martedì 17 luglio 2018

SIRIA, SAVIANO E LE BUFALE (AL GAS NERVINO)

[ 17 luglio 2018]



Siria
la fake news dell'attacco chimico a Douma 

Denunciammo subito
 la bufala dell'attacco chimico nel sobborgo di Douma, nell'aprile scorso
[nella foto]. Non siamo mai stati amici di Assad, ne abbiamo denunciato la condotta politica, come pure le stragi di civili, ma che quella del gas nervino fosse una montatura ci parve subito chiaro. Eppure, da Saviano a Gentiloni, fu tutta una corsa ad accreditare quella menzogna e ad applaudire i successivi missili americani, francesi e britannici. E ora? Ora che sono stati smentiti e sputtanati, hanno forse detto una parola? No, preferiscono tacere. Vergogna!
Di seguito, da fonte certo non sospetta, un articolo di Gianandrea Gaiani. 
*  *  *
Douma, i gas nervini e la memoria corta
di Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa)

clicca per ingrandire


Un rapporto provvisorio dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) ha annunciato il 6 luglio di non aver trovato la prova dell’utilizzo di gas nervino nell’attacco che secondo le milizie ribelli jihadiste filo-saudite sarebbe stato compiuto il 7-8 aprile scorso dalle truppe governative siriane nel sobborgo di Douma, nell’area di Ghouta Orientale, dove potrebbe invece essere stato usato il cloro.

“Dai risultati è emerso che non sono stati usati gas nervini o prodotti derivati”, ha riferito l’Opac nel rapporto provvisorio.

Lo scorso 7 aprile la cittadina alla periferia di Damasco è stata bombardata dall’aviazione governativa siriana e i ribelli hanno denunciato l’uso di armi chimiche. La settimana seguente, dopo che gli insorti si erano ritirati, gli ispettori dell’agenzia Onu hanno cominciato le indagini, in particolare in un palazzo vicino alla piazza principale e in una panetteria indicati come i luoghi dei possibili attacchi.

Dal rapporto preliminare dell’Opac emerge che nei due siti sono stati trovati “residui di esplosivi e componenti chimiche organiche clorate”, cioè nessuna prova decisiva di un attacco con bombe al cloro, anche se non può essere escluso.

A Douma, la missione dell’Opac ha svolto attività di raccolta di campioni ambientali e di dati e ha intervistato testimoni del presunto attacco chimico. “In un paese vicino” alla Siria non meglio specificato, gli agenti dell’Opac “hanno raccolto o ricevuto campioni biologici e ambientali e hanno condotto interviste con i testimoni” del presunto impiego di armi chimiche a Douma.

Nel rapporto provvisorio, la missione dell’Opac giunge a concludere che, “in base ai risultati delle indagini, nessun agente nervino o prodotto del suo decadimento è stato individuato nei campioni ambientali o nel plasma delle presunte vittime”. Tuttavia, “con residui di esplosivo sono stati trovati tracce di clorina”.
clicca per ingrandire

Il cloro non è un’arma chimica ma un prodotto chimico che può risultare tossico e persino letale ad elevate concentrazioni, più volte impiegato nel conflitto siriano e non solo dai governativi: la sua facile reperibilità lo rende idoneo anche a inscenare attacchi chimici a fini propagandistici.

Secondo i ribelli nell’attacco di Douma morirono circa 40 persone anche se siriani e russi parlarono subito di montatura orchestrata ad arte (numerosi civili testimoniarono l’allestimento di un set cinematografico da parte dei ribelli di Jaysh al-Islam per inscenare gli effetti dell’attacco chimico) per determinare un intervento militare occidentale, come poi accadde la settimana successiva con i raid missilistici punitivi scatenati dagli anglo-franco-americani contro “obiettivi per la produzione di armi chimiche” del regime di Damasco.

Se l’attacco chimico è stata una messa in scena, il raid punitivo è stata poco più di una sceneggiata: ha colpito con oltre 100 missili da crociera edifici e obiettivi vuoti pre-selezionati insieme ai russi che non hanno fatto intervenire le loro difese antimissile basate in Siria.

Una “ammuina” che forse ha salvato la faccia agli Occidentali senza recar danno a russi e siriani.
Il rapporto dell’OPAC ha fatto luce anche sulle accuse rivolte dai ribelli jihadisti ali governativi siriani circa l’uso di armi chimiche ad al-Hamadaniya il 30 ottobre 2016 e Karm al-Tarrab, il 13 novembre 2016.

“Sulla base delle informazioni ricevute e analizzate, la narrativa prevalente delle interviste e i risultati delle analisi di laboratorio, l’OPAC non può determinare con sicurezza se una determinata sostanza chimica è stata utilizzata come arma negli incidenti avvenuti nel quartiere di Al-Hamadaniya e nell’area di Karm al-Tarrab”.

