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martedì 13 agosto 2019

IL POPULISMO IN GENERALE E QUELLO DI SALVINI di Moreno Pasquinelli

[mercoledì 14 agosto 2019]




Da alcuni anni, anzitutto dopo la sorprendente ascesa al trono di Trump, non c'è giorno in cui i media globali, anzitutto liberali e di rito politicamente corretto, non discettino sul "populismo". 


Abbiamo così visto il fior fiore dell'intellighènzia di regime cimentarsi sul tema, chiedersi cosa il populismo sia e dove vada a parare. La categoria di populismo è diventata così onnicomprensiva, un passepartout per aprire porte ad ogni latitudine: populisti Trump e Sanders, Le Pen e Maduro, Orban e Corbyn, Putin e Erdogan, Mélenchon e Farage, Grillo e Salvini, Podemos e l'AFD tedesca, la Kirchner peronista e Bolsonaro. Fiumi di inchiostro, tanta fuffa, univoco il risultato: scomunica del populismo come fenomeno funesto, illiberale e totalitario. 
Le sinistre transgeniche d'ogni razza e latitudine hanno accettato questa narrazione.  Chi a sinistra era stato colpito dall'anatema del populismo (Mélenchon, Corbyn o Iglesias) ha ben presto compiuto il rito dell'abiura rientrando nei ranghi del politicamente corretto.

LA MALEDIZIONE DI LACLAU


Minoritarie propaggini colte di questa sinistra hanno invece tentato di affrontare il fenomeno populista, andando alla sua genesi, alla sua polimorfica natura, alla sua fenomenologia. 

Di qui la riscoperta delle riflessioni teoriche di Enesto Laclau e Chantal Mouffe.  Qui avveniva tuttavia un fatto deprecabile: il più radicale congedo dalla tradizione teorica marxiana era direttamente proporzionale al vacuo funambolismo teorico.
Laclau, soprattutto quello della "seconda fase", porta una responsabilità enorme per questo smarrimento intellettualistico. Modo e rapporti di produzione relegati a "costrutti soggettivi"; le leggi antagonistiche del sistema capitalistico rifiutate come ipostasi metafisiche; il rifiuto di ogni teleologia e filosofia della storia sostituito dal "tutto contingente"; il determinismo sostituito dal più deciso indeterminismo; l'autonomia del Politico trasformata nella secessione del Politico dall'economico-sociale; il discorso di Gramsci sulla filosofia della praxis e sull'egemonia recuperato scaltramente per giustificare il più radicale empirismo. Abbiamo così avuto un risultato paradossale: la pretesa relativizzazione della verità rovesciata in una vera e propria ontologia del casuale. Il populismo, da fenomeno specifico e concreto, trasformato nell'unica luce per squarciare la notte della politica... per alla fine scoprire che le vacche erano tutte grigie.

Un caso recente di intrappolamento nella bolla intellettualistica del laclauismo c'è stato fornito dall'amico Diego Melegari — L'anatra-coniglio della nazione "a sinistra". Il breve saggio, elagante fino ad essere barocco, è la plastica dimostrazione che non si esce dalla palude teoricista di Laclau senza sbarazzarsi dei suoi enunciati e della sua cattiva filosofia politica.
Prima essenziale considerazione: non esiste il populismo come categoria onnicomprensiva, cioè astratta dal contesto che lo partorisce, ci sono invece i populismi.
Conta dunque analizzare e capire i concreti fenomeni populisti. E siccome l'Italia è stato e resta il principale laboratorio politico dell'Occidente liberal-capitalistico, abbiamo proprio noi il prezioso vantaggio di avere un punto di osservazione privilegiato. Da questa "analisi concreta della situazione concreta" si può semmai tentare di individuare certe costanti e caratteristiche generali.

LO STRANO CASO DELLA LEGA NORD


Ci fu, subito dopo la seconda guerra mondiale e il crollo del fascismo, L'Uomo Qualunque di Giannini. Un caso da manuale di populismo, che tuttavia era destinato a dileguarsi presto, seppellito dalla radicale polarizzazione sinistra-destra, forma simbolico-politica della contrapposizione sociale e di classe —  a sua volta rafforzata dalla divisione del mondo in blocchi geopolitici contrapposti.
Potessimo estendere il caso italiano dovremmo dedurre una prima legge generale: il fenomeno populista non diviene mai di massa in condizioni di alta conflittualità di classe e di polarizzazione politica, tanto più ove il movimento operaio si articola in combattivi e potenti partiti e sindacati.
Ed infatti il populismo, nella forma della Lega Lombarda di Umberto Bossi, sorge negli anni '80, come conseguenza (1) del disfacimento della formazione sociale fordista causata dall'avvento della finanziarizzazione neoliberista e (2) della conseguente decomposizione del movimento operaio italiano. 

Ma la folgorante ascesa della Lega di Bossi nella regione più industrializzata d'Italia non sarebbe diventata fenomeno di massa senza tre grandissimi fattori storico-politici altrettanto correlati: (1) l'implosione dell'URSS, ovvero il più grande terremoto geopolitico del '900; (2) la selvaggia avanzata della globalizzazione con la relativa apertura del mercato interno italiano ai concorrenti esteri — spacciata come progressista e inarrestabile; (3) l'accelerazione (dopo Maastricht) del processo di costruzione dell'Unione europea che minava alle fondamenta la solidità dell'Italia come Stato-Nazione.

