lunedì 23 luglio 2018

DOVE PORTA IL NÉ-NÉ di Leonardo Mazzei

[ 23 luglio 2018 ]

A proposito di un articolo di Domenico Moro e Fabio Nobile



A sinistra non tutti hanno portato il cervello all'ammasso. Qualche giorno fa abbiamo segnalato, ad esempio, un intervento di Gianpasquale Santomassimo totalmente critico verso ogni ipotesi di union sacrée antifascista. Una prospettiva giustamente respinta anche in un recente articolo di Domenico Moro e Fabio Nobile. Purtroppo, però, il ragionamento di questi due compagni, sfociando nella più classica posizione del «né né», conduce nel vicolo cieco dell'assenza di una linea politica. E questo nel bel mezzo di un passaggio cruciale per il nostro Paese.

Il loro scritto vuol essere in realtà un contributo critico sulle vicende interne di Potere al Popolo, ma la parte che a noi qui interessa è quella che concerne il posizionamento proposto nell'attuale fase politica.

Moro e Nobile colgono bene la novità della situazione: «L’Italia presenta una situazione politica inedita: è l’unico Paese in cui non è al governo alcun partito afferente a uno dei due storici raggruppamenti europei, il Ppe e il Pse». L'unico Paese in cui «il bipartitismo tradizionale è collassato». Peccato che ad una descrizione così nitida di un quadro nuovo e dinamico, segua invece la grigia proposta di una linea politica centrista, quella che per semplificare definiamo del «né né». 

Apriamo una parentesi per chiarire subito che anche il «né né» può essere talvolta legittimo. Ad esempio, durante i disgraziati anni del bipolarismo secondo-repubblicano (1994-2013, con uno stentato prolungamento nel quinquennio successivo), e nonostante i diversissimi scenari in esso prodottisi nel tempo, ogni seria posizione di classe non poteva che esprimersi in un simultaneo rifiuto tanto del "centrosinistra", quanto del "centrodestra". Che poi altri (Prc, Pdci, ecc.) abbiano fatto invece scelte diverse è cosa nota. Come noti sono i disastri che tali scelte hanno prodotto. Ma adesso siamo entrati - e Moro e Nobile lo dicono molto bene - in una fase completamente diversa. Il problema è allora quello di valutare i probabili effetti della linea del «né né» in questa particolare congiuntura storico-politica. Su questo lo scritto di cui ci stiamo occupando ci offre delle preziose indicazioni. 

L'argomento fondamentale dei due autori è che, nell'attuale confusione della sinistra, vi sarebbero due «estremi autolesionistici e politicamente suicidi», dunque da evitare entrambi. Più precisamente: «Uno secondo cui è giusto appoggiare o comunque aprire una linea di credito al governo Lega-M5S, in funzione anti-Europa a egemonia tedesca e/o anti-capitale transnazionale, e un altro secondo cui si sia ormai alle soglie del fascismo e che quindi bisogna allearsi con tutti quelli che ci stanno, magari anche con il Pd o quantomeno con personaggi che vi erano fino a ieri».

Si tratta di una tesi destinata - essa sì - a produrre i peggiori disastri politici. La differenza con lo scenario del venticinquennio precedente è infatti abissale. Anzi, quel che abbiamo di fronte è un quadro del tutto opposto a quello del bipolarismo a maggioranze intercambiabili, per tanti anni rappresentate dal faccione del Mortadella e dal faccino a presa in giro del Buffone d'Arcore. Che quelle maggioranze fossero intercambiabili - due facce dello stesso sistema, appunto - lo provava l'atteggiamento, sempre governativo, di tutti i santuari del dominio neoliberista. Atteggiamento ancor più marcato quando, sul finire di quel periodo, arrivò Renzi a sintetizzare il peggio dei due poli secondo-repubblicani. 

Ora anche un cieco può quotidianamente osservare come quella realtà appartenga ad un'altra epoca. Un'epoca che lorsignori, che già si ritengono usurpati di un potere che sentono proprio per diritto divino, vorrebbero al più presto ripristinare. Da qui il continuo sabotaggio all'azione di governo da parte del Quirinale, della Banca d'Italia, del presidente dell'Inps, di tanti funzionari dei ministeri opportunamente imbeccati. Da qui il bombardamento quotidiano dei media, di Confindustria, nonché l'azione tutt'altro che neutrale di certa magistratura.

Detto en passant il ripristino del bel mondo che fu piacerebbe tanto anche a certi sinistrati (del tipo di alcuni redattori di Contropiano) che hanno già deciso, bontà loro, che il nuovo governo non farà altro che continuare la politica di quelli precedenti, con tanto di inchino ai signori di Bruxelles. Come dire: che la realtà si conformi ai nostri desideri, ai nostri schemi, che pensare è faticoso e talvolta doloroso assai... 

Non ci pare sia questo l'atteggiamento di Moro e Nobile, che però hanno una prima significativa scivolata laddove vedono dietro al governo gialloverde, non solo le «imprese meno internazionalizzate e più piccole», ma addirittura «le banche e le grandi imprese di stato e non, che hanno scontato la scarsa capacità dei governi italiani di farsi valere nei confronti di Francia e Germania». 

Ora, premesso che per noi qualunque divisione del fronte avversario sarebbe comunque benvenuta, parlare di banche e di grandi imprese senza fare neppure un nome (neppure uno) ci dice due cose: che quel nome non vien fatto semplicemente perché non c'è,  che dunque la tesi dei due autori è del tutto sballata.

Un'altra scivolata degna di nota è la seguente: «Il ministro dell'economia, Tria, conferma la necessità della riduzione del debito pubblico e il mantenimento del deficit (evidentemente dell'avanzo, ndr) primario». L'errore di questa affermazione non è in quel che dice, che invece è esattissimo alla lettera, bensì in ciò che non dice: che nel governo gialloverde Tria è un infiltrato di Mattarella e della cupola sistemica, che egli è in scontro frontale con Lega ed M5S, che sarà proprio il suo destino a dirci quale verso prenderanno le cose di una battaglia che non potrà essere indolore.

Può la sinistra patriottica, quella che ha maturato da tempo il suo no all'Europa oligarchica ed alla sua moneta unica, essere indifferente all'esito di questo scontro? A noi la risposta pare talmente ovvia da non dovervi spendere troppe parole.

Ma, scivolate a parte, veniamo a due affermazioni che ci dimostrano dove porti concretamente oggi ogni teoria del «né né». 

La prima affermazione è da manuale, perché - lo diciamo con sincero dispiacere - riporta Moro e Nobile nel politicamente corretto della sinistra sinistrata. Leggiamo: «Non è la sovranità nazionale a dover essere recuperata ma la sovranità democratica e popolare a dover essere ristabilita e allargata ulteriormente».

Ma davvero è possibile scindere, oggi, in un Paese come l'Italia, ingabbiato com'è nel vincolo esterno di marca eurista, la sovranità nazionale da quella democratica e popolare? Suvvia, tanti anni di dibattito non possono essere passati invano. E se, oggi, nell'Italia devastata da 10 anni di austerità euro-tedesca, si ha paura del concetto di sovranità nazionale è davvero meglio stare a casa, lasciar fare ad altri la partita. 

