giovedì 23 maggio 2019

SÌ, IO VOTO PER IL PARTITO DELLA BREXIT di Amanda Hunter

[ Giovedì 23 maggio 2019 ]

Una testimonianza straordinaria dal Regno Unito, quella di Amanda Hunter, mentre proprio oggi i cittadini votano per le elezioni europee. Poche pagine che ci spiegano ciò che i media non vogliono spiegare, anzitutto cos'è davvero il Partito della Brexit e quale spinta lo sorregge e quali aspettative sta suscitando. Ci dicono infine che non va fatta confusione tra il Partito della Brexit di Farage e l'UKIP, che corre alle elezioni per fatti suoi.


«Oggi, 23 maggio, io e i miei concittadini andremo alle urne per votare nelle elezioni europee del 2019 per quello che molti di noi sperano sarà l'ultima volta. Certo, avrebbe dovuto essere l'ultima volta nel 2014. Ma eccoci qui, tre anni dopo che 17,4 milioni di noi votarono per lasciare l'Unione Europea, di nuovo alle urne per eleggere i rappresentanti in un'istituzione alla quale la maggioranza di noi non desidera più appartenere.

Perché? Perché, come ho spiegato in precedenza su SOLLEVAZIONE — QUI, QUI e QUI — oltre il 75% dei nostri "rappresentanti" in parlamento non vogliono che noi usciamo dalla Ue e hanno fatto tutto quanto in loro potere di impedirci di farlo. Quando ho scritto a gennaio che i rappresentanti eletti della "madre di tutti i parlamenti" si erano rivoltati contro le stesse persone che intendevano rappresentare e servire e avevano pianificato e complottato per rovesciare il più grande mandato democratico nella storia politica britannica moderna, sono stata accusata di seguire teorie complottiste. Eppure, eccoci qui, due mesi dopo la data stabilita nell'articolo 50 per la nostra uscita, il 29 marzo 2019, non solo ancora incatenati all'istituzione anti-democratica che abbiamo votato per lasciare nel referendum del 2016 ma, per aggiungere al danno la beffa, costretti a votare alle elezioni al Parlamento europeo. Dico costretti, perché se uno è un democratico, non c'è altra scelta.

Alle ore 23.00 del 29 marzo 2019, la democrazia si è effettivamente spenta nel Regno Unito. Il 22 marzo, appena 7 giorni prima dell'uscita, "con o senza accordo" con l'Unione europea, il primo ministro May ha annunciato che — contrariamente a quanto era stato stabilito dalla legge britannica dopo l'attivazione dell'articolo 50 (votato da 498 parlamentari) —, alla fine non ce ne andremmo. Non il 29 almeno. La nostra uscita dovrà essere ritardata ci è stato detto. I parlamentari hanno bisogno di più tempo, ha insistito il nostro Primo Ministro. La May rassicurava i cittadini: solo altre due settimane per consentire ai parlamentari di raggiungere un compromesso e approvassero l'accordo di uscita del governo [Government’s Withdrawal Agreement].

Di quanto tempo ancora avete bisogno? Chiesero i Brexiteers? Il Parlamento aveva avuto quasi tre anni per raggiungere un accordo, ma invece lo aveva sperperato, complottando e ri-complottando per ritardare la Brexit nella speranza che l'elettorato potesse essere logorato abbastanza da permettere loro di cambiare idea e far vincere il Remain in un secondo referendum che i parlamentari di entrambe le parti stavano preparando sin dal giugno 2016. Una nuova data venne fissata per il 12 aprile, per poi essere estesa all'undicesima ora fino al 31 ottobre 2019.


Non c'è da stupirsi allora, quando decine di migliaia di Leavers si sono riuniti in Piazza del Parlamento [Parliament Square] venerdì 29 marzo per esprimere il loro dissenso, l'umore, anche se ribelle e arrabbiato, è stato temperato dalla rassegnazione, dalla disillusione e dalla paura per il futuro della democrazia britannica. Questo raduno, organizzato dal gruppo Leave Means Leave, è stato il culmine della March to Leave, che era partita da Sunderland nel nord dell'Inghilterra due settimane prima. Raccogliendo i sostenitori lungo il percorso, si era diretto verso Londra per esprimere la rabbia e la frustrazione degli elettori di 17,4 milioni di elettori e inviare un messaggio ai parlamentari seduti in Parlamento che "quando è troppo è troppo". Sono volata dall'Italia per unirmi ai manifestanti, alcuni dei quali avevano percorso tutti i 435 km, per percorrere l'ultima tappa della loro marcia verso Parliament Square.

Nonostante la bonarietà e il senso di solidarietà condivisa dai manifestanti, e malgrado l' ardente determinazione nel far sentire la propria voce, l'atmosfera era anche di disincanto. Tra i Leavers con cui ho parlato, molti dei quali avevano preso una giornata di ferie e hanno viaggiato per centinaia di chilometri per partecipare alla manifestazione, si sentiva la rabbia, frustrazione e senso di disperazione. Con un governo e un parlamento non disposti a rispettare il nostro mandato, cosa si potrebbe fare? Migliaia sono arrivati per far sentire le loro voci, per sostenere la causa della Brexit e sostenere i discorsi ispiratori dalla piattaforma, ma sembrava che pochi credessero che la Brexit sarebbe effettivamente accaduta. E 'stato sette settimane fa. Il primo ministro laburista Harold Wilson una volta disse che "una settimana è un lungo periodo in politica" — beh, visti gli eventi tumultuosi che hanno avuto luogo da quel fatidico giorno, sette settimane sono una vera e propria epoca.


L'umore ora non potrebbe essere diverso. Mentre oggi l'elettorato britannico si reca alle urne, i democratici che hanno votato Leave hanno un nuovo partito che li rappresenta, un nuovo partito non solo disposto a portare la fiaccola della Brexit, ma determinato a condurli fuori dall'Unione europea. Questo partito si chiama giustamente Partito Brexit, lanciato meno di sei settimane fa a Coventry.

Quando ho saputo che un gruppo di persone guidate da Nigel Farage dall'attivista del Leave Richard Tice, stava organizzando un partito politico da candidare alle elezioni europee — nell'eventualità che il Regno Unito fosse tenuto a partecipare a quelle elezioni — ho immediatamente fornito il mio appoggio.  Se conosceste il mio background politico — e dato che state leggendo quanto scrivo sul blog SOLLEVAZIONE —, immaginerete che io mi trovi sul tradizionale continuum politico sinistra-destra, riterrete la mia decisione di sostenere un partito guidato da Nigel Farage come ... beh, un po 'strano, e politicamente addirittura schizofrenico.

Per una donna che ha affinato le sue idee politiche in compagnia di comunisti rivoluzionari ed è rimasta (più o meno) fedele alle sue radici marxiste, la decisione di sostenere un partito guidato da Nigel Farage, merita almeno qualche spiegazione. Quindi, per motivi di chiarezza, posso dirvi che la mia decisione non è frutto di una conversione degli ultimi giorni alle idee della destra politica — anche se in realtà sarebbe giusto dire che Farage è più liberale e libertario di quanto i media tradizionali e i suoi detrattori di sinistra vorrebbe farci credere. No, i fondamenti della mia visione politica rimangono relativamente intatti e quindi del tutto distinti da quelli di Nigel Farage e del presidente del Partito Brexit, il ricco uomo d'affari Richard Tice. La ragione per cui ho deciso di partecipare al Partito Brexit è stata piuttosto semplice: la democrazia.