Il rapporto dell’OPAC su Douma è passato quasi inosservato benchè nell’aprile scorso politici, analisti e opinionisti colsero l’occasione (anche in Italia) per accusare Damasco e Mosca di crimini di guerra e di aver voluto gasare i bambini di Ghouta.

La vicenda venne strumentalizzata ai fini della caccia alle streghe legata alla “nuova guerra fredda” e ai fini politici interni con effetti esilaranti e al tempo stessi patetici.

Ampi ambienti della politica italiana arrivarono addirittura a sostenere che non si poteva criticare l’interventismo bellico di Usa, Francia e Gran Bretagna (la rappresaglia non attese un rapporto dell’OPAC) perché sono nostri alleati della Nato.

Posizione assurda sia perchè l’Alleanza Atlantica è nata per difendere la libertà (anche di critica e di espressione) non per soffocarla ma soprattutto perché Londra, Parigi e Washington non hanno certo coinvolto la Nato nè chiesto il consenso degli alleati per condurre un’azione bellica unilaterale.
Fragoroso il silenzio con cui quelle schiere di indignati per le stragi di bambini siriani hanno accolto il rapporto dell’OPAC.
Siria: la situazione nel febbraio 2018 (clicca per ingrandire)

Tace persino chi arrivò a definire “propaganda russa” un editoriale di Analisi Difesa che ipotizzò la montatura orchestrata per creare il casus belli e coinvolgere direttamente le potenze occidentali nella guerra contro Bashar Assad.

Eppure non era poi così difficile intuire le ragioni dell’ennesima montatura tesa a dimostrare l’uso di gas nervini da parte del regime di Assad dopo che Barack Obama aveva definito l’impiego di armi chimiche il “filo rosso” il cui superamento avrebbe determinato l’intervento bellico statunitense.

Per questo i ribelli, sconfitti sul campo di battaglia, (e i loro alleati arabi) cercano periodicamente di inscenare attacchi chimici che i governativi non hanno nessuna esigenza militare né ovviamente politica per scatenare. Bashar Assad è un dittatore ma, anche in virtù del ruolo che ricopre da 18 anni di cui 7 di guerra, sarebbe ridicolo considerarlo uno stupido.


da Analisi Difesa

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lunedì 16 luglio 2018

SALVINI HA RAGIONE, BOERI A CASA! di Piemme

[ 16 luglio 2018 ]

Contro il "decreto Dignità", siccome pone dei limiti alla precarizzazione del lavoro che viene avanti da decenni, la borghesia tuona e minaccia sfracelli. 

Lorsignori (Confidustria, Pd, Forza Italia...) dopo aver sostenuto politiche austeritarie che hanno causato milioni di disoccupati, strillano che detto decreto... causerebbe la perdita di 80 mila posti di lavoro in dieci anni.
Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere.
E su cosa si baserebbe questa fosca previsisone? Sulla relazione "tecnica" diffusa dall'INPS e condivisa (guarda caso) anche dal Ministro Tria. 

Ma è attendibile questa previsione? Boeri scrive: che: "In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l'evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro".
Per quanto non condivida (e si sbaglia!) la tesi che lo sgambetto di Boeri sia un atto deliberato di sabotaggio —il tassello di un più insidioso complotto per rendere la vita impossibile al governo giallo-verde—; per quanto ritenga che questo mettere i bastoni fra le ruote al governo sia "legittimo" (sic!), Stefano Fassina la dice giusta. I numeri lanciati da Boeri
«Non hanno nulla di oggettivo, nonostante la conciliante accusa di "negazionismo economico" da parte del Presidente dell'Inps a chi osa criticare. Sono frutto di un paradigma economico, l'impianto neo-liberista, assolutizzato da decenni e sbandierato come "tecnico". In realtà, uno dei paradigmi possibili. Uno, soltanto uno. La teoria economica, come riconosciuto dagli economisti "classici", è politica: dipende dalle visioni del mondo, dall'ideologia, presente anche quando negata in nome di neutre valutazioni empiriche».
Quindi Fassina conclude:
«La risposta è semplice: l'Inps, legittimamente, continua a applicare il paradigma neo-liberista che, come associa un'espansione dell'occupazione e del Pil a misure di "flessibilizzazione" delle regole del mercato del lavoro, "prevede" minore occupazione e minore espansione dell'economia reale a fronte di modesti interventi di riduzione della precarietà».
Il 16 maggio scorso, mentre si profilava l'accordo tra M5s e Lega per dar vita al governo, scrivevo che ove questo avrebbe davvero anche solo iniziato a porre fine all'austerità, le élite avrebbero SCATENATO L'INFERNO. L'imboscata di Tito Boeri, fatta per nome e per conto degli oligarchi globalisti ed euristi, è infatti solo un assaggio di quel che saranno in grado di fare in vista del Def e della legge di Bilancio, o di "stabilità". 

