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martedì 15 settembre 2015

UN BENVENUTO ALLA "BANDA DEI QUATTRO"

[ 15 settembre]

L'altro ieri davamo conto dell'incontro svoltosi a Parigi il 12 settembre, segnalando l'intervento svolto da Fassina.
Un altro evento, dopo quello della nascita di Unità Popolare in Grecia, di grande importanza. Con Varoufakis, Lafontaine, Melanchon e Fassina, emerge un nuovo segnale di rottura in seno alla "sinistra radicale" —se non altro col dogma della moneta unica.
Qui sotto il video degli interventi dei quattro.
Più sotto ancora il loro documento congiunto, con i suoi punti forti (che abbiamo sottolineato in rosso) e i suoi punti deboli (che abbiamo sottolineato in verde), ovvero un molto velleitario e confuso "Piano A" per salvare l'Unione europea.
Al netto dei suoi limiti questo documento sta diverse spanne sopra alla miseria dello tsiprismo. La "banda dei quattro" annuncia per dicembre un summit europeo per un "Piano B". Ci saremo per dire la nostra, e per cercare di unire le forze
Ora vi chiederete: "Che ci fa Stefano Fassina assieme ai Vendola, ai Ferrero, ai Viale, ai Revelli & C.?" Beh, questo chiedetelo a lui.


UN PIANO B PER L'EUROPA

«Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione Europea.
“L’accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche provocata dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

Ora, con più austerità, più svendite di beni pubblici, con politiche economiche sempre più irrazionali e politiche sociali improntate ad una sfacciata misantropia di massa, il nuovo Memorandum può servire solo a peggiorare la Grande Depressione in Grecia e a consentire che la ricchezza della Grecia sia saccheggiata a vantaggio di interessi privati interni ed esterni.

Da questo golpe finanziario dobbiamo trarre una lezione. L’euro è diventato uno strumento di dominio economico e politico da parte di un’oligarchia europea che si fa schermo del governo tedesco, ben contenta di lasciare alla cancelliera Merkel il lavoro sporco che gli altri governi non sono capaci di compiere. Questa Europa genera soltanto violenza nei paesi e tra di essi: disoccupazione di massa, brutale dumping sociale e insulti contro la periferia europea, attribuiti alla leadership tedesca ma in realtà ripetuti a pappagallo da tutte le élite europee, incluse quelle della stessa periferia. In questo modo, l’Unione europea alimenta l’avanzata dell’estrema destra e rende impossibile in Europa il controllo democratico sulla produzione e la distribuzione della ricchezza.


Che l’euro e l’UE difendano gli europei dalla crisi è oggi un’affermazione pericolosamente falsa. È un’illusione credere che gli interessi dell’Europa possano essere protetti entro la gabbia di ferro delle regole di governance dell’eurozona ed entro i Trattati vigenti. 

L’approccio Hollande-Renzi, comportarsi come studenti modello, o piuttosto prigionieri modello, è una forma di resa che non porterà nemmeno alla clemenza. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, lo ha detto chiaramente: “non può esserci scelta democratica che vada contro i trattati europei”. È la versione neoliberista della dottrina della sovranità limitata inventata da Breznev nel 1968: allora, i sovietici repressero la primavera di Praga con i carri armati; questa estate, l’UE ha represso la primavera di Atene con le sue banche.

Siamo determinati a rompere con questa Europa. È la condizione primaria per ricostruire la cooperazione tra i nostri popoli e i nostri paesi su nuove basi. Come possiamo mettere in atto politiche di redistribuzione della ricchezza, di creazione di opportunità di lavoro dignitoso, specialmente per i giovani, di transizione ecologica, di ricostruzione della partecipazione democratica entro i vincoli di questa UE? Dobbiamo sfuggire alla vacuità e disumanità dei trattati europei vigenti e rimodellarli in modo da levarci di dosso la camicia di forza del neoliberismo, abolire il Fiscal compact e opporci al trattato commerciale con gli Stati Uniti, il TTIP.

Viviamo tempi eccezionali. Stiamo affrontando un’emergenza. Gli stati membri hanno bisogno dello spazio politico che consenta alle loro democrazie di respirare e avanzare soluzioni adeguate alle esigenze nazionali, senza il timore di giri di vite da parte di un Eurogruppo autoritario e dominato dai paesi più forti e dai grandi poteri economici, o da parte di una BCE utilizzata come un rullo compressore, che minaccia di schiacciare i paesi che non “cooperano”, come è accaduto con Cipro e con la Grecia.

Questo è il nostro piano A: lavoreremo nei nostri rispettivi paesi, e insieme in Europa, per una totale rinegoziazione dei trattati europei. Ci impegniamo a sostenere ovunque le lotte dei cittadini europei, con una campagna di disobbedienza civile contro le scelte europee arbitrarie e le “regole” irrazionali, finché tale rinegoziazione non sia ottenuta.

Il nostro primo obiettivo sarà porre fine all’irresponsabilità dell’Eurogruppo. Il secondo sarà rimuovere la finzione di una BCE “apolitica” e “indipendente”, quando in realtà essa è profondamente politica (nella forma più deleteria) e totalmente dipendente dagli interessi delle banche e dei loro rappresentanti politici, pronta come è a reprimere la democrazia con la semplice pressione di un bottone.

Anche i governi che rappresentano gli interessi dell’oligarchia europea, e che si nascondono dietro a Berlino e Francoforte, hanno un loro piano A: non cedere alla domanda di democrazia dei popoli europei e agire in modo brutale per piegare la loro resistenza. Lo abbiamo visto in Grecia lo scorso luglio. Come sono riusciti a strangolare il governo greco, democraticamente eletto? Dotandosi di un piano B: espellere la Grecia dall’eurozona nelle peggiori condizioni possibili, distruggendo il suo sistema bancario e uccidendo la sua economia.

