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venerdì 10 febbraio 2017

CONSULTA: UNO SCHIFO DI MOTIVAZIONE di Leonardo Mazzei

[ 10 febbraio]

«Quanto è costituzionale la Corte Costituzionale?». 

Questo l'incipit del mio commento alla sentenza della Consulta del 25 gennaio scorso sull'Italicum. «Uno schifo di sentenza» scrivemmo due settimane fa. Altri preferirono invece un giudizio sostanzialmente positivo sulle decisione della Corte, ma su costoro è stato già scritto l'essenziale.
Ora sono arrivate le motivazioni (qui il testo completo) di quell'obbrobrio di sentenza. Inutile bearsi dei nobili motivi che hanno condotto all'eliminazione del ballottaggio. In quella decisione non c'è nulla di giuridico, c'è solo la presa d'atto - diremmo "tecnica" - dell'impossibilità di applicare il doppio turno ad un sistema bicamerale. Dunque il ballottaggio renziano l'hanno fatto fuori gli elettori il 4 dicembre non certo i giudici costituzionali, la cui maggioranza l'avrebbe quasi certamente vistato nel caso di una vittoria del "sì".


Ora costoro si fanno belli sul punto, notando che il ballottaggio avrebbe costituito una lesione del principio della rappresentatività. Ma a questa concessione gratuita ai nobili principi, segue l'ignobile motivazione del mantenimento del premio di maggioranza. Secondo la Consulta il premio è legittimo perché il 40% dei voti sarebbe «una soglia di sbarramento non irragionevolmente elevata che non determina, di per sé una sproporzionata distorsione della rappresentatività dell’organo elettivo».

Avete capito? Trasformare il 40% dei voti nel 55% dei seggi (regalandone così una novantina alla lista vincente)  sarebbe una sproporzione accettabile. E in base a quale principio? Ovvio, a quello della "governabilità", che però - piccolo particolare - nella Costituzione proprio non c'è.

Il bello è che nelle motivazioni depositate ieri ci si spinge anche oltre, ripetendo il mantra sistemico dell'«omogeneità» delle leggi di Camera e Senato, a giusta conferma del carattere tutto politico delle decisioni prese. La Corte scrive infatti che la Costituzione «non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non devono ostacolare, all'esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee».

Quanta disonestà intellettuale in questo componimento! I giudici costituzionali sanno infatti benissimo due cose: la prima, assolutamente banale, è che i sistemi elettorali delle due camere non possono essere in nessun caso perfettamente identici, vista l'elezione su base regionale del Senato prevista dall'art. 57 della Costituzione; la seconda è che se la Consulta voleva dare un contributo alla mitica "omogeneità" aveva una decisione molto semplice da prendere, quella di sbarazzarsi del premio di maggioranza e di lasciare così un sistema largamente proporzionale in entrambe le camere. Esattamente com'era nella Prima Repubblica, che qualcosa di più a che fare con la Carta del 1948 di certo aveva.

Si è fatto invece l'esatto contrario, e con questo è detto tutto. Del resto ad uno schifo di sentenza non potevano che corrispondere motivazioni altrettanto disgustose. Motivazioni nelle quali ci si arrampica sugli specchi anche per giustificare il mantenimento dei capilista bloccati. Questi sarebbero legittimi, al contrario delle liste bloccate del Porcellum, perché mentre con la legge calderoliana tutti gli eletti sarebbero stati dei nominati, con quella renziana gli elettori potranno sceglierne forse 200 su 630! Ovviamente gli altri 430 resteranno invece dei nominati: ammazzate che cambiamento! Che dobbiamo dire: viva la sovranità popolare sancita nella Costituzione; abbasso, mille volte abbasso, i giudici che la dovrebbero tutelare!

Ma torniamo alla questione dell'«omogeneità» per spiegarci un po' meglio. Nella Prima Repubblica i sistemi di Camera e Senato erano sì diversi, ma essendo entrambi proporzionali quasi non ci si accorgeva della differenza. E le maggioranze che uscivano dal voto erano sempre omogenee. Dunque, se il problema fosse stato davvero quello dell'«omogeneità», sarebbe bastato cancellare il premio uniformando così il sistema della Camera a quello in vigore al Senato dopo la sentenza 1/2014. Viceversa, come si è visto con il Porcellum, con i premi di maggioranza questa «omogeneità» non può essere in alcun modo assicurata. La contraddizione dell'operato della Corte è dunque evidente.

A questo punto dovrebbe esser chiaro a tutti che quello dell'omogeneità è solo un pretesto, un modo per lasciar libero un parlamento illegittimo di confezionare ulteriori imbrogli che garantiscano il sistema oligarchico. Che poi ci riescano è tutto da vedere, dato che l'imbroglio lo vogliono quasi tutti, ma ognuno ha il suo preferito...

giovedì 26 gennaio 2017

IL LEGALICUM: UNO SCHIFO DI SENTENZA di Leonardo Mazzei

[ 26 gennaio ]

Una vergogna che resterà nella storia di una Corte che di costituzionale sembra avere ormai ben poco, scritta per i poteri oligarchici e per favorire gli inciuci della casta

Quanto è costituzionale la Corte Costituzionale?

Ecco una bella domanda alla quale dovrebbero applicarsi tutti. La sentenza di ieri ci offre materiale sufficiente per la risposta. E siccome detestiamo il politicamente corretto che recita che "le sentenze non si commentano", lo diciamo subito con chiarezza: il verdetto di ieri sull'Italicum fa semplicemente schifo! E le sentenze si commentano eccome!

Fa schifo perché mantiene un premio di maggioranza simile a quello del Porcellum, bocciato dalla stessa Consulta 3 anni fa. 
Fa schifo perché conserva l'aberrazione dei capilista bloccati, dopo che in quella sentenza ci si era espressi per il ripristino delle preferenze. 
Fa schifo perché preserva pure le candidature multiple, per far felici Renzi e Berlusconi.
Fa schifo, ancor di più, per aver agito con motivazioni squisitamente politiche, nel senso di partitiche, e più precisamente di "sistemiche". Motivazioni che nulla hanno da spartire con il diritto, del quale la Corte dovrebbe essere in teoria il custode.

Entriamo brevemente nel dettaglio.

Il premio di maggioranza al 40% non è qualitativamente diverso dal meccanismo premiale del Porcellum. Come ho già scritto la scorsa settimana, la scusa per essersi rimangiati la famosa sentenza 1/2014 sarà certamente l'esistenza di una soglia (il 40%), che nel Porcellum non c'era. Ma il premio di un 14% in più di seggi (pari a 88 deputati) come si concilia con i principi di rappresentanza ed uguaglianza del voto richiamati dalla Consulta 3 anni fa? Lasciamo perdere... 
Anzi non lasciamo perdere affatto, perché legittimare costituzionalmente un premio del genere è un vero e proprio stupro costituzionale. Magari nelle prossime elezioni nessuno raggiungerà il 40%, ma premio e sentenza di legittimità resteranno.


Sui capilista bloccati c'è poco da dire. Si tratta di un'autentica presa in giro. Da un lato, alla Camera, si avrà il teorico diritto al voto di preferenza, nella pratica più di 400 deputati su 630 (questo ci dicono le simulazioni) saranno eletti senza bisogno di preferenze, in quanto nominati direttamente dalle segreterie di partito. Almeno avessero il coraggio di abolirle di nuovo, le preferenze! Invece no, si manterrà in piedi questa scandalosa finzione. Anche qui nessuna coerenza con il pronunciamento di tre anni fa. Più forte è stato il desiderio di favorire un futuro governo di "larghe intese". Di nuovo, alla faccia del diritto!