Come i 70 candidati che hanno deciso di candidarsi per il Partito Brexit alle elezioni europee di questa settimana, voglio che il mandato ad uscire dall'Unione europea, consegnato da 17,4 milioni di elettori nel referendum UE 2016 — il più grande mandato democratico nella storia moderna britannica — venga rispettato e messo in pratica, ma, cosa molto più importante di questo, credo fermamente, come fanno i candidati stessi, che la democrazia britannica è seriamente minacciata e ha bisogno di venir difesa con urgenza. Dalla risposta dei cittadini — 110.000 sostenitori paganti (e registrati) dal suo lancio poco meno di sei settimane fa — sembrerebbe che tale convinzione sia ampiamente condivisa.

Per tornare alla mia storia, meno di una settimana dopo aver appreso dei piani di Farage, ho partecipato al rally di lancio del Brexit Party a Birmingham. I biglietti erano andati esauriti giorni prima, quindi non ero sorpresa di trovare un auditorium pieno zeppo. Contrariamente alla caricatura diffusa dai media mainstream, era una platea mista, con persone di tutte le età e di diverso background culturale, sociale e politico. Ho parlato con persone di entrambe le tradizioni politiche di sinistra e di destra, con persone di 20 e 50 anni. Sì, c'erano più persone anziane, ma questo non dovrebbe sorprendere visto che questo riflette la demografia dei votanti Leave. Il messaggio della manifestazione era chiaro e semplice: il Partito Brexit è stato lanciato per difendere la democrazia e per costruire un movimento che dica alla classe politica che ci pensi due volte prima di rinnegare la Brexit, come i recenti avvenimenti nel parlamento britannico — alcuni dei quali ho già riportato in precedenti articoli:  QUIQUI e QUI — e come sembra di capire visto l'intento di molti parlamentari.

Se si dovesse avere bisogno di ulteriori prove del tradimento e della duplicità del governo della May e del parlamento che  presiede, martedì scorso il primo ministro ha rilasciato una dichiarazione in cui ha offerto un "nuovo accordo" con ulteriori concessioni miranti a ottenere i voti parlamentari per il suo Accordo di Uscita — altrimenti noto come BRINO (Brexit solo Nome). Le concessioni, che hanno seguito la rottura dei colloqui di sei settimane tra il primo ministro May e leader dell'opposizione, Jeremy Corbyn, la scorsa settimana, hanno incluso un'unione doganale "temporanea" e l'allineamento con il mercato unico, che, se approvata, in Parlamento, rappresentano un profondo tradimento del referendum del 2016, in cui i cittadini britannici hanno votato per lasciare l'UE, tra cui TUTTE le sue istituzioni. Ma questo non doveva essere il tradimento finale.



Mentre scrivo, è stato confermato che il Primo Ministro Teresa May ha "offerto" alla Camera dei Comuni l'opportunità di votare per un secondo referendum nel caso in cui il suo Bill di Accordo di Uscita [Withdrawal Agreement Bill] sia approvato in seconda lettura il 3 giugno. Con un parlamento dominato dai deputati per il Remain, deciso ad uccidere la Brexit, ora c'è un aumentato rischio che il popolo britannico sia costretto a votare di nuovo. Quest'ultima mossa di maggio alla vigilia delle elezioni europee ha già portato alle dimissioni di un altro ministro, il Presidente della Camera, Andrea Leadsom, e si ritiene che altri possano seguire il suo esempio nei prossimi giorni.

Il Partito Tory sta implodendo, come anche il Partito Laburista. L'impasse politica in Parlamento non mostra segni di risoluzione, e nonostante la capitolazione di maggio alle richieste del Labour, sembrerebbe che ci sia poca speranza che il disegno di Legge sulla Uscita del primo ministro May venga approvato il 3 giugno. Nei due campi, i più sono per il Remain, ed essi sono più trincerati che mai nelle loro posizioni, con alcuni deputati del  Leave che avevano precedentemente sostenuto l'Accordo di Uscita, che ora sono per respingerlo.

Il rifiuto del Parlamento di rispettare il risultato del referendum del 2016 è stato la rovina di entrambi i partiti tradizionali, come confermato alle elezioni locali due settimane fa, quando il partito Tory ha perso oltre 1.300 consiglieri — la loro più grande sconfitta negli ultimi decenni —, e il Labour ne ha persi 82. Le elezioni locali sono generalmente combattute e vinte su questioni locali, ma non quest'anno. Quest'anno, nonostante gli sforzi dei partiti conservatori e laburisti di minimizzarne l'importanza, per gli elettori la questione cruciale  è stata la Brexit, e gli elettori disillusi hanno colto l'occasione per punire entrambi i partiti principali per la loro mancanza di progressi nell'arresto della Brexit (eletori pro-Remain) o nella sua applicazione (pro-Leave).

Mentre i Liberaldemocratici e il Partito verde, entrambi su una piattaforma anti-Brexit e impegnati a tenere un secondo referendum, hanno ottenuto vantaggi significativi, affermando che questo ha dimostrato che il popolo britannico aveva cambiato idea sulla Brexit e ora desiderava rimanere — in verità non è altro che un pio desiderio. I secondi maggiori successi sono stati fatti dai numerosi partiti indipendenti (un aumento di 612 consiglieri) molti dei quali erano in lizza per la prima volta, e diversi su piattaforme pro-Brexit. L'affluenza alle urne (35,9%) è stata addirittura inferiore rispetto a quanto avviene tradizionalmente per le elezioni locali, con molti elettori che hanno deciso di rimanere a casa. Migliaia hanno espresso la loro rabbia sui social media, molti giurando di non votare mai più per nessuno. Sebbene il Brexit Party non abbia partecipato alle elezioni, migliaia di elettori hanno colto l'occasione per annullare la propria scheda elettorale scrivendo "Brexit Party" o semplicemente "Brexit" in segno di protesta.

Se è vero che gli elettori votano in modo diverso nelle elezioni locali e generali, i segnali indicano che gli elettori disillusi stanno abbandonando entrambi i partiti tradizionali, e questo è più evidente nelle loro tradizionali roccaforti. Sembrerebbe che il sistema bipartitico britannico stia esalare l'ultimo respiro, come sembrerebbe confermare la classifica dei sondaggi per le elezioni europee. Mentre scrivo, i sondaggi mettono il Partito Brexit al primo posto con il 35%, il Labour secondo al 18%, i Liberal Democratici al 17% e il Partito Conservatore dietro col 12% — il peggior risultato mai ottenuto di Tories nelle elezioni europee. Questo è un grande risultato per un partito lanciato appena meno di sei settimane fa. Rispetto al 27% ottenuto alle ultime elezioni europee nel 2014, l'ex partito di Nigel Farage, UKIP, il sondaggio lo da solo il 2%, mentre l'altro nuovo partito della Gran Bretagna, Change UK, un partito centrista pro-Remain formato da ex laburisti e dai parlamentari Tory a febbraio di quest'anno — con l'intenzione esplicita di forzare un secondo referendum sulla Brexit — dovrebbe ottenere solo il 4%. Ciò che questi ultimi due sondaggi ci dicono è che, nonostante le affermazioni contrarie, c'è poco voglia tra gli elettori britannici sia di un secondo referendum, sia di sostenere la politica di destra di un partito [UKIP] che si è autodefinito negli ultimi mesi come razzista, anti-immigrati e anti-islam.

I portavoce laburisti e conservatori si affrettano a sottolineare nella loro difesa che le persone votano in modo molto diverso nelle elezioni europee alle elezioni generali e sostengono che in vista delle prossime elezioni generali, che potranno accadere in qualsiasi momento, gli elettori torneranno di nuovo alle loro abitudini di voto tradizionali. Questa analisi trova anche favore tra giornalisti e commentatori politici, ma se fossi una donna dedita alle scommesse, non metterei i miei soldi in nessuno dei due partiti principali. La Brexit ha cambiato definitivamente la politica britannica. Non ci sarà alcun ritorno al sistema bipartitico dopo gli eventi degli ultimi tre anni, e il partito destinato a essere il beneficiario della disillusione degli elettori sia con i laburisti che con i conservatori è molto probabile che sarà il Partito Brexit.


