lunedì 22 luglio 2019

CI HA PAURA NON VADA ALLA GUERRA di Leonardo Mazzei

[ martedì 23 luglio 2019 ]



«Posto che una fase di emergenza va effettivamente messa nel conto (ma non nei termini ipotizzati dal Gionco), essa non sarebbe comunque troppo lunga. E qui voglio essere brutale ma chiaro: se non siamo nemmeno capaci di immaginare e di affrontare qualche giorno senza il bancomat, è giusto che rimaniamo schiavi. Non si può infatti avere la botte piena (la sovranità) e la moglie ubriaca (il quieto vivere senza scossone alcuno)».

In risposta a Davide Gionco



Chi ha paura non vada alla guerra. Ecco un detto che chi si occupa delle cose della politica sempre dovrebbe rammentarsi. E come non farlo, ricordando Sciascia, nel momento in cui gli ominicchi potrebbero lasciare il posto ai quaquaraqua? Ma non è di "grande" politica che vogliamo occuparci oggi, bensì di un problema più circoscritto: quello dei sovranisti alimentati a paura, quelli del "vorrei ma non posso", del "prima bisogna...", eccetera eccetera.

Stavolta ce ne offre lo spunto uno scritto di Davide Gionco, apparso su "Scenari economici". Il ritornello è sempre il solito: uscire dall'euro è difficile, la Bce ci strangolerebbe, il consenso non ci sarebbe (o comunque non reggerebbe), meglio sarebbe stato esserne fuori, ma ormai...


Certo in maniera del tutto involontaria sono proprio questi discorsi il regalo più grande che si possa fare alle oligarchie euriste. Del resto, anche tra i dominanti non manca chi riconosce che l'euro sia stato un errore, aggiungendo però subito dopo che adesso uscirne sarebbe semplicemente catastrofico.

Già tre anni fa chi scrive polemizzò con un articolo di Giorgio Lunghini, il cui succo si condensava in questa frase del noto economista scomparso nel 2018: 
«In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'"Hotel California" nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire».
Un concetto assurdo in sé, quello della "impossibilità", che se preso sul serio ci condurrebbe dritti dritti nelle accoglienti braccia di Francis Fukuyama e della sua "Fine della storia", pensata e scritta dopo la disgregazione dell'Urss. Ma se del politologo americano di origine giapponese oggi ben pochi si ricordano, una ragione certo ci sarà. Purtroppo, però, certe visioni (stavolta cucinate in salsa tecnicista) si son fatte strada in tanti mondi, anche in quello sovranista. Ed una delle idee che circolano è che, non solo non ci sarebbe più spazio per le sollevazioni come per le rivoluzioni, non solo sarebbe vietato pensare, aspirare e lottare per una diversa società, ma pure uscire da due costruzioni politiche come l'euro e l'Ue sarebbe un'impresa quasi impossibile.

Il brutto è che mentre l'"impossibilismo" (mi si passi il termine) di Lunghini era tutto da ascriversi — singolare paradosso dei tempi nostri — al conservatorismo della cosiddetta "sinistra radicale"; quello adombrato da certi sovranisti, pur essendo animato da opposti obiettivi, rischia di condurci anch'esso nei meandri dell'impotenza. Ma la lotta per la sovranità nazionale non si alimenta con la paura, quanto piuttosto con la ragionevole speranza di una liberazione che non potrà tardare a lungo.


L'articolo di Davide Gionco


Partendo dalla fosca cornice di cui sopra, l'idea proposta da Gionco non è certo nuova. In breve: anziché uscire dall'euro, la moneta unica verrebbe semplicemente aggirata con l'introduzione di una moneta parallela. Avremmo così un parto indolore e tutti vivrebbero felici e contenti. Il primo paradosso di questo ragionamento è che dopo aver descritto un nemico pressoché invincibile, alla fine egli dovrebbe gettare la spugna dopo una manovra di aggiramento di cui (evidentemente) non si sarebbe accorto in tempo. Bah!

Prima di entrare nel merito dell'articolo voglio però ricordare due cose. La prima è che mai e poi mai abbiamo pensato ad un'uscita indolore dall'euro, il che non vuol dire però che essa debba essere immaginata e descritta come una catastrofe, come una sorta di Terza guerra mondiale. La seconda è che riteniamo positiva (e per certi aspetti necessaria) l'introduzione di una moneta parallela, e non a caso siamo a favore dei Mini-Bot, ma riteniamo che questa mossa abbia senso solo nell'ambito della prospettiva dell'uscita piena dall'euro e dalla Ue.

Detto questo, veniamo ad alcune affermazioni centrali dell'articolo in questione. Scrive Gionco:
«La soluzione al problema sembra semplice: “usciamo dall’euro!”. E traditori sono i politici che avevano promesso di farlo ed ora non lo dicono nemmeno più. Cerchiamo ora di capire perché, se anche sarebbe cosa buona che l’Italia non fosse mai entrata nell’euro e sarebbe cosa buona oggi trovarci fuori dall’Eurozona, vi sono delle difficoltà oggettive a realizzare il passaggio “da dentro a fuori”. E sono certamente queste difficoltà a far tacere i politici, quei pochi che hanno capito il problema, su questo argomento. Il fatto principale è che l’euro non è solo una moneta. E’ soprattutto un sistema di regole comuni a molti paesi europei, una organizzazione  complessa e interconnessa».
Lo ripeto a scanso di equivoci: non siamo mai stati tra i "facilisti" del "tutto e subito", ma giustificare certe giravolte dicendo che quei politici «hanno capito il problema» è davvero un po' troppo. Che l'euro sia un sistema oltre che una moneta è cosa fin troppo nota, scoprirlo ora o è tardivo o è furbesco.

Ma è davvero impossibile uscire da quel sistema? Qui Gionco fa sfoggio di un catastrofismo davvero fuori luogo. Per rendercene conto leggiamo due passaggi. Così si esprime nel primo:
«Se la BCE, sulla quale la Repubblica Italiana non ha sostanzialmente alcuna autorità, decide di bloccare il sistema bancario, succede che tutto il nostro denaro non lo possiamo più utilizzare. Ovvero: la BCE ha il potere di bloccare il sistema dei pagamenti bancari».
Ha la Bce questo potere? Ovviamente sì, ma ce l'ha finché restiamo nell'euro. Dopo no. Un minuto dopo l'uscita questo potere svanisce nel nulla. Una ragione in più per percorrere quella strada. Il problema è semmai nella fase precedente all'uscita, ma appunto per questo dilatarla oltremodo sarebbe un errore, quello sì, catastrofico.

