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martedì 30 gennaio 2018

VERSO LE ELEZIONI, SCHEDA 5: LIBERI E UGUALI

[ 30 gennaio 2018 ]

Continuiamo con le schede sui programmi delle diverse forze politiche che troveremo il 4 marzo sulla scheda elettorale. Ricordiamo che mettiamo a fuoco, dei diversi programmi, quanto dicono dell'Unione europea e dell'euro. Oggi ci occupiamo dei diversamente piddini Liberi e Uguali.


Ricordiamo le schede precedenti:
SCHEDA 1: PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA
SCHEDA 2: PARTITO COMUNISTA
SCHEDA 3: L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS

SCHEDA 4: POTERE AL POPOLO

*  *  *

Primo dato che salta agli occhi: la moneta unica, l'euro insomma, non è mai (MAI) citata ne programma elettorale di Liberi e Uguali—un'omissione che abbiamo già visto nella scheda su Potere al Popolo. 

Secondo dato: nel programma (15 capitoli tematici) non ce n'è nessun che riguardi l'Unione europea. Non solo, l'Unione europea è citata solo una volta in tutto il lungo testo, mentre troviamo molte volte citata "l'Europa". Vediamo quindi una singolare rimozione della Ue e, con essa, il maldestro tentativo di nascondere le pesantissime responsabilità che euristi di primo pelo come D'Alema e Bersani si portano appresso per essere stati artefici dell'ingresso del Paese nella gabbia eurocratica.

Terzo dato: sovranità e nazione sono due parole mai (MAI) citate nel programma, mentre il sostantivo popolo è citato una volta sola ma... davanti all'aggettivo di "europeo"!!
la "banda dei quattro"

Leggiamo infatti questo paragrafo nella Introduzione al programma:
«La nostra è una scelta chiaramente europeista ma vogliamo combattere la deriva tecnocratica che ha preso l’Europa restituendo respiro alla visione di un solo popolo europeo. Vogliamo un’Europa più giusta, più democratica e solidale. Occorre superare la dimensione intergovernativa che detta i doveri e non garantisce i diritti con politiche di dura austerità. Vogliamo dare maggiore ruolo al Parlamento europeo che elegga un vero governo delle cittadine e dei cittadini europei affinché possano tornare ad abitare la loro casa».
Avete capito? Quando si dice "questi fanno i furbi"! Nessuna parola sull'euro, rimozione di quel mostro che è l'Unione europea liberista, nascondimento delle proprie responsabilità storiche, il tutto per spacciare la merce avariata dell'europeismo, giungendo alla corbelleria di parlare di "popolo europeo" declinato al singolare —popoli al plurale è vietato che sennò occorre parlare delle nazioni.

Che abbiamo quindi? Il solito caparbio e melenso europeismo solo che per farlo digerire ai loro elettori e per intercettare i tanti cittadini che hanno capito la fregatura, fan finta di essere diventati anche loro "battipugnisti", paladini anche loro del "cambiamo l'Europa".

Chi abbocca è perduto.

giovedì 18 gennaio 2018

DOPO LE ELEZIONI COSA? CE LO DICE D'ALEMA

[ 18 gennaio 2018 ]

Ieri sera, a Otto e Mezzo, De Benedetti, oltre a dichiararsi d'accordo con Berlusconi che occorre fare gli scongiuri ad una vittoria elettorale dei Cinque Stelle, alla domanda della Gruber "quale scenario sarebbe secondo lei auspicabile dopo le elezioni se nessuno avrà la maggioranza?"; De Benedetti, dopo avere ricordato che Gentiloni è in carica e non si è dimesso, ha concluso: "Meglio continui Gentiloni e si vada alle elezioni prima possibile, non senza avere fatto una nuova e più seria legge elettorale.

Sarà Gentiloni o un altro cameriere dell'oligarchia
euro-tedesca a fare il Presidente del consiglio dopo il 4 marzo? 

Dipende...
Anzitutto dovrà accadere che nessuno dei tre poli ottenga la maggioranza dei seggi...
Se il Pd prende una sonora batosta sarà difficile che il piddino Gentiloni resti dov'è. 

D'Alema, il "baffetto maledetto" —colui che nel 1999 trascinò il nostro Paese nella infame guerra alla Iugoslavia— tra i tanti suoi difetti ha quello di conoscere i meandri del Palazzo, quindi quel che pensa è d'aiuto a capire cosa potrebbe accadere dopo le elezioni.

Lo ha intervistato Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera di ieri.
Riportiamo due domande e  le due risposte di D'Alema.
«Cosa succederà il 5 marzo?
La classe dirigente ha il dovere di dire la verità al Paese: questa legge è congegnata perché nessuno abbia la maggioranza. Occorrerà lo sforzo di garantire una ragionevole governabilità, mentre il Parlamento avrà un compito costituente, a cominciare da una nuova legge elettorale. Il Paese pagherà un prezzo alto al fallimento del renzismo, al modo disastroso, superficiale e arrogante con cui ha affrontato questioni delicatissime come le riforme.
Un governo del presidente?
Per forza: una convergenza di tanti partiti diversi attorno a obiettivi molto limitati. E noi, che siamo una forza radicata nei valori democratici della Costituzione della solidarietà, dell’uguaglianza, del lavoro, daremo il nostro contributo, ponendo discriminanti di carattere programmatico per noi irrinunciabili».
Com'è evidente D'Alema, non tifa per Gentiloni, ma giunge alla stessa conclusione di De Benedetti: fare una nuova legge elettorale e andare subito alle urne. Sono essi degli stolti? O lo sono coloro che ritengono che la prossima legislatura durerà 5 anni?

Vedremo come andrà a finire.

Di sicuro sappiamo già quale sarà lo scenario post-elettorale e i due terreni di battaglia, connessi l'uno all'altro.

Sono furbi Lorsignori: dopo la batosta di Renzi sulla Costituzione si "limiteranno"alla modifica della legge elettorale, ma noi sappiamo che certi meccanismi elettorali, a Costituzione formale intatta, possono stravolgerla nella pratica. Chi sta sopra tenterà di fare una nuova legge elettorale per assicurare e blindare il governo dei suoi fantocci, siano essi di destra, sinistra o centro. 

D'altra parte la Ue, che con Moscovici ha messo le mani avanti, farà pressioni affinché chiunque governi rispetti i vincoli stringenti di politica economica dettati da Bruxelles e Francoforte.




mercoledì 4 ottobre 2017

LA SINISTRA DI SUA MAESTÀ di Piemme

[ 4 ottobre 2017 ]

Davvero istruttivo il teatrino in atto nel Parlamento riguardo alle votazioni preliminari in vista della Finanziaria (nella neolingua eurista Legge di Stabilità 2018),

L'aula del Senato ha approvato questa mattina con 181 voti favorevoli, quindi con un'ampia maggioranza, lo "scostamento dal pareggio di bilancio per 1,6 punti di Pil.

