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sabato 1 dicembre 2018

PRC-PaP: VOLANO GLI STRACCI ....

 [ 1 dicembre 20018]

Dopo la rottura tra il Partito della Rifondazione Comunista e Potere al Popolo — per essere precisi, dopo che il PRC ha abbandonato PaP  — Rifondazione passa alle vie legali.
Con una lettera inviata dal segretario Maurizio Acerbo alla Viola Carofalo e Giorgio Cremaschi (vedi più sotto) Rifondazione intima ai due di non usare il simbolo di PaP e, in caso contrario minaccia di ricorrere in tribunale. Qui sotto la risposta della Carofalo e di Cremaschi.
Una storia triste, quando dirigenti che si considerano "compagni", ricorrono alla magistratura.
Non abbiamo condiviso le basi politiche su cui nacque Potere al Popolo. Dicemmo poi che quell'accordo era fragile poiché nato dalla fretta di presentare una lista elettorale unitaria.
L'insuccesso elettorale ha fatto venire a galla le divisioni, che son poi diventate esplosive.
Una domanda vogliamo rivolgerla tuttavia ai dirigenti del PRC: capiamo che vi siete sentiti buggerati sulla vicenda dello Statuto, ma c'era proprio bisogno di ricorrere al tribunale intimando gli altri a non usare il simbolo di PaP? Ci sembra, più che altro, una figuraccia, una palese prova di debolezza. Un atto, anzi, di arroganza, visto che non avete alcuna intenzione di usare quel simbolo e che anzi vi preparate, in vista delle europee, a far parte dell'ennesimo carrozzone elettorale arcobaleno con a capo De Magitris.
Un atto che puzza lontano un miglio di burocratica auto-preservazione del vostro gruppo dirigente che invece, vista come andò a finire con il voto sullo Statuto, se avesse avuto la necessaria onestà intellettuale, avrebbe semplicemente rassegnare le proprie dimissioni

*  *  *
LA LETTERA A MAURIZIO ACERBO DEL P.R.C.

Caro compagno Acerbo,
ti chiamiamo così anche se per te siamo diventati “signora” e “signore”, abbiamo da te ricevuto una lettera-diffida che preannuncia azioni legali. La rendiamo pubblica, primo perché non abbiamo nulla da nascondere e secondo per marcare le distanze abissali che ci separano da questo tuo modo di agire.
Visto che ci hai convocati come i soci di un’azienda, vogliamo ricordarti e dirti che:
1) Potere al Popolo va avanti e cresce e non saranno quattro persone e un tesoriere, seppure autorevoli, che potranno metterlo in discussione.
2) Il processo democratico che ha portato allo statuto di PaP ha visto la partecipazione di oltre quattromila aderenti. Tu assieme ad altri hai abbandonato tale processo dopo aver partecipato ad esso fino al giorno prima dell’inizio delle votazioni on line, affidate ad una piattaforma scelta e gestita di comune accordo.
Successivamente l’organismo dirigente del PRC ha deciso a maggioranza di abbandonare l’esperienza di Potere al Popolo, giudicandola non più rispondente ai suoi disegni.
3) È davvero singolare che si scelga (legittimamente) di separarsi da una forza di cui si é fatto parte fino ai massimi livelli, e poi (assurdamente) si pretenda che quella forza da cui ci si separa non esista più. Al di là della assoluta inconsistenza formale della pretesa, essa è alquanto azzardata sul piano politico. Tu vorresti che PaP cambiasse il proprio statuto, annullando il voto di migliaia di persone, sulla base delle tue indicazioni. Altrimenti Potere al Popolo dovrebbe rinunciare ad esistere. Sinceramente, non ti pare di esagerare?
4) A differenza della segreteria del PCI che, sulla base delle proprie decisioni congressuali, ha correttamente abbandonato PaP senza mettere in discussione il percorso dell’organizzazione da cui si separava, tu ora minacci di portarci in tribunale se non facciamo, in quattro più il tesoriere, il Potere al Popolo che vuoi tu. Bene, ti rispondiamo subito: vacci in tribunale.
Sai, noi siamo spesso coinvolti nelle aule di giustizia per lotte sociali e politiche, andarci anche per la denuncia aziendalista di un segretario di partito ci preoccupa solo per il ridicolo, senza precedenti nel nostro mondo. Però se di questo ridicolo vuoi proprio coprirti, noi non siamo in grado di impedirtelo.
5) Quanto a vederci il 10 dicembre come ci hai chiesto, siamo naturalmente disponibili ad incontrarci, però rendendo pubblica la riunione con diretta streaming… Sai, non siamo un’azienda…
Fraterni saluti
Viola Carofalo
Giorgio Cremaschi