Di fronte a questo ricatto, anche noi abbiamo bisogno di un nostro piano B, da opporre al piano B delle forze più reazionarie e anti-democratiche. Per rinforzare la nostra posizione negoziale di fronte a politiche brutali che sacrificano gli interessi della maggioranza per favorire un’esigua minoranza. Ma anche per riaffermare il semplice principio che l’Europa è per gli europei, e le valute sono strumenti per promuovere la prosperità diffusa, non strumenti di tortura o armi per uccidere la democrazia. Se l’euro non potrà essere democratizzato, se insisteranno nel volerlo usare per strangolare i popoli, ci leveremo e, guardandoli negli occhi, diremo loro: “fatevi avanti, le vostre minacce non ci spaventano”. Troveremo un modo per assicurare che gli europei abbiano un sistema monetario che operi a loro vantaggio, non contro di loro.

Il nostro piano A per un’Europa democratica, supportato da un piano B che mostri ai poteri costituiti che non possono indurci alla sottomissione spaventandoci, è inclusivo e fa appello alla maggioranza degli europei. Ciò richiede un elevato livello di preparazione. Gli aspetti tecnici saranno definiti nel confronto reciproco. Molte idee sono già sul tavolo: l’introduzione di sistemi di pagamento paralleli, valute parallele, digitalizzazione delle transazioni, sistemi di scambio complementari community based, fino all’uscita dall’euro e la sua trasformazione da moneta unica in moneta comune.

Nessun paese europeo può operare per la propria liberazione in modo isolato. La nostra visione è internazionalista. Anticipando ciò che potrebbe accadere in Spagna, Irlanda – forse, a seconda di come evolverà la situazione, nuovamente in Grecia – e in Francia nel 2017, abbiamo bisogno di lavorare insieme concretamente al piano B, tenendo conto delle diverse caratteristiche di ciascun paese.

Proponiamo pertanto la convocazione di una conferenza internazionale sul piano B per l’Europa, aperta a chiunque sia disponibile, cittadini, organizzazioni ed intellettuali. La conferenza può aver luogo in tempi ravvicinati, già a Novembre 2015. Inizieremo il percorso sabato 12 settembre, durante la Fête de l’Humanité a Parigi. Unitevi a noi!»

Stefano Fassina, parlamentare, ex vice-ministro dell’economa e finanze (Italia)
Oskar Lafontaine, ex ministro delle finanze, fondatore del partito Die Linke (Germania)
Jean-Luc Mélenchon, parlamentare europeo, co-fondatore del Parti de Gauche (Francia)
Yanis Varoufakis, parlamentare, ex ministro delle finanze (Grecia)

martedì 14 luglio 2015

LO SCONTRO CON TSIPRAS: VAROUFAKIS DICE LA VERITÀ

[ 14 luglio ]

Un'importante intervista dell'ex ministro delle Finanze:
- I Motivi dello scontro con Tsipras
- I finti negoziati di Bruxelles
- La necessità di resistere alla Troika
- La Grexit

Finalmente la verità inizia ad emergere. La posizione di Varoufakis era quella di fare tutto il possibile per restare nell'euro. Il possibile, appunto, non l'impossibile, o meglio l'inimmaginabile, come ha invece fatto Tsipras.

Dunque, a fronte dell'evidente volontà della Bce di strangolare la Grecia, azzerandogli progressivamente la liquidità, l'ex ministro delle Finanze aveva proposto di rispondere con tre misure: 1. l'emissione di IOU (I owe you), buoni denominati in euro e garantiti dallo stato greco; 2. taglio del debito a partire dai titoli detenuti dalla Bce; 3. nazionalizzazione della Banca Centrale.

Queste sue proposte furono però bocciate (non è chiaro in quale data) dalla maggioranza del Consiglio dei ministri di Atene. Prevalse la scelta di "morire per l'euro", con i catastrofici risultati che ormai tutti conoscono.

Qui sotto le parti salienti dell'intervista di Varoufakis a Harry Lambert del New Statesman. si tratta di un’intervista di grandissimo interesse ed importanza, da leggere almeno nelle sue parti principali, che vi proponiamo tradotte in italiano.


Harry Lambert (HL): Come si sente ora?

Yanis Varoufakis (YV): Mi sento in cima al mondo, non devo più vivere secondo un programma febbrile, assolutamente disumano semplicemente incredibile. Ho dormito solo per 2 ore a notte per 5 mesi. Sono anche sollevato dal fatto di dover più sostenere una pressione incredibile per negoziare da una posizione che era difficile da difendere, anche quando  riuscivo ad avere il consenso dell’altra parte, non so se mi spiego.

HL: Come è stato? Avete gradito  ogni momento della situazione?
YV: Oh si l’ho apprezzato. Si possono ottenere delle informazioni dall’interno.. ed avere tutte le tue peggiori paure confermate. Puoi avere “I poteri” che ti parlano direttamente, e, come temevi, la situazione è peggio di quanto immaginassi. Quindi è stato divertente sedere sui sedili anteriori.

HL: A cosa vi riferite?
YV: Alla completa assenza di scrupoli democratici,  da parte dei supposti difensori della democrazia europea. D’altro canto anche la chiara comprensione dall’altra parte che siamo nella stessa barca, anche se non verrà mai ammessa. E quindi avere alcuni importanti personaggi che ti guardano negli occhi e ti dicono: “Stai dicendo il giusto, ma noi comunque  ti schiacceremo”.

HL: Avete detto che i creditori vi contestavano perchè “Ho provato a parlare di economia all’Eurogruppo, cosa che non fa nessuno”. Cosa è successo quando lo avete fatto?
YV: Non è che non sia andata bene, è che proprio vi è stato un netto rifiuto di entrare negli argomenti economici. Di netto. Poni in luce un argomento su cui hai veramente studiato, per far si che sia logicamente coerente, e ti guardano con degli sguardi vuoti. E’ come se  tu non abbia parlato, quello che rispondono è indipendente da quello che tu hai detto. Potresti anche aver cantato l’inno svedese, ed avresti la stessa risposta. E questo è incredibile per chi è abituato ad un dibattito accademico. La controparte non risponde mai. Non c’è mai stata una discussione. Non è stato neppure un problema, semplicemente era come se una parte non avesse mai risposto.