Ebbe cioè bisogno, l'ascesa del populismo bossiano, del combinato disposto di un disfacimento del tessuto sociale, di un terremoto geopolitico e, sul piano dell'immaginario collettivo, che si chiudesse un intero ciclo sociale, storico e politico. Per la precisione ebbe bisogno che tramontasse l'idea grandiosa di un'alternativa socialista di sistema. L'irruzione dell'inchiesta denominata "Mani pulite" o "tangentopoli" (prima metà degli anni '90), il crollo della vecchia casta politica nazionale apparentemente causata dalla congenita corruzione sistemica, fornì alla Lega di Bossi un'ulteriore e formidabile arma per catalizzare il fortissimo malcontento sociale e morale, per dargli un nuovo orizzonte di senso.
Da quanto detto, e al netto delle peculiarità, si può ricavare la seconda legge generale che sottostà all'emersione del fenomeno populista: una crisi duplice che ha aperto un nuovo spazio politico: da una parte quella della destra storica dominante (il declino della sua egemonia politica) e, dall'altra, quella della sinistra che appariva come il suo avversario.
Occorreva però a Bossi un nuovo mito identitario e fondativo, ciò che avvenne issando la bandiera del secessionismo lombardo (infarcito addirittura di ancestrali quanto improbabili reminiscenze celtiche) giustificato da un sotto-mito, quello del produttivismo lavorista di rito ambrosianoUn simbolismo che in nome della dell'ethnos e della prossimità territoriale come principale fattore di coesione comunitaria, serviva ad amalgamare i più diversi strati sociali (di qui una certa xenofobia); non solo piccola borghesia e proletariato ma pure la media borghesia. Bossi fu abile nel convogliare il rancore di chi si sentiva in basso contro chi stava in alto. Dove l'alto non era la potente borghesia liberista, di cui cercava in verità l'avallo, bensì la "casta politica romana". Ma con la centralità di Roma era messa sotto accusa, come un artificiale costrutto ideologico, la stessa identità nazionale italiana. Al posto della nazione Italia "Lombardia nazione". 
Qui s'affaccia una terza legge generale che caratterizza il fenomeno populista: esso non può sorgere, tantomeno può sfondare, senza un proprio simbolismo identitario, senza un proprio mito fondativo (che sia di nuovo o vecchio conio), con cui pretende di presentarsi non solo al di là della destra e della sinistra, ma contro entrambi, ovvero riciclando idee dell'una e dell'altra.
E come storicamente ogni fenomeno che nasce e si sviluppa in Lombardia è destinato ad espandersi, anche i leghismo dilagò in tutto il Nord, anzitutto in Veneto. Dalla Lombardia nazione si passò presto alla "Padania nazione", dalla Lega Lombarda alla Lega Nord.
Dietro all'antitalianismo simbolico degli anni '90 c'era un fortissimo antistatalismo di segno liberista ma spiccatamente antifascista, con lo sguardo tutto rivolto alla nascente Unione europea a trazione tedesca.

Ma come la lunga storia italiana dimostra, dalla rivolta della antica Pataria in poi, tutto ciò che sorge a Milano punta a conquistare subito il potere a Roma. Bossi, liberatosi  dell'ideologo secessionista Gianfranco Miglio, dopo alcuni zig-zag, finisce per allearsi stabilmente con Berlusconi ovvero il vero collettore del vecchio ciarpame politico romano della Prima Repubblica ed ex-fascista. Come tutto ciò che giunge a Roma finisce per corrompersi e degenerare, anche la Lega Nord iniziò a decomporsi. Da movimento populista territoriale divenne presto un asse portante della "Seconda Repubblica", una stampella di quello sciagurato regime che condurrà il Paese al disastro storico dell'euro. Esito che faceva premio al primigenio impulso anti-nazionale della Lega.
Siamo quindi a quella che potremmo chiamare la quarta legge generale che caratterizza il fenomeno populista: ove non riesca ad agguantare il potere sull'onda della sua ascesa esso è condannato, non solo a compiere repentini zig-zag ma ad essere incorporato dell'élite medesima come propria protesi politica.
Qui è necessario aprire due parentesi.

(1) Davanti all'irrompere della Lega né le sinistre maggioritarie né l'estrema sinistra  osarono sollevare, contro il secessionismo leghista, la bandiera patriottica  e democratica dell'unità nazionale. Avanzavano allora il cosmpolitismo catto-liberale e l'europeismo, l'idea che la nazione ("padana" o italiana) fosse un'anticaglia della storia, perciò condannata al trapasso. L'estrema sinistra, del tutto spiazzata, rispose al leghismo con la stessa musica, solo declinando il cosmpolitismo in un astratto internazionalismo  anticapitalista. Formazioni minoritarie (Voce Operaia tra queste), prigioniere del mito operaista —la stessa FIOM riconosceva che la maggioranza dei suoi iscritti nell'Italia del Nord votava per la Lega — tentarono il dialogo tattico con la Lega in funzione antisistemica, sulla base del paradigma che tutto ciò che minava il nemico principale, allora lo "stato imperialista italiano", portava acqua al mulino della rivoluzione. 
(2) Molto si è discettato se il miliardario milanese Berlusconi sia stato un populista. Ne aveva le fattezze ma non lo era per niente. Egli ha solo usato la maschera populista. Lungi dall'essere il risultato di una spinta sociale e popolare nuova, esso era un fenomeno cosmetico con cui il vecchio ciarpame politico dominante si andava riciclando. Un  camuffamento trasformista per nascondere ai cittadini quali fossero gli interessi reali che difendeva: potenti settori della borghesia italiana e della sua vecchia casta politica. 

LA METEORA GRILLINA


Nel frattempo dilagava il rancore popolare verso il regime della "Seconda repubblica", il disprezzo generale verso i suoi due pilastri del centro-destra e del centro-sinistra. Questa indignazione generale attendeva di essere raccolta. E venne raccolta infatti dal carismatico comico genovese Beppe Grillo, già notissimo e amato da molti per la sua verve polemica contro la casta dei malfattori politici di regime. Nella più classica delle metodologie populiste e non senza una potente copertura mediatica, il Vaffanculo Day dell'8 settembre 2007 ebbe un successo strepitoso. Due anni dopo l'Associazione "Amici di Beppe Grillo" si trasformò nel Movimento 5 Stelle. Iniziava così una marcia folgorante che sfocerà nel grande successo elettorale del febbraio 2013 — 25,55% dei voti, pari a 8,7 milioni di elettori. Fino al vero e proprio trionfo, dopo la terribile terapia austeritaria targata Mario Monti-Pd, nelle elezioni del 4 marzo 2018, quando il Movimento diventa di gran lunga il primo partito italiano superando il 32% dei consensi — primo partito tra i giovani,  gli operai ed i disoccupati.



Che populismo era quello grillino? Esso non si limitava alla lotta contro "la casta", coniugava forti istanze democratiche e repubblicane a rivendicazioni di giustizia sociale, il rifiuto dell'austerità liberista e un ecologismo radicale con, infine, posizioni in politica estera di tipo pacifista ed anche antimperialista e una condanna aperta dell'euro. Il tutto però entro una ferrea cornice di legalitarismo di marca liberale che mai faceva appello alla mobilitazione diretta dei cittadini — quindi il mantra del partito liquido tutto imperniato sul web. Si trattava evidentemente di un "populismo di sinistra". Questo dicemmo subito, sottolineando il suo aspetto progressivo e di rottura. Di contro le sinistre liberali e radicali, in ossequio alla fede politicamente corretta, rifiutarono ogni alleanza bollando anzi Grillo e il M5S come un movimento populista di destra, reazionario. D'altra parte una certa estrema sinistra, a dimostrazione di non aver capito un'acca del "momento populista", frignava e denunciava lo "interclassismo" di Grillo, l'assenza di riferimenti "di classe", non senza condannare come "fascista in sé e per sé" la leadership carismatica.