*  *  *
LA LETTERA DI MAURIZIO ACERBO

Gentile Signora Viola Carofalo –—— Napoli
Egregio Sig. Giorgio Cremaschi –—- Brescia
Egregio Sig. Francesco Antonini –—- Roma
E p.c. Sig. Roberto Morea (tesoriere PAP) –—- Roma
Oggetto: convocazione dell’assemblea dell’associazione Movimento Politico Potere al Popolo” per il giorno lunedì 10 dicembre alle ore 15 presso la Sala Bianca a Via Flaminia 53 Roma.
Premessa
Il vigente atto costitutivo del “Movimento Politico Potere al Popolo “ (rogato dal Notaio Atlante in data 9 gennaio 2018) prevede all’art. 5 par.4 che l’assemblea possa essere convocata “oltre che per accordo unanime , anche da uno dei soci , con richiesta scritta da fare pervenire almeno 5 (cinque) giorni liberi dalla data di convocazione”.
Allo stato attuale, l’assemblea è composta da: Viola Carofalo, Giorgio Cremaschi, Francesco Antonini, Maurizio Acerbo. Gli stesso soggetti compongono l’organo associativo denominato ‘presidenza’ di cui all’art.7 dello statuto.
Ed, infatti, nell’unica assemblea dell’associazione formalmente valida, tenutasi il 19 luglio 2018, l’assemblea ha ratificato le dimissioni di Mauro Alboresi.
Allo stato attuale, in termini giuridici, l’associazione è, quindi, composta delle suddette quattro persone.
E’ opportuno ricordare che la previsione di cinque soci originari rispondeva ad una precisa logica e ragione, tipica della alleanze plurali, ogni socio, indipendentemente dalle dimensioni, rappresentava un gruppo, un movimento o partito di riferimento.
Per tale ragione Assemblea e Presidenza possono decidere le modifiche statutarie solo con la maggioranza dei 4/5, ai sensi degli art. 5 e 7 dell’atto costitutivo stesso. Tale previsione statutaria non è casuale. Infatti essa indica la volontà dei soci fondatori di non lasciare le decisioni sulle regole statutarie ad una maggioranza semplice, ma di rispettare non solo i diritti delle minoranze, particolarmente importanti quando si tratta di regole relative alla coesistenza, ma anche del carattere ‘federale’ dell’associazione.
Tutti i soci aderenti erano dunque consapevoli, al momento della fondazione, del fatto che modifiche statutarie non potessero essere effettuate con maggioranza semplice.
L’approvazione delle modifiche statutarie, poi, doveva essere approvata tanto dall’assemblea che dalla presidenza, sempre con tale maggioranza qualificata.
Per quanto riguarda gli associati, a norma dell’art. 5, è compito dell’assemblea deliberare sull’ingresso di nuovi soci.
Allo stato attuale, in via formale, nessun nuovo socio è stato approvato dall’assemblea.
Le norme dello statuto sono chiare, le modifiche statutarie hanno un quorum perfettamente determinato, e la coincidenza dei membri dell’assemblea con quelli della presidenza rende il computo ancora più semplice.
E’ appena il caso di ricordare poi che, sempre con maggioranza di 4/5, l’assemblea delibera in merito all’uso del simbolo (art. 5 ultimo paragrafo).
E’ ben noto come siano sorte diversità di vedute in merito alla prosecuzione dell’attività del movimento politico. L’ipotesi di abbandono del modello plurale, per costituire un’associazione di tipo diverso, non ha trovato l’accordo di tutti i soggetti fondatori. Non vi nascondo che molti hanno vissuto questa proposta di modifica come una forzatura.
Ciò che più conta è che oggi, alla luce di quanto accaduto, è opportuno assumere talune decisioni, anche di ordine formale, nella speranza che si possa giungere ad una soluzione condivisa.
Infatti nella modifica statutaria del 19 luglio si afferma che “L’associazione potere al popolo ha inoltre lo scopo di dar vita ad un movimento politico-sociale di alternativa dentro il quale convivono posizioni e culture diverse impegnate nella costruzione di uno spazio e un soggetto unitario. Con il nostro manifesto ci siamo infatti impegnati a costruire “un movimento popolare che lavori per un’alternativa di società ben oltre le elezioni (…) Un movimento di lavoratrici e lavoratori, di giovani, disoccupati e pensionati, di competenze messe al servizio della comunità, di persone impegnate in associazioni, comitati territoriali, esperienze civiche, di attivisti e militanti, che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi”;
Riteniamo invece che la modifica statutaria proposta alla approvazione della piattaforma on line configuri un nuovo partito e non un soggetto unitario e plurale.
Per tutto quanto sopra, in ottemperanza ed applicazione dell’art. 5 par.4 dello statuto
convoca
l’assemblea dell’associazione Potere al Popolo, con sede a Roma Via Flaminia 53, per il giorno lunedì 10 dicembre alle ore 15 presso la Sala Bianca a Via Flaminia 53 Roma.
con il seguente ordine del giorno:
1. Deliberazioni inerenti al futuro associativo ed all’uso del nome e simbolo dell’Associazione;
2. Eventuali azioni di tutela avverso soggetti diversi dalla associazione Potere al Popolo che intendessero utilizzarne nome e/o simbolo;
3. Varie ed eventuali
In merito alle deliberazioni le opzioni sono essenzialmente due.
-Procedere con l’attuale statuto PLURALE, ed all’interno delle regole statutarie, trovare quelle eventuali modifiche che fossero largamente condivise.
-Separare le strade. In tale seconda ipotesi, tuttavia, è chiaro che l’esperienza Potere al Popolo va considerata finita, e non sarebbe giusto che alcuna delle sue componenti fondatrici continuasse ad utilizzarne il nome ed il simbolo, come se nulla fosse avvenuto.
L’assemblea è indispensabile per comprendere se vi sia una possibilità di intesa, anche mediatrice, sulle due opzioni.
Un’ulteriore puntualizzazione è d’obbligo. Ove, senza previa intesa, sorgesse una nuova associazione denominata Potere al Popolo è chiaro che dovrebbero essere adottati strumenti giudiziari di tutela della confondibilità. Lo stesso dovrebbe dirsi in caso di modifiche statutarie assunte in violazione del presente statuto. Violazione che sarebbe doppiamente grave se praticata da chi ha sottoscritto lo statuto vigente, e che si è obbligato anche in via negoziale al suo rispetto.
Fermo restando quanto sopra è chiaro che l’auspicio è quello di una intesa e di una soluzione concordata, che permetta di non disperdere il patrimonio politico che l’esperienza di Potere al Popolo ha comunque generato.
Per tali ragioni auspico realmente una vostra presenza all’assemblea sopra convocata. Ovviamente in caso di volontà di partecipare e di impedimenti potrà essere concordata una diversa data o orario.
Maurizio Acerbo
della Presidenza di Potere al Popolo