HL: Quando siete arrivato, all’inizio di febbraio, c’era già una posizione univoca?
YV: Beh c’erano persone con cui vi era una simpatia personale, così dietro le quinte su base informale, soprattutto nel FMI (HL: ai livelli più alti? YV: Si, ai livelli più alti, a quelli più alti), ma poi nell’Eurogruppo solo qualche parola gentile e nulla più, tutti a ripararsi dietro la barriera della versione ufficiale. Schaeuble è stato coerente comunque. La sua visione era: “Io non sto discutendo un programma, questo è stato già accettato dal precedente governo e non possiamo permettere che un’elezione cambi tutto. Perchè abbiamo sempre elezioni, siamo in 19, e se cambiamo qualcosa tutte le volte che c’è un’elezione gli accordi fra noi non significano nulla.” A questo punto ho dovuto prendere la parola e dire:” Beh allora dovremmo semplicemente dire di non fare più elezioni nelle nazioni indebitate” e non c’è stata risposta. La sola interpretazione che posso dare è che, per loro, “Si, questa sarebbe una buona idea, ma difficile da realizzare. Quindi o firma sulla linea tratteggiata o sei fuori”.

HL: e la Merkel?
YV: Dovete capire che io non ho mai avuto nulla a che fare con la Merkel: i ministri delle finanze parlano con i ministri delle finanze, i primi ministri con i cancellieri. Da quello che ho capito lei era molto diversa. Lei cercava di tranquillizzare il primo ministro (Tsipras) – diceva: “Troveremo una soluzione, non ti preoccupare, non lascerò che succeda nulla di terribile, fai semplicemente i tuoi compiti e lavora con le istituzioni, con la troika, . Non ci sarà nessuna chiusura”. Questo non è stato quello che ho sentito dalla mia controparte, sia dal presidente dell’eurogruppo sia dal dr Schaeuble, Ad un certo punto mi han detto chiaramente : “O mangia questa minestra, o salta dalla finestra”.

HL: Fu così dall’inizio?
YV Dall’inizio, proprio dall’inizio.

HL: Come siamo arrivati all’estate?
YV (riassumiamo una lunga risposta). Non avevamo alternative. il governo era stato eletto con il mandato a negoziare. Loro volevano un accordo globale, e quando cercavamo di discutere su di un tema, come l’IVA, loro passavano ad un altro argomento, e così via, senza fine. Noi proponevamo qualcosa e loro lo rifiutavano o passavano ad altro. Abbiamo cercato di interrompere questo processo. la mia visione era questa: siamo una nazione incagliata, ed incagliata da molto tempo, certo, abbiamo bisogno di riforme su questo siamo tutti d’accordo. Dato che il tempo era necessario e dato che durante le trattative la BCE stava schiacciando la nostro liquidità per esercitare pressione su di noi per farci soccombere, la mia proposta alla troika era molto semplice: mettiamoci d’accordo su tre o quattro riforme importanti come l’IVA, ed applichiamole subito. Voi in cambio rilassate le restrizioni della BCE. Volete un accordo complessivo, andiamo avanti con le trattative, e nel frattempo lasciateci introdurre nuove riforme in parlamento con accordi fra noi e voi. La loro risposta è stata: “No no no, questo deve essere un accordo. Non faremo nulla se voi introdurrete alcuna legge. Sarà considerato un atto unilaterale ed ostile al processo di contrattazione.” Quindi qualche mese dopo trapelerà ai media che non abbiamo fatto riforme e che stavamo perdendo tempo! E così eravamo fregati, in ogni senso. Quindi quando la liquidità è quasi completamente finita ed eravamo in default, o quasi default con lo FMI, loro hanno presentato le loro proposte , che erano quasi impossibili, non accettabili e dannose. Così hanno preso tempo e poi sono usciti con delle proposte che tu fai quando non vuoi un accordo.

HL: Avete provato a lavorare con i governi delle altre nazioni indebitate?
YV: La risposta è no, e la ragione è molto semplice : subito dall’inizio queste nazioni hanno fatto chiaramente capire che sarebbero stati i nemici più forti del nostro governo, subito all’inizio. E la ragione era che il loro più grande incubo era il nostro successo: se avessimo ottenuto un accordo migliore per la Grecia li avrebbe cancellati politicamente: avrebbero dovuto rispondere ai loro elettori perchè non fossero stati in grado di contrattare come noi.

HL: Qual è il grande problema con le funzioni generali dell’Eurogruppo?
YV Per esemplificare: C’è stato un momento in cui il presidente dell’Eurogruppo ha deciso di mettersi contro di noi e ci ha oggettivamente  cacciato fuori, facendoci capire che la Grecia era in uscita dall’Eurozona. C’era una convenzione per cui i comunicati dovevano essere all’unanimità, e che il Presidente non potesse semplicemente riunire l’Eurozona ed escludere uno stato membro. E lui ha detto “Oh sono sicuro di poterlo fare”. Allora ho chiesto un’opinione legale. . questo ha causato un po’ di baruffa. Per 5-10 minuti il meeting si è fermato, e funzionari e dirigenti parlavano l’uno con l’altro ed al telefono, e infine un funzionario, un esperto legale, si è rivolto a me dicendo “Beh l’eurogruppo non esiste per la legge, non c’è nessun trattato che riguarda questo gruppo”. Quindi abbiamo un gruppo che non esiste e che ha il maggior potere di determinare le vite degli europei. Non risponde a nessuno, dato che non esiste legalmente: non si tengono minute, ed è  riservato. I cittadini non sapranno mai cosa vi si dice.  Sono quasi decisioni di vita e di morte, ed i membri non rispondono a nessuno.

HL: E questo gruppo è controllato dagli atteggiamenti tedeschi?
YV: Si completamente e profondamente. Non dagli atteggiamenti: proprio dal ministro delle finanze Tedesco. Ed è come una orchestra ben affiatata di cui lui è il direttore. Tutto avviene in modo accordato. Se ci sono casi in cui non si lavora in accordo, allora lui interviene e rimette tutti in linea.