Non sembri questione di lana caprina. In base al famigerato articolo 81 della Cosituzione [1] approvata alla bulgara da centro-sinistra-destra nell'agosto 2012 e che impone allo Stato il pareggio di bilancio, ogni scostamento dal pareggio deve essere approvato dalla "maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera". Una norma capestro che rafforza il nodo scorsoio dell'Unione europea sull'Italia

Ergo: i voti dei deputati e dei senatori di Articolo 1- Mdp erano indispensabili. E infatti, "per senso di responsabilità verso il Paese" (leggi: verso l'Unione europea), il voto favorevole di d'alemiani e pisapianisti non è mancato.

Assicurata l'obbedienza sul principio fondamentale Articolo 1- Mdp si è invece smarcata al momento di votare la cosiddetta "nota di aggiornamento" perché, dice Roberto Speranza in perfetto politichese: "C'è un giudizio negativo nel merito delle questioni poste".

Cosa mai avrebbero chiesto quelli di Mdp? L'abolizione del superticket sanitario, che avrebbe chiesto risorse per circa 600 milioni.

Sbagliata la richiesta di Mdp? E ci mancherebbe altro che lo fosse!  Ha ragione da vendere D'Alema a dire che un governo che ha regalato decine di miliardi alle aziende (pochi finiti in investimenti e molti nelle prese di profitto) poteva pur trovare 600 milioni per una sanità più equa. Ci sarebbe da aggiungere le decine di miliardi per salvare le banche, o i circa 70 miliardi che lo Stato sborserà quest'anno solo per pagare gli interessi sul debito.

Ma, appunto, vorremmo dire al D'Alema che il suo è proprio uno spot elettorale. Si ubbidisce ad un principio, quello eurista del pareggio di bilancio, e poi si sbraita per le quisquiglie. Uno spot elettorale, anzi un misero spottino se si guarda allo spottone che si sta facendo il governo piddino con la Finanziaria, composta da misure che vanno tutte a vantaggio del capitale e qualche briciola per la sua base elettorale. Il tutto, ovviamente, con l'avallo degli eurocrati, che così sperano che le prossime elezioni italiane non facciano tremare la traballante Unione europea.
Vedremo.....


NOTE

[1] "Lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.
Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.
Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte.
Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.
L'esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l'equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale."

martedì 5 settembre 2017

SICILIA (ITALIA) : NON SI MUOVE FOGLIA CHE D'ALEMA NON VOGLIA di S. St

[ 5 settembre 2017 ]

Mi dicono i redattri di SOLLEVAZIONE che il mio articolo LA SINISTRA "RADICALE" IN SICILIA E I SOLITI TROMBATI (della serie cornuti e mazziati) ha avuto un sacco di lettori. La ragione penso sia la grande importanza che le elezioni siciliane hanno per il resto d'Italia.
E' infatti evidente che il menù che i politici stanno approntando per gli elettori siciliani anticipa quello che verrà servito al resto degli italiani nelle elezioni generali della prossima primavera.

La morale della favola è che avremo in lizza i tre blocchi principali che occupano il panorama politico: Pd, centro-destra unito e 5 Stelle. Fuori da questo coro, qui in Sicilia, c'è solo una novità, la lista "Noi siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana", il movimento che ha siglato un Patto di alto valore politico con la Confederazione per la Liberazione Nazionale.

I cornuti e mazziati, i cespugli della sinistra radicale, adesso piagnucolano perché Rifondazione e il Partito Comunista italiano, con in testa il loro candidato Ottavio Navarra, hanno stracciato il "solenne" patto del 29 luglio e hanno deciso di andare coalizzati con Sinistra Italiana e i d'alemiani di Articolo 1 - MDP. 
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Era chiaro sin dall'inizio che sarebbe andata a finire così (e non solo perché qui in Sicilia c'è lo sbarramento del 5%). Scusate ma 
l'avevo anticipato il 30 luglio e ci ero ritornato su il 1 agosto:
«Ma è proprio sicuro che i siciliani troveranno nella scheda il simbolo della "Sinistra Alternativa"? Non proprio visto che il loro candidato Ottavio Navarra ha dichiarato che è pronto a farsi da parte nel caso la sua allegra compagnia venga accettata nel listone con orlandiani, MDP, e Sinistra Italiana».
Il 24 agosto segnalavo quindi l'avvenuto accordo di massima tra Sinistra Italiana e Prc per una lista unitaria (salutato da Civati) e scrivevo che dietro alle quinte c'erano i d'alemiani di MDP.

Leggiamo su Il Giornale di Sicilia di ieri, 4 settembre:
«PALERMO. Claudio Fava sarà il candidato della sinistra unita in Sicilia. E' quanto si legge in una nota congiunta firmata proprio dal vice presidente dell'Antimafia con l'editore Ottavio Navarra, che era stato indicato come candidato da Prc e altri partiti di sinistra prima dell'avvio del dialogo con Mdp e Sinistra italiana, che si sono giù espressi a favore di Fava.
Il 10 settembre è in programma un'assemblea regionale per il programma e l'ufficializzazione di Fava».
Chiaro no?

Ma leggiamo cosa c'è scritto in questa nota congiunta:
«Siamo convinti che la sfida messa in campo è inedita per la Sicilia e per il nostro Paese - dicono Fava e Navarra - L'assemblea del 10 sancirà l'atto di nascita di una sfida politica che non si esaurirà con il voto del 5 novembre. Per questo chiamiamo a raccolta le esperienze migliori della società siciliana. E' il tempo di un cambiamento necessario ed utile. Vogliamo mettere a disposizione - proseguono Fava e Navarra - dei siciliani e di tutte le forze che sostengono questo progetto le nostre competenze e la nostra passione».
Avete capito bene? Si dice senza mezzi termini che l'alleanza siciliana cha va da MDP a PRC e PCI, passando per Sinistra Italiana, verdi e civatiani, è apripista di quella che verrà fatta in vista delle elezioni nazionali.