Comprendo che dalle parti di Potere al popolo certe cose suonino male, ma inutile poi lamentarsi se non si è capiti, non dico da un indistinto popolo, ma dai lavoratori, dai disoccupati, da chi ha più a cuore le sorti del nostro Paese.

Ma c'è un'altra sciocchezza, non meno grave di quella di cui sopra, ed è contenuta in questa seconda affermazione, secondo cui «Sostenere il governo Conte vuol dire essere subalterni al capitale e all'impresa».

Qui bisogna fare anzitutto una precisazione riguardo al verbo "sostenere". Chiaro che un sostegno acritico sarebbe sbagliato, chiaro come nella maggioranza di governo vi siano anche posizioni e proposte sbagliate e da contrastare, chiaro anche come l'esito di questo tentativo di fuoriuscire dal vincolo esterno sia tutt'altro che scontato. In proposito rimando a quanto scritto nella recente risoluzione di P101, dove si dice che il governo gialloverde «va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti». 

Detto questo, quel che conta però è la scelta di campo. Un punto sul quale la posizione di P101, espressa nel documento già citato, è netta: «In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante». Una tesi difficile da contestare, e che certo gli argomenti di Moro e Nobile non intaccano minimamente. 

Chiarito dunque in cosa consiste il "sostegno" della sinistra patriottica - ma è proprio della sinistra che trattano i due autori - passiamo adesso al punto più insostenibile del ragionamento proposto, quello secondo cui tale "sostegno" vorrebbe dire «essere subalterni al capitale e all'impresa».

Non si capisce proprio come possa essere sostenuta una simile sciocchezza. Sarebbe far torto agli autori pensare che essi abbiano voluto semplicemente dire che quello in carica non è un governo anticapitalista. Per affermare una simile ovvietà non c'è davvero bisogno di prendere carta e penna. Per stabilire invece se si è, oppure no, "subalterni al capitale", cioè agli interessi fondamentali della classe dominante nel contesto attuale, bisogna prima esaminare da che parte stia il capitale stesso. 

E qui l'analisi è semplice. Il capitale (meglio sarebbe dire il blocco dominante che ne esprime il dominio politico e sociale) è tutto schierato contro il governo gialloverde. E stupisce come molti vogliano prescindere da una tale evidenza macroscopica nei loro ragionamenti. Il fatto è che a lorsignori la gabbia dell'euro(pa) va più che bene. Serve a tener bassi i salari, alimentando una svalutazione interna pagata fondamentalmente dal popolo lavoratore. Di più, serve a sancire l'assenza di ogni possibile alternativa al loro dominio, il trionfo della famosa signora TINA (There is no alternative).

Non passa giorno che non ci dimostri quanto l'oligarchia eurista non si fidi del governo gialloverde. Mai si era vista un'ostilità cosi forte nei confronti di un governo nazionale, neppure nel primo semestre del governo Tsipras. Eppure, sulla carta, il programma di Salonicco era ben più avanzato e radicale del "contratto" tra M5S e Lega. Ma a Bruxelles ben conoscevano l'ideologia eurista del gruppo dirigente di Syriza, la sua subalternità culturale al mito europeista. Ed alla fine il tradimento arrivò, subito dopo il referendum del 5 luglio 2015. I gruppi dirigenti di Lega e M5S hanno invece tanti altri difetti, ma non quello di un "europeismo a prescindere". Lorsignori lo sanno, e la linea dell'oligarchia eurista (nazionale ed europea) è palesemente quella di far cadere il governo prima che possa avere la forza di realizzare i primi sostanziosi strappi.

Colpisce come di tutto ciò non si tenga minimamente conto nel discorso di Moro e Nobile. 

La verità è che subalterno al capitale (ed alle élite euriste) è semmai chi - a vario titolo e con diverse motivazioni - ha l'obiettivo primario di far cadere il governo Conte, mettendosi così nella scia di Confindustria, dei vari Cottarelli et similia sul piano della narrazione economica, dell'insieme di un sistema mediatico che ha nel quotidiano la Repubblica il suo capofila, di personaggi squalificati ma ben protetti come Saviano. Subalterna al capitale ed alle élite euriste è una sinistra che si accoda, nei fatti, a questa allegra congrega. 

Certo, i teorici del «né né» pensano di potersi sottrarre in qualche modo all'asfissiante abbraccio del blocco dominante. Ma disertando scientemente il campo populista, quello dove si addensano le aspettative di un radicale cambiamento politico e sociale, come pure (certo in maniera confusa) la stessa domanda di democrazia, essi finiscono in un vicolo cieco: o si accodano in maniera subalterna al gioco delle èlite, o si condannano alla totale sterilità politica.

E' qui che conduce inevitabilmente, al di là delle soggettive intenzioni, la linea del «né né». E l'articolo di cui ci siamo occupati lo dimostra in pieno, non solo per i contenuti che abbiamo qui discusso, ma pure per l'assenza (inevitabile, viste le premesse) di ogni proposta politica davvero all'altezza della situazione. 

Cacciarsi in questo cul de sac, dove resta solo da scegliere tra la piena subalternità e la totale irrilevanza, è - questo sì - davvero suicida. E lo è doppiamente se chi finisce per cacciarvisi è cosciente della priorità assoluta della lotta per uscire dalla gabbia eurista.

In conclusione, la posizione del «né né» ci sembra proprio un disastro totale da evitare come la peste. Disastro che ha un'unica alternativa: il rafforzamento e l'affermazione della sinistra patriottica.    

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MARCHIONNE DOPO CRISTO

[ 23 luglio 2018 ]

Ogni tempo ha i suoi eroi. 
A tempi di merda, eroi di merda.

Qui sotto alcuni articoli di SOLLEVAZIONE dedicati a Sergio Marchionne...





Pomigliano d'Arco: Marchionne vuole un plebiscito ma forse riceverà un'amara lezione
19 giugno 2010

"COMPAGNO PADRONE"
Breve storia del sodalizio tra la sinistra di stato e Marchionne
20 giugno 2010

Pomiglianisti di tutt'Italia, unitevi!
MIRAFIORI: L'ULTIMA MOSSA DI MARCHIONNE
23 Luglio 2010

UN PRONOSTICO (SCOMODO) SULLA VICENDA FIAT
Marchionne fa la lotta di classe mentre gli operai FIAT...
31 Luglio 2010

Contro-inchiesta su Marchionne
«PERCHÉ IL SOLE 24 ORE HA RIMOSSO DALLA SUA PAGINA LA VERA BIOGRAFIA DEL CONTRABBANDIERE DI SIGARETTE»?
30 Agosto 2010
IL SODALIZIO PROSSIMO VENTURO
La CGIL partecipa all'assedio della FIOM
29 Settembre 2010
Il ricatto passa per un soffio il "marchionnismo" non passa proprio
15 Gennaio 2011


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domenica 22 luglio 2018

CONTRO L'IPOCRISIA UMANITARIA di R. Massari e Fred Kuwornu

[ 22 luglio 2018 ]

Sulla tragedia (voluta) dei migranti stiamo subendo un massiccio e devastante bombardamento di retorica umanitaria .
Volentieri pubblichiamo quanto scrivono Roberto Massari e Fred Kuwornu a denuncia della perfida divisione dei compiti tra mafie criminali, Ong, governanti africani corrotti, mass media e governi imperialisti.