HL: Avrete pensato ad un Grexit ad un certo punto ….
YV: Certo, assolutamente.

HL .. Sono stati fatti dei preparativi?
YV: La risposta è si e no. Avevamo un piccolo gruppo, un “Gabinetto di guerra” nel ministero , di circa cinque persone che stava preparandosi: così abbiamo lavorato sulla teoria, sulla carta, predisponendo tutto quello che si sarebbe dovuto fare (per  Grexit) , ma è stata una cosa fatta a livello di 4-5 persone. Una cosa diversa è preparare una nazione per quel fatto. Preparare una nazione (all’uscita) è una decisione esecutiva che deve essere presa, e non è mai stata presa.

HL: Ma nelle scorse settimane, c’è stato un momento in cui sentivate che vi ci avvicinavate?
YV: La mia idea era che dovevamo essere ben attenti a non iniziarla. Non volevo che fosse una profezia autorealizzata. Non volevo che fosse come la famosa frase di Nietzche, per cui se tu guardi nell’abisso abbastanza a lungo, l’abisso comincerà a guardare in te. Ma credevo anche che se l’Eurogruppo avesse chiuso le nostre banche, avremmo dovuto dare esecuzione a questo processo.

HL: Bene, quindi c’erano due opzioni, per quel che vedo: una Grexit immediata, o la stampa di IOU (buoni emessi dal governo per risolvere il problema della mancanza di liquidità, ndr) e la ripresa  il controllo sulla banca di Grecia, quindi potenzialmente o necessariamente precipitando verso grexit.
YV: Certo certo, Non ho mai creduto dovessimo andare diretti verso una nuova valuta. Nella mia idea c’era il fatto che, e l’ho detto al governo, questa era la risposta se avessero osato chiudere le nostre banche, cosa che ritenevo   di incredibile potenza  aggressiva, ma non di non ritorno. Noi avremmo dovuto emettere i nostri IOU, o per lo meno che avremmo emesso la nostra liquidità denominata in euro; avremmo dovuto fare un haircut sui titoli del 2012 detenuti dalla BCE o annunciare che lo avremmo fatto; avremmo dovuto riprendere il controllo della banca di Grecia. Questa era il trittico, le tre cose con cui avrei risposto alla chiusura delle nostre banche da parte della BCE. Io ho avvertito il governo di quello che stava per accadere (che la BCE avrebbe chiuso le nostre banche) per un mese, per portarci ad un accordo umiliante. Quando questo è successo, e molti miei colleghi non pensavano sarebbe successo, la mia raccomandazione,  di rispondere “Energicamente”,  è stata respinta ai voti.

HL: Sarebbe scioccato se Tsipras si dimettesse?
YV Nulla mi può scioccare in questi giorni, la nostra Eurozona è un posto molto inospitale per la gente decente. Non mi scioccherebbe neanche se restasse ed accettasse anche un pessimo accordo. Perchè  posso capire che si senta obbligato verso le persone che lo hanno supportato, che ci hanno supportato, per non far si che il nostro diventi uno stato fallito. Ma io non tradirò il mio punto di vista, che supporto dal 2010, che questo nazione deve smetterla di fingere e dilazionare, che dobbiamo smettere di chiedere nuovi prestiti fingendo che abbiamo risolto i problemi, quando non lo abbiamo fatto, quando abbiamo reso i nostri debiti meno sostenibili a causa di una ulteriore austerità che distrugge la nostra economia e sposta il peso sui poveri, creando una crisi umanitaria. E’ qualcosa che non accetterò e di cui non sarò parte.


* Fonte della traduzione: scenarieconomici

martedì 7 luglio 2015

LA MOSSA DELLA BCE: SE LA NOTIZA FOSSE ESATTA di Leonardo Mazzei

[ 7 luglio ]

La Bce impone il "congelamento" del 27% dei depositi delle banche greche
Mario Draghi tira la volata alla linea euro-tedesca: o Tsipras capitola, o la Grecia è fuori dall'euro.

«Una democrazia non vale più delle altre» ha detto l'ineffabile Juncker. 

Tranquilli, non si riferiva alla Germania, che notoriamente non pretende di contare più degli altri... Il lussemburghese ha così dato la linea per l'Eurogruppo di oggi: nessuna concessione alla Grecia, e se accade l'irreparabile la colpa sarà tutta di Atene.

Ma prima di Juncker è stata la Bce a stringere ancora un po' il cappio sul collo della Grecia. Ieri sera, riunito in teleconferenza, il consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha deciso di non concedere altra liquidità alle banche elleniche. Banche che anche oggi, contrariamente alle promesse un po' avventate del governo, restano ovviamente chiuse.

Ma c'è di peggio. Non solo il tetto del programma Ela (Emergency liquidity assistance) non è stato innalzato, come chiedeva Atene, ma il mantenimento agli attuali livelli è stato vincolato a nuove garanzie. Il valore del collaterale che le banche mettono a garanzia per ottenere liquidità —normalmente si tratta di titoli greci— è stato pesantemente svalutato. Di quanto è top secret (Barclays ipotizza un taglio del 60%), ma è chiaro come la Bce consideri ormai i titoli greci al livello di spazzatura. 

Siamo evidentemente al puro strozzinaggio. Altro che aiuti alla Grecia! Così funziona la Bce, come una qualsiasi banca privata. Il tutto perfettamente in linea con i dettami del sistema euro. E pensare che ci sono degli idioti che parlano e scrivono degli interventi di Draghi come se fossero dei regali a fondo perduto. Ma lasciamo perdere queste stupidaggini e torniamo a bomba.

La domanda che si impone è questa: se il valore del collaterale è stato pesantemente svalutato, da dove arrivano le nuove garanzie? Qui il segreto è quasi tombale, ma è evidente che ci sono. L'unico giornale italiano che ne parla esplicitamente stamattina è la Repubblica. Leggiamo:

«Il consiglio direttivo della Bce ha confermato la liquidità (Ela) per le banche greche, bloccandola a 89 miliardi di euro, a fronte però di maggiori garanzie. Di fatto viene congelato il 27% di tutti i depositi delle banche greche, con il rischio che possano essere i correntisti a farne le spese» (sottolineatura nostra).