Quindi:
«La prima uscita da candidato governatore in Sicilia per Claudio Fava sarà giovedì prossimo: il vice presidente dell'Antimafia sarà a Messina e a Capo d'Orlando (Me) per una iniziativa di Art.1-Mdp, alla quale è prevista anche la partecipazione di Massimo D'Alema. Il 10 settembre, poi, Fava sarà ufficialmente investito della candidatura nel corso dell'assemblea regionale dei partiti della sinistra; il luogo non è ancora stato deciso».
Come si dice... Non si muove foglia che D'Alema non voglia.

martedì 21 febbraio 2017

«LA NOSTRA SCISSIONE DI DESTRA» di Massimo D'Alema

[  21 febbraio ]

Esprimiamo la nostra solidarietà a tassisti e ambulanti caricati dalla polizia mentre stavano manifestando sotto la sede romana del Partito democratico [vedi foto accanto]. 
I manifestanti considerano il Pd la prima linea del nemico. Non hanno torto..

Il 3 febbraio scorso, davanti ai rumors sulla scissione del PD, con Massimo D'Alema che cianciava contro Matteo Renzi, noi scrivevamo che quella del "baffetto", il bombardatore di Belgrado,  era un'operazione sistemica.

Ma come  —ci han chiesto alcuni lettori— preferite Renzi a D'Alema? 
Ma no! Fosse per noi li manderemmo entrambi in... Siberia. Il fatto è che gli scissionisti pretendono di presentarsi come di sinistra rispetto a Renzi. NON E' VERO!
Al netto di una sporca guerra per bande, se per destra intendiamo chi in modo più organico interpreta gli interessi ed i desiderata dell'oligarchia mondialista ed eurista, la "sinistra" piddina è la vera destra.
Ascoltate quel che diceva il D'Alema, dando lezioni di neoliberismo ad Angelino Alfano...

«Si sono fatte molte più privatizzazioni coi governi di centro-sinistra che con quelli della destra... il paradosso è che siamo stati noi a smontare l'IRI, non la destra che si definisce liberale... privatizzazioni, liberalizzazioni, riforma delle pensioni. NOI ABBIAMO PORTATO LA LIRA NELL'EURO, con la sinistra nel governo, NOI ABBIAMO COMPRESSO LA SPESA PUBBLICA... Il debito pubblico quando andò al governo Ciampi [aprile 1993] era oltre il 120% del Pil, progressivamente, alla fine del decennio è sceso al 109%, noi abbiamo avviato una progressiva riduzione del debito, e la spesa pubblica globale alla fine del decennio era al 46% del Pil, oggi sta al 53%. E' un dato paradossale perché la destra in tutta Europa riduce la dimensione del pubblico...»


giovedì 2 febbraio 2017

L'OPERAZIONE SISTEMICA DI MASSIMO D'ALEMA di Leonardo Mazzei

[ 3 febbraio ]

«Detto questo è detto quasi tutto.
Resta però il punto principale che bisogna ficcarsi bene in testa. Chi correrà a rafforzare l'impresa dalemiana andrà —che lo sappia o meno— a rafforzare un'operazione favorevole al sistema oligarchico».





Verso un governo Franceschini-D'Alema-Berlusconi?

Lo so, il sottotitolo sembra roba da fantapolitica. Ma a volte bisogna guardare un po' avanti. Di sicuro si sbaglierà qualche particolare, ma l'importante è cercare di cogliere le dinamiche di fondo. Comunque io ci provo, che forse a qualcosa può servire.
Il fatto politico di questi giorni è senz'altro l'annuncio della scissione d'alemiana del Pd. Ora, è vero che la rottura formale ancora non c'è, è vero che la sinistra piddina brilla più che altro per indecisione e vuoto d'idee, è vero anche che non tutti i tasselli sono già al loro posto, ma è altrettanto vero che una retromarcia al punto in cui si è arrivati sembra del tutto improbabile.

Dando perciò per sicura la scissione, proviamo a ragionare sugli effetti che essa avrà non tanto sul Pd, né sui vari pezzi della sinistra sinistrata che ne verranno risucchiati, quanto sull'intero quadro politico nazionale. Perché è questa la scommessa di D'Alema. La sua non è infatti solo una (comprensibile) vendetta nei confronti del Bomba, è anche una ben congegnata «operazione sistemica».

Cosa intendiamo per «operazione sistemica»? Intendiamo un'azione politica volta a garantire il dominio delle oligarchie, favorendo quella che nel linguaggio truffaldino del "politicamente corretto" viene chiamata "governabilità".

Ovviamente, non sto sostenendo che il burattinaio Massimo D'Alema sia egli stesso un burattino mosso semplicemente dai grandi centri del potere economico e finanziario nazionale ed europeo. Sostengo invece che la sua operazione lì porterà: a cercare di risolvere - sia pure malamente e di certo solo provvisoriamente - la questione del governo nell'interesse dei suddetti centri. Il che, nel quadro della crisi politica che si è aperta dopo il 4 dicembre, non è poco.

Ma andiamo con ordine.

Il punto da cui partire è proprio la crisi politica che vive il nostro Paese. Crisi in atto almeno dal 2010, quando si ruppe la maggioranza di destra. Da allora è stato un susseguirsi di scossoni: il golpe bianco che portò all'insediamento di Monti nel 2011, il grande successo di M5S alle elezioni del 2013, il rinnovo del mandato a Napolitano, la parentesi del governo Letta, la dichiarazione di incostituzionalità del Porcellum, fino all'arrivo di Renzi nel febbraio 2014.

Lì era parso, ma non a noi, che il sistema avesse alla fine partorito un quadro più stabile. In realtà, pur di rimanere in sella, il fiorentino è stato costretto ad una forzatura dopo l'altra, avviandosi così su un percorso che alla fine l'ha portato a rompersi l'osso del collo.

Adesso la crisi politica, che altro non è che la conseguenza dell'impossibilità di uscire dalla crisi economica restando nella gabbia dell'euro, è diventata più grave. Il quadro politico è diviso grosso modo in due schieramenti: da un lato il blocco sistemico (Pd, centristi, Forza Italia), dall'altro quello che il sistema stesso considera come "blocco populista" (M5S, Lega, FdI).

Noterete che da questo schema resta fuori per ora la cosiddetta "sinistra". Assenza che non è una dimenticanza. E' che è proprio su questo settore che va ad esercitarsi una forte pressione per riportarlo, almeno in buona parte (ed in posizione subalterna), nel campo delle forze sistemiche "abilitate" a governare.
Veniamo al dunque. Presto l'Italia andrà alle urne. Quasi sicuramente entro giugno (vedremo poi il perché), ma anche se si arrivasse al febbraio 2018 i termini del problema non cambierebbero.

