Di che parliamo? Di una importante notizia che non troverete su Repubblica e gli altri giornaloni di centro-sinistra. Non ne parlano lòe "Sardine" e nemmno la cosiddetta "sinistra radicale" in tutt'altro affacendata. La notizia in questione è apparsa invece su IL GIORNALE di ieri 9 gennaio.
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venerdì 10 gennaio 2020
CONTANTE: SE LO DICE ANCHE LA BCE
Di che parliamo? Di una importante notizia che non troverete su Repubblica e gli altri giornaloni di centro-sinistra. Non ne parlano lòe "Sardine" e nemmno la cosiddetta "sinistra radicale" in tutt'altro affacendata. La notizia in questione è apparsa invece su IL GIORNALE di ieri 9 gennaio.
mercoledì 30 ottobre 2019
CHE RIVOLUZIONE ABBIAMO ALLE PORTE? di Piemme
"Degno erede dei padri fondatoriȓ", "l'uomo che tiene alto il sogno europeo", "Colui che ha salvato l'euro".
"C'è molto di più", scrive tuttavia Repubblica, nella cerimonia svoltasi a Francoforte con cui Draghi ha lasciato il testimone alla Lagarde.
Sì, c'è molto di più.
La cerimonia, presenti tutti i primi ministri ed capi di stato dell'Unione è stata la più plastica raffigurazione di cosa essa sia: una confederazione slabbrata di regni e feudi il cui principale collante è la moneta unica, di qui la figura del banchiere centrale come reale imperatore.
Spesso, per raffigurare il sistema neoliberista globale e individuare i membri della sua cupola pensante e strategica, si è ricorsi all'analogia storica con la Chiesa cattolica durante il Medioevo. Un nuovo clero si è scritto spesso, un ordine sacerdotale, con in cima una vera e propria curia. La cerimonia dell'altri ieri è stato infatti come un vero e proprio conclave, l'adunanza solenne con cui cardinali scelgono il Papa. Il super-banchiere non solo come imperatore, ma Papa allo stesso tempo, anzi uno stregone dai poteri straordinari e salvifici poiché in grado di padroneggiare le facoltà magiche di quel mistero che è la moneta.
Ciò che accade, detto per inciso, anzitutto nell'Unione europea, a dimostrazione che quest'ultima, del sistema neoliberista globale rappresenta la sua più avanzata depravazione bancocratica e finanziarista. A dimostrazione di una specie di circolare "eterno ritorno", di una ripetizione di ciò che l'Europa ha già vissuto. Più il capitalismo avanza, ovviamente in nome del progresso, più esso sembra invece condannato a ricalcare un ordine politico e di classe piramidale di tipo feudale.
Io non so se si attagli a questa configurazione destinale la categoria di "capitalismo assoluto". Quale che sia il nome che vogliamo dare all'ordine di cose esistenti, una cosa è chiara, esso non è solo post-democratico, esso è per sua natura anti-democratico.
Qui ci spieghiamo le fortissime spinte popolari e "sovraniste" che si fanno largo in Occidente e soprattutto dentro l'Unione europea. A dispetto del colore politico che esse assumono, la loro sostanza è intimamente democratica.
La rotta di collisione tra quest'ordine neo-feudale e le spinte "sovraniste" dei popoli è ineluttabile. Quale potrà essere l'esito di questa collisione? Sarà una rivoluzione popolare che come uno tsunami spazzerà via l'ordine di cose esistenti e con esso la sua onnipotente casta clericale di bancocrati.
Un nuovo 1789 più che un altro 1917.
Nessun dorma.
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mercoledì 19 giugno 2019
LA MICIDIALE TRAPPOLA DI DRAGHI di Piemme
[ mercoledì 19 giugno 2019 ]
Il giornale cattolico Avvenire fa una buona sintesi del discorso di Mario Draghi ieri in Portogallo. Gli euristi e gli speculatori finanziari (si legge "borse") esultano: "la Bce taglierà i tassi — quindi ancora denaro a gratis alle banche — e quasi sicuro una ripresa del cosiddetto "Quantitative easing" (Qe). Trump invece si è infuriato, accusando la Bce (ne ha ben donde) di continuare a svalutare l'euro rispetto al dollaro, così da dare una mano al capitalismo mercantilista europeo, anzitutto tedesco. Ma di questo aspetto, e delle sue possibili implicazione nelle relazioni Usa-Ue, ne parleremo magari un'altra volta.
Vorremmo invece parlare delle conseguenze dirette che la mossa (tutta politica) di Draghi e della Bce hanno e potranno avere sul braccio di ferro in corso tra Roma e Bruxelles.
Il mito del Quantitative easing
Prima permetteteci di tornare sul cosiddetto programma di stimolo monetario "Quantitative easing". Quando in pompa magna fu avviato nel marzo 2015 — dopo il fallimento clamoroso del "LTRO", le operazioni di rifinanziamento a lungo termine nel novembre della bce avviato nel 2011 —, venne presentato, dagli economisti ordoliberisti, come una panacea, come una miracolosa terapia che avrebbe fatto uscire la zona euro dalle secche della stagnazione e dal famigerato "credit crunch", la penuria di liquidità. va ricordato In effetti di liquidità dalla Bce ne pioverà in abbondanza, ma irrorò solo la sfera bancaria e finanziaria e se arrivò alle aziende (giammai ai cittadini!) toccò solo, quelle grandi e votate all'export
Fummo allora tra i pochi a contestare la vulgata per cui il Qe sarebbe stato il miracolo, quindi a destituire di fondamento la leggenda di "Super Mario". Lo facemmo con un primo articolo del novembre 2014 (non appena il Qe fu annunciato. E, facili profeti, ecco quanto dicevamo:
«Siamo alle solite! Gli euro-liberisti si illudono che con "una semplice innovazione finanziaria" riusciranno a rilanciare il ciclo economico. Tradiscono così la loro adesione ella teoria quantitativa della moneta, per cui viene presa in considerazione una funzione della moneta, quella di "intermediazione degli scambi". Non entra in testa, ai seguaci della setta, malgrado gli insegnamenti della storia e le evidenze empiriche, ciò che sottolineò Marx, che la moneta, essendo anche denaro, ovvero "rappresentante della ricchezza generale", nelle fasi in cui l'economia capitalistica si inceppa, quando i profitti del settore industriale decrescono, esso può essere "tesaurizzato", trattenuto come "tesoro" o utilizzato speculativamente nei circuiti finanziari-bancario».
Tornammo poi sulla questione con un articolo di Leonardo Mazzei del gennaio 2015, e nel giugno dello stesso anno già potevamo tirare un primo bilancio, mostrando dove davvero andavano a finire i quattrini della Bce.
Chiusa la parentesi torniamo a noi. Abbiamo posto la domanda su quali conseguenze avrà la mossa di Draghi sul braccio di ferro in corso tra Roma e Bruxelles. I giornaloni questa mattina cantano lodi sperticate di "Super Mario santo subito!", sostenendo che la sua mossa è un "aiutone" all'Italia, che cioè servirà a disinnescare la mina della "procedura d'infrazione".
Sarà vero? No, è falso!
E' anzitutto un aiuto al partito di Mattarella in seno al governo (quindi al tandem Tria-Conte), quindi un fendente per indebolire, alle porte del negoziato con la Commissione, l'ala dura del governo, quella salviniana in primis. Perché? Ma è semplice, si tenta di togliere a Salvini e Di Maio l'argomento per cui Bruxelles e Francoforte sarebbero (come in effetti sono) avversari del nostro Paese, che non è vero che hanno puntato una pistola alla tempia dell'Italia. La mossa di Draghi è quindi tutta politica, simbolica e ideologica: si è travestita la mano armata sotto le mentite spoglie della mano tesa. Come in un gioco di prestigio, la pistola scompare e appare una colomba.
Una trappola quindi, quella di Draghi: da una parte si promette di adottare misure per tenere sotto controllo il debito pubblico e calmo lo spread, dall'altra, ove il governo non addivenisse a più miti consigli, ove non accettasse politiche austeritarie, la minaccia di devastanti ritorsioni. Ed infatti Draghi ha lanciato l'avviso:
«I Paesi ad alto debito, bassa crescita e con scarsa capacità di spesa devono aumentare il potenziale con le riforme e gli investimenti pubblici rispettando le regole europee».