E' esatta questa notizia? Non lo sappiamo, ma di certo è altamente probabile che sia così, altrimenti non si capirebbe cosa andrebbe a compensare l'haircut applicato al collaterale messo precedentemente a garanzia. Varufakis ha fatto bene, domenica mattina, a denunciare il terrorismo del Financial Times che parlava di prelievi sui conti bancari oltre gli 8mila euro, ma evidentemente qualcosa stava già bollendo in pentola.

Certo, le prossime ore potrebbero essere decisive, ma una domanda si impone comunque: è stato saggio, da parte del governo Tsipras, arrivare a questo punto? Non sarebbe stato meglio svincolarsi dalla Bce emettendo da subito una qualche forma  di moneta parallela, sia pure ancora denominata in euro? A noi la risposta sembra chiara, anche perché il tempo non gioca mai a favore delle vittime dell'usura. Gioca sempre a favore degli strozzini. E quando la decisione di liberarsene arriverà, con una decisione politica forte e chiara, non sarà mai troppo presto.

sabato 4 luglio 2015

PER UN NUOVO "OXI DAY" di Leonardo Mazzei

[ 4 luglio]
Un'Europa antidemocratica, irriformabile e politicamente fallita: come non dirgli di NO (e non solo in Grecia)?

Mancano 24 ore al referendum greco. Il risultato appare incerto. Gli effetti della paura sono difficilmente misurabili, ma un peso lo avranno. E di certo peseranno le incredibili incertezze di Tsipras. Ciò nonostante il NO può comunque prevalere, sia pure in un paese profondamente spaccato in due.
Chiara dovrebbe essere a tutti, tranne che ai marziani del KKE (il partito comunista greco ha dato indicazione di annullare la scheda), l'importanza del risultato che scaturirà dalle urne domani sera.

Comunque vada, le vicende di questi giorni sono di grande insegnamento, non solo per i greci ma per tutti i popoli d'Europa.

Vediamoli, questi insegnamenti:

1. UE antidemocratica
L'Unione Europea è un'entità assolutamente antidemocratica. Non solo per quelle che sono le sue istituzioni, per i suoi processi decisionali. L'UE è strutturalmente antidemocratica perché la sua natura - la sua natura, non solo la sua politica - è profondamente oligarchica. Una gabbia pensata e realizzata per schiacciare i popoli ed ogni istanza di giustizia sociale. Per noi non è una novità, ma la vicenda greca lo ha mostrato anche ai ciechi. «Non ci può essere scelta democratica contro i trattati europei», questo affermava già a gennaio il sig. Juncker, l'alcolista lussemburghese messo a capo dell'euro-oligarchia. Lo stesso Juncker che, insieme a tanti capi di governo, minaccia ora i greci, intimandogli di votare SI' pena i più tremendi sfracelli. La democrazia è incompatibile con l'Unione Europea, questo è il primo insegnamento.

2. UE irriformabile
L'Unione Europea è irriformabile. Lo abbiamo detto tante volte, ma cosa c'è di meglio della prova dei fatti? In 5 mesi di "trattative" l'UE non si è spostata di una virgola dai suoi diktat. Il governo greco certo sperava in un diverso atteggiamento di alcuni governi. All'inizio aveva perfino sperato in Renzi... Alla prova dei fatti la Grecia è rimasta sola, con la Germania a far da padrona, i "nordici" ad ululare contro i "fannulloni" del Mediterraneo, gli iberici a fare il tifo per il sig. Schäuble affinché la durezza del suo messaggio arrivi ben chiara ai loro popoli in vista delle prossime elezioni. Come si fa, in un quadro come questo, a rilanciare la parola d'ordine dell'«altra Europa», come se fosse possibile modificare dall'interno un simile mostro? Non pretendiamo una risposta dai sinistrati italiani, perché costoro preferiscono la declamazione all'analisi, ma certo i popoli cominciano a capire la realtà delle cose.

3. UE fallita
La compattezza del resto dell'Eurozona contro la Grecia potrebbe far pensare che, tolti appunto i greci, stia prendendo forma nei fatti una spinta verso l'unità politica. Cosi non è. I governi europei sono uniti contro la Grecia per un solo e contingente motivo: perché vogliono rovesciare l'unico governo europeo che, pur con tanti limiti, ha un programma fortemente anti-austeritario. Se il governo Tsipras cadesse, essi tornerebbero a litigare su tutto, come la vicenda dell'immigrazione dimostra ad abundantiam. Vedrete, ad esempio, come il bulletto che disgraziatamente governa l'Italia, oggi diligente scolaretto tutto intento ad arrufianarsi la maestrina Merkel, avrà i suoi problemi in autunno quando toccherà a lui fare "i compiti a casa". In ogni caso, dovrebbe essere chiaro a tutti che l'UE è tutto fuorché un'Unione, che non si vede quale unione politica possa essere mai possibile quando si spinge un paese al suicidio economico ed al disastro sociale, quando non solo non si prevede nessun trasferimento di ricchezza da chi è più ricco verso chi è più povero, ma si continua a pretendere pervicacemente l'esatto contrario. Impossibile non prendere atto del fallimento dell'UE come progetto di unione politica. Gli Stati Uniti d'Europa - che per noi sarebbero comunque un vero incubo - continuano forse ad essere il sogno di una certa sinistra fisiologicamente in ritardo sui processi reali, ma è un fatto che non vi sia più alcun governo europeo che vi creda davvero. Il fallimento politico dell'UE è ormai evidente a (quasi) tutti.

4. Euro moneta straniera
E' forse questo l'aspetto più eclatante. Quello messo in evidenza dalle (peraltro per niente agitate) code ai bancomat. Con la sovranità monetaria queste scene sarebbero state semplicemente inconcepibili. Uno stato sovrano può andare certamente in crisi, può vedere svalutata al di là del voluto la propria moneta, ma non resta mai privo di liquidità. Invece, con una moneta straniera questo non solo può accadere, ma è esattamente quanto sta avvenendo questi giorni in Grecia. Se la Bce vuole il paese ellenico è in ginocchio. In quale misura metterlo in ginocchio viene graduato in base a precisi calcoli politici. E' così difficile rendersi conto di questa mostruosità? Non crediamo proprio.