lunedì 30 gennaio 2017

CONGRESSO PRC: UNA MAIONESE IMPAZZITA di Ugo Boghetta

[ 30 gennaio ]
In Francia, Benoît Hamon, il "populista di sinistra", ha vinto le primarie del partito socialista col 58%.
Sarà quindi lui il candidato del Ps alle prossime, elezioni presidenziali.
Scrivono i giornali di regime italiani preoccupati: «Il candidato prescelto, su cui nessuno o quasi avrebbe scommesso fino a qualche settimana fa, è il simbolo di una svolta verso la base più radicale della sinistra. Il suo programma: orario di lavoro a 32 ore settimanali, reddito universale per tutti i cittadini pagato dallo Stato, nuova tassa sui robot per le imprese. Il "Sanders alla francese" rappresenta un ritorno al "socialismo rivoluzionario" di altri tempi dopo cinque anni di esercizio di governo che hanno profondamente spaccato la gauche». Hamon non lo dice, ma sa che per realizzare anche solo il 50% del suo programma, occorre far saltare l'Unione europea. La vittoria di Hamon è il sintomo che la Francia ribolle, che non c'è solo la destra lepenista, che anche a sinistra... c'è vita.
E in Italia? Che succede a sinistra? Stiamo messi male ma...

CONGRESSO PRC: UNA MAIONESE IMPAZZITA 

di Ugo Boghetta

Jared Diamond in: “Collasso: perchè le società decidono di vivere o morire” espone varie ipotesi al riguardo.  
Ne cito alcune: 
«Non si è riusciti a prevedere l'insorgere del problema, fallimento della soluzione del problema che comunque si conosce, gli interessi di alcuni (gruppi dirigenti) vengono prima di quelli collettivi, il dilemma del prigioniero: ... tanto gli altri faranno quello che faccio io quindi meglio che lo faccia prima io, una soluzione ci sarebbe ma servono le condizioni di fiducia e di uguaglianza, gli interessi delle elitè sono diversi da quelli dell'intera corpo sociale, il mantenimento dello status quo conviene ad un certo gruppo, c'è uno scontro fra obiettivi a lungo termine ed a breve, c'è la psicologia di massa, c'è il rifiuto psicologico della verità o della soluzione».
Queste ipotesi possono essere applicate anche alle forze politiche? Sbizzarritevi a pensare perchè le forze di sinistra siano al collasso. E, a proposito di collasso, basti vedere come il PRC va al congresso: sembra una maionese impazzita.

Per quanto mi riguarda non ho firmato il "Documento alternativo", tantomeno quello del segretario Ferrero. Facendo parte del Comitato Politico Nazionale, devo delle spiegazioni.

Il documento Ferrero si guarda bene dal fare un bilancio nonostante che il partito abbia perso oltre la metà dei tesserati in due congressi (ma oltre 42mila compagni ci danno il 2x1000), e una mezza dozzina di fallimenti del soggetto unitario della sinistra. E' un atto di grande arroganza e di non rispetto del partito. Ma si capisce, se si fosse fatto un bilancio avrebbero dovuto dimettersi o non potrebbero riproporre la stessa linea politica.

La ri-proposta del soggetto unitario, l'unica in campo, è quanto mai fumosa visto lo stato della cosiddetta sinistra. Si scrive poi che "l'Unione europea è irriformabile", ma si ripropone una politica che vuole... "cambiare i Trattati". Tutti, tranne quello di Maastricht dove si decise l'Unione e l'euro visto che l'una e l'altro devono rimanere. Quindi l'irriformabilità è una bugia!

Si dice che ci si deve battere per "l'attuazione della Costituzione", ma è un'altra bugia perchè, nell'Unione ed nell'euro, questo è impossibile.

Il documento, nella parte analitica generale, scivola verso il revisionismo ed il riformismo (si sarebbe detto un tempo) allontanandosi dal marxismo e dal combinato disposto forze produttive-rapporti di produzione. Siamo sempre all'economicismo. Ma, mentre il rinnegato Kautsky motivava la scelta moderata aspettando il crollo del capitalismo, qui la stessa scelta avviene per il contrario: l'abbondanza da questi prodotto. L'abbondanza, in realtà presunta visto che si tratta di capitale in larga parte speculativo. Abbondanza possibile dalla sconfitta ideologica, politica e sociale del movimento operaio e comunista, quindi non riproducibile con rapporti sociali diversi. Piccolo particolare, il documento quasi non si avvede che la globalizzazione è finita!!

