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martedì 18 aprile 2017

S.O.S. SICILIA


[ 18 aprile ]

Il prossimo 13 maggio, promosso da NOI MEDITERRANEI e PROGRAMMA 101 (della Confederazione per la Liberazione Nazionale) si svolgerà a Palermo un convegno sulla fattibilità dell'introduzione di una moneta complementare in Sicilia. 

La questione sarà affrontata con rigore scientifico, comprese dunque le sue criticità, grazie agli ospiti che prenderanno la parola: i professori Gennaro Zezza, Ernesto Screpanti, Massimo Costa e Leonardo Mazzei.

Può l'introduzione di una moneta complementare aiutare la Sicilia a venir fuori dalla tragedia economica e sociale che vive? E se sì, come avviare questa impresa? L'esempio del SARDEX può essere la bussola? Oppure una moneta parallela non sarà risolutiva fino a quando Italia e Sicilia resteranno nella gabbia dell'euro?

I lavori saranno introdotti da Beppe De Santis, ideatore del convegno. Le conclusioni spetteranno a Moreno Pasquinelli.

mercoledì 15 marzo 2017

BEPPE DEI SANTIS E LA RESA DEI CONTI di Ernesto Screpanti

[ 15 marzo ]

Domani 16 marzo, a Palermo, con inizio alle ore 16:00, presso la Sala della Biblioteca dell'Istituto Gramsci (Via Paolo Gili 4) ci sarà la presentazione del libro di Beppe De Santis "LA RESA DEI CONTI. Molti e prestigiosi i relatori (vedi più sotto).*
Qui di seguito la bella e densa recensione di Ernesto Screpanti


«Siamo l’unico paese al mondo in cui le classi dirigenti, a fronte di una sconfitta, non hanno cambiato se stesse mantenendo i partiti, ma hanno cambiato i partiti mantenendo se stesse. Ovvero, per essere più precisi, hanno preso un partito, che era stato il più grande e prestigioso partito comunista d’occidente, e ne hanno cambiato forma, “dal partito apparatizio al partito superleggero al partito vuoto».

Così Beppe De Santis in La resa dei conti: Alle radici di mafia capitale (Arianna, Geraci Siculo, 2016, Euro 12), un libro intrigante, intelligente e appassionato.

Il sottotitolo però è in parte ingannevole, perché non si tratta tanto di mafia capitale, cioè della mafia politica a Roma, quanto di una mutazione genetica che ha coinvolto l’intera nazione, mutazione di cui quel partito è stato al contempo artefice e interprete. E il lettore che vi si avvicina lo farà alla ricerca di una spiegazione degli eventi storici che stiamo vivendo, alla ricerca delle cause lontane che hanno determinato la trasformazione di quel partito nel “partito delle riforme”, cioè nell’avanguardia (in)cosciente del grande capitale multinazionale in Italia. Il “vuoto” di quel partito è stato lo svuotamento della sua collocazione di classe, anzi, della sua base di classe. Solo svuotandolo del suo popolo si è potuto trasformarlo nel partito del “Jobs act”, della “buona scuola” etc. etc.


Le cause lontane di questa trasformazione vengono rintracciate da De Santis negli anni ’70. Ora, non voglio sollevare la questione se fosse necessario risalire ancora più indietro nel tempo. Certo, comunque, che De Santis ricostruisce lucidamente un episodio della lotta di classe dentro il PCI romano in quel decennio, un episodio che può essere stato decisivo.

Erano gli anni immediatamente successivi al Sessantotto e all’Autunno Caldo. Anni di intenso sviluppo economico e di crisi dure, di grandi speranze e aspettative rosee, e di forte vivacità culturale. E il PCI non poteva non essere attraversato da quelle tensioni. La lotta di classe che si svolgeva nel paese si svolse anche dentro il partito. Questa è la chiave di lettura proposta da De Santis. E la mutazione di cui stiamo parlando è la conseguenza di una sconfitta in quella lotta di classe.

Il partito, come è noto, non tollerava le correnti e il frazionismo. Tuttavia era strutturato in “grandi famiglie”, la famiglia Ferrara, la Rodano, la Chiaromonte, la Bufalini, la Ingrao, la Cossutta, la Barca, la Reichlin-Castellina. Famiglie, non nel deteriore senso democristiano di aggregazioni d’interessi, e anzi De Santis non nasconde la sua simpatia per alcune di esse. Bensì nel senso di gruppi di persone accomunate dagli obiettivi e dagli orientamenti politici. Ma anche nel senso di vivai di “pargoli rossi” che si apprestavano usare il partito per fare carriera.

Oltre alle famiglie, però, c’erano i clan. E De Santis non ha peli sulla lingua quando parla dei “furbi, gli arrivisti, le ‘giacche azzurre’, anche la componente più avida della pargolanza rossa romana, a partire dal clan Veltroni-Bettini”, che risulterà poi quello vincente. Si spiega così, con l’accumulo di potere di un clan, “la fulminante carriera di Veltroni [… alla base della quale] vi è la sua smodata, irrefrenabile ambizione, un amore assoluto per il potere, il potere per il potere.”

D’Alema non faceva parte di questo clan. Ne aveva un suo personale, il “clan dalemiano”. Lui “era furbo, aveva occhio”, ma evidentemente non gli è bastato, perché alla fine il clan vincitore è stato l’altro. E gli esiti di quella fine li possiamo osservare proprio oggi. Il partito di Renzi infatti è il diretto erede del clan che vinse la partita in quegli anni là.

De Santis ricostruisce gli eventi con l’acribia di un antropologo culturale che usa il metodo partecipativo. Ricostruisce eventi che lui stesso ha vissuto, li ricostruisce, diciamo così, dal di dentro, e quindi con passione, vivacità, anche rabbia e risentimento, ma sempre da antropologo, cioè scientificamente. Come accadde che quel partito si trasformò nel partito delle “riforme” e che questa trasformazione fu mediata dal clan Veltroni-Bettini?

Fu la conseguenza di due processi, uno esterno al partito e uno interno. Quello esterno riguarda un cambiamento epocale della forma di capitalismo, con il passaggio al capitalismo della deflazione rampante, dell’attacco al compromesso keynesiano, del neoliberismo, della Thatcher, di Reagan, e del fondamentalismo del mercato. Il processo interno invece riguarda le lotte e gli intrighi di potere dentro il partito. Come fu che la convergenza di questi due processi determinò la trasformazione di quell’organizzazione nel partito veltroniano delle multinazionali? Fu semplicemente questo: che la sete di “potere per il potere” portò il clan vincente dentro il partito ad abbracciare gli interessi della classe vincente fuori.

Sul processo di trasformazione economica e sociale esterna al partito De Santis non si dilunga. Lui è più interessato a ricostruire il processo interno. Dunque, secondo la sua ricostruzione, ecco cosa sarebbe accaduto. Negli anni ’70 Walter Veltroni era collegato, tramite il fratello Valerio, al “clan Occhetto”. Valerio era membro della segreteria nazionale della FGCI e braccio destro di Occhetto. Così il gruppo occhettiano “è stato per vent’anni il punto di appoggio primario della carriera veltroniana”. Nello stesso tempo la suocera di Veltroni, la senatrice Franca D’Alessandro Prisco, lo sosteneva negli ambienti dell’amministrazione comunale, e fu lei che favorì l’elezione di Walter nel consiglio Comunale di Roma, avviando in tal modo una luminosissima carriera “amministrativa”. Sul fronte mediatico Veltroni era sostenuto dal clan di Rai3, forse in virtù della memoria del prestigio giornalistico di Vittorio, padre di Walter. Infine “l’astuto Bettini” curava le relazioni sociali con i “pargoli rossi” delle più potenti famiglie, i Chiaromonte, i Bufalini, perfino gli Ingrao.

Con un esercito così potente, si capisce come il nostro abbia infine potuto vincere la battaglia per il potere e diventare, tra l’altro, sindaco di Roma per ben 7 anni (controllando anche la Regione Lazio col “fido Marrazzo”) e segretario del partito in più riprese (tutte risoltesi, peraltro, in sonore sconfitte elettorali). Ma bisogna capire che quella vittoria non è stata soltanto il prodotto di accorti intrighi di palazzo. È stata anche un’altra cosa, una cosa molto più tragica: la vittoria in un conflitto di classe che si svolgeva nella società e nell’economia dell’intera nazione, e che si è risolto, tramite
il divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro, battaglie come la "marcia dei 40.000" alla Fiat, il referendum sulla scala mobile,  etc., etc., in una sconfitta epocale del proletariato.
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Chi erano i proletari interni, la classe operaia che il clan Veltroni ha dovuto schiacciare per conquistare il potere e avviare la mutazione genetica del partito? Be’, questa è la parte più commovente del libro. Perché qui De Santis parla di se stesso.

All’inizio degli anni ’70 c’erano 40.000 studenti fuori sede all’università di Roma. Gran parte di loro provenivano da famiglie di ceto medio-basso, operai, impiegati, contadini, artigiani, commercianti. Erano una sorta di proletariato intellettuale, una massa di figli di sfruttati che finalmente accedeva all’istruzione superiore, soprattutto in forza dell’intenso sviluppo economico degli anni ’50-’60 e del connesso innalzamento della mobilità sociale. Buona parte di quei giovani andranno a infoltire le schiere dei movimenti che condussero le lotte studentesche prima e operaie dopo, pace Pier Paolo Pasolini. Un’altra parte invece entrò nella FGCI romana, la più movimentista delle FGCI. E furono questi che tentarono l’utopistica impresa di rivitalizzare quel partito proprio nel momento in cui stava precipitando nel vortice veltroniano. E fu contro la loro resistenza che il clan Veltroni-Bettini dovette scontrarsi soprattutto.

