie shiite. La sproporzione di forze è impressionante. Secondo il colonnello americano Steve Warren i combattenti dello Stato islamico in città oscillerebbero tra i 500 ed i 1000.


Questi combattenti stanno opponendo agli assedianti una resistenza accanita. Molto più forte di quella messa in campo a Ramadi, capitale della provincia di al-Anbar, riconquistata dagli shiiti nel dicembre scorso. A fine maggio le autorità di Baghdad annunciavano in pompa magna che Falluja stava per essere “definitivamente ripulita dai terroristi”. Oggi, 6 giugno, veniamo a sapere che gli assedianti sono invece ancora impaludati ai bordi del centro storico.


Le forze armate statunitensi, su ordine di Casa Bianca e Pentagono, sono direttamente coinvolte nell’attacco, non solo offrendo copertura aerea logistica alle forze assedianti ma partecipando con bombardamenti massicci. Di più: l’offensiva per espugnare Falluja è stata anticipata e preparata da numerosi e martellanti raid aerei dal 14 al 20 maggio, ciò non solo allo scopo di smantellare le linee difensive approntate dallo Stato islamico e fiaccare le forze resistenti, ma con quello di seminare il terrore tra la popolazione della città martire e spingerla alla fuga dalla città. Una tattica consolidata per gli yankee: togli l’acqua attorno ai pesci.

C’è voluto quindi il pieno assenso e appoggio del Pentagono e della Casa Bianca affinché le autorità di Baghdad scatenassero l’inferno.

Nello stesso momento le truppe siriane di Assad, con l’appoggio diretto dell’aviazione russa (stessa tattica degli americani) stanno tentando l’assedio di Raqqa, cosiddetta capitale del Califfato. Qui il ruolo giocato dalle milizie shiite in Iraq è svolto da quelle curdo-siriane dello YPG, imparentate col PKK. Sì, le forze curde agiscono come una quinta colonna degli americani. E’ infatti noto che il Pentagono non solo dà assistenza militare allo YPG, ma li arma e li finanzia. Sono centinaia i mercenari USA stanziati nella zona di Rojava. Secondo fonti statunitensi i curdi hanno addirittura offerto al Pentagono di aprire in zona una base aerea.
Mercenari USA a Rojava, alleati dei curdi dello YPG


Che abbiamo quindi? Abbiamo che contro lo Stato Islamico si è costituita una Santa alleanza imperialista che vede in combutta americani, russi e iraniani, sostenuti sul campo da milizie shiite e curde. Una Santa alleanza che certo è solo temporanea, che andrà in pezzi non appena essa avrà avuto ragione del Califfato. Ogni contraente di questa Santa alleanza ha il suo proprio disegno geopolitico, il suo proprio miserabile tornaconto. Per adesso sono uniti nel fare fuori quello che si presenta come il principale ostacolo ai loro pur configgenti appetiti egemonici.

Abbiamo detto, e non una volta sola, che siamo contrari alle concezioni ed alle pratiche takfire dello Stato islamico. Ma gli oppressi di tutto il mondo non hanno nulla da guadagnare da una vittoria della crociata della Santa alleanza imperialista».

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