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giovedì 31 gennaio 2019

IL SOCIALISMO È MORTO, VIVA IL SOCIALISMO di Carlo Formenti

[ 31 gennaio 2019 ]

Pubblichiamo la prefazione del nuovo libro di Carlo Formenti [nella foto].

Come lui stesso afferma, “se “La variante populista” aveva suscitato un vivace dibattito, questo non mancherà di provocarne uno ancora più feroce. Per rendervene conto vi basterà dare un’occhiata alla Prefazione”.




* * *

Secondo gli storici, la formula rituale “il re è morto, viva il re” sarebbe stata recitata per la prima volta nelle corti francesi del tardo medioevo, per poi diffondersi in altre nazioni europee. Questa ricostruzione storica mi interessa relativamente; più importante – considerato il titolo che ho scelto di dare a questo libro – mi sembra invece ragionare sul senso e sulla funzione dell’atto linguistico in questione. Il significato più banale è rintracciabile nella versione popolare che ne è stata coniata con il detto “morto un papa se ne fa un altro”: questa volgarizzazione ha il merito di mettere l’accento sulla continuità di un’istituzione (la Chiesa) che sopravvive nel tempo, trascendendo i singoli individui (i papi) chiamati di volta in volta a incarnarne l’esistenza e l’unità (senza dimenticare la valenza ironica del proverbio: cambiano gli interpreti, ma non cambia lo spartito di un potere che opprime chi sta sotto). Il tema della continuità è ancora più pregnante nella versione originale: dal momento che la vita stessa dell’istituzione monarchica è indissolubilmente associata al corpo del re, occorre che non si dia cesura temporale fra dipartita del sovrano e ascesa al trono del successore. Di qui, da un lato, l’ossessione per le politiche familiari intese a garantire la nascita di uno o più eredi al trono, dall’altro lato – considerato il rischio di intrighi, conflitti dinastici, ecc. da cui possono derivare vuoti di potere e guerre di successione -, il tono imperativo che affiora dietro le parole: “il re è morto, viva il re” è una frase performativa che intende non solo asserire, ma creare una situazione di fatto: la successione è avvenuta, l’unità dello stato è garantita.

Dal momento che non è mai facile sbarazzarsi del peso della tradizione, voglio sgombrare il campo da possibili equivoci. In primo luogo, scegliendo di titolare questo lavoro “Il socialismo è morto, viva il socialismo” non avevo in testa alcun intento ironico (non riusciremo mai a liberarci di questo mito, o simili); ma soprattutto non avevo alcuna intenzione di rivendicare una continuità: questo perché è mia convinzione che il socialismo sia realmente morto nelle forme storiche che ha conosciuto dalle origini ottocentesche all’esaurirsi delle spinte egualitarie novecentesche, prolungatesi per pochi decenni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Non si è trattato di un evento (la caduta del Muro e il crollo dell’Urss hanno svolto la funzione di mera registrazione notarile del decesso), bensì di un’agonia durata dagli anni Settanta alla grande crisi che ha inaugurato il nuovo millennio. Oggi l’agonia è terminata ed è iniziata l’attraversata del deserto.

Secondo un parere diffuso, stiamo vivendo un’epoca in cui “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, per dirla con Gramsci. Personalmente, sono convinto che debba essere abbandonato l’atteggiamento di attesa passiva che quel “non può” rischia di giustificare. Il non può di Gramsci è associato alla concretezza d’un momento storico: il grande leader comunista scriveva da un carcere fascista dopo la sconfitta della rivoluzione; anche noi veniamo da una dura sconfitta, ma non siamo in carcere e viviamo in un momento di crisi sistemica radicale, da cui il nemico di classe non riesce a venir fuori. Il non può delle sinistre convertite al liberismo è di due tipi: 1) c’è il non può dei social liberali mainstream, che fa il verso al TINA (There Is No Alternative) della Thatcher, riconoscendo nel sistema neoliberale una realtà intrascendibile cui non si può fare altro che adattarsi; 2) e c’è il non può liberal progressista delle sinistre ”radicali” che si illudono di cambiare il mondo “partendo da sé”, attraverso pratiche di emancipazione individuale e di gruppo. Io penso invece che non sia possibile attraversare il deserto senza scegliere una direzione, e la direzione si trova abbandonando il non può per il deve. Se la crisi del vecchio perdura, il nuovo deve essere fatto nascere, e il nuovo è il socialismo: non quello d’antan, ormai morto e sepolto, bensì un socialismo del secolo XXI, da costruire a partire dalle concrete condizioni storiche: dalle trasformazioni subite dal modo di produrre, dall’autofagia del capitalismo globalizzato che divora se stesso, dalla ri-nazionalizzazione della politica, dal ritorno dello stato, dalle trasformazioni della composizione sociale e dalle nuove forme della lotta di classe. Viva il socialismo vuol dire questo: l’araba fenice deve risorgere dalle ceneri perché l’alternativa socialismo o barbarie non è mai stata tanto attuale come oggi.

La Prima e la Seconda Parte di questo lavoro – intitolate “Sinistre e capitale. Le relazioni pericolose” e “Popolo, nazione, stato e socialismo” – svolgono, nell’ordine, i due temi contenuti nel titolo generale: la morte del socialismo la prima, la necessità di farlo rinascere la seconda. La struttura del libro è simmetrica: i capitoli iniziali di entrambe le parti ospitano una serie di Tesi, rispettivamente 12 e 22 (ecco perché non c’è un capitolo conclusivo: le Tesi sono di fatto conclusioni anticipate). Ho scelto questa formula perché obbliga a esprimere il proprio pensiero in forma apodittica e semplificata, credo infatti che oggi occorra presentare le proprie idee e i propri giudizi in forma chiara, netta e inequivocabile, senza nascondersi dietro quei giri di parole, metafore, allusioni e svolazzi accademici tanto amati dalla maggior parte degli intellettuali di sinistra. I secondi capitoli di entrambe le parti (“Varianti sul tema” I e II) contengono una serie di “faccia a faccia” con il pensiero di autori che hanno esercitato una forte influenza sulle mie attuali posizioni teoriche (Antonio Gramsci, Ernesto Laclau, Samir Amin, David Harvey, Nancy Fraser, Mario Tronti per citarne solo alcuni), digressioni su argomenti che ritengo di importanza cruciale per comprendere la realtà contemporanea (movimenti populisti, ritorno dello stato, postdemocrazia, Unione Europea, scenari geopolitici, femminismo, questione nazionale, ecc.), nonché una serie di “recensioni polemiche” dedicate a lavori che mi hanno irritato.