Esula da questo breve saggio, dato che l'oggetto è Salvini e la sua Lega, un'analisi approfondita del fenomeno del Grillismo e del Movimento 5 Stelle. Basti dire che l'uscita di scena del comico e la dipartita di Gianroberto Casaleggio, quindi il passaggio della direzione nelle mani del cerchio magico raccolto attorno a Luigi Di Maio, hanno corrisposto ad una svolta moderata, all'abbandono della radicalità originaria. Svolta accentuatasi con la formazione del governo capeggiato da Giuseppe Conte (1 giugno 2018). Un governo non solo giallo-verde ma con i segugi di Mattarella nei ministeri chiave. Arriviamo così al tracollo elettorale in occasione delle elezioni europee del maggio di quest'anno: milioni di voti persi verso il non voto e verso la Lega di Salvini (che balzerà dal 17% a oltre il 30%). La disfatta elettorale è stato il prezzo che il Movimento ha pagato per questa sua svolta moderata, per una campagna elettorale insipiente ed europeista, mentre, al contrario, Salvini radicalizzava i suoi messaggi, non solo su sicurezza e immigrazione ma anche verso l'Unione europea. Invece di correggere il tiro e di sfidare Salvini sul terreno che conta e su cui è più debole (liberismo o keynesismo sul piano delle misure economiche e sociali?), la conventicola di Di Maio ha scelto addirittura di votare come Presidente della Commissione europea la Von Der Leyen (16 luglio). Era la conferma, anzi la consacrazione solenne dell'ingresso del M5S nel campo eurocratico.

Non ci stupisce quindi che il Movimento — dopo l'improvvida e funesta mossa di Salvini di rovesciare il governo Conte per andare ad elezioni anticipate subito —, pur di evitare il voto, ha scelto di andare incontro ai desiderata dell'eurocrazia e dalla Confindustria, accettando di formare un governo assieme al Pd. E' un'altra conferma del passaggio del M5S dal campo populista a quello liberaloide dei poteri forti.

Questo esito deplorevole ci consente di vedere oggi sotto la sua giusta luce quanto accadde dieci ani fa, nel luglio del 2009, quando Beppe Grillo chiese di tesserarsi al PD e quindi di candidarsi alle sue primarie per competere alla carica di segretario nazionale. Oggi Grillo fa appello a "fermare i barbari", ovvero Salvini. Forse non è solo una mossa tattica disperata, forse è il segnale che il M5S si presta a conformare col Partito democratico e i liberali europeisti un vero e proprio blocco politico di potere come palingenesi del vecchio centro-sinistra, ridando così vita all'assetto sistemico bipolare, con Salvini a capo di un nuovo centro-destra.

IL PARRICIDIO 



Ma torniamo a Matteo Salvini. Leghista della prima ora (dopo aver frequentato da giovanissimo, come del resto come Bossi e Maroni, l'estrema sinistra), consigliere comunale, poi direttore di Radio Padania Libera, quindi europarlamentare, è stato uno dei colonnelli di Bossi. 

Dopo il penoso scandalo che travolgerà quest'ultimo e che aveva fatto schiantare la Lega Nord, i notabili nordisti della Lega sceglieranno lui per la rinascita del partito. Salvini farà molto di più, non solo compirà il miracolo della resurrezione ma porterà la nuova Lega a diventare primo partito nazionale. Per farlo ha dovuto compiere tuttavia il più grande dei sacrifici, il parricidio. Con una spettacolare operazione politica, dal corpaccione della Lega nordista farà sorgere la nuova Lega "nazionalista". 
Sotto i nostri occhi è avvenuto una specie di mistero eucaristico: la la carne e il sangue della vecchia Lega Nord diventati il vino e il pane della nuova Lega nazionale. Se prima era "Padania nazione" ora è "prima gli italiani" e "sovranità". Da un piccolo ethnos ad uno ben più grande.
Salvini si spingerà molto più avanti, facendo della Lega una forza politica "no euro" allo scopo di occupare, e ci riuscirà scalzando l'M5S, l'amplissimo spazio politico euroscettico e no-euro, quindi raccattando qua e là come gregari intellettuali e militanti dell'area sovranista.

Il minestrone sovranista era poi condito con quattro ingredienti pesanti: la linea dura (ai limiti della xenofobia) sull'immigrazione, un sicuritarismo spinto, ovvero l'idea dello stato forte; il richiamo anti-berogliano ai valori del cattolicesimo conservatore, quindi, sul piano economico, una fortissima impronta al contempo, anti-austeritaria e liberista. Non avrebbe infine sfondato Salvini — dopo il successo elettorale del marzo 2018 (17% dei voti) quello delle europee di quest'anno (32%) con tanto di sfondamento nelle tradizionale roccaforti "rosse" e nel Mezzogiorno — se, nel momento in cui prendeva in mano la Lega, la crisi sistemica (organica avrebbe detto Gramsci), non avesse toccato il suo apice, gettando molti settori popolari nella disperazione, senza l'impoverimento della piccola borghesia, senza la distruzione di decine di migliaia di piccole e anche medie aziende. Senza dunque la tragica parentesi del governo Monti.
Qui abbiamo la quinta legge che contraddistingue il fenomeno populista: esso può imporsi sull'onda di una di crisi sistemica, e quindi indicando un comune nemico del popolo (senza questo nemico nessuna operazione di accorpamento avrebbe successo), nel nostro caso un blocco di nemici, ma tutti facenti capo ad una élite plutocratica mondialista che trama per umiliare il popolo italiano, per fare del Paese una colonia meticcia.
Dove sta, vi chiederete, il populismo. Sta anzitutto nel leader medesimo, nella maestria con cui Salvini ha saputo raccogliere e mettere assieme le più diverse e contraddittorie pulsioni sociali e ideali: da quelle democratiche a quelle alla sicurezza sbirresca, da quelle liberiste a quelle stataliste, da quelle improntate alla venerazione dei prodigi della tecnoscienza alle strizzate d'occhi ai freevax. Operazione sincretistica che non sarebbe riuscita senza il suo carisma personale. Egli ha raccolto non solo il testimone di Bossi ma pure quello di Beppe Grillo, che fu, come detto, il primo a riportare in auge il populismo, riuscendo a miscelare il diavolo con l'Acqua santa. L'uscita dalla ribalta di Grillo — col passaggio di consegne ad un gruppo di mezze tacche moderate raccolto attorno a Di Maio —, è stata indispensabile allo sfondamento di Salvini, gli ha aperto le porte del suo successo.
Possiamo quindi indicare la sesta legge del fenomeno populista. Non basta che il capo sia carismatico, il suo carisma deve essere accompagnato dalle qualità che contraddistinguono l'uomo politico di razza: non solo spregiudicatezza e astuzia, ma la capacità di offrirsi al popolo che sta sotto come colui che non solo lo ascolta, ma ne ricompone le disjecta membra, che ne fa un corpo organico con sé medesimo come cervello e guida.