Abbondanza che consentirebbe anche il passaggio all'alternativa di sistema senza passare per la fase del “comunismo di guerra”. Ma, nonostante questa transizione sembri un pranzo di gala, il comunismo ed il socialismo sono vaghe petizioni di principio. Posizioni generiche che servono per poter essere accolti nell'ipotetico variopinto soggetto della sinistra. Del resto il segretario non ha forse detto che condividiamo il 90% delle idee con la sinistra!

Noi condividiamo il 90% delle idee con la sinistra liberal-libertaria e anticomunista!!??

È, dunque, un documento continuista nel peggioramento. Votarlo è un atto di fede ed è il passaggio ad una generica sinistra: altro che Rifondazione e Comunista!?.

Le opposizioni interne

A fronte di questa proposta non c'è dubbio che il primo obiettivo sarebbe quello di riaprire la dialettica interna e sconfigge la gestione burocratica del partito.

In secondo luogo, stante la mancanza di identità ideologica e politica, sarebbe necessaria una proposta politica alternativa chiara e sensata e una cultura politica adeguata. C'è, infatti. La necessità di ri-idelogizzare, ri-politicizzare, ri-organizzare il partito.

Negli ultimi tempi si era via via costruita nei fatti una convergenza sui temi della contrarietà alla confluenza nel nuovo soggetto di sinistra, Unione, euro, con Dino Greco, Domenico Moro, Pegolo, Targetti, parte dei Giovani Comunisti, ed il "Documento 3". Per quanto riguarda invece l'eurodeputata Forenza la sua critica era alla gestione del partito di Ferrero mentre ne condivide la sostanza dell'impostazione di fondo. "Abbiamo la stessa cultura politica", ha affermato al fine di sostenere l'ipotesi del congresso a tesi. Ma, purtroppo, così non è più.

Dino Greco e Moro hanno rigettato la prospettiva unitaria [ di tesi unitarie delle opposizioni, Ndr] motivandola in vario modo, finendo per emendare un documento per sua natura inemendabile. Così facendo, Greco e Moro, si sono assunti gravi responsabilità: non aver contribuito al documento per tesi alternativo, portare voti ad un documento insostenibile. Rendere il documento Ferrero comprensivo di maggioranza e opposizione cosicchè, come diceva il marchese del Grillo: "tutti gli altri non sono un cazzo". Inoltre, finito il congresso, dovranno avere un atteggiamento conforme al documento che hanno sottoscritto.

Nonostante queste defezioni si è lavorato a costruire un documento alternativo. Ovviamente è stato un percorso faticoso ma il documento: “Il partito che vogliamo”, aveva una sua dignità di proposta politica: Costituzione, uscita dall'Unione e dall'euro, ruolo del Prc.

Questa quadra è stata messa in discussione per allargare il fronte alla compagna Forenza. Ma le difficoltà a stilare un documento integralmente unitario si sono subito palesate viste le impostazioni diverse quando non opposte. Cosa fatta rilevare dal sottoscritto e condivisa da Eleonora. La possibilità unitaria stava solo nella necessità di riattivare la democrazia e la dialettica interna.

Ma è prevalsa la solita volontà unitarista senza tener conto che questo partito non si salva con una marmellata. Fa più danni l'unitarismo della peste.

Era dunque inevitabile che si addivenisse ad un documento pasticciato: da una parte una proposta politica che stava sull'asse Costituzione, rottura Unione e dell'euro, ruolo dei comunisti, dall'altra l'anarco-negrismo di Eleonora fatto di movimentismo, europeismo e altermondialismo fuori tempo. Anche il punto controverso del soggetto della sinistra era diverso: da una parte la proposta di un Fronte Popolare Costituzionale dove i comunisti operano in piena visibilità ed autonomia, dall'altra quella di un soggetto di sinistra fatto dal basso —impostazione a cui Ferrero risponde: dall'alto e dal basso. Il tutto come se fosse un problema altimetrico. Un documento, dunque, con approcci e proposte giustapposte. Un documento dove, per altro, ci sono due emendamenti: uno contro l'euro e l'altro pro.

Certo ci sarà chi giustamente voterà qualsiasi cosa pur di rompere la gabbia che sta soffocando il partito, ma c'è anche il dovere e la necessità di una proposta alternativa chiara.

Io, francamente non me la sono sentita di sottoscrivere questo pasticcio. Da nessuna parte, infatti, c'era una proposta organica alternativa al Documento 1 [della maggioranza di Ferrero, Ndr].

Secondo le procedure, poi, e qui la maionese fa un altro impazzimento, coloro che hanno scelto i due documenti ad un certo punto si separeranno. Per fare che cosa? Per discutere e votare gli emendamenti. Emendamenti che sono sugli temi ma in documenti opposti!!!???