Vediamo ora il secondo passaggio:
«Se un governo democraticamente eletto decide di “uscire dall’euro”, la BCE lo minaccia con il blocco del sistema dei pagamenti. Mentre quel governo converte le euro-banconote in neo-lire, tutti noi ci troveremmo impossibilitati a ricevere lo stipendio sul nostro conto corrente bancario, non potremmo pagare le bollette, non potremmo ritirare banconote dai bancomat. Non è fantascienza, sono fatti a cui abbiamo già assistito in Grecia o a Cipro. O anche in Argentina nel 2001-2002. Non solo: lo Stato non potrebbe più ricevere i pagamenti delle tasse, né pagare gli stipendi. Si fermerebbe la macchina dello Stato, i trasporti, gli ospedali, l’economia intera. Come già successe in Argentina nel 2001, non potendo convertire le nostre “note contabili” presso le banche nei beni e servizi di cui abbiamo bisogno per vivere, ci sarebbero gli assalti ai supermercati per potersi procurare anche solo da mangiare e ci sarebbe la fuga dalle città verso le campagne, dove almeno è possibile trovare del cibo senza pagarlo».
Questo catastrofismo, francamente incommentabile, non ha davvero giustificazione alcuna. E per diversi motivi. In primo luogo, un governo minimamente capace non avrebbe troppe difficoltà a prendere tutte le contro-misure del caso. In secondo luogo, uscire dall'euro non è "uscire dal mondo" e neppure "uscire dall'Europa", e non è difficile prevedere che un po' tutti i paesi europei farebbero a gara per mantenere e sviluppare affari e commerci con l'Italia post-euro. Assurdo dunque spargere terrore sul sistema dei pagamenti bancari.

In terzo luogo, posto che una fase di emergenza va effettivamente messa nel conto (ma non nei termini ipotizzati dal Gionco), essa non sarebbe comunque troppo lunga. E qui voglio essere brutale ma chiaro: se non siamo nemmeno capaci di immaginare e di affrontare qualche giorno senza il bancomat, è giusto che rimaniamo schiavi.

Non si può infatti avere la botte piena (la sovranità) e la moglie ubriaca (il quieto vivere senza scossone alcuno).

Avendone scritto tante volte in passato, non la faccio qui troppo lunga sulla questione del debito pubblico, altro tema che preoccupa Gionco. Detto che sono totalmente d'accordo sulla sua rinazionalizzazione, non riesco veramente a comprendere il suo allarmismo. Lo spread è un problema, ma solo finché restiamo nell'euro senza una Banca centrale che faccia il suo lavoro di prestatrice di ultima istanza. Al massimo, per un periodo brevissimo, si tratterà di rinviare di qualche giorno il pagamento dei titoli in scadenza. Gli investitori inizieranno a vendere alle prime avvisaglie dell'uscita? Facciano pure. A loro decidere se svendere in euro od essere ripagati al 100% in nuove lire. Per lo Stato italiano nulla cambierebbe.


In conclusione


Se mi sono occupato dell'articolo di Gionco, non è solo per mettere in guardia da un catastrofismo che fa soltanto (evidentemente al di là delle intenzioni) il gioco delle èlite. E' anche per segnalare un errore di fondo ancora più grande.

Siamo talmente immersi nel mondo della tecnica da ridurre ogni questione ad un problema tecnico. E siccome la materia monetaria ha una sua complessità, i problemi tecnici sembrano l'aspetto principale. Errore, errore madornale. Gli aspetti tecnici hanno la loro importanza, ma mai vengono per primi.

Il nodo principale, quello veramente decisivo, è puramente politico. Quel che occorre è il potere politico, la volontà di agire per l'Italexit, la determinazione a farlo nelle condizioni più favorevoli (o meno sfavorevoli) per l'interesse nazionale e per quello del popolo lavoratore. Ciò che conta è questa capacità decisionale, questo doveroso coraggio unito alla mobilitazione popolare.

Poi verrà la tecnica e con essa i tecnici. Ma se vi saranno potere, volontà e determinazione, non mancherà di certo la capacità tecnica di risolvere ogni questione.

Nel frattempo non lasciamoci imbrigliare in risposte che sembrano più facili, ma che non solo non lo sono (vedi la risposta della Cupola eurocratica ai Mini-Bot), ma che rischiano di illudere sulla possibilità di evitare lo scontro col blocco eurista. Più che sfornare una ricetta tecnica al giorno, c'è adesso bisogno di costruire un percorso politico. 

La manifestazione del 12 ottobre servirà proprio a questo.


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ALITALIA DÉJÀ VU... di Antonio Amoroso (C.U.B. Trasporti)

[ lunedì 22 luglio 2019 ]

UNA NAZIONALIZZAZIONE BIDONE



Dopo oltre 2 anni dal commissariamento dell’Ali-Etihad voluto da Calenda per rappresaglia contro l’opposizione dei lavoratori all’ennesima richiesta di sacrifici occupazionali, salariali e normativi, l’ipotesi, formulata dal Governo attuale, di definizione di una cordata di investitori pubblici e privati in grado di salvare e rilanciare Alitalia svanisce.

La scadenza del 15.7.2019 fissata da Di Maio per la presentazione delle offerte vincolanti da parte di FS e dei papabili investitori privati, nei fatti viene svuotata e tutto si rimanda ancora una volta.

In aggiunta, quanto sta emergendo sul contenuto del Piano AZ redatto da FS e Delta è un assoluto déjà vu: un progetto di ridimensionamento della flotta, di licenziamenti, tagli salariali e peggioramento normativo.

Un Piano in assoluta continuità con quelli falliti ed archiviati che hanno attuato i “Capitani Coraggiosi” che intervennero dopo la privatizzazione nel 2008 e che hanno redatto i cavalieri bianchi di Etihad nel 2014.