Sulle candidature multiple siamo addirittura alla farsa. Ci vuol molto a capire che il "combinato disposto" di questo meccanismo con la regola dei capolista bloccati è il massimo di esproprio del diritto dei cittadini a scegliersi i propri rappresentanti? Evidentemente no. Ma anziché fare la cosa più lineare —l'eliminazione della norma in quanto incostituzionale— si è arrivati alla decisione del sorteggio per la scelta del collegio di elezione. Su questo ogni ulteriore commento sarebbe davvero superfluo.

A questo punto dovrebbe essere chiaro anche ai bambini —vedremo se, e fino a che punto, lo sarà anche a certi costituzionalisti di nostra conoscenza— il totale disprezzo della Consulta per i principi costituzionali che pure dovrebbe tutelare.

E' evidente che siamo di fronte ad una sentenza politica, nel peggior senso del termine. Il che non ci sorprende, come abbiamo già avuto modo di scrivere a proposito di quella sull'articolo 18, ma ugualmente ci indigna.

E' una sentenza dettata dalle esigenze sistemiche delle oligarchie. Vediamo il perché.

In primo luogo perché, con il premio di maggioranza alla Camera, si tenta di rilanciare il bipolarismo. Di questi tempi la cosa appare un po' folle, dato che il bipolarismo è morto in Spagna ed in Francia e gode pessima salute pure in Germania e Gran Bretagna. Di altri paesi, dove pure albergava fino a qualche anno fa, come la Grecia, non merita neppure parlare. Riusciranno a risuscitarlo in Italia? Poco probabile, ma ci provano. Evidentemente è questo il loro piano A.

Si dirà che le cose non tornano, perché al Senato il premio non c'è. Vero, ed abbiamo spiegato tante volte come lì questo potrebbe essere riproposto solo come premio regione per regione. Ma siccome un simile meccanismo potrebbe portare i vari premi regionali ad annullarsi tra loro, ecco che si preferisce agire sulle soglie. Visto che al Senato sono altissime (8% per le singole liste e 3% per i coalizzati solo se la coalizione raggiunge il 20%), e peraltro sempre su base regionale ed in assenza di un recupero dei resti a livello nazionale, è questa la via per ottenere un forte effetto maggioritario. Anche in questo caso non è detto che il trucco funzioni, ma non per questo rinunciano a provarci.


In secondo luogo, proprio perché il piano A non ha grandi possibilità di successo, è già pronto il piano B, quello che punta alle "larghe intese". In questo caso parliamo di A e B non in ordine di probabilità, bensì in ordine di preferenza da parte dei principali centri di potere del sistema. La soluzione A rimane quella preferita dalle oligarchie, ma lorsignori sono pur sempre realisti e sanno che l'ipotesi di dover ricorrere al piano B è quella più probabile. Che si inventa allora la Corte Costituzionale? Si inventa l'obbrobrio, di cui abbiamo già parlato, del mantenimento dei capolista bloccati e (nella sostanza) delle stesse pluricandidature. Che sia stato questo il prezzo da pagare per aver la certezza del sostegno di Berlusconi alle larghe intese con il Pd renziano, più i vari cespuglietti centristi o sinistrati raccolti da quest'ultimo? A pensar male si fa peccato ma ci si prende, diceva un intenditore...

Ora, tutti sappiamo che il parlamento potrebbe pur sempre procedere alla scrittura di una nuova legge elettorale. Questo è il sogno di tanti peones interessati più che altro al vitalizio. Una pancia profonda delle Camere che, assieme a Mattarella ed a settori significativi dell'establishment vorrebbero intanto tirare a campare fino al 2018. Un po' perché confidano nella loro buona sorte, un po' perché non sanno bene a quale santo votarsi. Ma un po' anche per provare a disarcionare definitivamente Renzi, per presentare un volto in qualche modo più potabile.

Sarà forse proprio per l'assenza di questo volto
—peraltro la crisi sistemica se li divora uno dietro l'altro— che questa ipotesi del rinvio (alla quale chi scrive non ha mai creduto) sta perdendo quota. Da notare il fatto che la Consulta abbia voluto sottolineare esplicitamente l'applicatività della legge residuata dalla sentenza di ieri. Sottolineatura davvero superflua, dato che non avrebbe potuto essere diversamente. Dunque un segnale, che si fa peraltro beffe dei tanti discorsi sull'omogeneità delle leggi di Camera e Senato.

Abbiamo scritto più volte che questa omogeneità non è mai esistita. Né può esistere in generale, vista la norma costituzionale sul carattere regionale dell'elezione del Senato. Tuttavia, questo dell'omogeneità è stato il refrain delle scorse settimane. E senza dubbio i giudici della Consulta avrebbero potuto in effetti andare in quella direzione eliminando sia il premio di maggioranza che i capolista bloccati. Hanno invece fatto l'esatto contrario: un motivo ci sarà...

Adesso, con la stessa sicumera tipica degli ignoranti e dei servi, la stampa scrive che le leggi sarebbero nella sostanza omogenee.

Omogenee? Alla Camera c'è il premio di maggioranza, al Senato no. Ma qui ci sono le coalizioni, alla Camera no. Al Senato ci sono le liste bloccate, alla Camera "solo" i capilista lo sono. Non solo. Come abbiamo già visto enorme è la differenza per le soglie di accesso. Come omogeneità niente male! 

Il fatto è che, a dispetto di tanti commentatori tanto ben informati quanto poco avveduti, sta prevalendo il partito del "fare presto". E di questo bisogna domandarsi il perché.

Per farlo bisogna capire due cose: la prima è che Renzi non è ancora in esilio a Pontassieve, ed egli ha ben presente che le sue carte o le gioca ora o mai più; la seconda è che il blocco sistemico sa che il rinvio potrebbe solo giocargli contro.

La prima cosa è chiara, Renzi ha un solo modulo di gioco e non può stare un anno in panchina. La seconda va spiegata meglio.

Il fatto è che lorsignori hanno a mente almeno tre fattori che spingono ad accelerare il voto. Un fattore politico, un fattore economico, un fattore economico-politico.

Il primo fattore è rappresentato dalla crisi dell'intero sistema politico, ma in modo particolare da quella parte schierata apertamente con le oligarchie. La rivolta contro le élite è in corso e nulla —almeno per il momento— sembra in grado di arrestarla. Neppure le rocambolesche idiozie di una Raggi, tanto per intendersi. Che vantaggio avrebbe il blocco dominante da un rinvio? Per quel che si può dire oggi, nessun guadagno e tutto da perdere. E questo è un calcolo che sanno fare.

Ma c'è di più, ed è che (secondo fattore) la crisi bancaria potrebbe precipitare con tutte le conseguenze del caso. Ma se questa è solo una possibilità, c'è invece la certezza (terzo fattore) che per la Legge di bilancio 2018 l'Unione Europea chiederà un bagno di sangue.

Vi immaginate le elezioni politiche nel febbraio 2018 con un simile scenario? Se le immaginano anche loro, ed agiscono di conseguenza.

Questi sono i calcoli che stanno dietro non solo alla sentenza della Consulta, ma anche al modo assai strano (si pensi ai discorsi sulla finta omogeneità) con il quale è stata presentata.