L'ipocrisia umanitaria aiuta la rete criminale internazionale 
che organizza gli imbarchi dei migranti

di Roberto Massari

Premetto che mi riconosco pienamente nel recente articolo di Roberto Savio («Immigrazione, molti miti e poca realtà») in cui si mostrano le cifre reali del processo immigratorio, si elencano i vantaggi che derivano all’economia dai flussi migratori (anche se si sottovalutano i danni che tali flussi provocano ai Paesi di provenienza) e mi dichiaro favorevole alla massima accoglienza di tali flussi purché compiuta in maniera umana, legalmente programmata e secondo tradizioni e valori della civiltà laica occidentale (ciioè illuministica).
Nel testo che segue non si parla quindi del fenomeno dell’immigrazione o degli «sbarchi» in quanto tali. Si parla del traffico internazionale di esseri umani e quindi del crimine contro ogni principio di umanità rappresentato dagli «imbarchi», punto terminale di una rete criminale internazionale. Questa è sempre esistita, ma si è rafforzata negli ultimi anni per ragioni che non sono sempre chiare avendo essa delle connivenze negli apparati statali dell’Italia e della Libia, in primo luogo, ma anche di Turchia, Spagna ecc., oltre ai paesi di provenienza.
Per queste ragioni desidero dare la massima visibilità alla lettera che segue, di Fred Kuwornu,  regista italiano di origini ghanesi, che dice con franchezza ciò che io penso da molto tempo e che le cifre dimostrano in maniera inoppugnabile: vale a dire che tutta questa storia umanitaria degli imbarchi/sbarchi è gestita da mafie nazionali e internazionali come traffico di esseri umani, una vera e propria «tratta» del XXI secolo. Essa cominciò sfruttando l'emotività pisicologica provocata dai primi naufràgi di gommoni (e forte è il sospetto che essi fossero provocati ad arte) e proseguì come incentivo a un esodo di massa dall'Africa e dall'Asia, violando tutte le norme della civiltà, del rispetto della persona umana, della salvaguardia della vita, creando traffici di prostituzione e nuovo schiavismo, e danneggiando anche la condizione economica dei paesi di provenienza.
Ben presto le «carrette della morte» furono sostituite da navi delle Ong (superpagate per svolgere il trasporto fino a destinazione) e il traffico di esseri umani potè svolgersi più o meno indisturbato per alcuni anni.
La verità è che le Ong (finché è stato concesso loro), le associazioni umanitarie impegnate a favorire gli sbarchi (in realtà… gli imbarchi), i settori della marina coinvolti, faccendieri vari e aziende locali particolarmente interessate agli sbarchi stavano perpetrando o fornendo copertura a uno dei più grandi crimini dell'epoca attuale .
Se esiste il dramma degli sbarchi e se ci sono migliaia di persone morte nelle acque del Mediterraneo è perché esiste il traffico degli imbarchi, gestito da associazioni criminali che fino ad oggi hanno potuto compiere il loro sporco lavoro indisturbate. Anzi, agli inizi, quando erano costrette a usare proprie imbarcazioni, queste venivano loro gentilmente restituite perché potessero continuare la tratta.
So di essere colpevolmente in ritardo, perché da tempo era arrivato l’obbligo morale di gridare forte che tutti coloro che favoriscono in un modo o in un altro il commercio degli imbarchi sono complici più o meno preterintenzionali di questa rete criminale. Essa parte da paesi lontani come il Bangladesh (che è il secondo gruppo etnico per quantità di profughi in questa tratta camuffata da richiesta di asilo politico e proprio il Bangladesh sta a dimostrare che l'asilo politico non c'entra niente, è solo un pretesto), passa per l'Africa centrale e arriva alle sponde del Mediterraneo.
Che queste cose le dica un intellettuale di origini ghanesi (e quindi africane) può forse aprire delle brecce nel cervello della presunta area «progressista» che con le sue campagne umanitarie sugli sbarchi non si rende conto di favorire gli imbarchi, col loro triste seguito di morti o di gommoni fatti affondare appositamente per suscitare la reazione umanitaria dei media. Questo non significa che non si debbano accogliere tutti coloro che riescono ad arrivare sulle coste italiane: ciò è fuori discussione. Ma significa che se non si vuole essere moralmente corresponsabili delle morti per annegamento e del traffico criminale che si svolge prima e dopo gli sbarchi, si deve impedire che avvengano gli imbarchi, si deve cioè intervenire duramente e prima di subito nei luoghi in cui ha origine la tratta. Ma per farlo non c'è altra via che la distruzione fisica delle imprese criminali che gestiscono il traffico.
Misure timide e parziali possono per ora tamponare qualche situazione, come ha dichiarato Massud Abdel Samat (capo dei guardiacoste libici e dipendente dal comando di Tripoli):
«Il nuovo governo italiano ha fatto bene a fermare le Ong, che nei fatti erano funzionali alla tratta. Per i trafficanti e le organizzazioni criminali che prosperano sulla vendita di esseri umani è crisi nera. Una crisi tanto grave che stanno spostando le loro attività in Tunisia e Marocco» (Corriere della Sera del 15/7/2018, p. 3)
Ovviamente questo militare libico non è tenuto a sapere che il governo italiano attuale, diretto dalla Lega e in second’ordine dai 5 Stelle, è animato da spirito razzistico e xenofobo nella sua opposizione agli sbarchi, ma è anche vero che per la prima volta si sentono sui media, da ambienti governativi italiani, parole come «trafficanti» e simili che in precedenza (governi PD) erano tabù (mentre erano da tempo moneta corrente in altri paesi europei). Aggiungo che il governo attuale non dice nulla sulla politica dei rimpatri. Questa è non solo cinica barbarie (visti, al di là di altre considerazioni, anche i sacrifici finanziari e rischi della vita che hanno corso queste povere vittime del traffico di esseri umani), ma non si dice al contribuente che il costo medio unitario per ogni rimpatrio si aggira intorno ai diecimila euro (incluso il ritorno in prima classe in aereo dei due agenti di scorta previsti per ogni povero diavolo rimpatriato). 