V'è infine una settima legge che contraddistingue il fenomeno populista. Per affermarsi esso ha bisogno non solo della crisi della sinistra, non solo che questa sia passata con l'élite liberale. Il fatto è che con questo passaggio è avvenuto un fatto simbolico determinante: la sinistra ha preferito lo spazio immaginario del privato (con tanto di fuga in una dimensione morale e spirituale new age) a spese dello spazio pubblico, la difesa dei diritti civili di esigue minoranze a spese di quelli sociali di larghe masse pauperizzate. Questo spostamento non ha solo concimato il populismo, ha alimentato quello di destra, e qui ci spieghiamo la bandiera della sicurezza e dello stato forte. Una risposta politica reazionaria ad un domanda sociale legittima, quella di porre fine al caos, sociale e morale, della globalizzazione liberista.

IL DESTINO DI SALVINI


Ogni populismo ha tuttavia no uno ma diversi punti deboli, e tutti, non sembri un paradosso, stanno proprio nei suoi punti di forza.

Il primo punto debole: più è ampia e assortita la sua collezione di istanze sociali, più diventa debole la sua capacità di tenuta nel tempo. La possibilità di tenere assieme istanze contraddittorie dipende sì dalla perspicacia del capo carismatico, ma dipende anzitutto dalle circostanze sociali e politiche, endogene ed esogene, per loro natura mutevoli. Non parliamo solo di circostanze oggettive, economiche e sociali, ma pure politiche. Nel caso di specie di Salvini molte sono le istanze oppositive, ma la principale, quella esplosiva è che sotto la recente corteccia nazionalista sopravvive forte la pulsione nordista a sganciarsi dal resto del Paese per candidare dunque il lombardo-veneto a fare parte del club dei ricchi della Unione europea (ammesso e non concesso che questa campi ancora)

Il secondo punto debole: Salvini è un maestro nello stabilire una connessione emotiva col suo popolo. Per essere amato dai suoi seguaci ha accettato di apparire come una vera e propria bestia nera delle élite oligarchiche e dei poteri forti. Egli si è fatto prendere talmente la mano da questo entusiasmo popolare che di fatto ha trasformato la Lega, da partito solido in un ectoplasma in cui, sentita una ristretta cerchia di colonnelli, decide tutto lui. Così facendo ha sostanzialmente liquidato le strutture territoriali di partito, affidandosi a ras locali e trasformando i militanti in replicanti, chiudendo così i canali di trasmissione dal basso vero l'alto. In questa condizioni di quasi autismo politico, il leader maximo rischia di perdere il contatto con tutto ciò di reale che non sia il mondo degli osanna e dei peana, rischiando quindi di commettere errori tattici e politici gravissimi.

Il terzo punto debole: la psicologia conta, e molto nella lotta politica. Più un capo populista accresce il proprio consenso più rischia di essere ottenebrato dalle vertigini del successo, di montarsi la testa, di cadere infine vittima del delirio di onnipotenza. E ciò che pensiamo spieghi quello che rischia essere il più grave errore politico della sua carriera: la decisione di far cadere ex abrupto ed in un momento sbagliato il governo Conte, di cui di fatto deteneva la golden share. Ove Salvini non ottenesse le elezioni, questo si rivelerebbe un errore per lui fatale che potrebbe segnare l'inizio del suo declino.


Post scriptum

Per dare un giudizio definitivo sulla natura del "salvinismo" aiuta considerare la sua politica estera. Il suo filo-putinismo non deve trarre in inganno. Su tutte le zone dello scacchiere mondiale Salvini si è posizionato sul lato della barricata opposto alla Russia — lontani sono i tempi in cui la Lega di Bossi, nel 1999, si schierò a favore della Serbia nella sua guerra di autodifesa contro la NATO. Il nostro non ha solo ostentato la sua ammirazione per Trump, ha inneggiato apertamente, e non solo perché vittima di una viscerale islamofobia, ad Israele ed alla sua élite sionista, lanciando strali contro l'Iran. Nella crisi venezuelana si è quindi schierato col tentativo di golpe di Guaidò, mentre ha tessuto le lodi del brasiliano Bolsonaro. Questo spesso in contrasto con le posizioni dell'alleato di governo a 5 Stelle. Per quanto concerne il "sovranismo", ovvero il giudizio sull'Unione europea, egli, stretto tra la frazione giorgettiana e nordista e quella cosiddetta "sovranista", Salvini ha cercato di salvare capra e cavoli, rimodulando la posizione no-euro con uno smodato  "altreuropeismo": "andiamo a Bruxelles per cambiare la Ue dall'interno". Nel Parlamento europeo ha dato vita ad un gruppo con diverse formazioni nazionaliste di destra (Identità e Democrazia) ma senza l'osannato Orban, un'accozzaglia destinata ad avere vita breve.





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martedì 23 gennaio 2018

BAGNAI CON LA LEGA: UN GIORNO TRISTE di Moreno Pasquinelli

[ 24 gennaio 2018 ]

Non condivido quanto scrive l'amico Sergio Cesaratto, che non solo si "complimenta" con Bagnai per la sua scelta di candidarsi con la Lega di Salvini ma gli si augura "un grande successo".

Non nascondo anzi la mia tristezza. E non ci consola per niente il fatto che noi, già nel 2013, avessimo previsto che Bagnai si sarebbe buttato con la destra. In cuor nostro speravamo non sarebbe mai accaduto.

E' triste dirlo ma era tutto già scritto, sin da quando il Nostro ci diede addosso dicendo che "l'uscita da sinistra dall'euro" era una fregnaccia; quando, per giustificare la sua pulsione a siglare il patto col diavolo, sosteneva che siccome l'euro è nazista ogni uscita sarebbe stata benefica, anche se nazional-liberista. 

Non c'è dubbio alcuno che l'essenza della Lega di Salvini sia liberista (sorvoliamo per carità di patria su razzismo, securitarismo fascistoide ecc. ed altre schifezze). Ma questo Bagnai lo sa benissimo, per questo è politicamente grave che si sia messo al servizio di Salvini per camuffare il liberismo reazionario con una spruzzata di keynesismo sinistrorso. Il keynesiano de' noantri, verrebbe da dire. E che pena che il Nostro abbia accettato di dare la notizia partecipando ad una una conferenza stampa voluta da Salvini per rispondere in tempo reale alla mossa di Berlusconi che da Bruxelles si accreditava come un europeista al cento per cento e garantiva a Lorsignori che Salvini medesimo... è un cane che abbia ma non morde.
Berlusconi eurista, Salvini euroscettico.... Un'Armata Brancaleone, quella delle destre, compatta solo su una "cosetta": la visione neoliberista, che Berlusconi declina in modo ordoliberista mentre Salvini in quello all'amatriciana.