Con questo non dico che i giochi per le elezioni a giugno siano già fatti con matematica certezza. Ma la strada è stata tracciata con evidente determinazione. Ora ci sarà una fase tattica che servirà anche a precisare i vari posizionamenti. Già oggi Renzi dice "o questa legge o il Mattarellum", ben sapendo che quest'ultimo ha (e fortunatamente) possibilità di riesumazione vicine allo zero. Intanto si lavora al "listone" renziano (Pd più centristi e il maggiordomo Pisapia). Difficile dire quanto gli aggiungano e quanto gli tolgano simili alleati, ma resta anche qui l'evidente imbroglio da un sistema che non ammette coalizioni, ma che può essere ovviamente aggirato con "listoni" di vario tipo.

Al di là di tutto questo rimane in ogni caso lo schifo della sentenza di ieri. 
Una vergogna che resterà nella storia di una Corte che di costituzionale sembra avere ormai ben poco.

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sabato 21 gennaio 2017

I PROSSIMI IMBROGLI (ancora a proposito della legge elettorale) di Leonardo Mazzei

[ 21 gennaio ]

Alcune ipotesi prima della sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum
Il 24 gennaio è alle porte. Quel giorno si terrà l’attesa udienza della Consulta per esaminare 14 profili di incostituzionalità dell’Italicum. Non è detto però che la sentenza arrivi subito. La Corte potrebbe infatti prendere un altro po’ di tempo prima della decisione. Siamo comunque ormai prossimi ad uno snodo che potrebbe risultare decisivo per arrivare alla nuova legge elettorale.

In ballo i quattro pilastri della legge renziana: il premio di maggioranza, il ballottaggio, i capilista bloccati e la pluralità delle candidature. Lasciamo qui perdere questi ultimi due aspetti, che pure stanno tanto a cuore sia a Renzi che a Berlusconi per avere praticamente in pugno la nomina dei rispettivi parlamentari. 
Concentriamo invece sul cuore della questione, che è poi il grado di maggioritario  —o,se preferite, di disproporzionalità— che la Consulta vorrà ammettere.

Questione assolutamente decisiva, perché sono questi i meccanismi che disegneranno il sistema politico prossimo venturo. Che poi si arrivi ad un sistema “stabile”, come vorrebbero le oligarchie, è cosa in ogni caso assai dubbia, perché questo obiettivo è reso comunque più arduo dalla crisi, dall’attuale fragilità delle forze politiche, dalla difficoltà ad immaginare un quadro di solide alleanze.

Resta tuttavia il disegno di lorsignori, basato sul desiderio di scenari stabili, atti a non disturbare i loro insindacabili affari. Torniamo dunque alla legge elettorale. Qui le decisioni cruciali della Consulta saranno due: ammissibilità o bocciatura del ballottaggio, ammissibilità o bocciatura del premio di maggioranza.

Le possibilità teoriche sono dunque quattro: 
1. la bocciatura di entrambi questi due meccanismi maggioritari, 2. la loro approvazione (magari con una sentenza che respinga in blocco i ricorsi presentati, in quanto la legge non è stata ancora applicata), 3. la bocciatura del ballottaggio ma non del premio di maggioranza, 4. la cancellazione del premio ma non del ballottaggio.
Tralasciamo qui le eventuali motivazioni di ognuna di queste possibili decisioni e concentriamoci invece sulle conseguenze di queste quattro ipotesi:

Ipotesi 1
La Corte cancella premio e ballottaggio

In questo caso –—per noi certamente il migliore— resterebbe una legge proporzionale con sbarramento al 3%. Si tratterebbe di un potente stop ai nuovi tentativi di arrivare a qualche altra forma di maggioritario, onde favorire il blocco sistemico. Con questo non dico che sarebbe chiusa la porta a qualche nuovo trucco (lo vedremo più avanti), ma certo l’impresa diventerebbe assai più difficile. Con una sentenza di questo tipo resterebbe semmai da “omogeneizzare” le soglie di sbarramento di Camera e Senato, visto che per quest’ultimo sono ancora in vigore due soglie differenziate per gli apparentati (3%) e per i non apparentati (8%).

Ipotesi 2 
L’Italicum rimane così com’è 

E’ difficile credere a questa possibilità dopo il terremoto politico del 60% di NO. Tuttavia alcuni giuristi (causa la motivazione cui abbiamo già accennato) non escludono affatto questa eventualità. A quel punto la palla passerebbe al parlamento, e sarebbe un assist formidabile a chi vuol portare a termine la legislatura a tutti i costi. Dato che avremmo una marchiana disomogeneità tra Camera e Senato —attuale chiodo fisso del Quirinale— forti sarebbero le spinte per arrivare ad una nuova legge. Quale non sappiamo, ma qualche ipotesi la faremo più avanti.

Ipotesi 3
Resta il “premio” ma non il ballottaggio

Anche in questo caso avremmo la questione della disomogeneità tra Camera e Senato. Ma qui, come del resto nel caso precedente, si aprirebbe pure la questione di come eventualmente applicare il premio al Senato, visto che l’articolo 57 della Costituzione ne prevede l’elezione su base regionale. E’ un quadro che potrebbe portare di fatto ad una riedizione del Porcellum, con premi di maggioranza regione per regione. Operazione che potrebbe completarsi con il ripristino del sistema delle coalizioni. A cosa servirebbe, infatti, un meccanismo che prevede il premio al 40%, se nessuna lista è ragionevolmente in grado di arrivarci? Conclusione: lo sviluppo più logico dell’ipotesi 3 è quello di un neo-Porcellum. E pensare che tutto è iniziato proprio con la bocciatura della legge calderoliana da parte della Corte Costituzionale nel dicembre 2013. Vorrà la Corte smentire se stessa fino a questo punto? Chissà, nel frattempo la sua composizione è cambiata… e la scusa potrebbe essere che questa volta (a differenza del Porcellum) una soglia minima per conquistare il premio è prevista.

Ipotesi 4
Via il premio e (a sorpresa) mantenimento del ballottaggio

Questa ipotesi si baserebbe da un lato sulla conferma del giudizio di incostituzionalità sul premio della Legge Calderoli, che dunque verrebbe cancellato; dall’altro sul concetto (tanto caro allo “zio dell’Italicum” Roberto D’Alimonte) del ballottaggio come elezione a se stante. Un modo per cercare di nascondere l’effetto disproporzionale del ballottaggio. Un trucco al quale però non pare abbiano creduto gli elettori del referendum costituzionale. Ma poi, come omogeneizzare in questo caso —ecco che il tema torna fuori di continuo— i sistemi delle due camere? Un doppio ballottaggio non esiste in alcuna parte del mondo, e questo dovrebbe essere sufficiente a chiudere ogni discorso. Ma addirittura un ballottaggio diversificato —su base nazionale alla Camera e su base regionale al Senato— sarebbe cosa da far ridere i polli. Eppure, nel cosiddetto “dibattito politico”, ancora si parla del ballottaggio come di un’opzione possibile.

Fin qui le ipotesi sul pronunciamento della Corte Costituzionale. Sul dopo restano in ogni caso parecchie incertezze. La sentenza dovrà —dovrà, non potrà— essere comunque auto-applicativa. Dunque i discorsi sulla necessità di un passaggio parlamentare non si reggono in piedi. Certo, un intervento per omogeneizzare le soglie di sbarramento al 3%, qualora ve ne fosse la volontà politica, potrebbe risolversi in un paio di giorni. Idem per la questione delle preferenze.


Di sicuro la Corte si troverà di fronte ad un dilemma squisitamente politico: emettere una sentenza che consegni un sistema sostanzialmente omogeneo (ipotesi 1) od uno invece assai disomogeneo (ipotesi 2-3-4)?

