venerdì 22 febbraio 2019

"DECRETO DIGNITÀ": UN PRIMO BILANCIO (POSITIVO)

[ 22 febbraio 2019 ]


Fummo bersaglio di dure critiche quando nell’estate scorsa, come Programma 101, demmo un giudizio critico ma positivo del “decreto dignità”. E questi attacchi non giunsero solo da inguaribili sinistrati per cui.. "il governo fascio-leghista”.

Grazie ai dati pubblicati ieri dall’Ossevatorio dell’INPS sul precariato è possibile trarre un primo bilancio sugli effetti del “decreto dignità” fortemente voluto dal M5s.
Tra questi dati uno è macroscopico: nella seconda metà del 2018 c’è stato un vero e proprio boom di trasformazione a tempo indeterminato dei contratti a termine in scadenza: più 76,2% rispetto all’anno precedente. 
Nel complesso, lo scorso anno sono stati creati 431mila nuovi posti di lavoro di cui 200mila a tempo indeterminato (cioè 200mila precari in meno). 
Nel 2017 erano stati 465 mila, ma gli indeterminati erano calati di 178mila unità.

Per quanto il piddino Jobs Act non venne del tutto smantellato dal “decreto dignità”, noi dicemmo che segnava un evidente inversione di marcia.
I dati INPS lo confermano.

Come i nostri lettori sanno non siamo indulgenti né col governo né con Di Maio, ma condividiamo quanto ha scritto nella sua pagina Fb a commento dei dati INPS:
«Sono i primi effetti del decreto dignità e mi danno tanto entusiasmo per andare avanti su questa strada. So bene che il problema non è risolto, ci sono ancora troppi precari che meritano una vita migliore, la strada da compiere è ancora lunga ma oggi, quantomeno, sappiamo di aver preso quella giusta».

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"AREA B" A MILANO ... di Alceste De Ambris

[ 22 febbraio 2019 ]

... OVVERO L'AMBIENTALISMO AL SERVIZIO DEI RICCHI

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Scarsa eco mediatica ha avuto ieri la protesta degli ambulanti di Milano contro l’introduzione dell’ Area B, che entrerà in vigore il 25 febbraio. I manifestanti mostravano dei cartelli, come quello che ho fotografato. [vedi più sotto].

L’Area B, a differenza dell’Area C che riguarda solo il centro urbano, si estenderà sulla quasi totalità del territorio cittadino. Il divieto di circolazione riguarda i mezzi diesel, motoveicoli autoveicoli e autocarri, se non nuovi; successivamente la limitazione si estenderà anche ai mezzi a benzina, sempre se di vecchia fabbricazione. Ad esempio per le auto il divieto riguarda qualsiasi veicolo diesel che non sia di classe almeno “Euro 5”, cioè se immatricolato precedentemente al 2011.
Ciò significa che chi ha un mezzo più vecchio di otto anni dovrà necessariamente comprane uno nuovo, ritrovandosi per di più il proprio svalutato perché non più appetibile sul mercato. I costi per i cittadini e per chiunque entra abitualmente a Milano per lavoro (pendolari, commercianti ecc.), saranno enormi. Si è evocata la cifra di oltre 100.000 veicoli che non potranno più circolare.

I maggiori disagi ricadranno sulle fasce più deboli: precari, disoccupati, anziani, immigrati, artigiani ecc. e chiunque non abbia l’immediata disponibilità economica per compare un nuovo veicolo.

Le deroghe previste (5 giorni all’anno di libera circolazione, o 25 per i residenti, peraltro da chiedere preventivamente con una complessa procedura) evidentemente non attenuano il problema.

I disagi non toccheranno invece chi è proprietario di una macchina nuova o chi, abitando in centro, può utilizzare comodamente i mezzi pubblici o il car sharing: quella borghesia milanese fintamente di sinistra che ha sostenuto il sindaco Sala (il centro di Milano è l’unica zona della Lombardia dove il Pd è primo partito); quel ceto di professionisti manager e imprenditori, spesso legati al settore della finanza, che arrivano da tutto il mondo per lavorare temporaneamente in città (a Milano ha sede una multinazionale su tre in Italia); oltre ai turisti stranieri.

Abbiamo dunque una contrapposizione élite/popolo e centro/periferia molto simile a quella che emerge in Francia con il movimento dei Gilè gialli: da una parte i residenti nelle periferie e nell’hinterland che subiranno il costo economico di questa misura restrittiva, e dall’altra una classe privilegiata nazionale e globale, che invece trarrà vantaggio dal miglioramento ambientale, e nemmeno comprende le ragioni del malcontento.

Il tutto avviene in assenza di dibattito pubblico e nell’indifferenza dei media. Ricordiamo il clamore suscitato dalla proposta dell’Area C, che era una restrizione molto più limitata, e aveva almeno il vantaggio di generare risorse per il Comune: ora invece gli ingressi non sono possibili nemmeno a pagamento.