Riguardo alle Ong bisogna prendere atto che esse hanno collaborato e vorrebbero continuare a collaborare con i criminali del traffico umano. Il loro compito era di andare a prelevare i migranti sui gommoni appena usciti dalle acque territoriali libiche, farli salire sulle navi (ultrafinanziate), condurli nei porti italiani e farsi belli con la balla «di averli salvati». Senza di loro il traffico avrebbe avuto problemi a proseguire, sia perché i gommoni rischiavano di non arrivare tutti sino alle coste italiane (stiamo parlando di decine di migliaia di esseri umani), sia perché altri paesi non li volevano (tranne la Turchia dove però i migranti arrivavano e arrivano via terra allo scopo di rimpinguare le casse del governo dittatoriale di Erdogan che riceve miliardi dalla UE), sia perché la marina militare italiana aveva pur sempre delle norme da rispettare.
I gommoni affondati di recente, guardacaso appena Salvini ha chiuso i porti alle Ong, erano in un certo senso «previsti» da parte dei negrieri-trafficanti che hanno usato gommoni obsoleti e a rischio facile di affondamento. (La notizia data per certa l’scovata tra le righe del Corriere della Sera). Questi criminali sanno benissimo l'effetto psicologico che ha sull’opinione pubblica la morte dei migranti in mare: del resto cominciò proprio così questa tratta vergognosa, forse la più grande vergogna in atto in questo momento nel mondo: cominciò con l'affondamento più o meno programmato di alcuni gommoni. Il fatto commosse comprensibilmente l'opinione pubblica (complici i giornali, i media, i governi Pd), suscitò reazioni emotive tutt’altro che razonali e così cominciò questo traffico inaudito di cui il capitalismo dovrà vergognarsi un giorno di averlo permesso e incoraggiato. E con lui tutta la processione umanitaristica.

Per centinaia di milioni di persone, il sogno di abbandonare l'Asia e l'Africa per raggiungere l'Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti. Ma non è antico, anzi è recentissima, la costruzione di una rete internazionale che dietro il versamento di cifre altissime per la povera gente che le paga, e a rischio della vita sui barconi, riesce a far entrare masse di migranti in Europa, senza passare per le dogane, gli aeroporti e senza documentazione. Agli inizi venivano chiesti dalle mafie del traffico almeno 1.000 euro a persona (cioè una cifra mostruosa per i poveri d’Asia e d’Africa), ma ora queste cifre sono in aumento (per il traffico dalla Grecia si parla di quasi 3000 euro) oltre alle estorsioni prima dell’imbarco di cui parla anche Fred Kuwornu. E chi dopo l'arrivo in Libia (dopo settimane o mesi di sofferenze) non le può pagare o non può pagare i supplementi richiesti, nell'impossibilità di tornare indietro può vedersi ridotto allo stato di schiavitù nei campi profughi libici e in altri lager gestiti da bande criminali e funzionari statali corrotti. La prostituzione femminile è spesso l'ultima possibilità che rimane per pagare le cifre richieste dai negrieri. E comunque è sempre la prostituzione che attende molte di queste donne una volta «sbarcate» sulle coste italiane, quando vengono riprese in ostaggio da altre reti criminali legate alle stesse reti che le hanno trasportate.
La differenza con il sogno del passato di emigrare in Europa e la possibilità di realizzarlo concretamente è stata data a un certo punto dalla prassi di accettare gli immigrati purché arrivassero via mare, su barconi e altri mezzi di fortuna e non tramite permessi consolari, aerei charter ecc. È stata una mossa (non saprei dire fino a che punto voluta dal governo italiano di Renzi) che ha fatto credere a centinaia di milioni di persone che quella dello sbarco marittimo (camuffato da richiesta di asilo politico) fosse finalmente la porta spalancata a chiunque per entrare in Europa. È stata cioè una speranza rinfocolata artificialmente, quasi un invito a mettersi in cammino (dal Bangladesh, dal Medio Oriente, dall'Africa centrale ecc.) procurandosi con qualsiasi mezzo i 1.000 euro da pagare alle bande criminali e disposti ad affrontare i rischi del viaggio.

Con l'intervento delle Ong quei rischi si sono ridotti al minimo e quindi anche l'afflusso è cresciuto a dismisura. In questo senso le Ong sono state complici «tecniche» della nuova tratta. E comunque ogni viaggio se lo facevano pagare profumatamente (si parla di almeno 240.000 euro a viaggio, ma ovviamente è difficile avere certezza sulle cifre, costi accessori, tangenti ecc.). Spero però che nessuno creda più alla buona fede di queste «agenzie di trasporti» che nulla hanno a che vedere con lo spirito originario delle Ong che in alcuni casi e in alcuni paesi ancora permane.

Sulle illusioni di tanta povera gente hanno speculato le bande criminali e la filiera addetta al trasporto marittimo. Il tutto perché la nostra «civiltà» italiana ed europea non consente che chi è desideroso di immigrare in Europa lo faccia con un volo charter da meno di 100 euro a testa, sbarcando legalmente e civilmente all’aeroporto di Fiumicino. No, la bestiale ricerca di denaro, di lavoratori o lavoratrici da supersfruttare col lavoro nero, di nuova manovalanza da reclutare a traffici di ogni genere, fa sì che l'entrata possa avvenire solo pagando le bande criminali, solo rischiando la vita, solo consegnandosi ad altre bande criminali attive in Italia e in Europa. Questa differenza i benpensanti nostrani sembrano non capirla, ma io la ripeto: perché non si entra gratis e legalmente da Fiumicino, invece che pagando le mafie e illegalmente dal mare?

Invece di lamentarsi indignati ogni volta che un tentativo di sbarco si conclude tragicamente, invece di pensare ipocritamente solo al dramma degli sbarchi, si cominci a pensare al traffico degli imbarchi e si risponda alla mia domanda (che tra l’altro la gente comune già si pone da tempo, ovviamente senza ricevere risposte dalla nomenklatura politica). Ponendosi quella domanda, si comincerà a capire la natura mostruosa del crimine rappresentato dal traffico di esseri umani e dalla rete degli imbarchi.
La ex pseudosinistra, divenuta nel frattempo semplice massa d'opinione progressista, è totalmente in malafede col suo piagnisteo su chi muore durante i viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani. Non avendo più ideali di emancipazione sociale in cui credere, si affida al buonismo umanitario che, come spesso è accaduto nella storia dell'umanità (dalle riserve con vaccinazione antivaiolo per i nativi americani all'odierno traffico assistito di esseri umani) serve solo a nascondere il senso di colpa individuale e collettivo nei confronti di Paesi che sono stati rovinati proprio dalle politiche colonialistiche, prima, e imperialistiche, poi, di quegli stessi Stati dei quali ora si vorrebbe diventare sudditi.

La mia posizione, se fossi ministro degli Interni in un governo anticapitalistico, sarebbe di organizzare delle task-force che, con o senza permesso dei libici, vadano ad aspettare i trafficanti appena fuori delle acque territoriali e li ammazzino uno per uno, salvando e portando in Italia gli immigrati che stanno sui barconi.  Lo sterminio dei trafficanti è indispensabile per impedire loro che ricostruiscano la rete o spostino altrove il traffico. E la loro eliminazione, fatta in acque internazionali non creerebbe grandi problemi giuridici. E comunque, a mali estremi estremi rimedi: uccidendo qualche centinaio di trafficanti si salverebbero decine di migliaia di vite umane e si porrebbe termine al sogno artificialmente indotto di poter raggiungere l'Europa «clandestinamente» via mare e dietro pagamento di tangenti alle mafie di vario genere.

