martedì 19 marzo 2019

"CLIMA, LA SOLUZIONE È NUCLEARE" LO DICE BILL GATES

[ 19 marzo 2019 ]

L'articolo di Mazzei CLIMA 1: E SE FOSSE LA LOBBY NUCLEARE? ha suscitato critiche e perplessità: "Ma che v'inventate?".
Non c'inventiamo proprio nulla.
Ecco la prova che la super-élite utilizza il cambiamento climatico perché ha un disegno strategico, e per perseguirlo usa ogni mezzo, compresa Greta Thumberg...



Col pretesto del "global warming"


“Il nucleare è ideale per combattere il cambiamento climatico perché è la sola fonte di energia ‘carbon-free’. Il problema dei reattori nucleari attuali, come il rischio di incidenti, può essere risolto attraverso l’innovazione”

Bill Gates

La soluzione di Bill Gates al riscaldamento globale è il ritorno alle centrali nucleari. Il co fondatore di Microsoft nelle prossime settimane cercherà di convincere il Congresso americano a finanziare con miliardi di dollari per il prossimo decennio il suo progetto pilota per la realizzazione di un nuovo tipo di reattore nucleare “più efficiente, ecologico e sicuro”. Gates ha scritto una lettera al Congresso per chiedere un’audizione: “Il nucleare è ideale per combattere il cambiamento climatico perché è la sola fonte di energia ‘carbon-free’. Il problema dei reattori nucleari attuali, come il rischio di
incidenti, può essere risolto attraverso l’innovazione”, ha scritto nella lettera ai deputati e ai senatori americani l’ex numero uno di Microsoft.

Nel 2006 l’imprenditore ha fondato e finanziato una startup che ha chiamato TerraPower per la progettazione, la ricerca e il design di nuovi reattori nucleari. La società ha 150 dipendenti ed ha sede a Bellevue, vicino a Seattle, nello stato di Washington.


Gates ha paragonato la tecnologia per i reattori sulla quale sta lavorando TerraPower a una candela. Nella lettera inviata al Congresso, riportata dal Washington Post, l’imprenditore sostiene che “l’uranio-235 ‘bruciato’ nei reattori convenzionali raffreddati ad acqua, può essere utilizzato per accendere il resto della candela, bruciando l'uranio impoverito-238, che viene trattato come rifiuto”. Questo tipo di nuovo reattore, secondo Gates, dovrebbe essere posizionato nel sottosuolo e vi potrebbe restare una sessantina di anni, senza la necessità di essere rialimentato. Non mancano le critiche alla sua proposta, anche in ambito accademico, a una strada che sarebbe ancora piena di ostacoli, in termini di tecnologia e sicurezza.

L'élite economica preme su quella politica


Ai parlamentari Gates ha scritto di essere pronto da subito a finanziare il suo progetto per un reattore di nuova generazione conun miliardo di dollari, e propone di raccogliere un altro miliardo di fondi tra capitali privati e finanziamenti federali.


Nel sito di TerraPower, non senza enfasi, è indicata la strada: “Una grande marea solleva tutte le navi. Non possiamo cambiare il sistema energetico mondiale da soli. Abbiamo bisogno di una catena di fornitori dinamica, di una spina dorsale nei laboratori e nelle università degli Stati Uniti, e del sostegno di forti fondazioni negli altri paesi dove abbiamo deciso di svilupparci”.

Il prototipo del reattore di TerraPower è denominato Twr. Secondo i programmi della società dovrebbe essere pronto a metà del 2020. In tempo per partire subito dopo con una campagna commerciale globale.

Gli Stati Uniti nel 2018 hanno approvato delle nuove regole per tutelare le esportazioni di tecnologie americane e limitare la possibilità di società straniere di comprare aziende americane in settori ritenuti strategici o legati alla sicurezza nazionale. Una normativa pensata in chiave anti cinese per difendere l’hi-tech e il made in Usa dallo spionaggio industriale. La legge in questione ha bloccato i piani di TerraPower in Cina per sviluppare il suo reattore nucleare Twr attraverso la partnership con la China National Nuclear Corporation.