L’inquinamento atmosferico (in particolare il particolato Pm10) è un problema reale per la salute, ma ci sono diversi strumenti per contrastarlo: si è scelta una modalità allo stesso tempo classista e irrazionale. Infatti è chiaro che le emissioni dei veicoli non sono l’unica fonte di smog (contribuiscono di più i riscaldamenti domestici) e che comunque anche i veicoli nuovi producono emissioni, pur se in misura minore. Per contrasto ricordiamo che in passato nei periodi di emergenza si era utilizzato l’espediente delle targhe alterne: creava disagi agli automobilisti, ma distribuiti tra tutti in modo “democratico”.

Peraltro le ragioni profonde del bando del diesel in Europa – questo argomento richiederebbe una trattazione a parte – appaiono più di ordine “geopolico” che ecologico.

In conclusione, Milano si propone come città internazionale e turistica ma, con il pretesto ecologista, vietata ai “poveri” locali (in Lombardia la povertà è relativa, ma c’è); l’effetto dell’Area B sarà un’ulteriore “gentrificazione” ed espulsione dei residenti a basso reddito. L’esperimento della “città chiusa” è il primo in Italia: Milano spesso anticipa i fenomeni (positivi ma più spesso negativi) che poi si diffondono altrove, sicché consiglio a tutti di stare all’erta.

Il provvedimento è a mio parere persino sospetto di incostituzionalità, in quanto crea ingiustificate discriminazioni al diritto di libertà di movimento dei cittadini (art. 16).


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giovedì 21 febbraio 2019

RECESSIONE? C'È DEL MARCIO IN DANIMARCA di Leonardo Mazzei

[ 21 febbraio 2019 ]

Che c'azzeccano i cantieri? E che c'azzecca l'instabilità politica con il crollo del fatturato dell'industria?

Il dato è di quelli che non ammette troppi discorsi. A dicembre il fatturato dell'industria italiana è calato del 3,5% rispetto a novembre e del 7,3% rispetto al dicembre 2017. Eravamo dunque stati facili profeti nel pronosticare il consolidarsi di una seria tendenza recessiva.

Così scrivevamo all'inizio del mese a proposito dei dati negativi del Pil:
«E' successo che il ciclo economico capitalistico volge verso il basso. E, come avviene da anni, il calo è più marcato in Europa. All'interno della quale l'Italia paga più degli altri la gabbia dell'euro. Insomma, la verità è che siamo nella norma. Quella norma da cui non si può uscire, altrimenti i "mercati" (cioè l'oligarchia finanziaria) ci puniscono con lo spread».
Proprio perché questa fotografia è difficile da contestare, lorsignori amano parlar d'altro. La loro narrazione è semplice: si va verso la recessione perché abbiamo instabilità politica ed un governo di incapaci "blocca-cantieri".

Il problema è che questa menzogna non regge. Ed i nostri pinocchietti del "partito del pil" si auto-smentiscono ogni volta che aprono bocca. 

Vediamo alcuni esempi, cominciando con il commento del presidente di Confindustria sui dati dell'Istat. Per Boccia la risposta da dare è chiara: bisogna aprire i cantieri. Quali? Tutti. Quando? Domani mattina, ma che domande! Con quali soldi non si sa, dato che il Boccia reclama investimenti pubblici ma anche rigore nei conti. Peccato che le due cose abbiano qualche difficoltà a stare insieme. 

Subito dopo, però, il Boccia si scioglie ammettendo che siamo in un «contesto economico che sta rallentando e che è arrivato anche in casa essendo il nostro un paese ad alta vocazione all'export». Che si riferisca agli ultimi dati della Germania? Eh già, perché la "locomotiva tedesca" è ferma da sei mesi. Anzi è un po' più che ferma, visto il -0,2% del terzo e lo zero tondo del quarto trimestre 2018. Che anche in Germania vi sia il problema dei cantieri e dell'instabilità politica? Suvvia, non scherziamo.

Boccia sa bene come stanno le cose, tant'è che parlando delle previsioni sul Pil 2019 dice papale papale: «Purtroppo, dati i contesti esterni, non del governo, questa crescita si ridurrà». «Contesti esterni», interessante confessione, che ci dice quanto c'azzecchino i cantieri e l'instabilità politica con le attuali difficoltà economiche. Quel che il capo di Confindustria non può invece dire è che in crisi è proprio il modello mercantilista tedesco, che l'Italia ha adottato con decisione con il governo Monti, che se da un lato ci fa dipendere ancor più di prima dalla Germania (se l'export tedesco cala, calano anche le forniture italiane all'industria tedesca), dall'altro deprime necessariamente i salari e dunque la domanda interna del nostro Paese.