Partendo dalla premessa che, con la sconfitta subita da parte della controrivoluzione liberal liberista iniziata alla fine degli anni Settanta, il movimento operaio non ha perso solo una battaglia, bensì la guerra, le dodici Tesi della Prima Parte descrivono il modo in cui le sinistre hanno svolto il ruolo di becchini dello sconfitto. Da un lato, le socialdemocrazie hanno adottato l’ideologia neoliberale, abbandonando la rappresentanza delle classi subalterne per assumere quella della nuova borghesia transnazionale e dei ceti medi emergenti; dall’altro, i “nuovi movimenti” (femministe, ecologisti, post operaisti e tutto il variegato circo di figli e nipotini del 68), deposte le velleità antagoniste nei confronti del sistema capitalista, si sono concentrati sulle rivendicazioni dei diritti individuali e delle minoranze sessuali, etniche o di altro genere. Nel successivo capitolo si descrivono i diversi rituali con cui si è celebrato il funerale del socialismo: dal matrimonio fra spirito antigerarchico del 68 e nuove culture capitalistiche di impresa, al rifiuto dello stato in quanto tale, rappresentato come fonte e incarnazione di ogni male; dall’alleanza “liberal progressista” fra femminismo emancipazionista e capitalismo “innovativo”(media, showbiz, New Economy, ecc.) all’uso del politically correct come arma di dissuasione contro la resistenza popolare nei confronti del pensiero unico. Il tutto condito dai paradigmi sfornati dalla cultura accademica made in Usa, veri strumenti egemonici del soft power americano: gender e cultural studies, postmoderno, postcoloniale, svolta linguistica delle scienze sociali, ecc. Senza dimenticare un paradosso: questa ondata di nuovismo, questa esaltazione ultramodernista e ultraprogressista, cerca di accreditarsi come erede delle sinistre storiche usando come foglia di fico le sole idee marxiste che meriterebbero realmente di scendere nella tomba: l’infatuazione per il presunto ruolo emancipatorio del capitalismo, l’esaltazione del progresso tecnologico (lo sviluppo delle forze produttive crea le condizioni per il superamento del capitalismo), l’incessante ricerca di un Soggetto privilegiato portatore d’una genuina coscienza rivoluzionaria. In poche parole: mentre si lascia marcire il cadavere del socialismo, si venerano le sue inutili reliquie.

Fin qui, chi ha letto i miei due libri precedenti (Utopie letali e La variante populista) troverà approfondimenti più che vere novità. Queste arrivano con le 22 Tesi e il successivo capitolo della Seconda Parte. In questa sezione (che non mancherà di alimentare le consuete accuse di populismo, sovranismo, rossobrunismo, fino all’iperbolico epiteto nazional socialista, tanto sballato da suscitare ilarità), sono infatti presentati i punti di vista più indigesti per gli appena evocati becchini/custodi di reliquie. Viene rilanciata, e arricchita di nuove argomentazioni, la tesi secondo cui il populismo è la forma che la lotta di classe tende ad assumere in una fase storica in cui le tradizionali identità sociali hanno perso consistenza e autoconsapevolezza. Ciò non significa affermare che il “popolo” (entità in sé generica e astratta) diviene il soggetto della rivoluzione, bensì che un movimento politico capace di aggregare un blocco sociale che accorpi diverse rivendicazioni (anche se parzialmente in competizione reciproca) che risultino incompatibili con il sistema capitalista nelle sue forme attuali, può “costruire” un popolo, può costruire cioè un’ampia alleanza di soggetti sociali che gli consenta di conquistare il governo e lanciare un programma di riforme radicali. Riforme perché, nelle attuali condizioni, è impensabile immaginare una transizione diretta al socialismo. Il processo dovrà assumere inizialmente il carattere di una rivoluzione nazional popolare e democratica, di una rivoluzione “cittadina” – neo giacobina – che ricostruisca sia le condizioni di una reale partecipazione popolare e democratica al processo decisionale, sia la possibilità di una ridistribuzione egualitaria del reddito. L’eventuale passaggio a una successiva fase socialista sarà il risultato contingente dei rapporti di forza fra gli strati di classe che compongono il blocco sociale e della lotta egemonica fra le forze politiche che li rappresentano. Lo strumento della trasformazione, e il campo di battaglia su cui si giocherà l’egemonia, non può che essere lo stato-nazione. La fine della grande narrazione globalista è sotto gli occhi di tutti: la politica si ri-nazionalizza e la lotta per il controllo dei mercati riassume l’aspetto dello scontro fra blocchi imperialistici mentre, al tempo stesso, la resistenza e la rivolta dei popoli stremati da decenni di politiche neoliberiste rende sempre più difficile alle élite dominanti gestire i loro business as usual. Per riuscirci devono de nazionalizzare, de politicizzare e de democratizzare la politica come si sono impegnati a fare costruendo quell’infernale strumento di guerra di classe dall’alto che è l’Unione Europea. Il libro insiste sui motivi per cui distruggere questa Europa dovrebbe essere l’obiettivo strategico di qualsiasi forza politica anticapitalista (non prima di aver ricostruito la storia del dibattito sulla questione nazionale interno al movimento operaio otto-novecentesco – tanto per infrescare al memoria ai cretini che si proclamano internazionalisti mentre ripetono a pappagallo le litanie del cosmopolitismo borghese ed esaltano un’Europa che incarna le idee dell’ultra liberale e ultrareazionario von Hayek).
Ampio spazio viene dedicato al pensiero di Ernesto Laclau e Antonio Gramsci, due autori che aiutano a capire come popolo, nazione e stato non siano i prodotti “naturali” di presunte leggi storiche, ma le tappe di un processo di costruzione politica che può generare esiti diversi a seconda di chi esercita l’egemonia sul processo. Sta a noi concepire il popolo-nazione come un soggetto in marcia verso la democrazia, e lo stato come il prodotto del farsi stato delle classi subalterne. Questi ultimi due punti sono dirimenti ai fini della definizione di cosa possa e debba essere un socialismo del secolo XXI. Liquidare definitivamente i conti con il becero antistatalismo di sinistre radicali e nuovi movimenti non implica ignorare il rischio di degenerazione autoritaria associato a ogni formazione statale. La sfida non va affrontata rilanciando l’utopia di un comunismo consiliare di cui l’esperienza storica ha più volte sancito il fallimento, il tentativo di realizzare una fusione fra stato e società civile si è rivelato disastroso sia quando la fusione si è realizzata dall’alto (come nel socialismo reale), sia quando si è sporadicamente tentato di fare il contrario. Ciò che occorre è piuttosto una rigorosa separazione fra il primo e la seconda: alla società civile va garantito il diritto (da costituzionalizzare) di costruire i propri organismi autonomi di rappresentanza, che devono avere la facoltà di opporsi a decisioni statali che ritengono in conflitto con i bisogni e gli interessi popolari. L’altro mito da consegnare all’eterno riposo è quello secondo cui nella società socialista non dovrebbero più esistere conflitti economici, sociali, politici, etnici, culturali, di genere, ecc. Questa visione irenica è il sintomo evidente dei residui millenaristici, del profetismo religioso che ispirava il movimento operaio delle origini. I conflitti interumani non spariranno mai (ed è per questo che il mito dell’estinzione dello stato è un’idiozia): il punto è se sapremo fare in modo che essi non assumano più la forma distruttiva che hanno avuto finora. Un’ultima annotazione: nel libro sottolineo in più occasioni come i programmi politici di quelli che definisco populismi di sinistra (da Sanders a Corbyn, da Podemos a Mélenchon) sarebbero stati definiti riformisti e neosocialdemocratici fino a non troppi anni fa (ridistribuzioni egualitarie del reddito, reintegrazione del welfare, ri pubblicizzazione di trasporti, sanità, educazione, nazionalizzazione di settori strategici e delle banche, ristabilimento del controllo politico sulla banca centrale, programmazione industriale, ecc.). Vero, ma, nelle attuali condizioni create da decenni di ristrutturazione neoliberale, questi obiettivi “moderati” assumono un’obiettiva valenza “sovversiva”, e comunque sono passi indispensabili per creare le condizioni per un avanzamento verso obiettivi più ambiziosi allo stato non definibili.

