sabato 19 gennaio 2019

ESSERE EUROPEI? di Alessandro Visalli

[ 19 gennaio 2019 ]

Un'ottima  analisi critica del MANIFESTO PER LA COSTITUZIONE DI UNA LISTA UNICA DELLE FORZE POLITICHE E CIVICHE EUROPEISTE ALLE ELEZIONI EUROPEE lanciato da Carlo Calenda. Una critica alla critica: l'amico Visalli ad un certo punto lascia trasparire una certa nostalgia per «l’Europa come era prima della Unione». Nostalgia non giustificata, secondo noi, visto che nella vecchia "comunità europea" c'erano le fondamenta liberiste di quella che sarà l'Unione fondata sul mercato unico.

*  *  *

Noi non siamo europei. Nessun travestimento del nazionalismo, espressione appena domesticata del vecchio, storico, spirito imperialista delle borghesie del continente, ci riguarda.

Del Manifesto per la costituzione di una lista unica, di Calenda, come del precedente[1], non ci convince questo spirito di potenza, questa evocazione di destino che a un orecchio storicamente consapevole rimanda a tempi che devono trascorrere. Tempi da confinare nei libri di storia.

L’Italia è certamente un grande paese, ma non lo è perché ‘protagonista’, non lo è perché vuole avere un “ruolo nel mondo”, non perché vuole imporsi (sotto la foglia di fico della “sicurezza”).

Non va bene iniziare così:
“Siamo europei. Il destino dell’Europa è il destino dell’Italia. Il nostro è un grande paese fondatore dell’Unione Europea, protagonista dell’evoluzione di questo progetto nell’arco di più di 60 anni. E protagonisti dobbiamo rimanere fino al conseguimento degli Stati Uniti d’Europa, per quanto distante questo traguardo possa oggi apparire. Il nostro ruolo nel mondo, la nostra sicurezza – economica e politica – dipendono dall’esito di questo processo”.
L’Italia è un grande paese perché nella sua storia, ed in particolare nella storia popolare di liberazione, delle lotte di popolo, ha saputo trovare sintesi alte ed originali di passione per la libertà, la fratellanza e il reciproco sostegno.
È un grande paese per la capacità di risollevarsi, grazie alle straordinarie riserve di energia e intelligenza, dai suoi punti più bassi e di riscattarsi generosamente.
L’Italia è un paese che ha saputo trovare una delle sintesi politiche più alte ed efficaci nella sua Costituzione del ’48, e che negli anni seguenti ha saputo diventare un esempio per tutti.

L’Italia che a noi piace non è quella che piace a Calenda.

Non è l’Italia che esporta nel mondo, sacrificando i suoi lavoratori e importando milioni di persone in condizioni di sottoccupazione, mentre altri milioni di connazionali vengono accompagnati alle porte da imprese insensibili e incapaci da decenni di investire su di loro[2].

Va anche peggio come continua:
“L’Unione Europea è il risultato della consapevolezza storica e della volontà dei popoli europei. Un continente attraversato dalle guerre è oggi uno spazio pacifico e comune di scambi culturali, politici, economici, governato da regole ispirate a valori di libertà, tolleranza e rispetto dei diritti. L’Unione Europea è la seconda economia e il secondo esportatore del mondo. Un mercato unico di cinquecento milioni di persone, regolato dai più alti standard di sicurezza e qualità, che assorbe ogni anno duecentocinquanta miliardi di esportazioni italiane. Il nostro attivo manifatturiero è oggi doppio rispetto a quello che avevamo prima dell’euro e la nostra manifattura, seconda solo a quella tedesca, è legata da una inscindibile e strategica rete di investimenti, collaborazioni industriali, tecnologiche e commerciali con le altre economie europee. In Europa si concentra la metà della spesa sociale globale a fronte del 6,5% della popolazione mondiale”
I successi che Calenda elenca sono in realtà tragici insuccessi. La pace è un fatto, ma ovviamente determinato da cose molto più forti e pratiche delle organizzazioni sovranazionali che un vento può spazzare via in una mattina,come la storia insegna. La pace si è avuta in tutto il mondo, dal ‘45 ad oggi nessuna grande potenza, nessuna nazione tra le prime dieci, si è mai scontrata, e per un buon motivo: fino al ’91 c’era la diarchia Usa-Urss e poi c’è stato l’impero americano a garantirla.