Toccante è la ricostruzione che De Santis produce di quel milieu politico-sociale, quando parla della Sezione Universitaria PCI Eugenio Curiel, delle cellule FGCI nelle varie facoltà, della sede della FGCI di Via dei Frentani (in cui peraltro fu preparata la battaglia di Valle Giulia), della “Comune di Piazza Dante”, “un accampamento di fuorisede […] tutti poveri e poverissimi […] e tenaci primi della classe”, della “meravigliosa rete delle sezioni comuniste di quartiere”. E poi delle loro lotte, del movimento delle “Leghe dei Disoccupati”, del Centro studi di Via del Seminario, del “Movimento dei Diritti e delle Regole”. Infine, come è giusto, dei padri nobili, soprattutto Bruno Trentin e Gianni Borgna.

Col segno di poi ci si può domandare: poteva vincere questo proletariato interno? Poteva vincere quando il proletariato esterno andava incontro a una sconfitta dopo l’altra? Chiaramente, una domanda retorica. Cionondimeno vale la pena cercare di capire come e perché. Se volete farlo, leggetevi Questo libro.
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GLOBALIZZAZIONE, SOVRANITÀ COSTITUZIONALE E DEMOCRAZIA
Presentazione del volume  La resa dei conti di Beppe De Santis,
ex-sindacalista, esperto di politiche di sviluppo, storico animatore dei movimenti autonomisti, meridionalisti e sovranisti democratici.
Sala della Biblioteca Istituto Gramsci Siciliano  Giovedì 16 marzo 2017, ore 16.00 Palermo, Via Paolo Gili n. 4, Cantieri culturali della Zisa
 Relatori
– Dott. Nuccio Vara, giornalista e scrittore, ex direttore RAI 3 Sicilia – Dott. Angelo Sicilia, saggista e artista del patrimonio culturale immateriale siciliano – Sen. Mario Giarrusso, M5S – On. Erasmo Palazzotto, Sinistra Italiana – Prof. Paolo Inglese, Università Palermo – Dott. Alberto Samonà, giornalista e scrittore – Dott. Antonio Piraino, economista, esperto finanziario – Arch. Erasmo Vecchio, consulente aziendale, storico leader sicilianista – Dott.a Rossana Interlandi, ambientalista e autonomista – Dott. Roberto Garaffa, presidente Consiglio Comunale di Modica, copromotore della Rete dei comuni dello Stile di Vita Mediterraneo – Prof. Frank Ferlisi, Partito Rifondazione comunista – On. Giampiero Cannella, giornalista, Fratelli d’Italia – Prof. Pietro Attinasi, Edizioni Arianna
Hanno assicurato la loro presenza e interverranno – On. Rosario Crocetta, Presidente governo siciliano – Dott. Paolo Amenta, Vicepresidente ANCI Sicilia – On. Sergio Tancredi, M5S ARS – Arch. Olindo Terrana, esperto di sviluppo locale – Prof. Sergio Cesaratto, economista – Prof. Ernesto Screpanti, economista – On. Gianpiero Trizzino, M5S ARS – On. Giancarlo Cancelleri, M5S ARS – Prof. Andrea Piraino, Università Palermo

martedì 22 novembre 2016

COME USCIRE DALL'EURO? Una critica a Sergio Cesaratto di Ernesto Screpanti

[ 22 novembre ]

Abbiamo segnalato subito l'ultimo libro di Sergio Cesaratto — "SEI LEZIONI DI ECONOMIA. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne)". Un'opera che sta avendo un meritato successo e che ha suscitato numerosi commenti.
Pubblichiamo qui una recensione critica di Ernesto Screpanti, [nella foto] economista anch'egli, e di fama internazionale. 
Screpanti, come Cesaratto, fa parte della scuola marxista-sraffiana, condivide dunque l'impianto teorico del libro. Come Cesaratto è per l'uscita dall'euro, ma pensa che, al pari del socialismo, nemmeno il keynesismo è possibile "in un solo paese". L'Italia, da sola, non potrebbe farcela. Per Screpanti, nel contesto di un'economia compiutamente globalizzata, la sola alternativa all'attuale assetto, sia la costruzione di una diversa area economica integrata. Per la precisione Screpanti sostiene: 
«Per come la vedo io, l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea va intesa come una mossa tattica volta ad abbattere la dittatura “eurista” e creare le condizioni per far ripartire rapidamente il processo di unificazione politica europea (dell’Europa del Sud, inclusa la Francia) su base democratica e sociale».
Una diatriba nobile questa tra Screpanti e Cesaratto, che vale la pena di approfondire.

Per capire la crisi più lunga
di Ernesto Screpanti

Sei lezioni di economia (Imprimatur, Reggio Emilia, 2016) di Sergio Cesaratto è un libro importante che esce in un momento di grande confusione d’idee e di grande incertezza economica e politica. 
La lunga ondata di egemonia neoliberista che ha devastato il mondo negli ultimi 40 anni lo ha infine fatto naufragare nella grande crisi da cui non siamo ancora usciti. E ora il cittadino disorientato si guarda intorno in cerca di nuovi strumenti di comprensione della realtà. Questo libro di Cesaratto gli può essere d’aiuto, sia perché fornisce un’analisi approfondita della crisi in corso, sia perché lo fa usando strumenti teorici alternativi a quelli su cui si fonda l’egemonia liberista.