Concludo con alcune brevi considerazioni sull’Interludio e sull’Appendice. Non si tratta di corpi estranei appiccicati al testo principale per “fare volume”, bensì di parti organiche di questo lavoro. L’Interludio è dedicato al pensiero di David Harvey e Nancy Fraser e alla loro analisi sulla natura della crisi capitalistica in corso. Harvey e la Fraser hanno il merito straordinario di smontare il paradigma economicista che prevale nel marxismo, sia in quello classico/ortodosso sia nelle sue attuali forme degenerate. Entrambi rifiutano infatti la tesi secondo cui le crisi sarebbero l’esito esclusivo di contraddizioni “immanenti” al modo di produzione, e spostano l’attenzione sulle contraddizioni antagonistiche che si generano ai confini fra il sistema capitalista e il suo “fuori”. Harvey lo fa soprattutto attraverso la categoria di accumulazione per espropriazione, che gli consente di mettere in luce come il capitalismo non possa sopravvivere e riprodursi senza saccheggiare idee, risorse, relazioni sociali, culture, forme di vita esterne alle relazioni formali di mercato; la Fraser lo fa analizzando il complesso rapporto fra produzione e riproduzione sociale, mostrando come l’attuale fase di accumulazione si fondi paradossalmente sulla distruzione delle condizioni che consentono alla forza lavoro di riprodursi autonomamente, per cui il capitalismo sega letteralmente il ramo sul quale è seduto. La loro lezione è fondamentale per comprendere come il conflitto sociale tenda oggi ad assumere la forma capitale contro tutti, più che la forma capitale contro lavoro. Quanto all’Appendice si tratta della versione aggiornata di una sorta di cronaca in tempo reale delle esperienze più interessanti di lotta contro l’egemonia neoliberista che ripropongo in tutti i miei lavori recenti (in questa versione mi occupo, fra le altre esperienze, delle rivoluzioni bolivariane in America Latina, dei casi Sanders e Corbyn negli Stati Uniti e in Inghilterra, di Podemos in Spagna, di Mélenchon in Francia e dell’M5S in Italia).

* Fonte: RINASCITA!

lunedì 27 novembre 2017

RIFLESSIONI SULL'ECONOMIA SOCIALISTA di Sergio Cesaratto

[ 27 novembre 2017 ]

Volentieri pubblichiamo questo breve saggio, tratto da Economia e Politica Blog di Cesaratto sui problemi del socialismo. Un modo serio di celebrare il centesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre.


Altruismo, incentivi e informazione: due o tre cose che so sull’esperienza socialista  
di Sergio Cesaratto



«Che cosa economizza l’economista? “’Questo amore, questo amore’, disse la Duchessa, “che fa muovere il mondo’. ‘Qualcuno ha detto’ mormora Alice, ‘che questo è fatto da coloro che badano ai propri affari’. ‘Ah bene’, replicò la Duchessa, ‘significa più o meno la stessa cosa’” ..se noi economisti badiamo ai nostri affari , e li badiamo bene, noi possiamo, io credo, contribuire vigorosamente ad economizzare, vale a dire alla piena ma parsimoniosa utilizzazione, di quella risorsa scarsa Amore – che noi sappiamo, proprio altrettanto bene di chiunque altro, essere la cosa più preziosa al mondo> (corsivo nell’originale)».

Sommerso dalla didattica e dal chiudere un po’ di lavori, non ho potuto seguire con grande attenzione quanto pubblicato in queste settimane in occasione del centenario della rivoluzione sovietica. Del resto quel poco che ho letto (in italiano o in inglese) non mi è stato di grande ispirazione. Manca una chiave. Questa chiave io non ce l’ho. 
So due o tre cose che, come al solito, ho imparato dai maestri. Un solo lavoro che ho letto recentemente (Foley 2017) mi è stato di qualche stimolo. Ma anch’esso è per gran parte una intelligente rivisitazione del più importate dibattito economico sul socialismo, quello che a partire dal famoso articolo del 1908 del noto marginalista italiano Enrico Barone (1859-1924) discusse la possibilità di una economia socialista, quanto questa si potesse effettivamente discostare da quella capitalistica e l’efficienza relativa dei due sistemi. Di questo dibattito sapemmo da studentelli di economia – quando eravamo ancora allattati con la Vodka – dal benemerito napoleoncino (Napoleoni 1971). Qualcos’altro ho imparato dai maestri circa gli effetti perversi che la piena occupazione ha determinato sulla disciplina e la produttività, sia di qua che di là della cortina di ferro. Poi non molto altro, ma non ho letto tanto sull’argomento, per cui è con un po’ di presuntuosità che scrivo. Del resto è un argomento mostruosamente vasto e il meglio è nemico del bene.

1. Il mercato è buono. 

Ai “compagni” (e “compagne”) non è spesso chiara la problematica del coordinamento delle attività economiche in società complesse. Come spesso accade in tutto ciò che odora di sinistra “le leggi economiche possono essere sospese o ignorate”, come la mette D.Mario Nuti (2017), uno dei maggiori studiosi europei dei sistemi socialisti. A sinistra domina l’umanitarismo, l’utopia, il tutto è possibile purché dal cuore umano si lascino uscire le energie migliori. Il cuore umano è purtroppo assai poco studiato - avete mai sentito nominare un progetto di ricerca su “Siamo buoni o cattivi? e come possiamo migliorarci?”. Sarebbe troppo politicamente fastidioso. Nell’incertezza è tuttavia bene essere cauti sul cuore umano. Anzi, proprio da questa constatazione, muove la difesa che i liberali fanno del sistema di mercato: “Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi”, ci insegna Smith (1776, p. 18). Da punto di vista dei suoi sostenitori il sistema di mercato ha parecchi vantaggi.

1.2. Il mercato dimostra che lo stato di natura non è necessariamente quell’homo homini lupus (l’uomo è lupo per l’altro uomo) di hobbesiana  memoria, e non è dunque necessario l’intervento di uno Stato autoritario che imponga pace ed ordine; lo stato di natura può rivelarsi, attraverso lo scambio, un mezzo di vantaggio reciproco e di pacifica convivenza non solo fra individui ma persino fra Stati.[1] In questo senso, evitando che sia lo Stato a regolare la convivenza umana, se non addirittura a dettarne le scelte con lo Stato etico, il mercato è a fondamento delle libertà e delle scelte individuali. La società civile può dunque vivere di vita propria. Allo Stato, anzi, è assegnato il compito di tutelare il mercato quale fondamento di libertà.