Chi ha orecchie per intendere intenda. Roma è avvisata. Vanno rispettate "le regole europee", altrimenti procedura d'infrazione e sanzioni. Quindi taglio della spesa pubblica orientata a sostenere le classi popolari, no al rilancio la domanda interna e quindi manco a parlarne di aumentare salari e pensioni o di abbassare le tasse. Spending review a gogò, rigore nei conti pubblici, austerità. E ovviamente non vi azzardate a emettere MiniBoT.
In vista del finale di partita della prossimaLegge di bilancio, il primo round lo abbiamo col negoziato sulla procedura d'infrazione con la Commissione che inizia domani. Vedremo come andrà a finire. Basterà all'euro-germania che Roma raccimoli qualche miliardo (anzitutto dalla differenza tra la spesa prevista per RdC e Quota 100) per evitare la cosiddetta "manovra aggiuntiva"? Seconda domanda: Tria e Conte, ubbidiranno alla maggioranza giallo-verde o a Mattarella —che ieri ha messo in guardia che si deve ubbidire allo straniero punto e basta? Quindi la terza domanda: che succederà nel governo ove Tria e Conte tornassero a Roma con un accordo capestro?
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venerdì 31 maggio 2019
DEBITO PUBBLICO: IL MISTERO SVELATO di Piemme
«Era prevista e, puntuale come la morte, è arrivata. Parliamo della lettera con cui la Commissione
europea, preso atto che l'Italia non avrebbe mantenuto gli impegni
sulla riduzione del debito pubblico, avverte il governo che potrebbe
scattare la famigerata "procedura d'infrazione", con tanto di
pesanti sanzioni». [SOLLEVAZIONE
del 30 maggio]
Da decenni l’imperativo categorico del rimborso del
debito, è il mantra assillante con cui i tecnocrati dell’Unione europea ed i
pescecani della finanza predatoria giustificano la necessità di tenere l’Italia
incatenata al ceppo dell’ortodossia ordoliberista. Ove non vi fosse la certezza del
rientro, almeno nei parametri di Maastricht, sarebbe la catastrofe economica,
lo sfacelo del paese.
In questa cornice sono cadute le "sorprendenti" dichiarazioni del ministro dell’Economia Giovanni Tria sulla
“monetizzazione del debito”:
«Non dobbiamo dimenticare che esiste un secondo modo di finanziare un deficit, che è il finanziamento monetario».
Cosa sia, in ambiente Ue, la “monetizzazione del
debito”, è presto detto: la Bce finanzierebbe le politiche fiscali di uno Stato
stampando moneta, col che verrebbe meno il problema dello spread poiché i
titoli di debito sarebbero acquistati direttamente dall’Istituto di
Francoforte. L’idea di Tria, malgrado sia come la scoperta dell’acqua calda, ha suscitato vibranti rimostranze degli ambienti ordoliberisti oltranzisti.
Rimostranze ingiustificate poiché, come vedremo, la proposta di Tria, si presta
ad una lettura inquietante. Ma ci torneremo in fondo.
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| Tabella 1 |
Default non è bancarotta
La verità è che il debito italiano — per quanto, come si evince dalla tabella sopra (dati Bankitalia) esso sia in mano per il 70% a creditori "residenti", ovvero a banche italiane —, è debito
destinato restare insoluto, a rimanere impagato. Lorisgnori lo sanno bene e,
dicendo il contrario, sanno di mentire. Quel che essi temono come la peste è
che prima o poi l’Italia, come han fatto nel passato decine e decine di stati (notare:
l’Italia mai) lo metta in quel posto ai creditori facendo default. Al che sentiamo già alzarsi l’urlo degli ordoliberisti: “Default?
Ma siete matti!? Sarebbe la bancarotta!”.
Ma questa equivalenza, se si parla di uno Stato è
falsa. Uno Stato può ricorre al default (insolvenza) ove non riesca più a
rimborsare le proprie obbligazioni coi suoi creditori. E’ vero l’inverso semmai,
che in bancarotta, rischiano di andarci propri i creditori che
s’ingrassano con
lo strozzinaggio a spese degli stati. La bancarotta (colposa o dolosa) designa infatti
il fallimento di un’azienda privata quando questa, non potendo più far fronte
ai suoi debiti, è costretta a chiudere i battenti ed a consegnare quindi il
proprio patrimonio ai suoi debitori. Uno Stato non può, con tutta evidenza,
chiudere i battenti, a meno che esso non venga fagocitato ed il suo patrimonio
passi nelle mani dei suoi creditori. Nei centinaia di casi di default della
storia moderna ciò è accaduto una sola volta, per la precisione al piccolo
Stato di Terranova (oggi Canada) quando, in conseguenza della crisi del 1929
che fece impennare il suo debito pubblico, esso perdette la sua autonomia per
ridiventare colonia dell’Impero britannico — che era il suo unico creditore.
Debito pubblico: numeri alla mano
Non passa giorno che gli ordoliberisti esortino
l’Italia (per il suo proprio bene s’intende) a ridurre il debito pubblico,
quindi invitando chi governa a ridurre la spesa pubblica. In verità, non sembri
un paradosso, quel che interessa davvero ai pescecani della finanza privata che
finanziano lo Stato — dato che l’Italia non avendo più la sua propria Banca
centrale come principale finanziatore — è infatti che il debito resti perpetuo,
così prendendo due piccioni con una fava: mantenere l’Italia sotto permanente
ricatto a fare profitti predatori staccando le cedole dell’interesse sul debito
appunto. La sola reale preoccupazione di chi detiene i titoli di debito è che
non si svaluti il loro valore.
Vediamo, numeri alla mano, di dimostrare perché il
debito dello Stato italiano è destinato ad essere perpetuo, a meno che,
appunto, non giungerà quel fatidico giorno in cui non si trovi il coraggio
sovrano di dichiarare default
Teniamo a mente due dati: il Pil italiano (2018) è
stato di 1.753 miliardi di euro, mentre il debito (a fine 2018) si è attestato
a 2.359 miliardi — il 134,5%.
Ora
supponiamo che l’Italia, nel rispetto del pareggio di bilancio, decida di rispettare
il famigerato parametro di Maastricht (il rapporto tra il
debito pubblico lordo e il Pil, com’è noto, non deve superare il 60%), di
abbassare il debito da 2.359 miliardi a 944 miliardi
Si tratta di racimolare la bellezza di 1.415
miliardi.
E
supponiamo pure che avvenga il miracolo che la Ue accetti che la Bce adotti
politiche di “monetizzazione del debito” pubblico italiano,
portando quindi l’interesse sul debito futuro a zero — si tenga a mente che pur
in calo a causa del Qe l’Italia ha sborsato, nel 2018, 65miliardi di euro solo
per interessi, ovvero il 3,7% del Pil.
Si tratterebbe quindi di trovare questi 1.415
miliardi.
Supponiamo
infine che l’Italia s’impegni a concordare coi suoi creditori un piano di
rientro trentennale. In questo caso, dividendo 1.415 per 30
anni avremmo che ogni anno l’Italia dovrebbe sborsare la cifra di 47 e passa
miliardi.
Ci sono solo due maniere per reperire queste
risorse: o con tagli draconiani e costanti nel tempo alla spesa pubblica o
incrementando stabilmente il Pil.
Ebbene, visto che la spesa pubblica italiana è già
tra le più basse d’Europa, ovvero secondo gli analisti difficilmente
comprimibile, non resta che affidarsi alla lotteria della “crescita”.
Chiediamoci, in questa ipotesi di scuola, di quanto
dovrebbe crescere, il Pil ogni anno a spesa pubblica invariata?
Risposta: se oggi il Pil sta a 1753 miliardi —
aggiungendo ogni anno 47 miliardi —, il Pil italiano dovrebbe raggiungere nel
2049 la cifra di 3.168 miliardi. Ciò significherebbe nei primi anni una
“crescita” attorno al 2,7%, e comunque superiore al 2% per tutto il primo
quindicennio.
Viene
dunque la domanda: è realistico questo tasso di “crescita”?
Ovviamente no, e per diverse ragioni, la prima delle quali, visto che entrano
in gioco rilevanti fattori esogeni, è che a scala mondiale l’economia globale,
nei prossimi trent’anni, non solo non conosca gravi recessioni ma registri una “crescita” costante.
Condizione altamente improbabile dato che l’economia capitalistica è un
susseguirsi di cicli espansivi e recessivi —impossibile ove avessero ragione
quegli economisti che sostengono che saremmo entrati in una “stagnazione
secolare”.
Piedi per terra signori!