5. Non può esistere l'euro senza austerità
Il solito Schäuble lo ha detto senza infingimenti. Non è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca, questa è la verità. Dato che l'euro è la moneta di un'entità sovra-statuale, e dato che questa entità non vuole e non può attuare politiche solidaristiche al proprio interno, non restano che le politiche austeritarie per ottenere quella disciplina fiscale e di bilancio senza la quale una moneta senza Stato andrebbe irrimediabilmente in crisi. Ma le politiche di austerità, da applicare principalmente ai paesi della periferia mediterranea, hanno anche un altro scopo: quello di ottenere una forte svalutazione interna al posto dell'impossibile svalutazione esterna. E la svalutazione interna è quella che i popoli pagano maggiormente in termini di diminuzione dei salari, delle pensioni, dei diritti, ma anche del valore di beni piuttosto diffusi come la casa. Ad ogni modo, l'euro senza austerità è (almeno per i paesi mediterranei) semplicemente impossibile. Speriamo che i popoli interessati, a partire da quello greco, comincino a prenderne coscienza il prima possibile.

6. Ma l'austerità uccide l'economia
Che l'austerità uccida l'economia è ormai nella consapevolezza di decine di milioni di persone in tutta Europa. Sono finiti i tempi in cui si propagandava l'austerità come una virtù che avrebbe favorito la crescita. Oggi a questa favoletta edificante non crede più nessuno. I fatti che la smentiscono sono troppo grandi. Eppure - a dimostrazione di quanto siano irriformabili l'euro e l'UE - ai popoli del sud si continuano a proporre (più esattamente, ad imporre) politiche di austerità. Clamoroso il caso greco. Al governo di Atene, che ha accettato una spaventosa manovra fiscale pari al 2% del Pil (come se in Italia si proponesse una finanziaria di 33 miliardi di euro), la troika (UE, BCE, FMI) ha risposto che ancora non basta, che ulteriori sacrifici sono necessari. In realtà tutti sanno che l'economia greca, che ha perso in questi anni il 25% del Pil, non può reggere una nuova manovra di questo tipo. Essa produrrebbe un nuovo approfondimento della recessione, nuovi disoccupati, crescente povertà. Chi teme le innegabili difficoltà dell'uscita dall'euro, sappia che l'alternativa è questa e solo questa. 

7. Il referendum e il governo Tsipras 
Del referendum non c'è che da attendere l'esito. Certo, il governo di Atene avrebbe potuto respingere il diktat della troika senza sottoporsi al rischio di un voto dominato dalla paura. D'altro canto il referendum è pur sempre meglio dell'accordo che si profilava la settimana scorsa. Il fatto che Tsipras abbia fatto ricorso a questa mossa, stretto anche dallo scontro interno a Syriza, ci parla chiaramente delle contraddizioni della sua linea politica. Quelle di cui ci siamo occupati al punto 5, riguardo al fatto che non si può pretendere la fine dell'austerità restando dentro all'infernale sistema chiamato euro. Queste contraddizioni hanno riempito la cronaca dei giorni scorsi e sono un pesante fardello per quelli che ci attendono. Per capirci, ma come si fa a chiamare il popolo al giudizio supremo il venerdì, per poi cercare di riaprire il negoziato con la troika il martedì successivo? Come si fa a dichiarare (giustamente) di essere sotto ricatto, per poi promettere un inverosimile accordo entro le 48 ore successive al referendum? Anche comprendendo tutte le esigenze tattiche del caso, non si può non vedere come il governo greco abbia trasmesso in questi giorni un'immagine di straordinaria debolezza.

8. Un nuovo Oxi day
La speranza è che il popolo greco - a dispetto di tutte queste incertezze - decida di celebrare domani un nuovo Oxy day. Una nuova giornata del NO, come quella che viene ricordata ogni anno il 28 ottobre, nell'anniversario dell'ultimatum di Mussolini del 1940. Ultimatum che venne appunto respinto con un semplice NO. Vista l'incertezza non è adesso possibile prevedere il risultato. Quel che possiamo già valutare sono invece le conseguenze dell'esito referendario. Se una vittoria del SI', per quanto di misura, rafforzerebbe non poco la dittatura eurista, quella del NO aprirebbe la strada ad uno scenario assai più favorevole a tutte le forze che contro questa dittatura si battono. Davvero non è difficile comprendere l'entità della posta in gioco.

venerdì 12 giugno 2015

«FERMARE I MIGRANTI? LA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI CAPITALI FA DANNI SOCIALI MOLTO PIÙ GRANDI» di Emiliano Brancaccio*

[12 giugno ]  