La maionese infatti impazzisce perché i vari ingredienti non si amalgamo. Per recuperare una maionese impazzita ci vuole un altro tuorlo d'uovo e usare forte la frusta. Cercasi soluzione.

venerdì 20 gennaio 2017

LA MEGLIO RIFONDAZIONE CHE C'É. Le "Tesi alternative" di Dino Greco

[ 20 gennaio ]

EURO, UNIONE EUROPEA, SOVRANITÀ NAZIONALE E POPOLARE: LE TESI ALTERNATIVE DI DINO GRECO (nella foto)

Il Comitato politico nazionale del Prc, svoltosi il 14 e 15 gennaio scorsi, ha licenziato i documenti che saranno sottoposti alla discussione degli iscritti in vista del X° Congresso nazionale —che si svolgerà a Spoleto dal 31 marzo al 2 aprile. Di contro al documento della maggioranza capeggiata da Paolo Ferrero— né uscita dell’Italia dall’Ue, né abbandono dell’euro, bensì disobbedienza ai trattati— il compagno Dino Greco (di cui avevamo due anni fa pubblicato le sue posizioni critiche) ha opposto delle Tesi alternative lucide sul piano dell'analisi e pienamente condivisibili sul piano strategico. 
Pubblichiamo qui la «TESI A». Un'altra dimostrazione che c'è vita a sinistra...


L’Europa, l’euro, la lotta contro i trattati europei e l’austerity

«Quando la dissoluzione della sovranità nazionale non mette capo ad una democrazia sovranazionale ma al dominio delle nazioni più forti, la rivendicazione della sovranità non è un regresso agli albori dell’assolutismo, ma un progresso verso la riconquista della democrazia»
(Mimmo Porcaro)

1. Sin dalla metà degli anni Settanta, il capitalismo ha abbandonato ogni velleità prometeica, di progresso universale, e ha rotto il compromesso post-bellico con la democrazia.

Nell’indirizzo al vertice della Commissione trilaterale del giugno ’91, David Rockefeller tracciò con chiarezza la nuova linea: “la sovranità sovranazionale di una élite intellettuale di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale dei secoli scorsi”.

Più esplicitamente ancora si esprimerà la banca J.P. Morgan nel maggio del 2013 col noto documento in cui essa “suggerisce” di liquidare “le Costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo”, poiché troppo permeate dalle idee socialiste, dalla eccessiva presenza di un movimento sindacale organizzato, da un ingombrante sistema di protezione sociale e da un sovraccarico di democrazia.

Per il capitale che si internazionalizza, che abbatte ogni frontiera e non riconosce altro statuto che quello insito nel suo codice genetico, lo Stato-nazione è il nemico da abbattere, perché lì e solo lì possono materializzarsi forze antagonistiche potenzialmente capaci di ostacolare il progetto di sussunzione al capitale di ogni rapporto economico, sociale, umano.

Portare la lotta “al livello del capitale” non significa dunque accettare il terreno di scontro ad esso più favorevole (quello di un’eterea, inafferrabile dimensione sovranazionale, nel nostro caso europea), ma di porsi rispetto ad esso in una posizione asimmetrica, costringendolo a calcare gli stivali nella “palude” degli stati nazionali, nella dimensione territoriale, cioè nei luoghi dove è concretamente possibile – nelle forme date – organizzare il conflitto e la resistenza contro le politiche di austerity.

L’ “unità minima” ove portare il conflitto antagonistico si identifica con lo Stato nazionale perché, nella situazione presente, solo esso può avere la forza di reperire – in piena coerenza con la legge fondamentale della Repubblica - i mezzi finanziari indispensabili per riattivare la mano pubblica, non in un recinto autarchico ma, al contrario, per ostacolare i movimenti destabilizzatori del capitale e aprire nuovi spazi cooperativi internazionali.

Occorre infatti non perdere di vista che l’Ue è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario; l’architettura monetarista che esso ha posto a suo fondamento serve a stabilizzare e “blindare” quel potere.

Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica che coinvolge la struttura economica (cioè il modello di accumulazione), i rapporti di proprietà, la sovrastruttura politica e giuridica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che rende coeso il blocco sociale dominante.

L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista con l’obiettivo di rendere permanente l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione indispensabile in una fase della storia in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire a offrire agli investimenti un adeguato rendimento.

Il livello dello stato nazionale e i vincoli costituzionali che ne plasmano la sovranità rappresentano per il capitale un ostacolo da rimuovere in quanto intrinsecamente contraddittori con quel progetto: un progetto non negoziabile perché ne va della stessa missione delle classi dominanti.

2. L’ordinamento comunitario, il combinato disposto dei trattati, è radicalmente antinomico rispetto a quello della Costituzione italiana del ’48 perché sovverte la gerarchia delle fonti del diritto, distruggendo sovranità popolare e indipendenza nazionale. Esso mira a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”.

La Costituzione del ’48 non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza. Anzi: l’articolo 41 afferma con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.

La Costituzione – in termini di principio e prescrittivi – affida alla mano pubblica il disegno globale dell’economia, esattamente per la ragione che Palmiro Togliatti espose nel dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea Costituente (1947) intorno al tema delle “Relazioni economico-sociali” e a quello che diventerà poi il Titolo III della Carta. E cioè che “il non intervento dello Stato in una società capitalistica equivale ad un intervento a favore della classe dominante”. Vale a dire “al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è economicamente più debole”.

Ciò di cui si incarica la Costituzione è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.

Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.

Una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto).

Esattamente come nella teoria liberale classica, lo Stato ha la funzione di assicurare e proteggere da ogni e qualsiasi turbativa la proprietà e il modo capitalistico dell’accumulazione privata.