Consapevole di aver accettato il ruolo di comparsa in una corte dei miracoli ecco come Bagnai la racconta a Radio radicale:
«Noi non apprezziamo molto il metodo del processo d'integrazione europea proprio perché in nuce è un metodo e un processo che tende a negare il valore delle differenze e a schiacciarle; tutti i paesi devono essere uguali, se non si è uguali non entri; beh, questa coalizione di centro-destra fra le cose che diciamo personalmente apprezzo ha anche il fatto di essere una coalizione plurale e il fatto che Berlusconi rivendichi un suo afflato europeista e dei contatti con le istituzioni europee ai massimi livelli come ho già detto in conferenza stampa dal mio punto di vista è un vantaggio, un asset come direbbe un economista (mi faccia parlare da economista) per la coalizione piuttosto che essere una passività una liability per un motivo molto semplice che è opportuno che nella coalizione ci siano interlocutori che siano in grado di rapportarsi con le istituzioni europee sotto qualsiasi scenario ci si dovesse presentare».
Davvero patetico. 

Ciò che come economista Bagnai si era guadagnato sul campo, egli ora lo ha gettato nel cesso con la sua farlocca scelta di campo. Ingenuità politica? narcisismo? ambizione? Forse un miscuglio dei fattori. Come andrà a finire? Male!

Ps

Che poi l'uscita dall'euro sia solo il "Piano B", essendo quello "A" il restarci, è cosa oramai nota. Vale la pena segnalare come Borghi Aquilini abbia spiegato questo aggiustamento non da poco
«L'aspetto della dissoluzione concordata [dell'eurozona, NdR] per noi è stato sempre fondamentale. Cos'è stato il cambiamento? E' stato l'arrivo di Macron in Francia invece di madame Le Pen. Se ci fosse stata madame Le Pen questa dissoluzione concordata sarebbe già avvenuta, adesso ci vuole un po' più di tempo».
Capite cos'è il "Piano B"? 
Non l'uscita unilaterale, sovrana e costituzionale, sempre esclusa, anche dal Bagnai (fu un punto della nostra polemica), ma lo smantellamento concordato dell'eurozona con tedeschi e francesi. Aspetta e spera.. 

venerdì 19 gennaio 2018

SALVINI, LA FLAT TAX E I MINIBOT di Marco Cavedon

[ 19 gennaio 2018 ]

Cos’è la flat tax che la Lega Nord propone come possibile incentivo per la ripresa economica ?

Si tratta di una proposta del consigliere economico di Matteo Salvini Armando Siri (clicca qui) che nel suo libro “Flat tax, la rivoluzione fiscale in Italia è possibile” spiega come funziona.

E’ una tassa non progressiva, che non rispetta l’articolo 53 della Costituzione ?

Non esattamente, perché è prevista una deduzione forfettaria legata al numero dei componenti del nucleo familiare ed inversamente collegata al reddito dichiarato.

Ecco come funziona. Si applica di base una tassa unica pari al 15% del reddito imponibile con una deduzione forfettaria di 3.000 Euro per ogni componente della famiglia, ma non in tutti i casi. Per i redditi fino a 35.000 euro è prevista la deduzione di 3.000 euro per ogni componente del nucleo familiare, compreso il contribuente; per i redditi da 35.001 a 50.000 euro la deduzione di 3.000 euro si applica per ogni familiare a carico; per i redditi superiori a 50.000 euro non è invece prevista nessuna deduzione. Questo porta a pagare imposte reali differenti sulla base del reddito imponibile e dei componenti del nucleo familiare. Si può avere il caso di imposte zero (famiglie di 4 persone e un reddito dichiarato di 12.000 euro l’anno) o di imposte al 15% (imponibile superiore a 50.000 euro).

Quali sono i punti di forza di questo meccanismo proposto ?

Lo stato incasserebbe circa 63 miliardi di meno rispetto l’attuale sistema di imposizione fiscale considerando anche la tassazione sulle società di capitali. Potenzialmente si tratta quindi di una manovra espansiva che lascia più soldi al settore non governativo, aumentando il suo attivo e pertanto il suo potere di spesa, l’ossigeno dell’economia reale.

Quali sono gli aspetti negativi di tale proposta ?

Gli aspetti problematici sono legati al contesto in cui questa manovra viene attuata, che allo stato attuale rimane alquanto fumoso.

La Lega Nord sta infatti cercando l’appoggio di Forza Italia per tentare di costruire una coalizione larga per vincere alle prossime elezioni del 4 marzo 2018. Il problema è che Forza Italia è un partito fortemente europeista e a difesa dell’eurozona, all’interno della cui cornice è impossibile attuare manovre espansive di spesa in deficit, sia in quanto le regole UE e del Fiscal Compact ce lo vietano esplicitamente, sia perché la nazione Italia comunque utilizza una moneta straniera che non può creare e controllare, senza pertanto la garanzia politica di una banca centrale sotto il suo controllo disposta a finanziare sempre il deficit di cui abbisogna.

Contradditorio rimane anche il punto circa il recupero dell’evasione fiscale. Siri afferma che una minore imposizione fiscale si tradurrebbe in un recupero di risorse dall’economia sommersa (il mantra paghiamo tutti meno tasse per evadere di meno) e che i maggiori consumi porterebbero ad un maggiore incasso dall’IVA. Pertanto prima si difende la necessità di lasciare più risorse al settore privato di famiglie ed aziende, per poi però sottolineare la necessità di recuperarle in un secondo tempo; anche se va detto che Siri ritiene di recuperare nel primo anno circa 37 miliardi di Euro, quindi meno rispetto all’ipotetico buco pari a 60 miliardi.

Resta poi da capire se questa manovra sarà o meno accompagnata da stimoli nell’atto della spesa pubblica e la retorica spesso ricorrente anche tra i partiti di opposizione circa la necessità di contenerla, eliminando sprechi e riducendo il debito pubblico anche del 40%, non lascia ben sperare.

Serve la piena consapevolezza che il debito pubblico in condizioni di sovranità monetaria non è mai un problema, anzi, rappresenta l’attivo del settore privato o non governativo. Non che manchino discorsi all’interno della Lega Nord a favore del debito pubblico (vedere questo intervento dell’economista Claudio Borghi), ma l’alleanza con Forza Italia e il conseguente smorzarsi dei toni rispetto l’intransigenza di pochi anni fa non fanno ben sperare.

E la proposta dei minibot, in cosa consiste ?


Ce lo spiega il loro ideatore, il responsabile economico della Lega Nord Claudio Borghi, in questa serie di messaggi twitter.

Si tratta di titoli di stato di piccolo taglio e senza interesse, di aspetto del tutto simile a banconote da 5 a 100 Euro, che lo stato italiano dovrebbe mettere in circolazione per pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione, a partire dai 70 miliardi verso le imprese, per poi proseguire con il pagamento di crediti di imposta e dei risarcimenti ai risparmiatori azzerati.

Nell’idea di Borghi in più questi minibot dovrebbero essere utilizzabili per ogni transazione, compreso il pagamento delle imposte.