Dei trafficanti risparmierei la vita solo a quelli disposti a indicare i nomi che compongono la filiera del traffico, dalla manovalanza fino ai vertici (quelli che la organizzano e ci hanno già guadagnato negli anni miliardi di euro).  Il traffico finirebbe nel giro di poche ore e si dimostrerebbe per quello che è: una tratta di esseri umani organizzata internazionalmente con complicità negli apparati statali di vari paesi africani e asiatici oltre che dell'Italia, e col sostegno «morale» degli utili idioti .

Quindi prego di dare la massima circolazione alla lettera di Fred Kuwormu, perché il suo contenuto non potrebbe essere più giusto e più utile per frenare la complicità «umanitaria» del mondo «progressista» con i trafficanti di esseri umani. 




*  *  *

IL TRAFFICO DI ESSERI UMANI 
(in risposta ad uno dei tanti articoli sull'immigrazione)
di Fred Kuwornu*
 

Il traffico di esseri umani nel mondo frutta 150 miliardi di dollari alle mafie, di cui 100 miliardi vengono dalla tratta degli africani. Ogni donna trafficata frutta alla mafia nigeriana 60 mila euro. Trafficandone 100mila in Italia, la mafia muove un giro di 600 milioni di euro all'anno. Nessun africano verrebbe di sua volontà, se sapesse la verità su cosa lo attende in Europa.
Non mi infilo nell'eterna guerra civile italiana basata su fazioni e non contenuti, ma da afrodiscendente italiano e immigrato ora negli Stati Uniti credo sia arrivato il momento di parlare e trattare l'immigrazione, o meglio la mobilità, come un problema e fenomeno strutturale che ha vari livelli e non come uno strumento per fare politica o da trascinarsi come i figli contesi di due genitori che li usano per il loro divorzio come arma di ricatto.
Secondo stime dell'ONU ogni anno sono trafficati milioni di esseri umani con una stima di guadagno delle mafie di 150 miliardi di dollari di fatturato ripeto 150 MILIARDI (le allego la news di AlJaazera non de Il Giornale o i lFatto Quotidiano). Io non so se lei ha mai vissuto o lavorato nell'Africa vera e che Africani conosce in Italia, o se da giornalista si informa su testate anche non italiane, ma il traffico di esseri umani con annessi accessori vari ( bambini, organi, prostituzione ) non è un fenomeno che riguarda solo l'Italietta dei porti si o porti no ma è un fenomeno globale che fattura alle mafie africane, asiatiche e messicane 150 e ripeto 150 Miliardi di dollari all'anno.


Questi soldi poi non vengono certo redistribuiti alla popolazione povera di questi paesi ma usati per soggiogarla ancora di più con angherie di ogni genere, destabilizzarne i già precari equilibri politici, reinvestirli in droga e armi.


Si è mai chiesto perché, a parità di condizioni di povertà e credenza che l'Europa sia una bengodi, quelli che arrivano da Mozambico, Angola, Kenya sono pochissimi, o quelli che arrivano dal Ghana (il Ghana che è il mio Paese d'origine ha un PIL del 7% e una situazione di assenza di guerre e persecuzioni) provano a venire? Perché esiste una cosa chiamata Mafia Nigeriana che pubblicizza nei villaggi che per 300 euro in 4 settimane è possibile venire in Italia e da lì se vogliono andare in altri Paesi Europei. Salvo poi fregarli appena salgono su un furgone aumentandogli all'improvviso la fee di altri 1000$, la quale aumenta di nuovo quando arrivano in Libia, dove gliene chiedono altri 1000$ per la traversata finale. Il tutto non in 4 settimane come promettono, ma con un tempo di attesa medio di un anno.
In tutto questo ci aggiungo minori che vengono affidati a donne che non sono le loro veri madri e che poi spariranno una volta sistemate le cose in Europa e di centinaia di donne che saranno invece dirottare a fare le prostitute, ognuna delle quale vale 60mila euro d'incasso per la mafia stessa. Solo trafficandone 100.000 verso l'Italia la mafia nigeriana muove un giro di affari di 600 milioni di euro all'anno.


A questo si somma quello che perde l'Africa: risorse giovani. Ho conosciuto ghanesi che hanno venduto il taxi o le proprie piccole mandrie per venire in Europa e ritrovarsi su una strada a elemosinare o a guadagnare 3 euro all'ora se gli va bene, trattati come bestie, e che non riescono neanche a mettere ovviamente da parte un capitale come era nei loro progetti. E anche se desiderano tornare non lo faranno mai per la vergogna perché non saprebbero cosa dire al villaggio, non saprebbero come giustificare quei soldi spesi per arrivare in Europa, anzi alimentano altre partenze facendosi selfies su facebook che tutto va bene per non dire la verità, per vergogna, e quindi altri giovani (diciottenni, non scolarizzati) cercano di venire qui perché pensano che sia facile arricchirsi.


Che senso ha sostenere che questo traffico di schiavi e questa truffa criminale della mafia nigeriana, come quelle asiatiche in Asia, deve continuare?


A chi fa bene? Non fa bene al continente africano, non fa bene al singolo africano arrivato qui perchè al 90 per cento entra in clandestinità e comunque non troverà mai un lavoro dignitoso, non fa bene all'Italia, che non ha le risorse economiche e culturali per gestire e sostanzialmente mantenere tante persone che non possano contribuire, specialmente in un Paese dove il 40% dei coetanei di questi giovani africani è già senza un lavoro, e non fa bene neanche all'immagine che l'europeo ha dell'africano perché lo vede sempre come una vittima, un povero, un soggetto debole.


Questo da africano, ma anche essere umano, è l'atteggiamento più razzista che ci sia, oltre che colonialista, perché non aiuta nessuno se non le mafie e chi lavora in buona o malafede in tutto questo indotto legato alla prima assistenza. Con 5 mila dollari è più facile aprire una piccola attività in molti Paesi dell'Africa che venire qui a mendicare, e se solo fosse veramente chiaro e divulgato questo concetto il 90 per cento delle persone non partirebbe più probabilmente neanche in aereo per l'Italia.


Specialmente chi ha forse la quinta elementare e 20 anni. Non è lo stesso tipo d'immigrazione di 30 anni fa dove molti erano anche 30enni, alcuni laureati, ma molti con diploma superiore e comunque trovavano lavori nelle fabbriche e in situazioni dignitose.
Non conosco la situazione delle ONG che si occupano dell'assistenza marittima, ma conosco benissismo quelle che operano in Africa e la maggioranza sono solo un sistema parassitario. Per i maggiori pensatori Africani e veri leader politici una delle prime cose da fare è proprio cacciare dall'Africa tutte le ONG perché seppure il personale che ci lavora è in buonafede, i giovani volontari, il sistema ONG serve a controllare e destabilizzare l'Africa da sempre, oltre che creare sudditanza all'assistenza, senza contare il giro finanziario di donazioni e sprechi fatti dalle ONG per mantenere dirigenti sfruttando l'immagine del povero bambino africano.


Basta con questo modo di pensare controproducente, razzista e ignorante. Sarebbe curioso vedere qualcuna di queste ONG fare iniziative a Scampia mettendo nelle pubblicità le foto di qualche bambino napoletano.