Il dilemma è tutto politico, perché nel primo caso la legge elettorale ne uscirebbe scritta nella sostanza, ed il ruolo del parlamento diverrebbe assai marginale; nel secondo, invece, la legge sarebbe sì applicabile, ma gli spazi per l’intervento parlamentare sarebbero assai ampi.

Non si pensi, però, che questo dilemma riguardi più di tanto il rispetto dei diversi ruoli del Parlamento e della Corte Costituzionale. Dietro vi è invece un interrogativo assai più pesante: è in grado questo parlamento di arrivare ad una nuova legge elettorale sufficientemente condivisa, che non sia cioè (come è stato per l’Italicum) semplicemente il frutto dell’arroganza di una maggioranza risicata, che nel Paese maggioranza non è?

Siccome chi scrive non pensa proprio che la sentenza avrà prevalentemente una natura giuridica, bensì politica (come del resto avvenuto nella recente decisione sul jobs act), la questione avrà di sicuro un peso non indifferente.

E qui veniamo alle difficoltà in cui si dibattono i palazzi del potere politico nel tentativo di assicurare a tutti i costi una maggioranza alle forze sistemiche. Operazione che significa —vista la manifesta improponibilità dello schema renziano di un partito solo al comando— il tornare a ragionare su un’alleanza tra tutte queste forze, mettendo dunque in piedi una coalizione Pd-Forza-Italia-centristi.

Difficilmente una coalizione di questo tipo potrebbe costituirsi formalmente prima del voto. Troppe le controindicazioni, dato che sia il Pd che Forza Italia finirebbero per perdere una quota del loro elettorato tradizionale. Ma se così stanno le cose risultano inutilizzabili sia il Mattarellum, sia un qualsivoglia neo-Porcellum come quello di cui abbiamo parlato a proposito della “ipotesi 3”. Che fare dunque? L'ex Cavaliere lo dice apertamente: se l’obiettivo è quello della “larga” (“grande” non direi proprio) coalizione, non resta che il sistema proporzionale… Ovviamente con qualche correzione.
Lorsignori hanno infatti un altro problema. Siccome sono da tempo finiti i fasti del bipolarismo, siccome il Berluska ha sì e no la metà dei voti di un tempo, siccome anche i consensi del Pd si vanno assottigliando, mentre quelli delle frattaglie centriste all’uopo riunite arrivano forse al 3%, si fa presto a dire “larga coalizione”, salvo poi accorgersi che tanto larga nell’elettorato non è!

Ecco allora i “correttivi” immaginati dai probabili contraenti (Renzi, Berlusconi ed Alfano) del prossimo accordo. Di Berlusconi si sa. Se proporzionale dev’essere si adotti il sistema tedesco, che per questi furfanti ha il discreto vantaggio di prevedere uno sbarramento al 5%. Questa soglia è un problema per gli appetiti del dentuto Alfano? Si potrà forse rimediare con un nuovo contenitore della cosiddetta destra “moderata”, cioè quella pronta a far blocco con il Pd contro il “populismo”. Un contenitore che raccoglierebbe il grosso di Forza Italia, una parte di dissidenti della Lega ed appunto i preoccupati centristi.

Ma anche questo escamotage non darebbe la sicurezza della maggioranza. Ecco allora un’altra carta da giocare: il modello greco. Questo modello —che tanto piace ai cosiddetti “giovani turchi” del Pd— entrerà di sicuro in gioco qualunque sia la decisione della Consulta. E’ questo un sistema che prevede un premio di “governabilità”, che non è necessariamente un premio di maggioranza. Questo significa che chi se lo aggiudica, arrivando primo, ottiene un tot di seggi in più, che può farlo arrivare al 50%+1 dei seggi come no.

Proprio per questa sua caratteristica, questo sistema è stato pensato dai suoi proponenti come l’ennesima furbata in grado di aggirare anche un’eventuale bocciatura del premio di maggioranza da parte della Consulta. Tuttavia, nell’idea di questi galantuomini dall’imbroglio pronto, il premio dovrebbe avere comunque una consistenza tale (almeno il 10% dei seggi) da assicurare la maggioranza per governare all’allegra combriccola che si va organizzando.

Oltre alla solita questione del Senato, c’è però un problema: come essere sicuri che quel premio non venga conquistato invece da M5S?
E’ chiaro che, per quanti imbrogli possano fare, una certezza assoluta non potranno mai averla. La soluzione, per loro, potrebbe essere quella di consentire l’attribuzione del premio ad una coalizione anziché ad una singola lista, ma abbiamo già visto quali sono gli inconvenienti di un matrimonio tra Arcore e Pontassieve prima del voto.

Dunque, niente è facile per i lestofanti che conducono le danze. E quanto più grande sarà il prossimo imbroglio, tanto più forte sarà lo sdegno che provocherà. Son finiti i tempi in cui le leggi elettorali si potevano aggiustare senza pagarne il conto in termini di consenso. L'operazione non sarà facile anche perché il voto del 4 dicembre è ancora caldo e tutti hanno capito come le oligarchie vogliano invece andare avanti come nulla fosse successo.

Non gli sarà facile, ma possiamo essere certi che ci proveranno. E volendo avanzare una previsione, teniamo soprattutto sott'occhio la variante greca. Forse è proprio lì che andranno a parare per mettere a segno il prossimo imbroglio.

Su questo tema —denunciare per tempo, per stopparlo, il nuovo tentativo di raggiro della volontà popolare— ci sarebbe stato bisogno di una vera mobilitazione prima della sentenza della Consulta. Invece, mentre il Comitato nazionale per il NO ha deciso di nicchiare, della grande manifestazione annunciata dai Cinque Stelle (andati in palla per le vicende romane ed europee) non sì è saputo più nulla.

Domani e dopodomani si terranno a Roma due importanti incontri: dei comitati per il NO sabato, per l'attuazione della Costituzione domenica. Speriamo che non sia troppo tardi per organizzare una risposta all'altezza della posta in palio.

mercoledì 11 gennaio 2017

LA CORTE OBBEDISCE di Leonardo Mazzei

[ 11 gennaio ]


Bloccati i referendum sui diritti dei lavoratori. A voucher ed appalti ci penserà il governo con una leggina, ad affossare il voto sull'articolo 18 ha provveduto oggi la Corte Costituzionale

Lunga è la storia delle sentenze politiche della Corte Costituzionale in materia referendaria. 

Inutile perciò stupirsi dello scandaloso pronunciamento di oggi. 
Scandaloso perché, al di là di appigli giuridici che sempre si possono trovare, la sostanza politica è chiara: sulla vergogna del jobs act lorsignori non consentono di discutere, tantomeno di votare.

La cosa è ancor più grave oggi, considerato quanto il tema della precarietà del lavoro sia sentito in questo momento nella società. 
Ed è ancor più grave dopo la grande partecipazione del 4 dicembre, che ha mostrato quanto sia forte il desiderio popolare di riappropriarsi dello strumento referendario. 
Forse è proprio per questo che si è voluto dare un chiaro segnale di chiusura. 
Insomma, il sistema si blinda.

Non facciamoci adesso ingannare dal fatto che gli altri due quesiti - sui voucher e sugli appalti - siano stati ammessi dalla Consulta. 
Su questi due temi siamo certi che non si voterà. 
Troppo facile è la strada di una modifica di facciata, giusto per cancellare il ricorso alle urne. 
Modifica che potrà avvenire nelle prossime settimane, o magari anche più avanti qualora il tutto venga superato dallo scioglimento delle camere, ma che comunque avverrà.