Mentre il Partito Brexit è stato inizialmente fondato al solo scopo di partecipare alle elezioni europee del 2019, il suo leader, Nigel Farage, ha già annunciato che il partito sarà presente alle prossime elezioni generali. Se vince con la maggioranza anticipata dai sondaggi nelle elezioni europee di oggi, è altamente probabile che ciò fornirà ulteriore slancio al neonato partito. Un recente sondaggio condotto da Opinium sulle intenzioni di voto per le prossime elezioni generali, pone il Labour al 29%, il Partito Brexit al 24% , i conservatori al 22% ai liberaldemocratici all'11%.

I partiti principali ora capiscono, in qualche modo in ritardo, che il nuovo partito britannico non è semplicemente un partito di protesta, un partito "oggi ci sono domani no" che svanirà dopo le elezioni europee, ma un partito che, dopo appena sei settimane dal suo inizio, è impostato per cambiare il corso della politica britannica per il prossimo futuro. I partiti tradizionali sono giustamente preoccupati, come le loro tattiche, sempre più in panico e a volte disperate hanno illustrato nel corso della campagna elettorale, e in particolare nell'ultima settimana. Tra i peggiori di questi è stato il seguente post su Twitter del Partito Laburista in cui si cerca di associare il Partito Brexit con persone anti-islamiste di destra del calibro di Gerard Batten di UKIP e Tommy Robinson.

Il partito Brexit è stato attaccato da tutti i lati, non solo dai principali partiti del Remain — i liberaldemocratici, Change UK, dal Labour Party ora che il  suo leader Jeremy Corbyn è finalmente uscito allo scoperto, infine dai media mainstream pro-Remain. Improperi e insulti abbondano ogni giorno mentre il pubblico viene bombardato quotidianamente da notizie infuocate e materiali della campagna politica negativa che ritraggono il Partito Brexit come partito nazionalista, razzista, di estrema destra (a volte persino fascista), un partito finanziato da denaro sporco, gestito da personaggi loschi e manipolato da nefandi russi o da altre forze maligne.

Naturalmente il Partito Brexit non è nessuna di queste cose. Ciò che le élite politiche pro-UE in parlamento e i media mainstream sostenitori dell'UE non possono né comprendere né accettare è che il lancio del Partito Brexit sia riuscito a mobilitare un movimento di massa di sostenitori provenienti da tutte le tradizionali parti poltiche e li abbia uniti in una causa comune: la lotta non solo per la Brexit, ma per la stessa democrazia. Le diversità che il partito abbraccia nei suoi sostenitori si riflette nella diversità dei suoi 70 candidati, che provengono da tutti i ceti sociali, da tutti i retroterra culturali ed etnici, e le cui precedenti alleanze politiche attraversano le divisioni politiche. I candidati vanno dalla sinistra radicale alla destra conservatrice tradizionale, e comprendono la commentatrice dei media Claire Fox, ex membro del Partito Comunista Rivoluzionario ormai defunto, e Ann Widdecombe, che ha servito nel partito Tory per 55 anni prima di dimettersi per unirsi al Partito Brexit cinque settimane fa. La maggior parte dei candidati, tuttavia, non è mai stata coinvolta in politica prima. Sono solo persone normali che si sentono in dovere di prendere posizione, non solo per assicurare che la Brexit sia realizzata, ma, soprattutto, per difendere la democrazia dagli anti-democratici sia dall'Unione europea che dalla nostra classe politica che sembra intenzionata a distruggerla.

Data la diversità delle opinioni politiche e delle opinioni tra i candidati oggi presenti e quelli attualmente intervistati come candidati alle prossime elezioni generali, resta da vedere se il partito rimarrà un attore importante nella politica britannica. Per il momento, tuttavia, questa è l'ultima delle preoccupazioni dei suoi sostenitori. Quelli che si sono iscritti a migliaia nelle ultime sei settimane hanno una priorità, e questa è portare a casa la Brexit e la difesa della democrazia. Meno di sei settimane fa, questi elettori erano orfani politici, non più rappresentati dai parlamentari che avevano eletto in Parlamento. Ora hanno una casa politica, anche se forse solo temporanea. E dove sei settimane fa si sentivano disillusi dalla politica, alcuni impegnati a non votare mai più in un'elezione, ora hanno speranza. Ciò si riflette non solo nel fatto che il neonato partito ha raccolto oltre 2,5 milioni di sterline dalla sottoscrizione dei sostenitori in meno di sei settimane, ma nel fatto che centinaia di questi sostenitori hanno promesso il loro sostegno politico sul campo e hanno speso l'ultimo mese di volontariato ai raduni del partito, lavorando nei suoi uffici, istituendo gruppi di supporto locali per difendere i banchetti della campagna e diffondere il messaggio del partito nelle strade. L'entusiasmo e il senso di solidarietà sono palpabili. Gli politicanti di Westminster hanno tutte le ragioni per essere preoccupati per il loro destino.

Se il Partito Brexit durerà a lungo nella sua forma attuale è davvero irrilevante, ciò che conta è che ha fornito agli elettori disillusi una ragione per credere ancora una volta al potere della politica di cambiare le cose e, cosa più importante, che il loro proprio impegno politico è fondamentale per il cambiamento in corso. Qualunque cosa accada oggi e nei prossimi mesi, una cosa è certa: il Partito Brexit ha fornito un veicolo e un trampolino di lancio per il cambiamento politico, la direzione che il cambiamento prenderà non sarà decisa da Nigel Farage o dal suo presidente Richard Tice, ma dalle migliaia di persone che hanno promesso il loro sostegno alla causa della difesa della democrazia britannica. 

La Brexit ha scongelato la politica britannica e gli ha dato una nuova prospettiva di vita. Spero che lo slancio delle ultime settimane continui a ritmo sostenuto e che nei prossimi mesi e nei prossimi due anni emergeranno nuovi partiti e movimenti per dare forma al nostro futuro politico condiviso di nazione. Tuttavia, nulla di tutto ciò sarà possibile se restiamo nell'UE, e per ora almeno il Partito Brexit è l'unico partito disponibile e in grado di contrastare la casta politica in carica a Westminster e vincere, e per questo motivo, questa ex-comunista rivoluzionaria li voterà».

* Traduzione a cura della Redazione

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IL MITO DELL'EURASIA di Georgy Stefanov

[ giovedì 23 maggio 2019 ]


Il nuovo protagonismo della Russia putiniana sulla scena globale ha riportato in auge la questione dell'Eurasia. Molti analisti occidentali, anzitutto quelli vicini ad ambienti NATO, ritengono che dietro all'espansionismo russo vi sia il progetto eurasiatista. E' davvero così? E nel caso, di quale eurasiatismo si tratterebbe?
Segnaliamo che questo blog si era già occupato della questione storica e filosofica dell’Eurasia nell'articolo Che cos'è l'euroasiatismo. Successivamente pubblicammo un'indagine su certa estrema destra filorussa



*  *  *


Quale Eurasia?


Che cosa significa, su un piano politico, Eurasia? Possiede, la concezione del mondo fondata sull’Eurasia, una capacità di proiezione mitica ed universalistica? Proviamo ora a vedere.