Afferma giustamente Brancaccio nell'intervista a l'Espresso di oggi:
«La libera circolazione dei capitali scatena una competizione al ribasso tra lavoratori molto più intensa di quella che si verifica tra nativi e immigrati. La lotta all’immigrazione è solo un diversivo per evitare di affrontare le vere cause della crisi economica e sociale».
D. Dice Enrico Letta, in una recente intervista all’Espresso: «Non credo che l’uscita della Grecia dall’euro sia una prospettiva realistica». È così?
R. «Nel breve termine può darsi che abbia ragione. Ma i titoli greci con scadenza tra due anni si stanno scambiando allo stratosferico tasso d’interesse del venticinque percento. È il segno evidente che sui mercati si continua a scommettere sul futuro default della Grecia e quindi sulla possibile uscita del paese dall’Euro. Questa previsione è avvalorata dall’estenuante trattativa sul debito greco. Le istituzioni europee costringono il governo Tsipras in una contesa che non affronta i problemi di sostenibilità del debito: al massimo li rinvia e sotto certi aspetti li aggrava».
L’economista Francesco Giavazzi sostiene che a questo punto è meglio che i greci abbandonino l’euro: a suo avviso il resto dell’Unione non ne risentirebbe.
«Quelle di Giavazzi suonano un po’ come le ultime parole famose, simili a quelle che pronunciò dopo il crollo di Lehman… In realtà la storia dei regimi monetari ci dice che l’uscita di un paese genera effetti a catena su tutti gli altri».
Il ministro Padoan, però, sostiene che l’Italia è al sicuro rispetto agli effetti di un’eventuale “Grexit”. È così?
«Chi pensa che la crisi della Grecia rappresenti un fenomeno circoscritto si sbaglia: non si tratta di una mela marcia in un sistema altrimenti sano, è il sistema che non funziona. Come può reggere, d’altronde, un’unione monetaria in cui il paese egemone, la Germania, per oltre un decennio fa concorrenza sui salari allo scopo di guadagnare competitività e accumulare surplus verso l’estero? È un meccanismo che trascina tutti nella deflazione e nella crisi, a cominciare dai paesi più deboli del Sud Europa, inclusa l’Italia».
Però la Spagna sta andando bene e in Italia l’occupazione tra marzo e aprile è ripartita. È il vanto di Renzi.
«Esaltarsi per un picco mensile dell’occupazione è semplicemente grottesco. Se prendiamo le proiezioni annuali della Commissione europea, notiamo che alla fine del 2015 l’occupazione in Italia dovrebbe crescere di circa centotrentamila unità rispetto all’anno precedente. È una previsione ottimistica, ma se anche fosse confermata ci troveremmo comunque con un milione di posti di lavoro in meno in confronto al 2008. Anche la celebrata ripresa spagnola è modesta: alla fine dell’anno avranno due milioni e mezzo di occupati in meno rispetto al 2008. Nel Sud Europa la crisi è stata devastante: negli ultimi sette anni le insolvenze delle imprese sono esplose, con aumenti del 148 percento in Italia e del 153 percento in Spagna. Questi numeri segnalano il rischio di nuove crisi bancarie nell’eurozona. Una crisi che le istituzioni europee, per i loro conflitti interni, non sapranno gestire. Draghi, che pure ha annunciato un aumento di liquidità per le banche greche, è come un pistolero davanti alle belve della speculazione: da tre anni agita la sua arma per impaurirle, ma quando capiranno che è stato dotato di pochi colpi in canna saranno guai».
In questo scenario diverse forze politiche battono sull’idea di uscire dall’euro, con discreto successo. La Lega di Salvini, ad esempio, intercetta gli istinti di un certo elettorato, soprattutto sulla lotta all’immigrazione, ma cavalca molto anche l’euroscetticismo.
«I partiti che mescolano xenofobia e antieuropeismo mietono consensi in tutto il continente. La Lega oltretutto condisce la sua piattaforma politica con una spruzzata di liberismo fiscale: la flat tax, vale a dire un’aliquota unica per tutti, ricchi o poveri che siano. È la tipica risposta di destra alla crisi della globalizzazione e dell’unificazione europea».
Il Pd di Renzi tuttavia continua a ritenere Salvini un avversario in fin dei conti facile: un estremista che può crescere ma non può vincere. Pensa che stiano sottovalutando il problema?
«Penso che con gli ultimi, nefasti provvedimenti sul lavoro e sulla scuola il Pd abbia perso molti consensi e che il suo primato sarà attaccabile da più parti. Ma la questione principale a mio avviso è un’altra. Gli slogan di Salvini e degli altri leader delle destre xenofobe si stanno diffondendo ben oltre il perimetro dei loro partiti. Sarkozy che arranca dietro Le Pen proponendo una messa in discussione degli accordi di libera circolazione delle persone in Europa, e Cameron che insegue l’Ukip sul fronte della lotta all’immigrazione, sono prove del fatto che c’è una tendenza generale a sdoganare i temi delle destre reazionarie. Una tendenza che ormai investe i partiti dell’establishment europeo e lambisce anche il Pd e i socialisti».
E invece, quale dovrebbe essere la risposta della sinistra, sull’Europa?
«Gli eredi delle sinistre novecentesche sembrano ancora legati a una retorica europeista e globalista che li rende incapaci di interpretare l’attuale fase storica. Si continua a rimestare lo slogan inverosimile degli “Stati Uniti d’Europa” quando invece bisognerebbe iniziare a delineare un piano ragionevole per superare l’assetto insostenibile dell’Unione monetaria europea. Ma i problemi non riguardano solo il futuro dell’eurozona: è sul tema più generale della globalizzazione che le sinistre ragionano in base a schemi superati dagli eventi».
Lei cosa propone?
«Bisognerebbe riconoscere che stiamo attraversando una fase di crisi dell’unificazione europea e della stessa globalizzazione. E bisognerebbe avviare un lavoro collettivo per cercare di affrontarla in termini opposti e speculari a quelli delle destre xenofobe. Se le destre propongono di arrestare i flussi di immigrati, contro di esse bisognerebbe proporre di arrestare i movimenti indiscriminati di capitale a caccia di vantaggi fiscali, bassi salari e alti profitti. Ed ancora: le destre invocano misure protezioniste per favorire interessi capitalistici particolari? Per fronteggiarle bisognerebbe proporre di condizionare i movimenti generali di capitali e di merci al rispetto di determinati standard sociali e del lavoro. Ossia, bisognerebbe introdurre limitazioni agli scambi verso quei paesi che, riducendo gli standard sociali e salariali interni, alimentano la competizione internazionale al ribasso, mentre si dovrebbe rafforzare la cooperazione tra i paesi che sono disposti a contrastare il dumping sociale e la deflazione».
Non è però una proposta compatibile con l’euro e con i trattati europei di libero scambio.
«Ovviamente no: una parte dei trattati andrebbe riscritta con chi ci sta, e sarebbe anche ora. Ma non è un’idea del tutto nuova. Trae spunto dall’articolo VII dello statuto del Fmi e dai contributi in tema di “standard del lavoro” della Organizzazione Internazionale del Lavoro. Potremmo chiamarla “standard monetario sociale”, una possibile bussola per interpretare in chiave moderna e progressista questi tempi durissimi».
Insomma: mentre le destre vogliono bloccare l’immigrazione, lei propone di bloccare i movimenti indiscriminati di capitale. Esatto?
Certo. Sarebbe anche un modo per riportare razionalità nel dibattito politico. La libera circolazione dei capitali scatena una competizione al ribasso tra lavoratori molto più intensa di quella che si verifica tra nativi e immigrati. La lotta all’immigrazione è solo un diversivo per evitare di affrontare le vere cause della crisi economica e sociale.
Pensa che oggi esistano forze politiche pronte ad accogliere idee del genere?
«Se tra gli eredi più o meno degni delle sinistre novecentesche non maturerà una visione maggiormente realistica dell’attuale fase delle relazioni internazionali, l’unica risposta alla crisi della globalizzazione e dell’unificazione europea avrà un chiaro marchio di destra: una miscela perversa di liberismo e xenofobia, il futuro peggiore possibile».