Il libro si divide in due parti. I primi tre capitoli presentano la ricostruzione storica di un sistema teorico di grande prestigio, che la teoria economica dominante però ha cercato di relegare nel sottomondo dell’eterodossia. Il primo capitolo espone l’approccio del sovrappiù sviluppato da Smith, Ricardo e Marx. Il secondo tratta della teoria neoclassica, versione raffinata di quella che Marx chiamava “economia volgare”. Il terzo si concentra sulla rivoluzione keynesiana. Ma non è un libro di storia del pensiero. Cesaratto presenta l’oggetto della sua ricostruzione come materia viva. Rilegge quella storia con gli occhiali di Marx, Keynes e Sraffa, e approda all’esposizione di un sistema teorico che è “se non del tutto giusto quasi per niente sbagliato”. In questo sistema i redditi non di lavoro sono spiegati non come remunerazioni dei contributi produttivi di fantomatici fattori di produzione, ma come un sovrappiù prodotto dai lavoratori.
Il livello del salario non è determinato dalle forze di mercato, ma dai rapporti di forza tra le classi. I mercati non sono quei miracolosi meccanismi di aggiustamento automatico degli shock esogeni, e quindi gli impianti industriali possono restare a lungo sottoutilizzati mentre la disoccupazione può essere una condizione normale dello sviluppo economico.
Cesaratto è molto bravo nello spiegare, usando gli schemi analitici di Sraffa, le deformazioni ideologiche e gli errori analitici di quella parabola neoclassica che sostiene che i mercati tendono alla piena occupazione, il salario a uguagliare la produttività marginale del lavoro, l’interesse a uguagliare la produttività marginale del capitale… e il profitto a zero. Semmai si potrebbe imputargli una certa timidezza della vis polemica, ché la teoria dell’equilibrio economico generale è stata criticata anche per ben altri difetti, e innanzitutto per l’irrealismo di certe ipotesi: concorrenza perfetta, prezzi flessibili, mercati completi, informazioni complete, transazioni a costo zero, rendimenti costanti di scala, perfetta capacità di calcolo degli agenti economici etc. etc. Un altro difetto fondamentale ha a che fare con l’impossibilità di dimostrare che la stabilità è una proprietà intrinseca dell’equilibrio generale, un difetto che, mentre rende insensati gli esercizi di statica comparata (dato il “principio di corrispondenza” di Samuelson) e quindi gli stessi concetti di variazioni al margine su valori d’equilibrio, depriva il modello della capacità di regolare un eventuale processo di gravitazione.
Viene il dubbio però che non a caso Cesaratto abbia trascurato questo tipo di critica. Lui pensa che gli schemi di Sraffa siano importanti non solo perché consentono di criticare un aspetto essenziale della teoria del valore neoclassica (e uno inessenziale di quella di Ricardo e Marx), ma anche perché fornirebbero una teoria del valore realistica da porre a fondamento dell’approccio post-keynesiano che lui propone in alternativa a quello marginalista. Questa teoria del valore, nella riformulazione di Pierangelo Garegnani, postula che la mano invisibile funzioni facendo gravitare i prezzi di mercato e le quantità prodotte attorno a una “posizione di lungo periodo” con tasso di profitto uniforme e scambi ai prezzi di produzione. Presuppone dunque alcune di quelle ipotesi che rendono irrilevante il modello di equilibrio neoclassico, a partire dai prezzi flessibili per finire ai rendimenti costanti di scala. E se non esistono mercati intertemporali, quali ipotesi si faranno su quelle aspettative di prezzo che dovrebbero far muovere gli investimenti da un’industria all’altra? E cosa garantisce che il processo di gravitazione sia generalmente stabile? E se non lo è, come si può pensare che le condizioni di produzione di lungo periodo costituiscano il regolatore del processo stesso?
I post-keynesiani riconoscono i meriti di Sraffa nella critica alle parabole neoclassiche, ma non hanno bisogno dei suoi schemi per fondare una teoria del valore alternativa. Gli bastano quelli di Kalecki e della tradizione di ricerca che origina dalla sua teoria dei prezzi. Questa tradizione si è andata sviluppando negli anni ’50 e ’60, ed è infine approdata a una teoria dei “prezzi normali” che assume mercati non perfettamente concorrenziali. Le imprese reagiscono a variazioni della domanda con variazioni delle quantità prodotte. I prezzi sono determinati dalle imprese stesse, restano fissi a fronte di variazioni cicliche della domanda e assicurano tassi di profitto differenziati.
E veniamo alla seconda parte del libro, che è dedicata allo studio della crisi contemporanea. Il quarto capitolo si occupa del funzionamento della politica monetaria in un’economia aperta. È magistrale la chiarezza e la semplicità con cui Cesaratto presenta difficili problemi di politica economica senza perdere rigore analitico. Non si tratta tuttavia di una fredda lezioncina teorica. I concetti, non appena introdotti e spiegati, vengono subito utilizzati per farci capire una cosa importante: che nessun governo nazionale, per quanto dotato di sovranità monetaria e fiscale, può aspirare a raggiungere la piena occupazione o anche solo un soddisfacente sviluppo economico se opera in un’economia aperta entro un mercato dominato dal mercantilismo tedesco. L’Unione Europea e la moneta unica hanno aggravato il problema, il quale tuttavia esisteva già nei precedenti vent’anni e più. E Cesaratto è convincente nello spiegarci il fallimento del laburista Tony Benn e del socialista François Mitterand i quali, nei tardi anni ’70 e nei primi anni ’80, cercarono di avviare nei rispettivi paesi delle politiche keynesiane per la piena occupazione. 
Incapparono nel vincolo esterno: le politiche espansive creavano deficit della bilancia commerciale che non sarebbero state sostenibili a lungo andare. In realtà si scontrarono con le conseguenze della pervicacia tedesca, ché i vincoli esterni si sarebbero potuti allentare se la Germania avesse fatto a sua volta politiche fiscali fortemente espansive. Infine dovettero firmare la resa. Le condizioni di capitolazione imponevano politiche miranti a creare un’elevata disoccupazione permanente come strumento disciplinare: il controllo salariale avrebbe assicurato il rispetto del vincolo esterno. In Francia assunsero la forma di una rinuncia a difendere l’occupazione con la svalutazione e/o il protezionismo, e furono rese accettabili all’orgoglio nazionale dal fatto che la resa fu firmata dai socialisti francesi non davanti ai vincitori tedeschi, bensì davanti all’ala liberista della stessa sinistra francese (Jacques Delors). Ebbene “strategie nazionali per la piena occupazione sono oggi ancor più difficili” (p. 183). Dunque: che fare?
Intanto vediamo cosa non fare, secondo Cesaratto. Il quale si mostra giustamente scettico nei confronti di un certo semplicistico “sovranismo nazionale”. Non crede che l’uscita dell’Italia dall’eurozona, con ritorno a una Lira che svaluterebbe immediatamente, sia sufficiente per avviarla verso la piena occupazione. E non si può dargli torto. Mettiamola così: nella migliore delle ipotesi, dato il clima di depressione in cui ci troviamo in Europa, è possibile che il governo di un paese con economia piccola e molto aperta usi politiche espansive, difendendole con un cambio flessibile, per portare il tasso di crescita medio del PIL su valori positivi, e questo sarebbe già un buon risultato per l’Italia. Per “economia piccola” s’intende una che non è capace di far crescere in misura rilevante le proprie esportazioni in seguito a un aumento delle proprie importazioni. Un’economia “grande” era quella degli USA negli anni 1950-70. Le economie di paesi come l’Italia, la Svezia, il Regno Unito e il Giappone sono da considerare piccole. Ebbene confrontiamo il tasso di crescita medio annuo del PIL di questi 4 paesi nel periodo 2007-15 (fonte World Bank): Italia -0,75; Svezia 1,51; Regno Unito 1,11; Giappone 0,39. Gli esempi non sono scelti a caso. L’economia italiana è confrontata con quella di tre paesi di dimensioni e grado di apertura comparabili, ma che si trovano fuori dall’eurozona. Peraltro sono economie un po’ diverse tra loro: si pensi al Regno Unito, che ha un deficit strutturale del conto corrente, il quale permane nonostante il deprezzamento della Sterlina; oppure alla Svezia, che ha migliorato il saldo commerciale con un apprezzamento della Corona. Sia come sia, forse per un’Italia che esce dalla UE per svalutare (sperando che gli altri paesi europei non reagiscano con svalutazioni competitive) un tasso di crescita medio dell’1,5% non sarebbe impossibile. Nondimeno, lo scetticismo di Cesaratto resta pienamente giustificato perché, dopo un quarto di secolo di crescita stentata e un decennio di decrescita infelice, ci vuole ben altro per raggiungere la piena occupazione, diciamo: almeno un quindicennio di sviluppo a un tasso intorno al 4%.
Cesaratto non crede molto, oltre che alla svalutazione, neanche alla politica industriale, neanche a quella mirata alla sostituzione delle importazioni. Non è che la rifiuti, ma pensa che sia difficile da attuare in tempi brevi, e che “a sinistra ci si sciacqui troppo spesso la bocca con le magnifiche sorti e progressive della politica industriale” (p. 200). 
Si può allora pensare a una nuova Europa? Magari una Confederazione del sud Europa? Sarebbe un’economia più grande di quella italiana e avrebbe un più basso grado di apertura, dunque dovrebbe fronteggiare un vincolo esterno meno stringente. Ahimé! Cesaratto considera l’europeismo non solo utopistico, “velleitario a sinistra, liberista a destra” (227), ma autolesionista. Non parliamo poi dei sogni de “l’indefesso internazionalista” (247), che non ha capito che il socialismo si costruisce in un solo paese. Ma – ci si può domandare – non è questa una forma di “sovranismo nazionale”? Ed è possibile costruire il socialismo in un solo paese… sud-europeo, o almeno lottarvi con successo per l’aumento dell’occupazione e dei salari, quando l’Europa è dominata dall’hybris neo-mercantilista?
Gran parte delle motivazioni dello scetticismo di Cesaratto vengono fornite nel capitolo quinto, che è una ricostruzione accurata e molto illuminante della “congiuntura più lunga”, cioè di quella fase della storia economica e politica italiana che va dalle “occasioni mancate” degli anni ’60 alla catastrofe contemporanea. Questo capitolo ci fa capire che l’Unione Europea e la moneta unica non hanno fatto che aggravare elementi di crisi e di debolezza che erano presenti almeno da metà degli anni ’70. Ci ragguaglia inoltre sull’importanza del “golpe bianco” messo in atto nel 1981 da Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi con il “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro, un atto eversivo che mirava a trasformare la Banca Centrale in uno strumento di disciplina del movimento operaio, secondo un modello che era stato ampiamente sperimentato in Germania. 
Senonché in Germania lo strumento funzionava rapidamente e come meccanismo di aggiustamento di breve periodo: se i sindacati chiedevano troppo, la Buba (con la scusa di controllare l’inflazione) alzava il tasso di sconto e i lavoratori dovevano accettare una riduzione dell’occupazione. In Italia invece ha creato le condizioni per una progressiva deindustrializzazione e per un abbattimento secolare della combattività operaia. Il dramma si è svolto in tre atti. Atto primo: il debito pubblico sale alle stelle (essendo il tasso d’interesse schizzato a livelli stratosferici a causa della politica di riarmo di Reagan prima e quella di riunificazione tedesca poi). Atto secondo: L’Italia entra nell’Eurozona impegnandosi a ridurre il debito pubblico, o almeno il deficit di bilancio, mediante politiche fiscali restrittive (con Angela Merkel che assegna i compiti da fare a casa). Atto terzo: il ricatto di Marchionne (o voti democraticamente una riduzione dei tuoi diritti o perdi il posto di lavoro) viene universalizzato da Renzi con il Jobs Act, la minaccia essendo resa credibile dal lungo trend decrescente dell’occupazione industriale. Il capitolo si conclude con la dimostrazione che questa Europa non è riformabile, non è vittima di errori che possano essere corretti, ma è la conseguenza di una precisa scelta politica, essendo stata costituita proprio per funzionare come “uno strumento disciplinare delle classi lavoratrici, in particolare dell’indisciplinato sud, Francia inclusa” (p. 246).
E veniamo all’ultimo capitolo, il più bello e più profondo. 
Devo fare tanto di cappello al professor Cesaratto, che riesce a far capire a tutti il funzionamento della politica della BCE nell’era Draghi, impresa non facile data la complessità di molti tecnicismi e delle teorie monetarie che gli stanno dietro. Draghi non è un rozzo monetarista, tantomeno un seguace del nazional-liberismo schäubliano. La Provvidenza ha voluto dare al nemico di classe l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto: un liberale neo-keynesiano al controllo della politica monetaria in un momento critico della storia della UE. Se al posto suo ci fosse stato un Weidmann qualsiasi, oggi l’UE non esisterebbe più. Sarebbe saltata, se non con le crisi dei piccoli paesi periferici (Portogallo, Irlanda, Cipro, Grecia,) senz’altro con la crisi del debito che ha colpito Italia e Spagna nel 2011. Draghi ha dapprima lasciato fare “i mercati”, così creando le condizioni per la caduta dei governi che non si decidevano ad attuare le “riforme”, poi è intervenuto facendo rientrare la crisi con delle semplici (si fa per dire) manovre di espansione monetaria (gustoso il passo in cui Cesaratto ci fa fare quattro risate quando rievoca il tentativo di Mario Monti di prendersene il merito). Ma non voglio togliere al lettore il piacere di leggersi questo capitolo parola per parola. Anzi gli consiglio di cominciare a leggere il libro proprio da qui, dalla fine.
Devo riprendere invece il discorso sul “che fare”. La tesi fondamentale è: dato che l’UE è irriformabile, bisogna puntare sull’Italexit. Ormai un numero crescente di economisti, di politici e di persone di buon senso se ne sta convincendo. E dopo l’osservazione del trattamento spietato che i nazional-liberisti tedeschi e la Troika hanno riservato alla Grecia, questo processo di conversione sta assumendo le dimensioni di una valanga. 
Per come la vedo io, l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea va intesa come una mossa tattica volta ad abbattere la dittatura “eurista” e creare le condizioni per far ripartire rapidamente il processo di unificazione politica europea (dell’Europa del Sud, inclusa la Francia) su base democratica e sociale. Ma Cesaratto non la vede così. Lui propone l’Italexit come una strategia che mira a salvare solo l’Italia, senza “velleitarismi” europeisti e internazionalisti. E insiste molto su questa tesi, nonostante la sua insofferenza per il “sovranismo nazionale” e nonostante abbia convincentemente documentato la débâcle di Tony Benn e di François Mitterand. Ma allora cosa ha in mente?
Be’, ormai dovrebbe essere chiaro. Una volta fatto lo sconto alla svalutazione, alla politica industriale e alla Confederazione Europea, non resta che puntare sull’innalzamento di barriere commerciali. Non è che Cesaratto vada matto per l’autarchia. La sua posizione resta problematica. La domanda che si pone è: cosa può fare un paese che volesse adottare politiche progressiste in isolamento? Però ci si può domandare a nostra volta: se le svalutazioni fossero inefficaci in quanto susciterebbero svalutazioni competitive, come può essere più efficace il protezionismo? Perché Germania, Francia e Spagna dovrebbero volersi difendere da una svalutazione italiana e non da una tariffa italiana? Si consideri anche il fatto che le svalutazioni non sono proibite dai trattati internazionali. Il protezionismo invece lo è, ed è sanzionabile in base alla Dispute Settlement Understanding che l’Italia ha sottoscritto nel WTO. Ora, è vero che, dopo lo scoppio della crisi, molti paesi hanno fatto ricorso a politiche protezionistiche più o meno larvate (ad oggi sono state ben 514 le cause arbitrate dal Dispute Settlement Body, con un trend decrescente fino al 2007, crescente dopo). Ma è anche vero che questo è stato uno dei fattori che hanno contribuito a cronicizzare la crisi. Se tutti fanno gli opportunisti, nessuno porta a casa niente: se la somma delle importazioni mondiali diminuisce, nella stessa misura diminuisce la somma delle esportazioni.
Probabilmente Cesaratto ha in mente una situazione in cui l’Italia esce dalla UE e cerca di farcela da sola usando un po’ di svalutazione, un po’ di politiche industriali e un po’ molto di protezionismo. Ciò che invece rifiuta categoricamente è l’idea di puntare a un processo di federazione del Sud Europa. Il che suona strano, dal momento che le stesse politiche protezionistiche sono tanto più efficaci quanto più grande è il paese che le applica. Infatti le industrie nazionali che devono produrre i sostituti delle importazioni raggiungono più facilmente l’efficienza economica se operano in un mercato interno grande. Inoltre le industrie esportatrici che devono fronteggiare le rappresaglie commerciali degli altri paesi hanno probabilità di sopravvivenza tanto più alte quanto più ampio è il mercato interno.
Ora, è un dato di fatto che, grazie a questa Unione Europea, in tutto il continente i vecchi sentimenti europeisti stanno cedendo il campo a un ritorno del nazionalismo. Non sorprende perciò l’antieuropeismo di Cesaratto. Secondo lui “l’unica Europa auspicabile è quella di stati nazionali sovrani che cooperino strettamente”. Come? Con il protezionismo e le svalutazioni competitive? Forse pensa a un’unione doganale europea che si limita a difendersi dal dumping sociale, fiscale e ambientale cinese? Senonché i più importanti competitori commerciali dell’Italia stanno in Europa. Ma allora, se il problema è difendersi dalla concorrenza tedesca e francese, come si può sperare che questi paesi “cooperino strettamente” con un’Italia che pratica la forma più ostile di mercantilismo? O forse Cesaratto vagheggia un’unione doganale latina che si difende con barriere non tariffarie dal mercantilismo tedesco? In ogni caso, sorprende che consideri realistica una cooperazione internazionale basata sulla più sciovinista delle politiche mercantiliste, mentre considera utopistica la costruzione di un’altra Europa, democratica e socialista.
Ciò detto, devo ribadire che il libro è illuminante, e lo consiglio non solo agli studenti, ai militanti, ai giornalisti e alle persone colte in genere, ma anche a molti economisti, specialmente a quelli che si muovono sulla cresta dell’onda delle mode ideologiche. Il neoliberismo sta crollando e, a quanto pare, i venti dell’egemonia stanno cambiando. Forse potrebbero ora soffiare nella direzione auspicata da Cesaratto.