Così stando le cose, tutti i diritti sociali storicamente conquistati dalle classi lavoratrici diventano, nella loro integralità – primo fra tutti il diritto al lavoro – come altrettanti limiti all’esercizio stesso del diritto di proprietà.

Il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiustificato, a condizioni di lavoro sane, sicure, dignitose, la protezione in caso di perdita del posto di lavoro cessano di essere “giuridicamente vincolanti”.

Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”. Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del TUE.

In conclusione: mentre la nostra Costituzione collocava lo Stato – e in esso il lavoro – in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.

La Costituzione pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Ue impone un ordine di libertà per il compimento degli affari.

3. La nostra linea di attacco deve sapere individuare l’anello debole della catena e il punto di maggiore fragilità dell’impianto è l’euro.

Trattati e moneta sono un tutto organico e l’euro svolge una fondamentale funzione di gerarchizzazione fra paesi creditori e paesi debitori, fra sud e nord, appunto attraverso la costruzione forzosa di un’unica area valutaria imposta ad economie del tutto diverse.

L’avere persuaso che la moneta è un elemento neutro nell’assetto capitalistico europeo è uno dei più stupefacenti successi ideologici delle classi dominanti.

Ora, delle due l’una: o disobbedire ai trattati ha un significato concreto, e allora comporta l’uscita dall’euro, oppure la disobbedienza si traduce in un puro atto propagandistico, in attesa di una palingenesi democratica dei popoli che, più o meno all’unisono, dovrebbero ad un certo punto decidere di liberarsi dalle proprie catene.

Se “noi non ci battiamo né per l’uscita dell’Italia dall’Ue, né per l’abbandono dell’euro”, la dichiarata intenzione di mettere in crisi l’Ue “attraverso forzature” si risolve in nulla perché nessun significativo atto di rottura è in realtà nella cifra della nostra politica.

Alle altisonanti affermazioni in base alle quali “l’Ue va rovesciata” in quanto quella gabbia “non è riformabile” dall’interno attraverso logiche emendative e va perciò “spezzata”, corrisponde nella pratica una strategia del tutto priva di mordente perché mentre si limita ad evocare la necessità di un accumulo di forze in vista di un futuro rovesciamento, paventa colossali contraccolpi economico-sociali ove le condizioni di una rottura si realizzassero sul serio in singoli paesi, trascurando che l’exit di un paese forte genererebbe una reazione a catena e la frana dell’intero edificio.

Nella impalpabilità di una linea convincente della sinistra di classe è la destra a candidarsi a ereditare il consenso popolare per indirizzarlo verso esiti reazionari, mentre noi veniamo ignorati o reclutati nel campo di un europeismo malpancista che tuona molto senza mai fare piovere.

“Mettere nel conto” la possibile “autocombustione” dell’euro in forza delle contraddizioni interne ai gruppi dominanti, subirla e basta, significherebbe relegarsi in una posizione di subalternità non recuperabile, a babbo morto, con improvvisazioni tattiche dell’ultima ora.




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martedì 25 ottobre 2016

«NOI, SINISTRA ANTINAZIONALE» parla Paolo Ferrero (Prc)

[ 25 ottobre ]

Il giorno precedente la manifestazione No Renzi Day, il 21 ottobre, a P.zza S. Giovanni in Roma, ridenominata all'occasione Abd el-Salam, si sono svolti due dibatti. 
Uno di questi sull'Unione europea e l'euro, presieduta da Mauro Casadio. Vi hanno partecipato alcuni esponenti della sinistra [vedi foto accanto].

Primo a parlare Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista. Più sotto il suo intervento video-registrato.
Un intervento intriso di retorica globalista e di corbellerie teorico-politiche, ai limiti del raccapricciante. 
Il succo in tre punti: (1) è vero la Ue è un'istituzione neoliberista irriformabile, tuttavia  (2) è inaccettabile ogni discorso sul recupero della sovranità nazionale, (3) "perché? perché c'è la globalizzazione dei mercati e quindi a prima, ahimè, non si può tornare". 

Quindi? Quindi boh.
Roma: P.zza Abd el-Salam la sera del 21 ottobre
Ascoltate e giudicate voi.

Si sapeva quanto radicato sia, nella sinistra ufficiale, il taboo della "sovranità nazionale". 
Che Ferrero ne abbia fatto il bersaglio del suo discorso, è segno che il taboo diventato una vera e propria ossessione. Siamo oramai già precipitati, dal campo politico, in quello psicoanalitico?

Va detto che nel corso del dibattito, anche coloro che hanno manifestato dissenso rispetto all'intervento di Ferrero, si sono ben guardati dal rispondere per le rime. 

Una dimenticanza? Solo mancanza di un pensiero teorico all'altezza? 
Purtroppo no, è segno che il taboo nazionale vive anche in quella sinistra che vuole uscire dalla Ue. Il segno, infine, che questa sinistra anti-euro, malgrado tutta la buona fede, è vittima del potere interdittivo della sinistra anti-nazionale che maschera il suo globalismo reale con un'internazionalismo del tutto virtuale.