Ricapitoliamo. (1) Abbiamo posto l’ipotesi (ripetiamo,
di scuola) che l’Italia adotti un piano di rientro trentennale per far scendere
il suo debito al 60% del Pil; (2) abbiamo quindi considerato che, anche ammesso
che la Bce accetti di “monetizzarlo”, cioè finanziarlo in prima persona, ciò
non basterebbe, poiché (2) ci sarebbe bisogno di una seconda e più importante
condizione: una “crescita” economica costante di un 2% costante nell’arco del
periodo considerato.
Abbiamo visto che questa seconda condizione è, come
minimo, altamente improbabile. Resta ora da stabilire quanto realistica sia la
prima, ovvero che la Bce si decida per la monetizzazione.
Ebbene, anche questa è irrealistica, per la
precisione inverosimile, dato che essa, come abbiamo detto, implica che i paesi
dell’Unione europea, all’unanimità, cambino lo statuto della Bce, detto
altrimenti che aboliscano il principale dei dogmi ordoliberisti, che consiste
appunto nel divieto fatto alla banca centrale di finanziare il
fabbisogno degli stati. Una decisione che ognuno che abbia i piedi per terra sa quanto sia impossibile.
Per la verità la Bce può acquistare già oggi titoli
di debito pubblico di uno Stato ma solo nel quadro dell’Outright monetary transactions (Omt). Lo Stato che chiedesse alla
Bce di attivare l’Omt, che cioè si trovasse in una situazione di grave crisi
con lo spread fuori controllo, dovrebbe aderire ad un programma draconiano di “riforme
strutturali e consolidamento fiscale (leggi: austerità e macelleria sociale).
E quindi veniamo alle dichiarazioni di Tria. Perché
abbiamo detto che sono inquietanti? Perché essendo che l’Omt è di fatto una
forma di monetizzazione, è proprio a questa che il Tria, da bravo segugio del
mondo finanziario e bancario ordoliberista, allude.
Per concludere: resta che il debito pubblico
italiano non è solvibile, che è impagabile e che, a meno di non fare la fine
della Grecia, fare default è inevitabile. Aggiungiamo noi: sarà uno degli atti
con cui il nostro Paese riconquisterà la sua sovranità.
giovedì 4 aprile 2019
LA CRISI ECONOMICA E LE BANCHE CENTRALI di Eric Toussaint
[ 4 aprile 2019 ]
Gli elementi di una nuova crisi finanziaria internazionale sono tutti presenti; non si sa quando essa scoppierà ma quando accadrà il suo effetto su tutto il pianeta sarà importante
I principali fattori di crisi sono:
da una parte l’aumento ingente dei debiti privati delle imprese
dall’altra la bolla speculativa sui prezzi degli attivi finanziari1: borse valori, prezzi dei titoli del debito2, e, in certi paesi (Stati Uniti, Cina …), di nuovo il settore immobiliare. I due fattori sono strettamente interconnessi.
Anche le imprese che hanno un’enorme liquidità3 a loro disposizione come Apple si indebitano massicciamente perché approfittano dei bassi tassi di interesse4 per prestare ad altre il denaro che esse prendono a prestito. Apple e numerose altre imprese prendono a prestito per prestare a loro volta e non per investire nella produzione. Apple prende a prestito anche per riacquistare le proprie azioni5 in borsa6. Ho spiegato questo in un articolo intitolato «La montagna dei debiti privati delle imprese sarà al centro dellaprossima crisi finanziaria» , pubblicato il 9 novembre del 1917.
Gli elementi di una nuova crisi finanziaria internazionale sono tutti presenti; non si sa quando essa scoppierà ma quando accadrà il suo effetto su tutto il pianeta sarà importante
I principali fattori di crisi sono:
da una parte l’aumento ingente dei debiti privati delle imprese
dall’altra la bolla speculativa sui prezzi degli attivi finanziari1: borse valori, prezzi dei titoli del debito2, e, in certi paesi (Stati Uniti, Cina …), di nuovo il settore immobiliare. I due fattori sono strettamente interconnessi.
Anche le imprese che hanno un’enorme liquidità3 a loro disposizione come Apple si indebitano massicciamente perché approfittano dei bassi tassi di interesse4 per prestare ad altre il denaro che esse prendono a prestito. Apple e numerose altre imprese prendono a prestito per prestare a loro volta e non per investire nella produzione. Apple prende a prestito anche per riacquistare le proprie azioni5 in borsa6. Ho spiegato questo in un articolo intitolato «La montagna dei debiti privati delle imprese sarà al centro dellaprossima crisi finanziaria» , pubblicato il 9 novembre del 1917.
Banche centrali e bolla in arrivo
Le bolle
speculative ora citate sono il risultato delle politiche condotte dalle grandi
banche centrali (Federal Rèserve degli Stati Uniti, BCE7, Banca d’Inghilterra, da 10 anni, e dalla Banca del
Giappone dallo scoppio della bolla immobiliare negli anni 1990) che hanno
iniettato migliaia di miliardi di dollari, euro, sterline, yen nelle banche
private per mantenerle a galla. Queste politiche sono state chiamate Quantitative
easing o allentamento monetario quantitativo. I mezzi finanziari che le
banche centrali hanno distribuito a profusione non sono stati utilizzati dalle
banche e dalle grandi imprese
capitaliste degli altri settori per
l’investimento produttivo. Essi sono serviti a acquistare attivi finanziari:
azioni di borsa, obbligazioni8 di debiti delle imprese, titoli di Stato sovrani9, prodotti strutturati10 e derivati11… Questo ha generato una bolla speculativa sul mercato
borsistico, sul mercato obbligazionario (vale a dire le obbligazioni dei
debiti) e, in alcuni paesi, nel settore immobiliare. Tutte le grandi imprese
sono sovra-indebitate.
Questa politica
delle banche centrali testimonia il fatto che le decisioni dei loro dirigenti
sono determinate interamente dagli interessi a breve termine delle grandi
banche private e delle grandi imprese capitaliste degli altri settori: impedire
fallimenti a catena e, di conseguenza, perdite considerevoli dei grandi
azionisti.
Questa politica
ha anche a che fare con una caratteristica dell’odierno capitalismo
finanziario: una parte sempre meno importante del nuovo valore creato è
reinvestito nella produzione-
Una parte
crescente del nuovo valore è utilizzata sotto forma di dividendi per gli
azionisti o di riacquisto di proprie azioni, di investimenti speculativi
particolarmente in prodotti strutturati e derivati … François Chesnais parla in
particolare di <> [1].
Torniamo alla
politica adottata dalle banche centrali per combattere la crisi esplosa nel
2007/2008. Il loro intervento non è riuscito a risanare il sistema, anzi, gli
elementi di fragilità sono rimasti o sono aumentati: il rapporto fra i fondi
propri (i capitali dell’ impresa12) e gli impegni assunti dall’impresa é troppo debole.
In effetti, il livello di questo rapporto è insufficiente per fare fronte ad
una perdita di valore che sarebbe provocata da una caduta dei valori
borsistici, del mercato obbligazionario o di altri attivi finanziari posseduti
dall’impresa, sia essa una banca o un’impresa come Apple o General Electric per
citare due esempi. Tutte le imprese sono fortemente indebitate perché il
ricorso al prestito costa loro molto poco grazie ai tassi di interesse che sono
molto bassi (0% nella zona euro, -0,1% in Giappone, 0,75% in Gran Bretagna,
2,5% negli Stati Uniti) e una pletora di capitali sono alla ricerca di un
massimo del rendimento finanziario pronti ad acquistare dei titoli di debiti
dubbi (junk bonds13) emessi da imprese in situazione precaria. Quindi
imprese come Apple che hanno una buona reputazione in termini di salute
finanziaria si indebitano per poi acquistare titoli cattivi ad alto rendimento.
Le imprese in cattive acque che emettono questi titoli cattivi ad alto rendimento
si trovano in una situazione permanente di indebitamento: esse si indebitano
per poter rimborsare i prestiti precedenti.
Alla fine di
dicembre 2018, un grande crack in borsa ha rischiato di esplodere negli Stati
Uniti e l’effetto del contagio è stato immediato. Si è trattato di un ulteriore
segnale annunciatore di un importante crack futuro.
Il mercato
immobiliare statunitense è tornato fragile: il prezzo degli immobili è
aumentato del 50% rispetto al 2012 e il suo livello supera quello raggiunto
subito prima della crisi che era iniziata nel 2005-2006 e ha provocato la
grande crisi internazionale del 2008-2009. Alcuni specialisti ritengono che
potrebbe essere l’alba di una nuova crisi del settore immobiliare perché
l’attività ha cominciato a rallentare e le vendite delle abitazioni sono
diminuite. Il proseguimento della politica di allentamento monetario (Quantitative
Easing) in Europa, come pure la sua fine negli USA costituiscono fattori di
crisi.