domenica 22 maggio 2016

EUROSTOP: IL MEGLIO DELLA SINISTRA CHE C'È

[ 22 maggio ]

Si è svolto ieri a Napoli il convegno: «ITALEXIT: una via per rompere la gabbia dell'Unione Euro». [Nella foto l'inizio dei lavori]

Dopo i saluti del sindaco De Magistris, che ha voluto personalmente esprimere la sua vicinanza ai promotori del convegno, i lavori sono stati aperti da Giorgio Cremaschi.

Un'introduzione, quella di Cremaschi, appassionata e di ampio respiro.
Dopo una disamina puntuale del carattere oligarchico, imperialista e antipopolare dell'Unione europea, Cremaschi ha snocciolato le ragioni per cui l'euro non è solo una moneta ma il paradigma e il pilastro di un regime politico; quindi i motivi per cui la Ue non è riformabile, perché essa va combattuta e seppellita se davvero si hanno a cuore non solo gli interessi del popolo lavoratore ma le stesse sorti delle democrazia. Al centro della sua esposizione  [QUI il testo integrale] tre tesi ribadite con forza:
«(1) Una certa sinistra, che pretende di considerarsi "radicale" ci accusa che la rottura dell'Unione e l'uscita dall'euro sarebbero cose "di destra. E' vero il contrario: siccome l'Unione e l'euro sono strumenti delle classi dominanti, rottura e uscita sono per loro natura cose di sinistra, elementi di lotta di classe nella situazione concreta. Ed è solo perché la sinistra ha abdicato alla sua missione che certe destre possono presentarsi come campioni della battaglia per la riconquista della sovranità popolare. (2) Tutti qui ci auguriamo che questa rottura veda sincronicamente uniti i diversi popoli europei, ma questo appare oggi altamente improbabile. La catena si spezzerà necessariamente in quello che si rivelerà l'anello più debole. Viva dunque quel popolo che si sgancerà per primo! Liberando il proprio Paese dalla prigione liberista europea quel popolo aprirà la via a tutti gli altri. (3) In questa cornice non dobbiamo temere il concetto di "nazione", dovremo anzi fa sì che si sposi con i valori della democrazia, della eguaglianza, della solidarietà internazionalista tra i popoli». 
Sul solco tracciato da Cremaschi si è quindi aperta la sessione di dibattito mattutina, ricca, articolata, e che ha visto, tra l'altro, il confronto fra due posizioni principali: quella esposta da Franco Russo e quella contraria difesa da Moreno Pasquinelli.

La posizione di Russo si può riassumere in due assunti: (1) la crisi ha rafforzato non indebolito l'Unione europea ed i suoi meccanismi di comando e governance —tesi che è stata ripresa e difesa, nella sessione pomeridiana, da Mauro Casadio— e (2) la rottura è necessaria ma..." Dio ce ne scampi da un ritorno all'indietro alle sovranità nazionali". Bisogna invece tenere fermo il discorso internazionalista lasciatoci in eredità dal movimento operaio, poiché solo una forza internazionale può portarci fuori dall'ordine di cose esistente.

Pasquinelli, portando esempi concreti, ha invece sostenuto che la tendenza dominante è quella alla dissoluzione dell'Unione ciò che, giocoforza, implica un recupero di sovranità statuali e nazionali —la vicenda Schengen è lì a dimostrarlo. Questo recupero non è per sua natura reazionario (come vuole far credere certa sinistra "cosmo-internazionalista" che con la scusa dell'internazionalismo abbraccia il cosmopolitismo imperiale), anzi, è una leva che dovrebbe essere utilizzata per dare un contenuto ed uno sbocco democratici alla battaglia contro il regime eurocratico. Qui Pasquinelli ha accennato alla necessità di rivalutare i discorsi di Antonio Gramsci su egemonia e strategia nazionale-popolare, di liberarsi dalla congenita malattia dell'intellettualità sinistrorsa, dal suo carattere élitario che la tiene sideralmente distante dalle larghe masse. "A poco servirà aver le analisi e la strategia corrette se poi non sapremo farci capire dai "semplici", da chi sta in basso. In questo senso dobbiamo imparare la lezione dei "populismi", anzitutto di quelli progressisti che han saputo mobilitare milioni di persone e quindi rovesciare i regimi neoliberisti. Solo così potremo sbarrare la strada alla rinascita di movimenti di massa neo-fascisti".