Abbiamo scritto in un recente articolo che il piano A dei dominanti è quello di un rilancio del bipolarismo, ma che quasi certamente essi dovranno attivare il meno irrealistico piano B, cioè le "larghe intese". Il che vuol dire una coalizione di governo dal Pd a Forza Italia. Ma, domanda decisiva, avrebbero queste forze il 50%+1 dei seggi? Probabilmente no. Il partito di Renzi è attorno al 30%, Forza Italia naviga sul 10%, i centristi sul 3%. Certo, l'effetto bipolarizzante del premio al 40% premierebbe il Pd, ma al tempo stesso prosciugherebbe i consensi dei naturali alleati. Un bel problema, che solo l'«operazione sistemica» di Massimo D'Alema sembra in grado di risolvere.

Questo per tre precisi motivi.

Il primo è che la somma dei voti del Pd e del Pdd (Partito di D'Alema, per ora chiamiamolo così), sarà certamente maggiore dei voti conquistabili dal solo Pd unito. Questo per il banale motivo che due soggetti, anziché uno, possono andare ad intercettare fasce di elettorato diverse (in questo caso molto diverse) e non rappresentabili da un unico soggetto.

Il secondo è che parecchi frammenti delle forze più o meno organizzate a sinistra del Pd (si pensi alla nascitura e già moritura Sinistra Italiana - leggi QUI), verranno irresistibilmente attratti ed imbarcati dal bastimento dalemiano.

Il terzo è che, anche a causa dell'incredibile imperizia pentastellata (ma questi al governo vogliono andarci oppure no?), pure una parte dell'elettorato di M5S finirà nella rete del Pdd, specie se il suo leader pubblico sarà Michele Emiliano. Costui non ha carisma e non è un leader politico in senso stretto. Ma proprio per questo secondo aspetto potrebbe piacere all'elettorato "grillino". Un elettorato più consistente proprio in quel Meridione del quale Emiliano intende accreditarsi come autorevole rappresentante.

Io non so se il 10% vantato dai dalemiani sia davvero realistico. Personalmente non lo vedo però impossibile. E se così fosse, si tratterebbe di un 10% decisivo.

Come si collocherebbe infatti il Pdd nello scenario post-elettorale? E' ovvio che, pur considerandosi in forte competizione con il Pd, il Pdd non sceglierebbe affatto la strada dell'opposizione, bensì quella del governo insieme agli ex compagni di merende, ed ora rivali, del Pd. Naturalmente, però, le cose non sono così semplici. Per avere la maggioranza non solo bisognerà imbarcare i dentoni di Alfano, ma pure lo scalpo da tempo ricapellizzato del Berluska, con tanto di assicurazioni sul futuro di Mediaset.

Fatta la coalizione bisognerà stabilirne il condottiero, che ovviamente non potrà più essere Renzi. E qui la vendetta (che, come detto, comprendiamo) si compirà del tutto. Ma chi prenderà il posto del fiorentino? Al momento non lo possiamo sapere, ma Renzi ha già fatto tre nomi: Gentiloni, Del Rio, Franceschini. Ora, se il primo non sembra proprio avere il fisico per reggere la prova, il secondo è troppo renziano per essere accettato dagli altri partner dell'allegra combriccola. Rimane dunque il terzo: una nullità ricca di molti appoggi, cui non manca l'ambizione né l'attitudine all'intrigo di palazzo.

Avete capito coma mai parlare di un futuro governo Franceschini-D'Alema-Berlusconi non è pura fantapolitica?

Ovviamente posso sempre sbagliarmi, ma spero si sia capito il perché della definizione dell'operazione dalemiana come «sistemica». Senza di essa il sistema oligarchico rischierebbe di andare a sbattere in maniera clamorosa. Con D'Alema quel rischio se non è azzerato è pero ridotto di molto.

Naturalmente l'ambizione dalemiana è anche un'altra: quella di conquistare una forza sufficiente per soffiare il posto al Pd come forza centrale di quello che loro ancora chiamano "centrosinistra". Inutile dire che un simile disegno ha però bisogno di tempo, e che il tempo della crisi che ha logorato Renzi finirà sicuramente per consumare anche questa ennesima illusione "ulivista".

Qualcuno penserà che forse certi giochi non siano ancora fatti. Non è la mia opinione. Questo per il semplice motivo che a meno di imprevedibili cataclismi il voto è vicino. Perché questa quasi certezza? Ma perché andare a febbraio 2018 significherebbe votare in un quadro quanto mai difficile per le èlite. Un quadro che ammette solo due variabili: o l'inizio del pieno disfacimento della costruzione eurista (cosa ci diranno in proposito le elezioni francesi?), o - nel caso di una sua provvisoria tenuta - una Legge di bilancio lacrime e sangue imposta da un'Unione che cercherebbe di rilanciarsi restaurando innanzitutto ordine e disciplina.

Mi aspetto adesso un'ultima obiezione: ma Renzi queste cose non le sa? Certo che le sa, e molto meglio del sottoscritto. Ma allora perché vuol correre alle elezioni? Come disse una volta Craxi, anche le volpi, prima o poi, finiscono in pellicceria. E non sempre ci finiscono perché catturate dal cacciatore. A volte ci finiscono anche perché vivere solo di "furbate" - non proprio un segno di grande intelligenza - lì le conduce. E l'arroganza, poi, porta spesso in quei vicoli ciechi dove si può sì correre, ma solo per restarne ancor più imprigionati.

Se guardiamo alle ultime sortite del Bomba è chiara poi un'altra cosa: il nostro sa in quali guai si è cacciato, ma sa anche che il rinvio del voto lo porterebbe in una situazione anche peggiore. E poi, come ci dice la saggezza popolare chi nasce tondo non può morire quadrato.

Detto questo è detto quasi tutto.
Resta però il punto principale che bisogna ficcarsi bene in testa. Chi correrà a rafforzare l'impresa dalemiana andrà —che lo sappia o meno— a rafforzare un'operazione favorevole al sistema oligarchico. 
Vedremo così in questo passaggio chi, a sinistra, potrà essere davvero utile alla prossima lotta di liberazione che ci attende, e chi invece è ormai irrecuperabile a questa causa. Non tutto il male vien per nuocere.

domenica 9 ottobre 2016

CON QUESTI RISCHIAMO DI PERDERE di Piemme

[ 9 ottobre ]

L'ARMA LETALE DEI RENZIANI

In vista del 4 dicembre i sondaggi danno ancora in ampio vantaggio il NO. Tuttavia inizia a serpeggiare l'incertezza. Perché accade? Accade dopo i due duelli televisivi, il primo tra Renzi e Zagrebelsky il secondo tra la Boschi e Salvini. Entrambi vinti dai primi due.