Le grandi
banche private dette sistemiche sono estremamente fragili e il valore delle
loro azioni nella seconda metà del 2018 è calato fortemente negli Stati Uniti e
in Europa e la caduta sta continuando nel primo trimestre del 2019. Le grandi
banche private sono sostenute dalle banche centrali14 dei rispettivi paesi. La Fed non rispetta il proprio
impegno di rivendere i titoli del debito privato tossico (i famosi mortgage
backed securities – MBS -). Nel marzo 2019 essa detiene un volume enorme di
1600 miliardi di $ di MBS (vedi QUI consultato il 17 marzo 2019) acquistati nel 2008-2009 dalle grandi banche
private per salvarle. La Fed sa benissimo che se essa vendesse massicciamente
questi titoli come ha promesso, il prezzo di questi crollerebbe e in
conseguenza, anche il mercato obbligazionario degli Stati Uniti. Essa sa pure
che se aumentasse il tasso d’interesse al di sopra del 2,5% tutta una serie di
imprese indebitate andrebbero incontro a gravi difficoltà di
rimborso/rifinanziamento dei propri debiti. Senza contare che questo farebbe
crescere anche il costo del rimborso del debito pubblico.
La BCE da parte
sua continua a concedere prestiti di liquidità alle banche a tasso 0% e sta
promettendo loro di non aumentare i tassi prima del 2020 (vedi Martine Orange, “La BCE di fronte ai propri limiti”, pubblicato
l’8 marzo 2019 e Delphine Cuny (La Tribune), “La BCE scuote i mercatirinviando l’innalzamento dei tassi”,[l-actu-du-jour]-20190308, pubblicato il 7 marzo 2019). Inoltre la BCE
concede alle banche private nuovi ingenti prestiti a medio e lungo termine,
quello che in gergo si chiama TLTRO (Targeted longer-term refinancing
operations). A dipenderne maggiormente sono le banche italiane e spagnole
(secondo JPMorgan esse costituiscono il 55% del monte prestiti in occasione
dell’ultimo TLTRO) ma poiché tutte le banche sono interconnesse, tutte ne
dipendono più o meno direttamente. Aggiungiamo che le banche europee usano
massicciamente il denaro che esse ottengono a tasso zero per acquistare titoli
del debito sovrano, di preferenza quello del proprio Stato, ma anche di altri
Stati europei, cosa che procura loro un rendimento positivo da titoli
considerati come sicuri perché emessi dagli Stati.
L’infatuazione
delle banche e degli altri attori presenti sui mercati finanziari15 per i titoli del debito pubblico è impressionante:
tutti gli Stati della zona euro sono riusciti a prendere in prestito grosse
somme di denaro nel corso dei primi tre mesi del 2019 (come già nel 2018). Ogni
offerta di prestiti vede affluire le offerte d’acquisto. In genere, quando uno
Stato vuole prendere in prestito un miliardo di €, le banche ne propongono 4,
tanta é la liquidità di cui dispongono (che proviene ampiamente dalle banche
centrali a loro servizio),ciò segnala quanto esse vogliono acquistare dei
titoli pubblici perché remunerativi e sicuri. Inoltre, come ho dimostrato nel
mio libro Bancocratie, il fatto di acquistare titoli sovrani permette alle
banche di aumentare artificialmente il rapporto dei loro fondi propri rispetto
al loro bilancio grazie ai sistemi della ponderazione degli attivi per il
rischio (vedere «Tout va très bien madame la marquise» e Bancocratie, capitolo 12, Aden, Bruxelles, 2014). Ma quando la
crisi assumerà un andamento catastrofico, i media dominanti e i banchieri
accuseranno di nuovo gli Stati di fare troppe spese pubbliche e di emettere
troppo debito pubblico.
La crescita
economica nei “vecchi” paesi più industrializzati resta debole ed è in
diminuzione in molti paesi chiave. In particolare in Europa dove, dopo una
piccola crescita nel 2017, l’anno 2018 è terminato con una stagnazione e nel
caso della Germania, con una caduta della produzione industriale nel quarto
trimestre del 2018 e nel primo del 2019 (Financial Times, «Germanindustrial production drops unexpectedly», 11 Marzo 2019, ). Le autorità tedesche hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita
del 2019 riportandola all’1% (mentre nel 2016-2017 esso superava il 2%). Gli
investimenti nell’Unione Europea hanno impiegato 12 anni per ritornare al
livello del 2007 prima dello scoppio della crisi (Financial Times,
« EU investment rebounds to level before 2008 financial crash »,
9 Marzo 2019).
A livello della
zona euro, la crescita nel terzo trimestre 2018 è stata appena dello 0,2%, la
più bassa da 4 anni. L’Italia è in recessione. La Francia conosce una piccola
ripresa grazie alla leggera crescita dei consumi che è il risultato del
movimento dei Gilet gialli che ha portato Macron a non rispettare ciecamente la
disciplina di bilancio (vedere il mio articolo: Europe : désobéir pourmettre en œuvre une alternative favorable aux peuples, 12 février 2019, )
In Giappone, la
crescita nel periodo aprile 2018-marzo 2019 è di circa lo 0,9%, anch’essa in
ribasso rispetto al 2017. L’economia USA è anch’essa in fase di rallentamento,
il FMI17 prevede una crescita del 2,5% nel 2019 contro il 2,9%
nel 2018. Altri esperti prevedono una crescita più debole. Questo ha portato la
Fédéral Réserve degli Stati Uniti a sospendere provvisoriamente l’aumento dei
tassi di interesse iniziato alla fine del 2016.
La crescita
cinese rallenta ancora anche se il paese continua ad essere la locomotiva
mondiale; essa sarebbe dell’ordine del 6%, la più bassa da 25 anni. In Cina,
una crisi finanziaria può esplodere in ogni momento, far cadere la crescita
domestica e mondiale, aggravare le condizioni di vita di centinaia di milioni
di cinesi, uomini e donne.
Anche
l’economia degli altri BRIC rallenta, eccetto l’India che conosce un tasso di
crescita un pò superiore al 7%. La Russia ha una crescita molto debole,
dell’ordine dell’1,2% nel 2018 e una previsione dell’1,3% nel 2019. L’Africa
del Sud è stata in recessione nel corso della prima metà del 2018 e conosce un
piccolo recupero. Il Brasile che ha conosciuto una forte recessione nel
2015-2016 ha ritrovato un po’ di crescita ma essa è molto debole, appena poco
sopra l’1% nel 2018.
Crisi molto
forti colpiscono già una serie di paesi detti emergenti: Turchia, Argentina,
Venezuela … Svalutazione18 della moneta, grosse difficoltà a effettuare i
rimborsi del debito estero pubblico e privato.
Una serie di
paesi periferici fra i più poveri si trovano ad affrontare una crisi acuta del
debito (Mozambico, …). Non è che l’inizio di una lista che si sta allungando.
Malgrado questa
crescita economica molto debole a livello mondiale e in particolare nelle
principali vecchie potenze industriali contaminanti, i fattori che spingono
all’accelerazione del cambiamento climatico non si attenuano. Ne abbiamo sotto
gli occhi delle prove tangibili con gli effetti dello sconvolgimento e del
cambiamento climatico ai quattro angoli del pianeta. Di fronte a questa crisi
le cui conseguenze drammatiche sono in crescita, i governi ricorrono a promesse
puramente retoriche, cosa che fortunatamente produce delle forti reazioni nella
popolazione in generale e fra i giovani in particolare.
Bilancio dell’azione della BCE
Dall’inizio
della crisi nel 2007-2008, la BCE ha giocato un ruolo vitale per portare alla
riscossa delle grandi banche private, dei loro grandi azionisti e principali
dirigenti garantendo la continuazione dei loro grandi privilegi. Si può
affermare senza rischio di sbagliarsi che senza l’azione della BCE, alcune
grandi banche sarebbero fallite, cosa che avrebbe forzato i governi a prendere
delle misure fortemente restrittive nei confronti dei loro dirigenti e grandi
azionisti. Occorre aggiungere che l’azione della BCE ha rafforzato la
concentrazione del settore bancario a profitto di una ventina di grandi banche
che hanno un ruolo dominante. La BCE ha contribuito attivamente a mantenere in
piedi e a sviluppare dei mostri bancari troppo grandi per poter fallire. Oltre
al salvataggio dei grandi azionisti bancari, la BCE persegue ufficialmente
l’obbiettivo di una inflazione19 del 2%. Da questo punto di vista, il bilancio della
BCE è un fallimento perché il tasso d’inflazione nell’eurozona nel 2018 ha
raggiunto solo il valore dell’1,6% e essa è in ribasso nel corso del primo
trimestre del 2019.