Ma, soprattutto e più seriamente, gli scambi che Calenda vanta sono praticamente solo economici; sul piano politico si registrano, casomai, scontri crescenti, e questi sono ispirati solo alla competizione. Certo la competizione è ‘libertà’ ed è rispetto dei ‘diritti’, ma visti con gli occhi di chi questi se li può permettere. Chi non fa parte dei confortevoli salotti resta fuori al freddo, al freddo della crescente e spietata competizione. La libertà del mercato, è evidente, è per i ricchi.

Poi, certo, l’Unione Europea è il secondo esportatore al mondo. E’ potenzialmente una grande potenza economica, è un grande mercato, e, certo, il nostro attivo manifatturiero è cresciuto.

Ma la spesa sociale, che Calenda ipocritamente vanta, è costantemente ridotta dall’Unione Europea che, sotto la guida inflessibile del modello neo-mercatilista terdesco, vuole essere essenzialmente una grande potenza di esportazione: tra le due cose c’è un nesso evidente e necessario. Quel che non vuole dire Calenda è che questi “successi”, questa rinnovata volontà di prevalere nel mondo, sono costruiti proprio a spese del modello sociale europeo, e proprio a spese del suo straordinario popolo.

Il “grande conseguimento della storia” non è dunque l’Unione Europea, ma è, casomai, l’Europa come era prima della Unione.

Quel che, come cittadino del mondo, dell’Europa e italiano, io penso di essere chiamato quindi non è affatto difendere e far progredire il progetto neoliberale e neoimperialista europeo. Il progetto di guerra, economica per ora, che le élite industriali e finanziarie (ma anche buona parte di quelle politiche) da trenta anni portano ostinatamente avanti, al prezzo di qualsiasi sacrificio, purché sia di altri.

Quel che come cittadino del mondo, dell’Europa e italiano, io penso di essere chiamato a difendere è il modello sociale e costituzionale dei paesi che sono usciti dal nazi-fascismo e con la forza della loro energia e l’amore per la vera libertà hanno portato avanti per gli anni di vera crescita, civile e sociale dei nostri paesi. Anni di vera crescita umana e sociale che l’Unione Europea, uscita dalla crisi degli anni ’90, ha intenzionalmente interrotto.

Il rischio per la democrazia, e per la coesione sociale, ha ragione Calenda c’è[3]. Ma bisogna guardare dietro le sue spalle, perché sono quelli che lui difende a incarnarlo.

Per conservare l’Europa e rifondarla[4], nei valori dell’umanesimo democratico, bisogna andare quindi esattamente nella direzione opposta: bisogna mobilitare le forze del lavoro, del solidarismo e del volontariato, della funzione pubblica che deve ritrovare il suo orgoglio e la sua ineliminabile funzione prioritaria, della socialità diffusa, della politica democratica.

Bisogna riprendere la lotta, non c’è più molto tempo.

* Fonte: Tempo Fertile

[2] - Si veda, ad esempio, Rodolfo Ricci, “Quelli che se ne vanno
[3] - Scrive: “L’Unione è dunque un grande conseguimento della storia, ma come ogni costruzione umana è reversibile se non si è pronti a combattere per difenderla e farla progredire. I cittadini europei sono oggi chiamati a questo compito.
L’Europa è infatti investita in pieno da una crisi profonda dell’intero Occidente. La velocità del cambiamento innescato dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica, e parallelamente gli scarsi investimenti in capitale umano e sociale – che avrebbero dovuto ricomporre le lacerazioni tra progresso e società, tra tecnica e uomo – hanno determinato l’aumento delle diseguaglianze e l’impoverimento relativo della classe media. Ciò ha scosso profondamente la fiducia dei cittadini nel futuro. L’incapacità di gestire i flussi migratori provenienti dalle aree di prossimità colpite da guerre e sottosviluppo ha messo in crisi l’idea di società aperta. La convergenza tra queste turbolente correnti della storia ha minato la fiducia di una parte dei cittadini nelle istituzioni e nei valori delle democrazie liberali. Per la prima volta dal dopoguerra esiste il rischio concreto di un’involuzione democratica nel cuore dell’Occidente. La battaglia per la democrazia è iniziata, si giocherà in Europa, e gli esiti non sono affatto scontati”.
[4] - Scrive ancora Calenda: “L’obiettivo non è conservare l’Europa che c’è, ma rifondarla per riaffermare i valori dell’umanesimo democratico in un mondo profondamente diverso rispetto a quello che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni.
Un mondo che affronta tre sfide cruciali: il radicale cambiamento del lavoro, e dunque dei rapporti economici e sociali, a causa di un’ulteriore accelerazione dell’innovazione tecnologica; il rischio ambientale e la necessaria costruzione di un modello di sviluppo legato alla sostenibilità; uno scenario internazionale più pericoloso e conflittuale. Le forze da mobilitare per la costruzione della nuova Europa sono quelle del progresso, delle competenze, della cultura, della scienza, del volontariato, del lavoro e della produzione”.