A peggiorare la situazione c'è che, se il Piano AZ non sarà cambiato, ad attuarlo sarà un CdA espressione dell’investitore pubblico che deterrà la maggioranza del capitale della “Nuova Alitalia”, composto al 37% da FS (controllata al 100% dal Tesoro), 15% dal Mef (convertirà parte del prestito ponte di 900 mln erogati dal precedente Governo per la gestione commissariale), 10-15% da Delta Airlines e il restante circa 40% affidato ad uno dei concorrenti manifestatisi di recente (Toto, l’azionista di Avianca, Lotito e Atlantia).

La circostanza che il capitale sarà a maggioranza pubblica, se da una parte rende merito all’azione del Governo per la scelta coraggiosa che ha saputo attuare, dall’altra rappresenta un rischio per la sopravvivenza di Alitalia se l’intera operazione dovesse fallire.

Il fallimento di tale operazione darebbe fiato ai detrattori dell’intervento pubblico che tanto hanno fatto e continuano a fare per impedire una soluzione di completa nazionalizzazione di Alitalia: la liquidazione rappresenterebbe l’approdo certo e non ritengo possa esserci prova di appello se fallisse tale ultima chance.

Di fatto, però, il Piano AZ di cui come Cub Trasporti abbiamo ampiamente dato risalto e che molti quotidiani hanno ripreso e confermato nelle linee generali, costituisce una gravissima minaccia, in quanto fallimentare e senza alcuna prospettiva di riuscita.

Seppure “emendabile” nelle intenzioni di Fs e Delta che l’hanno redatto, è altamente improbabile che possa essere rivoluzionato se il gestore politico non impone lo stravolgimento delle linee cardine del progetto stesso.

D’altra parte Atlantia, che sembra essere in pole-position tra i candidati a rilevare parte o tutta la quota di azioni rimaste senza acquirenti (…e pensare che solo 15 giorni fa Di Maio la definiva azienda decotta e pericolosa per il futuro di Alitalia), ha comunque partecipato alla stesura del Piano stesso e non sembra finora averne preteso lo stravolgimento e/o un miglioramento

A quanto sembra Toto, pur non godendo del favore di Battisti e di FS, sembrerebbe intenzionato a intervenire in AZ per ampliare la flotta e ridurre l’impatto sociale ma di visibile non c’è molto visto che anche l’investitore abbruzzese non ha ancora scoperto le carte.

Meno probabile la partecipazione di Efromovich di Avianca nel capitale AZ, come anche si allontana l’ipotesi Lotito ma neppure per questi ultimi due “concorrenti” si ha alcuna visibilità sulle loro concrete intenzioni e sui loro progetti reali.

Ciò che manca nel Piano AZ preparato da FS e Delta, in cui non si intravede neppure come possa essere realizzato il preventivo risanamento, è il progetto di rilancio, senza il quale il destino della Compagnia di Bandiera resta segnato.

Certo è che gli impegni pre-elettorali su Alitalia assunti dalle forze politiche che oggi compongono la maggioranza dell’Esecutivo non sono rintracciabili nelle 35-40 pagine del Piano AZ.

Salvini, prima di ripensarci e tifare per Lufthansa eppoi per Atlantia, era un sostenitore della nazionalizzazione di Alitalia. Di Maio sosteneva un progetto, a conduzione pubblica, che realizzasse un vero rilancio di Alitalia, senza alcun pedaggio per i lavoratori che avevano gà dato nel corso degli anni precedenti ed un ritorno progressivo al controllo dei flussi turistici da e per l’Italia.

La situazione è molto delicata. Non c’è assoluta chiarezza sul patrimonio netto dell’attuale compagnia commissariata e a quanto pare il prestito ponte sembra essere in via di esaurimento, al punto di non garantire l’operatività di Alitalia oltre la fine dell’anno, se non addirittura prima.

E’ dunque necessario che il Governo, con uno scatto di reni imperioso, sappia imporre una svolta e, scongiurando soluzioni posticce e senza futuro, ridefinisca gli assunti di Piano, in modo da assicurare ad Alitalia risanamento e sviluppo, scongiurando tagli e licenziamenti.

Per fare questo non vedo altre soluzioni che una Nazionalizzazione di Alitalia, con l’intervento di una ricapitalizzazione adeguata che consenta lo sviluppo di un piano che ridia speranze ai lavoratori e tuteli gli interessi della collettività.

Se è vero che, giustamente, per avere un servizio ferroviario adeguato alle esigenze del nostro Paese, le FS beneficiano di un investimento di circa 10 mld l’anno di denaro pubblico da oltre 35 anni, non si capisce per quale motivo un investimento di 2 MLd, destinato alla crescita e allo sviluppo del Trasporto Aereo, possa costituire un problema per le casse dello Stato che avrebbe ben altri benefici.

Si ricordi che dei circa 8 MLD spesi in Alitalia negli ultimi 20 anni, oltre 4 MLD sono stati sperperati nella privatizzazione, per ridimensionare Alitalia e per lasciare a casa oltre 12.mila lavoratori diretti e più del doppio indiretti: è ora di fare investimenti per la crescita e non certo continuare a rimanere prigionieri di scelte miopi e pericolose.

Il ricco mercato del Trasporto Aereo consente la profittabilità degli investimenti, visti gli alti tassi di crescita del traffico passeggeri e la tendenziale prospettiva di aumento del traffico merci: è necessario ribaltare le logiche che in Europa hanno confinato da 20 anni Alitalia a ruolo di cenerentola, assediata dal mercato low-cost più che in ogni altro paese del vecchio continente, generando asimmetrie che penalizzano la crescita e lo sviluppo di una vera Compagnia di Bandiera italiana.

E’ ora di cambiare rotta. In fretta e con lucidità. Altrimenti si precipita.