Tre obbiettivi
supplementari dell’azione della BCE possono essere riassunti nel modo seguente:
Difendere
l’euro che è una camicia di forza per le economie più deboli della zona euro
oltre che per tutte le popolazioni europee. L’euro è uno strumento al servizio
delle grandi imprese private e delle classi dominanti europee (l’1% più ricco).
I paesi che fanno parte della zona euro non possono svalutare le loro monete
perché hanno adottato l’euro. Ora i paesi più deboli della zona euro avrebbero
un vantaggio a svalutare per ritrovare competitività di fronte ai giganti
economici tedeschi, francesi, del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e
all’Austria. Paesi come la Grecia e il Portogallo, la Spagna o l’Italia sono
così bloccati dalla loro appartenenza alla zona euro. Le autorità europee e i
governi nazionali applicano da allora quella che viene definita la svalutazione
interna: essi impongono una diminuzione dei salari a solo profitto delle grandi
imprese private. La svalutazione interna è sinonimo di riduzione dei salari.
Rafforzare il
dominio delle economie europee più forti (Germania, Francia, Benelux …) dove
hanno sede le più grandi imprese private europee. Questo comporta mantenere
forti asimmetrie fra le economie più forti e le più deboli.
Partecipare e
sostenere in maniera offensiva gli attacchi del Capitale contro il Lavoro al
fine di aumentare i profitti delle imprese e rendere le grandi imprese europee
più competitive sul mercato mondiale di fronte ai loro concorrenti
statunitensi, cinesi, giapponesi, coreani … Gli esempi dell’intervento della
BCE per raggiungere questo obiettivo in Italia, in Grecia, a Cipro, in
Portogallo, in Irlanda, in Spagna, … sono molteplici.
L’accanimento
della BCE a contribuire agli attacchi contro coloro che sono più deboli s
esprime ancora una volta molto chiaramente. In marzo 2019, la BCE e le banche dell’Eurosistema
hanno rifiutato di rendere alla Grecia una parte degli utili realizzati sulla
schiena del popolo greco [2] con il pretesto che il governo di Alexis Tsipras non
aveva approfondito sufficientemente le controriforme sociali. Si tratta in
particolare della volontà della BCE di veder sopprimere gli ultimi ostacoli
all’espulsione delle famiglie greche incapaci di effettuare il rimborso del
debito ipotecario per la loro residenza principale. Niente viene risparmiato in
sacrifici al popolo greco che è una vittima espiatoria della Troïka20 in seno alla quale la BCE gioca un ruolo chiave.
La necessità di soluzioni radicali
La nuova crisi
finanziaria che è in arrivo si iscrive in un contesto più ampio di crisi
sistemica del capitalismo globale. Questa crisi sistemica è multidimensionale:
economica, ecologica, sociale, politica, morale, istituzionale, …
Occorre rompere
in maniera radicale con la logica che guida oggi i governi in carica e prendere
delle decisioni urgenti. All’opposto del sistema attuale che offre l’impunità e
dei paracadute dorati ai responsabili delle debacles, è necessario far
pagare il conto dei salvataggi bancari a quelli e quelle che ne sono
responsabili.
Le misure
annunciate per disciplinare le banche sono semplici artifizi. La supervisione
centralizzata delle banche della zona euro, la creazione di un fondo europeo di
garanzia dei depositi, l’interdizione di certe operazioni (che toccano solo il
2% delle attività bancarie globali), il tetto massimo per i bonus, la
trasparenza delle attività bancarie o ancora le nuove regole di Basilea III21 non costituiscono altro che delle raccomandazioni,
delle promesse o, tutt’al più, delle misure del tutto insufficienti in
relazione ai problemi da risolvere. Ora è necessario imporre delle vere regole
molto strette e non aggirabili.
Questa crisi
dovrebbe essere risolta con la realizzazione di misure che toccano la struttura
stessa del mondo della finanza e del sistema capitalista [3].
Il compito
della banca è troppo serio per essere lasciato nelle mani del settore privato.
È necessario socializzare il settore bancario (ciò che implica il suo
esproprio) e di porlo sotto il controllo cittadino (dei dipendenti delle
banche, dei clienti, delle associazioni e dei rappresentanti degli attori
pubblici locali), perché deve essere sottomesso alle regole di un servizio
pubblico e i profitti che la loro attività genera devono essere utilizzati per
il bene comune.
Il debito
pubblico assunto per salvare le banche è chiaramente illegittimo e deve essere
ripudiato. Un audit22 cittadino deve individuare gli altri debiti
illegittimi, illegali, odiosi, insostenibili … e consentire una mobilitazione
tale che un’alternativa anticapitalistica credibile possa prendere forma.
Queste due
misure devono essere iscritte in un programma più vasto che noi abbiamo
disegnato in un altro lavoro. (Vedere: Gilet gialli: imparare la storia e agirenel presente)
Le banche
centrali devono essere radicalmente rifondate, le loro missioni devono essere
ridefinite. Esse devono assumere di nuovo il ruolo di creazione monetaria in
favore del settore pubblico e contribuire attivamente al finanziamento della
transizione ecologica e alla lotta contro l’ingiustizia sociale.
La
mobilitazione cittadina e l’auto organizzazione sociale costituiscono la conditio
sine qua non alla la realizzazione delle diverse soluzioni proposte.
* Traduzione di Aldo Zanchetta
* Fonte: CADTM
NOTE TECNICHE
1 In generale, il termine <> fa
riferimento a un bene che possiede un valore realizzabile, o che può generare
dei ritorni. Nel caso contrario, si parla di <>, vale a
dire la parte del bilancio costituita dalle risorse di cui dispone un’impresa.
(i capitali propri apportati dai soci, gli accantonamenti per i rischi e gli
impegni come pure i debiti.
2 I titoli del debito pubblico sono dei prestiti che uno Stato contrae per
finanziare il proprio deficit (la differenza fra le sue entrate e la sue
spese). Esso emette allora differenti titoli (titoli di stato, certificati del
tesoro, buoni del tesoro, obbligazioni lineari, note di debito, etc) sui
mercati finanziari -soprattutto oggi- che gli procureranno denaro in cambio di
un rimborso futuro con interessi ad una certa scadenza (da 3 mesi a 39 anni).
Esistono un mercato primario e un mercato secondario del debito pubblico.
3 Capitali di cui un’economia o una impresa può disporre in un determinato
momento T. Una mancanza di liquidità può portare un’impresa alla liquidazione e
una economia alla recessione.
4Quando A prende a prestito del denaro da B, B rimborsa il montante prestato
da A (il capitale), ma anche una somma aggiuntiva detta interesse, affinché A
abbia un interesse ad effettuare questa operazione finanziaria. Il tasso di interesse
più o meno elevato serve a determinare l’importanza degli interessi.
5 Valore mobiliare emesso da una società per azioni. Questo titolo
rappresenta una frazione del capitale sociale. Esso da al titolare
(l’azionista) il diritto di ricevere una parte dei benefici distribuiti (il
dividendo) e di partecipare alle assemblee generali.
6 La Borsa è il luogo in cui vengono emesse le obbligazioni e le azioni.
Un’obbligazione è un titolo di prestito (chi la emette la vende al compratore
la deve rimborsare a un tasso e a una scadenza determinata) e una azione è un
titolo di proprietà di un’impresa. Le azioni e le obbligazioni possono essere
rivendute e riacquistate a piacere sul mercato secondario della Borsa (il
mercato primario è il luogo in cui i nuovi titoli vengono emessi per la prima
volta). L’obbligazione (bond in inglese) è un titolo di debito emesso da
società o enti pubblici che alla scadenza attribuisce al suo possessore il
diritto al rimborso del capitale prestato all’emittente, più un interesse su
tale somma.2
7 La Banca Centrale europea è un’istituzione europea
localizzata Francoforte, creata nel 1998. I paesi della zona euro le hanno
conferito le proprie competenze in materia monetaria e il suo ruolo ufficiale è
di assicurare la stabilità dei prezzi (lottare quindi contro l’inflazione) in
detta zona. I suoi tre organi di decisione (il consiglio dei
governatori, il direttorio e il consiglio generale) sono tutti composti dai
governatori delle banche centrali dei paesi membri e/o degli specialisti
<>. I loro statuti la vogliono <>
politicamente ma essa è influenzata direttamente dal mondo finanziario.