Le Riforme Pietrine aprirono la Russia all’Occidente. Il confronto tra Russia e Europa venne percepito da molti strati della società civile russa come una pericolosa apertura verso l’abisso. Non va del resto dimenticato il fatto che nell’inconscio russo Oriente significava Khanato dell’Orda d’Oro, quindi dominio tataro-mongolo. Nel corso dell’800, tali questioni assunsero nella politica strategica russa un carattere dirimente, che avrebbe sostanzialmente condotto, purtroppo, ad un sostanziale complesso di inferiorità rispetto al bonapartismo francese. 


Con la sconfitta nella guerra di Crimea, prese ancora più corpo una strategia imperiale che puntava ai mari; inaccessibile il primo obiettivo immediato, l’Oceano Indiano, la politica estera fondata sulla dottrina della narodnost puntò perciò al Pacifico. Dalla
Alexander Dugin
 egli ha una sua peculiare versione dell'eurasiatismo
guerra di Crimea (1853-1855) sino alla guerra con il Giappone (1904-1905), due guerre che ridimensionarono l’ambizione “occidentale” russa, l’Impero zarista svoltò verso una inarrestabile espansione verso Oriente. Ciò, sul piano culturale, si accompagnò ad una rinascita d’un certo “profetismo” e d’un certo misticismo, intimamente basati sulla significativa ricerca della Russia profonda, la Russia occulta e metafisica. Mi riferisco tanto ad ambienti esoterici e occultistici, che vanno ad esempio dalla Blavatsky ad A. Belyj, quanto all’avanguardia artistica e poetica (Goncarova, Chlebnikov), senza trascurare il significativo esperimento sciitista (rivista Skify ecc). E’ però, con l’Ottobre rosso, ed in continuità desostanzializzante con questo, che il mito dell’Eurasia, da mitologia poetica e storico-letteraria, cerca di concretizzarsi in mito politico effettivo. Un potenziale mito politico che si manifestò tuttavia come mito incapacitante, privo come era di un respiro immanentistico rispetto alla stringente logica politica globale leniniana fondata sulla oggettivistica prassi dell’amico/nemico. Una potenziale ideocrazia politica, quella eurasiatista, che sorge negli ambienti contro-rivoluzionari ed antibolscevichi (Nikolaj Trubeckoj, Roman Jakobson, Georgij Florovskij, Dmitrij Svjatopolsk-Mirskij, Georgij Vernadskij e Pëtr Savickij), ma che nondimeno finisce per interpretare arditamente, e correttamente, almeno secondo il metro di Berdjaev, la rivoluzione leninista alla luce dell’idea russa, ossia come una rivoluzione contro il “capitale” marxista ed occidentalista, se volessimo usare la felice metafora gramsciana. 



Lenin e Stalin


La concretezza politica di Lenin statista, secondo la vulgata ormai consolidata, avrebbe cozzato contro il “reazionarismo” orientaleggiante ed eurasiatista di tali circoli metapolitici; Lenin avrebbe puntato a Berlino ed al proletariato tedesco, dunque ad Occidente, e conseguentemente non vi era alcun margine di confronto con chi considerava il modello di civilizzazione russa irriducibile al ciclo “romano-germanico”. Il Carr, viceversa, considera strategica e irriducibile rispetto al marxismo della sinistra occidentalista la “svolta antimperialista” verso Oriente, filomusulmana e filoturanica. Tale prospettiva leninista sarebbe parte integrante della politica di Stato bolscevica, persa ogni speranza sulla forza militare e politica del proletariato occidentale. Tale visione, di un “comunismo tradizionalista” e non occidentalizzante, sarebbe stato il Testamento di Lenin contro la follia occidentalocentrica della "rivoluzione permanente" e contro l’ipotesi del “socialismo in un solo paese”. Lungi dall’incarnare quella linea di lotta al panislamismo asiatico che la sinistra neoilluminista trockista astrattamente e
scioccamente rivendica, dal Congresso di Baku del 1920 il leninismo non solamente si identifica appunto con il principio della “guerra santa” contro il capitalismo occidentale e l’imperialismo, ma incentiva la crescita dell’Islam asiatico, sostiene l’espansione del numero delle madrasse, appoggia su tutta la linea il Partito Comunista del Turkestan, la cui metà dei membri era islamica, impone il diritto di portare il velo alle donne. Conquiste antimperialiste, diritti di una minoranza tradizionalmente oppressa che, naturalmente, il nazionalismo grande-russo staliniano abolirà immediatamente. 

Il bolscevismo stalinista chiuse, del resto, ogni possibilità di abboccamento con i teorici dell’Eurasia, non essendovi altro modello in tale contesto che il triste e bieco zdanovismo. Il movimento eurasista dell’emigrazione fu ostracizzato nell’URSS e guardato con diffidenza dallo stesso milieu dell’emigrazione in quanto “filofascista”. Lo stalinismo, d’altra parte, chiuse le porte a ogni sviluppo universalistico e multilineare del processo rivoluzionario globale in corso, seppellì ogni avanzamento strategico antioccidentalista di senso leninista, ripiegando appunto su un “provincialismo” grande-russo. Il cosiddetto eurasismo classico ebbe perciò breve vita. 


Il mito del superethnos


Con la concezione di Lev Gumilev (1912-1992), però, il mito di Eurasia acquisisce finalmente una sua concreta potenza storica e politica. Gumilev, figlio di Anna Achmatova, non è un politico, semmai un teorico politico ed un metafisico della storia. Si potrebbe considerare l’Huntington russo come sostengono Zade e Titenko. Vissuto per 14 anni nei Gulag, potè poi esercitare la carriera accademica solo dopo la morte di Stalin. Con Gumilev, il concetto mitico di Eurasia finisce per entrare a pieno diritto nella storia delle civiltà e si supera così la visione illuministica ed occidentalistica, eurocentrista, secondo cui l’Eurasia non esisterebbe. La particolare struttura geologica eurasiana, in cui vivrebbe intimamente uno spirito eurasiatico profondo, è il significante, autentico, per la genesi di una Civiltà eurasiatica che possiede sue autonome caratteristiche, differenti e spesso contrapposte all’Europa. Quello eurasiatico, a differenza di quello europeo, è un “etnhos”. Quest’ultimo concetto indica, nella prospettiva del nostro, un collettivo
Lev Gumilev 
organico in movimento ed in divenire, la cui connessione con altri “etnhoi” potrebbe portare alla genesi di un “superethnos”, contraddistinto da un archetipo oggettivo che si delinea nel comportamento passionario e creatore. La “passionarietà” è appunto l’idea forza che caratterizza la etnogenesi del “superetnhos”; “passionarietà” è spirito di sopportazione e dedizione sacrificale dell’individuo integrato nel collettivo; “passionarietà” è la qualità cardine che scinde e differenzia il “superetnhos” dal “subetnhos”. Quando dilegua la forza della “passionarietà”, decade anche l’etica sacrificale comunitaria e si afferma il disgregazionismo individualistico ed atomistico. Le cinque fasi passionarie, per il nostro, si sviluppano da una fase di ascesa ad una fase omeostatica o memoriale passando attraverso le varie fasi di inerzia più o meno pronunciata. Gumilev fu un attento osservatore dei popoli che scorrazzavano nei grandi deserti turanici e da qui avrebbe mutuato la concezione che la storia sarebbe determinata soprattutto dall’azione intuiva e decisionista dei grandi leader carismatici. 