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SPAGNA: DOVE VA PODEMOS? di Manolo Monereo

[ lunedì 22 luglio 2019]

Riceviamo dal compagno Monereo e volentieri pubblichiamo quanto da egli scritto sul quadro politico spagnolo.
In altri tempi avremmo detto che la situazione, nell'Unione europea, procede seguendo la regola dello "sviluppo ineguale e combinato".
Osservando quanto accade in Spagna (e non solo) pare che la regola debba essere riformulata: lo sviluppo procede in modo diseguale e scombinato. L'Unione è al tramonto, ma le dinamiche interne ai singoli paesi sono differenti e asimmetriche. Dal nostro punto di osservazione la vicenda di cui ci parla Monereo, quella del tentativo di Podemos di cercare un accordo tattico col Pd spagnolo (il PSOE) può sembrare inconcepibile, un precipitato di politicismo senza principi. Mutatis mutandis, fa pensare alle torbide prove di inciucio tra M5s e Pd. Monereo ci spiega che così non è.  E forse così non è. Non è per la semplice ragione che in Spagna non esiste un campo populista di massa anti-euro, detto altrimenti: la contesa tra le forze politiche si svolge tutta entro il campo europeistico, entro il perimetro ingannevole del politicamente corretto. Segno che l'egemonia dell'élite neoliberista, sotto le mentite spoglie del "progressismo", resta fortissima. In poche parole: non appartiene al senso comune spagnolo la connessione strettissima tra crisi d'identità dello Stato spagnolo e il marasma della Ue. Abbiamo così lo spettacolo di una crisi istituzionale e politica tanto profonda, quanto surreale. Monereo afferma che «la posta in gioco — nel gioco tattico tra Podemos e il PSOE di Sanchez —è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra».
E' l'ammissione, almeno così a noi pare, che in Spagna la comparsa di Podemos sulla scena politica spagnola, considerata — anche da noi, al tempo— come il segno di una rottura antisistemica, non è che una postmoderna metamorfosi della sinistra socialdemocratica che fu. Dove qui si seppelliscono i morti, altrove questi ultimi riescono ancora ad allungare le mani sui vivi.

*  *  *



IL COMPROMESSO TRA UNIDAS PODEMOS E IL PSOEUNA TREGUA CATASTROFICA?


di Manolo Monereo


«Possono esserci soluzioni cesariste senza un Cesare, senza una grande personalità "eroica" e rappresentativa»«Ogni governo di coalizione è un grado iniziale di cesarismo, che può o non può svilupparsi fino ai gradi più significativi»Antonio Gramsci

È stata una battaglia dura, molto dura, nel quadro di una guerra che viene da lontano e continuerà. Gli attori principali si sono preparati a questo scontro per molto tempo e ora, finalmente, le carte sono scoperte e la retorica adempie già al ruolo di accompagnatrice nella contesa. Pedro Sánchez fa la sua parte, va a sinistra per ottenere il centeeo della scacchiera. Nel caso a qualcuno non fosse chiaro, ha mostrato senza sottigliezze che la l'egemonia del PSOE, ancora una volta, passa inevitabilmente per la menomazione del  peso elettorale e sociale di Unidas Podemos (UP). Tutto il resto è secondario. Pablo Iglesias ce l'ha chiaro da tempo: affinché Podemos possa avere un futuro, in queste condizioni, deve toccare il potere; il resto è pura illusione, sinistrismo e mancanza di coraggio. Coerentemente, ha fatto un grande sforzo per omologarsi all'esistente, essere una sinistra complementare per poter governare con il PSOE. Iglesias mostra, ancora una volta, un'enorme capacità di reinventarsi e trasformare l'accessorio nella cosa principale.

È importante non trascurare le cose che sono successe e che hanno profondamente segnato il nostro presente. Non confondetevi: siamo, come direbbe Pasolini, in una tipica manovra di "palazzo" in cui il pubblico guarda la scena e deve, in un modo o nell'altro, posizionarsi in quello che finisce per essere — la definizione è di Gentile —una "democrazia recitativa". Il gioco di strategia è sempre stato fatto pensando al presente e al futuro, usando il passato come catalizzatore di una discussione che avrebbe potuto prevedere elezioni future come una minaccia. È la gestione del tempo e del potere. Sebbene possa sembrare il contrario, il PSOE non ha mai cambiato la sua strategia. Alcuni parlavano di "abbraccio dell'orso", altri di neutralizzazione politica. Le elezioni generali del mese di aprile sono state pensate, tra le altre cose, per rafforzare elettoralmente il partito socialista e trasformare UP in un partito "cerniera". La catastrofe era molto vicina ed è stata evitata da una potente campagna del candidato Pablo Iglesias. Convertire l'idea di governare con il PSOE in una rivendicazione plebea è stata geniale, ma non poteva evitare un cattivo risultato elettorale con una significativa perdita di voti e deputati. La cosa più grave era che PSOE e UP non hanno ottenuto la maggioranza per governare. Il PSOE ha utilizzato questo argomento per ottenere la cosa fondamentale: impedire un governo di coalizione con UP. Fin dall'inizio sapevamo che Pablo Iglesias era il problema. Le elezioni europee, municipali e regionali sono state molto vicine alla catastrofe e hanno notevolmente indebolito la capacità negoziale di UP.

Pablo Iglesias non mancano capacità di iniziativa, decisione e una strategia chiara. Ciò che gli è mancato, alla fine, sono stati i voti. Si è mosso con abilità e intelligenza e ha dimostrato ciò che già sapevamo, che il territorio della comunicazione gli appartiene. Rimane l'incognita di sapere quando si è convinto che la chiave fosse governare comunque, con lui alla testa. La richiesta di scuse a Pedro Sánchez durante la mozione di censura ha mostrato che la decisione era già stata presa. Logica che sottostava a quell'atto era evidente: l'impulso del cambiamento si era esaurito; l'organizzazione di Podemos stava entrando in un processo di disintegrazione e perdita di legami sociali; la direzione politica non si è mai consolidata e la lotta tra le frazioni ha finito per minare la pluralità interna. In altre parole stavamo passando da una guerra di movimento ad una guerra di posizione; vale a dire, stavamo entrando in un periodo di accumulazione di forze, di consolidamento e di espansione delle alleanze, di ricerca di un programma alternativo di Paese che ha dato identità, significato e orientamento a una formazione politica che mostra segni allarmanti di debolezza organica e politica. Pablo Iglesias, alla fine, si è reso conto dei problemi reali e ha fatto qualcosa a lui peculiare: ha cercato una scorciatoia, "schiacciando" la situazione, impedendo così in ogni modo la cristallizzazione di una correlazione di forze che poteva condurre al duro ed estremamente difficile mondo di ricostruire, dal basso, organizzazione, programma e strategia. Esprimere la realtà significa questo, ottenere un vantaggio prima che la finestra delle opportunità si chiuda definitivamente. Governare con il PSOE era tattica, strategia e politica; ciò implicava dunque concentrarsi su questo punto e scommettere su di esso. L'obbiettivo sostanziale era una direzione omogenea, un gruppo parlamentare coeso e una relazione privilegiata con i media.