8 Parte di un prestito emesso da una società o un ente
pubblica. Il detentore dell’obbligazione, l’obbligazionario, ha diritto a un
interesse e al rimborso del montante sottoscritto. Egli può, se la società è
quotata, rivendere il proprio titolo in borsa.
9 I bond sovrani o titoli di stato sono emessi dai
governi o enti pubblici assimilati e si caratterizzano per la loro relativa
sicurezza, godendo della garanzia pubblica. Negli ultimi anni, con la crisi del
debito sovrano esplosa nell’Eurozona, i rendimenti di questi titoli hanno
segnalato sempre più il rischio avvertito dal mercato, specie in relazione a
quello di altri paesi, misurabile attraverso lo spread (differenza di
rendimento tra due titoli (azioni, obbligazioni, titoli di stato).
10 Un prodotto strutturato è un prodotto in generale
concepito da una banca. Spesso è una combinazione complessa di opzione, di swaps,
etc. Il suo prezzo è determinato in base a modelli matematici che modellizzano
il comportamento del prodotto in funzione del tempo e delle diverse evoluzioni
del mercato. Sono spesso prodotti venduti con dei margini importanti e opachi.
Lo swap appartiene alla categoria dei derivati ed è un contratto con il quale
due controparti A e B decidono di scambiarsi somme di denaro (più comunemente
la differenza tra queste ultime) in base alle specifiche del contratto stesso,
specifiche che determinano la classificazione per tipologie dei contratti swap.
11 Derivato di credito : Prodotto finanziario la
cui sottostante è un credito o un titolo rappresentativo di un credito
(obbligazione). Lo scopo del derivato è di trasferire il rischio relativo al
credito, senza trasferire l’attivo spesso con uno scopo di copertura. Una delle
forme più correnti di derivato di credito è il Credit Default Swap.
12 Capitali conferiti o lasciati dai soci a disposizione
di un’impresa. Si deve fare una distinzione fra fondi propri in senso stretto
detti anche capitali propri (o capitale duro) e i fondi propri in senso
allargato che comprendono anche debiti subordinati a durata illimitata.
13 Titolo spazzatura o junk bond, in inglese, è
un titolo obbligazionario dal rendimento elevato, ma caratterizzato da un alto
rischio per l’investitore.
14 La banca centrale di un paese gestisce la politica
monetaria e detiene il monopolio dell’emissione della moneta nazionale. Le
banche commerciali sono obbligate ad approvvigionarsi di moneta presso di essa
secondo un costo di approvvigionamento determinato dai tassi regolatori della
banca centrale.
15 Mercato dei capitali a lungo termine. Esso comprende
un mercato primario, quello delle emissioni, e un mercato secondario, quello
della rivendita. Oltre ai mercati regolamentati ci sono i mercati per accordo
diretto che non sono tenuti a soddisfare condizioni minimali.
16Crescita negativa dell’attività economica in un paese
o in un settore almeno durante due trimestri.
17 Il FMI è stato creato nel 1994 a Bretton Woods
(assieme alla Banca Centrale, sua istituzione gemella). Il suo scopo era la
stabilizzazione del sistema finanziario internazionale regolando la
circolazione dei capitali. Ad oggi ne sono membri 188 paesi, come per la Banca
Mondiale. La Banca Mondiale possiede un capitale apportato dai paesi membri e
soprattutto trova prestiti sul mercato internazionale dei capitali. Essa
finanzia progetti di settore, pubblici o privati, destinati ai paesi del Terzo
Mondo e dell’ex-blocco sovietico.
18 Modifica al ribasso del tasso di cambio di una moneta
rispetto alle altre.
19 Innalzamento cumulativo dell’insieme dei prezzi (per
esempio, un innalzamento del prezzo del petrolio che trascina successivamente
un riaggiustamento dei salari verso l’alto, seguito dall’innalzamento di altri
prezzi, etc.). L’inflazione comporta una perdita del valore del denaro perché,
nel tempo, occorre un montante superiore per procurarsi una certa merce. Le
politiche neoliberiste cercano di combattere prioritariamente l’inflazione per
questa ragione.
20 Troika : FMI, Commissione europea e Banca
centrale europea, che assieme impongono tramite prestiti misure di austerità ai
paesi in difficoltà.
21 Da Wikipedia:
Basilea III è un insieme di riforme, sviluppate dal Basel Committee on
Banking Supervision della BIS per rafforzare la regolazione, la
supervisione e la gestione dei rischi nel settore bancario e finanziario.
Il Comitato di Basilea, formato dai governatori
della banche centrali e capi della supervisione, hanno sottoscritto
l’accordo alla base di Basilea III nel settembre 2009 e il Comitato ha
concretizzato la proposta nel dicembre dello stesso anno. I documenti
consultivi sono alla base della risposta alla crisi finanziaria e fanno parte
delle iniziative su scala globale per rafforzare la regolazione del sistema
finanziario avviato dai leader del G20 (ndt).
22 Da Wikipedia: L’audit è una valutazione
indipendente volta a ottenere prove, relativamente a un determinato oggetto, e
valutarle con obiettività, al fine di stabilire in quale misura i criteri
prefissati siano stati soddisfatti o meno (ndt).
Note delll'autore
[1] Concordo con la conclusione dell’articolo di
François Chesnais già menzionato: “Innanzi tutto sono le politiche pubbliche di
austerità praticate ovunque, ma anche una situazione nella quale le imprese e
la grande distribuzione devono persuadere delle famiglie il cui potere di
acquisto ristagna a comprare, al di là dell’indispensabile quotidiano, delle
cose che già possiedono. Parallelamente nella catene mondiali del valore gli
emettitori di ordini premono sempre più i subfornitori e i trasportatori marittimi
e terrestri lungo tutta la catena. La curva di accumulazione del capitale
denaro generatore di interessi rafforza in tutti i paesi il peso economico e
politico dei gestori di fondi e delle fortune dei manager dei gruppi finanziari
industriali e commerciali interessati unicamente alla sicurezza dei flussi di
interesse e alla massima distribuzione dei dividendi. Così i processi con
effetto di contrazione che dominano l’economia mondiale si accompagnano a una
accelerazione della dilapidazione delle risorse minerarie, della deforestazione
e dell’esaurimento della fertilità dei suoli. Parallelamente, il montante degli
investimenti pubblici richiesto da ogni “transazione ecologica” è
irrealizzabile senza l’annullamento dei debiti pubblici che è più che mai una
rivendicazione democratica assolutamente centrale”.
[2] Sugli utili odiosi realizzati dalla BCE sulle spalle del popolo
greco vedere : Eric Toussaint, « Les profits odieux de la BCE sur
le dos du peuple grec », http://www.cadtm.org/Les-profits-odieux-de-la-BCE-sur pubblicato il 13 Ottobre 2017 e
« La politique de la Troïka en Grèce : Voler le peuple grec et
donner l’argent aux banques privées, à la BCE, au FMI et aux États dominant la
zone euro », http://www.cadtm.org/La-politique-de-la-Troika-en-Grece-Voler-le-peuple-grec-et-donner-l-argent-aux publicato il 20 Agosto 2018.
[3] Io sono del tutto d’accordo con il contenuto
dell’articolo di Michael Roberts : <<Stagnation laïque, politique
monétaire et John Law », https://www.anti-k.org/2019/03/16/stagnation-laique-politique-monetaire-et-john-law/, consultato il 17 marzo 2019.
Traduzione di Aldo
Zanchetta e Giulia Heredia
Articolo per la
prima volta apparso su http://www.cadtm.org/La-crise-economique-et-les-banques-centrales
mercoledì 10 ottobre 2018
IL PRESIDENTE MATTARELLA E L'ART. 97 di Eros Cococcetta
[ 10 ottobre 2017 ]
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Il poco loquace Presidente Mattarella stavolta ha parlato in modo chiaro lo scorso 29 settembre, dinanzi a molti microfoni, sulla manovra economica del Governo:
1) Come mai non ha citato gli articoli 1, 3 e 4 della Costituzione che prevedono il diritto al lavoro per tutti, la piena occupazione e il dovere per lo Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il raggiungimento di tali obiettivi? In proposito vorrei ricordarle il discorso pronunciato nel 1955 dal grande giurista Piero Calamandrei sull’art. 3.