La declinazione neo-eurasiatica del pensiero gumileviano aggiorna tale prospettiva alla luce del concetto, in verità assai dostoevskiano, di uomo russo come archetipo di “uomo passionario”, intrinseco portatore di una universalità sconosciuta tra gli altri “etnhoi”. Tale concetto non compare nell’orizzonte teorico di Gumilev, per il quale la civilizzazione russa si sarebbe già trovata in una etnogenesi di rottura ed in effetti il pericoloso declino demografico odierno sembrerebbe ben mostrarlo. Il motivo concettuale della storiosofia gumileviana è però chiaramente diverso dal sostanziale slavofilismo dell’eurasismo classico: dello spirito cristiano dell’eurasismo classico non vi è traccia in Gumilev, l’Ortodossia essendo solo la forma esteriore di cui si sarebbe rivestito l’ “etnhos” russo, mentre la sostanza dello sviluppo della civilizzazione, più che da una mistica, quand’anche politica, sarebbe ben incarnata dalla teoria cosmista della passionarietà, estranea ai motivi fondamentali del classico eurasismo. Gumilev, un anticomunista di ferro che soffrì sino a morirne per il crollo dello spazio imperiale eurasiatista sovietico, attacca frontalmente la concezione della Russia “fortezza cristiana”, antemurale della cristianitas rispetto al panislamismo e al panmongolismo. “La cosa più ridicola è che questo sincero prostrarsi davanti all’Occidente è chiamato patriottismo” afferma al riguardo il nostro. 


Progetto al palo


La visione cosmista gumileviana ebbe una sua fortuna nella Russia di Elstin. Il Partito Comunista della Federazione Russa (Pcfr) di Zjuganov — che un esperto del fenomeno, M. Montanari, ha definito più vicino alla sinistra del Movimento Sociale italiano che alla filosofia marxista sovietica —, teorizzò la necessità del blocco continentale eurasiatico in contrasto con la potenza talassocratica ed oceanica americana, con cui furtivamente “flirtava” Elstin. Zjuganov, come sappiamo, non ebbe la possibilità di sviluppare tale blocco continentale eurasiatista. Sarà invece Vladimir Putin, dal Cremlino, ad annunciare la nascita dell’Unione Eurasiatica. 


Sino ad oggi, però, tale progetto strategico pare fermo al palo della mera “unione economica” tra Bielorussia, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan. Il putinismo infatti, a dispetto di quanto si pensa in Occidente, non è né una ideologia né un

movimento eurasista. Putin, in più casi, ha definito con sincera devozione Solzenicyn il padre spirituale ed ideologico della “Nuova Russia”. Solzenicyn non è certo un eurasista, convinto, come Dostoevskij del resto, che l’uomo russo, non eurasiatico né tanto meno occidentale ma totalmente russo, sarà unico testimone, alla fine dei tempi, della lotta definitiva contro l’anticristo, il Nemico dell’Uomo. La pesante accusa di antisemitismo, che già serpeggiava ma definitivamente gettata su Solzenicyn negli ultimi anni di vita a seguito del suo monumentale saggio sulla questione ebraica, non ha visto indietreggiare il grande scrittore russo dalla sua profetica visione. Né Putin ha sentito il dovere di giustificarsi di fronte alle accuse sioniste in merito.

Il putinismo declina tale motivazione escatologica nella pratica di un conservatorismo verticale, in cui confluiscono tradizioni politiche di una destra classica quali possono essere franchismo spagnolo o bonapartismo francese. Siamo distanti, come si può vedere, sia dall’eurasismo classico sia dalla visione di Gumilev. In conclusione, si può dire che l’azione tattica putinista verso la Cina è una opzione meramente e esclusivamente difensiva rispetto alla nuova Offensiva imperialista occidentale russofoba. Da un punto di vista politico, Eurasia oggi significherebbe blocco strategico Pechino Mosca Delhi. Non vi è altra via al riguardo. La tradizione politica russa ha lanciato un solo messaggio politico universalistico e rivoluzionario nella sua millenaria storia: quello di Vladimir Lenin. Putin, un ottimo statista che ha salvato la Russia dalla catastrofe liberale-occidentalista, non è pero né un rivoluzionario di destra (fascista), né un rivoluzionario leninista. E’ un classico statista conservatore che si è dato la importante missione di proteggere il futuro e il destino della Russia da ogni assalto esterno, sia esso occidentale o cinese o islamico. Nessuna immagine più di quella dell’orso russo che protegge il suo habitat, senza infastidire il prossimo, identifica il putinismo. Ma in una fase di radicale scontro interimperialista, quale è quella a cui ci siamo ormai avviati, sarà ancora possibile tale bonario proposito? 


Ci auguriamo di sì, per il bene del grande popolo russo, ma fossimo al Cremlino non dormiremmo sonni tranquilli. 



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mercoledì 22 maggio 2019

dis/SENSO in/COMUNE di Carlo Formenti


[ giovedì 23 maggio 2019]



PENSAVAMO FOSSE AMORE, INVECE ERA UN CALESSE...


Il 9 marzo scorso informavamo i lettori che a Roma,
 Patria e Costituzione di Stefano Fassina, Senso Comune e Rinascita! presentavano il Manifesto per la Sovranità Costituzionale. Salutammo positivamente quell'evento, mettendone tuttavia in luce certi seri limiti politici, due su tutti, enormi, il silenzio sulla rottura della Ue l'uscita dall'eurozona. Limiti che non facevano presagire nulla di buono e che indicammo subito nel Comunicato NESSUNO É PERFETTO
Come volevasi dimostrare... A meno di due mesi il triangolo si è spezzato. Rinascita! da una parte Fassina e Senso Comune dall'altra.
Perché l'ennesima divisione? Quali le divergenze? Ce lo spiega, e con chiarezza, il compagno Carlo Formenti, che proprio quel "lontano" 9 marzo introdusse i lavori. Carlo sottolinea in prima battuta le "divergenze sull'Europa.

*  *  *


LE RAGIONI DELLA ROTTURA

di Carlo Formenti


Pubblico qui di seguito il testo (sommariamente rivisto, per cui potranno esservi alcuni refusi) del mio intervento introduttivo alla riunione di Bologna da cui è nata la Lettera sul Manifesto sulla sovranità popolare che ho postato in precedenza:


«Sulle ragioni che ci hanno indotto a riunirci oggi qui per formalizzare la nostra presa di distanza dal modo in cui è stato gestito, dopo l’assemblea del 9 marzo scorso, il progetto politico lanciato con il Manifesto per la sovranità costituzionale, dirò più avanti. Per ora mi limito a rispondere alle preoccupazioni di chi ha sollevato dubbi in merito alla necessità di rendere pubblica la rottura temendo che ciò possa innescare i soliti teatrini di accuse e insulti reciproci che caratterizzano le scissioni nella sinistra radicale. 

Non era nato un soggetto politico


Condivido quest’ultima esigenza, anche se mi pare opportuno chiarire che qui non si tratta di scissione: perché si dia scissione occorre che esista un soggetto politico unitario che, in questo caso, non si è formato. Sintetizzo i fatti: 1) c’è stata un’assemblea nella quale è stato presentato un Manifesto redatto dal sottoscritto su mandato di un gruppo di coordinamento fra tre associazioni (Rinascita!, Patria e Costituzione e Senso Comune); 2) nel gruppo di coordinamento fra le suddette associazioni sono sorte divergenze in merito a come, con che tempi e con quali modalità organizzative tradurre in azione politica il Manifesto; 3) tali divergenze riguardavano sia la necessità di garantire un minimo di
legittimazione e rappresentatività al gruppo di coordinamento, sia l’atteggiamento da assumere sulle elezioni europee, sia l’interpretazione dei contenuti e dello spirito del Manifesto. 