(b) Ma v’è di più. Secondo i suoi sostenitori, il mercato trasforma pulsioni negative come l’egoismo e il perseguimento dei propri vantaggi in un beneficio collettivo, e per questo molti intellettuali salutarono con favore la nuova forma di mercato (Hirschman 1979).
(c) Il mercato non solo veicola le energie negative a scopi collettivi, ma, come brillantemente argomentò l’economista di Cambridge Dennis Holme Robertson in un famoso saggio del 1956 dal titolo significativo di “Che cosa economizza l’economista?”, il mercato economizza in bontà, dove per bontà si intende moralità e spirito civico (Hirschman 1985, p. 18).[2]

Risolto il problema economico senza dispendio delle energie più nobili, queste si possono dedicare ad opere più elevate (inclusa la generosità verso i più sfortunati). Hirschman (ibid) criticò sia l’idea che “amore, benevolenza e spirito civico” siano necessariamente risorse scarse, che quella che siano risorse infinite, giudicando che il capitalismo fosse (troppo) basato sull’idea dell’altruismo come bene scarso, e il socialismo su quella dell’illimitato altruismo umano. Ma basterebbe una pur cospicua disponibilità umana a far funzionare economie complesse?
Vi faccio l’esempio di un benemerito centro sociale che mi trovo a frequentare, orientato a sinistra e tutto basato sul volontariato. Le cene che precedono il cineforum sono a prezzo molto popolare. Tuttavia la predisposizione dei pasti e le pulizie spesso ricadono su pochi. A un certo punto è comparso l’avvertimento “la cena prima del cineforum non è assicurata” (vale a dire, o c’è condivisione della preparazione o la cena non è assicurata). Risultato è che “non è dalla benevolenza del centro sociale che ci aspettiamo il nostro pranzo”. L’altro problema è quello che anche laddove ci sia la buona intenzione di partecipare (che in fondo non manca), spesso chi si candida non sa dove mettere le mani, c’è un problema informativo, e trasmettere l’informazione costa (chi fa da sé...).[3]

2. Mercato e gerarchie. 

I vantaggi del mercato non si fermano infatti al “risparmio di altruismo”. Sistemi complessi in cui vige una raffinata divisione del lavoro richiedono coordinamento. Questo è svolto da un lato dalla mano invisibile smithiana e dall’altro dalle “gerarchie” (Coase 1937). L’impresa è una forma “gerarchica” di coordinare le informazioni, la mano invisibile agisce attraverso il sistema dei prezzi. Nel capitalismo il mercato seleziona la suddivisione migliore fra le due tecniche di coordinamento. Il socialismo ha optato, più frequentemente, per l’organizzazione gerarchica nella forma di una economia di comando (pianificata), ma in verità ambedue le forme sono imbarazzanti per i socialisti. La gerarchia perché oltre a essersi rivelata inefficiente in pratica, viola l’obiettivo democratico e partecipativo. Sul sistema dei prezzi si basano le forme di socialismo autogestito finendo il più spesso nel peggiore dei mondi possibile: si ereditano sia i difetti del sistema dei prezzi che quelli della gerarchia, che non può non riemergere (magari in forme peggiorative) nelle aziende autogestite (Foley, II, pp. 6-7).
Il sistema dei prezzi, in breve, funziona sul principio che se il prezzo di un bene non copre i costi di produzione, ciò rivela che se ne è prodotto troppo rispetto alla domanda; se ne dovrà dunque produrre di meno sino a quando il prezzo eguaglia i costi di produzione (che è pari al “prezzo naturale” come si sarebbe espresso Smith). Se invece esso è venduto a un prezzo superiore ai suoi costi, allora si vede che se ne è prodotto troppo poco rispetto alla domanda, e se ne dovrà produrre di più. I prezzi di mercato dunque, se troppo alti o troppo bassi rispetto ai costi di produzione (ai “prezzi naturali”) segnalano quanto
produrre di ciascun bene date le preferenze espresse dalla domanda. Per Smith i prezzi naturali svolgono dunque un ruolo essenziale nel coordinare le decisioni di produzione in una economia in cui viga una accentuata divisione del lavoro; essi costituiscono la famosa “mano invisibile”. La mano invisibile è un modo di economizzare in informazione. Marx parla dei prezzi “naturali” come la stella polare dei capitalisti.
Marx è anche critico, tuttavia, di un sistema sociale il cui tessuto connettivo, il rapporto fra gli individui, è mediato dal rapporto di scambio, dal rapporto fra cose (le merci). In questo egli vide la necessità di un superamento del sistema dei prezzi. Più concretamente egli vide la necessità di un superamento di un società dualistica in cui una classe controlla i mezzi di produzione e l’altra non ha che i propri servizi lavorativi da offrire. Il controllo sociale dei mezzi di produzione è per Marx il primo passaggio verso una società diversa (Marx 1875). Il controllo sociale dei mezzi di produzione implica la pianificazione socialista (e su quali principi essa possa funzionare discuteremo fra poco). Su quali principi debba funzionare la successiva società finalmente liberata Marx (ibid, p. 962) non va oltre il famoso passo “a ciascuno secondo ...”: 
In una fase piú elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!
Il che però non sembra indicare di per sé un anarchismo delle relazioni, in quanto persino nel comunismo vi sono doveri (ognuno secondo le sue capacità) e diritti (a ognuno secondo i suoi bisogni). Engels (1972) sembra andare anche oltre. Così scrive a proposito di Bakunin e dell’idea “bakuniana di società futura”: “In questa società, prima di tutto, non esiste nessuna autorità, perché autorità = Stato = male assoluto. (Come faranno costoro a far marciare una fabbrica e le ferrovie, a comandare un bastimento, senza una volontà che decida in ultima istanza, senza una direzione unitaria: questo, naturalmente, non lo dicono). Anche l’autorità della maggioranza sulla minoranza cessa di esistere. Ogni singolo e ogni comunità sono autonomi; Bakunin però dimentica ancora una volta di dirci come sia possibile una comunità anche solo di due uomini senza che ognuno di essi rinunci a qualcosa della sua autonomia” (corsivo di Engels). Dunque nonostante la “scomparsa[della] subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro” (Marx), come “faranno costoro a far marciare una fabbrica e le ferrovie, a comandare un bastimento, senza una volontà che decida in ultima istanza, senza una direzione unitaria”? (Engels). Insomma i nostri due amici ci lasciano un po’ in mezzo al guado. Può darsi che Engels ancora si riferisca alla fase della “dittatura del proletariato”. Ma come faranno i nostri due amici dopo la dittatura “a far marciare” questo e quello “senza una volontà che decida in ultima istanza, senza una direzione unitaria”?