* Fonte: L'Espresso 12 giugno e Emiliano Brancaccio

giovedì 4 giugno 2015

SYRIZA: ECCO LA MOZIONE DELLA SINISTRA INTERNA

[ 4 giugno ]

Ieri sera Tsipras è giunto a Bruxelles per quello che potrebbe essere l'ultimo round del negoziato con la troika. Si è visto con il presidente della Commissione europea Juncker ed il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. Senza un accordo la Grecia potrebbe andare in default già venerdì prossimo, quando scade la rata da 300 milioni di euro al Fmi. Le agenzie di questa mattina battono parlano di "passi avanti". Vedremo. Sulla carta l'accordo sembra impossibile: Atene chiede la fine dell'austerità, i creditori invece la esigono perché vogliono che siano rimborsati i loro prestiti. 
In concreto: la troika esige dalla Grecia un avanzo primario (la differenza fra la spesa pubblica e le entrate tributarie e extra-tributarie esclusi gli interessi da pagare sul debito) dell'1% per il 2015, del 2% per il 2016, del 3% per il 2017 e del 3,5% per il 2018. Gli strozzini della troika vogliono passare come magnanimi e ricordano che nel memorandum imposto al governo precedente di Samaras si prevedeva un avanzo del 3% per il 2015 e 4,5% per gli anni successivi. 
Se Tsipras accetterà avremo la continuazione dell'austerità, per quanto un po' meno crudele, e nessuna uscita dal marasma. E se accetterà, come scrivevamo il 31 maggio una scissione di SYRIZA sarebbe nell'ordine delle cose. La forte sinistra interna ha infatti annunciato che respingerà ogni accordo con la troika che preveda la continuazione dell'austerità.

Qui sotto la Risoluzione presentata dalla Piattaforma di Sinistra al comitato centrale di Syriza lo scorso 24 maggio (respinta con 95 voti contro 75)


«È ormai chiaro che le “istituzioni” non stanno lottando per ciò che qualcuno chiama un “onorevole compromesso”. Un “onorevole compromesso” non può esistere in nessun modo per mezzo di privatizzazioni e nuovi carichi per la classi popolari e di certo non può esistere senza una reale fine dell’austerity, senza una ristrutturazione del debito (o della maggior parte di esso) e senza un adeguato approvvigionamento di liquidità per rivitalizzare l’economia.

Ciò a cui la cerchia che governa la UE, nella BCE e nel FMI sta brutalmente e consistentemente puntando negli ultimi mesi, è di strangolare l’economia, di spremere fino all’ultimo euro dalle riserve dei paesi e di spingere i governi “non protetti” alla piena sottomissione e ad una umiliazione esemplare.

Questa tattica dei membri della UE è stata presentata anche nel summit di Riga.
Il governo non ha altra opzione che procedere al contrattacco con un piano alternativo, basato sulle promesse pre-elettorali di SYRIZA e sugli annunci programmatici del governo.

Le seguenti misure devono essere immediatamente attuate:

* L’immediata nazionalizzazione delle banche con tutte le necessarie misure aggiuntive per assicurare le loro funzioni secondo criteri sociali, di trasparenza, di produttività e di sviluppo.

* La creazione della legalità democratica e la trasparenza sui media dominanti, a fianco del controllo sostanziale del prestito obbligazionario.

* La fine immediata di ogni rete di protezione per gli oligarchi del paesi coinvolti in scandali.
* La sospensione dei privilegi e delle immunità per i grandi interessi economici.

* La tassazione sostanziale della ricchezza e delle grandi proprietà, così come la tassazione dei guadagni elevati e dei profitti delle grandi aziende.

* L’immediata e completa reintroduzione, salvaguardia e attuazione della legislazione sul lavoro e dei diritti dei sindacati.

Il governo deve controbattere in modo decisivo alla propaganda della cerchia dei governi europei, che terrorizza le persone con lo scenario del totale disastro che, secondo quanto detto, la sospensione della copertura del debito e l’eventuale uscita dall’Eurozona porterebbero al paese.

Il più grande disastro a cui il paese deve fare fronte è l’imposizione di un nuovo memorandum di qualsiasi tipo e l’estensione dei passati memoranda.

Tali sviluppi devono essere evitati con ogni mezzo e sacrificio necessario.
Ogni soluzione alternativa per una politica progressiva contro i Memoranda include prima di tutto la sospensione della copertura del debito. Malgrado tutte le difficoltà che comporta, questa opzione è di gran lunga preferibile a qualsiasi altra, in quanto offre al paese speranza e prospettive.

Se le “istituzioni” (l'ex troika - ndr) continuano con la loro politica di ricatto nei prossimi giorni, il governo ha il compito di affermare chiaramente che da qui in avanti non “spennerà” più il popolo greco saccheggiando i suoi risparmi, non procederà al prossimo pagamento del FMI e che intende portare avanti soluzioni alternative per il futuro del paese sul piano economico, sociale, politico e strategico, a salvaguardia del suo programma».


da anticapitalista.org
traduzione di Irene Alberici

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