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«NO, NON ESPORRÒ LA BANDIERA UE» di Stefano Fassina

[ 19 marzo 2019 ]

«Caro Prodi, il 21 marzo non espongo la bandiera Ue ma il Tricolore»

Va respinta la proposta di Romano Prodi di esporre la bandiera dell’Unione europea il prossimo 21 Marzo. Va respinta da chi vuole ricostruire un legame, innanzitutto sentimentale, con il popolo delle periferie sociali, economiche, culturali della nostra comunità nazionale. Va respinta da chi non vuole lasciare alla destra nazionalista la domanda di protezione sociale e identitaria così diffusa nell’epoca della “paura della Storia”.

La bandiera per ogni comunità è un segno di identità e di identificazione primario. Imprescindibile. Per una comunità politica, indica anche una prospettiva. La bandiera è Storia, sedimento culturale, legame morale, connessione linguistica. È, insieme, il simbolo dell’orientamento programmatico della comunità nazionale. Non a caso, i nostri costituenti apposero, a chiusura della parte dei Principi Fondamentali della nostra Carta, l’art. 12: “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. Massimo Luciani, Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, ha scritto, nell’ultimo “atto” della bellissima serie dedicata dall’editore Carocci ai primi 12 articoli della Costituzione: “Il fatto è che la scelta della bandiera, nonostante l’impossessamento del tricolore da parte del fascismo, era davvero scontata, perché non era dubbio che dovesse trattarsi del tricolore risorgimentale; del tricolore, cioè, che il Congresso di Reggio Emilia … aveva assunto a simbolo della Repubblica Cispadana ….: l’uso che il fascismo ne aveva fatto svaniva nell’oblio, mentre riapparivano incredibilmente intatte le memorie risorgimentali.”


Raccogliere la proposta di Romano Prodi è, in coerenza con il confinamento sempre più ristretto nelle Ztl, l’ennesima conferma da parte delle sinistre, sia quella moderata interpretata dal Pd, sia quella sedicente radicale, della distanza dalla propria comunità, avvertita come ostile, incivile e prona al razzismo. È l’ulteriore manifestazione di auto-riconoscimento in un’altra comunità: cosmopolita, sentita moralmente superiore in quanto acculturata, civile, aperta, sensibile, accogliente e moderna. Esporre la bandiera dell’Ue vuol dire collocarsi ed essere riconosciuti, con le note conseguenze elettorali, dalla parte degli interessi più forti, edificatori di un regime economico, sociale e istituzionale fondato e alimentato dalla svalutazione del lavoro. Vuol dire mostrare indifferenza per la sofferenza economica inflitta agli strati sociali più deboli dal mercato unico, sciaguratamente allargato a Est durante la Commissione europea presieduta proprio dall’autore della proposta di sbandieramento europeista. Vuol dire infierire sulla stragrande maggioranza dei nostri lavoratori e delle nostre micro e piccole imprese legate alla domanda interna, quindi soffocate dall’euro, moneta programmaticamente al servizio dell’estremismo mercantilista Made in Germany. 

Vuol dire seguire spavaldamente la bussola ordoliberista, puntata sui principi della concorrenza e della stabilità dei prezzi, in alternativa al keynesismo e ai principi di dignità del lavoro, di giustizia sociale, di solidarietà della nostra Costituzione. Vuol dire, soprattutto, fare propaganda al “sogno” degli Stati Uniti d’Europa, della Riforma dei Trattati o, come dicono gli altreuropeisti, della “democratizzazione dell’Unione europea”, in realtà un miraggio strumentale, un discorso impolitico, utile a puntellare un sistema insostenibile per il popolo delle periferie, ma immodificabile (vedi, da ultimo, il Trattato di Aquisgrana firmato dalla Cancelliera Merkel e dal Presidente Macron il 22 Gennaio scorso e la recente lettera di Annegret Kramp-Karrenbauer, neo-leader della Cdu, sulle riforme dell’Ue: “Una rifondazione dell’Europa non può prescindere dagli stati nazionali: essi creano legittimità democratica e identificazione. Sono gli Stati membri che formulano e riuniscono i propri interessi a livello europeo. Solo allora emerge il peso internazionale degli europei.”).

Esporre la bandiera dell’Ue non è, come racconta la destra nazionalista, contro gli italiani: è contro una parte degli italiani, la parte degli italiani spiaggiati dalla ferocia di forze economiche lasciate, per deliberata impostazione dei Trattati europei, senza controllo politico; ma è a favore degli italiani delle imprese esportatrici e della loro decadente “aristocrazia operaia”, del circuito della finanza, delle professioni intellettuali ad alto valore aggiunto e della loro prole Erasmus, un’esigua minoranza nelle proprie corti anagrafiche, ma propagandata come “generazione”. Insomma, esporre la bandiera Ue è, consapevolmente o meno, una scelta di classe.