L'argomento di Podemos era, fin dall'inizio. In primo luogo, il PSOE non è affidabile, esso  cambia a seconda che si trovi al governo o dell'opposizione; in secondo luogo, il programma ha poca importanza, dal momento che il PSOE può violarlo senza grossi problemi; in terzo luogo, è necessario un governo di coalizione con una presenza proporzionale dei ministri di Unidas Podemos. Lo ripeto, al centro di tutto, Pablo Iglesias. Se analizziamo questo ragionamento in dettaglio, vedremo che c'è un salto (senza una rete di protezione) tra i primi due passi e il terzo. La politica non è sempre logica, ma deve essere argomentata bene. Cosa si dice veramente? Che non vi siano basi oggettive e soggettive per una politica di governo congiunto tra il PSOE e UP. Il programma del PSOE, o meglio, la sua strategia — è stata mostrata più e più volte in questi due mesi e mezzo — passa per diventare, ancora una volta, l'asse della ricomposizione del sistema politico dominante in Spagna; dipendere da Unidas Podemos diventa un ostacolo che si aggrava all'infinito ove ci fosse un governo di coalizione. UP sa perfettamente che è un socio  indesiderato e che solo con la matematica elettorale andreebbe al governo. Lo dirò chiaramente: un governo di coalizione tra PSOE e UP non è altro che la continuazione del conflitto con altri mezzi e, date le condizioni del dibattito politico in Spagna, sarebbe una tregua, una "pace armata" tra contendenti che sanno che le battaglie decisive stanno arrivando e che, alla fine, la posta in gioco è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra.


Pablo Iglesias ne è uscito rafforzato ed ha guadagnato tempo. Può ora presentarsi a una terza assemblea di Vista Alegre con i compiti svolti e con la magnanimità che deriva dal sapere come fare un passo indietro pubblicamente. Conosce abbastanza la geopolitica per sapere che il sistema mondiale sta attraversando un momento di transizione molto delicato e che una nuova crisi economica, un conflitto in Medio Oriente — con l'Iran, per esempio — sarà sufficiente per far esplodere tutto. L' accordo sulla Catalogna è difficile e Sanchez ha chiaramente segnato il territorio. La questione sociale rimane molto aperta e la posizione del PSOE è, come minimo, confusa; per non parlare delle imposizioni di Bruxelles nella sua ossessione di ridurre il deficit della Spagna. Il segretario generale di Podemos [ Iglesias, Ndt ] deve rispettare Izquierda Unida e il Partito comunista e andare oltre una semplice coalizione parlamentare, sapendo che è necessario prendere iniziative unitarie in un momento in cui Íñigo Errejón [ l'ex numero due di Podemos uscito dal movimento su una posizione moderata, NdT ] pensa seriamente alla costruzione di un nuovo partito. Deve approfittare della tregua per costruire organizzazione, inserirla nella società e creare quadri di partito, qualunque sia il costo. La questione degli intellettuali si è aperta drammaticamente e l'isolamento di Podemos può diventare endemico.

Continuazione del conflitto con altri mezzi. A maggiore cooperazione con il PSOE, maggiore autonomia e differenziazione. Il passo indietro di Pablo Iglesias può essere qualcosa di positivo per lasciare il "palazzo", tornare nelle piazze promuovendo un riarmo morale e intellettuale, ricostruendo i collegamenti perduti e facendo partito. L'alternativa è la subalternità politica, la disintegrazione e la divisione. Il tempo scorre...

* Traduzione a cura della Redazione


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domenica 21 luglio 2019

I TEMPI CHE VIVIAMO, QUELLI CHE VIVREMO di F.S.

[ domenica 21 luglio 2019 ]

Scrivevo pochi giorni fa come il “Deep state” occidentale, di cui espressioni politiche son tanto i neo-cons quanto la frazione Clinton, punti a disarcionare la Lega a trazione salviniana di cui non può tollerare l'apparente volontà strategica di legare Roma mediterranea alla Russia. In questo senso, Salvini, come hanno scritti i reazionari fautori dell’ordine globale liberale ed unipolare occidentale, è "il politico più pericoloso che oggi vi sia". Questo elemento dà anche modo di comprendere i tempi che viviamo e che vivremo.


Alexander Svechin e la guerra non ortodossa


Non fu la scuola tedesca l’ideatrice della guerra lampo, come erroneamente si tramanda nell’ambito della storiografia militare; fu invece il generale russo Aleksey Brusilov (1853-1926) il quale dopo aver elaborato il concetto di offensiva strategica, lo sperimentò con successo nell’estate 1916 nei frangenti della prima guerra mondiale, in quella che sarà tramandata alla storia come l’ultima coraggiosa iniziativa vittoriosa dell’esercito zarista. Allo stesso modo, non sono stati gli americani, né tantomeno i cinesi, i teorici della guerra ibrida ed asimmetrica di cui oggi si fa un gran parlare: fu Alexander Svechin (1878-1938), cristiano ortodosso nato ad Odessa e fervido patriota russo, ucciso impietosamente ed inspiegabilmente dal terrore staliniano, oscura fase a cui solo la “grande guerra patriottica” mise fine riconciliando il popolo russo con lo stato sovietico;“i russi ritrovarono finalmente la Patria…” disse ricordando quei tragici giorni Alexander Solzenicyn, che cita peraltro in più contesti Svechin con notevole ammirazione, ad esempio nel ciclo della “Ruota Rossa”.