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venerdì 18 gennaio 2019

NOI NO di Piemme

[ 18 gennaio 2019 ]


Tutti, ma proprio tutti, contro il "decretone" legislativo con cui il governo giallo-verde avvia l'applicazione del cosiddetto "reddito di cittadinanza" e di "quota cento" sulle pensioni. Contro tutte le opposizioni parlamentari — con la Meloni che la spara grossa annunciando di raccogliere le firme per abolire la misura tanto voluta dai Cinque Stelle. Contro la Confindustria e la CGIL. Contro tutto il circo mediatico. Contro l'estrema sinistra. Contro i "sovranisti". Casa Pound e fascisteria varia non pervenuti...
Un vero e proprio mucchio selvaggio che fa gongolare l'élite: tutto fa brodo per sbarazzarsi del "governo populista" per riconquistare Palazzo Chigi mettendo al loro posto fantocci collaudati, magari proprio Mario Draghi.
Noi no.
Non ci sfuggono di certo gli enormi limiti delle due misure simbolo dei "populisti". Dovessimo fare l'elenco delle loro evidenti criticità supereremmo forse l'armata dei detrattori. Tuttavia, al netto di questi enormi limiti, queste due misure vanno nel senso di invertire le politiche austeritarie che vengono avanti da quasi trent'anni in nome del dogma liberista del pareggio di bilancio. Per la prima volta un governo tenta di applicare due misure che vanno nel senso di redistribuire la ricchezza sociale dall'alto verso il basso, ovvero andando incontro alle istanze di milioni di italiani vittime di una sistematica macelleria sociale.
Questa è la sostanza che non è solo simbolica perché incide infatti sul corpo vivo dei dimenticati, di chi la crisi economica ed i diktat dell'Unione europea hanno spinto sempre più in basso nella scala sociale.
Già l'Unione europea...
Tutti danno addosso al governo, ma pochi, anzi nessuno dice la cosa più importante ed oramai evidente ai più: che nell'Unione europea non sono possibili né giustizia sociale né dignità, né benessere per il popolo lavoratore. Detta in punto di dottrina: nell'Unione europea non è possibile per nessuno una politica economica keynesiana. Nella Ue non c'è spazio per la sovranità statuale, tanto più per paesi sotto ricatto debitorio come il nostro.
Da questo assunto alcuni ne ricavano una conclusione, come dire, disfattista: "che muoia Sansone con tutti i filistei!". Detto altrimenti: che crepino la Ue e con essa il governo che ha accettato il compromesso.
Dietro a questo disfattismo impotente e puerile c'è l'idea che ormai non ci sia più niente da fare, che l'Italia sia condannata come nazione e come stato.
Invece...
Invece la partita della sovranità popolare è solo all'inizio, è tutta aperta. Lo scontro decisivo con il blocco dominante anti-nazionale e liberista lo abbiamo davanti.
Primo, non è ancora detto che i populisti tradiranno l'enorme spinta al cambiamento che li hanno portati al governo. Secondo: nel caso crollino sotto il peso delle loro enormi responsabilità quella spinta potrebbe produrre sì una paralizzante disincanto, ma potrebbe suscitare una rivolta generalizzata in stile Gilet Gialli.
C'è ancora tempo, prepariamoci.