* Fonte: Patria e Costituzione

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lunedì 18 marzo 2019

EUREXIT: ROMA 13 APRILE: INCONTRO INTERNAZIONALE

[ 18 marzo 2019 ]



In collaborazione col Coordinamento internazionale NO EURO, Programma 101 organizza un incontro che si svolgerà sabato 13 aprile a ROMA presso il Centro Congressi Cavour, con inizio alle ore 9. I lavori termineranno alle 19:30.


Avremo modo di tornarci su, spiegando in dettaglio non solo gli scopi, 
ma come saranno sviluppati i temi 

La registrazione è obbligatoria.

Per registrarsi: scrivere a: p101@programma101.org, 
oppure telefonare alla segreteria di P101: 328 92 09 449 

Intanto ecco la grafica col programma e con i protagonisti.






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domenica 17 marzo 2019

CLIMA 1: E SE FOSSE LA LOBBY NUCLEARE? di Leonardo Mazzei

[ 18 marzo 2019 ]


Per un dibattito razionale



Questo è solo il primo di una serie di articoli che intendo dedicare alla questione del "cambiamento climatico". Il tema ormai deborda da ogni dove, e la sua rilevanza politica è fuori discussione. Proverò allora a prendere il toro per le corna, affrontando di volta in volta vari aspetti, ragionando attorno ad essi senza proporre verità assolute, spesso avanzando dubbi, talvolta mettendo la famosa pulce nell'orecchio. Il tutto partendo però da una certezza: non ce la stanno raccontando giusta.

D'altronde, se non vi fosse questa chiara percezione, tutto questo lavoro non avrebbe senso alcuno. Nessuna pretesa, naturalmente, che questa convinzione sia condivisa. So già, anzi, che in molti non saranno d'accordo. Ma andando avanti col ragionamento spero almeno che si possa aprire finalmente un dibattito razionale. Poi, se qualcuno vorrà

invece continuare a gridare al "negazionismo" faccia pure, che il termine squalifica soltanto chi lo usa.


Una precisazione


Una precisazione prima di iniziare, "Cambiamento climatico" e "riscaldamento globale" li troverete sempre tra virgolette. Questo per diversi motivi, che mi pare giusto spiegare. Le virgolette non vogliono dire che non sia in atto alcun cambiamento del clima, nessun riscaldamento (per quanto modesto) del pianeta. Esse vogliono ricordare anzitutto che questi cambiamenti sono la normalità storica, che dunque l'attuale richiamo ossessivo a queste formule si giustificherebbe soltanto in presenza di un chiaro stravolgimento dei cicli naturali. Non solo, le virgolette stanno anche a rimarcare l'uso politico, direi perfino ideologico, che viene fatto di questi concetti. Esse sono dunque lì a ricordare ad ogni passo il dissenso di chi scrive.

La giornata del 15 marzo, il cosiddetto Fridays For Future, è ormai alle nostre spalle. Poco prima di queste manifestazioni, Programma 101 ha deciso di intervenire sul tema con un proprio comunicato. A questo ed altri articoli, pubblicati in questi giorni su sollevAzione, sono seguiti numerosi commenti, alcuni dei quali piuttosto critici.

Intendiamo considerare seriamente tutte queste critiche: quella di chi ci dice che stiamo prendendo una cantonata bella e buona; quella di chi, pur ammettendo la strumentalizzazione delle èlite, ritiene che stia comunque nascendo un movimento in grado di sviluppare una critica radicale all'attuale modello di sviluppo; quella di chi, sempre riconoscendo la strumentalizzazione di cui sopra, ci dice in sostanza che allo scopo di difendere l'ambiente tutto fa brodo, pure le bufale.



Invece non tutto fa brodo



Oggi ci occuperemo solo di quest'ultima critica, apparentemente fondata e di buon senso. In fondo, si dirà, se riusciremo a ridurre la CO2 e gli altri gas serra, magari al clima non gli facciamo un baffo, però comunque la qualità dell'aria non potrà che migliorare. Dunque, se bufale narrative ci sono, esse vanno ingoiate a fin di bene.