Siamo stanchi di questa strumentalizzazione che fate su questo tema per i vostri motivi ideologici o le vostre battaglie di fascisti o antifascisti sulla pelle di un continente di cui conoscete poco o che avete romanticizzato e idealizzato e che usate per mettere a posto la vostra coscienza o lenire i sensi di colpa del vostro status privilegiato. E' ora di fare analisi serie e porre in campo soluzioni concrete vincenti, non di avvelenare i pozzi di un partito o dell'altro, perché chiunque vinca perde l'Africa.


Sarebbe bello un reportage di Edo State in qualche villaggio per capire a che livello di furbizia, cattiveria, fantasia criminale sono arrivati e scoprirete che forse solo trasportare e illudere un giovane analfabeta di vent'annni e la sua famiglia è il minimo che questa potentissima e sottostimata organizzazione criminale fa ogni giorno, sfruttando la disperazione e ignoranza delle gente di cui alcuni disposti a tutto, persino a vendere un figlio appena nato per 100 dollari.


Se questo verrà tollerato ancora i rischi non saranno solo per l'Italia, ma anche per i Paesi Africani dove oltre al problema di dittatori si aggiungerà quello di Narcos del livello della Colombia di Escobar o del Messico di El Chapo con ancora più morti e sottosviluppo di quello che già c'è.


* regista italiano di origini 


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sabato 21 luglio 2018

PROPOSTA INDECENTE

[ 21 luglio 2018 ]

Il 14 luglio, organizzato da P101, c'è stato l'incontro pubblico CE LA FARÀ L'ITALIA, ospiti Antonio Maria Rinaldi e Fabio Dragoni (Luciano Barra Caracciolo causa impegni istituzionali non ha potuto partecipare).
I suoi saluti, che abbiamo pubblicato, stanno animando un acceso dibattito.
Pubblichiamo, su quell'incontro, lo stroncante giudizio di Paquino55. Più sotto la risposta di Mauro Pasquinelli. Uno scambio che pubblichiamo poiché, al netto del giudizio sull'incontro di Foligno, esso da la misura della distanza tra la sinistra patriottica e i compagni di un tempo, e della estraneazione tra questi ultimi e la realtà.


* *  *
COMUNISMO O BARBARIE
di Pasquino55

«Sabato 14 luglio (ricorrenza della Rivoluzione francese) volentieri e con interesse, dato l’ordine del giorno, ho partecipato alla manifestazione pubblica promossa dalla sezione di P101 di Foligno. Mio malgrado ho assistito alla più brutta, noiosa e avvilente riunione della mia vita dove due “signori” vicini e sostenitori del Governo Lega-M5S alla domanda interrogativa di fondo posta a titolo dell’incontro “Ce la farà l’Italia” con fare pavonesco, facendosi complimenti a vicenda, vantandosi delle frequenti partecipazioni a programmi televisivi, utilizzando un populismo d’accatto persino più sciatto e becero di Peron, hanno dato questa risposta “non solo l’Italia ce la farà! ma la guerra è già stata vinta anche se il nemico non ha ancora alzato la bandiera bianca e si è arreso e questo è stato possibile non per merito del governo o della maggioranza ma perché sono stati collocati in determinate posizioni e postazioni apicali gli uomini giusti, in grado e capaci di realizzare questo obiettivo” aggiungendo poi che “per la prima volta il popolo italiano è stato finalmente e veramente reso sovrano”.

Tutto questo veniva affermato ridicolizzando e deridendo il nemico dipingendolo come ubriacone, inetto e beota [ si fa riferimento alle battute su Junker pronunciate da Rinaldi; NdR] e per questo destinato alla sua inevitabile sconfitta. Purtroppo quello che sfugge a questi signori è che ciò che si sta consumando nel nostro Paese e nell’Occidente non è una guerra tra patrioti e traditori della patria, tra sovranisti e sudditi, tra dominati e dominatori, tra populisti ed establishment ma che dopo decenni di totale ebbrezza, di globalizzazione mondialista si è aperto, sostenuto e sponsorizzato anche da coloro che di più e più profondamente ne faranno e ne pagheranno le spese, un patetico, violento e pericolosissimo regolamento di conti tutto interno al mondo capitalista tra liberali e liberisti per rideterminare chi tra di loro potrà e dovrà essere in grado e capace di esprimere una visione e una prospettiva egemonica.

Il fatto grave è che tutto questo si sta realizzando nella più totale assenza di una decente narrazione e proposta politica apertamente ed autenticamente antagonista e alternativa alla mostruosità del capitalismo non avendo capito che sta tornando prepotentemente attuale e all’ordine del giorno la dicotomia centrale denunciata da Karl Marx “o il comunismo o la barbarie” in quanto altre opzioni praticabili e possibili non vi erano, non vi sono e non vi potranno mai essere di conseguenza ora spetta ad ognuno di noi e non ad altri l’onore e l’onere di compiere questa scelta e battersi per essa».


* *  *
AGIRE SULLE CONTRADDIZIONI REALI O VOLTEGGIARE QUELLE IMMAGINARIE?
di Mauro Pasquinelli

«Voglio essere estremamente chiaro: non sono d'accordo con questa analisi tranciante e ultimativa! Temo che sottovaluti la più grande lezione politica di Gramsci: la rivoluzione in Occidente non si farà con l'assalto frontale al palazzo di inverno, come in Russia (dove mancava una borghesia con radici storiche e forza egemone) ma in una lunga guerra di posizione che si esplicherà attraverso la conquista graduale di casematte e di forza egemonica da parte del nuovo principe (il partito rivoluzionario) o dei nuovi principi (al plurale) sulle masse lavoratrici. 

La strada è lunga e la rivoluzione se riusciremo a farla non sarà né un colpo di stato né una insurrezione che durerà poche ore come in Russia! In Cina è stata preparata in 22 anni di guerra popolare prolungata! Qui la guerra popolare prolungata non è fatta con  le armi in mano ma con il pensiero e con la capacità di creare egemonia. Lo scontro militare sarà inevitabile ma alla fine del processo!  La prima fase sarà quella di creare contraddizioni in seno al fronte nemico. 

Quella che individui come contraddizione tra liberisti e liberali o tra liberisti e democratici non può lasciarci indifferenti. Nostro compito è acuirla ancora di più in nome del principio fondante della costituzione italiana: la sovranità appartiene al popolo. E' vero come tu dici che la sovranità non è mai appartenuta al popolo ma nostro compito è appunto quello di realizzarla con chi ci sta...democratici, liberali, sovranisti, populisti, comunisti. 