Che dire allora del commento quasi trionfalistico di un Di Maio che, anziché criticare la cancellazione del voto sull'articolo 18, ha affermato che «Questa primavera saremo chiamati a votare per il referendum che elimina la schiavitù dei voucher»? 
Di Maio, ma ci sei o ci fai? 
Questa primavera non ci sarà nessun referendum, perché continuare a vendere simili panzane?

Come ha notato la stessa Camusso, nelle settimane scorse forti sono state le pressioni sulla Corte. 
Forti e manifeste come mai accaduto nel passato. 
Dai palazzi della politica, come dai potentati economici, si è fatto sapere cosa si voleva in maniera esplicita. 
E si è perfino pubblicamente parlato dell'uomo che ha funzionato ad un tempo da collettore di queste richieste e da promotore di una "soluzione politica" che niente ha a che fare con il diritto. 
Quest'uomo è Giuliano Amato: un nome, un programma.

Mai come questa volta è stata chiara fin dal principio la divisione del lavoro tra Consulta e governo. 
Un modo di procedere che deve far pensare anche in vista della sentenza, prevista per il 24 gennaio, sull'Italicum.

La decisione di posticipare di brutto questa sentenza, inizialmente prevista per il 4 ottobre scorso, è sempre sembrata un robusto aiutone ai tanti che vogliono portare la legislatura fino al febbraio 2018. 
Non solo. 
Se tanto mi da tanto, la fedeltà sistemica dimostrata oggi dalla Corte fa pensare ad una sentenza che lasci in qualche modo spazio a nuove porcherie di tipo maggioritario comunque mascherate.

Detto in altri termini, nello scontro interno al blocco dominante tra il gruppo di potere renziano che vuole andare alle urne entro giugno, ed il vasto partito del rinvio del voto che punta alle "larghe intese", la Corte Costituzionale si è chiaramente schierata con il secondo.

Noi, ovviamente, non abbiamo preferenze tra questi due schieramenti, entrambi nemici. 
Ma resta il fatto - gravissimo - di una Corte Costituzionale asservita ai poteri oligarchici. 
Non è certo una novità nella storia italiana, e probabilmente i membri di nomina più recente non hanno certo migliorato la situazione. Una ragione di più per mobilitarsi in vista del 24 gennaio.

In quanto ai diritti dei lavoratori, cancellati con il Jobs Act, toccherà al nuovo parlamento ripristinarli. 
Che tutti, a partire dalla Cgil e dai Comitati per il NO, ne facciano da subito un tema centrale della prossima campagna elettorale, costringendo tutte le forze politiche a pronunciarsi chiaramente sul tema.

giovedì 22 settembre 2016

TANTO TUONÒ (CHE NON PIOVVE) di Emmezeta

[ 22 settembre ]

Come previsto: macché Consulta, macché parlamento, la sorte dell'Italicum verrà decisa dal referendum..

Dunque l'equinozio d'autunno non ha portato alcuna tempesta politica. Alla Camera la mozione di Sinistra Italiana, votata anche da M5S che ha poi raccolto 74 voti a sostegno della sua proposta di legge, non ha avuto alcun effetto. Mentre anche la destra ha ottenuto la miseria di 43 voti su un testo alquanto generico, la mozione di maggioranza è passata con 293 voti contro 157.

Questa mozione non dice assolutamente nulla, limitandosi ad una disponibilità a «consentire ai diversi gruppi parlamentari di esplicitare le proprie eventuali proposte di modifica della legge elettorale attualmente vigente e valutare la possibile convergenza sulle proposte». Eccola qui la famosa "apertura" di Renzi! E che ci voleva una risoluzione parlamentare per affermare una simile banalità? Siamo dunque di fronte al nulla circondato dal niente. Come previsto Renzi va dritto sulla sua strada.

Che in parlamento non sarebbe successo nulla di importante già si sapeva. Diverso il discorso sulla Corte Costituzionale. Quest'ultima, lunedì scorso, ha annunciato la scelta di rinviare il proprio giudizio sull'Italicum - originariamente previsto per il 4 ottobre - a data da destinarsi, cioè a dopo il referendum. Una decisione che merita qualche commento.

In primo luogo l'annuncio del rinvio è certo il frutto di uno scontro interno. In secondo luogo, è chiaro che non si è voluto mettere in difficoltà Renzi. In terzo luogo, rimandando la decisione la Corte si riserva di fatto un probabile ruolo di decisore d'ultima istanza della nuova legge elettorale.

Se la prima osservazione è fin troppo ovvia, evidenziando un opportunismo certo non nuovo dalle parti del Palazzo della Consulta, è sulle altre due questioni che bisogna spendere qualche parola.


Dalle parti del governo si ringrazia comprensibilmente la Corte per aver disinnescato una mina assai sgradita a Renzi. Una eventuale bocciatura dell'Italicum avrebbe infatti finito per bollare come incostituzionale l'intera controriforma renziana, basata proprio sul famoso combinato disposto Italicum-legge costituzionale.

E tuttavia, proprio la motivazione del rinvio, incentrata sul fatto di non voler interferire con il voto referendario, dimostra quanto il legame tra referendum e legge elettorale sia di fatto inscindibile. Su questo abbiamo scritto innumerevoli volte e non ci torniamo sopra. Quel che conta è che questo dato di fatto sia oggi riconosciuto anche formalmente, al di là dei patetici tentativi del capo del governo di negare l'evidenza.

Non tutto il male viene dunque per nuocere. Il rinvio della Consulta impedisce il depotenziamento degli effetti politici del referendum, e questo è un bene, anche se ciò vale sia nel caso dell'auspicata vittoria del no, come in quello di un'affermazione del sì.

Ma abbiamo segnalato una terza questione, per certi aspetti la più importante: il ruolo di supplenza, nei confronti del parlamento, che la Corte si auto-assegna con la decisione di lunedì scorso. Perché annunciare a maggio una decisione ad ottobre, per poi rinviarla a due settimane dalla data indicata? Curioso, no? Eppure è proprio quel che ha fatto il presidente Paolo Grossi. E' chiaro che una simile giravolta deve avere motivi più profondi di quelli sin qui esaminati.

Quali possano essere questi motivi è presto detto. Con la vittoria del no l'intero sistema politico italiano - che già si regge su una maggioranza che non è tale nel Paese - rischia di andare completamente in tilt. L'Italicum decadrebbe di fatto non essendo applicabile ad un sistema bicamerale, ma come modificarlo in tempi rapidi? Sarebbe capace l'attuale parlamento di trovare un accordo per farlo? Lo stesso sparpagliamento nel voto di ieri alla Camera fa pensare il contrario. Ecco che allora la Corte Costituzionale potrebbe entrare in gioco, togliendo così le castagne dal fuoco ad un sistema politico imballato.

Ovvio che una decisione ad ottobre avrebbe pregiudicato quella che potrà essere presa magari a gennaio in base a quel che uscirà dalle urne. Non entriamo qui nel merito di quale potrebbe essere questa decisione. Basti sapere che la modifica dell'Italicum può avere varie gradazioni, con effetti sulla legge assai diversi tra loro. Si potrà avere una vera modifica radicale solo con la cancellazione del premio di maggioranza oltreché del ballottaggio. Si avrebbe invece una modifica assai fiacca (e mirata soltanto a colpire M5S) con la cancellazione del solo ballottaggio. Si avrebbe infine un'autentica presa in giro se la modifica si limitasse al ripristino delle coalizioni e del voto di preferenza.