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BREXIT, HARD BREXIT! di Leonardo Mazzei

[ 18 gennaio 2019 ]

La confusione sotto il cielo britannico è grande, la situazione potrebbe farsi eccellente. 
Giunti a questo passaggio del percorso verso la Brexit il condizionale sullo sbocco è d'obbligo, ma alcune cose sono già chiare.
La prima, la più importante, che forse proprio per questo nessuno rileva, è che anche stavolta l'Unione Europea si è dimostrata quel che è: un mostro antidemocratico, capace solo di farsi forte con le minacce e la paura. Dunque totalmente incapace di immaginare un accordo rispettoso della volontà popolare che si è espressa nel referendum del 2016. Anzi, è proprio quella volontà che si vuole calpestare, irridere ed infine stravolgere. E pensare che c'è chi ancora vende la menzogna di una UE come presidio democratico!


Certo, la pittoresca classe politica d'oltre Manica ci ha messo parecchio del suo. L'assurda contraddizione tra il mandato referendario, ed un governo che quel mandato ha voluto sostanzialmente tradire, è oggi sotto gli occhi di tutti. Il fatto è che il voto sulla Brexit fu un shock generale. Shock innanzitutto per l'èlite finanziaria e per i media, altezzosamente certi della superiorità del loro "pensiero unico". Shock sia per i laburisti che per i conservatori, entrambi divisi al proprio interno, entrambi con una base elettorale ben più favorevole all'uscita di quanto lo siano le rispettive rappresentanze parlamentari. Ma sorpresa ed impreparazione emersero subito anche nel campo del "Leave", dove pure i personaggi pro-Brexit più in vista, da Farage a Johnson, non ci misero molto a mostrare i propri limiti.

La risultante di tutto ciò — la volontà europea di punire un intero popolo da un lato; i pasticci di una classe dirigente britannica come minimo non rispondente alla spinta popolare, dall'altro — hanno condotto alla paralisi attuale. 

L'accordo tra Theresa May e l'Ue è stato sonoramente bocciato (432 voti contrari, a fronte di 202 a favore) dal parlamento di Westminster. Quello stesso parlamento che esattamente 24 ore dopo ha invece rinnovato la "fiducia" alla May con  325 voti contro 306. Mai si era vista una cosa del genere, mai un primo ministro battuto in quel modo aveva preteso di restare ugualmente in sella.

Ma, ovviamente, il problema non è Theresa May. Il problema è la classe dirigente britannica, quantomeno la sua parte maggioritaria. Essa vorrebbe superare lo shock del 2016 rendendo finalmente nullo quel referendum. Lo vorrebbe tanto, anche se non può dirlo nel modo in cui lo dicono gli sfegatati euro-liberisti della sponda continentale della Manica.

Su questo lato non c'è ritegno: l'UE non ha niente da concedere, sono gli inglesi che devono fare marcia indietro, cancellare l'esito del voto, o annullando con atto d'imperio la procedura dell'art. 50 sull'uscita, o riconvocando un referendum che ribalti il risultato di 3 anni fa.

Ma lorsignori hanno un problema, perché non sta scritto da nessuna parte che l'elettorato britannico rovescerebbe l'esito del 2016. Su questo possiamo concordare con quanto ha detto Farage ieri al parlamento di Strasburgo. Rivolgendosi al capo negoziatore europeo Barnier ha affermato: 
«Il documento sull'uscita dall'Ue dice: o questo accordo o il no deal. Ora lei dice che non c'è sostegno al no deal! Noi invece con il no deal saremmo un paese indipendente. Non metto in dubbio che alla fine ce la farete: perché collaborano con voi Blair e altri membri dell'establishment britannico che disdegnano l'esito della consultazione del 2016 e vogliono fare un nuovo referendum... Ma avrete la sorpresa: vinceremo con più voti di prima».
Ecco allora la nuova trovata che gira dalle parti di Bruxelles: nuovo referendum sì, ma non tra "Leave" e "Remain", bensì solo tra "Remain" e l'inaccettabile (per la Gran Bretagna) accordo sottoscritto dalla May, escludendo dunque dalla consultazione il temuto "no deal", cioè l'uscita senza accordo alcuno. Chiaro come una simile mostruosità antidemocratica farebbe comodo agli euro-oligarchi della Commissione. Per loro sarebbe in effetti una insperata soluzione win-win. Ma tutto ciò potrà mai essere accettato a Londra?