Fassina e il gruppo dirigente di Senso Comune, prima hanno ignorato le critiche che venivano sia da Rinascita! che dall’interno dei loro gruppi di riferimento, poi annunciato l’intenzione di convergere in Patria e Costituzione per dare vita a un movimento politico. Mi pare che ciò chiarisca il quadro: nessuna scissione, più semplicemente, una parte di coloro che hanno lanciato il Manifesto hanno deciso di marciare da soli, ignorando le critiche dell’altra parte, la quale si trova qui oggi per discutere su come tradurre in progetto politico il Manifesto, dal quale Fassina e il gruppo dirigente di Senso Comune, come dirò più avanti, si sono nel frattempo distanziati sotto diversi e non irrilevanti aspetti. A questo punto mi pare chiaro che i progetti in campo erano due fin dall’inizio e, visto che uno di essi è stato formalizzato, tocca a noi formalizzare il nostro. Senza polemiche e scomuniche reciproche, e senza preclusioni riguardo alla possibilità di future convergenze. 

In difesa del manifesto


Credo che i dieci punti del Manifesto possano essere sintetizzati in sei tesi di fondo che richiamerò qui di seguito, per poi misurare la distanza fra i due differenti modi di dedurne strategia politica e forme organizzative. 

1. Il Manifesto denuncia le responsabilità di una sinistra che regala alle destre il monopolio del linguaggio patriottico. Chiarisce che amor patrio non significa aggressività nazionalista, bensì sentimento condiviso da tutti i cittadini che appartengono a una stessa comunità territoriale, a prescindere da appartenenze etniche, religiose, di genere, ecc. La patria è unità di popolo, stato e nazione ed è l’esisto di un processo di costruzione politica e non di ancestrali retaggi di sangue.

2. Il Manifesto chiama a una difesa intransigente dei principi della Costituzione del 48, a partire dagli articoli che stabiliscono che la dignità delle persone si afferma attraverso il lavoro, che va promosso, garantito e tutelato con ogni mezzo, e riconoscono la legittimità del conflitto fra capitale e lavoro come strumento di emancipazione collettiva. Denuncia il tentativo delle forze politiche neoliberiste, di destra, centro e sinistra, di sfregiare la Carta con riforme come quella dell’articolo 81, che impone il pareggio di bilancio e vieta politiche economiche keynesiane, in stridente contrasto con gli articoli citati in precedenza. Questa riforma è inspirata ai principi della costituzione ordoliberale dell’Unione Europea, costituzione che coincide con i Trattati che sottraggono sovranità ai Paesi membri, vietano politiche economiche ridistributive, tolgono allo Stato-nazione il controllo sulla politica monetaria e ogni possibilità di intervento diretto in economia, impongono privatizzazioni in tutti i settori, politiche di contenimento salariale, tagli al welfare e alla spesa pubblica. Il Manifesto dichiara quindi l’incompatibilità fra Costituzione e Trattati europei e afferma che la prima deve prevalere sui secondi.

3. Preso atto della tendenza alla ri-nazionalizzazione di economia e politica, il Manifesto denuncia il cosmopolitismo borghese che le sinistre spacciano per internazionalismo proletario, afferma che la domanda di protezione delle classi subalterne dagli effetti dei processi di finanziarizzazione e globalizzazione può ottenere risposta solo dallo Stato nazionale, l’unico in grado di generare piena occupazione, ridistribuire risorse, imbrigliare il mercato, regolare i flussi internazionali di capitali, merci e persone, obbligare la proprietà privata a servire interessi sociali, contrastare il principio di libera concorrenza. Afferma che per realizzare tali obiettivi occorre difendere l’unità nazionale contro il separatismo dei ricchi: certe rivendicazioni di autonomie regionali, ma anche il municipalismo delle metropoli che si propongono di “fare rete” bypassando i confini nazionali, servono a strappare risorse allo Stato nazione impedendo la possibilità di qualsiasi politica ridistributiva fra territori. La governance europea attacca lo Stato nazione dall’alto e dal basso e instaura un’alleanza fra istituzioni oligarchiche sovranazionali e borghesie regionali e metropolitane contro le periferie (la rivolta dei gilet gialli è espressione della rabbia popolare contro tale disegno).



4. Il Manifesto si oppone alla falsa alternativa fra xenofobia e ideologia no border. Richiama l’attenzione sulla vera causa del fenomeno: il neocolonialismo che genera guerre locali, debiti sovrani fuori controllo, accaparramento di territori e materie prime. Aggiunge che questo non implica chiudere gli occhi sulla deportazione di mano d’opera da parte di organizzazioni criminali e sul suo uso a fini di dumping sociale da parte dei
padroni. Afferma quindi la necessità di regolare il flusso in base alla reale capacità di accoglienza e integrazione del Paese. Propone infine di promuovere la solidarietà internazionalista fra classi popolari dei Paesi ricchi e dei Paesi poveri, chiamati a lottare per affermare il diritto allo sviluppo di tutte le nazioni e il conseguente diritto a non emigrare. 

5. Il socialismo è il filo rosso che attraversa l’intero Manifesto: dal richiamo alle voci della Carta che esaltano gli interessi e la dignità del lavoro e valorizzano il conflitto sociale, all’affermazione che la ripresa del Paese passa inevitabilmente dal controllo dello Stato su mercato, proprietà privata e flussi di merci, capitali e persone. Si ribadisce che parlare di socialismo oggi non è più un tabù: lo fanno Sanders in America; Corbyn in Inghilterra, le rivoluzioni bolivariane in America Latina, i populismi europei di sinistra e recentemente lo ha fatto il leader dei giovani socialdemocratici tedeschi, Kevin Kunert, che ha affermato la necessità di nazionalizzare le grandi industrie, limitare la proprietà immobiliare e ha rilanciato la sfida della transizione a una società post capitalistica. Ma il Manifesto vede nel socialismo qualcosa di più di un nuovo sistema economico: lo identifica con un progetto alternativo di civiltà, in grado di affrontare sia il problema del controllo democratico sull’uso del sapere scientifico e tecnologico, sia la sempre più drammatica sfida ambientale. 

6. Infine il Manifesto recita al punto 10: “Nessuna delle attuali forze politiche italiane è in grado di raccogliere le indicazioni qui sintetizzate. Non le destre e le sinistre riformiste, corresponsabili dello snaturamento in senso liberista della Costituzione e dell’integrazione subalterna dell’Italia nell’Unione europea. Non le sinistre radicali o antagoniste, sorde ai temi della nazione e dello Stato”. Sorvolando sui passaggi dedicati ai limiti delle politiche governative gialloverdi, vengo alla conclusione: “La discussione e l’approfondimento dei temi sopra indicati deve essere reso funzionale alla formazione di una forza politica, ispirata ai principi del socialismo, del cristianesimo sociale, dell’ambientalismo…”



Il compromesso e le divergenze...