Carlo Formenti, riagganciandosi a questo discorso, dopo aver detto che bisogna smetterla di avere paura delle parole, di concetti come nazione, popolo e sovranità, con efficacia ha sostenuto l'idea che va costruito un discorso populista di sinistra, che sappia tenere assieme le lotte per i bisogni materiali alla speranza di un radicale cambiamento.
La sala durante il convegno

Tra gli interventi della sessione mattutina degna di nota la posizione avanzata dall'economista Emiliano Brancaccio, riassumibile anche qui in tre punti. (1) Non c'è dubbio che la tendenza è quella alla conflagrazione dell'Unione, (2) ma le forze reazionarie, xenofobe e liberiste sono in grande vantaggio, di qui il rischio molto probabile che siano esse ad approfittare di questa crisi, salendo al potere. (3) Il terzo punto è tutto politico: "Non sono affatto convinto, anzi, che sia percorribile la via di un Comitato di liberazione nazionale. Siamo talmente deboli che se ci alleassimo con certe forze borghesi anti-Ue saremmo fagocitati".

E' stato Ugo Boghetta, nella sessione pomeridiana, a rispondere a Brancaccio e al suo rifiuto di un'alleanza tattica con le "destre costituzionali". Boghetta dopo aver sostenuto l'idea che non dobbiamo abbandonare l'obbiettivo strategico del socialismo ha ribadito con forza l'idea che se vogliamo davvero vincere la guerra, dobbiamo accettare l'idea che occorre essere protagonisti di una alleanza ampia, necessariamente interclassista. Non solo la maggioranza dei settori del lavoro dipendente hanno interesse a rompere la gabbia europea, ma pure i tanti pezzi maciullati dalla crisi del mondo delle piccole e medie imprese, quei settori che vivono di mercato interno. "Se siamo d'accordo nel dire che una volta usciti dalla gabbia eurocatica occorre ristabilire l'ordine sociale descritto nella Costituzione del 1948, allora questa dev'essere la base per un fronte popolare il più ampio, lo si chiami CLN o in altro modo".

Oltre ai saluti portati dal sindacalista inglese, dal delegato del Partito comunista cubano e dai compagni catalani, la sessione pomeridiana ha visto, oltre al contributo di Epic (Loredana Signorile e Giacomo Bracci) gli interventi di altri tre economisti: Gennaro Zezza, Ernesto Screpanti e Luciano Vasapollo.

Gennaro Zezza, dopo aver spiegato che l'euro è un regime economico e monetario insostenibile e votato alla dissoluzione, ha presentato la proposta di "moneta fiscale", come via per far uscire subito l'Italia dalla recessione — QUI la sua proposta nel dettaglio.

Ernesto Screpanti, partendo dal "Trilemma di Rodrik" per cui non si possono avere simultaneamente globalizzazione, democrazia e sovranità nazionale, ha denunciato la natura antipopolare e antidemocratica dell'Unione europea. Ha quindi passato in rassegna quelle che secondo lui sono le possibili vie d'uscita dalla gabbia eurocratica. Screpanti ha sostenuto la tesi che uno Stato nazionale da solo, premesso che dovrebbe darsi un piano di forte rilancio industriale, non riuscirebbe a sopravvivere, nell'attuale contesto globalizzato, nemmeno se facesse affidamento a forti misure protezionistiche o a forti svalutazioni monetarie. Saranno quindi necessarie grandi entità geopolitiche e Screpanti immagina possibile una Unione mediterranea (politica non solo economica, onde evitare che si ricreino al suo interno i medesimi squilibri Nord-Sud che vediamo nella Ue), una coalizione dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sia della sponda Nord che Sud.

Polemico, e per certi versi singolare, l'intervento di Luciano Vasapollo. Dopo aver sostenuto che, certo, occorre fare nostra la consegna della sovranità nazionale, ha detto che è ormai inutile e financo deviante discutere del dopodomani: "Sono stanco di sentire parlare di ciò che semmai potremo fare quando avremo il potere". Forse ci sbagliamo ma la frecciata era rivolta proprio a Screpanti, la qual cosa ha suonato strano, visto che proprio lui è stato l'artefice dell'idea di "Alba mediterranea" (che a noi non ha mai convinto, e QUI spieghiamo il perché). Vasapollo ha quindi insistito che la lotta per la sovranità va calata nella concreta situazione, che occorre fare sì che essa marci nei movimenti e nelle lotte sociali. Come? Ricollegandosi all'intervento di Carlo Formenti, ha insistito che dobbiamo stare nei conflitti, da quelli per la casa a quelli per strappare diritti sociali.

Il convegno si è concluso con l'approvazione all'unanimità di una mozione che chiama ad una manifestazione "No Renzi Day" il sabato precedente al Referendun costituzionale di ottobre.

Per concludere.
Un convegno che segna un passo avanti per la coalizione Eurostop, nata nel novembre scorso. Un punto positivo nel camposanto della sinistra odierna. Sta nascendo un raggruppamento che fa della rottura della gabbia europea il punto di ancoraggio di una strategia di più ampio respiro la quale, pur tenendo ferma la stella polare del socialismo, dovrà tenere conto di ineludibili passaggi di fase, passaggi che saranno certo difficili, non escluso dirimenti, e che chiederanno metodi, linguaggi e tattiche adeguati affinché sia possibile domani la saldatura tra quella che è oggi una piccola minoranza e le larghe masse popolari.

Nb
Quanto prima, sul nostro canale Youtube, pubblicheremo le registrazioni filmate di alcuni interventi.


giovedì 3 marzo 2016

P101: PALERMO, INCONTRO PUBBLICO CON ERNESTO SCREPANTI

[ 3 marzo ]

Segnaliamo ai lettori siciliani un importante incontro pubblico.

Presentazione del libro di Ernesto Screpanti
“L'imperialismo globale e la grande crisi”

Sabato 5 marzo 2016, ore 16,00

Sala delle Lapidi (sede Consiglio Comunale)
Palazzo delle Aquile, Piazza Pretoria n. 1, Palermo

Coordinerà i lavori il Dott. Roberto Caggia
Porgerà il saluto la Dott.ssa Nadia Spallitta, Vice Presidente Vicario del Consiglio Comunale

Presenterà l'Autore e il suo libro il Dott. Angelo Sicilia, economista, saggista, formatore.

Interverranno:

- Dott. Beppe De Santis, co-Promotore del “Programma 101”, esperto di programmazione
economica: “Il capitalismo delle multinazionali globali, la lotta contro le multinazionali agroalimentari, la strategia di resistenza dei territori, il rilancio dello stile di vita mediterraneo con l'occasione storica del riconoscimento della Dieta Mediterranea come bene culturale dell'umanità”;

- Arch. Erasmo Vecchio, esperto di marketing: “Sudditanza e sovranità agroalimentare”
- Prof. Ernesto Screpanti, docente di Economia Politica all'Università di Siena;
- Dott. Francesco Panasci, manager della comunicazione, sul tema: “La Comunicazione ad Alta Definizione per la riconquista dell'Identità e della Sovranità nazionale e autonomistica” ;
- Prof. Pietro Attinasi, Dirigente scolastico, Presidente di Noi Mediterranei: “L'Appello del Programma 101”;
- Francesco D'Antoni, imprenditore: “L'esperienza dei piccoli imprenditori siciliani: una
resistenza”.

Parteciperanno al dibattito: 

Dott. Antonio Piraino, economista, esperto bancario; 
Leo UrbaniProf. Emerito dell'Università di Palermo; 
Giuseppe Castelnuovo, fondatore del Movimento Lavori in corso per il Sud; 
Giuseppe Pizzino, leader del Movimento “Progetto Sicilia”; Prof.
Olindo Terrana, urbanista, esperto di sviluppo locale; 
Dott. Sebastiano Di Mauro, delegato dei GAL (Gruppi di Azione Locale) nel Comitato di Sorveglianza del PSR (Piano Sviluppo Rurale) Sicilia 2020; 
Ciro Coniglio, sindaco di Baucina, co-Coordinatore istituzionale dei GAL siciliani;
Dott. Giuseppe Catania, sindaco di Mussomeli; 
Giuseppe Lo Verde, sindaco di Polizzi
Generosa; Dott. Giuseppe Di Martino, sindaco di Castellana Sicula; 
Dott. Roberto Garaffa,Presidente del Consiglio Comunale di Modica; 
Dott. Francesco Sutera, medico, responsabile Servizi sociosanitari territoriale; 
Sen. Bartolo Fazio, amministratore delegato I.DI.MED (Istituto Dieta Mediterranea); Giuseppe Giammalva, Presidente di “Nuovo Senso Civico”; 
Alfonso Lo Cascio, giornalista direttore della rivista Espero. 

Altri interventi.