Ora, è vero che la decadenza della classe dirigente britannica è davvero impressionante, ma potrà mai essere accettato un referendum che porrebbe come uniche alternative o la smentita dell'esito referendario di tre anni fa, o il ribaltamento del voto parlamentare di due giorni orsono, negando invece la possibilità di confermare l'opzione che risultò vincente nel 2016?

Sarebbe grave se ciò accadesse. Che l'euro-dittatura lo pretenda, che dietro le quinte lo suggerisca, non può certo stupire. Ma per la Gran Bretagna sarebbe un'umiliazione tremenda, e una maggioranza parlamentare che volesse muoversi in questa direzione segnerebbe con ciò la propria morte politica.

Non sapendo perciò cosa fare, quel che si ipotizza adesso è solo un rinvio della data limite del 29 marzo. La si vorrebbe spostare al 29 maggio, guarda un po' tre giorni dopo le elezioni europee... 

Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni, a partire dal "piano B" che la May dovrebbe presentare in parlamento lunedì prossimo. Di certo la confusione regna a Londra, ma neanche a Bruxelles si dormono sonni tranquilli. Il timore dell'euro-dittatura è il "no deal", altrimenti detto Hard Brexit.

Da modesti osservatori di un Paese nel mirino dell'euro-oligarchia noi siamo per l'Hard Brexit

Lo siamo per quattro motivi: perché crediamo nella democrazia, e l'esito del referendum va rispettato; perché l'Ue ne uscirebbe scornata; perché si dimostrerebbe che l'uscita è possibile; perché il giorno dopo il sole continuerebbe a sorgere ad est anche sul Tamigi, e la paura dell'ignoto verrebbe finalmente sconfitta.

Non sarebbe poco. Hard Brexit!

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giovedì 17 gennaio 2019

IL misFATTO QUOTIDIANO 2

[ 17 gennaio 2019 ]

Ieri informavamo i nostri lettori sul delinquenziale resoconto dell'incontro con i Gilet Gialli apparso su IL FATTO QUOTIDIANO.
Ci ha risposto subito il vicedirettore al quale abbiamo detto...



*  *  *

Buongiorno, sono il vicedirettore de ilfattoquotidiano.it. L’articolo a cui fa riferimento è uscito invece sul giornale cartaceo. Girerò questa comunicazione, le voglio però dire che la forma, la sostanza e la modalità (mandare a un’intera redazione una mail di attacco personale a un collega) mi trovano in totale disaccordo. Conosco Tommaso Rodano e so come lavora. Le precisazioni e le puntualizzazioni sono sempre benaccette, ma credo che il suo attacco sia viziato da un palese pregiudizio.
In ogni caso trasmetto la sua mail. Buona giornata

Simone Ceriotti

*  *  *

Sig. Ceriotti,

la ringraziamo per l’attenzione.

Riguardo alla forma, è assai bizzarro che Lei, vicedirettore de ilfattoquotidiano.it, non si sia accorto che l’articolo del Rodano è apparso non solo sul giornale cartaceo, ma pure sul suo giornale digitale. Questo è il link.


Nella sostanza, Lei (o chi di dovere) può facilmente rendersi conto da quale parte stia il pregiudizio, e quindi da quale parte la verità, avendo la pazienza di guardarsi il video dell’incontro già indicatovi, e che ha registrato oltre 60mila visualizzazioni.

Non pretendiamo certo né identità di vedute, né rinuncia alla critica, ma non sarà certo difficile riconoscere l’enorme e inaccettabile deformazione sostanziale cui siamo stati oggetto nell’assurdo articolo di domenica scorsa («una trentina di presenti; finisce quasi a schiaffi; ecc...»).

Il Vostro giornale dice di battersi per la libertà di stampa, ma la libertà di stampa non è l'autorizzazione a chicchessia o per chicchessia di falsificare, per l'appunto, i fatti.

Se siete davvero in buona fede, siamo a disposizione per spiegare ai vostri lettori e a voi medesimi chi siamo, da dove veniamo e cosa vogliamo.