Si tratta evidentemente di una strategia (alquanto confusionaria) per tentare di mettere d’accordo le posizioni della Lega circa il ritorno alla sovranità monetaria con quelle di Silvio Berlusconi, che propone l’introduzione di una doppia moneta ma non di uscire dall’euro.

La soluzione sopra descritta è problematica per vari motivi.

Innanzitutto si tratta pur sempre di titoli, cioè di strumenti finanziari che è possibile acquistare e scambiare, ma non accreditare direttamente in conti correnti come la moneta a corso legale. A fronte di un determinato ammontare di minibot in valore nominale, il settore privato dovrà pertanto essere in possesso di un pari ammontare di euro già in circolazione, per cui alla fine non si fa altro che scambiare riserve con titoli addirittura a zero interesse, quindi zero di guadagno al netto.

In quanto strumenti finanziari di debito c’è poi il problema delle regole fiscali dell’eurozona, quali il limite del deficit al 3% del PIL e il Fiscal Compact, in base al quale il deficit strutturale dovrebbe essere addirittura pari allo 0% del PIL (pareggio di bilancio), per poi proseguire con la riduzione del debito pubblico al 60% del PIL.

Chiaro che pensare quindi di emettere nuovi debiti di stato per un ammontare pari alle banconote in euro in circolazione (pari a circa 100 miliardi) sarebbe del tutto improponibile, a meno che, come tra l’altro ribadito più volte da Borghi e da Salvini, non si decida di fregarsene delle regole europee, ma a quel punto tanto vale tornare alla moneta sovrana e lasciare stare questo strumento farraginoso ed inutile.

Se nelle intenzioni di Borghi comunque questo può equivalere ad emettere una nuova banconota (denominata in euro ma che non è euro – confusione totale) per poter eseguire anche le transazioni e pagare le tasse, questo tuttavia non potrebbe essere accettato dalle istituzioni europee. In base al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea infatti, all’Articolo 128 si specifica che 
“La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione”.
Poi a quel punto si potrebbe dire “eh ma allora se non accettano usciamo”…appunto, il problema sono però gli alleati con i quali si è accettato di scendere a compromessi per andare al governo.

venerdì 24 novembre 2017

BORGHI AQUILINI E IL TIC ANTICOMUNISTA di Sandokan

[ 24 novembre 2017 ]

Ieri abbiamo immediatamente segnalato (DI MAIO A MACRON: "TRANQUILLI, NON SIAMO UNA MINACCIA") la patetica più che vergognosa lettera che Di Maio ha inviato al presidente francese Macron. 
Manifestazione lampante di servilismo per cui, in un Paese a sovranità limitata come il nostro, chiunque si candidi al governo, è tenuto a fare il giro delle sette chiese per tranquillizzare i poteri forti. Ci manca solo che Di Maio, dopo essere stato negli Stati Uniti, si rechi in pellegrinaggio in Israele (ve lo ricordate Gianfranco Fini?)

Sulla stessa vicenda Di Maio-Macron ha lanciato ieri i suoi strali Claudio Borghi Aquilini usando Twitter. La qual cosa, per inciso, va a suo merito.

Quel che vogliamo far notare è la maniera con cui lo ha fatto.

Ha ripreso (vedi più sotto) la grafica del sito di Beppe Grillo dove veniva riportata la lettera di Di Maio facendoci una piccola aggiunta grafica: ha messo la bandiera europea con al centro la falce ed il martello.
Normalmente, anche a causa della supremazia tedesca dentro questo Unione europea, dalla tragedia greca in poi, in tante piazze si sono viste le bandiere della Ue con la svastica al centro, a ricordo di quanto sia accaduto ai popoli europei sotto il giogo dell'imperialismo tedesco.


Che Borghi Aquilini abbia invece utilizzato lo stemma della falce con il martello la dice lunga, oltre alla sua ignoranza storica —dovrebbe sapere il Borghi, che in seno al Comecon, l'URSS lungi dal depredare gli altri paesi, per tenere in piedi la baracca, risultava il depredato, quindi nessun paragone con la Ue è possibile— sul suo animo sordidamente anticomunista.

La cosa non ci sorprende, dovrebbe far riflettere però tanti amici che di Borghi Aquilini continuano a nutrire immeritata stima in quanto considerato paladino della lotta contro l'euro.
Il Borghi critica poi i Cinque Stelle perché hanno abbandonato del tutto la battaglia contro la moneta unica. 

Da che pulpito! 

Il suo Salvini e la sua Lega Nord, da mesi, da dopo la sconfitta della Le Pen, non dicono più una parola sulla necessità del ritorno alla sovranità monetaria. E non a caso sono alleati di Berlusconi, che da mesi si vanta di essere, in quanto facente parte dello stesso partito della Merkel (il Partito popolare europeo), "orgogliosamente europeista".

Lo stesso Borghi si è ben presto sdraiato sulla nuova linea salviniana, dicendo — ascoltate attentamente quel che disse in un incontro svoltosi a Roma il 18 ottobre scorso— che "non bisogna fissarsi sull'uscita dall'euro", che una volta al governo "si farà quel che si può", che non l'uscita dall'euro ci vuole, bensì "l'emissione di mini bot da parte del tesoro".

Borghi che critica Di Maio, ovvero il bue che dice cornuto all'asino....

giovedì 2 novembre 2017

SOROS E LA LEGA NORD di il pedante

[ 2 novembre 2017 ]

Se il voto elettronico è una minaccia per la democrazia: il clamoroso caso del referendum lombardo gestito da una multinazionale amica di Soros.
Qui sotto un interessante articolo de il Pedante.


Confesso di essermi documentato poco sui referendum autonomisti del Lombardo-Veneto. Perché, lo confesso, non mi interessavano. Confesso anzi che fino a ieri li reputavo irrilevanti, nel bene e nel male, salvo chiedermi come avrebbe reagito l'elettorato cispadano e quanto l'iniziativa avrebbe danneggiato - e quanto giustificatamente - la credibilità delle aspirazioni nazionali dei suoi promotori.

Fino a ieri, appunto. Poi ho ascoltato il commento di Roberto Maroni alla giornata elettorale e mi si è accesa una lampadina, anzi una sirena antiaerea:
«... è un sistema perfetto. Quindi è il futuro. Abbiamo sperimentato il futuro per l'Italia, per il sistema di voto che potrà essere utilizzato in qualunque elezione e io chiederò, ho già annunciato e preannunciato al ministro Minniti, che già le prossime elezioni in regione Lombardia possano utilizzare questa procedura. Abbiamo garantito oggi che funziona in tanti seggi diversi e in tante modalità operative diverse e abbiamo dimostrato che è sicuro». 
E ancora:
«Abbiamo sperimentato un sistema di voto elettronico che potrà essere il futuro del sistema di voto in Italia. Ho sentito questa sera poco fa il ministro Minniti per dirgli di questo risultato a urne... no, a voting machine chiuse, preparerò per lui una relazione dettagliata che gli invierò nei prossimi giorni e gli chiederò che il nostro sistema sia utilizzato in futuro, magari già alle prossime elezioni politiche».
Il governatore parlava ovviamente del sistema di voto elettronico utilizzato nella consultazione lombarda. Confesso che anche di questo, come di tutto il resto, mi ero disinteressato. E ne ho colpa. Perché erano anni che aspettavo e temevo di ascoltare queste parole, immensamente più rilevanti e più gravi del piccolo episodio referendario che ne ha fornito l'occasione.