A voi l'intervento di Paolo Ferrero


lunedì 13 giugno 2016

COMUNISTI, M5S, DE MAGISTRIS E IL POPULISMO DI SINISTRA.... di Simone Gimona (segretario PRC Bologna) e Ugo Boghetta (Cpn del PRC)

[ 13 giugno ]

Un contributo al vetriolo di due dirigenti bolognesi di Rifondazione comunista. Ne condividiamo analisi e orizzonti. Le questioni che gettano sul tappeto sono  quelle al centro dell'Assemblea seminariale del 2-3 luglio di P101, con Boghetta tra i relatori.

«I risultati della tornata elettorale sono impietosi per la sinistra. Questo accade anche a
Bologna seppur da lontano possa sembrare il contrario.

La finta Coalizione Civica, alias Sinistra Italiana, ha avuto il risultato più basso delle ultime tornate pari al 6.96%. Questo avviene con un PD che va al ballottaggio ed in piena campagna raccolta firme sui referendum sociali e democratici.

Cinque anni fa, infatti, una lista spuria di sinistra in coalizione col PD prese il 10.4%. Oggi, una parte di questa, sempre in alleanza, porta a casa il 3%. Pari e patta. Alle politiche Ingroia più Sel sommarono 9.77% (- 2. 83%). Alle europee la lista Tsipras totalizzò 8.89 (-2.95%). Un anno fa alle regionali l'Altra Emilia Romagna ebbe 6.65 (7.14 la candidata a presidente) mentre la lista di Sel in alleanza con il PD ottenne il 5.60% (totale - 5.25%).

A questo va aggiunto che le punte di maggior consenso sono in centro e minime nelle periferie. Inoltre, secondo l'Istituto Cattaneo, il dissenso del PD va verso il M5S. Tutto ciò dimostra che la finta coalizione civica non sfonda, è autoreferenziale e affatto popolare. Inoltre, ciò che va sfatato è l'idea sbagliata che il voto di chi si sente soggettivamente di sinistra vada alle liste formalmente di sinistra. In realtà questo voto si disperde fra lista di sinistra, M5S e un voto di “bandiera” alla lista con falce e martello. In un certo senso, forse, il popolo di sinistra in quanto tale non esiste nemmeno più.

Purtroppo a Bologna, a differenza di altre grandi città, il voto di cambiamento non si concentra nemmeno sul M5S. Partito che evidentemente qui paga la scarsa iniziativa è la forma autoritaria di gestione interna.
Per quanto riguarda la falsa Coalizione Civica, in vista del ballottaggio, invoca segnali dal PD. La lobby gay (ovviamente trasversale e che comprende anche la prima degli eletti) ha già dato indicazioni di voto per Merola/PD. La situazione è confusa e queste trattative, come si sa, avvengono sovente: “umma umma”. Il candidato a sindaco Martelloni, poi, già parla dei voti: “del mio partito”.



Oltre Bologna…


Se allarghiamo il campo. Il voto dell'ex sinistra radicale non va bene nemmeno nelle altre grandi città. Roma, Milano, Torino con i rispettivi 4.5, 3.5, 3.7 sono assolutamente negativi. E dimostrano che la sinistra non sa e non vuole uscire dal suo recinto. L'unico risultato contro tendenza è il populismo di sinistra di De Magistris; ma anche qui la lista di sinistra non va oltre la sommatoria del bacino di PRC e Sel.

Nell'ultimo CPN il segretario giustamente sentenziava che Sinistra Italiana non sarebbe andata da nessuna parte perché residuale. Il fatto è che questi dati dimostrano che residuale è tutta la cosiddetta sinistra radicale: PRC compresa. A queste considerazioni si deve aggiungere che non emerge, nessun ruolo politico dei comunisti. E non emerge

perchè non c'è. Del resto non siamo uguali agli altri al 90%!?

Va anche detto che le variegate liste comuniste ottengono al solito numeri minimi. Continuare a presentarsi alle elezioni pensando di utilizzarle per farsi propaganda è demenziale. Si ottiene il risultato opposto: mettere in ridicolo la falce e martello.

Ma le negatività non finiscono qui. Anche per i ballottaggi la situazione è confusa. A Torino la lista non da indicazione di voto per il M5S! A Milano non ha il coraggio di dire di non votare né Sala né Parisi: sarebbe stato semplice: non hanno detto tutti che sono uguali!? ARoma Fassina dice di votare scheda bianca. Sel starnazza per il PD. E il PRC tace o rimanda imbarazzato.

Eppure, essere alternativi al PD non si dovrebbe avere tentennamenti quando ci sono soluzioni a portata di mano. Del resto come non ricordare tutte le riflessioni sui sistemi elettorali maggioritari/bipartici che portano, prima al “voto utile”, poi al “male minore”!? E, come non ragionare sul fatto che questo contribuisce a creare il crescente astensionismo. E che se non abbiamo comportamenti coerenti e radicali non siamo compresi daigiovani!?

A questo punto, con il ripetersi da ben otto anni di risultati analoghi, dovrebbe essere di buon senso e a tutti evidente che é necessario un ripensamento strategico: teorico, analitico, di cultura politica, di progetto. Dobbiamo ripensare profondamente il nostro profilo, in primo luogo verso l'elaborazione di una proposta di un nuovo e diverso socialismo: unica alternativa al capitalismo reale.

Che ci si chiami Tsipras, Iglesias, De Magistris questo nodo e questo snodo è sempre più concreto, attuale, ineludibile per non andare ancora a sbattere. E non vendere altre illusioni.