Saluti
Programma 101


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INTELLIGENZA O DEMENZA ARTIFICIALE? il pedante

[ 17 gennaio 2019 ]

Ci segnalano, e volentieri pubblichiamo questo pezzo de il pedante che condividiamo nella sostanza, tranne quando tira in ballo Marx come anche lui seguace della concezione della "neutralità della tecnica". Il che non è vero.


*  *  *
Non basterebbero molte pagine per commentare l'ultima moda improvvisa e globale della digitalizzazione a tappe forzate, che per qualcuno - i soliti - dischiuderebbe «l’opportunità per pensare un mondo nuovo e per pensare anche un umano nuovo». Qui si può solo abbozzare una ricognizione preliminare sul tema, con l'intento non certo di chiosare le pretese «rivoluzioni» tecnologiche che lo rimpolpano, ma di raschiarne la patina retorica per ritrovarvi le dinamiche più antiche e familiari di un progetto di dominio degli uomini sugli uomini. Di cui la macchina è, insieme, lo strumento e il pretesto.
Da questa ricognizione emergerà che l'«e-government», il governo digitale, è esattamente ciò che dice di essere: l'ultima carnevalesca livrea della tecno-crazia, del potere sedicente tecnico che nel promettere la svolta storica di sottrarre le decisioni alle debolezze degli uomini... le sottrae agli uomini deboli per riservarle ai forti, come è sempre accaduto. Copertasi di sangue e di ridicolo nei campi dell'economia, svelatasi tribale e violenta in quelli della scienza e della medicina, darà spettacolo di sé con gli ultimi gingilli dell'ingegneria. A risultati invariati.
***
In punto fenomenologico colpisce innanzitutto che le sedicenti innovazioni di cui si sostanzierebbe la «rivoluzione digitale» (qui una carrellata giornalistica) sono raramente tali, trattandosi piuttosto di nuove applicazioni integrate e in larga scala di tecnologie che già esistono: internet, le basi di dati, i dispositivi hardware programmabili, gli algoritmi biometrici, poco altro. Se l'innovazione rappresenta lo strumento, l'applicazione detta gli obiettivi del suo impiego: è, cioè, un atto politico. Trattandosi in molti casi di mere fantasie, delle nuove applicazioni non si divulgano di norma le proprietà tecniche ma piuttosto gli scenari sociali, politici e antropologici che dovrebbero inaugurare. Perché, evidentemente, le «novità» da promuovere sono proprio quegli scenari, la visione di un «mondo nuovo» e di un «umano nuovo». Non altro, non le tecnologie, non la tecnoinsalata più o meno plausibile scodellata a contorno.
Il marchio tutto politico dell'operazione trova conferma nel fatto che le applicazioni promesse, secondo il paradigma solito di un capitalismo in crisi di sopravvivenza, non si degnano di rispondere alle leggi di mercato. Per quanto le si strombazzi, non riscaldano l'interesse, né quindi la domanda, di chi ne dovrà fruire. Se la telefonia mobile, la videoscrittura e la navigazione satellitare non ebbero bisogno di essere magnificate e promosse per diffondersi, oggi quasi nessuno avverte la necessità di una blockchain e delle sue applicazioni, né aspetta con ansia la supervelocità di una rete 5G, né sogna di connettere il forno, lo scooter e l'asciugacapelli alla rete. Più spesso, le innovazioni promesse suscitano anzi spavento e rigetto. La schedatura dei dati sanitari e genetici, la moneta elettronica coatta, la geolocalizzazione permanente, i microprocessori sottopelle, la videosorveglianza integrata e il riconoscimento somatico, per citarne alcuni, non sono reputati inutili, ma pericolosi. Eppure avanzano, mentre dovrebbero marcire sugli scaffali. L'esempio più lampante è la novità di quest'anno, la fatturazione elettronica obbligatoria verso tutti, rifiutata dalla totalità dei suoi «beneficiari» e ciò nondimeno imposta prima con il pretesto penoso di un recupero fiscale, poi, gettata la maschera, con quello ancora più penoso di avere trasformato quel risparmio immaginato in un vincolo di bilancio erariale.