Già, le bufale! Ora qui bisogna esser chiari. O siamo solo noi a vederle, nel qual caso accettiamo volentieri l'indicazione di un buon oculista, o le vedono anche altri. Propenderei senz'altro per la seconda ipotesi, anche se è abbastanza sconcertante vedere come in tanti sorvolino su questo aspetto, quasi che fosse del tutto secondario. Ma se le bufale ci sono, ed andando avanti ne vedremo un numero impressionante, bisognerà pur dire chi guida la mandria. E siccome tutto il sistema mediatico occidentale ha sposato senza indugio la narrazione catastrofista, sappiamo almeno chi è il conducente, che coincide appunto con i centri del potere oligarchico che quei media possiede e controlla.

Possibile che da quei Palazzi possa venire qualcosa di buono? Il sottoscritto, che pure è un inguaribile ottimista, ha una certa difficoltà a crederlo. Quali interessi si nascondano allora dietro all'attuale campagna è un tema interessante, che dovrebbe quantomeno incuriosire chiunque voglia uscire dall'attuale sistema di dominio. Non solo, chiunque abbia un qualche interesse per la verità delle cose.

A questo proposito, Programma 101 — nel testo già menzionato — ha così scritto:

«Sono tre le ragioni fondamentali per le quali l'oligarchia mondialista diffonde questa narrazione.

La prima è di carattere economico. Se la fuoriuscita dall'età del petrolio è senz'altro positiva, non possiamo però non vedere i potentissimi interessi che spingono ad ogni esagerazione possibile sul "global warming". Il capitalismo in crisi vede in questa transizione una nuova età dell'oro, ed i signori del business agiscono di conseguenza.

La seconda ragione è di carattere più generale. Da anni le èlite sanno governare solo con la paura ed il catastrofismo. Brexit? La Manica si allargherà e finirete inghiottiti nell’Oceano. Uscita dall’euro? Sarà solo un disastro. Rivedere le regole di bilancio? Farete morire di fame i vostri figli. Paura, paura, paura. E' chiaro come con la paura del domani si voglia impedire ogni lotta per il cambiamento nel presente.

La terza ragione è la più importante. La globalizzazione è in crisi, ma l'allarme climatico potrebbe essere il trucco per rilanciarla. Cosa c’è di meglio, infatti, di una narrazione che vede l’umanità sotto la Spada di Damocle del disastro climatico, per imporre ancor più una globalizzazione basata sulla necessità di un comando politico planetario? Le multinazionali, le grande banche d'affari, i principali centri del potere finanziario, remano tutti in questa direzione. Così pure le attuali èlite politiche, che eviterebbero in questo modo la gran seccatura delle elezioni nazionali».
Davvero non mi sembra poco. Ma forse a queste motivazioni di fondo se ne aggiunge un'altra più immediata e concreta.

Ma prima di arrivarci facciamo un passo indietro. Che in materia ambientale non tutto "faccia brodo" ce lo dimostra anche la vicenda del Tav. Se assumessimo il "riscaldamento globale" come il male assoluto che ci stanno raccontando; il mostro che racchiude, esemplifica ed amplifica ogni problema ecologico, è ovvio che il Tav andrebbe visto positivamente. Questo anche se dovesse spostare ben poche merci dalla gomma alla rotaia, perché anche quel poco sarebbe sempre meglio di nulla nella lotta con la terrificante prospettiva che ci stanno narrando.




Il rilancio del nucleare: non sarà forse questo il vero obiettivo?




Ma il Tav, pur se questione importante e dall'alto valore simbolico, è in fondo una cosa che interessa solo in Italia. In ballo potrebbe esservi molto, ma molto di più. E qui veniamo appunto a qualcosa che è ben più corposo di una semplice pulce nell'orecchio. Stiamo parlando del nucleare, questione che - probabilmente sbagliando - pensavamo di aver archiviato con la catastrofe della centrale atomica giapponese di Fukushima.

Ora, se si vuole rilanciare il nucleare, non c'è nulla di meglio di una terrificante campagna sulla fine della vita sul pianeta causata dalla CO2. D'altronde, se davvero noi avessimo torto, se dunque il "cambiamento climatico" avesse la natura e la portata che ci descrivono, non vi sarebbero davvero altre soluzioni di pari efficacia. L'unica via, piaccia o non piaccia (e a noi non piace proprio per nulla) sarebbe quella dell'elettrificazione integrale del sistema energetico, in parallelo con la nuclearizzazione spinta del sistema elettrico.