Vedo nei tuoi interventi molta presunzione, molta spocchia, "o comunismo o barbarie" o questo o quello, o bianco o nero. Non è un modo dialettico di fare politica e di costruire alleanze e consenso per cambiare il mondo! Inoltre sottovaluti la contraddizione fondamentale di questa epoca storica che è quella tra globalismo delle élite multinazionali e popoli, Popoli e nazioni (non popolo come entità universale e astratta). Popoli e nazioni! E su questa bisogna fare leva indicando alle masse non la luna del comunismo (per ora il comunismo non è un obbiettivo praticabile e all'ordine del giorno se non per qualche setta) ma il dito della riappropriazione della sovranità sui propri territori, sui propri corpi, sul modo di alimentarsi, sulle proprie istituzioni, sulle proprie nazioni devastati dall'uragano della gl-e-balizzazione

Fuori da questo vedo solo declamazioni, proclami astratti, di cui abbiamo riempito i nostri cervelli per decenni e decenni senza cambiare nulla nei rapporti di forza reali! Ti parlo umilmente come un compagno che in fondo sa che la politica non è il suo forte, né la sua passione, perché fare politica è capacità di dirigere e condurre altri uomini e io ho tutto meno che questa capacità».
Un abbraccio 
Mauro Pasquinelli


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DELL'ANTIMODERNITÀ

[ 21 luglio 2018]

Dal black blog di Franco Senia la recensione di un libro che occorre leggere...

Non vi è forse epoca che non sia stata attraversata dal rifiuto del cambiamento e dal rimpianto della tradizione perduta. Tuttavia, ed è la tesi che alimenta queste pagine, se i tradizionalisti ci sono sempre stati, lo stesso non si può dire degli  antimoderni. Gli antimoderni non sono figure semplicemente mosse dall’eterno pregiudizio contro  il cambiamento, e dunque fantasmi del passato che si aggirano in ogni tempo. Gli antimoderni, nel senso proprio, moderno, della parola, hanno una data di nascita precisa: il 1798, l’anno in cui la Rivoluzione francese segna una rottura decisiva e una svolta fatale; hanno una casa: la letteratura; e posseggono un’attitudine tutta loro: una relazione particolare con la morte, con la malinconia, con il dandismo, con il disincanto che li fa sembrare più moderni dei moderni, come eroi ultramoderni dell’antimodernità.

Da Joseph de Maistre a Roland Barthes, passando per François-René de  Chateaubriand, Charles Baudelaire, Léon Bloy, Marcel Proust, Pierre Drieu la  Rochelle, André Gide, Jacques Rivière, Jean Paulhan, Julien Gracq, André Breton, Maurice Blanchot e tanti altri, il genio antimoderno si è rifugiato, per Antoine  Compagnon, nella letteratura, ma non nella letteratura genericamente intesa, bensì in quella «che noi qualifichiamo moderna, nella letteratura che è diventata canone della posterità», e «la cui resistenza ideologica è inseparabile dalla sua audacia letteraria».

Così, diversamente dalla vita politica, in cui, dalla Rivoluzione francese in poi, trionfa una candida apologia del moderno del tutto priva di modernità, la vita letteraria degli antimoderni, di coloro che hanno perso l’innocenza del moderno, appare, in questa importante opera dedicata alle figure più rilevanti della letteratura francese, segnata da una «reale e duratura modernità».

«Chi sono gli antimoderni? […] Non tutti i campioni dello status quo, i conservatori e i reazionari di ogni sorta, non tutti gli ipocondriaci e i delusi del proprio tempo, gli immobilisti e gli oltranzisti, gli accidiosi e i micragnosi, ma i moderni non entusiasti dei  Tempi moderni, del modernismo o della modernità, i moderni che furono tali loro malgrado, moderni lacerati o anche moderni intempestivi».


(dal risvolto di copertina di: Antoine Compagnon
Gli antimoderni. Da Joseph de Maistre a Roland Barthes, Neri Pozza, pagg. 509, euro 28.)

*  *  *

La letteratura è antimoderna,
ma è l'unica a raccontare la modernità

di Stenio Solinas 


S'intitola Gli antimoderni. Da Joseph de Maistre a Roland Barthes (Neri Pozza, pagg. 509, euro 28, traduzione di Alberto Folin) il saggio di Antoine Compagnon che ridisegna in controtendenza il panorama intellettuale francese (ma il discorso si potrebbe allargare facilmente a tutto il continente europeo) dell'Otto-Novecento. Via via che le idee di Progresso, Illuminismo, Materialismo, ottimismo storico prendevano il sopravvento, la modernità conquistatrice e sempre all'offensiva, la letteratura andava dalla parte opposta: «Nella prospettiva storica, Chateaubriand trionfa su Lamartine, Baudelaire su Victor Hugo, Flaubert su Zola, Proust su Anatole France, la meravigliosa generazione dei classici del 1870 - Gide, Claudel, Colette - sulle avanguardie storiche dell'inizio del XX secolo e forse Julien Gracq sul Nouveau Roman. Nel celebrare, ancora un decennio fa, il centenario della nascita di Sartre ci si è accorti di assistere al funerale della modernità. L'adesione al proprio tempo, la fede nel proprio tempo, l'impegno nel proprio tempo... Come sembra tutto, ormai, fuori tempo...»
Il saggio di Compagnon lo si può leggere sia come un excursus su quel filone della resistenza alla modernità che attraversa e in qualche maniera definisce la modernità stessa, distinguendola da un modernismo naïf, adoratore del progresso, sia come un indice tematico dell'anti-modernità ruotante intorno a sei idee fisse: in campo storico la controrivoluzione, in campo filosofico l'anti-illuminismo, in quelli morali e religiosi il pessimismo e il peccato originale, nei domini estetici il sublime e l'invettiva. Se ne può però fare una lettura più d'attualità, usandone le categorie e prendendo come filo conduttore la figura esemplare di Chateaubriand, del libro di Compagnon un po' la stella polare. Anche perché grazie a essa si può cogliere un altro elemento tipico dell'anti-modernità, dal saggista francese soltanto accennato: l'impoliticità. Perché gli antimoderni sono impolitici, ovvero tendono a subordinare la categoria del politico a elementi estetici e etici, quasi sempre stanno dalla parte degli sconfitti e quando gli capita di sedersi fra i vincitori è sempre per una causa che, come noterà appunto l'autore delle Memorie d'oltretomba, «una volta portata al successo mi si rivolterà contro». Di estrazione nobiliare, Chateaubriand visse la Rivoluzione francese lacerato da un'insanabile contraddizione, tipica di chi è comunque altrove rispetto al proprio tempo. Da un lato l'assolutismo monarchico aveva finito con il privare di ogni contropotere l'aristocrazia del regno, riducendola a pura etichetta costretta a recitare a Versailles la realtà del cortigiano. Ciò spiega perché l'elemento nobiliare più avvertito dei rischi di una simile involuzione, e più attaccato alla propria dignità perduta, vedesse positivamente la convocazione degli Stati Generali, cogliendo in essa l'opportunità di meglio bilanciare i poteri con un ritorno alle libertà. Dall'altro lato, la deriva egalitaria, l'istinto di rivalsa, il desiderio di fare tabula rasa del passato accelerarono talmente i tempi che il regicidio di Luigi XVI mise improvvisamente l'intera nobiltà, la più retriva e codina come la più avvertita e liberale e la più corrotta e cinica, nell'alternativa fra il sostenere il nuovo che al vecchio si sostituiva, ma così facendo rinnegando se stessa, oppure rifiutarlo, ma con ciò condannandosi a una battaglia di retroguardia. Lo scegliere la seconda strada porterà Chateaubriand a far parte dell'emigrazione e quindi all'esilio e alla lotta contro la rivoluzione. Una scelta fatta in nome della fedeltà a un mondo, a una parola, a uno stile di vita, a se stesso, insomma, nella consapevolezza però di ritrovarsi alleato agli elementi più deteriori, più ottusi e meno moderni della propria classe sociale, quegli stessi elementi che nell'accettare di appiattirsi supinamente sulla corona erano stati poi una delle cause del tracollo della stessa.