Anche se "mercantilismo" resta una parola proibita, è di questo che ci parla Federico Fubini sul Corriere della sera di ieri. La citazione è lunga, ma estremamente utile:
«Quel che conta non è la congiuntura - migliorerà - ma la miopia che sta diventando evidente nella strategia europea di questi anni. Nella massima sintesi essa è spesso una brutta copia di quella della nazione guida: come la Germania tutti i Paesi dell'euro (va detto, meno la Francia) hanno cercato di creare crescita e lavoro quasi solo tramite l'export, i surplus commerciali e quindi sfruttando la voglia di spendere del resto del mondo. La Cina siamo diventati noi, noi europei. Siamo noi la principale fonte di squilibri al mondo: vendiamo all'estero molto più di quanto compriamo e spesso lo facciamo grazie al lavoro a basso costo».
Davvero un'ottima sintesi del modello euro-germanico, imposto via moneta unica al resto dell'eurozona. Ma qual è stato l'effetto di questo modello sulle popolazioni europee ed in particolare sui lavoratori? Così prosegue Fubini:
«Dal 2010 il saldo degli scambi dell'area sul resto del mondo è esploso da zero fino a un surplus fra i 300 e i 400 miliardi di euro. Nel frattempo, la quota di lavoratori dipendenti in condizioni di povertà in area euro è esplosa ben sopra quota 9%. Questo è il dato che più avvicina la Grecia, l'Italia e la Spagna alla Germania: la povertà fra coloro che hanno un lavoro.Sono il 9,1% fra i tedeschi, il 12,2% fra gli italiani, il 12,9% fra i greci, il 13,1% fra gli spagnoli (molto meno invece in Francia o in Scandinavia). Per una volta siamo nella categoria della Germania, peccato non sia quella giusta». (tutte le sottolineature in grassetto sono nostre)
Ben detto Fubini! Tutte cose giuste, ma allora perché hai aperto il tuo ragionamento scrivendo che: 
«Questa recessione italiana nasce dall'"incertezza", eufemismo per dire che le sbandate sul bilancio nel 2018, quindi la tensione sui mercati, hanno frenato gli investimenti delle imprese»? 
Già, chissà perché! Sai che risposta difficile! 

Hai voglia di far ragionamenti sensati, tanto alla fine la narrazione da vendere ai lettori ha da essere sempre la stessa. Interessante però come le due cose (i ragionamenti e la narrazione) non riescano più a stare insieme.

Torniamo adesso al Sole 24 Ore di ieri. Nella stessa pagina che dà voce a Boccia abbiamo anche un'intervista a Paolo Lamberti, presidente di Federchimica. Il Lamberti ci dice tre cose. Primo: «Il dato negativo di produzione riferito alla chimica, peraltro non riguarda solo l'Italia, ma in generale l'area euro nel suo complesso». Secondo: «Il deterioramento riguarda sia il mercato interno, sia quello europeo. Nei mercati extra-europei riscontriamo un rallentamento decisamente meno marcato». Strano, chissà perché... Infine il terzo punto: «Uno dei fattori determinanti nell'aggravare la situazione è la profonda incertezza connessa al contesto politico, sia nazionale, sia internazionale». (anche qui le sottolineature sono nostre)

Ora, sono almeno quarant'anni che gli industriali, quando le cose non vanno, la buttano addosso all'incertezza politica, così intendendo in genere quel poco che rimane della democrazia. Ma qui il Lamberti parla di ben altri fattori, riducendo il discorso sulla cosiddetta "incertezza" ad una formula generica assai, la qual cosa non impedisce però al giornale di Confindustria di sparare il solito titolo mirato contro il governo populista.

Concludiamo questa rassegna sui commenti "che contano" alle cifre dell'Istat sul calo del fatturato dell'industria, con un breve sguardo alla sua scomposizione per settori. Dati che smentiscono clamorosamente tutte le litanie sui "cantieri chiusi" dei pinocchietti di quel "partito del pil" guidato dallo stesso Boccia attualmente a capo degli industriali italiani.

Se il calo a dicembre è stato generalizzato, quali sono i due settori che hanno registrato un tonfo a doppia cifra? Il primo è quello dei mezzi di trasporto (-23,6%), il secondo è l'industria farmaceutica (-13,0%). Che c'azzeccano questi due settori con i famosi cantieri?

Ma l'Istat è generosa e ci fornisce anche i dati degli ordinativi, sempre riferiti al mese di dicembre. Anche qui un calo notevole, ma se la media è del -5,3%, quali sono i settori in maggiore sofferenza? Quelli con il segno meno a doppia cifra sono: apparecchiature elettriche (-21,4%), computer ed elettronica (-20,3%), prodotti farmaceutici (-14,6%), mezzi di trasporto (-11,4%). Che c'azzeccano queste cifre con i mitici cantieri?

Ovviamente - chiarito che le cause della recessione sono fondamentalmente altre - ben vengano gli investimenti pubblici e pure (purché siano quelli socialmente utili) i cantieri. Quali cantieri l'abbiamo scritto a dicembre: quelli per accelerare la transizione energetica verso le rinnovabili, quelli per la sicurezza idrogeologica, quelli per la prevenzione antisismica e per dare finalmente una casa ai terremotati del centro Italia, quelli per potenziare il trasporto ferroviario regionale, quelli per modernizzare scuole e ospedali.

Benissimo, tutto ciò va fatto, ma sapendo che lo si potrà fare solo rompendo con i vincoli europei, scontrandosi con l'UE, ed in definitiva uscendone per riconquistare la sovranità monetaria e con essa la possibilità di praticare una diversa politica economica.

In conclusione, le cose sono chiare oggi più che mai. Tant'è che - lo abbiamo visto in questo articolo - anche chi grida ai "cantieri bloccati", al Tav od all'instabilità dovuta al governo gialloverde, alla fine deve poi riconoscere che il marcio sta altrove: per l'esattezza subito a sud della Danimarca.