Alexander Svechin
Svechin è probabilmente il genio strategico del XX secolo. Gerasimov lo considera una personalità eccezionale, con idee rivoluzionarie e anticipatrici, appartenente al piccolissimo novero dei “fanatici” (nell’accezione positiva del termine) pronti a dare la vita per la santa Russia. 
«Il nostro paese ha pagato con fiumi di sangue il non aver dato ascolto alle profezie di questo professore dell’Accademia dello Stato Maggiore». (V.Gerasimov, Il valore della scienza nella previsione). 
Con decenni d’anticipo rispetto alla “Guerra senza limite” di Liang Qiao-Xiangsui Wang o a quanto finirà per esporre in Occidente il più dotato teorico del realismo liberale che ha sviluppato anni fa l’idea globale di “superimperialismo benigno”, l’ebreo-americano “neokautskyano” Richard Haas; con decenni d’anticipo rispetto alle successive rivoluzioni tecnologiche e alla Cyberwar, Svechin, solitario, intuì la superiorità della tattica sulla strategia. Ciò significa non solo necessità del superamento del vuoto o del brevissimo limite spazio/temporale tra fase di guerra e fase di apparente stasi, ma anche, in contrapposizione alla scuola giacobina-napoleonica e a quella prussiana allora dominanti, ridimensionamento della guerra d’assalto. L’onda lunga dell’insigne pedagogia storica politica di Suvorov (1729-1800) e Kutuzov (1745-1813), della quale la miglior e più vivida rappresentazione ci è data in Guerra e pace di Tolstoj, finisce così per ispirare Svechin.

Elaborando la visione della grande retrovia interna e dello spazio territoriale di profondità, da cui conservare e estrarre le strategiche materie prime, Svechin nei primi Anni Trenta, critico moderato di Clausewitz ma deciso ammiratore di Helmuth Von Moltke (1800-1891), si contrappone al neobonapartismo del maresciallo Tuchacevskij, che verrà anch’egli ucciso dal regime sovietico nel giugno del 1937, teorizzando, ormai certo dell’arrivo della seconda guerra mondiale, che la vittoria militare potrebbe anche corrispondere ad una misera sconfitta geopolitica e politica o viceversa. 

In epoca contemporanea, perciò, la fase strategica per il Nostro non è tanto decisa dall’abbagliante lampo dei missili o dalla fulmineità della pianificazione militare, quanto invece lo possa essere dal profondo intimo possesso di un pensiero politico tattico. Diversamente dall’opera di G.S. Isserson, Nuove forme di combattimento
Un saggio di ricerca sulle guerre moderne (1940), Svechin considerava già dai primi Anni Trenta politicamente superato l’esempio della guerra lampo o le modalità offensiviste e
strategiche. Il concetto di “guerra non ortodossa” implica anzitutto una possibile attenuazione politica e diplomatica della dimensione militare. 

L’apparato profondo industrial-militare americano ha saputo utilizzare per i propri fini, nel corso della guerra fredda, il concetto di “guerra non ortodossa” ben più di quanto abbia saputo fare lo stato profondo sovietico, che soprattutto nella tarda epoca brezneviana ha puntato erroneamente sul militare convenzionale, sbagliando obiettivo. La dottoressa finlandese Rauni Kilde prima di deviare in astrazioni ufologiche, dette la contezza di vari esperimenti indirizzati in tal senso dallo stato profondo occidentale, anche sul piano del controllo mentale di massa. 

La regolazione della bilancia


Tentando di applicare oggi l’immortale lezione di Svechin, ci dobbiamo perciò per forza di cose ricollegare alla teoria della “regolazione” della bilancia di Haas. La regolazione della bilancia interimperialista globale ha l’obiettivo esplicito di una ordinata gestione del declino relativo degli USA. Lo stesso Craig Van Grasstek, specialista americano del commercio con decenni di esperienza accademica e professionale, agente della globalizzazione unipolare per conto di istituzioni come la Banca Mondiale e OCDE, grande cultore del pensiero realista di Tucidide, ha scritto di recente: “Si può immaginare che nel corso di 10 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialiste rimangano immutati? Assolutamente no”. Anche per i realisti liberali, l’ordine liberale, dogmaticamente imposto, ha messo in crisi tutto l’Occidente.

L’ineguale sviluppo politico e economico porterebbe all’erosione del primato globale nord-americano, generato da un lato dalla stabilizzazione policentrica di altre potenze, dall’altra dall’indebolimento strutturale interno statunitense. Hass sostiene a tal riguardo che è quindi necessario prevenire una combinazione ostile di elementi in Europa, nel Golfo Persico, nell’Asia, stabilizzando “bilance accettabili” per l’interesse globale statunitense, prevenendo nella tattica oppositiva o antagonista ogni alterazione eccessivamente sovversiva del quadro geopolitico e geoeconomico tollerabile.

Tuchačevskij, Michail Nikolajevič
La dottrina Haas è una variante, ma realistica, almeno nelle intenzioni, della globalizzazione gestita. Ciò che però oggi emerge a Washington nelle nuove dottrine dell’amministrazione Trump è la tesi centrale che proprio la linea dell’internazionalismo liberale avrebbe consentito ad avversari sistemici dell’Occidente come Russia e Cina di ritornare al centro della contesa globale. All’internazionalismo liberale, tra le righe, nella lotta di frazioni sistemiche occidentali, viene in definitiva anche addebitata la responsabilità politica e economica delle due guerre mondiali: l’ordine liberale globale avrebbe avuto bisogno di far crescere e avanzare le forze che poi lo avrebbero voluto spazzare via, come oggi sta avvenendo con la Cina socialconfuciana. E’ quello che VanGrasstek definisce “il paradosso dell’egemonia”: il mercato mondiale aperto, di cui la superpotenza egemone ha bisogno per rafforzare il proprio pluspotere strategico, non sarebbe affatto garanzia di pace ed equilibrio sistemico. VanGrasstek studia economicamente i due conflitti mondiali, deideologizza gli stessi movimenti storici di tipo fascista e bolscevico e rileva una certa costanza fenomenica in tale ciclo. 
«Negli anni dal 1917 al 2017, gli USA hanno combattuto 9 guerre dichiarate che si sono combattute per 41 anni. Hanno attraversato 18 recessioni durate 38 anni. Essendo le guerre frequenti la metà ma lunghe il doppio delle recessioni, ci si potrebbe aspettare che gli economisti dedichino tanta attenzione a questi fallimenti politici quanta ne dedicano ai fallimenti di mercato. Viceversa, le opere di scienza economica dedicata alla guerra non riempiono nemmeno il più modesto tra gli scaffali».
VanGrasstek, legato allo stato profondo, sostiene però che il trumpismo nazionalpopolare e nazionalizzato durerà molto più a lungo dell’uomo politico Trump e che anche se Cina ed Usa non si impegnassero in conflitti diretti, i tempi che verranno saranno assai caotici.
Secondo la linea trumpiana, le due guerre mondiali sarebbero state precedute da una mondializzazione liberoscambista per molti versi simili a quella odierna. Se ciò può esser vero per quanto riguarda la prima guerra mondiale, di assai ardua definizione complessiva è il quadro caotico che precede la seconda guerra mondiale. 