Conclusioni del Prof. Andrea Piraino, Ordinario di diritto costituzionale all'Università di Palermo

e del Dott. Paolo Amenta, Vice Presidente dell'ANCI Sicilia.

lunedì 27 luglio 2015

USCIRE DALL'EURO COME? (2) Note sul seminario teorico di Castiglione del Lago: le obiezioni di Screpanti e Cesaratto alle tesi della me-mmt

[27 luglio ]

Premessa

Nella prima parte di questo resoconto sul Seminario svoltosi a Castiglione del Lago (Pg) il 18 luglio scorso abbiamo sottolineato che uno degli argomenti avanzati dagli amici del Me-Mmt è che una volta riconquistata la sovranità monetaria i depositi bancari (non solo quindi i modesti risparmi dei cittadini) non dovrebbero essere convertiti in nuove lire, ma lasciati in euro. 


In questa seconda parte riassumeremo le obiezioni di Ernesto Screpanti e Sergio Cesaratto, anzituto alla tesi degli amici della me-Mmt secondo cui sarebbe meglio lasciare depositi e risparmi in euro. E molto sinteticamente affronteremo la questione della bilancia dei pagamenti e dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza ( employer of last resort).

Per dare un’idea di cosa stiamo parlando si consideri che i depositi (i risparmi e le somme di denaro che i cittadini affidano a banche ed agli istituti di credito tra cui le Poste) degli italiani ammontano (dati dicembre 2014) a ben 1.708,6 miliardi di euro, con un aumento del +12,95% in sette anni. [Dati Abi: Il Sole 24 Ore del 16/12/2014]. Una cifra che supera il Pil del Paese ed è uno degli aspetti di quella che Marx chiamava tendenza alla tesaurizzazione e che Keynes definiva preferenza per la liquidità.
Si tenga poi conto che i depositi sono solo una delle voci della ricchezza finanziaria posseduta dai cittadini. Sommando le diverse forme di questa ricchezza finanziaria abbiamo infatti che gli italiani detengono più del doppio del Pil, ovvero ben 3.848 miliardi di ricchezza finanziaria [dati Bankitalia, in: Il Sole 24 Ore del 25/3/2015] che diventano 9.614 miliardi di euro includendo gli immobili.




Si capisce, anche solo date le sue dimensioni, che la questione di come trattare la ricchezza finanziaria dei cittadini (in particolare quella in forma di depositi e risparmi), se è una questione cruciale in sé, lo diventa a maggior ragione per un governo popolare che si trovi a decidere di uscire dall’eurozona e voglia rilanciare l’economia del Paese puntando a risolvere il problema dei problemi: la disoccupazione di massa —ciò che implica, secondo chi scrive, non solo spesa in deficit da parte dello Stato ma anche una politica proattiva per mobilitare la ricchezza tesaurizzata in vista di un grande piano del lavoro e quindi di investimenti —ciò che chiama ovviamente in causa anche la gestione del sistema bancario, ma di questo si parlerà nella terza parte di questo resoconto.


Abbiamo infine, con massima sintesi, riportato le diverse opinioni per quanto concerne la relazione tra politica monetaria espansiva e bilancia dei pagamenti, e l'idea dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza.

(Moreno Pasquinelli)



SCREPANTI: «USCITA DALL'EURO: GRADUALE E' PEGGIO»

Ernesto Screpanti ha fatto notare che le preoccupazioni degli amici della Me-Mmt – innescare un processo di uscita dall’Eurozona che sia più graduale possibile e con una svalutazione controllata – sono eccessive.

Al contrario, per minimizzare gli effetti di inasprimento della crisi, la fuoriuscita dovrebbe essere improvvisa e più breve possibile. Inoltre il tasso di cambio è bene che si deprezzi molto e rapidamente. Peraltro, il tasso di cambio è determinato dai mercati internazionali più che dalle decisioni dei cittadini di convertire i depositi in Euro in conti denominati nella nuova moneta.

Infine, per la legge di Gresham – moneta cattiva scaccia moneta buona – il regime a doppia moneta sarà molto instabile e porterà a una rapida scomparsa degli Euro dalla circolazione. Tanto vale quindi passare subito a un regime con una sola nuova moneta.

L'OBIEZIONE DI CESARATTO 

Sergio Cesaratto, da parte sua, ha svolto all’idea di non ridenominare i depositi in nuova lira, un'obiezione, ancor più radicale.

Una banca può creare e detenere depositi in euro solo se la sua banca centrale è nell’euro-sistema, solo se cioè può ricorrere alle operazioni di rifinanziamento della banca centrale, fa parte del relativo sistema dei pagamenti (Target 2) ecc.

En passanti, Cesaratto ha precisato che “naturalmente, se consentito dalle autorità, una banca polacca può aprire un deposito in euro a un polacco che depositi euro guadagnati in Germania. Quello che la banca polacca non può fare è concedere un credito in euro attraverso la creazione di un deposito in euro”.

Per Cesaratto quella degli amici MMT è dunque una strana visione dell’uscita dall’euro poiché la banca centrale emetterebbe una nuova moneta, ma allo stesso tempo resterebbe ancora nell’eurosistema. Delle due l’una —a meno che ricadano nella doppia moneta di Grazzini e company, sia esso del tipo del CCF (Certificati di Credito Fiscale) o IOU (I owe you") . Ma lì, ha aggiunto Cesaratto. sarebbe un’altra storia e relative critiche.


LA QUESTIONE DELLA BILANCIA DEI PAGAMENTI

Per la Me-Mmt, come ha spiegato Filippo Abbate, il deficit delle partite correnti —che può insorgere a causa della svalutazione della moneta di un Paese la cui economia dipende molto dalle importazioni— non costituisce un serio ostacolo allo sviluppo di una politica monetaria espansiva orientata alla piena occupazione. Mario Volpi ha poi segnalato che per la Me-Mmt il deficit delle partite correnti «... non è una forma di indebitamento estero; quando cittadini ed imprese importano non stanno prendendo i soldi in prestito dal resto del mondo ma più probabilmente dal settore bancario interno».

Al contrario Cesaratto, accennando ai suoi dibattiti con Randall Wray, ha sottolineato che solo i paesi che emettono moneta di riserva (gli Usa in primis) possono entro limiti più o meno ampi trascurare il vincolo della bilancia dei pagamenti. 
All’obiezione fatta dagli amici della Me-Mmt e che Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda ( e non solo questi) hanno bilance dei pagamenti in disavanzo e che ciò non rappresenta un dramma, Cesaratto ha segnalato che si tratta di paesi con una affidabilità creditizia molto forte, Australia e Nuova Zelanda hanno patrimoni di risorse naturali. Nel caso del UK, Cesaratto ha ricordato poi che per Keynes e Nicholas Kaldor il vincolo della bilancia dei pagamenti inglese era un tormento. 

LO STATO COME DATORE DI LAVORO DI ULTIMA ISTANZA

Com'è noto per la Me-Mmt, uno Stato a moneta sovrana dovrebbe dare la massima priorità ala debellamento della disoccupazione, ciò con i cosiddetti "programmi di lavoro garantito", lavori di pubblica utilità da remunerare con salari dignitosi, il tutto anche allo scopo di sostenere la domanda interna, e quindi rilanciare il ciclo economico.

Ernesto Screpanti ha osservato che:

«Il modello di politica economica che mira alla piena occupazione attivando lavori socialmente utili con salario minimo determinato politicamente può funzionare, in un paese che non emette moneta di riserva internazionale, solo se si assume un cambio flessibile. Ciò implica però che il salario reale diventa una variabile dipendente, determinata dai mercati internazionali. Può benissimo accadere che il salario compatibile con l’equilibrio dei conti esteri sia più basso di quello determinato dal governo nazionale».
Screpanti ha infine sottolineato, riprendendo la metafora di Cesaratto, che una seria politica keynesiana di piena occupazione basata sulla domanda interna, non è in effetti possibile in paesi ad economia aperta, ciò tranne paesi di enormi dimensioni, quali gli usa o la Cina.

Circa lo Stato come employer of last resort Cesaratto ha affermato: 
«Siamo d’accordo che attraverso politiche fiscali accompagnate da una politica monetaria accomodante e nei limiti consentiti dal vincolo estero, lo Stato può creare occupazione, direttamente o indirettamente.
Gli MMT ritengono tuttavia che per non disturbare gli interessi dei capitalisti che desiderano un elevato tasso di disoccupazione per disciplinare i lavoratori, lo Stato dovrebbe occupare i disoccupati direttamente a un salario che non scoraggi i lavoratori ad accettarne uno nel settore privato laddove se ne presenti l’occasione. Lo Stato dovrebbe dunque impiegare i disoccupati a una salario inferiore a quello minimo.
In pratica per tanti motivi (incluso che se i disoccupati sono molti e il vincolo estero è stringente questo vincola la politica espansiva) questo lo si può perfino accettare. L’unica cosa è che non si racconti che si è trovata la pietra filosofale di far convivere capitalismo e piena occupazione.
Per il resto apprezzo e simpatizzo col lavoro degli MMT».
(continua)



sabato 25 luglio 2015

USCIRE DALL'EURO COME? (1) Note sul seminario teorico di Castiglione del Lago: le tesi della me-mmt

[ 25 luglio]

Introducendo il Seminario “Uscendo dall’euro” svoltosi a Castiglione del Lago il 18 luglio scorso, [QUI il filmato] ho esordito che il dibattito sull’uscita dalla gabbia euro(pea), malgrado l’ostracismo degli economisti del mainstream, è in Italia più “avanzato” che negli altri paesi.