3. Non importa se il gatto sia bianco o sia nero

In questa situazione di incertezza fu gioco facile per Enrico Barone (1908) argomentare che, comunque sia, un’economia socialista non potrà che imitare i medesimi meccanismi di allocazione delle risorse del sistema di mercato, cambia solo il management, per così dire. Sicché alla mano invisibile si sostituisce quella visibile della pianificazione, ma in fondo il problema del pianificatore rimarrà quello di imitare al meglio i meccanismi di mercato. Barone ha chiaramente in mente l’equilibrio economico generale marginalista, un sistema complesso di equazioni di domanda e offerta di merci e di “fattori produttivi” che determina l’output e la sua distribuzione sulla base delle preferenze dei consumatori, delle dotazioni originarie di “fattori” (come lavoro, capitale e terra) e delle conoscenze tecniche. Ebbene, un pianificatore efficiente non potrà far altro che cercare di stimare quelle equazioni e allocare i “fattori” scarsi fra i molteplici possibili impieghi cercando di soddisfare così le preferenze dei soggetti.[4] Foley (2017/I, p. 12) ci ricorda come in effetti la storia del socialismo, a partire dalle prime scelte di Lenin, siano state un ping pong fra rigida pianificazione ed elementi di mercato.[5] Ma gioco facile ebbero anche i successivi economisti marginalisti come Ludwig Von Mises a denunciare che i calcoli del pianificatore avrebbero richiesto milioni di dati ed equazioni, una sfida insormontabile per chiunque. Più tardi Oskar Lange (un marginalista socialista) sostenne che i computer avrebbero agevolato i calcoli. Si può però facilmente ribattere che i computer hanno bisogno di essere alimentati con le informazioni, e queste sono milioni - e inoltre non statiche, cioè in continua evoluzione a causa, per esempio, del progresso tecnico. Ecco allora il colpo finale di Friedrich Hayek: il vantaggio della mano invisibile risiede proprio nella capacità dei prezzi di veicolare l’informazione dispersa, ma non è solo questo. Il mercato offre anche gli incentivi ai diversi livelli (dal manager all’artigiano al semplice esecutore) perché ciascuno abbia l’interesse a condividere le informazioni (e a impegnarsi a sfruttarle al meglio). Siamo tornati ad Adam Smith. Se si legge una storia dell’economia sovietica, che essa abbia funzionato incontrando mille difficoltà e problemi appare scontato: il miracolo appare che abbia, nonostante tutto, in un qualche modo funzionato![6]
Se Atene piange... 

Molta di questa discussione si basa su un equivoco assai poco notato. La mano invisibile dei classici non implica la piena occupazione o la massimizzazione di un qualche benessere sociale; quella dei marginalisti sì. Per questo i classici sono compatibili con la “mano visibile” dell’intervento pubblico keynesiano. Naturalmente ci muoviamo ancora nell’ambito dell’economia di mercato. In sintesi: si può voler sostenere che il sistema dei prezzi abbia dei vantaggi informativi; tuttavia da qui ad argomentare che il mercato sia il panglossiano migliore dei mondi possibili ne passa assai.

Come argomenta Foley (ibid, pp. 16-17), sebbene da un lato Marx abbia sfruttato le teorie di Smith e Ricardo per dimostrare le contraddizioni del capitalismo, i due economisti borghesi capirono bene i vantaggi del sistema dei prezzi come veicolo informativo, ma in questo Marx non li seguì. Certo, Marx ritiene il sistema di mercato come transeunte. Il dibattito classico su pianificazioneversus mercato non si poté che svolgere, tuttavia, su un terreno concreto, quello tecnico dei vantaggi dell’uno o dell’altro sul piano della produzione e distribuzione di merci, senza coinvolgere un mutamento dei rapporti sociali di produzione (nella fase della pianificazione/dittatura del proletariato è la proprietà dei mezzi di produzione a mutare, non la forma di produzione). Fatto sta che i socialisti sono in difficoltà sia sui vantaggi relativi della pianificazione  (l’obiettivo intermedio)– pur dando per scontati i problemi del mercato – che su come prefigurare il superamento dei rapporti sociali di produzione (l’obiettivo finale).
Sebbene si possa infine concordare con Croce al quale, nella famosa polemica con Einaudi, dovette sembrare eccessivo che l’edonismo o utilitarismo delle scelte del consumatore assurgessero al livello dei grandi principi etici e di libertà, certo è che alla stretta pianificazione socialista, specie considerate le gravi difficoltà materiali in cui essa si svolse, corrisposero gravi illibertà. E se le proteste verso l’illibertà possono avere motivazioni negli interessi privati calpestati dalla rivoluzione, non è malizioso pensare che privilegi di varia natura si siano diffusi nelle più alte sfere della nomenklatura. Lo Stato etico può notoriamente giustificare molte ingiustizie.[7]

Il sovrappiù socialista. 

Lo Stato sovietico non si trovò solo ad affrontare le difficoltà della pianificazione, una volta rinunciato al sistema dei prezzi. Quest’ultimo non avrebbe certo risolto il problema dell’accelerazione dell’industrializzazione volta a modernizzare il paese a scopo civile e militare. Il problema, in termini elementari, fu quello di ottenere una misura sufficiente di sovrappiù di beni di sussistenza agricoli a buon mercato per sostenere lo sforzo di milioni di lavoratori nell’industria manifatturiera. Il dilemma fu fra l’incentivare la produzione agricola indipendente attraverso un sistema di prezzi di mercato, il che però avrebbe reso i beni agricoli più costosi, ovvero l’estrazione forzata del sovrappiù agricolo irrigimentando i contadini in fattorie di Stato o cooperative, a discapito dell’efficienza produttiva.