2) Secondo Lei gli articoli 1, 3 e 4, che rientrano tra i principi fondamentali della Costituzione, possono essere aggirati o vanificati dagli artt. 81 e 97, come modificati dal Governo Monti con la legge costituzionale 20.4.2012 n. 1, intitolata “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”? La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che anche le leggi di revisione della Costituzione possono essere dichiarate incostituzionali se in contrasto con i principi fondamentali della Costituzione (v. sentt. nn. 30 del 1971, 12 del 1972, 175 del 1973, 1 del 1977, 18 del 1982 e 1146 del 1988), così come le leggi di esecuzione dei Trattati europei possono essere assoggettate al giudizio della Corte Cost. se in contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione o con i diritti inalienabili della persona umana (v. sentt. nn. 183 del 1973, 170 del 1984). Lei esclude che questa modifica sul pareggio-equilibrio di bilancio sia incostituzionale?
3) E’ a conoscenze delle motivazioni che hanno portato il Governo Monti ad inserire il pareggio di bilancio addirittura in Costituzione? A tale proposito L’ex Ministro Andrea Orlando in un incontro pubblico del 3 settembre 2016 ha dichiarato:
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Il poco loquace Presidente Mattarella stavolta ha parlato in modo chiaro lo scorso 29 settembre, dinanzi a molti microfoni, sulla manovra economica del Governo:
«La Costituzione italiana - la nostra Costituzione – all’articolo 97 dispone che occorre assicurare l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico. Questo per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci. Avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro».Queste chiare parole mi hanno fatto sorgere, però, diverse domande che ipoteticamente vorrei rivolgere al Presidente Mattarella, soprattutto per quello che non dicono:
1) Come mai non ha citato gli articoli 1, 3 e 4 della Costituzione che prevedono il diritto al lavoro per tutti, la piena occupazione e il dovere per lo Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il raggiungimento di tali obiettivi? In proposito vorrei ricordarle il discorso pronunciato nel 1955 dal grande giurista Piero Calamandrei sull’art. 3.
2) Secondo Lei gli articoli 1, 3 e 4, che rientrano tra i principi fondamentali della Costituzione, possono essere aggirati o vanificati dagli artt. 81 e 97, come modificati dal Governo Monti con la legge costituzionale 20.4.2012 n. 1, intitolata “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”? La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che anche le leggi di revisione della Costituzione possono essere dichiarate incostituzionali se in contrasto con i principi fondamentali della Costituzione (v. sentt. nn. 30 del 1971, 12 del 1972, 175 del 1973, 1 del 1977, 18 del 1982 e 1146 del 1988), così come le leggi di esecuzione dei Trattati europei possono essere assoggettate al giudizio della Corte Cost. se in contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione o con i diritti inalienabili della persona umana (v. sentt. nn. 183 del 1973, 170 del 1984). Lei esclude che questa modifica sul pareggio-equilibrio di bilancio sia incostituzionale?
3) E’ a conoscenze delle motivazioni che hanno portato il Governo Monti ad inserire il pareggio di bilancio addirittura in Costituzione? A tale proposito L’ex Ministro Andrea Orlando in un incontro pubblico del 3 settembre 2016 ha dichiarato:
«L’obbligo del pareggio di bilancio non fu il frutto di una discussione nel Paese, fu il frutto del fatto che a un certo punto la BCE, più o meno ora la brutalizzo, disse o mettete questa clausola nella vostra Costituzione o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese. Io devo dire che è una delle scelte di cui mi vergogno di più di aver fatto. Io penso che sia stato un errore approvare quella modifica …».
Lei conosce queste dichiarazioni? Secondo Lei si è trattato semplicemente di una ingerenza indebita da parte della BCE oppure siamo di fronte ad un colpo di stato strisciante?
4) Come commenta la seguente frase pronunciata da Giuliano Amato in un’intervista del 13 luglio 2000 rilasciata a “La Stampa”:
4) Come commenta la seguente frase pronunciata da Giuliano Amato in un’intervista del 13 luglio 2000 rilasciata a “La Stampa”:
«Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace – che solleva gli Stati nazionali dall’ansia mentre vengono privati del potere – con grandi balzi istituzionali … Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questa è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee»?
E cosa ne pensa delle altre considerazioni dello stesso Giuliano Amato sul fallimento dell’euro (qui e qui)?
5) Nel 2017 il Giappone ha raggiunto un debito pubblico pari a 10.272 Mld di Euro con un PIL pari a 4.060 Mld di Euro (4.872 Mld $) e quindi un rapporto DP/PIL al 253% (per l’Italia gli stessi parametri al dic. 2017 sono: 2.263/1.725 Mld € = 131,2%); in altri termini il Giappone ha un debito pubblico 4,5 volte superiore a quello dell’Italia e un PIL pari a 2,4 volte quello italiano. Per non parlare del famoso rapporto deficit/PIL (quello su cui il nostro Governo sta litigando con Bruxelles per ottenere il 2,4%) che in Giappone nel 2009 era al 9,5% e poi e sceso gradualmente fino al 4,5% del 2017. In poche parole il Giappone — verrebbe da dire lo Stato più keynesiano del pianeta — (che nel 2011 e 2012 ha realizzato un PIL di circa 6.200 Mld di dollari), ha dei parametri economici (debito pubblico e deficit) che farebbero impallidire la Commissione europea, Draghi, la Merkel e Macron. Eppure, proprio grazie ai massicci investimenti pubblici in deficit effettuati dal Governo, il Giappone con il suo Yen è la terza economia del Mondo; con una popolazione di 127 milioni di abitanti ha un tasso di disoccupazione al 2,4% (quello dell’Italia a fine 2017 è all’11,2%, con una disoccupazione giovanile al 35% e 18 milioni di italiani a rischio povertà, cioè un italiano su tre). Anche l’inflazione nel Sol Levante è bassa (in media lo 0,5% nel 2017 e l’1% nel 2018), una riprova che finché il sistema economico non arriva alla piena occupazione dei fattori produttivi l’inflazione resta bassa anche in presenza di abbondanza di moneta. Insomma il Giappone è la prova provata che il debito pubblico e il deficit, anche se molto elevati, non solo non sono un problema ma sono la leva fondamentale per ottenere un’economia forte e la piena occupazione. Un modello da seguire per tutto il Mondo.
Secondo Lei il Giappone ha ottenuto questi eccellenti risultati economici nonostante l’elevato indebitamento o invece proprio grazie a questo elevato indebitamento?
6) Autorevoli economisti (tra cui mi limito a citare Sapelli, Galloni, Bagnai e Malvezzi) sostengono, in linea con la comprovata teoria Keynesiana (che consentì al Presidente Roosevelt di superare la grave crisi americana del 1929 con il New Deal), che un’economia impostata sull’austerity e il pareggio di bilancio spinge lo Stato verso la catastrofe perché in una situazione di crisi, stagnazione economica e disoccupazione è necessario che lo Stato effettui massicci investimenti pubblici in deficit per rilanciare l’economia e l’occupazione. Del resto tutti possiamo vedere quali sono gli effetti dell’austerity sugli Stati eurozona. Secondo Lei tra la teoria keynesiana e quella neoliberista chi ha ragione?
7) L’art. 123 del Trattato sul funzionamento UE vieta alla BCE e alle Banche Centrali nazionali di intrattenere qualsiasi tipo di rapporto finanziario con gli Stati membri (prestiti, finanziamenti, scoperti di c/c ecc.) come anche l’acquisto diretto di titoli di Stato (cioè di nuova emissione). Questa norma ha avuto l’effetto, assolutamente voluto, di costringere gli Stati Eurozona, privati della sovranità monetaria, a reperire la moneta vendendo i titoli di Stato alle banche e alle grandi finanziarie, ossia alla finanza speculativa. Per l’Italia ciò ha comportato un costo di 70 – 80 Mld di euro all’anno in termini di interessi sui titoli di Stato a partire dal 2002. Peraltro l’Italia era già caduta rovinosamente in questa trappola degli interessi nei precedenti 20 anni a causa del “divorzio” del 1981 della Banca d’Italia dal Min. Tesoro, imposto autonomamente da Ciampi e Andreatta. In sostanza l’art. 123 ha realizzato un gigantesco trasferimento di risorse finanziarie dagli Stati Eurozona verso le élite bancarie e finanziarie, sottraendole così alle molteplici necessità degli Stati e dei cittadini, solo a motivo del divieto stabilito dall’art. 123.
Infatti la BCE ha due compiti principali: 1°) quello di fornire liquidità alle banche mediante finanziamenti o prestiti (a tasso zero dal marzo 2016 - quindi una sorta di bancomat delle banche) oppure acquistando i titoli di Stato detenuti dalle banche stesse, quindi sul mercato secondario (il famoso QE - Quantitative Easing). 2°) di tenere l’inflazione al di sotto del 2%.