Sento dire: "se continua di questo passo, altri due o tre  duelli televisivi e siamo fregati, il SÌ vincerà".
Non è possibile, in verità,  sapere quanto potranno incidere i confronti televisivi nel determinare il risultato finale. Secondo gli stregoni della comunicazione di massa tantissimo, secondo gli internettari invasati pochissimo. Vedremo.

Se varrà anche in Italia ciò che è accaduto nel Regno Unito con la Brexit, dove alla fine il fattore davvero decisivo per la vittoria è stato quello che possiamo definire "istinto di classe", cioè la volontà della maggioranza sociale di usare il voto per far sentire forte la loro rabbia e punire le élite mondialiste, abbiamo ragione di ritenere che il NO resterà in vantaggio e alla fine risulterà vincente.

Tuttavia meglio prepararsi al peggio e non sottovalutare l'impatto di questi duelli televisivi. Essi ci mostrano infatti che i renziani hanno un'arma letale. Quale? ma è semplice: tirare fuori gli innumerevoli scheletri che chi ha preceduto Renzi al governo ha nei propri armadi. I renziani vincono e vinceranno tutti i confronti finché dall'altra parte ci saranno i mostriciattoli politici e sacerdoti della casta che hanno, a fasi alterne, per decenni, governato e/o occupato i posti di rilievo delle istituzioni, coloro che portano sulle spalle le responsabilità dello sfascio sociale, politico e morale del Paese.

Dopo l'uno a zero di Renzi con Zagrebelsky avete visto la Boschi? Aveva facile gioco a rinfacciare a Salvini tutte le porcherie compiute dalla sua Lega alleata di Berlusconi, tra cui non solo il "Porcellum", non solo un federalismo fallito, ma la riforma costituzionale alla fine bocciata dagli elettori, e che era non meno infame di quella renziana. Ed ha avuto facile gioco, la Boschi, a segnalare gli scandali che hanno travolto i leghisti.
E Salvini? Salvini si impappinava contestando la "riforma" renziana perché... "pasticciata", non perché sancisce, in ossequio ai poteri forti, il passaggio ad un regime ancora formalmente parlamentare ad uno oligarchico, in cui il popolo non sarà più sovrano e le leve del potere saranno concentrate nelle mani dell'esecutivo. E come potrebbe, il Salvini, essere credibile come patriota democratico se egli per primo (sorvoliamo per carità di patria sul resto) è favorevole al presidenzialismo? Ed ecco la Boschi che, in brodo di giuggiole, può spiegare che il suo governo non fa che finalmente realizzare tutti i desiderata delle destre e delle sinistre che si sono succedute al governo del Paese, ma senza giungere a tanto.

Immaginatevi ora un confronto con Brunetta. Basterà ricordare a questo pagliaccio che la "riforma" è stata concepita col "Patto del Nazareno", ovvero col pieno assenso di Forza Italia. Un duello finirebbe con un cappotto clamoroso a favore del SÌ.

Sento dire che invece un duello tra Renzi e D'Alema sarà vinto da quest'ultimo. Questa è una coglionata belle a buona. Dio ce ne scampi e liberi. 
Se c'è uno il cui armadio trabocca di scheletri e nefandezze, questo è proprio "baffetto".
Ho già avuto modo di mettere in guardia dal passaggio di D'Alema nel campo del NO, ora vorrei fare gli scongiuri da un eventuale sfida Renzi D'Alema.
Se Renzi ha umiliato Zagrebelsky tirando fuori la sua intervista a La repubblica in cui si dichiarava favorevole sia al premio di maggioranza che al ballottaggio pur di assicurare "governabilità", otterrebbe risultati ancor più devastanti se avesse davanti D'Alema.

Renzi di sicuro tirerebbe fuori l'intervista programmatica che D'Alema rilasciò l'11 aprile 2010 a Il Sole 24 Ore e che noi segnalammo data la sua ripugnante sfrontatezza. Ve ne diamo un assaggio:
«Ha ragione Emma Marcegaglia: è tempo di fatti, non più di promesse. La destra si è presentata come una grande forza di modernizzazione del paese ormai 16 anni fa. Un tempo storico, sarebbe il tempo di fare un bilancio anziché insistere con le solite promesse. Si è seriamente ridotta in questi anni la pressione fiscale in Italia? No. Si sono realizzate la semplificazione della burocrazia e la riduzione della spesa corrente? No. Non si è fatto nulla. In 16 anni nulla. Le uniche riforme vere, anche se certamente in misura insufficiente, le abbiamo fatte noi: da quella delle pensioni alle privatizzazioni, all'entrata nell'euro, alle prime liberalizzazioni. Loro magari le hanno smontate, come avviene oggi sulle tariffe minime dei professionisti. Così i problemi da affrontare sono ancora lì: le incrostazioni corporative, la necessità di una maggiore mobilità sociale, la meritocrazia, la liberalizzazione dei mercati, la costruzione di un nuovo patto sociale più favorevole alle generazioni più giovani. (...) Io credo che tra le riforme importanti che sono state fatte in questo paese ci siano quelle a firma Amato-Ciampi che hanno liberato il sistema bancario dal condizionamento della politica. È stato un passo decisivo per il paese, spero che non si torni indietro. (..) Sì, io dico più liberalizzazioni, più concorrenza, più incentivi al merito e alla qualità. E poi penso che sia maturo il tempo per discutere un nuovo patto sociale, con il grande tema delle tutele del nuovo lavoro. In Italia abbiamo, da una parte, la tendenza a proteggere eccessivamente chi è già garantito e, dall'altra, ci incrudeliamo sui nuovi lavoratori che sono davvero privi di garanzie e tutele. Dobbiamo invece costruire un nuovo patto solidaristico universale. Questa sì che è una delle grandi riforme fondanti necessarie».
Si contestava in buona sostanza alla destra di non saper fare la destra, e si rivendicava che la sinistra aveva fatto di meglio. E anticipava addirittura il Jobs Act.