Ciò non vuol dire affatto che tra gli economisti, ed in genere tra coloro che ritengono necessario il ritorno alla sovranità monetaria, ci sia accordo sulla via da seguire, sulle misure economiche immediate 
da adottare nel momento della rottura —valutarie, bancarie, fiscali, di bilancio e commerciali. Né c’è sintonia, quindi, su due questioni di fondo e che a noi paiono invece ineludibili: (1) quale debba essere, passata la tempesta iniziale, l’architettura sistemica nuova che dovrà necessariamente rimpiazzare quella liberista e bancocratica oggi vigente e, (2) quale dovrà essere —una volta disconnessosi dall’euro, e dall’Unione aggiungiamo noi— l'eventuale collocazione economica e geopolitica che il Paese nel “sistema mondo”.

E’ un fatto che questa pluralità di voci e di proposte produce tra gli attivisti del campo sovranista (per molti dei quali l’economia con le sue tecnicalità resta una disciplina di difficile accesso), un doppio effetto, di spiazzamento e quindi si scoraggiamento: “come potremo vincere la battaglia se tra noi abbiamo idee tanto diverse”?

Questo sentimento è comprensibile, le diversità andrebbero superate. Occorre però capire che mentre certe differenze sono superabili (appunto confrontandosi con spirito aperto alle critiche) altre invece non lo sono, e non lo sono perché —al netto della situazione inedita in cui ci troviamo con la moneta unica e date le peculiarità del sistema di capitalismo-casinò— dietro ad esse vi sono diverse e consolidate teorie economiche (non solo monetarie), in certi casi diverse idee di società.

La dico come la penso: il nostro Paese si troverà ad uscire dall’euro prima che gli economisti abbiano siglato un accordo in punto di dottrina. Aprire la via della rottura è infatti una questione squisitamente politica, sarà il gruppo dirigente che si troverà a guidare il processo di liberazione a sciogliere gordianamente i nodi di politica economica e geopolitici su cui oggi ci si accapiglia senza apparentemente venirne a capo.

Ciò non significa che chi guiderà il Paese nel momento del passaggio si muoverà tentoni, o solo empiricamente; significa piuttosto che chi governerà la transizione adotterà certi provvedimenti piuttosto che altri in base: (1) alle urgenza dettate dalla situazione oggettiva, (2) alla difesa degli interessi sociali che riterrà siano da tutelare in prima battuta e (3) all'idea di società di cui vuole gettare le fondamenta.

Ma torniamo al Seminario.

Assieme agli amici della Me-Mmt umbro-toscani l’abbiamo concepito come un contraddittorio. Abbiamo così impostato il seminario: voi della Me-Mmt presentate e spiegate le vostre tesi sull’uscita dall’eurozona, mentre Cesaratto, Screpanti e Mazzei svolgeranno le loro contro-argomentazioni.

Dico subito che secondo me il seminario è stato di grande interesse poiché ha consentito di capire le differenze tra la visione Me-Mmt e gli altri oratori presenti e, grazie a ciò, di sviscerare alcuni decisivi aspetti di politica monetaria, bancarie, commerciale e di bilancio che il ritorno alla sovranità chiama in causa —così come aspetti geopolitici della questione. Nonostante l’insopportabile calure estiva e la complessità dei temi, non solo i presenti hanno seguito con attenzione il confronto, hanno anche rivolto numerose e spesso congrue domande che hanno consentito ai relatori di esporre con maggiore chiarezza i loro punti di vista.

Come sappiamo la chiave di volta della Modern Money Theory è che con la moneta Fiat, per uno Stato sovrano che controlli della banca centrale, non ci sono limiti invalicabili nell’emissione monetaria; in quanto decisivo fattore di stimolo al ciclo economico essa dovrà essere immessa nel mercato fino all’ottenimento della piena occupazione —piena occupazione che, assieme ad un reddito dignitoso per tutti i cittadini, costituiscono appunto, per la MMT, gli scopi supremi della politica economica — ciò che, lato sensu, qualifica la MMT come una versione radicale del keynesismo.

Mario Volpi e Filippo Abbate della MMT hanno scelto tuttavia di non sviluppare questo aspetto basilare della loro teoria monetaria, e bene han fatto, poiché sia per Mazzei, che per Screpanti e Cesaratto —al netto di criticità di teoria monetaria che restano— è vero che uno Stato a moneta sovrana può e deve subordinare le sue politiche economiche e di bilancio all’obbiettivo della piena occupazione, quindi con politiche espansive di spesa in deficit.

Gli amici della MMT hanno preferito concentrarsi su alcuni aspetti, per loro dirimenti, riguardanti la gestione del PROCESSO DI TRANSIZIONE dall’euro alla nuova lira. Tra questi aspetti quello, oltre ai “piani di lavoro garantito” che lo Stato deve attivare con politiche di spesa pubblica in deficit, quello che Volpi e Abbate considerano molto importante è che i depositi bancari (non solo quindi i modesti risparmi dei cittadini) non debbano essere convertiti in nuove lire, ma lasciati in euro.

Questa tesi è stata contestata sia da Cesaratto, che da Screpanti che dal Mazzei. Non si tratta di una questione secondaria, poiché essa tira in ballo appunto le modalità dell’uscita dall’euro. Vedremo quali saranno le obiezioni fondamentali alla tesi degli amici della MMT. Proprio per facilitare la comprensione della disputa anche ad un pubblico non avvezzo a certe tecnicalità, abbiamo chiesto agli amici della MMT di ricapitolare con la massima precisione questa loro proposta.

D’appresso l’esposizione scritta che gli amici Volpi e Abbate, su nostra richiesta, ci hanno gentilmente inviato. Seguirà la seconda parte con le obiezioni di Cesarato, Screpanti e quelle nostre, non solo alla proposta della MMT ma pure ai due amici economisti.

(Moreno Pasquinelli)

Proposta di gestione 
del processo di transizione da euro a nuova lira

«Ipotizziamo che nel giorno X il governo italiano darà vita al processo di uscita dall'euro ed
ipotizziamo che l’euro continuerà ad esistere come valuta di altri Stati europei (tale ipotesi è necessaria poiché, secondo molti analisti, se l’Italia uscisse dall’euro ci sarebbe la deflagrazione dell’intera Eurozona e quindi della moneta unica: se ciò si verificasse verrebbero meno tutte le riflessioni che seguiranno).

L’unico momento in cui il tasso di cambio della Nuova Lira (in seguito NL) sarà fisso è all’inizio del processo; tale cambio sarà di 1 ad 1, quindi 1 euro varrà come 1 NL. Da quel momento in poi il tasso di cambio sarà flessibile e quindi libero di fluttuare. Ciò significa che la BCI potrà comunque intervenire con operazioni di politica monetaria per difendere il valore della NL da eventuali apprezzamenti o deprezzamenti nell’interesse pubblico ma non vincolerà il suo valore a quello di altre valute internazionali attraverso accordi di cambio fisso o semifisso.

Arriva il giorno X:

Lo Stato pagherà stipendi pubblici, commesse pubbliche, pensioni e trasferimenti in NL. Gli stipendi verranno convertiti alla pari e quindi uno stipendio pubblico annuo di 30.000 euro diverrebbe di 30.000 NL.

Lo Stato allo stesso tempo accetterà come valuta per l’estinzione degli obblighi fiscali soltanto le NL (soltanto le NL verranno accettate come mezzo di pagamento per le tasse). Ciò determinerà una crescente domanda di NL anche nel settore privato - dipendenti privati ed imprese chiederanno di essere pagati in NL perché soltanto con queste potranno pagare le tasse. La crescente domanda di NL in una fase in cui questa sarà ancora scarsa nel sistema difenderà il valore della valuta.

Se ricordate, quando abbiamo cambiato valuta ed abbiamo adottato l’euro, cosa è successo al settore privato? non eravamo obbligati a pagare stipendi in euro, avremmo potuto pagarli in altra valuta (dollari, yen); ma avendo ridenominato tutte le tasse in euro, siamo stati di fatto costretti a spendere e riscuotere in euro. Tutta la monetizzazione del paese in NL potrebbe avvenire nella stessa maniera.

Veniamo ai depositi ed ai prestiti. La nostra proposta prevede di:

- Lasciare i depositi bancari esistenti in euro che saranno convertiti soltanto su richiesta del cittadino. Quindi se avete soldi in banca nessuno li denominerà in NL; se avete dei soldi in banca non sarete costretti a convertirli in NL; ma se volete potrete andare presso la banca o altri operatori e farvi cambiare gli euro in NL a prezzi di mercato

- Lasciare i prestiti bancari esistenti in euro che saranno denominati in NL soltanto su richiesta del cittadino – vale lo stesso discorso che abbiamo fatto per i depositi. Ovviamente da oggi i nuovi prestiti erogati dal settore bancario saranno in NL

Nel caso in cui i cittadini richiedano la conversione in NL dei depositi e dei prestiti bancari, il governo obbligherà le banche a soddisfare le richieste dei clienti in tempi brevi, al tasso di cambio vigente, attraverso leggi, regolamenti e controlli.