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ANTONIO GRAMSCI E IL GIACOBINISMO di Eos

[ 21 febbraio 2019 ]

Giorni addietro, nel breve saggio ETICA E AUTONOMIA DELLA POLITICA, Eos già segnalava il fondamentale legame tra Antonio Gramsci e Benedetto Croce. Egli torna sulla questione, contestando il punto di vista di chi invece, come Del Noce (e Diego Fusaro) sottolinea il filo rosso tra Gramsci e Giovanni Gentile. 


*  *  *


GRAMSCI SECONDO DEL NOCE 

La lettura delnociana del gramscismo è un passaggio ermeneutico fondamentale. La massima realizzazione storica della filosofia gramsciana si ha nel periodo della contestazione italiana, che rappresenta da una parte il definitivo tramonto della via sovietica e del maoismo, dall’altra il declino gnoseologico della via della Scuola di Francoforte, di Luckàcs, Althusser, a vantaggio del volontarismo neo-idealistico gramsciano. L’iter storico ed esistenziale della contestazione italiana mette in evidenza che è la via gramsciana l’unica attraverso cui il comunismo può affermarsi in Occidente; lo storicismo antiplatonico di tale via incarna la tensione di una maturità politica e tattica, rispetto al vitalismo puro, al dionisismo irrazionale ed utopistico tipico delle rivolte giovanili. Il comunismo gramsciano è il fronte più avanguardistico del socialismo mondiale, non solo perché l’Italia è un paese più “avanzato” rispetto a Cina o Russia e dunque il passaggio rivoluzionario è, nella filosofia della prassi, di valore e sostanza superiore, ma anche perché la filosofia gramsciana fronteggia sia il liberalismo classico sia il fascismo storico, che concretizza l’assolutismo tradizionalista, mitico e metastorico.

Di conseguenza la concezione del mondo egemonica gramsciana sostituisce all’astrazione economicistica del “nemico di classe” e all’antitesi capitalismo-proletario, quella ben più importante tra fascismo-antifascismo. Ma cosa sarebbe il fascismo, nella filosofia gramsciana? Fascismo gramscianamente significa, secondo Del Noce, falso immanentismo, antilluminismo sostanziale, falsa filosofia della prassi, falsa modernizzazione. Il risultato è dunque, che in Gramsci “la ricomprensione italiana del marxismo attraverso la versione rivoluzionaria dello storicismo si risolve in una sua ricomprensione illuministica”. Gramsci è così il teorico del compromesso con la borghesia, in funzione antitradizionalista e antifascista e qui si situa la quintessenza del progetto gramsciano di egemonia. Per Gramsci il blocco storico e sociale della modernità deve includere sia il mondo borghese sia quello comunista, i comunisti sono l’elite intellettuale giacobina dei nuovi tempi che hanno la missione di scindere, ideologicamente e definitivamente, la borghesia dalla dimensione tradizionalista, spazzando via ogni resistenza all’avanzata della modernizzazione intesa come secolarizzazione, trasformazione della trascendenza metastorica in immanentismo storicistico. La “riforma intellettuale e morale” gramsciana è letta da Del Noce come la dissociazione completa dello spirito progressivo borghese dal cristianesimo storico. In termini hegeliani, il comunismo gramsciano potrebbe essere interpretato come la mediazione assoluta verso il borghese come tipo storico originario, il quale negando se medesimo, realizza la sua antitesi in un processo di diveniente auto-superamento. “Rivoluzione senza rivoluzione”, dice Del Noce, intuendo già dai primi anni ’70 che, come accennato, il fronte del comunismo storico novecentesco più avanzato fu grazie alla filosofia della prassi quello italiano: “il comunismo italiano è la forza più adeguata a mantenere l’ordine in un mondo in cui qualsiasi religione è scomparsa; non soltanto la religione cattolica, ma ogni sua forma anche immanentistica e secolare; anche la fede nel comunismo”. La sinistra radicale marxista contestava, gnoseologicamente, il gramscismo in quanto vedeva sia nella “filosofia della prassi”, sia nell’immanentismo radicale un paravento idealistico o comunque una forma di materialismo storico eterodosso: filosofia della prassi ed immanentismo non appartenevano alla tradizione filosofica marxista. Del Noce radicalizza la questione ed arriva alla radice: egli riflette sul nesso tra filosofia della praxis e nichilismo. Gramsci porta, nella lettura delnociana, alle estreme conseguenze la filosofia gentiliana dell’Atto come primato ontologico del divenire. E’ lo scacco del pensiero filosofico italiano novecentesco, la realizzazione compiuta del nichilismo, da cui la piena modernità della visione gentiliana.