Schifata dai consumatori e dalla mano invisibile, la cyber-rivoluzione si rifugia tra le gambe di uno Stato pianificatore che la fa trangugiare ai suoi sudditi come agenda digitale, dove gli agenda, in latino, sono appunto le cose che devonoessere fatte. E se i cittadini non scuciono i soldi come acquirenti, sarà Pantalone a farglieli scucire come contribuenti, stanziando ad esempio 100 milioni italianiper la blockchain tanto cara alla Casaleggio Associati e «non meno di venti miliardi» europei per l'intelligenza (?) artificiale. Cade così, con la fiaba del mercato über alles, anche quella di un progresso tecnologico che a mo' di locomotiva lanciata sui binari della storia «va governato» perché «inarrestabile», mentre è ormai chiaro che chi se ne dichiara al traino lo sta trascinando: con fatica, con ostinazione e contro la volontà dei passeggeri. In questa miserabile finzione si misura il trapasso limpido dal progresso, caratterizzato da benefici veri o presunti, ma comunque percepiti, alla sua versione violenta e autoreferenziale: il progressismo, che nel nome dell'inesistente - il futuro - si arroga il diritto di coartare l'esistente.
***
In punto sociale, l'ipotesi maoista che la digitalizzazione a furor di Stato servirebbe a migliorare anche le condizioni di vita di chi oggi per «ignoranza» ne teme gli effetti, non è storicamente ricevibile. Sarebbe infatti facile osservare che gli anni in cui è infuriata la crisi economica e occupazionale, dal 2008 ad oggi, sono stati anche quelli caratterizzati dalla maggiore affermazione e diffusione di nuove applicazioni digitali: dagli smartphone ai servizi telematici di aziende e pubbliche amministrazioni, dalle videochiamate gratuite alla repressione del denaro contante, fino alla profilazione automatica via social. Rimossi i travestimenti del marketing - dove tutto ha da essere nuovo e «senza precedenti» - si scoprirebbe che la mancata promessa di avanzamento sociale delle innovazioni tecniche imposte dall'alto ha una storia molto più antica, una storia che lascia presagire con certezza il futuro, tant'è i più attrezzati l'avevano prevista e descritta già agli albori della rete internet e dei telefoni cellulari. Così David F. Noble nel 1994 (Progress without People):
... non c'è bisogno di lanciarsi in speculazioni futuristiche... per capire che cosa è successo alle nostre vite e ai nostri standard di vita durante la cosiddetta era dell'informatica... L'autostrada dell'informazione non è che ai suoi inizi e il posto di lavoro virtuale è ancora in larga parte sperimentale, ma le loro conseguenze sono fin troppo facili da prevedere alla luce della storia recente. Dopo mezzo secolo di rivoluzione digitale, le persone oggi lavorano più a lungo, in condizioni peggiori, con più ansia e più stress, meno competenze, meno sicurezza, meno potere contrattuale, meno benefici e salari più bassi. In questi anni la tecnologia informatica è stata chiaramente sviluppata e utilizzata per demansionare, disciplinare e rimpiazzare il lavoro umano, in un crescendo globale di proporzioni mai viste. Chi ancora lavora è fortunato. Perché la tecnologia è stata progettata e sviluppata per stringere la morsa delle aziende multinazionali sulle risorse del mondo, con risultati ovvi e programmati: esautorare e marginalizzare una larga parte della popolazione mondiale, non solo nei Paesi industrializzati; aumentare la disoccupazione strutturale (cioè permanente) e l'emergenza connessa di un esercito nomade di lavoratori precari e part-time, controcanto umano della produzione flessibile; rinfoltire i ranghi di chi è destinato a una povertà perpetua; allargare drammaticamente il divario tra i ricchi e i poveri, riportandolo a proporzioni ottocentesche.
Questo e altri saggi dello stesso autore meriteranno un commento più ampio, per la preveggenza non solo degli effetti di questo ultimo sussulto di rivoluzione industriale, ma prima ancora dei motivi che continuano ad alimentarne la seduzione. Tra questi, il più forte si fonda nell'antica menzogna della «neutralità della tecnica», della scissione irrazionale tra gli strumenti e gli scopi socio-economici per i quali sono concepiti, che da Marx in poi ha illuso generazioni di vittime del «progresso» incatenandole a un culto in certi casi puerile della macchina e delle sue promesse.
Qui è sufficiente richiamare questi pochi cenni e applicarli ai segnali di una «rivoluzione» che, ancora una volta, non rappresenta né un'opportunità né una «sfida», ma il compiersi di una volontà di dominio molto più antica delle macchine, di cui le macchine sono solo l'ultimo mascheramento.
* FONTE: il pedante
** Questo articolo è apparso, in forma ridotta, su La Verità del 12 gennaio 2019