Ovvio che vi sarebbero anche altre possibilità, come quella - che noi sosteniamo senza indugio da sempre - delle energie rinnovabili. Ma questa via sarebbe comunque assai più lenta, mentre oggi la parola d'ordine messa in bocca a giovani inconsapevoli è solo una: "non c'è più tempo". Chiaro come con questa visione alle rinnovabili toccherebbe sì un ruolo, ma solo complementare, non sostitutivo del nucleare.


Dal punto di vista capitalistico la resurrezione atomica sarebbe una manna come poche altre. Rispetto alle fonti rinnovabili - anch'esse peraltro assai appetite dal mondo del business - col nucleare si avrebbe una straordinaria concentrazione finanziaria, politica e tecnologica. Sarebbe di gran lunga il più grande colpo mai riuscito sia per le multinazionali del settore, che per le maggiori banche d'investimento a livello mondiale.


Non mi dilungo qui sui danni all'ambiente ed alla vita prodotti dalle centrali nucleari, con centinaia di incidenti gravi accertati in tutto il mondo, oltre alle due grandi catastrofi di Chernobyl (1986) e di Fukushima (2011). Ma mentre fino a qualche tempo fa si avevano frequenti notizie di perdite radioattive un po' in tutto il mondo, dalla Francia alla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti al Giappone; adesso, da alcuni anni, tutto tace. Che le centrali nucleari siano diventate tutte (e contemporaneamente dappertutto) a prova di incidente, è cosa risibile assai. Dunque la spiegazione è un'altra: tutti gli incidenti occorsi negli ultimi tempi sono stati volutamente silenziati. Ma silenziati solo per tutelare il parco reattori ancora esistente, o anche per preparare la prossima mossa? Con ogni probabilità la seconda ipotesi è quella giusta.

Ora, è vero che il settore vive oggi una crisi evidente. Pur se con qualche importante eccezione, di nuove centrali se ne fanno ben poche in giro per il mondo, mentre i reattori fuori servizio aumentano. Guardando all'Europa, dopo che l'Italia ha abbandonato definitivamente ogni velleità nuclearista con il referendum del giugno 2011, altri Paesi (in primo luogo la Germania) hanno comunque definito piani di progressiva fuoriuscita dall'energia atomica entro qualche anno (nel caso tedesco entro il 2022). Il quadro sembrerebbe dunque quello di un declino apparentemente inarrestabile. Ma è davvero così? Talvolta le apparenze possono ingannare, mentre le illusioni della tecnica son sempre pronte a partorire nuovi imbrogli. E temiamo che il fuoco nucleare possa riemergere dalle ceneri dei suoi immani disastri proprio grazie al catastrofistico allarme sul clima.

Immaginatevi ora, dopo magari anni di bombardamento mediatico sul "riscaldamento globale", l'annuncio di un nuovo tipo di reattore, certamente presentato come qualcosa di completamente diverso da quelli precedenti, come intrinsecamente sicuro ed a prova di bomba. Immaginatevi che questa prospettiva venga subito benedetta come salvifica dalle famose istituzioni internazionali, dall'ONU all'UE, e soprattutto dal solito IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) di cui avremo modo di occuparci nei prossimi articoli. Certo, non tutti chinerebbero la testa davanti alla lobby del nucleare, di sicuro non noi, ma dopo la campagna sui "cambiamenti climatici" la resistenza rischierebbe di ritrovarsi ridotta assai.

E' questa una preoccupazione infondata, una roba da complottisti? Non lo pensiamo proprio. Certo, nessuno ha la sfera di cristallo. Tantomeno possiamo prevedere i tempi, ma l'ipotesi che qui avanziamo ci sembra decisamente plausibile, il pericolo dunque evidente.

Ecco perché insistiamo su come non sia affatto vero che in materia ambientale tutto faccia brodo. Spostando totalmente l'attenzione sul "cambiamento climatico", si rischia di non vedere più non solo i pericoli del nucleare, ma tutte le emergenze legate alle altre forme di inquinamento dell'aria (non tutti gli inquinanti sono gas serra), del suolo, delle acque (dalle sorgenti alle falde, dai fiumi al mare), del cibo, degli ambienti di lavoro. E questo mentre altri tipi di inquinamento - uno per tutti: quello elettromagnetico - trovano ben di rado spazio nei media e nel dibattito pubblico.