Le rivoluzioni, si sa, se tendono a essere permanenti divorano se stesse. E infatti dopo il Terrore, arrivano il Direttorio e Napoleone, primo console e non ancora imperatore... Chateaubriand vede bene il «Piccolo còrso». Lo vede come l'uomo in grado di uscire definitivamente dalla Rivoluzione senza per questo imboccare la strada della Restaurazione. Chateaubriand non vuole il Vecchio Regime: l'ha difeso, pur sapendolo indifendibile, perché anche in politica contano l'etica e l'estetica, ovvero il rispetto di se stessi, la parola d'onore, la dignità personale, l'amicizia. Sogna una Francia in cui il passato non sia demonizzato e dove la libertà eserciti un vincolo sul dispotismo, lo costituzionalizzi, le permetta di affrontare la sfida della modernità. Il suo «» a Napoleone è condizionato a questa scelta libertaria: diverrà «no» nel momento in cui questi sceglie l'impero e non la Francia. Un «no» che lo inserisce, nuovamente, fra i seguaci della restaurazione sic et simpliciter, quelli che nulla hanno imparato e niente hanno dimenticato, e che lui invano metterà in guardia: se rivolete il Re per diritto divino, è il messaggio, al suo posto avrete la fine della monarchia, il trionfo della repubblica e una modernità che vi divorerà. È una visione profetica e spiega perché il romanticismo antimoderno del suo autore sia oggi più contemporaneo del cinismo di un Talleyrand che riporterà Carlo X sul trono. Come ben spiega Compagnon, gli antimoderni non vanno dunque confusi con i reazionari, i conservatori, gli accademici o i codini... Sono in realtà non tanto gli avversari del moderno, ma i suoi teorici, quelli che lo hanno pensato, gli emigrati dell'interno, gli «esuli in patria»... E dunque i moderni loro malgrado, la retroguardia dell'avanguardia, per dirla con Roland Barthes, i vitalisti disperati, i pessimisti attivi, la modernità più la libertà. Di criticarla. E, stilisticamente parlando, rispetto ai moderni che lo scorrere del tempo condanna all'invecchiamento, hanno dalla loro un'atemporale eternità.

* Fonte: Stenio Solinas il Giornale del 10 dicembre 2017 

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venerdì 20 luglio 2018

SAVONA INDAGATO: PERCHÉ? di Antonio Maria Rinaldi

[ 20 luglio 2018]

Colpiscine uno per educarne cento

Noi non abbiamo una concezione poliziesca delle vicende politiche e storiche (volgarmente "complottismo"). Ma, come abbiamo sempre ribadito, i complotti e le congiure di Palazzo esistono e come. Ci sbaglieremo ma l'indagine della Procura di Campobasso che colpisce Paolo Savona ha tutto il sapore di un...complotto. Essa è infatti fulmineamente utilizzata dai media dell'élite per sputtanare Savona e così mettere i bastoni fra le ruote al governo e spaventarlo. 

*  *  *
Antonio Maria Rinaldi:
“Atto dovuto. Ma la notizia arriva dopo quell’intervista”

Intervista a cura di Americo Mascarucci


Il ministro degli Affari Europei, Paolo Savona, risulterebbe indagato a Campobasso nell’inchiesta del pm Rossana Venditti che coinvolgerebbe altre ventidue persone per presunta usura bancaria. Savona all’epoca dei fatti contestati era al vertice di Unicredit, dove siedeva a seguito della fusione con Capitalia. Una notizia che inevitabilmente sta facendo molto rumore ma che, secondo l’economista Antonio Maria Rinaldi,animatore del sito Scenari Economici che Savona lo conosce molto bene, si potrebbe sgonfiare molto presto. Lo Speciale lo ha intervistato. Secondo quanto riporta l’Ansa il nome del ministro Savona risulterebbe presente nell’atto della Procura della Repubblica di Campobasso relativo alla richiesta di proroga dei termini di durata delle indagini preliminari nell’inchiesta relativa ai parchi eolici di Molise, Puglia e Campania.

D. Ha sentito la notizia dell’indagine per presunta usura bancaria contro il ministro Savona? Che ne pensa?

R. “E’ notorio anche ai meno addetti ai lavori, che chiunque abbia ricoperto cariche di rappresentanza legali in qualsiasi banca italiana, è soggetto ad atti dovuti come quello che riguarderebbe Savona. Va anche detto che questi provvedimenti scattano solitamente nel momento in cui un’azienda o un qualsiasi cittadino che ha già un procedimento di rientro da parte di una banca, si appella contro sequestri o pignoramenti e per poterlo fare deve avanzare delle motivazioni. E la motivazione più gettonata è solitamente quella di accusare l’istituto di credito di aver applicato tassi da usura. In questo caso viene accolto l’appello, ma nel contempo vengono anche indagati i responsabili della banca. Nella stragrande maggioranza dei casi le inchieste contro i vertici bancari si sono risolte con l’archiviazione del procedimento perché il fatto non sussiste. Lo stesso Savona, per le stesse identiche accuse, è già stato assolto da altre procure”.

D. Questo ora non pensa potrà creare imbarazzo nel Governo ?

R. “Quello che sconcerta di più è che questa vicenda venga ora utilizzata da certa stampa per gettare discredito su un Ministro che sta lavorando molto bene. Poiché evidentemente non si riesce a contestarlo dal punto di vista tecnico, i media cercano di squalificarlo prendendo a pretesto un atto dovuto della magistratura che non sta a dimostrare nulla”.

D. Perché secondo lei?

“Non bisogna meravigliarsi più di tanto se questa notizia arriva all’indomani dell’intervista in cui Savona [anche QUI] enunciava la possibilità di poter utilizzare la medesima entità del surplus della bilancia commerciale estera, pari a 50miliardi, ossia il 2,7 del Pil anche per gli investimenti pubblici produttivi. Molti titolatissimi accademici hanno addirittura ipotizzato che l’intenzione di Savona fosse quella di procedere al celebre “esproprio socialista” togliendo i vantaggi di questo surplus direttamente dalle casse delle società. Il ragionamento macro economico di Savona è invece il seguente: visto che c’è questo tipo di surplus, l’Unione Europea ci dia la possibilità di impiegare le stesse identiche risorse per attivare quegli strumenti che consentono di fare investimenti pubblici produttivi, senza che vengano considerati nell’ambito del deficit. Sostenere improbabili espropri socialisti significa, o avere grosse lacune in macro economia, o essere palesemente in malafede. La verità è che Savona sta cercando di fare ciò che altri non si sono mai immaginati di poter fare e questo forse sta facendo ritenere ai media di non avere altra arma per combatterlo che riempirlo di fango”.

* Fonte: LO SPECIALE del 20 luglio

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