Il fatto è che queste élite hanno sì perso la postazione di palazzo Chigi, ma conservano il controllo di tutte le altre: Bankitalia, il Ministero dell'economia, enti potenti come appunto l'INPS, ecc. Si tratta, come si dice in gergo burocratico, di enti strumentali del governo, organismi non godono quindi, come la magistratura, di alcuna indipendenza. In poche parole non possono mettersi di traverso o addirittura boicottare le sue decisioni (tanto più per nome e per conto di una borghesia "prenditrice" che tanto ha avuto in questi decenni).

Per questo Salvini ha ragione da vendere, Boeri si deve fare da parte e, se non lo fa di sua sponte, proceda il Consiglio dei ministri. Lo impone non solo la volontà popolare manifestatatasi il 4 marzo ma la stessa Costituzione. 

Il pesce in barile che siede al Mef sarà così avvertito. Le casematte in mano all'élite oligarchica vanno espugnate, una ad una.

Ps
E che ti fa la sinistra antagonista davanti a questo scontro strategico? Parla d'altro, parla dei migranti....





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IL PUNTO DI NON RITORNO di Riccardo Achilli

[ 16 luglio 2018 ]


Diagnosi spietata e da noi condivisa quella di Achilli: non solo la sinistra italiana è collassata ma «gli spazi di potenziale espansione sociale della sinistra italiana si stanno irrimediabilmente chiudendo», visto che quegli spazi sono e saranno inesorabilmente colonizzati dai due populismi di M5s e Lega. 
E dunque? Achilli avanza una proposta che potrà sembrare scioccante: 
«In assenza di una capacità di tenuta politico-organizzativa autonoma, che l’estinzione prossima ventura evidenzierà, sarà necessaria una soluzione “kirchneriana”: forme di entrismo intelligente e critico dentro il corpaccione del populismo di potere, per lavorarlo dall’interno, cercando di piegarne a sinistra, per quanto possibile, le enormi potenzialità di consenso che presidia».
Anche in questo caso siamo in sintonia. Nella risoluzione LA SINISTRA PATRIOTTICA E IL GOVERNO M5S-LEGA, approvata dalla 3. Assemblea nazionale di P101 si legge:
«In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante. Ma c’è modo e modo di “stare”. Sarebbe un errore fatale assumere una posizione di indulgente accondiscendenza verso il governo M5s-Lega. Esso va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti».
Stabilito il campo in cui "stare", lo "stare" implica il "fare", e questo chiede una strategia autonoma e un'organizzazione indipendente. Diversamente è destino essere travolti dalla corrente...

*  *  *

La domanda centrale se vi sia un futuro per una sinistra autonoma ed influente è, in un orizzonte temporale ragionevole per poter fare previsioni (diciamo 5-10 anni), a parere di chi scrive, a riposta negativa. Ho già scritto in relazione alle condizioni necessarie per riavviare sin da subito un percorso di ripartenza della sinistra in un recente articolo (Sinistra: estinzione o rinascita? su L'Interferenza) ma, diciamoci la verità, tali condizioni non sono realisticamente praticabili. I gruppuscoli dirigenti attuali, responsabili in massima misura della catastrofe, non hanno alcuna intenzione di mollare, se non celandosi dietro qualche uomo/donna di paglia manovrato/a alle spalle in un simulacro di rinnovamento. Anzi, il governo gialloverde fornisce a questi scellerati l’occasione di ricompattare le loro scarne truppe in una battaglia di sopravvivenza contro immaginifici pericoli razzisti e fascisti artatamente agitati e patologicamente interiorizzati in una sorta di coazione a ripetere ideologica da parte dei propri seguaci. E’ una acquisizione clinica il fatto che alcune delle peggiori psicosi, come ad esempio la paranoia, siano disturbi della funzione del “dare senso” alle immagini, ai simboli ed alle rappresentazioni (Hillmann ha scritto un saggio sulla paranoia molto utile per identificare alcuni sintomi indicativi del morbo mentale che affligge la sinistra radicaloide italiana).

Non essendovi alcun ricambio significativo di ceto politico, non vi sarà alcun ricambio di messaggio e di parole d’ordine e, di conseguenza, non vi sarà alcuna espansione rispetto ai residuali presidi sociali della sinistra (il Pd non fa parte della definizione di “sinistra”, ovviamente) consistenti in segmenti minoritari di ceto medio riflessivo e di militanza tradizionale. Nell’incapacità di dare senso alla fase storica, e quindi di immaginare un posizionamento ed una linea politica attualizzati al contesto reale e non a quello fantasmato, la sinistra terminerà la sua agonia (che dura sin dagli anni Novanta, con il tracollo dei riferimenti ideologici e culturali principali, nelle macerie del muro di Berlino) nella morte definitiva. Non è un fenomeno insolito: altri casi nazionali dimostrano che, laddove si sviluppano populismi egemoni (che si sviluppano, in genere, per inanità della sinistra nazionale) i pascoli sociali tradizionali si consumano definitivamente, e cambiano natura, divenendo strutturalmente inadatti a nutrire un progetto socialista autonomo. E’ il caso dell’Argentina, dove una socialdemocrazia in grado di fare egemonia ha potuto svilupparsi soltanto all’interno del corpaccione del populismo peronista (il kirchnerismo nasce dalla matrice giustizialista) o, in Europa, è il caso dell’Ungheria, dove due populismi di destra (quello di Orban e quello di Jobbick) si contendono la pastura sociale ed elettorale di una sinistra che si è semplicemente estinta.