Ormai si parla solo di aumento della temperatura, di "eventi estremi", di "innalzamento dei mari". Questo per dirci che "siamo tutti responsabili", "tutti sulla stessa barca", mentre i veri responsabili dell'inquinamento se ne stanno tranquilli sui loro yacht più forti che mai.

Ora qualcuno dirà che la sensibilità ambientale, ormai così diffusa un po' dovunque, impedirà che il trucco nucleare che qui abbiamo ipotizzato possa un giorno realizzarsi. Speriamo che sia così, ma come esserne certi? Di sicuro buona parte del vecchio mondo ambientalista ha già saltato il fosso da tempo. In Italia colui che meglio rappresenta questo passaggio è il sig. Chicco Testa, transitato in breve tempo dalla direzione di Legambiente al ruolo di fiero lobbysta dell'industria nucleare. E qual è, da ormai un ventennio, l'argomento principe di costui? Semplice, quanto prevedibile: che il nucleare consente di ridurre il ricorso ai combustibili fossili, vero male assoluto del nostro tempo. Certo, come "ambientalista" Testa è bruciato da quel dì, ma se il "cambiamento climatico" diventa l'alfa e l'omega di ogni discorso sull'ambiente, ben presto anch'egli potrebbe tornare in auge.

A questo punto spero si sia capita la ragione per cui noi preferiamo lanciare l'allarme, denunciare l'inganno dell'attuale narrazione, cercare di individuarne i veri motivi. Attenzione dunque alle illusioni, che il dolore dei dominanti per il clima non è certo privo di interessi. Attenzione a non farsi guidare dai disegni del nemico. Attenzione a non passare dalla padella dei combustibili fossili alla brace di un nucleare che potrebbe risorgere. Attenzione!

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CHE FINE FARANNO ORA I GILET GIALLI?


[ 17 marzo 2019 ]

L'immagine sopra è senza dubbio quella più significativa della battaglia di strada consumatasi ieri (XVIII Atto dei Gilet gialli) nel centro di Parigi. Il ristorante dei lusso Fourquet's, simbolo per eccellenza della Francia dei ricchi e dei milionari — dove un pasto può costare fino a 400 euro —, dato alle fiamme.

Subito si sono levate le grida dei benpensanti, l'esecrazione dei borghesi. Li comprendo, si sentono spaventati da questo sussulto di odio e di vendetta sociale. Gli si staglia davanti quello spettro che speravano di avere per sempre allontanato, quello della lotta di classe.

Macron, banchiere arrogante e testardo, e con esso il potere,  invano hanno sperato che il movimento dei Gilet gialli si sarebbe spento per esaurimento, dopo l'elargizione di qualche briciola. Ora, mentre speravano di guidare e vincere la passeggiata verso fittizie elezioni europee si trovano davanti al dilemma: cedere o andare allo scontro frontale, ricorrendo alla militarizzazione sociale — la stessa che già subiscono i dannati delle banlieue. 

Possiamo immaginare che adesso, nel movimento dei GG, la discussione già aperta sulle "forme di lotta" e l'uso della forza, si farà più accesa e dirimente. Il potere ha immediatamente mobilitato le sue teste d'uovo per  sputtanare i ribelli, al fine di fargli terra bruciata attorno, di dividerli tra buoni e cattivi, e quindi di spegnere la rivolta sociale.

Attenzione, la discussione sulla "violenza" rischia di diventare un diversivo, funzionale a chi tenta di ridurre quanto accaduto ieri, da fenomeno sociale a gesto inconsulto di pochi provocatori.

Il cuore reale del problema, quello che i GG debbono affrontare di petto, è la loro mancanza di strategia politica, l'assenza di coordinamento e di direzione politica. La domanda vera è quella di sempre: come può un movimento di massa, sostanzialmente spontaneo, strutturarsi per vincere la sfida contro il potere e la classe dominante?

Non è solo Macron a trovarsi davanti ad un dilemma, dopo questo fragoroso Atto XVIII ci si trovano anche i GG. 