4. Lavorare con lentezza.[8]

Abbiamo detto che la pianificazione conduce, almeno per come la conosciamo, a una gerarchizzazione delle scelte produttive che impone che gli ordini vengano assegnati ed eseguiti top-down. Anche ammettendo, per amor di ragionamento, che questo modo di gestire l’economia funzioni a dovere, ci dobbiamo chiedere se, tuttavia, gli ordini verranno doverosamente eseguiti. Il socialismo sembra infatti soffrire di un male del tutto analogo a quello del capitalismo: ove viga la piena occupazione – e nel socialismo questa è assicurata[9] -  i lavoratori comuni, occupati nelle mansioni più noiose o fisicamente spiacevoli lavoreranno il minimo possibile. Secondo alcuni questo diffuso problema – che nei paesi capitalistici ritroviamo spesso nel pubblico impiego (con nostra indignazione e frustrazione)  – avrebbe minato alla radice la produttività del sistema socialista. Il capitalismo ha risolto questo problema in due direzioni:[10] la minaccia della disoccupazione (appunto assente nel pubblico impiego) e l’incentivo a una ascesa sociale per sé e per i propri figli (“Keep up with the Joneses”). Un’economia socialista, a meno di abiurare ab ovo ai suoi obiettivi, si trova priva di questi “strumenti” di stimolo al lavoro.[11] Gli incentivi morali sono efficaci su alcuni, non su tutti. Da uno studio condotto al principio degli anni settanta in una fabbrica francese si evinse che il ritmo naturale di lavoro era... non lavorare affatto. Misure sono evidentemente possibili; oltre al miglioramento delle condizioni oggettive di lavoro, le proposte sono fondamentalmente basate su qualche forma di rotazione delle mansioni, oppure su compensazioni materiali come una significativa riduzione dell’età pensionabile per i “lavori usuranti”. Naturalmente obiezioni di vario tipo possono sorgere: è ragionevole impiegare gli individui più brillanti e socialmente utili in mansioni semplici? Basteranno queste misure a scoraggiare i comportamenti opportunistici, oppure serve comunque un grado di controllo e coercizione (bastone e carota?).
Inoltre, mi sembra che quest’ordine di problemi non riguardi in realtà solo le mansioni semplici e più spiacevoli, ma anche quelle più di concetto: qui è anche l’assenza di incentivi materiali o di gratificazioni morali, o un senso di ingiustizia e frustrazione in catene di comando in cui l’arbitrio e gli errori la fanno da padroni, a scoraggiare
l’impegno lavorativo. Siamo di nuovo tornati, sembra, all’uso inefficiente dell’altruismo: come suggerito da Robertson, il mercato lo risparmia nella sfera economica, sì da lasciarne in abbondanza in quella privata, per gli affetti e per la compassione per i più sfortunati. Il socialismo ne richiede molto a tutti, decisamente troppo per i più. Qualcuno assimilerebbe questo stato alla tragedia dei beni comuni, dove il bene comune è un’economia condivisa.
Poco studiati a sinistra (se la sinistra studiasse) sono i lavori di Elinor Ostrom, più ottimisti sulla possibilità della prevalenza di comportamenti cooperativi nelle popolazioni umane in quanto ricompensati dai vantaggi della cooperazione:
“With the publication of The Logic of Collective Action in 1965, Mancur Olson challenged a cherished foundation of modern democratic thought that groups would tend to form and take collective action whenever members jointly benefitted. Instead, Olson (1965, p. 2) offered the provocative assertion that no self-interested person would contribute to the production of a public good: ‘[U]nless the number of individuals in a group is quite small, or unless there is coercion or some other special device to make individuals act in their common interest, rational, self-interested individuals will not act to achieve their common or group interests.’ … recent developments in evolutionary theory - including the study of cultural evolution - have begun to provide genetic and adaptive underpinnings for the propensity to cooperate based on the development and growth of social norms. Given the frequency and diversity of collective action situations in all modern economies, this represents a more optimistic view than the zero contribution hypothesis. Instead of pure pessimism or pure optimism, however, the picture requires further work to explain why some contextual variables enhance cooperation while others discourage it”. (Ostrom 2000, pp. 137 e 154).
La questione sembra essere che i comportamenti collettivi certamente esistono, sostenuti da adeguate norme sociali che sanzionano le violazioni, ma sono frutto di lente e fortunate evoluzioni più accentuate peraltro in determinate società umane che in altre, mentre il socialismo intende forzare “a freddo” questi comportamenti su individui e collettività impreparate, e spesso con condizioni materiali non favorevoli. Questo non implica, naturalmente, che dall’esperienza non si possa imparare.

5. Sinistra e prospettiva socialista

La somma dei due problemi, uno macro e uno micro per così dire, da un lato il funzionamento precario della pianificazione (allo stadio delle nostre conoscenza) dal punto di vista della gestione dei flussi informativi e, dall’altro, lo scarso incentivo alla partecipazione attiva alla produzione se non su base volontaristica creano una miscela esplosiva. Se c’è una inefficienza endemica del sistema macro condita con gerarchizzazione e arbitri e un regime politico illiberale e soffocante, questo non può che riverberarsi sul morale e la partecipazione dei lavoratori (a ogni livello) creando frustrazione e free riding.

La fine del socialismo reale è alla base della tragedia della sinistra, e questo viene poco percepito. Senza una alternativa socialista da contrapporre al capitalismo che coniughi benessere e libertà la battaglia per la giustizia è indebolita. Deve essere questa una rinuncia definitiva? Assolutamente no. In primo luogo il capitalismo scatenato che abbiamo conosciuto gli ultimi anni ha accentuato la diseguaglianza e demolito diritti e sicurezze, almeno nei paesi di più antica industrializzazione. La distruzione ambientale è a uno stadio molto avanzato. Abbiamo naturalmente conosciuto un capitalismo diverso, quello degli “anni gloriosi”, ma come ci siamo molte volte detti, anche questo è stato un risultato della sfida socialista, del timore che questa avesse successo. Quando quella è fallita, il capitalismo ha riproposto il suo volto ottocentesco, che risparmierà pure in “altruismo”, ma dispensa a piene mani miseria e mortificazione. L’idea che le vite non possano essere alla mercé del mercato e che la sicurezza di uno standard di vita di qualità “dalla culla alla tomba” sia assicurato è una rivendicazione sacrosanta. Qui e lì si sono manifestati dei “Polany moment”, di ribellione al mercato, spesso rivolti a destra (come Polany ci aveva avvertito). A uno stadio più minimale ma cogente, ci si dovrebbe domandare come potrebbe sopravvivere un Paese che volesse per volontà popolare distaccarsi dal ciclo capitalistico internazionale (o dall’euro). E naturalmente le nostre menti migliori dovrebbero esplorare elementi per un futuro socialista che attenui i problemi sopra illustrati (e i molti altri che a me sfuggono, il benaltrista è sempre in agguato).
Fa dunque ancor più sconcerto vedere la sinistra italiana impegnata esclusivamente in un chiacchiericcio elettorale, l’unico che sa perseguire, l’unico che conosce.

Post scriptum

In alcuni commenti un paio di amici hanno entrambi sottolineato come l’efficienza non sia necessariamente una meta del socialismo. L’assenza di un dibattito “onesto” in merito avrebbe in particolare reso i lavoratori poco consapevoli dell’esistenza d un trade-off fra impegno lavorativo e quantità e qualità dei beni disponibili. Ma di nuovo, un dibattito “onesto” in che altro si sarebbe risolto se non in un appello alle coscienze? I miei interlocutori hanno inoltre segnalato il problema della scarsa innovazione nel socialismo reale, almeno nei beni di consumo, senza un’efficace trasferimento di tecnologia fra settori (come dal militare al civile). E questo ancora ci rimanda all’inefficienza del piano nel trasferire tecnologia, nell’assenza di incentivi individuali ecc. Non ritengo questi problemi insolubili, per esempio le imprese e la ricerca pubblica nell’esperienza delle economie miste si sono rivelate molto efficienti, ma è alla logica del “bastone e carota” che dobbiamo probabilmente adeguarci, per un bel po’ di tempo ancora, temo. Il meglio è nemico del bene.


Riferimenti

Enrico Barone, Il Ministro della Produzione nello Stato Collettivista, nel Giornale degli Economisti, Sept./Oct., 2, pp. 267–293, 392-414, 1908.

Harry Braverman (1980), Lavoro e capitale monopolistico : la degradazione del lavoro nel 20. Secolo, prefazione di Paul M. Sweezy, Einaudi, Torino.

Ronald Coase (1937),"The Nature of the Firm", Economica. 4 (16), pp. 386–405.