L’attualismo gentiliano è la radicale negazione di ogni essenza platonica archetipica, di ogni valore metafisico. Il risultato inevitabile è la dissacrazione, la dissoluzione etico-religiosa, l’irreligione neo-positivista occidentale. Gentile e Heidegger, apparentemente così distanti, sono in realtà due facce della medesima moneta viste solo da lati opposti. “La filosofia di Gentile è la conferma ante litteram della diagnosi di Heidegger” dice Del Noce. Gramsci, credendo di incontrare Marx, in realtà ha incontrato l’attualismo gentiliano. Il passaggio gramsciano dal materialismo storico marxista alla filosofia della prassi è il vero soggetto filosofico in questione. E qui subentra l’assoluta novità storico-mondiale italiana, “la rivoluzione ulteriore alla marxleniniana che ha il suo paradigma in Italia, e i suoi principali personaggi politici assolutamente opposti sono Mussolini e Gramsci”. Opposti ma per Del Noce epifenomeni della medesima tensione originaria sovvertitrice e nichilistica. L’Italia del ‘900, ben più della Francia del ‘700 e dell’800, abbatte il platonismo metafisico e così facendo diviene la terra eletta del nichilismo. E’ dunque assolutamente rivoluzionario e profondamente gramsciano il grande blocco storico antifascista degli Anni ’70, dalla borghesia progressiva al proletariato, in quanto il postfascismo della Repubblica Italiana successivo al secondo conflitto mondiale impedirebbe il pieno modernismo storicistico, illuministico e cosmopolitico, che un’Italia socialista, gramsciana, centro egemonico sul piano ideologico globale, invererebbe.

Questa la visione delnociana, che ho cercato di raccogliere in estrema sintesi. Se sul piano filosofico tale concezione presenta caratteri di forte fascino teoretico, sul piano storico-politico presenta una decisiva lacuna. Secondo Del Noce, sia l’attualismo sia il gramscismo comunista sarebbero in definitiva mere mediazioni storico-formali verso il trionfo della “società aperta” tecnocratica, scientista e neo-positivista, “irreligiosa”, che per il Nostro (che fu uomo solitario, di pensiero coraggioso e intellettualmente onesto come altri pochi) è l’autentico totalitarismo contemporaneo, ben più del Nazionalsocialismo e dell’Urss, che sono invece “gnosi” secolarizzate.


IL GIACOBINISMO DI GRAMSCI

Questa lettura, giustificabile nell’orizzonte cattolico-tradizionale del Professore, evidenzia a mio modesto avviso un fortissimo punto debole. Il punto debole è proprio rappresentato dalla vicenda umana e storica sia di Gramsci sia di Gentile. Del Noce fallisce sul piano della crociana filosofia pratica. Che due filosofi, i quali scelgono consapevolmente, volontariamente, di farsi martiri di un’Idea e della propria Concezione del mondo, caso veramente raro nella storia dell’umanità, ma guarda caso meno raro nel così demonizzato ‘900, che dunque due filosofi di tale statura morale possano essere considerati degli agenti del nichilismo contemporaneo e del materialismo borghese, tale ipotesi delnociana, se meditata a fondo, non solo indurrebbe a un pessimismo senza più speranza ma dovrebbe allora decretare la parola fine su ogni possibilità di riscatto umano.

Attuando proprio il pensiero cattolico delnociano, si dovrebbe dire che il nichilismo è la sostanza metafisica del cattolicesimo occidentale il quale, nell’intero ‘900, a differenza dell’Ortodossia russa e dell’Islam sciita, non ha inteso impostare la propria linea storica e politica sull’etica del martirio e del sacrificio, ma esclusivamente su quella dell’accomodamento borghese (anche con i “nichilistici” regimi fascista e comunista), quando ciò gli era tatticamente utile e credendo con questo di aver ragione, ancora una volta, della storia. Ma i fatti mostrano oggi che l’Ortodossia russa è ben più viva  moralmente e politicamente ben più salda del cattolicesimo occidentale. E lo stesso si potrebbe dire dell'Islam sciita. E se Del Noce, sia detto en passant, è, sulla linea del Fabro — un critico severo, e assai acuto, del cattolicesimo progressista — lo è assai di meno di quello conservatore. Inoltre Del Noce, come visto, calibra il Gramsci alla luce del primato del divenire antimetafisico gentiliano, ma dalla lettura dei due saggi fondamentali che il Nostro dedica al filosofo sardo, traspare tra le righe che tutto lo sforzo del gramscismo, quale filosofia politica di un nuovo Comunismo, è quello di tradurre la lezione di Benedetto Croce sul piano dell’elite politica “rossa”.

Georges Sorel
Il gramscismo incontra dunque l’oggettività storica e politica dello storicismo immanentistico crociano ben più che l’attualismo prometeico-soggettivistico: i concetti filosofico-politici fondamentali di Gramsci, da quello di ideologia a quello di elite, scaturiscono dalla meditazione profonda dei fondamentali motivi dello storicismo crociano. La filosofia politica di Gramsci è crocianesimo completamente liberato dall’influenza di Sorel e Clausewitz, i quali, come opportunamente sottolineato da G. Calabrò, discepolo e più acuto interprete di Croce, sono oggettivamente centrali nel pensiero politico crociano. L’antilluminismo crociano, come il suo antigiacobinismo, debbono infatti per Calabrò assai molto al Sorel.