Veniamo al dissenso. In primo luogo, occorre sottolineare che, già nella tormentata trattativa per arrivare alla stesura finale del Manifesto, frutto d’un compromesso fra le posizioni delle tre associazioni, si sono registrate divergenze sul tema dell’Europa. Ecco perché, nel testo definitivo, manca una posizione inequivoca sulla questione della sovranità monetaria; così come manca una posizione inequivoca in merito a una possibile Exit Strategy per il nostro Paese. Inoltre, dall’affermazione di principio sull’incompatibilità fra Costituzione e trattati europei non si deduce chiaramente la conseguenza che la ricostruzione dell’Italia passa dall’exit

Ma veniamo ai nodi cruciali che riguardano: 1) il tipo di soggetto politico che si intende costruire; 2) il giudizio sulle sinistre esistenti (tutte!) come forze con cui non è più possibile condividere un progetto come il nostro. Io credo che un soggetto politico, per incarnare la filosofia del Manifesto, dovrebbe inspirarsi al documento di Alessandro Visalli, di cui riassumo qui di seguito alcuni nodi cruciali. 
Vicenza, 5 gennaio 2017. La prima riunione di Senso Comune.
Gerbaudo (primo a destra) e Mazzolini (terzo da destra)
I populismi di sinistra che hanno tentato di riproporre in Europa il modello bolivariano sono in crisi. I motivi della crisi sono: il “comunicazionismo”, l’idea che oggi la politica si fa attraverso i media, per cui occorre costruire partiti “leggeri” senza strutture intermedie, fondati sul rapporto diretto fra leader carismatico e base; l’idea che si possa arrivare al governo conquistando l’egemonia su settori abbastanza ampi di opinione pubblica; la mancata definizione del blocco sociale di riferimento, che genera obiettivi e programmi politici nebulosi; l’incapacità di tagliare il cordone ombelicale con le sinistre radicali da cui questi movimenti ereditano la tendenza a privilegiare i diritti civili sui diritti sociali, il cosmopolitismo, che impedisce di prendere posizioni nette sull’Europa (vedi sopra), un linguaggio politicamente corretto che piace a intellettuali e classi medie mentre irrita gli strati inferiori della forza lavoro. È proprio su questi strati, sostiene giustamente Visalli, che dovrebbe invece far leva un partito che voglia «Lavorare per rendere di nuovo leggibile il mondo alla parte subalterna, aiutandola a politicizzarsi e a rappresentarsi, a simbolizzare il potere collettivo, individuando una diversa costituente sociale capace di riorientare una politica di classe». Un partito capace di farla finita con il cosmopolitismo e la retorica dei diritti civili, la semplificazione comunicazionista e il governismo, un partito-comunità in grado di affondare le radici nelle masse per riattivarne consapevolezza, lo spirito di solidarietà e la volontà di lottare per obiettivi comuni.

Quali siano, invece, le idee di Fassina e Senso Comune su questo tema emerge: 1) dal rifiuto di ampliare il coordinamento per discutere collettivamente sia la posizione da assumere sulle elezioni europee (per inciso, osservo che non a caso non si è mai arrivati a condividere una posizione inequivoca a favore dell’astensionismo, come quella del documento di Mimmo Porcaro che siamo oggi chiamati ad approvare), sia le iniziative politiche e organizzative da assumere in vista dell’atto fondativo del nuovo soggetto politico; 2) dalla valutazione dell’esito delle elezioni spagnole. 

Il "cerchio magico" e le elezioni spagnole


La scelta di affidare la gestione del progetto a un “cerchio magico” che non ritiene di dover discutere le proprie analisi e rendere conto a nessun altro delle proprie scelte rivela l’intenzione di costruire un soggetto ritagliato sul modello verticista/comunicazionista criticato da Visalli. Quanto al giudizio sulle elezioni spagnole non lascia dubbi sulla volontà di restare saldamente agganciati al carro della sinistra radicale europea. La sconfitta di Podemos e il suo ridimensionamento a ruota di scorta di un partito, il Psoe, dichiaratamente neoliberista, europeista, filo occidentale diventa “l’unica vittoria (?) in controtendenza d’una sinistra in Europa” [Carlo si riferisce alle dichiarazioni di Fassina "Speriamo in un governo del PSOE", Ndr], da celebrare come successo di un fronte unito contro le destre populiste, parola d’ordine condivisa da Macron, Dem italiani, Popolari e Spd tedeschi, cioè quanto di più alieno al punto 10 del Manifesto. 

Per dare un’idea più precisa del segno ideologico di questa presa di posizione mi limito a sintetizzare quanto ho scritto sul sito di Rinascita! a proposito di quella presunta “vittoria. Benché Podemos abbia perso meno di quanto prevedessero i sondaggi (il 5/6% invece del 10.), si tratta di un disastro che ha strappato il sorriso ad Aldo Cazzullo. Scrive l’opinionista del Corriere: «Ora Iglesias è diventato un docile vassallo dei socialisti, anche se ha recuperato terreno grazie alla buona prestazione nei dibattiti». L’accenno alla performance mediatica piacerà a Senso Comune, ma il succo sta nella prima parte della citazione: Cazzullo esulta perché sa che il Psoe di Sanchez è un partito neoliberale, europeista, che ha sempre condotto politiche antipopolari, alternandosi alla guida del Paese con il PPE senza discostarsene granché e condividendone le disavventure giudiziarie causate dal vizio di intascare tangenti, una copia conforme del PD in poche parole. 

Podemos regala a questo partito il proprio sostegno senza riceverne nulla in cambio (ricordate i sostegni esterni di Bertinotti a Prodi?). Se il Psoe accetterà il regalo, Podemos si ridurrà a una pallida controfigura del partito che tante speranze aveva suscitato qualche anno fa. I limiti che gli faranno fare questa fine sono esattamente quelli indicati poco sopra: l’ideologia “comunicazionista”, convinta che programmi e organizzazione politica contino meno delle strategie comunicative che consentono di aggregare consenso per approdare rapidamente al governo (quando poi ci si arriva, vedi i 5 Stelle, sono guai seri…); l’assenza di radicamento sui territori, nei luoghi di lavoro, nei quartieri dovuta alla scelta di costruire un partito “leggero” fondato sul rapporto diretto fra leader
Ernesto Laclau e Chantal Mouffe
carismatico e opinione pubblica; l’affastellamento fra correnti ideologiche della nuova e vecchia sinistra sul modello di Syriza al posto della costruzione di un blocco sociale; il riferimento alle teorie populiste di Laclau nella versione “debole” di Chantal Mouffe ninfa Egeria di Inigo Errejon, leader dell’ala moderata del partito (e cara sia a Fassina che a Senso comune, che l’hanno condotta come una Madonna pellegrina in giro per l’Italia); l’adozione di canoni linguistici politicamente corretti (fino alla ridicola femminilizzazione del nome del partito, che suona ora Unidas Podemos) tipici degli strati intellettuali e piccolo borghesi illuminati che costituiscono una quota significativa degli aderenti al partito (nonché irritanti per le orecchie delle masse popolari). Se il “succo” che Fassina e Senso Comune estraggono dal Manifesto è questo mi pare che vi sia poco da aggiungere. Lasciamo che proseguano per questa strada e rimbocchiamoci le maniche per definire la nostra a partire dalla giornata di oggi, dalla quale sono convinto si debba venir fuori con la ufficializzazione della nostra nascita, avendo approvato il documento sulle elezioni europee e avendo definito un gruppo di coordinamento provvisorio che dovrà stilare il documento conclusivo su cui convocare un’assemblea aperta non oltre giugno, nella quale formalizzeremo la nostra nascita come soggetto politico e ne definiremo il nome».


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GIORGETTI, L'AMERIKANO di Piemme

[ mercoledì 22 maggio 2019 ]



Dopo l'esplosiva intervista dell'altro ieri a LA STAMPA, nella quale minacciava la fine del governo giallo-verde e elezioni anticipate in autunno, il bocconiano Giorgetti è stato costretto ieri (certo anche da Salvini) a smorzare le polemiche ed fare parziale marcia indietro.
Ciò non dissipa affatto i sospetti che egli giochi — per nome e per conto di chi vedremo più avanti — una sua partita politica, in parallelo e potenzialmente conflittiva, a quella di Matteo Salvini, che anche oggi ha ribadito che non vuole la rottura coi 5 stelle. 
A conferma che la Lega non è una sola ma sono almeno due: quella della destra nazional-populista e sicuritaria di Salvini, e quella mondialista-liberista di Giorgetti.

Sta di fatto che Giorgetti non si è nemmeno presentato alla riunione del Consiglio dei Ministri di lunedì, dove di norma svolge la funzione di segretario e verbalizzatore, funzione assunta da Riccardo Fraccaro.