Gli spazi di potenziale espansione sociale della sinistra italiana si stanno irrimediabilmente chiudendo. E’ puramente utopistico pensare di recuperare elettorato progressista confluito nel M5S o ceti popolari entrati strutturalmente nell’area leghista. Chi si culla nella beata illusione di una sorta di “big bang” pentastellato o in una “riconduzione a sinistra” del M5S non capisce la portata, per certi versi storica, dell’avvento del governo gialloverde. La formazione di tale governo è stata infatti l’espressione della saldatura di un blocco sociale, differenziato al suo interno, ma estremamente coeso in termini di obiettivi ed interessi. Un blocco sociale la cui ricostruzione, dopo la distruzione per via giudiziaria della sua precedente versione all’ombra della Prima Repubblica, è stata avviata dal berlusconismo (che infatti presenta aspetti, nella fluidità del partito egemone, ricondotto a mero comitato elettorale, e nel cesarismo del suo leader/padrone, aspetti in nuce tipici di un nascente populismo). Tale blocco sociale, costituito da piccola borghesia, sottoproletariato urbano, segmenti di proletariato maggiormente esposti alle ondate distruttive della globalizzazione su un apparato produttivo sempre meno competitivo, con la novità dell’ingresso di quote rilevanti di quelle classi emergenti del precariato cognitivo e della new economy semplicemente rimosse e disprezzate dalla sinistra, è unito da paure ed interessi che hanno a che vedere con il degrado della funzione protettrice della identità nazionale e dello Stato-nazione che ne è l’espressione istituzionale, con una domanda sociale di individualismo fiscale e di protezione pseudo-corporativa, mediata da una figura forte, e quindi tranquillizzante, di leadership.

Ad un dipresso, ed al netto dei ceti emergenti del post-capitalismo citati in precedenza, che ha comunque catturato, tale blocco sociale è quello che ha sostenuto ogni periodo di potere di una delle due destre italiane, quella di natura popolare-sociale, dal fascismo ai lunghi periodi di governo della destra della Dc e dei suoi alleati (con l’eccezione, non lunghissima, del primo centrosinistra degli anni Sessanta e della fase di compromesso storico) fino al berlusconismo e, per l’appunto, all’attuale maggioranza. Detto blocco sociale ha sempre trovato forme diverse ed adatte ai tempi di manifestarsi. La fine delle specifiche formule politiche legate alle diverse fasi storiche gli hanno consentito sempre di riproporsi come polo dominante, grazie al suo trasformismo, lungo la storia del nostro Paese. 

Solo in particolari periodi (per l’appunto, negli anni Sessanta del primo centrosinistra, o nella fase costituente dell’immediato dopoguerra) la sinistra ha avuto la forza di piegare questo blocco, incuneandovisi, e realizzando gli unici avanzamenti civili e sociali sperimentati dal nostro Paese (la fine della monarchia e la Carta Costituzionale, il welfarismo degli anni gloriosi del boom economico, la politica estera euromediterranea e di equilibrio fra Est ed Occidente della migliore fase del craxismo).

Ma, per l’appunto, stiamo parlando di una sinistra forte e radicata nel profondo del Paese, con la forza di penetrare dentro le contraddizioni del blocco sociale dominante, ottenendo, oltretutto per periodi tutto sommato brevi ed in forma episodica e non continuativa, la possibilità di innestarvi le proprie proposte. La ridotta testimoniale, supportata da posizioni politico-culturali grottesche e surreali, in cui si è ridotta attualmente, non consente di pensare che vi sarà la forza di incunearsi dentro le contraddizioni del blocco sociale dominante. Se anche il M5S dovesse tracollare, il blocco sociale sottostante non si spezzerà, non ci saranno fuoriuscite di materiale elettorale da un immaginario big bang, ma esso transumerà tranquillamente ed integralmente dentro la Lega. 