E sul modello isituzionale cosa proponeva D'Alema?
Nella stessa intervista "baffetto" contestava il modello presidenzialista delle destre berlusconiane, proponendone una versione rafforzata:
«E' evidente che un presidente della repubblica eletto dai cittadini, sul modello francese, non può essere espressione di una maggioranza relativa. C'è un problema di legittimazione democratica. Per questo serve il doppio turno, perché attraverso il doppio turno si forma una maggioranza assoluta. Se non lo si vuole ci si dimentichi il presidenzialismo. Le due cose vanno di pari passo, come è evidente e come ha detto Fini».
In sostanza la stessa logica perversa e oligarchica sottesa alla "riforma" Renzi-Boschi. Ed è solo una delle chicche per smerdare D'Alema. Figuratevi se l'équipe renziana non abbia già collezionato le perle più devastanti, se non pensi di ricorre a questa arma letale. Auguriamoci perciò che questo duello non avvenga mai.
Va bene isolare Renzi, allargare il fronte, ma dobbiamo sapere che non saranno i D'Alema, i Brunetta e i Salvini ad aiutare il NO a vincere. Anzi, essi sono una quinta colonna del nemico.

mercoledì 22 giugno 2016

D'ALEMA CONTRO RENZI: TUTTO FA BRODO MA.... di Piemme

[ 22 giugno ]

Vale veramente la pena leggere, sul Corriere della Sera in edicola oggi, l'intervista rilasciata da Massimo D'Alema ad Aldo Cazzullo. QUI l'intervista. Un'icastica rappresentazione del marasma totale all'interno del Pd, un J'accuse senza sconti a Matteo Renzi, una critica ficcante delle politiche del governo del "bomba", per finire con l'annuncio ufficiale che al referendum di ottobre voterà NO. 
Ma... c'è un "ma.

Per quanto concerne il referendum costituzionale di ottobre D'Alema afferma che voterà NO. Sentiamo:
D. L’Italicum è incostituzionale?R. «Secondo me sì. Non sono un giudice costituzionale, ma la sentenza della Corte sollevava due questioni: il diritto del cittadino di scegliere il proprio rappresentante; e il carattere distorsivo del premio di maggioranza, quando è troppo grande. La risposta dell’Italicum è molto parziale e deludente. I sistemi ultramaggioritari funzionano quando i poli sono due. Ma quando sono tre, o quattro, perché nessuno può escludere che nasca un polo alla sinistra di Renzi, il ballottaggio diventa una roulette in cui una forza che al primo turno ha preso il 25% si ritrova con la maggioranza assoluta dei parlamentari; per giunta scelti dal capo. Occorre un ripensamento profondo di questo sistema».
Non ci cascate! L'obiezione di D'Alema è non solo debole, ma infingarda. La ciccia sta da un'altra parte, ed è che con il combinato disposto tra "riforma" e Italicum avremmo una nuova architettura statale, con le leve decisive concentrate nell'Esecutivo, nel governo, ed il Parlamento, da massimo organo istituzionale, espressione della sovranità popolare, diventerebbe un Parlamento-ombra, uno zimbello del governo medesimo. Che è esattamente ciò che i costituzionalisti —dopo le esperienze dell'avvento del fascismo e del nazismo, entrambi chiamati al potere, in un caso dal Re ed a Weimar dal presidente Hindemburg— hanno voluto sventare, limitando fortemente le prerogative dell'Esecutivo e subordinandolo all'assemblea parlamentare, e concependo il capo del governo come Presidente del consiglio, non come un Primo ministro plenipotenziario, e su mandato (revocabile) del Parlamento e non da un plebiscito.

Quindi, mentre diamo il benvenuto a D'Alema nel fronte del NO, nel fronte del rifiuto, allo stesso tempo dobbiamo contestare la debolezza e parzialità della sua critica.

E si capiscono le ragioni di questa voluta parzialità. 
D'Alema è corresponsabile delle operazioni di snaturamento della Costituzione e dell'ordinamento democratico, attuate negli ultimi due decenni. Lui è infatti uno degli architetti della "Seconda repubblica". Lui ha condiviso le ben 15 contro-riforme costituzionali, tra cui il pareggio di bilancio, per non parlare delle modifiche elettorali maggioritarie.

Peggio! D'Alema, pur criticando le politiche sociali di Renzi, rivendica, con l'alterigia che lo distingue, le pesantissime politiche neoliberiste dei governi di centro-sinistra e de l'Ulivo —che Renzi spinge ancor più avanti. Sentiamo:

D.Renzi è in grado di cambiare?  
R. «La speranza è l’ultima a morire, ma non mi pare una persona orientata a tenere conto degli altri e neanche della realtà; neanche di quelle più prossime, visto che abbiamo perso a Sesto Fiorentino. Eppure sarebbe necessario un cambio di indirizzo nell’azione di governo, e anche un cambio di stile. Compreso il rispetto che dovrebbe essere dovuto a una classe dirigente che ha vinto le elezioni e ha fatto cose importanti per il Paese: l’euro, le grandi privatizzazioni, la legge elettorale maggioritaria uninominale; non quella robaccia che ci viene proposta adesso».
Tutto fa brodo in vista del prossimo referendum ma... Ci viene in mente l'adagio: «Dai nemici mi guardo io dagli amici mi guardi iddio».

martedì 31 marzo 2015

MA QUALE SINISTRA DEL PD? di Piemme

[31 marzo ]

Sento dire che con l'arrivo di Matteo Renzi sarebbe in atto una "svolta genetica del Pd".
E' un'affermazione che fa molto comodo alla cosiddetta "sinistra del Pd", ma è falsa.
Renzi porta solo a compimento una mutazione genetica iniziata con la "Bolognina", ovvero con i funerali del vecchio Partito comunista.

E si sbagliava chi allora sosteneva che il Pci, divenuto Pds,  si era trasformato in un partito socialdemocratico. Quel mutamento era invece più profondo, simboleggiava lo spostamento definitivo di quel gruppo dirigente e del partito nel campo della classe dominante. Una classe dominante che aveva abbracciato da almeno un decennio la visione del mondo liberista e globalista.
Per diventare il referente politico principale della grande borghesia italiana l'ex-Pci doveva quindi accettare il neoliberismo.
E questo in effetti avvenne.

La verifica l'avemmo presto. Prima ancora di accedere direttamente al governo, l'ex-Pci accettò entusiasticamente i neoliberisti Trattati di Maastricht che fondarono, sulla moneta unica, l'Unione europea. Poi, dopo aver avallato con una finta opposizione il governo Amato, il sostegno al governo Ciampi, quindi a "riforme" liberiste che cambiarono per sempre il paese ed il mondo del lavoro. Una volta giunti al potere liberalizzazioni e privatizzazioni a tutta randa (Bersani docet). Quindi l'abolizione in combutta con le destre del sistema elettorale proporzionale (Mattarellum) e la "bicamerale" con cui si tentò di scardinare la Repubblica parlamentare e la Costituzione in nome della governabilità e di un modello presidenzialistico. Infine, ciliegina sulla torta, D'Alema primo ministro, partecipazione diretta alla guerra d'aggressione contro la Iugoslavia.

Di passata è doveroso ricordare che se oggi la sinistra italiana è agonizzante è per questo, ed anche perché il partito che era sorto per contrastare questa deriva liberista, parliamo di Rifondazione, agì come quinta ruota del carro di questo colossale processo di putrefazione politica; perché la CGIL assicurò la pace sociale non disturbando i guidatori.