Gramsci è invece il teorico di un esperimento storico e filosofico in cui il giacobinismo politico assurge a dimensione centrale. Giacobinismo significa in tale logica gramsciana élite politica di intellettuali militanti e progressivi che guidino il processo di modernizzazione tecnico-scientifica e industriale, significa anche e soprattutto Partito come esigenza soggettivistica e machiavelliana dell’autonomia della politica, Partito come grande pedagogo di una nuova religione civile di massa. Certo, ha ragione qui Del Noce, si tratta di una visione “illuministica”, progressista e borghese (e d’altra parte il giacobinismo, come il "partito puritano" di Cromwell in Inghilterra, così apprezzato da Gramsci, sono la fazione rivoluzionaria della borghesia), ovvero di una concezione fondata su una nuova “religione” comunista etico-razionale da riaffermare nel mondo secolarizzato, di una concezione immanentistica che vuole assolutamente espellere da se la “religione” del Mito soreliano. Tale concezione del Mito è considerata da Gramsci platonica e pascaliana, radicalmente anticartesiana. E' questo lo pseudo-immanentismo che Gramsci vuole colpire a fondo sia filosoficamente, sia politicamente, in quanto è chiaro l'influsso culturale esercitato da Sorel, tramite Croce. Storicismo immanentistico progressivo e razionale, quello di Gramsci, ben diverso dal platonismo immanentizzato di Sorel e dei fascisti. E qui ci siamo.

Ma è una evidente forzatura storica e politica identificare il Comunismo eretico gramsciano, assai eterodosso rispetto all'escatologismo marxista, rispetto a cui oppone una continuità basata su una evidente rottura di paradigma, con quell’instaurazione di un nuovo Potere diagnosticato da Pier Paolo Pasolini nei suoi Scritti corsari e nelle sue Lettere Luterane. In base all'ermeneutica delnociana, Gramsci sarebbe il teorico ante litteram del “compromesso storico” e dell’apogeo Neo-Azionista o Socialdemocratico. Se l'elite dirigente comunista fece il compromesso storico con quella cattolica democristiana in nome di un nuovo Azionismo laicista, liberalsocialista, ultramodernista e ultraprogressista, la causa filosofica, per Del Noce, sarebbe da collocare nel comune secolarismo implicitamente nichilista.

Viceversa, Gramsci, cultore del potere machiavelliano, che definisce protogiacobino e della supremazia dell’intelletto politico sia sulla ragione scientifica e tecnologica sia sul mito e sull'insurrezionalismo soreliano, è il teorico del robespierrismo maturo e evoluto dopo Marx e Croce. Egli legge tutta la storia contemporanea alla luce della consapevolezza che le armi teoriche e politiche del proletariato, per quanto potenti e ben nutrite, sono armi scariche se l’elite borghese non si scinde ontologicamente mettendosi al servizio del divenire storico razionale-comunista e del Weltgeist collettivista. E’ la necessità tattica, in cui la strategia deve dileguare e si deve estinguere, necessità tattica tutta italiana, e per questo cosmopolitica e universalistica, del blocco storico antifascista, dove appunto fascismo indica per il Nostro la metafisica "platonica" e tradizionalistica, la pura Tradizione originaria (il Mito soreliano) che ancora resta da annientare.

In tale prospettiva, la storia del Comunismo italiano successivo alla seconda guerra mondiale è, ben più che socialdemocratica o hegelo-marxista, neo-giacobina e dunque profondamente gramsciana. E, forse, fenomeni particolari e eretici come Lin Biao in Cina, Ali Shariati in Medioriente, lo stesso fochismo guevarista come il castrismo latinoamericano, potrebbero ben rientrare nella chiave di volta del “giacobinismo rosso”, che senza la filosofia gramsciana non avrebbe senso politico né storico. E’ l’elite politica che si salda con il blocco sociale, sola questa forza storica, che può conferire uno spessore storico e universalistico al concetto strategico di “egemonia”. Qui tutto l’immanentismo gramsciano. Qui la legittimità politica della guerra di posizione. Gramsci parla, come noto, della robusta struttura della società civile e dietro lo Stato, in Occidente, a differenza della Russia, si erge l'autentico Potere con la sua robusta catena di fortezze e casematte, ben più ardue da espugnare del mero Stato politico. E vediamo oggi quanto sia potente ed inespugnabile, nel profondo Occidente, questa ferrea e imprigionante catena di fortezze e casematte.  Se si esclude ciò, crolla l’impianto di Gramsci. Ma non escludendo questo, che non può essere eluso a meno di fare di Gramsci un positivista marxista, crolla tutta la forzata lettura delnociana di un presunto attualismo gramsciano.