Noi, da qui, poco possiamo fare. E in questo poco non c'è di certo il voltare le spalle ai Gilet Gialli dando una mano al nostro comune nemico. 

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sabato 16 marzo 2019

MEGLIO LA CINA CHE GLI U.S.A. di Piemme


[ 16 marzo 2019 ]

C'è qualcosa che non quadra nel casino sul Memorandum of  Understanding (MoU –Memorandum d’Intesa) che l’Italia dovrebbe sottoscrivere con la Cina in merito alla “Nuova via della seta“ o Belt and Road Initiative (BRI) — il grande progetto con cui Pechino punta a rilanciare la connettività infrastrutturale e commerciale della grande massa continentale eurasiatica e a edificare una nuova architettura economico-commerciale. Conviene all'Italia diventare un partner strategico di Pechino? Secondo noi certamente sì.


*  *  *
Come un sol uomo, contro l'accordo tra Italia e Cina, stanno lanciando strali la Casa Bianca e la Commissione europea —quindi in Italia Pd e camerieri vari, tra cui Matteo Salvini e la Meloni. Due le parole chiave: “minaccia” e “rischio”: “Sono minacciati i valori economici dell’Occidente democratico” e “col 5G della Huawei è a rischio la sicurezza nazionale”

La piddina Mogherini, “Alto” commissario, e Katainen rincarano la dose:
«La Cina è oramai un avversario sistemico che ha modelli di governance diversi, dobbiamo difendere principi e valori… sono a rischio la prosperità, il modello sociale e i valori della Ue nel lungo periodo…. Nessuno può effettivamente raggiungere i propri obbiettivi con la Cina da solo, tutti hanno la responsabilità di assicurare il rispetto del diritto e delle pratiche europee»
[Corriere della sera del 12 marzo]
Che è come dire che all’Italia, già duramente penalizzata dalla moneta unica e dalle regole euriste, dev’essere impedito di perseguire una politica commerciale ed estera sovrana.

Quindi la Commissione si lamenta che le aziende europee
«… scontano un deficit di competitività poiché quelle cinesi hanno alle spalle o lo Stato o enormi sussidi pubblici oltre che differenti standard aziendali e sindacali».
Quel che si dice far la pipì fuori dal vaso. Senza accorgersene i soloni della Commissione europea ammettono che il loro tanto decantato efficientismo liberista ha fatto
fallimento, che non regge lo scontro col capitalismo made in China, a causa del ruolo centrale dello Stato che là non si genuflette al mercato ma tenta di regolarlo, e perché Pechino ha il pieno controllo non solo della banca centrale ma di tutto il sistema bancario e se ne sbatte del “pareggio di bilancio”. Per quanto concerne i salari ed i diritti dei lavoratori vale ricordare che essi in Cina sono triplicati in un ventennio e mentre qui da noi i salari stanno scendendo a picco ed i diritti che c’erano una volta sono oramai solo un miraggio.

Due pesi e due misure


Non si potrebbero dunque, per gli eurocrati, fare affare con la Repubblica popolare cinese, anche perché, dice sempre la Commissione europea, ci sono di mezzo “i diritti umani che la Cina calpesta” e infine, udite! udite! per una questione di “cambiamenti climatici, visto che la Cina sarebbe “il più grande produttore di emissioni di carbonio”.
Ci sarebbe da far notare a lorsignori che gli Stati Uniti, tanto più dopo che Trump ha stracciato gli accordi di Parigi sul clima, sono il secondo produttore di Co2 subito dopo la Cina, e malgrado ciò non solo si fanno affaroni con gli Stati Uniti, ma si continua, in nome dalla “solidarietà atlantica” ad essere loro strettissimi alleati. Per non parlare degli affari, e dei legami strategici, che l’Unione europea, Italia compresa, intrattiene col fior fiore dei paesi in cui i diritti umani vengono calpestati o sono responsabili di politiche razziste e guerrafondaie, tre esempi su tutti: Israele, Arabia Saudita e Ucraina.

Senti chi parla!