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mercoledì 16 gennaio 2019

IL misFATTO QUOTIDIANO

[ 16 gennaio 2019 ]


Tommaso Rodano, un giornalista all'amatriciana

Qualcuno si domanda il perché la casta dei giornalisti sia sempre meno credibile, sempre meno creduta, sempre meno letta. Una risposta la si può forse trovare nella qualità, nella veridicità, nell'onestà intellettuale di certi articoli. Dunque nella deontologia professionale di chi li ha scritti.

Tommaso Rodano, del Fatto Quotidiano, fa al caso nostro. Prendiamo il suo articolo di domenica scorsa sull'incontro di solidarietà con i Gilet Gialli, organizzato da Programma 101 a Roma.

Dato che quando si esagera con le falsità il lettore solitamente se ne accorge, quel testo non è tanto offensivo nei nostri confronti; lo è ancor di  più verso i lettori e la loro intelligenza, ma pure verso il giornale che lo ospita e retribuisce.

In ogni caso noi il Rodano lo vogliamo ringraziare, per almeno tre motivi:
Primo, perché ci ha mostrato in maniera insuperabile a quali bassezze si possa arrivare quando si è guidati dalla malafede, dal pregiudizio, dall'odio per tutto ciò che sfugge alle regole e ai codici della politica politicante asservita alle oligarchie dominanti. Una vera lezione per i lettori.

Secondo, perché nel suo tentativo di ridicolizzare la nostra iniziativa, quel che risulta ridicola è solo la sua ricostruzione dell'incontro. Insomma, un autogol. Ma non un autogol sfortunato, come può capitare. No, un autogol come quello di quel portiere che volendo dribblare l'attaccante se la butta nella propria porta con un colpo di tacco. Già, un colpo di tacco, perché dev'essere proprio con i piedi che scrivono certi "giornalisti".

Terzo, il Rodano ci ha fatto riflettere. Oddio, sinceramente ci ha fatto anche pena. E un po' ci siamo vergognati anche per lui. Ma ci ha fatto pure riflettere sulla situazione della libertà di stampa, che temiamo sia difficile da difendere se chi dovrebbe esercitarla lo fa in quel modo.

Il giornalista del Fatto ha "visto" un'assemblea tesa, laddove c'era invece un clima appassionato con momenti di autentico entusiasmo. Ha "visto" momenti di tensione - «finisce quasi a schiaffi» - solo perché si è dovuto far fronte all'azione di disturbo di due provocatori. Oh, come gli sarebbe piaciuto se quella provocazione fosse riuscita! Ha "visto" «un'espressione tra lo sbigottimento e il disappunto» dei due ospiti francesi, quando invece i due Gilet Gialli sono stati entusiasti dell'incontro, dell'accoglienza avuta, del fatto di aver partecipato alla prima manifestazione di solidarietà con il loro movimento fuori dalla Francia. Il Rodano, non contento di aver voluto scambiare il patriottismo di sinistra con il "rossobrunismo", ha finito per "vedere" una «trentina di presenti, giornalisti compresi», quando invece la sala da 200 posti era al completo. Insomma, come "vista" niente male.

Che fare davanti a tanta manifesta malafede, del resto ben racchiusa nel titolo: «Roma, l'improbabile farsa dei Gilet Gialli alla vaccinara»? Noi possiamo solo consigliare due cose.

Alla direzione del Fatto Quotidiano consigliamo la visione del video della diretta dell'incontro, realizzato da Byoblu. Un video visto da 60mila persone in tre giorni, ovvero molto di più delle 48mila copie (numeri ufficiali, non come quelli truccati del Rodano) che spaccia IL FATTO QUOTIDIANO, si badi, sommando la versione cartacea e quella digitale).

A Tommaso Rodano possiamo invece consigliare solo un oculista. Ma proprio bravo, che il suo è un caso grave.


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