Jared Diamond (1997) Armi, acciaio e malattie, Einaudi, Torino.

Friedrich Engels, F. (1872), Lettera a Cuno, in Marx-Engels, Le opere, Editori Riuniti, Roma 1966, pp. 944-6.

Duncan Foley (2017), “Socialist alternatives to capitalism I (Marx to Hayek)” e “II (Vienna to Santa Fe”, NSSR WP n. 1705 e 1706, http://www.economicpolicyresearch.org/econ/2017/NSSR_WP_052017.pdfhttp://www.economicpolicyresearch.org/econ/2017/NSSR_WP_062017.pdf

Vladimiro Giacché (2017), Introduzione, in Lenin, Economia della rivoluzione, Il saggiatore, Milano.

Albert O. Hirschman (1979) Le passioni e gli interessi - Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Feltrinelli, Milano.

Albert O. Hirschman (1985), “Against Parsimony: Three Easy Ways of Complicating some Categories of Economic Discourse”, Economics and Philosophy, vol.1 (1), pp. 7-21.

Karl Marx (1875), Critica del programma di Gotha, in K. Marx- F. Engels, Le opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 951-75

Claudio Napoleoni (1971), Il pensiero economico del Novecento, Einaudi, Torino (ed. orig 1961, ERI; nuova ed. a cura di Fabio Ranchetti, Einaudi 1990)

Domenico Mario Nuti (2017), The rise and fall of socialism, “Inequalities, Economic Models and the Russian October 1917 Revolution in Historical Perspective”, A DOC-RI Conference, Berlin 23-24 October (Power Point presentation)

Mancur Lloyd Olson (1990), La logica dell'azione collettiva, Feltrinelli, Milano.

Elinor Ostrom (2000) Collective Action and the Evolution of Social Norms, Journal of Economic Perspectives, Volume 14, Number 3, Pages 13 7-158

Dennis H. Robertson (1954), "What Does the Economist Economize?", reprinted in his Economic Commentaries, London: Staples Press Limited, 1956.

Ernesto Screpanti (2007), Comunismo libertario: Marx Engels e l'economia politica della liberazione, Roma, Manifestolibri, (traduzione inglese, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2007)

Adam Smith (1776 [1977) Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Oscar studio Mondadori.


NOTE

[1] Che lo stato di natura coincida col mercato e lo scambio è negato dalla tradizione di Polany. Un vero comunismo primitivo si ha tuttavia (probabilmente) solo prima dell’emergere del sovrappiù (Diamond 1997). Col sovrappiù emergono il conflitto per la sua appropriazione e dunque le diseguaglianze, ed anche lo scambio fra le diverse comunità delle quote superflue del rispettivo sovrappiù (superflue dal punto di vista di chi controlla quest’ultimo).
[2] Robertson era famoso per le citazioni da Alice. Quella in apertura è ripresa, appunto, dal saggio di cui parliamo.
[3] Miracolosamente il centro sociale in oggetto tira avanti con soddisfazione, certo da ultimo in virtù di un gruppo più o meno ampio di volenterosi, ma comunque con lamentele continue su chi sfrutta la buona volontà altrui. Fra i volenterosi le motivazioni sono poi le più varie: dai più leninisti che desiderano spargere i semi della rivoluzione (e che dunque forse soffrono meno sentendosi avanguardia), a chi lo fa semplicemente per rendere più vivibile il quartiere dove vive, a chi cerca esperienze di condivisione. Si tratta di “sperimentazioni sociali” che andrebbero comunque sostenute dagli enti locali.
[4] Azzardo ad affermare che la medesima problematica si applicherebbe se si usassero prezzi alla Sraffa. Si ragionerebbe tuttavia su una teoria meglio fondata.
[5] Foley assimila gli esempi della NEP sovietica (il periodo post-rivoluzionario in cui Lenin suggerì di affidarsi al sistema dei prezzi) alla politica di Deng Xiaoping, l’artefice dell’apertura della Cina Popolare al mercato. Giacché (2017) si addentra nelle difficili scelte di Lenin nei primi anni della rivoluzione.
[6] Anche sul piano delle gerarchie il capitalismo può apparire più efficiente. Le innovazioni organizzative si basano infatti su rendere i flussi informativi quanto più efficienti e bottom-up, mentre sono piuttosto le decisioni conseguenti a essere top-down. La gerarchia pianificatoria rende invece informazioni e decisioni entrambe top-down.
[7] Ernesto Screpanti (2007) si addentra in alcuni di questi problemi in Marx.
[8] “Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo la salute non ha prezzo, quindi rallentare il ritmo pausa pausa ritmo lento, pausa pausa ritmo lento...” (Del Re Enzo, LP Il banditore, 1974)
[9] Non saprei dire quanto dell’occupazione sia effettivamente giustificata da ragioni produttive.
[10] Ringrazio Meri Lucii e la compianta Federica Roà per alcuni suggerimenti in merito basati sula traccia di alcuni documenti inediti di Garegnani (che a sua volta ne aveva discusso con Sraffa).
[11] Il capitalismo ha anche affinato il controllo dell’impegno dei lavoratori attraverso l’organizzazione scientifica del lavoro (Braverman 1974). E’ vero che il socialismo potrebbe adottare tali metodi (e probabilmente l’avrà in certa misura fatto), ma senza la minaccia di licenziamento ogni misura sarà inefficace.


mercoledì 25 ottobre 2017

IL SOCIALISMO? QUALE SOCIALISMO? di Sergio Cesaratto

[ 25 ottobre 2017 ]
Un'interessante intervista di Sergio Cesaratto. Segnaliamo anzitutto la risposta alla terza domanda, dove Sergio sollecita una riflessione su quale potrebbe/dovrebbe essere un socialismo ragionevole e sostenibile. Giuste questioni. Intanto però vediamo di uscire dalla gabbia della Ue e dal marasma del capitalismo-casinò per evitare la catastrofe.


D. In queste settimane è in elaborazione e discussione la manovra finanziaria 2017, una manovra che si preannuncia in continuità con le politiche liberiste volte alla tutela delle imprese attraverso le decontribuzioni e la riduzione della tassazione sui profitti. Qual è il suo punto di vista?

R. Non ho francamente molto da dire sulla Legge Finanziaria che se non propone tagli massicci per non mortificare una ripresa già anemica, neppure si proietta a incentivarla. Il sostegno all’occupazione a tempo indeterminato aiuta sì questo tipo di contratti, come si è visto nel 2015-16, ma cosa accadrà poi al termine della decontribuzione? Si pongono poi discrimini per età che sono francamente ingiusti: come se avere 36 anni fosse meglio di averne 35, e 35 meglio di 29.
Van bene i sostegni a favore dell’innovazione —la sinistra non deve opporsi al progresso tecnologico— ma che si monitori l’uso del fondi. A fronte del mantenimento del ridicolo bonus ai diciottenni o al sostegno ai vivai calcistici si lesina nelle assunzioni nella ricerca (e si perpetua una ingiustizia verso i professori universitari). La conferma del prolungamento dell’età lavorativa a età avanzate (67 anni lo sono) è una vera tortura per chi aveva l’aspettativa di un po’ di anni di riposo in salute. Mai dimenticare che l’alto peso del sistema pensionistico sul Pil in Italia dipende dalla debole base occupazionale, non tanto (o non solo) dall’invecchiamento. E ci sono milioni di giovani italiani a spasso. E certo che non fanno figli!
Il contesto europeo è ahinoi un po’ questo, e gli spazi di politica fiscale limitati. Nel futuro potrebbe andar peggio se il nuovo governo tedesco riuscisse a fare la voce grossa a Bruxelles sul rigore fiscale. O forse non la farà perché ci getterebbero nel baratro. Continueranno a farci campare alla giornata. E non sappiamo come sarà la nuova BCE a guida tedesca. Certo i tassi saliranno, e con essi il costo del debito pubblico.