Ci sono altre chicche nelle raccomandazioni della Commissione europea al governo italiano per impedirgli (anche in questo campo) di perseguire l’interesse nazionale.
Ad un certo punto si dice che l’espansione cinese sarebbe dannosa per i paesi africani poiché
«gli investimenti cinesi si trasformano spesso in alto livello di indebitamento e nel trasferimento del controllo di risorse e asset strategici».
Ah! Ah! Ah! I lupi di Bruxelles, travestiti da agnelli che compiono una descrizione perfetta delle politiche colonialiste e poi imperialiste con cui l’Occidente, depredando le genti del Sud del mondo, ha alimentato la bestia del suo capitalismo vorace. Davvero formidabile la chicca sul debito: vero che la Cina non va in Africa (e altrove) a far regali, che segue un modus operandi che pone i propri interessi davanti a quelli dei partner (per alcuni anche predatorio), che vende i suoi investimenti a prezzi salati (sempre meno di quelli occidentali). Ma che dire del capitalismo casinò, del capitalismo iper-finanziarizzato, che proprio sul ricatto del debito si basa? Che col debito ricatta stati e compra governi di mezzo mondo? Che dire dell’Unione europea che a causa del pretesto del debito ha affondato una intera nazione, la Grecia, e che col motivo del debito ha sequestrato la sovranità italiana e di altri paesi?

Chi spia chi?


L’ultimo motivo di chi vuole far recedere il governo Conte, ed anzitutto i 5 Stelle, costringendoli a stracciare l’Intesa con la Cina è quello del 5G, lo standard di ultima generazione dove Huawei e Zte sono aziende fortissime in termini di competitività e brevetti.

Com’è noto la Casa Bianca ha già stabilito che Huawei negli USA non entra perché “con i suoi telefoni la Cina spia il mondo”. Gli americani vorrebbero che il colosso cinese fornisse loro le chiavi di decriptazione dei loro sistemi. Richiesta che Huawei si rifiuta giustamente di soddisfare, per la semplice ragione che ove lo facesse finirebbe per azzerare il vantaggio che oggi ha sui suoi concorrenti (americani).
Sta di fatto che l’amministrazione americana ha apertamente messo in guardia l’Italia (e nel caso la Germania), pena ritorsioni, dall’adottare le tecnologie cinesi per il 5G — il che significa utilizzare solo quella a stelle e strisce. C’è chi fa notare la natura pretestuosa della pressione americana, visto che Huawei vende già in Italia telefoni e router a migliaia di aziende, Tim compresa.

Ammettiamo ora che sia vero che via Huawei Pechino voglia spiarci. Che forse oggi gli americani non ci spiano? E’ un segreto di pulcinella non solo che Google, facebook, Amazon, Apple e Microsoft origlino e sorveglino miliardi di cittadini, che questi colossi passino poi le loro sterminate informazioni agli organismi di sicurezza come Nsa, Cia ecc. E non è un segreto che l’Unione europea dovette sostituire tutti i computer Microsoft a Bruxelles poiché attraverso essi gli USA spiavano sistematicamente i lavori della Commissione europea e tutti i suoi dipartimenti. Com’è altrettanto noto che i servizi segreti americani abbiano spiato addirittura governi e capi di stato — tra cui la stessa Merkel. Vogliamo poi parlare della NATO e delle centinaia di basi militari americani disseminate in Europa? Non si tratta forse di strumenti con cui gli USA ci obbligano ad una sovranità limitata?

Insomma, gli americani sono gli ultimi a poter dare lezioni di fair play, non credibili quando chiedono il rispetto delle regole. Essi sono i primi a violare la sicurezza e la sovranità degli altri stati.


Salvini l'atlantista


Per cui è davvero patetico che anche Matteo Salvini si sia allineato al “partito americano”, mettendo in difficoltà non solo Conte e Di Maio ma lo stesso Michele Geraci che per mesi han lavorato all’intesa con Pechino. C’è chi si era illuso su questo “sovranista” e si stupisce per l’atto di fede atlantista di Salvini, — già dimenticato ha dimenticato il suo viaggio Israele? Già scordato il voltafaccia salviniano sulle sanzioni alla Russia ed altre porcherie in politica estera?

Insomma, ben fa il governo, in barba alle minacce USA ed ai mugugni di Piddini, Berluscones e Salvini, ad allacciare più solide relazioni commerciali con la Cina. Ciò non solo è nell’interesse del Paese, ma va fatto e può essere fatto senza cedere ulteriori porzioni di sovranità nazionale. Basta volerlo davvero, ovvero compiere un duplice gesto di disobbedienza, agli USA e alla Commissione europea.

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