Per i suoi effetti sulle libertà fondamentali, l'imposizione del voto elettronico fa il paio con quella della moneta elettronica di cui abbiamo già parlato in questo blog. In entrambi i casi si tratta della centralizzazione di un potere diffuso - economico attraverso la moneta, politico attraverso il voto - che non a caso include i due poteri su cui si fonda la libertà civile dei singoli: di disporre dei propri patrimoni e di partecipare alle decisioni collettive opponendo la propria autonomia all'arbitrio di chi governa. La diffusione di questi poteri, cioè la misura in cui i cittadini possono rivendicarne liberamente l'esercizio e la titolarità, coincide con la sostanza stessa della democrazia. Vi sembra che si stia esagerando? Vediamo.

Nel recente caso lombardo l'opzione del voto elettronico è stata proposta con una modifica alla Legge 34 dai soliti cinquestelle, quelli che già votano tra di loro su un portale online privato, a codice chiuso e senza obbligo di rendicontazione, e approvata con il voto dei consiglieri di centrodestra. Secondo il capogruppo PD Enrico Brambilla si sarebbe trattato «con tutta evidenza» di una «merce di scambio tra i grillini e la maggioranza» per appoggiare il referendum dei colleghi leghisti. Data la sproporzione delle poste in gioco, è difficile per chi scrive non sospettare che l'obiettivo di alcuni possa essere stato quello - cioè esclusivamente quello - di sdoganare il nuovo sistema di voto, quale ne fosse il pretesto.

L'appalto lombardo per la fornitura e gestione dell'infrastruttura di voto era affidato alla multinazionale Smartmatic. Come funzionano i software di acquisizione, registrazione e trasmissione dei dati della Smartmatic? Attraverso quali algoritmi elaborano le preferenze dei votanti? Non si sa né si può sapere, perché il codice è chiuso e protetto da segreto industriale.

Come possono i presidenti di seggio verificare che i risultati del report finale corrispondano ai voti espressi? Non possono, per lo stesso motivo. Esiste la possibilità di convalida a valle da parte di un pubblico ufficiale? No. Tutto ciò che accade all'interno delle macchine Smartmatic dipende solo da Smartmatic ed è verificabile solo da Smartmatic. Sicché il risultato elettorale è nelle mani di Smartmatic. Il governo popolare di milioni di elettori passa così nella camera blindata di un unico soggetto privato prima di essere riconsegnato al popolo. Se ciò non avvera necessariamente un sogno di onnipotenza e di controllo globale, ne soddisfa senz'altro tutte le condizioni. Non ci resta quindi che fidarci e chiederci, perlomeno, di chi ci stiamo fidando.

Partendo dalla segnalazione di un lettore apprendo che l'attuale presidente di Smartmatic, Mark Malloch Brown, figura oggi nel board della fondazione Open Society di George Soros avendo ricoperto in passato i ruoli di vice direttore dell'Open Society Institute e del fondo Quantum dello stesso Soros, nonché di vice presidente del Soros Fund Management e, nei primi anni '90, di consigliere nel Soros Advisory Committee in Bosnia durante gli anni in servizio presso la ONG Refugees International. Nel 1995 fonda la ONG International Crisis Group grazie alle ingenti donazioni dell'Open Society Institute e dello stesso Soros.

Nella sua lunga carriera istituzionale Malloch Brown ha lavorato per l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), la Banca Mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), di cui era amministratore quando, nel 2004, il neopresidente georgiano Mikheil Saakašvilivi attinse un fondo cofinanziato da UNDP e da Open Society Institute per «sostenere le riforme» del governo scaturito dalla rivoluzione delle Rose in cui lo stesso Soros avrebbe investito non meno di 40 milioni di dollari. Per avvicinarsi alla sede di lavoro, un anno prima Brown si era trasferito con la famiglia in una villa di proprietà di George Soros a Katonah, nella contea di Westchester, diventando così anche vicino di casa del miliardario ungherese. All'apice del suo percorso politico, nel 2006 ha servito come segretario generale aggiunto alle Nazioni Unite sotto il mandato di Kofi Annan e, dal 2007 al 2009, come ministro degli Esteri nel governo inglese di Gordon Brown.

Giornalista di formazione, ha scritto per l'Economist e attraverso lo studio Sawyer-Miller di cui è socio è stato consulente di immagine nella campagna elettorale di Gonzalo Sánchez de Lozadain Bolivia, Mario Vargas Llosa in Perù e Corazón Aquino nelle Filippine. Nel 2012 dà alle stampe un libro che si racconta già nel titolo, The Unfinished Global Revolution: The Limits of Nations and The Pursuit of a New Politics, nella cui quarta di copertina leggiamo che i governi nazionali non sono più attrezzati per affrontare problemi complessi come il cambiamento climatico e la povertà. Sempre più spesso, sopperiscono le ONG, la società civile e il settore privato.

Nel 2014 si scopre anche capitano d'industria. Conosce Antonio Mugica, giovane ingegnere venezuelano convinto che la e-democracy e «il voto online esploderanno nei prossimi anni» e fondatore negli anni '90 della Smartmatic, azienda di servizi informatici alle pubbliche amministrazioni dagli assetti proprietari e finanziari quantomeno opachi, stando a quanto ricostruito in un cablogramma del 2004 pubblicato da Wikileaks. Brown ne diventa presidente.

Di fronte a tanto curriculum, è davvero singolare l'entusiasmo con cui un governatore del partito più sovranista d'Italia affida le sorti elettorali della sua regione, e chiede di affidare quelle della Nazione tutta, ai sistemi informatici dell'uomo forse più globalista del globo. E il Matteo Salvini che definisce l'infrastruttura di voto fornita dal vice e dirimpettaio di George Soros una «opportunità» che il Ministero dell'Interno dovrebbe offrire «anche per le elezioni della prossima primavera», è lo stesso Matteo Salvini che metterebbe «fuorilegge tutte le istituzioni finanziate anche con un solo euro da gente come Soros»?