E scavando dentro la teoria gramsciana dell’elite giacobina moltissimo, se non tutto, riemerge della concezione dell’elite di illuminati di crociana memoria. Si tratta dunque, per Gramsci, di purificare lo storicismo rivoluzionario da ogni traccia di sorelismo neo-religioso, da ogni traccia di "furore pascaliano e giansenistico". Il balzo in avanti, o comunque il tentativo autentico di superamento gnoseologico-attivistico è, da parte della filosofia gramsciana, rispetto all'immanentismo soreliano che ha sedotto Croce, non rispetto all'attualismo. Guido Liguori, acuto interprete del filosofo sardo, non sembra comprendere questo passaggio decisivo. A Gramsci preme sottolineare in diverse parti dei "Quaderni" che il Sorel non è un semplice conservatore, sarebbe dunque un rivoluzionario, o un particolare tipo di "rivoluzionario" conservatore. Quando scrive questo, Gramsci è ben consapevole che ciò che è per lui un "falso immanentismo", ossia il sorelismo tradizionalistico, ha ingabbiato però nella sua rete e l'elite sindacalista rivoluzionaria, che sarà poi il veicolo principale della fascistizzazione d'Italia, ed anche, seppur in parte minore, l'antifascismo armato più serio e determinato dell'epoca, che è neo-pisacaniano, laicista, socialisteggiante ma senz’altro non comunista. Ciò rende strategica l'operazione di liberazione purificazione dell'immanentismo storicistico-politico dal sorelismo. 

La vittoria del nuovo Azionismo social-liberale e tecnocratico-scientista, definitivo con il “compromesso storico”, come in pagine insuperate ci ha spiegato il Professor Del Noce, è, in conclusione, conseguente all’incapacità ed alla miopia politica dell’elite giacobina neo-gramsciana del PCI, che stravolse la tattica nella strategia, invece di risolvere la strategia nella tattica e che non fu all’altezza della sua missione di valorizzare, per intensificazione qualitativa, il momento economico dell’utile politico e del compromesso in una logica strategica di “guerra assoluta” (Clausewitz). Guardare all’Urss come al centro globale del comunismo da cui dipendere strategicamente significava applicare Gramsci solo a metà, dubitando, in fondo, della propria qualità politica e della propria strategia di civiltà. Inutile girare troppo attorno al punto. In quanto, per Gramsci, solo in Italia si poteva realizzare il vero comunismo che non corrispondeva nella sua concezione né ad una socialdemocrazia dal fianco largo, né ad un esperimento di hegelomarxismo né tantomeno ad una metamorfosi di “socialismo in un solo paese”. Era invece, come ho tentato di mostrare, un robespierrismo strategico assoluto, rivisitato e aggiornato alla luce del grande insegnamento filosofico del materialismo storico, ma in cui l’oggettività realistica dello storicismo crociano finiva per pesare concretamente di più del marxismo stesso. E che la guerra di movimento corrispondesse alla fase più acuta del "salutare Terrore giacobino" è al riguardo chiaro, nonostante le poco serie smentite di molti studiosi gramsciani della nuova sinistra.

Gramsci era un politico concreto, oltre che un filosofo, basti pensare come s’impossessò della segreteria del Partito contro Bordiga. La guerra di posizione, supportata dal costante, metodico avanzamento tattico della nuova élite intellettuale e dal compromesso culturale con la borghesia, non è socialdemocrazia, è proprio il suo contrario, ovvero un nuovo Giacobinismo rosso, un neo-robespierrismo autenticamente Comunista adeguato però alla nuova fase moderna o postmoderna di civilizzazione  scientifica e razionalistica occidentale e universale. 


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mercoledì 20 febbraio 2019

NON TOCCATE I PASTORI SARDI !


[ 20 febbraio 2019 ]

In altri tempi si sarebbe detto che la situazione in Sardegna è "rivoluzionaria". E se non lo è, poco ci manca. Molti pastori non condividono la proposta di  accordo proposto alle controparti dall'assemblea dei pastori svoltasi a Tramatza (80 centesimi il litro) e sono quindi tornati sulle strade, bloccando i camion che trasportavano il latte. Nel Sulcis un gruppo di incappucciati ha bloccato un autotrasportatore costringendolo a sversare in strada migliaia di litri.

Non è questione di centesimi, non lo è più.

La rivolta dei pastori, sostenuta dalla grande maggioranza de sardi (ahinoi tra l'indifferenza del resto degli italiani) ha oramai assunto una dimensione politica, poiché pone in discussione il dogma del "libero" mercato, della "libera" circolazione delle merci e dei capitali (i caseifici sardi importano latte dall'estero a più basso costo per produrre i formaggi per poi venderli come prodotti sardi e italiani Dop), lo strapotere della grande distribuzione. In buona sostanza i pastori contestano, mettendo di mezzo i loro corpi, la globalizzazione e le regole liberiste dell'Unione europea. Insomma: un'intero modello economico e sociale che condanna la Sardegna e tutto il Mezzogiorno al degrado e alla miseria senza scampo.

Di più: stanno mettendo con le spalle al muro il governo giallo-verde che su questa vicenda deve mostrare la sua vera dose di "sovranismo", e con esso Salvini, che non potrà tenere ancora due parti in commedia: Ministro "populista" che dice sta coi pastori, e Ministro degli interni che allerta i questori a riportare l’ “ordine pubblico” — o ordine della fame.


I pastori hanno promesso che se le loro richieste non saranno esaudite, se l’incontro previsto a Roma per il 21 febbraio, boicotteranno con ogni mezzo le elezioni regionali sarde del 24. Un ordigno è stato trovato a Torpè in un seggio elettorale.