In sostanza la BCE è la banca delle banche e non interagisce con gli Stati se non indirettamente acquistando dalle banche i titoli di Stato già in circolazione, fornendo così liquidità al sistema bancario.
Secondo Lei non sarebbe opportuno modificare l’art. 123 TFUE, attribuendo alla BCE il compito di finanziare direttamente gli Stati UE e di acquistare i titoli di Stato al momento dell’emissione – cioè di diventare realmente la Banca Centrale degli Stati eurozona - in modo da ridurre al minimo se non azzerare gli interessi sul DP?
8) Per quanto finora detto, le sembra normale e condivisibile che il benessere di uno Stato e di un popolo dipenda dallo spread e dai mercati finanziari (speculativi o meno che siano) quando basterebbe cambiare i compiti delle BCE per evitare queste problematiche?
Finora la BCE ha tutelato soltanto le banche, ma ora è giunta l’ora di cambiare registro e di pensare al benessere degli Stati e ai popoli. Se invece la UE continua a seguire le teorie ordoliberiste - neoliberiste basate sull’austerity, il pareggio di bilancio e l’attuale assetto della BCE la strada verso la povertà degli Stati e dei popoli dell’Eurozona è irreversibile.
In tal caso restano due opzioni: 1°) Uscire dall’Euro a gambe levate ed emettere immediatamente una nuova moneta nazionale (il famoso piano B o “cigno nero”). 2°) Rimanendo nell’Euro dovremmo riscrivere l’art. 1 della nostra Costituzione come segue: l'Italia è una Repubblica fondata sulle agenzie di rating. La sovranità appartiene ai mercati che la esercitano nelle forme e nei limiti del trattato di Maastricht. Peccato per i neoliberisti che l’art. 1 non può essere modificato poiché rientra tra i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale.
Vorrei concludere riportando una importante frase pronunciata dal grande Presidente americano Abramo Lincoln, che 150 anni fa aveva già capito tutto:
5) Nel 2017 il Giappone ha raggiunto un debito pubblico pari a 10.272 Mld di Euro con un PIL pari a 4.060 Mld di Euro (4.872 Mld $) e quindi un rapporto DP/PIL al 253% (per l’Italia gli stessi parametri al dic. 2017 sono: 2.263/1.725 Mld € = 131,2%); in altri termini il Giappone ha un debito pubblico 4,5 volte superiore a quello dell’Italia e un PIL pari a 2,4 volte quello italiano. Per non parlare del famoso rapporto deficit/PIL (quello su cui il nostro Governo sta litigando con Bruxelles per ottenere il 2,4%) che in Giappone nel 2009 era al 9,5% e poi e sceso gradualmente fino al 4,5% del 2017. In poche parole il Giappone — verrebbe da dire lo Stato più keynesiano del pianeta — (che nel 2011 e 2012 ha realizzato un PIL di circa 6.200 Mld di dollari), ha dei parametri economici (debito pubblico e deficit) che farebbero impallidire la Commissione europea, Draghi, la Merkel e Macron. Eppure, proprio grazie ai massicci investimenti pubblici in deficit effettuati dal Governo, il Giappone con il suo Yen è la terza economia del Mondo; con una popolazione di 127 milioni di abitanti ha un tasso di disoccupazione al 2,4% (quello dell’Italia a fine 2017 è all’11,2%, con una disoccupazione giovanile al 35% e 18 milioni di italiani a rischio povertà, cioè un italiano su tre). Anche l’inflazione nel Sol Levante è bassa (in media lo 0,5% nel 2017 e l’1% nel 2018), una riprova che finché il sistema economico non arriva alla piena occupazione dei fattori produttivi l’inflazione resta bassa anche in presenza di abbondanza di moneta. Insomma il Giappone è la prova provata che il debito pubblico e il deficit, anche se molto elevati, non solo non sono un problema ma sono la leva fondamentale per ottenere un’economia forte e la piena occupazione. Un modello da seguire per tutto il Mondo.
Secondo Lei il Giappone ha ottenuto questi eccellenti risultati economici nonostante l’elevato indebitamento o invece proprio grazie a questo elevato indebitamento?
6) Autorevoli economisti (tra cui mi limito a citare Sapelli, Galloni, Bagnai e Malvezzi) sostengono, in linea con la comprovata teoria Keynesiana (che consentì al Presidente Roosevelt di superare la grave crisi americana del 1929 con il New Deal), che un’economia impostata sull’austerity e il pareggio di bilancio spinge lo Stato verso la catastrofe perché in una situazione di crisi, stagnazione economica e disoccupazione è necessario che lo Stato effettui massicci investimenti pubblici in deficit per rilanciare l’economia e l’occupazione. Del resto tutti possiamo vedere quali sono gli effetti dell’austerity sugli Stati eurozona. Secondo Lei tra la teoria keynesiana e quella neoliberista chi ha ragione?
7) L’art. 123 del Trattato sul funzionamento UE vieta alla BCE e alle Banche Centrali nazionali di intrattenere qualsiasi tipo di rapporto finanziario con gli Stati membri (prestiti, finanziamenti, scoperti di c/c ecc.) come anche l’acquisto diretto di titoli di Stato (cioè di nuova emissione). Questa norma ha avuto l’effetto, assolutamente voluto, di costringere gli Stati Eurozona, privati della sovranità monetaria, a reperire la moneta vendendo i titoli di Stato alle banche e alle grandi finanziarie, ossia alla finanza speculativa. Per l’Italia ciò ha comportato un costo di 70 – 80 Mld di euro all’anno in termini di interessi sui titoli di Stato a partire dal 2002. Peraltro l’Italia era già caduta rovinosamente in questa trappola degli interessi nei precedenti 20 anni a causa del “divorzio” del 1981 della Banca d’Italia dal Min. Tesoro, imposto autonomamente da Ciampi e Andreatta. In sostanza l’art. 123 ha realizzato un gigantesco trasferimento di risorse finanziarie dagli Stati Eurozona verso le élite bancarie e finanziarie, sottraendole così alle molteplici necessità degli Stati e dei cittadini, solo a motivo del divieto stabilito dall’art. 123.
Infatti la BCE ha due compiti principali: 1°) quello di fornire liquidità alle banche mediante finanziamenti o prestiti (a tasso zero dal marzo 2016 - quindi una sorta di bancomat delle banche) oppure acquistando i titoli di Stato detenuti dalle banche stesse, quindi sul mercato secondario (il famoso QE - Quantitative Easing). 2°) di tenere l’inflazione al di sotto del 2%.
In sostanza la BCE è la banca delle banche e non interagisce con gli Stati se non indirettamente acquistando dalle banche i titoli di Stato già in circolazione, fornendo così liquidità al sistema bancario.
Secondo Lei non sarebbe opportuno modificare l’art. 123 TFUE, attribuendo alla BCE il compito di finanziare direttamente gli Stati UE e di acquistare i titoli di Stato al momento dell’emissione – cioè di diventare realmente la Banca Centrale degli Stati eurozona - in modo da ridurre al minimo se non azzerare gli interessi sul DP?
8) Per quanto finora detto, le sembra normale e condivisibile che il benessere di uno Stato e di un popolo dipenda dallo spread e dai mercati finanziari (speculativi o meno che siano) quando basterebbe cambiare i compiti delle BCE per evitare queste problematiche?
Finora la BCE ha tutelato soltanto le banche, ma ora è giunta l’ora di cambiare registro e di pensare al benessere degli Stati e ai popoli. Se invece la UE continua a seguire le teorie ordoliberiste - neoliberiste basate sull’austerity, il pareggio di bilancio e l’attuale assetto della BCE la strada verso la povertà degli Stati e dei popoli dell’Eurozona è irreversibile.
In tal caso restano due opzioni: 1°) Uscire dall’Euro a gambe levate ed emettere immediatamente una nuova moneta nazionale (il famoso piano B o “cigno nero”). 2°) Rimanendo nell’Euro dovremmo riscrivere l’art. 1 della nostra Costituzione come segue: l'Italia è una Repubblica fondata sulle agenzie di rating. La sovranità appartiene ai mercati che la esercitano nelle forme e nei limiti del trattato di Maastricht. Peccato per i neoliberisti che l’art. 1 non può essere modificato poiché rientra tra i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale.
Vorrei concludere riportando una importante frase pronunciata dal grande Presidente americano Abramo Lincoln, che 150 anni fa aveva già capito tutto:
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