Intendiamoci, Smartmatic non è finanziata da George Soros. E Malloch Brown vi si è insediato solo tre anni fa. Ma se si ignorano le liasons politiche più recenti dell'azienda, prima di entusiasmarsi se ne dovrebbero almeno considerare i precedenti, ad esempio che è poco gradita negli Stati Uniti già dal 2006 quando, dopo avere quasi mandato all'aria le elezioni amministrative di Chicago, è finita sotto i riflettori del Committee on Foreign Investment per i suoi legami poco chiari con il governo venezuelano e la difficoltà di stabilirne le quote di proprietà, disperse in una «elaborata rete di aziende offshore e trust stranieri». Nelle ultime presidenziali è bastata la notizia - falsa - che la società dell'ing. Mugica avrebbe fornito i suoi sistemi ad alcuni Stati per gettare nel panico l'opinione pubblica americana. Più recentemente è stata messa sotto inchiesta nelle Filippine per essere intervenuta senza autorizzazione sui voti già acquisiti. Ma è di questa estate il caso forse più grave di tutti, proprio sotto la presidenza di Brown e proprio in Venezuela, quando Mugica ritirò i suoi tecnici dal paese per poi annunciare alla stampa che i dati sull'affluenza alle elezioni della nuova assemblea costituente venezuelana di cui era appaltatore sarebbero stati manipolati. Con quella mossa, inspiegabile secondo logiche commerciali, tirava la volata ai nemici politici di Nicolás Maduro (qui Repubblica) che poterono così disconoscere i risultati della consultazione adducendo l'«autorità» dei tecnici.

***********

Checché si pensi della società Smartmatic e dei suoi vertici, è francamente inaudito che i processi elettorali di uno Stato sovrano siano affidati a un soggetto privato, straniero e per di più dall'azionariato poco o punto identificabile. Se le democrazie si governano attraverso le elezioni, la privatizzazione delle urne è una privatizzazione del governo. Come minimo, i software utilizzati dovrebbero essere di proprietà pubblica e a codice aperto, e i tecnici che li installano e ne verificano il buon funzionamento ufficiali pubblici o forze di polizia. Ma, anche così, la maggiore sicurezza del voto elettronico sarebbe garantita?
No, assolutamente no.

Perché il problema è di natura fisica, non tecnologica. I dati acquisiti da un dispositivo elettronico non sono visibili e la loro manipolazione non lascia traccia. Non c'è modo di sottoporre al vaglio empirico di un essere umano la corrispondenza tra l'input (il dito che tocca lo schermo di un tablet, o che preme un tasto) e l'output (il risultato restituito dalla macchina). A prescindere dalla tecnologia e dalla baroccaggine delle procedure di sicurezza adottate. L'unico sistema sicuro - cioè sicuro almeno tanto quanto i metodi tradizionali - sarebbe quello di stampare una ricevuta che i votanti verificano e depositano anonimamente in un'urna per il conteggio in contraddittorio degli scrutatori e il riconteggio in caso di contestazioni. Ma allora si ritornerebbe al vecchio sistema, sostituendosi semplicemente la stampante alla matita con qualche milionata di costi in più.

Il fatto è che nelle elezioni si è sempre brogliato, con qualsiasi sistema. Non potendosi garantire la fedeltà assoluta, l'obiettivo deve essere quello di rendere i brogli più difficili e dispendiosi. È qui che il voto elettronico fallisce miseramente e si trasforma in una minaccia per la democrazia.Perché da un lato accentra il controllo sui voti nelle mani dei pochi o dei singoli che programmano i dispositivi - laddove la carta richiederebbe la connivenza di squadre di scrutatori e osservatori - dall'altro offre l'opportunità di una manipolazione istantanea, automatica e senza traccia a chiunque si trovi nella stanza di controllo: un appaltatore venduto, un funzionario infedele, lo stesso governo in carica o una sinergia dei tre. Installando un software truccato su tutte le macchine di voto si otterrebbe senza costi l'equivalente di corrompere decine di migliaia di sezioni elettorali (per non dilungarci oltre sulla vulnerabilità sostanziale del voto elettronico rimandiamo i più tecnici a questo eccellente paper dell'Institute for Critical Infrastructure Technology).

In linea di principio non stupirebbe dunque se un così enorme potenziale di controllo attirasse l'attenzione di chi si è già dedicato con altri mezzi a condizionare le vicende elettorali degli Stati. Stupisce invece, e anzi rattrista, che lo strumento sia acclamato da chi può subirne gli abusi: gli elettori, i politici, i governi stessi.

Da un lato, l'ossessione della digitalizzazione riflette il desiderio di conformarsi a una narrazione politica che indica nel dovere di «innovarsi» tecnologicamente la filiale di un «progresso» rispetto al quale siamo sempre in ritardo, coltivando nelle masse un senso di difetto eterno e perciò una smania di abbracciare tutto ciò che si presenta loro nell'incarto lessicale della novità (le «riforme»). Il progresso dei progressisti è acefalo, non dichiara i traguardi a cui tende, ma in compenso è «inevitabile». Chi in questi giorni si chiede come sia possibile che si voti ancora come un secolo fa, dovrebbe anche chiedersi perché mangiamo ancora per vivere come centomila anni fa, o perché utilizziamo ancora muri e portoni, e non un più agile firewall, per proteggerci dalle incursioni dei ladri.

Ci sono cose che devono rimanere materiali perché... l'essere umano è materiale. Se fossimo un software potremmo infilarci nei tablet e rincorrere i pacchetti di dati per identificarli. Ma non lo siamo. Esistiamo in una dimensione fisica diversa dove si percepiscono la carta e i segni, non le cascate di impulsi a 5 volt. Sicché nella ubriacatura della dematerializzazione non si intravede solo il veicolo politico di un accentramento dei poteri, ma forse più a monte, e più gravemente, una patologia sociale. Vi si legge una hýbris di reazione, il sogno onnipotente di un'umanità schiacciata da uno sviluppo non più umano che si illude di disumanizzarsi per tenere il passo, che immagina di superare i suoi limiti diventando liquida e veloce per comprendere ciò che non riesce a comprendere e accettare ciò che non può accettare.

Perché in effetti la realtà fisica è l'ultimo ostacolo che si frappone tra il mondo promesso dalle teorie economiche e sociali in voga e la sua realizzazione. Sicché occorre negarla muovendo guerra ai suoi fenomeni: la geografia con le favole «no border», le distanze e gli oceani con la «globalizzazione», le culture locali con l'omologazione dei consumi e delle unioni politiche, le etnie con l'eugenetica del «meticciato», la biologia con le teorie «gender», i rapporti interpersonali con i social network, il bisogno di sicurezza e di identità con l'etica della precarietà e della migrazione perenne, la memoria di sé con il «cloud», gli averi personali con il «cashless», la storia con l'iconoclastia ecc. Muovendo insomma guerra a tutto ciò che, tracciando un limite, traccia il perimetro della nostra umanità, e quindi all'umanità stessa.

Oggi tocca - e non è certo poco - alla democrazia, ma la posta in gioco potrebbe essere ancora più alta.


da il Pedante

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