Così, proprio oggi, si sono riuniti ad Abbasanta, in un vertice blindatissimo, i quattro questori dell’isola. Scrive un quotidiano sardo:

«Oltre ai presidi, le forze dell'ordine temono che un'eventuale rottura del tavolo di confronto di Roma, previsto per il 21 febbraio, possa alimentare nuove tensioni. Come già annunciato i pastori non si fermeranno ed hanno confermato che boicotteranno le elezioni regionali con picchetti a ridosso dei seggi elettorali. Diverse dichiarazioni in tal senso stanno continuando a moltiplicarsi da ogni parte dell'isola».
Contestualmente macchina della repressione si è già messa in moto. “Massima allerta per la sicurezza”…. Diverse procure, polizia e carabinieri, stanno indagando sugli episodi di lotta dei giorni scorsi.

Ove la lotta continuerà la repressione, vedrete, sarà implacabile.

E noi in continente che facciamo? Ci giriamo dall’altra parte?



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GIALLI DI RABBIA di Giacomo Bellucci

[ 20 febbraio 2019 ]

Nel nostro Paese c’è una sincera ammirazione per il movimento francese dei Gilet Jaunes. Come se d'un tratto in parecchi abbiano preso coscienza del fatto che, se si vogliono cambiare le cose, difficilmente la via è quella del voto.
Agli occhi di molti è fallita ogni fantasia riformista ed è quindi ovvia la vicinanza a chi, con fermezza, chiede di essere ascoltato; è con questo sentimento che ho partecipato all’atto XIII dei Gilet Gialli di Nizza.

Le immagini degli scontri di Parigi nascondono una miriade di mobilitazioni pacifiche che avvengono in tutta la Francia, ma la nostra libera informazione è in strana sintonia con il liberale Verhofstadt e, quindi, ci sommerge ogni sabato di notizie volte a dimostrare che a capo delle manifestazioni c’è un gruppo di demolitori che danno fuoco alle macchine, rompono i negozi, distruggono le fermate dell’autobus.

Io ho visto una mobilitazione di gente comune. Quella gente che si somiglia un po’ ovunque in tutto il mondo, quelli che Hollande chiama gli “sdentati”. Tra la folla spicca la presenza di molte donne di mezza età e non ci vuole un sociologo per comprenderne le motivazioni: sono loro che pagano di più l’azione dei demolitori dello stato sociale, del consumo socializzato di beni e servizi. Per la "libera" stampa, tuttavia, questa non è violenza, non un premeditato massacro sociale, bensì "riforma", "sviluppo", talvolta addirittura "progresso".

Insieme a queste donne e agli uomini presenti, sono tanti anche i bambini che rendono la protesta una mobilitazione trasversale nelle componenti di età e di genere. E' lotta di classe, e fin qui nessuna novità; la cosa incredibilmente riuscita è il fatto di averla colorata con il giallo dei gilet, che la rende visibile ed ostentata e permette, attraverso il colore, di riconoscersi.

Il nemico è Macron, che ha tutte le caratteristiche del tiranno: sordo, saccente e violento.

Per le vie del centro di Nizza, quando il corteo attraversa, non per caso, le zone turistiche, di piccoli Macron ce ne sono parecchi a guardarci come si guardano i folli, con quel misto di benevola rassegnazione e disgusto. Sono tanti i Macron da mandare affanculo, che non osservano persone manifestare ma minori da educare, disagiati da integrare, o, più semplicemente, a fotografare l’oggetto dello scherno quotidiano. L’atteggiamento, il vizio più caratteristico dell’ élite europea, è che di fronte ad un fenomeno sociale di ribellione non ci si interroga sulle cause (sociali) ma se ne cerca l’origine patologica. E le cause sono pienamente visibili: questa gente non può permettersi un consumo tale da essere integrata nella società. Sono "scarti", perciò possono essere imprigionati senza processo, possono essere picchiati senza riserve.

“La polizia è fascista”, e non me lo sono inventato io ma sono loro a dirlo con la convinzione più assoluta.

Mi è venuto spontaneo chiedermi chi, nel mio paese, avrebbe indossato quel gilet? Chi ha la necessità di rivoluzionare i propri rapporti sociali, di uscire da un silenzio imposto? Sono quelli che non possono essere integrati a meno di non cambiare radicalmente il sistema, la cui voce può farsi sentire solo insieme a migliaia di altri, a farsi spalla l’un l’altro per provare a non cedere. Se questa protesta raggiungerà i suoi obbiettivi io non si può dire. Bellissima quanto spontanea, ma il problema sta nell’organizzarsi.

A testimonianza di questo fatto può essere presa, ad esempio, la loro “ammirazione” per il Movimento 5 stelle. Chiedono come funziona, come sono nati, perché i grillini ci sono effettivamente arrivati alle stanze del potere. Questo fatto dovrebbe far riflettere molto più il Movimento 5 stelle che i Gilet Jaunes.

Le speranze riposte dagli elettori in questo governo sono reali e, se frustrate, se alleggerite con politiche simboliche come il taglio dei vitalizi molto simile alla abolizione delle province di renziana memoria, la “terza repubblica” morirà prima di essere ricordata.

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