Quanto maggiori saranno le conversioni spontanee da euro a NL tanto più l'operazione avrà successo ed è importante tener presente quali siano gli incentivi a convertire i depositi esistenti:

- Il fatto che tasse, multe, imposte si possono pagare soltanto in NL renderà necessaria la conversione di almeno parte dei risparmi

- Il fatto che lo Stato spenderà in NL determinerà l’apertura di depositi in NL e ciò incentiverà anche la conversione di parte dei depositi in euro

- il fatto che soltanto i depositi in NL saranno garantiti illimitatamente dalla BCI mentre quelli in euro saranno garantiti nei limiti delle norme di legge vigenti

- il fatto che i depositi in NL saranno più economici di quelli in euro (poichè questi ultimi saranno equiparati a depositi in valuta estera e quindi saranno più costosi) sarà un ulteriore incentivo alla conversione

A nostro parere denominare immediatamente depositi e prestiti in NL non è prudente per almeno 8 motivi che elenchiamo di seguito:

1) La ridenominazione immediata dei depositi in NL incentiverebbe la corsa agli sportelli e le fughe di capitali; i cittadini consapevoli che il governo denominerà i depositi bancari in NL, nel timore che la NL si svaluterà rispetto all’euro, potrebbero ritirare contanti o potrebbero spostare presso banche estere i loro risparmi in euro. Questo comportamento, se effettuato in massa, genererebbe problemi al settore bancario (vedere caso greco). Lasciando la scelta di convertire i propri risparmi al cittadino, si ridurrebbero quantomeno tali comportamenti.

2) La ridenominazione immediata dei depositi in NL incentiverebbe il deprezzamento della NL. Cerchiamo di comprendere un meccanismo importante: se noi in massa vendiamo NL per comprare euro, la NL di deprezzerà e l'euro si apprezzerà. Viceversa, se vendiamo euro per comprare NL quest'ultima si apprezzerà e l'euro si deprezzerà. Supponiamo che il 30% degli italiani preferiscano detenere i propri risparmi in NL e l’altro 70% invece in euro (è solo un' ipotesi ma il ragionamento vale anche cambiando le percentuali). In seguito alla ridenominazione immediata, il 70% che preferisce detenere risparmi in euro potrebbe riconvertire i propri risparmi di nuovo in euro – vendendo NL - generando così il deprezzamento della NL. Se i depositi invece fossero lasciati in euro potrebbe accadere che il 70% (che preferisce detenere i depositi in euro) non porrà in essere alcuna azione mentre il 30% di italiani che vogliono NL - perché devono pagarci le tasse o perché preferiscono detenere depositi nella nuova valuta perché garantita dallo Stato - potrebbero convertire euro in NL sostenendo così il valore della nuova valuta. Tenete inoltre presente che se la NL si apprezza la BCI sarà sempre in grado di contenerne l’ apprezzamento; mentre se la NL si deprezza repentinamente, la BCI potrebbe non essere in grado di contenerne il deprezzamento. Lasciare i depositi in euro sarebbe quindi utile per sostenere il valore della nuova valuta evitando una svalutazione repentina all’inizio del processo e favorendo un deprezzamento graduale e gestibile.

3) Con la ridenominazione immediata dei depositi la NL sarà subito abbondante nel sistema e ciò potrebbe provocare ulteriori pressioni svalutative. Nel caso contrario invece la nuova valuta sarà scarsa e la BCI sarebbe l’unico soggetto ad avere NL da vendere (quantomeno nella fase iniziale); ciò darà alla BCI un certo grado di potere nell’influenzare il tasso di cambio. Sarà soltanto la BCI a disporre di NL e sarà presumibilmente lei a decidere quanti euro ci vogliono per ottenere una unità della nuova valuta, quanto meno inizialmente. Tenete inoltre presente che, oltre alla domanda interna di NL, ci sarà un’ immediata e crescente domanda anche da parte degli operatori finanziari (dealers) che necessitano della nuova valuta per soddisfare le richieste internazionali della stessa (cittadini esteri che vorranno venire in vacanza in Italia, cittadini ed imprese estere che vorranno acquistare merci italiane o che vorranno investire nel nostro paese). La domanda estera si aggiungerà a quella interna e ne sosterrà il valore. In seguito, man mano che l'afflusso derivante dalla domanda di NL diminuisce e le NL aumentano nel sistema in seguito alle conversioni spontanee dei soggetti economici, si potrà verificare un morbido e graduale deprezzamento della NL.

4) Lasciare i depositi in euro permetterebbe alla BCI di accumulare euro man mano che soggetti economici, interni ed esteri, venderanno euro per ottenere NL. La BCI infatti, sarebbe l'unico soggetto economico a poter soddisfare la domanda iniziale di NL potendo così accumulare euro. Gli euro così accumulati potrebbero essere utilizzati dallo Stato per far fronte alle sue passività denominate in euro. Proprio in conseguenza a ciò proponiamo di non ridenominare, quantomeno inizialmente, i TDS esistenti ed attualmente in circolazione. Come detto in precedenza, la forte domanda di NL da parte di soggetti interni ed esteri, non solo ci difenderebbe da una violenta svalutazione iniziale, ma consentirebbe allo Stato di accumulare gli euro necessari a quantomeno ridurre il debito pubblico in euro. Le prime scadenze dei titoli potrebbero essere onorate in tal modo ed in un secondo momento, quando l'afflusso di euro calerà d'intensità, si prenderanno le giuste decisioni nell’interesse pubblico. La denominazione dei depositi in NL al momento dell'uscita dall'euro, non consentirebbe alla BCI di accumulare euro e si perderebbe tale opportunità.

5) Lasciare i depositi in euro permetterebbe una transizione graduale che fornirebbe il tempo necessario per le modifiche degli sportelli automatici e darebbe modo alle NL di entrare nel circuito economico evitando il rischio di penuria di liquidità che invece si potrebbe verificare nel caso in cui, dalla notte al giorno successivo, tutto venisse immediatamente denominato in NL.

6) Con la ridenominazione iniziale dei depositi si presterebbe il fianco ai media che bombarderanno con l'assioma " se usciamo dall’euro la Nuova Lira si svaluterà enormemente"; in effetti le conseguenze di tale scelta daranno ragione ai media nel senso che la denominazione immediata in NL ne provocherà una svalutazione repentina per i motivi argomentati precedentemente.

7) I cittadini, già vessati dalla crisi e dalle politiche di austerità dei precedenti governi, vedrebbero la ridenominazione iniziale dei depositi in NL come l’ennesima coercizione del governo a loro spese; ciò farebbe perdere consenso politico al governo che si appresterà a compiere questo importante processo. Preferiamo non entrare in riflessioni di natura politica ma crediamo che questo aspetto sia di enorme importanza e non debba essere assolutamente sottovalutato.

8) La ridenominazione immediata dei depositi è una scelta NON REVERSIBILE. Una volta fatta non si torna più indietro. Lasciare i depositi in euro, non solo presenta i vantaggi precedentemente esposti, ma mantiene la possibilità per il governo di poterli convertire in un secondo momento.

Secondo la maggior parte degli economisti, lasciare i depositi in euro sarebbe sconveniente o addirittura impossibile. Ci teniamo a precisare che entrambe le opzioni consentirebbero allo Stato di perseguire politiche anticicliche e quindi di espandere i deficit pubblici nell’interesse dei cittadini. Riconosciamo inoltre che la ridenominazione immediata è per alcuni aspetti più semplice mentre lasciare i depositi in euro richiede un costante monitoraggio delle situazioni che si verranno a creare per poter elaborare di volta in volta la scelta migliore. Infine siamo profondamente consapevoli delle criticità che si potrebbero generare perseguendo la soluzione da noi proposta. Tuttavia siamo altrettanto convinti che lasciare depositi in euro sia più pratico, più vantaggioso e meno traumatico per il sistema economico che comunque si troverebbe a vivere un processo decisamente delicato come quello della sostituzione della valuta di Stato ed, in ogni caso, rimarrebbe sempre l’opportunità di ridenominarli in NL se ciò diventasse vantaggioso o necessario.

NB

· Prima dell’inizio del processo di transizione sopra descritto, cioè nel momento in cui il governo neoeletto che è intenzionato ad uscire dall'euro salirà al potere, potrebbe essere necessario introdurre dei limiti ai quantitativi di prelievi mensili in euro onde evitare la situazione che si è venuta a creare in Grecia. Il limite può essere individuato intorno ai 2.000,00 euro al mese per singolo c/c. Sempre nel periodo precedente al processo di transizione, potrebbe essere vantaggioso accompagnare questa limitazione con l'impossibilità da parte dei correntisti di spostare i propri risparmi su c/c esteri.

· Durante la fase di transizione potrebbe essere vantaggioso impedire il prelievo in contanti di euro: il cittadino potrebbe in ogni caso effettuare pagamenti elettronici in euro ma se necessita di contante potrà prelevare soltanto il controvalore (tasso di cambio vigente) in NL.

· Man mano che l'afflusso di euro alla BCI (in seguito alla domanda di NL parte dei soggetti economici interni ed esteri) diminuisce determinando un aumento di NL nel sistema, la nuova valuta inizierebbe a deprezzarsi. Tale deprezzamento consentirebbe ai cittadini di ottenere più NL per lo stesso controvalore in euro. Ciò costituirebbe un ulteriore incentivo per la conversione dei depositi ancora rimasti in euro».

(continua)

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