Lo stiamo vedendo già dalle prime elezioni amministrative post-formazione del Governo Salvini-Di Maio e dai sondaggi: il calo elettorale dei pentastellati va a gonfiare i numeri dei leghisti. Il blocco sociale non si dissolve, non tracima verso l’esterno, ha semplicemente dei movimenti interni di assestamento legati al suo eterno trasformismo, che lo porta ad aggiustare costantemente le formule politiche in cui si esprime. Ma non esce, nemmeno in piccole quote, dal recinto in cui si è chiuso, perché non conviene a nessuno dei suoi attori avventurarsi oltre il grasso campo di pascolo che presidia. Di conseguenza, le bestie che si trovano fuori dal recinto della fattoria degli zii Salvini e Di Maio, ovvero il Pd, Fi e i micro-partitini di sinistra, continuano a dissanguarsi ed a deperire per mancanza di nutrimento sociale. Le poche specie animali che, all’interno del M5S hanno ancora una postura vagamente sinistroide, come Fico o i piccoli cacicchi provenienti dalla disgregazione della sinistra, sono poco più che automi, che saranno rapidamente destinati al macello (oggi Fico viene preso a mazzate dal suo amico Di Maio persino per aver realizzato una delle battaglie storiche del M5S, ovvero la cancellazione dei vitalizi) ed in parte utili idioti collocati a presidio del lato sinistro della tenuta agricola della premiata Ditta.

L’estinzione finale della sinistra politico-sindacale italiana, intesa come forza in grado di influenzare la direzione di marcia del Paese, sia pur minimamente e residualmente, e da posizioni politiche ed organizzative autonome, è un destino ineluttabile. E’ quasi una necessità storica: per rinascere occorre prima morire. E’ una evidenza profonda e segnalata da una simbologia universale: dal simbolo della Fenice, al significato della Morte nei tarocchi come carta di rinascita, alla potentissima simbologia cristiana del Dio che, per rinascere fortificato nella sua comunità di fedeli, deve prima passare dalla crocifissione, ai miti greco-egizio di Osiride. Niente potrà evitare la morte, nessun artificio. 

Il neo-municipalismo rappresentato da De Magistris altro non è che una versione povera, localistica e miope dei bias ideologici di cui soffre la sinistra a livello nazionale: internazionalismo d’accatto, buonismo acritico, dirittocivilismo, ambientalismo di maniera ed incapace di intaccare i rapporti sociali di produzione. In aggiunta a tali lacune, il neomunicipalismo aggiunge le sue tare specifiche: l’invischiamento dentro le pastoie del micro-territorio impedisce di portare su un livello più alto la domanda sociale, e resta ingabbiato dentro un rivendicazionismo di micro-interessi mediato, per necessità (legata all’impossibilità di dotarsi di strutture organizzative complesse, data l’eccessiva prossimità con il livello territoriale) da un caudillo vernacolare, una specie di Cola di Rienzo, o di Masaniello. Questa strada è solo un espediente per prolungare il coma.
Dalle macerie non si uscirà malconci ma indenni, come i sopravvissuti di un bombardamento che escono dal rifugio antiaereo grati di essere ancora in vita e pronti a ricostruire. Non si potrà più sopravvivere all’ombra di un capetto nella protezione di una setta. Non ci saranno più centri studi o riviste cui affidare, come messaggi in bottiglia di naufraghi, i propri messaggi. La destra di potere risolverà i problemi con la sua visione del mondo, e non avrà nessuna pietà di chi ha lungo ha creduto di difendersene sbeffeggiandola. Le pulsioni autoritarie che le sono proprie si sfogheranno su ciò che resta della sinistra, mettendola in condizioni di non esprimersi più. Occorrerà una lunghissima fase di rielaborazione teorica dell’analisi sociale e della linea politica e programmatica.

Ed accanto alla teoria, occorrerà anche una immersione molto pratica nel cuore sofferente del Paese, quel cuore abbandonato da una sinistra parolaia e di potere, ricostruendo il senso della “commozione”, ovvero del muoversi insieme agli interessi sociali subalterni, entrando nelle loro paure, nelle loro sconfitte, non bollandole come manifestazioni di analfabetismo, ma sapendo comparteciparvi. E qui dirò esattamente come la penso: in assenza di una capacità di tenuta politico-organizzativa autonoma, che l’estinzione prossima ventura evidenzierà, sarà necessaria una soluzione “kirchneriana”: forme di entrismo intelligente e critico dentro il corpaccione del populismo di potere, per lavorarlo dall’interno, cercando di piegarne a sinistra, per quanto possibile, le enormi potenzialità di consenso che presidia. Possiamo anche baloccarci, con lo stesso spirito di quelli che brindavano sul ponte del Titanic un attimo prima della collisione, con giochetti organizzativi: con De Magistris si o no, con PaP si o no, Possibile si o no, e vediamo cosa fanno quelli di Mdp, e vediamo come e con chi riaggregare SI dopo l’inevitabile esplosione di LeU, e rimettiamo insieme cocci disparati. Sono soltanto forme di ricomporre una polpetta sfragnata, sono divertissement astratti, che non poggiano più su nessuna base di consenso, che non hanno più nessun margine di manovra nel mondo reale.