Renzi è dunque figlio legittimo di una mutazione genetica pienamente compiuta.

I notabili del Pd oggi piagnucolano, non perché non sono d'accordo con le politiche di Renzi, ma perché quest'ultimo gli ha sfilato di mano il partito, ovvero lo strumento che assicurava loro, assieme al predominio nelle istituzioni, prestigio e immenso potere. 

Quando i renziani rinfacciano tutte queste cose ai notabili, quando gli ricordano che essi han sostenuto senza fiatare il peggiore massacro sociale della storia repubblicana, ovvero il governo Monti imposto dall'euro(pa), hanno quindi ragione. E dunque si spiega come sia stato possibile che Renzi gli abbia sottratto il partito, non l'ha fatto con un golpe interno ma ottenendo il sostegno del basso clero degli amministratori piddini e di un'ampia maggioranza degli iscritti e di elettori del Pd.

Renzi ha ragione a non temere la scissione dei vecchi notabili. Non la teme perché sa bene che fuori dal suo Pd non andranno da nessuna parte se non verso l'oblio. 

E' vero che con Renzi si apre a sinistra del Pd un grande spazio a sinistra. Ma ve l'immaginate un partito di sinistra capeggiato da Bersani, D'Alema e la Rosi Bindi? Un partitello che avrebbe difficoltà a superare lo sbarramento elettorale. 
A meno che...
A meno che Landini non decida di ospitarli nella sua "cosa" ancora tutta evanescente.
E noi scommettiamo che Landini non vorrà imbarcarli. E non vorrà farlo perché invece di un valore aggiunto sarebbero un nocumento alla sua causa.

Che ci faccia uno come Stefano Fassina in questa porcilaia per noi è un mezzo mistero. Fassina, al netto di certe sue ambiguità (ieri, nella direzione del Pd, ha affermato che all'Italicum preferirebbe i collegi uninominali —Sic!)  è il solo che abbia avuto il coraggio di indicare la radice di tutti i mali del Pd, la sua adesione alla dottrina neoliberista, la sua supina sottomissione all'Europa oligarchica, processi di cui i notabili che oggi dicono di "stare a sinistra di Renzi" sono stati artefici. Prima si smarca meglio è. Per lui e per la futura opposizione sociale e politica.



mercoledì 25 marzo 2015

LA FINE DEL PD Intervista a Stefano Fassina

[ 25 marzo ]

«Renzi è frutto degli errori di coloro che hanno avuto le maggiori responsabilità nel Pd, nel Pds, nei Ds e nei governi di centrosinistra. Matteo interpreta in modo estremo e abilissimo la subalternità al liberismo che, ad esempio sul lavoro, ha introdotto il D’Alema innamorato della Terza Via».

D. Fassina, chi l’ha voluta l’assemblea delle sinistre dem finita nel “tutti contro tutti”?

R. «L’abbiamo organizzata in tanti. Voleva rispondere a una domanda di unità a sinistra nel Pd. E abbiamo cominciato a dare una risposta».

A parte l’anti-renzismo, eravate in disaccordo su tutto. È solo un’impressione?

«Non ci definiamo in contrapposizione con nessuno. Abbiamo differenze. Ma sull’insostenibilità del “pacchetto” delle riforme, la valutazione era condivisa. Faremo un coordinamento fra Camera e Senato di chi c’era all’Acquario. E l’unità sarà sul territorio».

Nessuna “associazione di rinascita della sinistra” come proposto da D’Alema?

«Nessuna. Di associazioni ce ne sono già tante, casomai vanno collegate».

Prendete le distanze da D’Alema?

«Renzi è frutto degli errori di coloro che hanno avuto le maggiori responsabilità nel Pd, nel Pds, nei Ds e nei governi di centrosinistra. Matteo interpreta in modo estremo e abilissimo la subalternità al liberismo che, ad esempio sul lavoro, ha introdotto il D’Alema innamorato della Terza Via».

La parola d’ordine è “liberarsi dalle vecchie glorie come D’Alema”? Anche di Bersani?

«Devono capire che abbiamo bisogno di discontinuità di cultura politica, di agenda, di classe dirigente».

Le sinistre dem vogliono “rottamare” i loro padri?

«Sarebbe ridicolo scimmiottare la rottamazione renziana, che è stata un’operazione coraggiosa ma gattopardesca con molti trasformismi. Il ricambio è necessario non per ragioni anagrafiche. Ma se la sinistra è arrivata a condizioni di marginalità, è perché è stata subalterna su questioni fondamentali».

D’Alema vuole la scissione?

«Non mi pare».

Lei vuole la scissione?

«Una scissione molecolare è in corso. Il Pd non coincide con il premier o la maggioranza dei gruppi parlamentari. C’è un Pd fuori dai Palazzi che non si rassegna allo spostamento verso gli interessi più forti».

Orfini vi invita a uscire dal recinto minoritario?

«Sono minoranza, non minoritario. La linea seguita da Renzi allontana il partito dagli interessi che dovrebbe rappresentare».

È vero, come dice Renzi, che lo considerate un usurpatore?

«No, il problema è il riposizionamento del Pd verso l’establishment. Noi siamo in sintonia con Papa Francesco per la dignità dei lavoratori».

* Fonte: Intervista di Giovanna Casadio - La Repubblica, 23/03/2015



sabato 20 aprile 2013

IL PD SCOPPIA (IL SIGNORE SIA LODATO!) di Emmezeta

20 aprile. Avevamo previsto che gli effetti del terremoto elettorale di febbraio, con relativo sfondamento elettorale di M5S, sarebbero stati devastanti. Neanche noi, tuttavia, ci aspettavamo che sarebbero giunti al punto da far squagliate tanto presto il Pd. In questo modo schianta il principale puntello delle classi dominanti e delle oligarchie euro-atlantiche. Una buona notizia per chi vuole cambiare da cima a fondo questo paese.


Ci siamo sbagliati: il Partito democratico era ancora più marcio di quel che pensavamo!


di Emmezeta


Un detonatore! Ancora più interessante del nome che alla fine uscirà dalle elezioni presidenziali, è lo sfacelo che questa votazione sta provocando nel Partito Democratico. E pensare che solo qualche mese fa erano in molti a pronosticare il facile successo della strana Arca di Noè che ha accolto, senza fonderli, ex democristiani ed ex-picisti.