D. A fine anno, in un silenzio politico e mediatico totale, il Parlamento sarà chiamato alla ratifica del Fiscal Compact, il trattato fiscale che ha assunto una natura persino simbolica delle politiche di austerity della UE contro la sovranità economica e politica degli Stati. Intanto, la UE si prepara ad un consolidamento politico e giuridico delle asimmetrie economiche su cui si fonda: la cosiddetta “Europa  a due velocità”. Qual è il progetto a cui tendono le classi dominanti europee ed, in particolare, quella egemone, cioè quella tedesca?

D. Secondo molti l’iscrizione del Fiscal compact nei Trattati non cambierebbe molto. In effetti la legislazione fiscale europea è una giungla che come docente di economia europea trovo difficile a districare. L’ennesimo esempio dell’anti-democraticità dell’Europa: questa risulta incomprensibile al semplice cittadino. I medesimi vincoli fiscali sono dunque ripetuti da più parti in varie salse, per cui una volta di più una meno… Dovremmo naturalmente approfondire, ma la sinistra è occupata, come è ben noto, in chiacchiere elettoralistiche o nell’assemblearismo alla Falcone/Montanari con gli over 60. Circa l’Europa a due velocità non si è mai ben capito di cosa consista. Una rafforzata alleanza franco-tedesca? Chi comanderebbe è chiaro. Oppure un gruppo di testa con una rafforzata governance tedesca? E l’Italia dove la vorranno collocare?
I progetti tedeschi di riforma dell’eurozona sono nella direzione di una definitiva sottrazione di sovranità fiscale ai paesi membri, in cambio di briciole come una parvenza di sussidi di disoccupazione europei (proposta invero francese) e di assicurazione sui depositi bancari sotto i 100 mila euro (in cambio le banche italiane dovrebbero rapidamente ricapitalizzarsi per tener conto dei crediti deteriorati che possiedono, un salasso per le banche; e disfarsi dei titoli di Stato, un salasso per i titoli pubblici). Ma i liberali tedeschi ora rifiutano persino questi piatti di lenticchie offerti alla periferia. Probabilmente nei fatti la linea dura dei liberali non prevarrà, ma serva questo da monito a chi a sinistra vagheggia più Europa. Se va bene l’Europa continua così. Questi sinistresi sono persino meno realistici di Renzi.
Non so a cosa tenda la Germania, non sono bravo negli scenari. Di certo i tedeschi si tengono stretto il proprio modello. Sono un società ben organizzata e non vogliono annacquarla con il vino di cattiva qualità del sud europeo. Se fossi in loro farei lo stesso. E perché mai dovremmo aspettarci solidarietà. Dovremmo piuttosto cominciare a badare a noi stessi. Di interessante c’è che con la coalizione Jamaica, la Merkel distribuirà una mancia a ciascuno dei partiti della compagine da spendere nel proprio bacino elettorale (tutto il mondo è paese). Ma non basterà certo a far uscire quel paese dalla austerità fiscale.

D. Nell’ambito del dibattito scientifico ed economico internazionale, molti osservatori rimarcano il rischio incombente di una nuova crisi finanziaria pronta ad esplodere, una crisi incubata ancora negli USA, frutto – si sostiene – delle politiche monetarie espansive e della mancata regolamentazione finanziaria da più parti invocata dopo lo scoppio della crisi del 2007/2008. Quanto è concreto questo rischio?

R. Da come capisco Trump sta facendo marcia indietro sul quel po’ di regolazione dei mercati finanziari che era seguita alla crisi del 2007-8. D’altronde il capitalismo deve generare domanda aggregata da qualche parte. Se non lo fa con elevati salari diretti e indiretti (come nell’epoca keynesiana), o con le esportazioni (come fa la Germania), lo deve fare con l’indebitamento delle famiglie tramite credito al consumo, o con gli effetti ricchezza dalle bolle borsistiche, o con la spesa militare. E’ il capitalismo, bellezza! Questa non è stata né la prima né l’ultima crisi. A fronte di questo i compiti della sinistra sono enormi. Ma l’occasione del centenario della rivoluzione sta passando senza un minimo di riflessione. Sto tornando da una bella cittadina tedesca. Qui il cinema comunale ha una mesata di iniziative sull’anniversario. In Italia nulla, o quasi —di mio ho organizzato un paio di presentazioni di libri al casale Alba 2 a Roma con Giacché (5 novembre) e Rita di Leo (26 novembre). 
Eppure su un nuovo modello di sviluppo si dovrebbe tornare a ragionare. Il socialismo si è scontrato con molti problemi. Provo a citarne alcuni. Nel capitalismo la mano invisibile di Adam Smith, cioè il sistema dei prezzi, svolge una funzione di coordinamento delle decisioni di produzione, sebbene si sia rivelato non in grado di assicurare la piena occupazione e l’assenza di crisi. La pianificazione socialista è forse riuscita a evitare le crisi e assicurare la piena occupazione, ma a costo dell’efficienza economica. 
Come se ne esce? Possiamo andar oltre il modello socialdemocratico nordico —il modello più di successo che conosciamo, ma che non ha certo abolito il capitalismo? La piena occupazione, nel capitalismo come nel socialismo porta al rifiuto del lavoro. La maggior parte delle occupazioni sono alienanti (se non peggio). Se il posto di lavoro è sicuro la gente non lavora. Come se ne esce? 
E, infine, possiamo abolire le gerarchie? Assieme ai prezzi, le relazioni gerarchiche sono un mezzo per gestire flussi complessi di informazioni, e soffrono esse stesse di inefficienze. Nel capitalismo queste sono tenute sotto controllo dal mercato (chi è inefficiente chiude), e nel socialismo? Danno e beffa: gerarchie e per giunta inefficienti! Controllo democratico, mi direte: ma anche questo è lento e inefficiente. Su tutto questo si deve ragionare. Eppure è un dibattito antico, che partì nel 1908 quando un economista italiano (un grande marginalista), Enrico Barone, argomentò che il socialismo non poteva che funzionare come imitazione burocratica del mercato capitalista. Hayek argomentò più tardi che, allora, il mercato sarebbe stato più efficiente dell’imitazione. E poi c’è il presunto socialismo cinese su cui ragionare… Dov’è la sinistra?

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