Come si vede, la Consulta ha in mano le chiavi del ridisegno del sistema politico. Ed ha deciso di tenersele ben strette. E' un bene od un male tutto ciò? Di certo è una conseguenza del pasticciaccio renziano, l'aver voluto fare una legge per un sistema mono-camerale, quando questo sistema deve ancora passare al vaglio del referendum. Ma c'è di più. C'è che quella legge, fatta per garantire una maggioranza spropositata al Pd, potrebbe ora mandare al governo il Movimento Cinque Stelle. Da qui la pittoresca retromarcia di molti estimatori della prim'ora.

Adesso questi pentiti di quel che hanno votato hanno idee assai diverse su come venirne fuori. Ecco perché potrebbe toccare ad una sentenza della Corte la scrittura de facto della nuova legge. Segno di una crisi politica ormai giunta al suo stadio terminale.

Ma non possiamo sapere ora quel che accadrà. Sappiamo invece cosa ci consegna questo quadro. Siccome la futura decisione della Consulta avrà necessariamente una natura politica, così come l'ha avuta quella del rinvio, essa non potrà prescindere più di tanto dal responso delle urne. Diventa quindi ancora più importante vincere il referendum e vincerlo bene. Solo una valanga di no seppellirà veramente l'Italicum. Diamoci tutti da fare.

venerdì 18 dicembre 2015

M5S: POVERI FESSI! di Leonardo Mazzei

[ 18 dicembre ]
L'elezione dei giudici costituzionali e le illusioni di M5S sull'Italicum 
[Nella foto da sinistra: Augusto Barbera, Franco Modugno e Giulio Prosperetti]
«Ai Cinque Stelle non sfuggirà il prezzo politico di questa operazione, che consiste nell'aver servito su un vassoio d'argento una chiara vittoria politica a Renzi. Il Presidente del Consiglio può essere infatti più che soddisfatto, per almeno tre motivi: (1) per aver posto fine allo stallo che durava da 31 votazioni; (2) per aver dimostrato di essere il dominus indiscusso, andreottianamente capace di praticare la politica dei "due forni"; (3) per avere ottenuto una composizione della Corte più favorevole, non solo sull'Italicum ma pure sul jobs act, come segnala un non disinteressato Sole 24 Ore

L'accordo tra M5S e Pd, che ha portato all'elezione dei tre membri vacanti della Corte Costituzionale, è figlio di un malcelato sostegno dei pentastellati all'Italicum? Sembrerebbe proprio di sì.
La maggioranza dei commentatori è comunque certa di un fatto: con la terna votata l'altro ieri le quotazioni della legge truffa renziana sono in crescita, almeno per quanto riguarda il pronunciamento della Corte Costituzionale. Tra gli eletti figura l'ultra maggioritarista Augusto Barbera (fino a due giorni fa sdegnosamente rifiutato da M5S), il centrista Giulio Prosperetti e Franco Modugno, proposto dai grillini.

Di quest'ultimo, che nella prima repubblica stava con il partito socialdemocratico, non risulta alcuna presa di posizione né contro l'Italicum né sulla contro-riforma costituzionale voluta dall'attuale governo a colpi di (risicatissima) maggioranza. E non è certamente un caso che Renzi, alla fine, abbia accettato di sostenerlo, a condizione che M5S votasse gli altri due candidati dell'area governativa, ed in particolare l'ultras delle sue controriforme, Augusto Barbera.  

In questo modo i Cinque Stelle, non solo si sono bevuti il Barbera, ma hanno anche contraddetto i voti dati prima delle ultime votazioni all'avvocato Felice Besostri, portabandiera dell'opposizione alla nuova legge elettorale.

Qual è dunque la ragione di tanta disinvoltura?

Ai Cinque Stelle non sfuggirà il prezzo politico di questa operazione, che consiste nell'aver servito su un vassoio d'argento una chiara vittoria politica a Renzi. Il Presidente del Consiglio può essere infatti più che soddisfatto, per almeno tre motivi: per aver posto fine allo stallo che durava da 31 votazioni; per aver dimostrato di essere il dominus indiscusso, andreottianamente capace di praticare la politica dei "due forni"; per avere ottenuto una composizione della Corte più favorevole, non solo sull'Italicum ma pure sul jobs act, come segnala un non disinteressato Sole 24 Ore.

In particolare non si sottovaluti un punto. L'incapacità di eleggere i tre giudici aveva il pregio di segnalare la gravità di una situazione determinata dal violentissimo attacco portato da Renzi alla Costituzione. Con la trentaduesima votazione Renzi è invece passato all'incasso, ripristinando una "normalità" formale tesa a mettere in ombra la portata della sua operazione antidemocratica.

I grillini obietteranno senz'altro che se non l'avessero fatto loro, di certo Renzi un accordo lo avrebbe sottoscritto con i berluscones. Ma, a parte il fatto che fino ad oggi questa operazione era sistematicamente fallita, perché non lasciare agli altri l'onta dell'inciucio? Così fa, di solito, un'opposizione determinata a mettere in difficoltà l'avversario. Ma così non è stato. 

Sia chiaro, la nostra critica è diversa da quella che ad M5S viene rivolta dalla nuova barchetta salva-poltrone dei sinistrati. «Prendono il posto di Forza Italia al banchetto della lottizzazione», ha dichiarato Alfredo D’Attorre di Sinistra Italiana. Un'accusa davvero fuori bersaglio, dato che è il quorum stesso, previsto per l'elezione dei giudici costituzionali, che impone (e giustamente) un largo accordo parlamentare. Il problema non è dunque la "lottizzazione", quanto invece l'equilibrio politico raggiunto. Un "equilibrio" chiaramente favorevole a Renzi, con "il risultato di aver squilibrato il Collegio", come ha detto lo stesso avvocato Besostri.

Il giudizio ha dunque da essere nel merito. E nel merito occorre essere fermi ed impietosi nel denunciare una scelta gravissima, un regalo a Renzi, un indebolimento obiettivo della grande battaglia contro lo stravolgimento della Costituzione repubblicana. Un atto di cui il gruppo dirigente di M5S - manifesto od occulto che sia - porta per intero la responsabilità.

Ma - torniamo alla domanda - perché lo hanno fatto?

La disamina dei pro e dei contro porta ad un'unica soluzione: i vertici di M5S si sono convinti (sondaggi alla mano) che l'Italicum potrebbe regalargli la vittoria alle prossime elezioni politiche. Si passa dunque allegramente sopra ad un ogni questione di principio  —democratica e costituzionale — pur di salvaguardare di nascosto (ma neppure troppo) una legge che nell'immediato li potrebbe favorire.

Lasciamo ora da parte gli aspetti etici di questa scelta, e così pure le conseguenze politiche di lungo periodo. Concentriamoci invece su quanto sia fondata questa idea apparentemente così furba.

Ma secondo voi i sondaggi degli ultimi mesi, tutti tesi a dimostrare che il ballottaggio potrebbe essere favorevole ad M5S, sono davvero attendibili? Tutta roba immacolata e scientificamente valida?

Ne siamo sicuri? E se invece fosse un abile trucco per manipolare l'opinione pubblica e favorire alcuni processi politici? Chi scrive è fortemente convinto che le cose stiano così. La cornice creata dai sondaggi determina infatti due spinte: una alla passività di M5S, l'altra alla riorganizzazione della destra.