Il consenso sta altrove. Non c’è la forza e la credibilità per portarlo fuori dal recinto della fattoria degli zii Salvini e Di Maio. Ed allora occorrerà chinare la testa ed abbassare le orecchie, come è giusto facciano i perdenti, e cercare di entrare nel recinto portando dietro una posizione propria, e cercando di farla valere per quanto possibile. E l’unico modo per farlo, prima che sia troppo tardi ed i guardiani della fattoria ci abbattano, occorrerà iniziare a dialogare con le bestie che popolano la fattoria, oltre il recinto. Non continuando ad insultarli, a trattarli da fascio-razzisti, ma comprendendo a fondo le istanze sociali che rappresentano e mostrando rispetto. Cercando di sostenere le istanze interne al M5S che intendono contrastare gli aspetti più belluini delle politiche di questo Governo, aiutando tal istanze a non essere del tutto schiacciate. Prima che l’onda lunga della deriva di destra del Paese non ci cancelli del tutto, rendendoci inutili anche per questo ruolo residuale.


* Fonte: criminalitalia

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sabato 14 luglio 2018

IL ROSARIO, SALVINI E CREMASCHI di Sandokan

[ 14 luglio 2018 ]

Lontani sono i tempi di Bossi e della cerimonia pagana e padana dello svuotamento dell'ampolla contenente l'acqua del Po. Matteo Salvini, ben sapendo come funziona la "società dello spettacolo", ha concluso il suo comizio di Pontida brandendo il rosario e su quello facendo solenne giuramento. Un gesto plateale, una banalizzazione del sacro, che aveva già compiuto a Milano, a chiusura della campagna elettorale. Si è guardato bene, questa volta, dal fare autogol, a non ostentare il Vangelo. Ciò non è accaduto per caso. Non sono stati pochi gli esponenti cattolici i quali, per condannare la sua politica sull'immigrazione, gli hanno fatto notare quanto è scritto in Matteo 25,35.43: “Ero straniero e mi avete accolto”.

Che Salvini, con questi gesti simbolici, voglia accattivarsi il consenso dei settori cattolici tradizionalisti ci pare evidente. Il tempo ci dirà se egli si senta davvero vicino alla corrente antimodernista che viene avanti da Pio X in poi. I seguaci di Lefebvre potrebbero suggerire al leader leghista una frase di Pietro il quale, convinto che i cristiani fossero gli ebrei più conseguenti, contraddice quella di Matteo: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).

Ma non è di disquisizioni ecclesiologiche che ci vogliamo occupare bensì delle reazioni che il gesto simbolico di Salvini ha suscitato in certa sinistra. Quella scolpita il 2 luglio scorso nella sua pagina Facebook da Giorgio Cremaschi è rivelatrice.
La riportiamo per intero.
«VIA LA RELIGIONE DALLA POLITICA, VIA LA POLITICA DALLA RELIGIONE 
I leghisti sono i talebani italiani.
Salvini ha esibito il Rosario al suo comizio come un fanatico islamista avrebbe potuto fare con il Corano. Gli integralismi religiosi sono tutti eguali e crociate e guerre sante sono spinte dalla stessa aria fetida reazionaria.

La signora ridente di questa foto, che vuol cacciare dall'Italia chiunque non accetti il il dominio del suo Crocifisso, cioè non solo chi segue un'altra religione ma ogni persona laica e libera, questa signora leghista manifesta una regressione umana profonda. Ed il leader di di questa regressione umana è Matteo Salvini che benedice la sua folla con il Rosario.
Vandea, sanfedismo, clerico fascismo, dalla rivoluzione francese ad oggi queste parole definiscono tutti quei movimenti che si sono opposti ad ogni reale progresso del genere umano, facendo un uso distorto e barbaro della religione. I reazionari si appropriano di Dio per alimentare la stupidità di molti e difendere gli sporchi interessi di pochi.
Niente di nuovo a Pontida, è il periodico ritorno della barbarie reazionaria, che abbiamo sconfitto nel passato e che sconfiggeremo di nuovo.
Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione».
 "Leghisti talebani", "Salvini come un fanatico islamista", "Salvini leader della regressione umana", "sanfedismo e ritorno della barbarie reazionaria" 
Qual è il senso delle furiose contumelie cremaschiane?
Anche volendo sorvolare sull'intonazione smaccatamente islamofoba (col che Borghezio ringrazia!) si tratta di una scomunica dal sapore religioso, un fideismo al contrario, di marca liberal-massonica però, molto distante dal marxismo che Cremaschi dice di professare.