Equilibrio e rottura dell’equilibrio, nello sviluppo ineguale, non possono che concretamente tradursi nella lotta per l’egemonia politica imperiale o imperialista e proprio il contesto strategico tipico dell’internazionalismo liberale favorirebbe, più di ogni altro, la logica della spartizione ineguale e dello sfruttamento, come mostrerebbe appunto la politica strategica migratoria mediante la quale si sottrae la “catena del valore” e la forza lavoro al continente africano. La trumpiana guerra mondiale dei dazi e delle sanzioni sembra per il momento ridisegnare l’ordine globale, rimettendo momentaneamente al centro l’Impero. Un eventuale fallimento del trumpismo riporterebbe però in auge il partito della guerra mondiale, la frazione Clinton o una nuova frazione neo-cons (che è del resto presente anche se non centralmente nella stessa amministrazione Trump), espressioni dirette del “Deep State” e della dottrina Haas. La frazione Clinton è quel partito elitista che sta provocando oltre modo l’Iran in questi giorni. Quello che è arrivato a Kiev nel 2014 sperando che Putin cadesse nel tranello dell’invasione russa per legittimare la terza guerra mondiale basata sul termonucleare – e in questa ottica si spiega l’ulteriore, enorme rafforzamento russo nel settore nucleare in questi ultimissimi anni. L’apparato militare-finanziario-mediatico occidentale è infatti, nonostante Trump, quasi totalmente diretto da clintoniani e ha fatto della UE l’agente tattico di una aggressiva e suicida politica russofoba.

Momento Craxi della storia italiana


Ispirandosi a un filone del pensiero risorgimentale, Bettino Craxi propose dalla metà degli anni ’80 la tattica della “pace nel Mediterraneo” con l’Italia in posizione centrale: apertura all’Urss e graduale disinnesco del progetto sionista e americano, basato sulla guerra di civiltà alla Palestina allora socialista e cristiana, ai regimi baathisti e alla Libia gheddafiana. Come noto, lo stato profondo occidentale fece fuori il craxismo, costringerà Gorbacev alla catastrofe di civiltà, imporrà il ciclo liberista globale su base transatlantica europea ed avrebbe infine reso il Grande Medio Oriente una polveriera, radicalizzando la borghesia sunnita, portando ancora più instabilità e sangue nella fascia mediterranea. Ho tentato di precisare nei vari articoli precedenti che il Mediterraneo è il centro strategico della nuova contesa globale, non lo è l’Asia né l’Eurasia. 

Oggi, a differenza di quanto pensa certo “sovranismo”, ma in parte la stessa corrente elitista liberale — che finisce per essere l’altro volto della stessa medaglia del sovranismo — non si sta riaffacciando in Italia né la “fase Mussolini” né la “fase Cavour”. Se l’Italia avesse oggi un ruolo effettivamente globale, potrebbe essere proprio all’insegna di un nuovo “momento geopolitico Craxi”. Depotenziare la supremazia americana e sionista nel Mediterraneo sarebbe una azione di notevole prassi politica e di nuova civilizzazione, al servizio e in difesa della pace globale, nella prioritaria strategia dell’Indipendenza nazionale dalla NATO e dai franco-tedeschi, fanatici partigiani dell’imperialismo a stelle e strisce come abbiamo visto nelle recentissime nomine di Bruxelles, con la fondamentale designazione di E. McCauli al board BCE passata stranamente sotto silenzio. 

Sigonella, 1985: quando il governo Craxi sfidò gli USA
Ciò significherebbe inevitabilmente coinvolgere direttamente la Russia in un grande e decennale disegno geopolitico e diplomatico, caratterizzato da una leale collaborazione funzionale alla missione di pace mediterranea. Il ventre molle cinese è caratterizzato dal ritardo sul piano del nucleare ed in tal senso si spiega l’abbocco anti-occidentale con il putinismo, a sostegno del quale è sceso in campo anche il Patriarcato di Mosca con la teoria della legittimità della “difesa nucleare ortodossa” contro l’imperialismo razzista antirusso degli occidentali. In tal senso, G. Chiesa, uno dei rarissimi analisti italiani che non risponde ad altro se al proprio pensiero, ha ben mostrato in Putinofobia come il presidente russo sia stato il politico e lo statista a cui dobbiamo il fatto storico odierno che ha fatto sì che la guerra ibrida ancora non è deflagrata in guerra mondiale aperta. Le Vie della Seta nel Mediterraneo e il sostegno franco e diretto alla politica imperiale russa nel Grande Medio Oriente, contro ogni suicida tentazione arabofoba, sarebbero perciò il compito di civiltà che uno statista italiano che abbia a cuore il futuro strategico del Paese, la pace e la autentica regolazione della bilancia dovrebbe perseguire con prudenza, abilità ma assoluta determinazione. Avrebbe ben poco senso evocare in tal senso una nuova strategia della tensione o i rischi che una tale missione comporterebbero. Proprio il presidente Putin, al FT, ha detto: “non tutti i rischi sono uguali. E, quando se ne corre uno, bisogna saper prevedere le possibili conseguenze”. 