La passività di M5S sta nel fatto di pensarsi autosufficienti (Podemos docet!), quando invece l'insufficienza non risiede solo nell'assenza di alleanze, quanto in un programma del tutto inadeguato rispetto ai nodi della crisi economica e dell'Europa. Ed è ovvio che l'illusione di poter essere vincenti così come si è, rappresenta un freno allo sviluppo di una credibile strategia politica. Volete un esempio? La scelta di non pronunciarsi sulle scelte di politica estera dopo i fatti di Parigi, dato che (è stato apertamente  teorizzato) qualunque posizione avrebbe comportato una perdita di consensi...

La riorganizzazione della destra ha invece bisogno di tempo. Alcuni passi sono stati fatti, con il sostanziale ritorno all'ovile di un sia pur rafforzato Salvini. Altri —ancor più decisivi, a partire dalla scelta del candidato premier— verranno di certo compiuti. Certo lo stato attuale della destra è quanto mai critico, ma gli avversari (Pd e M5S) sono forse delle corazzate? Ha poco senso dunque considerare la destra divisa come si presenta oggi, perché se l'Italicum non salterà avremo di certo in campo un Listone capace di raggrupparla. I sondaggi, quelli veri, andranno fatti a quel punto e solo quando sarà nota la scelta del candidato. 

Ma, vi chiederete, perché qualcuno vorrebbe favorire le due spinte di cui sopra? Semplice, per due motivi. In primo luogo per indebolire M5S, che ha certamente al suo interno un'anima anti-sistemica, e per tornare dunque (sia pure in forme nuove) al collaudato bipolarismo del periodo 1994-2013. In secondo luogo per favorire il Pd, che avrebbe tutto da guadagnare da un ballottaggio con la destra.

Ovviamente non tutte le ciambelle riescono con il buco, ed in teoria questo potrebbe accadere anche con l'Italicum. Potrebbe, ma quante sono le probabilità? Al sottoscritto sembrano davvero poche, direi tendenti a zero. La Francia, dove i partiti sistemici vengono sistematicamente favoriti al ballottaggio dovrebbe insegnare qualcosa. Ma, si dirà, la Francia non è l'Italia, e soprattutto M5S non è il Front National, dunque il cosiddetto "allarme repubblicano" non scatterebbe come avviene regolarmente oltralpe. Vero, ma vi dicono niente le europee del 2014, quando l'allarme M5S portò il Pd al 40,8%?

In ogni caso qui c'è un'altra questione. Ed è che al ballottaggio bisogna comunque arrivarci, ed è ben difficile che ciò avvenga per le ragioni anzidette. Tantomeno ci si arriverà pensando di non dover compiere un salto di qualità  politico, programmatico e d'immagine.

Ecco perché la scelta sulla Corte Costituzionale appare non solo grave nel merito, non solo un aiutone insperato ad un Renzi in difficoltà su tanti fronti. Essa appare anche come una fesseria, come il frutto di un'illusione indotta da un sistema mediatico (di cui le società demoscopiche fanno parte a pieno titolo) tutt'altro che innocente. Un sistema da tempo all'opera (vedi l'operazione che vorrebbe il benpensante Di Maio come candidato premier) per addomesticare M5S, per irretirlo dentro i criteri delle compatibilità sistemiche. 

Si tratta naturalmente di un processo non indolore. La rivolta di un parte degli attivisti (vedi, ad esempio, questo articolo di Repubblica), nonché l'aperta opposizione di 23 parlamentari al voto sui giudici costituzionali, non sono che la punta di un iceberg che potrebbe rivelarsi ben più consistente. Così almeno ci auguriamo.  

La scelta operata l'altro ieri rappresenta comunque una svolta, un cedimento inaudito nel corso di una battaglia decisiva come quella che ci condurrà al referendum costituzionale previsto per il prossimo autunno. Un cedimento tra l'altro figlio di una stupida illusione elettorale.

E' quest'ultima una valutazione sbagliata? Non credo, ma consiglierei comunque di riparlarne dopo le elezioni amministrative di primavera. Vedrete che allora le idee cominceranno a chiarirsi.

sabato 17 ottobre 2015

NO ALLO SBREGO DELLA COSTITUZIONE di Marco Dal Toso


[ 17 ottobre ]

In seconda lettura, con 179 voti favorevoli, 17 contrari, 7 astenuti e 120 non partecipanti, il Senato della Repubblica ha approvato la modifica della seconda parte della Costituzione Repubblicana.

La modifica costituzionale contiene molte novità, quale quella del superamento del "bicameralismo perfetto", con il potere legislativo – e soprattutto quello di dare e negare la fiducia al governo – che si sposta alla Camera dei deputati.

Una complicata elezione indiretta di nuovi senatori, che saranno solo 100 (non più 315) e saranno scelti dai cittadini al momento di eleggere i Consigli regionali.
Viene confermata, per i senatori, l’immunità parlamentare. Le corsie preferenziali per i disegni di legge del governo, ma anche per le proposte dell’opposizioni.
Si modifica ulteriormente il titolo quinto della Carta riportando alcune competenze legislative, in via esclusiva, allo Stato (trasporto e distribuzione nazionale dell’energia) in luogo di quelle regionali.
I nuovi senatori saranno solo 100: 95 eletti dalle Regioni (74 consiglieri regionali e 21 sindaci) più cinque senatori di nomina presidenziale, che resteranno in carica per sette anni.
I senatori(art. 2 del ddl Boschi ) saranno eletti dai consigli regionali, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri “, applicando una legge elettorale che dovrà essere approvata dal Parlamento entro sei mesi dall’entrata in vigore della nuova Costituzione.

Il Senato non voterà più la fiducia al governo ma solo per alcune materie conserverà la funzione legislativa. Restano le competenze in tema di nomina delle commissioni d’inchiesta, le leggi costituzionali, le leggi sui referendum popolari, le leggi elettorali degli enti locali.
Le altre leggi saranno di competenza della Camera dei deputati, ma il Senato potrà esprimere proposte di modifica (su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti) entro trenta giorni, dopodiché la legge tornerà alla Camera che potrà anche respingere le proposte di modifica. Per quanto riguarda le leggi di bilancio, il termine per le proposte di modifica viene ridotto a quindici giorni.

Inoltre, il Governo sui provvedimenti indicati come “essenziali per l’attuazione del programma di governo “ avrà il potere di chiedere alla Camera di pronunciarsi entro il termine perentorio di 70 giorni.

Questa modifica costituzionale, operata da un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale”Porcellum “ dichiarata incostituzionale con la nota sentenza n1 /2014 dal Giudice delle leggi [Corte costituzionale, Ndr] , unitamente alla legge elettorale "Italicum" approvata (legge 6 maggio 2015 n.52) prefigurano una pericolosa torsione autoritaria del paese nella direzione di un’alterazione del principio di rappresentanza anche mediante un rafforzamento eccessivo delle prerogative del potere esecutivo (premierato assoluto) a discapito di quelle parlamentari e degli organi di controllo.

Una camera dei deputati, infatti, composta in base alla nuova legge elettorale, grazie ad un forte premio assegnata a un solo partito e per di più, nel caso di ballottaggio, indipendentemente dal consenso ottenuto al primo turno, costituisce un passo preoccupante verso una possibile involuzione autoritaria.

Il premio di maggioranza per il vincitore non solo è enorme al primo turno ma potrebbe diventare enormemente sproporzionato nel caso di ricorso al ballottaggio (soglia sotto il 40 %), a cui si accede senza soglia di accesso e in contrasto con gli argomenti sviluppati nella sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il “Porcellum “.

In questa situazione , occorre da subito avviare l’istituzione, ovunque, dei comitati per il “No al referendum consultivo” sulla modifica costituzionale“ che, per i motivi esposti, assume il carattere di una vera e propria controriforma.