Della facilità del trionfo era arciconvinto il pur mesto Bersani. Ma anche in settori politici a noi vicini c'era chi non vedeva quanto fragili fossero le basi del momentaneo vantaggio mediatico prodotto dalle primarie. A noi, viceversa, tre cose sul Pd erano chiare: il logoramento prodotto dal convinto appoggio al governo Monti, la riduzione del radicamento sociale indotto dalla crisi, l'assenza di proposte credibili e di una visione politica minimamente adeguata alla situazione.

Certo, si poteva magari pensare che nonostante tutto ciò il Pd (e con esso il centrosinistra) avrebbe comunque vinto le elezioni di febbraio in virtù della maggiore debolezza altrui. Le cose non sono andate così. Il successo del M5S ha scardinato anche questa ipotesi. E la verità è che, in termini di prospettiva politica, il Pd (e dunque il centrosinistra) ha perso le elezioni. Una verità amara che Bersani & C. cominciano forse ad elaborare soltanto ora.

Ieri sera, annunciando le sue dimissioni, Bersani ha rispolverato una parola desueta quanto illuminante. «Traditori!», ha gridato agli oltre 100 parlamentari del proprio partito che non hanno votato Prodi, dopo averlo candidato per acclamazione poche ore prima. Bene, quando il linguaggio si fa crudo vuol dire che la situazione si è fatta drammaticamente seria. Altro che la smacchiatina al giaguaro!

Al momento (ore 11 del 20 aprile) non sappiamo quali saranno le prossime mosse. E probabilmente non lo sanno neppure loro. Dopo aver bruciato Marini e Prodi, i dirigenti del Pd non sanno ancora a quale santo votarsi, e non è affatto detto che le parti più gustose dello psicodramma siano quelle alle nostre spalle.

Limitiamoci dunque ad alcune considerazioni sparse sui motivi e sulle conseguenze dell'implosione piddina:

1. Pur apparendo ancora come l'unico partito rimasto sulla piazza, il Pd non ha mai avuto una sua visione del mondo e della società. Nessuna sintesi politico-culturale è mai emersa dal confuso rimescolarsi di ex democristiani ed ex pcisti. Il Pd ha saputo solo presentarsi come partito della governance, cioè della mera amministrazione del presente. In altre parole, e più prosaicamente, il Pd è stato ed è un mero apparato di potere e per il potere.

2. Una simile creatura politica aveva in sé fin dal principio (cioè dai tempi dell'Ulivo, che del Pd è stata la prova generale) i germi della propria autodistruzione. Poco dannosi finché un relativo benessere garantiva la letargia di massa, essi hanno iniziato ad attivarsi quando il dramma sociale in atto ha quantomeno determinato una parziale ripresa dell'attenzione popolare ai fatti della politica. Ma quel che sta rendendo questi germi davvero distruttivi è la possibilità - tutt'altro che remota - che gli spazi e i posti di potere conquistati e/o ritenuti ormai acquisiti vadano a farsi benedire a breve.

3. Un partito che vive esclusivamente per il potere, morirebbe con la perdita di quel potere. Ed è bastato che i disegni di potere, elaborati in precedenza, venissero messi in discussione dal voto di febbraio, perché i vertici del partito perdessero la testa. Escludendo l'emersione di patologie personali, ci sembra questa l'unica spiegazione dello schizofrenico comportamento di Pierluigi Bersani.

4. Come tutti i partiti di potere il Pd aveva stretto un patto d'acciaio con le oligarchie economiche. E, vista la condizione di paese a sovranità limitata dell'Italia, i vertici piddini sono stati da sempre (cioè da ben prima che il Pd nascesse) sotto le ali dell'oligarchia europea. Pensavano che fosse un'assicurazione sulla vita. Ma oggi l'Europa non va più di moda, come ha dimostrato anche il formidabile flop elettorale di Monti, e quell'assicurazione non è più una garanzia assoluta.

5. Da qui la tendenza a vivacchiare, le spinte al governicchio. Controbilanciate, però - ecco un nodo che si aggiunge agli altri e che renderà l'ipotesi del governicchio quasi impraticabile - dal riemergere di un antiberlusconismo d'antan. Esso torna a galla non solo perché il Caimano è sempre lì, ma soprattutto perché è l'unica àncora identitaria rimasta a disposizione.

6. Alla luce di quanto detto è chiaro che anche noi abbiamo sopravvalutato il Pd, ritenendolo l'unica forza politica che poteva in qualche modo sorreggere l'intero sistema politico. Evidentemente, invece, il Pd non era più un partito da tempo. Ma come aggregato di potere si era abbondantemente balcanizzato, con correnti, lobby, cupole e cricche di ogni genere al proprio interno. Tutto ciò era noto ed ampiamente visibile, ma la portata del fenomeno e le sue conseguenze sono andate ben oltre ogni previsione.

7. Per il sistema politico italiano l'implosione del Pd è una botta pesantissima. Si tratta in definitiva dell'effetto politico più rilevante prodotto dal sisma elettorale del 24/25 febbraio. La scossa di ieri, con la caduta di Prodi causa «fuoco amico», è un secondo devastante terremoto che forse ne preannuncia altri. Certo, i dalemiani e gli ex democristiani che ieri hanno pugnalato Prodi riprenderanno i loro giochini per arrivare al governicchio. Con quale forza, credibilità e prospettiva ognuno è in grado di capirlo da solo.

8. Appena un mese fa, i soliti commentatori politici italiani ci avevano descritto la straordinaria abilità tattica di Bersani nel dividere i parlamentari del M5S per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato. Oggi le parti si sono invertite. Il M5S non solo non ha ceduto sul nome di Prodi (come i soliti complottisti ipotizzavano), ma la candidatura di Rodotà (che pure non ci entusiasma) ha contribuito anch'essa a mandare in frantumi l'unità del Pd.

9. Ed a questo proposito, qualche riga va spesa sulla pittoresca schizofrenia di certa sinistra. Prima a descrivere Grillo come un mezzo fascista, oggi tentata di aggrapparsi al M5S pur di salvare in qualche modo se stessa. Nossignori, diciamo noi. «Tutti a casa!» non ha da essere uno slogan propagandistico, ma un vero programma per rovesciare l'intero sistema politico. Programma troppo ambizioso? Lo vedremo. A giudicare da come stanno andando le cose non si direbbe.

mercoledì 19 dicembre 2012

VOX POPULI, VOX DEI

Si candida o non ci candida?
No che non si candida!

di Piemme

Accetto scommesse. Mario Monti non si candiderà. Tutta questa storia della sua scesa in campo è secondo me una stucchevole pantomima. C'è una ragione per la pantomima e una per spiegare perché Monti non sarà presente in alcuna lista.

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