E su cosa si basa l'anatema? Il senso sta nel titolo:"Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione". 
Siamo trasecolati. 
Cremaschi ha trasformato il principio democratico e repubblicano per cui lo Stato, ferma la piena libertà per ogni culto religioso, non ha carattere confessionale, nell'antitesi tra politica e religione. Come se le religioni, nel caso quella cristiana, fossero appunto  schiribizzi astrusi, stregonerie oscurantiste, e non invece visioni del mondo e dell'uomo, quindi politiche in massimo grado.

"Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione"... che è come stabilire una immaginaria linea di frontiera tra due campi dove al di qua c'è la sfera razionale della politica (con quindi dentro le più disparate correnti ideologiche, dal comunismo al nazismo) e, al di la, antidiluviane confessioni religiose buone solo per gli stolti. Cremaschi non ha capito un fico secco dell'uomo, della religione, del mondo, delle ragioni che dentro la crisi della modernità e dell'egemonia della civiltà occidentale spiegano la rinascita delle religioni, risorte dal bisogno d'identità e dalla volontà di resistenza alla globalizzazione.

Si dirà, Cremaschi è fatto prendere dalla foga.
E sia, ma ciò dimostra dove conduce l'idea accecante che il governo Di Maio-salvini sia "il più a destra della storia repubblicana", che esso sia il motore della "fascistizzazione sociale". Conduce a drogarsi con dosi crescenti di paroloni incendiari, fino all'overdose e alla morte della politica, a parole invocata come principio massimo.
Se i nemici che Salvini deve temere son questi massimalisti qui, ahinoi, potrà  dormire sonni tranquilli e davvero immaginare di "governare trent'anni".


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venerdì 13 luglio 2018

IL SOVRANISMO È DI DESTRA?

[ 13 luglio 2018 ]

"L'idea che il sovranismo sia uguale al nazionalismo è un altro regalo della sinistra alla destra". 

Questa affermazione, che è uno dei capisaldi della sinistra patriottica, è da incorniciare visto chi l'ha pronunciata. E l'ha pronunciata Curzio Maltese sul Venerdì in edicola, 
supplemento di la repubblica.
Noto giornalista Maltese è anzitutto europarlamentare. Venne eletto con la lista ALTRA EUROPA CON TSIPRAS
Le cose cambiano cari lettori.
Questo nuovo segno che c'è vita (e intelligenza) a sinistra, ci riporta alla mente la massima latina"numquam est nimis sero". Non è mai troppo tardi per dire la verità ai cittadini.


*  *  *
QUANDO IL SOVRANISMO ERA DI SINISTRA
di Curzio Maltese



L'idea che il sovranismo sia uguale al nazionalismo è un altro regalo della sinistra alla destra. Nel discorso pubblico improntato al presente perpetuo di Twitter probabilmente non serve ricordarlo, ma la sinistra italiana ha espresso per decenni un sovranismo, come lo si chiamerebbe oggi, fondato sui valori democratici della Costituzione e opposto a una costruzione oligarchica dell'Europa.

Nel 1978 il Pci berlingueriano si oppose con forza all'ingresso immediato nello Sme, padre dell'euro, per molte e buone ragioni. La principale, sostenuta con fierezza da Giorgio Napolitano nella vita precedente, era che partire dall'unione monetaria e non dall'unione politica comportava una scelta antipopolare e oligarchica, un'Europa di «finanzieri e burocrati» di segno liberista, che avrebbe allargato le differenze fra Stati ricchi e poveri, minacciato le politiche sociali e ridotto i diritti dei lavoratori al minimo.

Come si vede, c'è stato un tempo in cui la sinistra azzeccava le previsioni (e le elezioni). Negli anni di Maastricht, '92-'94, il Pds si converte all'unione monetaria, in nome di responsabilità, affidabilità eccetera, ma ancora con molti paletti. Avanti con l'euro, è la posizione dei socialisti europei, ma soltanto insieme a un bilancio comune e un'unione fiscale e politica, con tanto di eurobond, governo nominato dal Parlamento europeo e trasferimenti dalle nazioni ricche alle indebitate, sul modello federale degli Stati Uniti d'Europa.

Poi vince la Terza Via e allora la sinistra è per l'Europa liberista senza se e senza ma, pazienza per il eurobond, la solidarietà, gli eletti che contano assai meno degli euroburocrati e Bruxelles che detta le politiche economiche mettendo in comune soltanto l'1 per cento del Pil per i trasferimenti interni, contro il 29 degli USA. In attesa delle magnifiche sorti e progressive dell'Unione, in Italia abbiamo perso un quarto dell'apparato produttivo in vent'anni e siamo diventati da euroentusiasti a euroscettici, chissà perché. Rimpiangiamo il lavoro non precario, le politiche sociali, le pensioni, i diritti.