Nel giugno 2006, il popolo italiano bocciò la controriforma costituzionale promossa dal centro destra che prevedeva oltre alla “devoluzione dei poteri “ norme, in tema di scioglimento delle Camere e premierato assoluto, analoghe a quelle approvate dal Parlamento su proposta del Governo Renzi.

Il Governo Renzi cercherà l’investitura popolare che non ha ricevuto nel 2013 tramite il mandato elettorale delle elezioni politiche.

Sappiamo che la lotta referendaria sarà durissima e che il Governo partirà da una situazione vantaggiosa, sotto il profilo mediatico e del potenziale consenso. Il tema della riduzione dei parlamentari e della riduzione dei costi della politica è infatti un tema molto popolare.

Per noi la Costituzione è un punto di riferimento essenziale. Nata dalla Resistenza ha rappresentato il punto di riferimento, il tessuto della convivenza politica, sociale e civile nel nostro paese.
La prima parte della carta, relativa ai diritti sociali e civili, è indissolubilmente collegata alla seconda parte (ordinamento della Repubblica ), quella che il Parlamento si appresta a modificare radicalmente.

Crediamo che occorra, in primo luogo, chiedere l’applicazione integrale della Costituzione Repubblicana vigente (a partire dall’attuazione del diritto al lavoro) e ad essa essere fedeli. La fedeltà alla carta costituzionale e ai suoi valori, per noi, viene prima dl quella al singolo partito.

* Fonte: Sinistra e lavoro

domenica 9 novembre 2014

M5S FA LA FRITTATA: SILVANA SCIARRA IN CORTE COSTITUZIONALE.

9 novembre. «Dopo 21 scrutini e oltre due mesi il Parlamento ha eletto il primo giudice della Corte costituzionale: si tratta di Silvana Sciarra, candidata dal Partito democratico e sostenuta anche dal M5S. La docente dell'università di Firenze ha ottenuto 630 voti, incassando sessanta voti in più dei 570 richiesti. In mattinata era arrivato l'esito del referendum online organizzato dal blog di Beppe Grillo che aveva visto un plebiscito per la professoressa, con oltre l'88% dei voti favorevoli da parte dei militanti pentastellati». (la repubblica del 6 novembre).

Per capire quali siano le idee di Silvana Sciarra consigliamo di leggere l'articolo qui sotto. Si tratta di un'eurista convinta, favorevole ad ulteriori cessioni di sovranità, e per questo il Pd renziano l'ha candidata. La composizione della Corte costituzionale, quella che alcuni considerano "l'ultima barriera che si poteva opporre" allo sventramento della Costituzione", viene quindi ulteriormente alterata a favore del partito eurista.

E' dunque gravissimo che il Movimento Cinque Stelle l'abbia votata, addirittura a larghissima maggioranza. Plausibile che tanti attivisti "grillini" non sappiano cosa hanno votato. Di certo ben lo sapevano ai vertici e nei gruppi parlamentari.

Non solo questo insulso appoggio al partito eurista da ragione a coloro che non credono affatto alla linea anti-euro del M5S. Viene il sospetto di un inciucio con Renzi in vista dell'approvazione della nuova legge elettorale truffa.

Paura d'Europa. Come vincerla?
di Sergio Fabbrini [Il Sole 24 Ore del 7 luglio 2013]

L'ultimo volume di Silvana Sciarra, una delle più importanti giuslavoriste italiane, è quanto mai attuale: cosa si può fare per contrastare la paura dell'Europa che si è diffusa in particolare nel mondo del lavoro dipendente, oltre che tra settori sindacali che quel mondo rappresentano sul piano sociale? Se si impone la narrativa secondo la quale l'integrazione europea concerne i mercati e le banche, ma non il lavoro e la società, allora sarà inevitabile la resistenza a quel processo. Se l'integrazione europea verrà percepita come un processo finalizzato a smantellare i sistemi giuridici nazionali, il cui scopo è quello di proteggere il lavoro e le relazioni sindacali, allora sarà inevitabile che larghi settori sociali finiscano per interpretare quell'integrazione come una minaccia ai sistemi di welfare e di contrattazione collettiva. Fu questa percezione, dopo tutto, che portò buona parte delle organizzazioni sindacali francesi a mobilitarsi contro il Trattato Costituzionale, nel referendum che lo bocciò clamorosamente nel maggio del 2005. Silvana Sciarra ricostruisce con sapienza giuridica e sensibilità culturale le ragioni della paura dell'Europa, ma anche le possibilità di sperimentazione di strategie istituzionali e di policy per superare quella paura.
Sulle ragioni della paura dell'Europa, Sciarra riconosce che le politiche comunitarie del lavoro hanno dovuto scontarsi con il dramma di una crisi economica senza precedenti, ma anche con le difficoltà provenienti dalla loro natura intergovernativa. Gli impegni assunti dall'Unione Europea con progetti a favore del lavoro quali "Lisbona 2000" o più recentemente "Europa 2020" si sono tradotti, dice Sciarra, in esercizi declamatori più che in azioni effettive. Probabilmente, ciò è dovuto a quel approccio intergovernativo, noto come "Metodo aperto di coordinamento", finalizzato a produrre cambiamenti nelle politiche attraverso la cooperazione volontaria dei governi nazionali. Anche se la Commissione europea si è molto impegnata a fornire informazioni sulle pratiche migliori nel campo delle politiche del lavoro, a registrare i punti di debolezza dei mercati del lavoro domestici, a proporre politiche (come la flexsecurity) che avrebbero potuto favorire esiti virtuosi per l'occupazione, tale sforzo non ha prodotto gli esiti sperati proprio perché i governi nazionali sono stati liberi di accogliere o meno le proposte avanzate. Tali proposte, non sostenute da un ragionevole sistema sanzionatorio, non hanno potuto tradursi in una maggiore integrazione dei mercati del lavoro e dei loro sistemi di governance.
Sulle possibilità per superare la paura dell'Europa, l'analisi di Sciarra è di una precisione e profondità rimarchevoli. La formazione di un mercato europeo è un'opportunità, non una minaccia, per il mondo del lavoro. E, comunque, è del tutto fallace pensare di potere difendere posizioni acquisite di welfare e di contrattazione rinchiudendosi nei sistemi giuridici nazionali. Occorre aprire i mercati del lavoro nazionali e contemporaneamente elaborare sistemi regolativi del loro funzionamento adeguati rispetto ai valori fondativi della civiltà europea del lavoro.
Per aprire i mercati del lavoro, consentendo trasferimenti da Paesi in crisi ad altri in crescita, molto può essere fatto per proteggere i diritti sociali di chi si trasferisce, per vedere riconosciute esperienze e acquisizioni precedenti, per garantire rientri che riconoscano il lavoro svolto in altri Stati membri nella fase successiva di stabilizzazione del ciclo. È indubbio, infatti, che la rigidità dei mercati del lavoro europei, impedendo la mobilità tra Stati membri in cui c'è carenza di lavoratori ed altri in cui c'è carenza di lavoro, abbia costituito un fattore di esacerbazione della disoccupazione generata dall'attuale crisi finanziaria. Per elaborare nuovi sistemi regolativi, Sciarra offre molte indicazioni, basandosi su proposte comunitarie, su iniziative delle parti sociali, su documenti di organizzazioni del lavoro e dell'impresa transnazionali.

Silvana Sciarra, L'Europa e il lavoro, Solidarietà e conflitto in tempi di crisi, Roma-Bari, Laterza, pagg. 116, € 15,00

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