Questa è politica e arte di governo. Alla luce del pensiero tattico di Svechin, il coraggio senza prudenza è un eccesso di idealismo che ci porta fuori strada; ma la prudenza senza coraggio è un falso realismo che si degrada in basso pragmatismo che non lascia il segno. Fare politica significa perciò cogliere il momento tattico nel particolare momento storico e concentrare lì tutta la forza d’azione. Del resto, negli anni recenti il nostro popolo ha sperimentato una insipienza culturale, morale, politica — alle soglie dello stato di coma profondo — ben peggiore dei pur problematici Anni Settanta.

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sabato 20 luglio 2019

12 OTTOBRE: NOI CI SAREMO di Giovine Italia

[ sabato 20 luglio 2019 ]

Crescono ogni giorno che passa le adesioni alla MANIFESTAZIONE NAZIONALE che si svolgerà a Roma il 12 OTTOBRE promossa da 200 cittadini italiani, lavoratori, studenti, intellettuali. Sul sito comitato promotore potete trovare l'appello e firmarlo, oltre ad ogni altra informazione.
Tra i promotori della manifestazione i ragazzi di GIOVINE ITALIA, che ci spiegano le ragioni del loro impegno.




«E’ stata indetta da parte del comitato “Liberiamo l’Italia” una manifestazione nazionale contro l’Unione Europea e a favore della sovranità democratica dei popoli per il 12 ottobre a Roma. Giovine Italia da subito risponde a questa chiamata promuovendo e supportando questa iniziativa.

L’azione vale più di mille parole, e sarebbe da ipocriti tirarci ora indietro adducendo ridicole scuse dal piglio aristocratico, buone forse per professori e dottrinari ma in netto contrasto con la natura del nostro movimento e gli scopi che per questo ci siamo prefissati. E’ il nostro stesso periodo storico, segnato dai continui attacchi ai danni della libertà dei popoli, ad imporre una prassi radicale che sappia sfruttare ogni occasione per restituire alle oligarchie padronali i colpi. 


Per questo, in nome della comune battaglia contro il sistema capitalista e la sua emanazione politico-finanziaria che prende il bugiardo nome di “Unione Europea”, siamo pronti a collaborare attivamente con qualsiasi altra forza che si riconosca nella Costituzione della Repubblica così come ci è stata trasmessa dai Padri Costituenti, e che si dimostri solerte nella lotta per la conquista delle libertà fondamentali e della sovranità popolare.

Il 12 ottobre ogni affiliato alla Giovine Italia sarà a Roma in qualità di italiano, chiediamo ad ogni nostro simpatizzante, sostenitore o lettore di fare altrettanto, in modo da contribuire, con la sua forza, alla creazione di un grande movimento di contestazione che possa difendere il popolo da attacchi e soprusi».


Usciamo dalla gabbia della UE! Riprendiamoci la sovranità monetaria! Riconquistiamo la democrazia! Applichiamo la Costituzione del 1948! Lavoro e dignità per tutti!


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venerdì 19 luglio 2019

SALE LA RABBIA NEI 5 STELLE

[ venerdì 19 luglio 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo con l'auspicio 
che la protesta degli attivisti a 4 stelle cresca in consapevolezza e in numero



TRADITORI CHE HANNO INGANNATO IL POPOLO


di Mario Monforte

Tutto è chiaro, infine, anche per chi si ostina a chiudere gli occhi e trovare giustificazioni.

I capi, governanti, eletti del M5S non hanno un'analisi scientifica (teoria) dello "stato di cose presente" (analisi necessariamente critica, perché "non va" in nessun senso), cioè del capitalismo, del suo Stato, della sua tecnologia, dell'ideologia operativa a essi più acconcia che è il liberalismo, quindi non hanno un progetto di trasformazione e dunque non hanno strategia e tattica conseguenti. 


Aderiscono a "ciò che c'è" pensando che il "cambiamento" consista nel "fare le cose" con onestà e correttezza, e con "pezze" messe qui e là, credendo che ... poi andrà bene. 

Conseguenze: si sta nell'Ue-€ ma migliorandola; si sta nel capitalismo (non lo si sa: si crede sia l' Economia in sé) ma adattandolo; si è per l'immigrazione ma regolandola; si è per la trasformazione civile (per il LGBT+QI) ma calmamente; si dà reddito e pensione di cittadinanza ma non esagerando (misure striminzite); si vuole il salario minimo ma non troppo meno minimo; e così via. Fino a votare la Von Der Leyen (il peggio del peggio) e dare motivazioni risibili (e offensive dell'intelligenza), a strizzare un occhio, o anche due, a piddini e sinistronzi su immigrazione e "integrazione". L'Appendino va al gay pride e viene premiata e, insieme alla Raggi, fa registrare illegalmente (qui niente correttezza) come sposi coppie omosessuali e adozioni di figli in utero in affitto, etc. 

Capi, governanti, eletti 5S si mostrano per quello che sono: una variante del liberalismo. 

Ma hanno raccolto la spinta popolare contro " lo stato di cose presente", hanno posto premesse e fatto promesse di vero e profondo "cambiamento", e poi, in coerenza con il fatto di essere una variante del liberalismo, hanno solo usato tale spinta nel e per il sistema. 

Hanno ingannato attivisti, simpatizzanti, elettori: hanno ingannato il popolo. E dunque l'hanno tradito.

Ora, data la rapida caduta dei consensi e la ben prevedibile successiva, stanno al governo minacciando Salvini-Lega di poterne fare un altro con il Pd e altri sinistronzi; grazie a Mattarella e ai numeri che ci sarebbero — se gli eletti sono compatti, cosa non sicura ma prevedibile: la prebenda interessa, ovviamente in nome della " responsabilità " verso ... se stessi.

In tal modo stanno consegnando il futuro governo a Salvini e Meloni e altri destronzi (lo stesso credito verso la balla colossale dei "soldi russi" alla Lega da parte dei 5S va in questa direzione).

E allora? Allora i capi, governanti, eletti 5S vanno considerati delegittimati e, per salvaguardare il movimento popolare, bisogna procedere in superiore direzione: o andare ad "altro" e "oltre", o morte. 

Questa è la situazione. Chiara come il sole. 


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