Sono cose di destra? Il punto è che, giusto o sbagliato, di destra o di sinistra, il sovranismo è impossibile. Nel sistema euro gli Stati non possono stampare moneta, regolare i cambi, finanziare politiche sociali in deficit o con il fisco, perché i capitali da tassare scappano in un secondo. Se riescono a ottenere un piccolo sconto sui parametri di Bruxelles, sono comunque in balia dei rating e dello spread, e puoi sbattere i pugni quanto ti pare. Si può giusto rifilare qualche manganellata ai poveracci, che aumenteranno lo stesso e alla fine il poveraccio da manganellare sarai tu. Bisognerebbe azzerare Maastricht e ricominciare da capo, ma chi lo dice?

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SE QUESTI SONO ECONOMISTI di Leonardo Mazzei

[ 13 luglio 2018]

Risposta agli "otto economisti" che scrivono da Marte

Con una "lettera aperta" al Sole 24 Ore del 10 luglio, otto economisti chiedono al governo attuale, nonché a quelli futuri (!), un giuramento di fedeltà all'euro. Gli otto - L. Codogno, G. Galli, A. Macchiati, M. Maré, S. Micossi, P. Reichlin, G. Tabellini e V. Tanzi - si dicono mossi a «difesa del risparmio e del lavoro degli italiani».

Questo il passaggio centrale della loro lettera: «Al di là di ciò che si può pensare dell'Unione Europea e delle necessarie riforme dell'Eurozona, qualunque governo, di qualunque colore politico, ora e nel futuro, deve impegnarsi a difendere l'appartenenza dell'Italia all'unione monetaria, come condizione necessaria per tutelare il risparmio degli italiani (come impone l'art. 47 della Costituzione), l'attività delle imprese, il lavoro, il tenore di vita di tutti i cittadini e in particolare dei ceti più deboli».
Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Ai lettori del maggior quotidiano economico del Paese non viene offerto un ragionamento, un'analisi, una riflessione. Ad essi viene semplicemente proposto un dogma che non ammette deroghe.

Presi da un'irrefrenabile foga censoria, figlia di una cattiva digestione del voto del 4 marzo, essi affermano che occorre: «un'azione vigorosa per rimuovere quel germe di incertezza che è stato prodotto e convincere gli investitori internazionali e gli stessi risparmiatori italiani che la permanenza dell'Italia nell'euro non è in questione». Insomma, sul tema nessuna discussione dev'essere consentita. Dispiace per gli "otto", ma per completare la loro opera normalizzatrice essi, anziché puntare sul solito Savona, dovrebbero convincere anche gli economisti tedeschi (tra i quali il capo dell'Ifo Hans-Werner Sinn)  che chiedono al loro governo l'adozione di un piano proprio per gestire la possibile dissoluzione dell'Eurozona. Ma questa è evidentemente un'impresa un po' più complicata del farsi pubblicare dal Sole certe banalità.

E quale sarebbe lo scopo della rimozione del "germe di incertezza" che essi denunciano? Ovvio, ridurre lo spread. E bravi! Ottimo proposito, peccato vi dimentichiate di dire che lo spread è frutto anche dell'euro, dell'assenza di sovranità monetaria, perché con una Banca centrale come acquirente di ultima istanza tale problema sarebbe del tutto inesistente. Insomma, prima (con l'euro) ci si mette in gabbia, poi si vorrebbero mitigare le condizioni di quella prigionia (riducendo lo spread), ma senza voler abbattere le mura di quella prigione. Troppa grazia, sant'Antonio!

Ma dove gli estensori della lettera toccano davvero il fondo è quando elencano i nobili scopi del giuramento richiesto.
Secondo loro si tratterebbe di difendere il risparmio, peccato che proprio in nome dell'euro sia stata emessa la normativa sul bail in, che i risparmi li ha invece falcidiati. Peccato che, a causa della svalutazione interna prodotta dalle misure di austerità imposte dal sistema dell'euro, il principale bene delle famiglie italiane - la casa - sia stato svalutato di circa un 20%.

Dicono che il loro giuramento favorirebbe l'attività delle imprese. Peccato che oltre centomila aziende siano fallite proprio a causa delle politiche recessive imposte dall'UE. Di più, dicono che esso servirebbe a tutelare il lavoro e i redditi degli italiani, ma chi è che non sa che con l'euro la disoccupazione è andata ai massimi storici, mentre i salari sono calati mediamente di un 10%, ed i poveri assoluti solo saliti (dal 2007 al 2016) del 165%?

Insomma, va bene pensarla come si vuole, ma travisare così platealmente la realtà di certo non fa onore agli otto economisti. Gli italiani che mandano avanti la baracca possono avere tanti difetti, ma di sicuro hanno capito che con l'euro e l'UE le loro condizioni di vita sono peggiorate drasticamente. Anche per questo hanno mandato al governo la maggioranza gialloverde: per provare a cambiare il rapporto di sudditanza verso Bruxelles, Berlino e Francoforte. Non rendersene conto mostra un distacco così profondo dalle cose terrene da far pensare che certe lettere siano state scritte su Marte.

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