Guarda chi c'era...


Dov'era Giorgetti ce lo dice IL FOGLIO di ieri. Era a Milano, nel lussuoso Hotel Four Season, ad un incontro organizzato dalla AmCham, la branca italiana della American Chamber of Commerce.  
«C'erano l'ambasciatore italiano a Washington, Armando Varricchio, e quello americano a Roma. Lewis Eisenberg, e poi c'erano i vertici di importanti imprese e parteciopate dello stato italiene, da Leonardo a Mapei a Campari, oltre che di colossi come Loockeed Martin, Google e General Electric. E tutti, a metà della serata, si sono ritrovati ad applaudire l'intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che ha alluso senza troppi giri di parole alla possibilità di un cambio di governo".
Quale governo abbiano in mente Giorgetti il gotha delle multinazionali non è dato sapere. Piano A: un governo di centro-destra, con a capo presumibilmente un Salvini addomesticato. Piano B: un nuovo governo di cosiddette "larghe intese con a capo, se non un "papa straniero", uno meticcio alla Draghi.

Piano A e B implicano entrambi che si realizzino due condizioni: che il M5S vada in pezzi dopo una sonora sconfitta elettorale e che Salvini (magari dopo il tanto strombazzato sfondamento oltre la soglia del 30%) si faccia effettivamente addomesticare. La qual cosa, detta in parole povere, che Salvini accetti di agire come lo Tsipras italiano.
Notare il volto di Salvini.....

Due condizioni che a me paiono alquanto improbabili. Col che i piani di certi oligarchi e pezzi grossi, nostrani e d'oltre atlantico, è facile che andranno a farsi friggere. 

Da notare che al centro della rimpatriata di atlantisti c'era la questione della "Via della seta". L'ambasciatore americano Eisenberg, spalleggiato dagli altri commensali ha svolto  una lunga e dura romanzina contro una delle decisioni più importanti e promettenti decisioni assunte dal governo, quella di aprire strategicamente alla Cina, una decisione che rappresenterebbe "un deragliamento dai binari storici della politica estera italiana". Giorgetti ha annuito, a conferma che egli si sente investito di rappresentare non solo gli interessi di certe multinazionali, ma della visione geopolitica a stelle e striscie.

Pronta la risposta di Luigi Di Maio, che nella sede non casuale di Confindustria, pur in modo peloso, ha attaccato Trump.

Da anni andiamo dicendo su questo blog della divisione in seno all'establishment italiano, quella tra un partito tedesco (per la precisione protesi dell'asse carolingio franco-tedesco) e il partito americano, i due campi che, tra liti e compromessi, hanno tenuto saldamente il potere nella "seconda repubblica".

L'irruzione nell'arena dei due populismi giallo e verde, il loro arrivo al governo, avendo posto fine al mostriciattolo della "seconda repubblica", avendo letteralmente scombussolato assetti e strategie, ha aperto la fase nuova di crisi e d'instabilità in cui siamo entrai dopo il 4 marzo dell'anno passato.

Le elezioni europee del 26 maggio confermeranno questa fase nuova — gravida di incognite ma di possibilità — oppure avremo, com'è nei desiderata sia del partito tedesco de di quello americano, una sconfitta dei giallo-verdi e quindi una contro-svolta stabilizzatrice? 

Conosceremo presto il verdetto. Noi ci auguriamo non voteranno come chiedono i poteri forti, che dalle urne esca un risultato in linea con quello del 4 marzo dell'anno scorso, che cioè confermi l'egemonia del "campo populista". Una vittoria che darà più forza al popolo italiano in vista dell'autunno, quando il fronte nemico vorrà imporre una finanziaria lacrime e sangue.



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LA SINISTRA FA IL GIOCO DEI SOVRANISMI AUTORITARI di Diego Fusaro

[ mercoledì 22 maggio 2019 ]



«Per poter spezzare il giogo del globalismo liberista, bisogna anzitutto decostruire l’egemonia del pensiero unico santificante il nesso di forza realmente dato. In particolare, occorre destrutturare l’architettura ideologica della Sinistra fucsia del Costume, che legittima superstrutturalmente la struttura del dominio della Destra finanziaria del Danaro. L’inganno ideologico delle destre nazionaliste — se ancora si vuole impiegare, a fini euristici, l’obsoleta dicotomia di destra e sinistra — sta nel presentare il sovranismo autoritario e non democratico come se fosse la reale opposizione al cosmopolitismo capitalistico, del quale invece è l’altra faccia (rectius, il compimento).
L’impostura delle sinistre fucsia e arcobaleno sta, invece, nel contrabbandare per internazionalismo socialista quello che, a rigore, è il cosmopolitismo liberista, ossia il campo del conflitto favorevole al Signore competitivista. Con un atteggiamento che sempre oscilla tra l’incomprensione del rapporto di forza e la sua attiva legittimazione, le sinistre fucsia surrettiziamente credono — e in ciò sta il cuore del loro errare — che “il contrasto del cosmopolitismo implichi un ripudio dell’internazionalismo” (Alessandro SommaSovranismi): là dove è l’internazionalismo socialista a implicare un fermo rigetto tanto del nazionalismo imperialista, quanto del cosmopolitismo liberista.
Fu, peraltro, il Trattato di Maastricht del 1992 a certificare l’ormai avvenuta conversione dei comunisti italiani al neoliberalismo cosmopolita. In quell’occasione, venne scolpendosi la definitiva forma mentis integralmente cosmopolitica delle sinistre market-friendly, ora convinte che ogni opposizione al mondialismo no border fosse non già la possibile difesa delle classi dominate contro l’offensiva del mercato unificato senza frontiere, ma la via della chiusura identitaria e regressiva, necessariamente da abbinarsi al quadrante destro della politica. Per poter mantenere in vita questa narrazione ad alto tasso ideologico, le sinistre passate alla piena difesa del loro nemico storico debbono mantenere in vita l’antifascismo liturgico in assenza di fascismo.
Impiegato a mo’ di alibi permanente per evitare la via dell’anticapitalismo in presenza di capitalismo, l’antifascismo “archeologico” — come lo qualificava Pier Paolo Pasolini — permette alle sinistre di presentare all’opinione pubblica il cosmopolitismo liberista come percorso emancipativo rispetto all’eterno fascismo. Prova ne è, oltretutto, che a differenza dell’eroico antifascismo di Antonio Gramsci, che era patriottico, comunista e in presenza reale di fascismo, l’antifascismo fumettistico delle odierne sinistre è cosmopolita, liberista e in completa assenza di fascismo.
Quest’ultimo è, di fatto, illusoriamente identificato dall’ordine del discorso con ogni progetto di risovranizzazione dell’economia e, dunque, con ogni possibile contestazione del turbocapitalismo vincente, perfino con quell’internazionalismo socialista che — apice del “totalitarismo”, secondo la neolingua dei mercati — ha per propria condizione necessaria il rapporto inter nationes e, dunque, la sussistenza degli Stati sovrani nazionali.
Il paradosso è lampante: per combattere le derive nazionaliste a tinte nere, le sinistre odierne appoggiano appieno l’autoritarismo verticistico del cosmopolitismo liberista, che del nazionalismo capitalistico è semplicemente l’evoluzione. L’“incapacità della sinistra di combinare le sue istanze con il moto verso la riscoperta del contesto nazionale” (ibidem) è un ulteriore argomento circa la necessità di abbandonare la sinistra per tornare a Gramsci e, con lui, a tutto ciò che essa ha irresponsabilmente tradito nel proprio transito al ruolo di baluardo ideologico del polo dominante e del globalismo come teatro del massacro di classe».

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