In secondo luogo sarebbe necessario progettare un “populismo di sinistra”. Vale a dire una modalità di unificare politicamente, programmaticamente, simbolicamente un popolo, un blocco sociale oggi atomizzato contro un nemico concreto (non genericamente contro il liberismo). Ciò anche attraverso un punto che possa rappresentare uno snodo per l'inizio di soluzione dei variegati interessi della complicata e complessa formazione sociale e di classe attuale. Questo percorso può prendere varie sembianze: Fronte per l'attuazione della Costituzione, Fronte di Liberazione Nazionale dall'Unione, o altro ancora. Le esperienze su cui riflettere, seppur da approcciare criticamente, non mancano.

In terzo luogo dovremmo porci il problema di una tattica nei confronti del M5S. Questo è necessario perché il M5S anche in queste amministrative è stato investito da tanti cittadini non beceri (o non tutti beceri) del compito di far saltare il banco, cacciare la classe dirigente, aprire una nuova fase.

Questo è necessario perché il M5S coagula il blocco sociale che dovremmo egemonizzare noi. Questo è possibile perché hanno tantissime contraddizioni. La gestione interna è quella più evidente ed eclatante, ma c'è anche quella fra le battaglie di sinistra ed una deriva centrista/liberista rappresentata da Di Maio. Vedi anche l'abbandono dell'uscita dall'euro.

Ad ogni modo dobbiamo renderci conto che finché questo fenomeno non viene messo alla prova e non si sgonfia la nostra espansione è comunque difficile.

L'alternativa a questa analisi sommaria è che dovremmo sfondare nel blocco PD.

Ma questo è quello sbagliato. E, nel caso, avrebbe ragione Sinistra Italiana.
Per altro verso, non ha senso politico rivolgersi a formazione comuniste settarie, dogmatiche, anch'esse autoreferenziali. Né credere che sia possibile far risorgere il fantasma del PCI.

Come si vede, la strada è difficile. Le risposte non sono ancora scritte.

Per questo dobbiamo aprire una discussione vera, partecipata, profonda dentro e fuori di noi. Ma, più che rivolgerci alle forme organizzate (di sinistra o comuniste) che oggi spesso appaiono più un impedimento che una risorsa, sarebbe più opportuno rivolgerci alla diaspora comunista e di sinistra. Diaspora che per sua natura è alla ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso. È una ricerca da farsi senza sconti: a cominciare da noi stessi.

Abbiamo bisogno di una rivoluzione perché un'alternativa c'è sempre».

martedì 29 dicembre 2015

CONSULTAZIONE PRC: chi va con lo zoppo impara a zoppicare di Ugo Boghetta

[ 29 dicembre ]

Dal 1 al 19 dicembre nel Prc c'è stata una "consultazione" tra gli iscritti. Il quesito * chiedeva se aderire o meno al progetto unitario a sinistra con Sel, Sinistra italiana, i civatiani ecc. Qui sotto le otto considerazioni critiche di Ugo Baghetta.


«Il responsabile dell'organizzazione Locatelli ha presentato i risultati della consultazione enfatizzandone risultati e partecipazione. Lo ha fatto, tuttavia,senza rispondere alle obiezioni da più parti avanzate e senza affrontare le questioni politiche organizzative che i dati sollevano. Eppure sono importanti: di merito e di metodo.

1) La prima osservazione è che la consultazione non è mai stata normata.
Non c'è un regolamento discusso e approvato. E siamo già alla seconda esperienza. Non c'è la garanzia che le posizioni alternative vengono esposte: non c'è la presenza obbligatoria dei si e dei no. Anche il controllo è abbastanza aleatorio. Con questo voglio dire che ci sono stati brogli? Stante queste osservazioni credo sia possibile ma la questione di legittimità è ben altra. Il secondo aspetto riguarda il quesito. Ancora una volta è stato stilato di fatto dalla segreteria. Sarebbe invece opportuno che venisse presentato da una commissione unitaria, ad esempio la Commissione di garanzia. Ciò al fine di evitare quesiti scandalosi come quello precedente, o furbeschi come quello recente.

2) Se poi guardiamo i dati emerge che ben 136 circoli hanno visto partecipare fra i 6/9 compagni, 4/5 in altri 63 circoli, 29 fra 2/3 e 11 con una sola persona!
E parliamo di partecipanti ad una votazione. Come ben sappiamo per arrivare al numero degli attivisti dobbiamo ridurre ancora. La domanda che sorge è: a che servono circoli come questi? Sono circoli o gruppetti di amici? Fanno politica? Che discussione possono fare? Viene il dirigente di turno e si vota sulla fiducia. Succede nel CPN! Così non si fa politica. In questo quadro è comprensibile la fuga in una sinistra qualsiasi. L'unità è
un'aspirazione generica: meglio essere in più. Spesso si confondono le situazioni descritte con i problemi nazionali. La questione è una sola: elezioni. Con buona pace del documento congressuale che afferma il contrario. Il risultato è, dunque, anche specchio dallo stato del partito.
3) È del tutto evidente che un partito così dis/organizzato non serve ad una “guerra di posizione”: è troppo debole politicamente e culturalmente. Non serve ad una “guerra di movimento”: è troppo frastagliato, spoliticizzato, detronizzato. Non serve nemmeno per fare una discussione dignitosa. Doveva, questo, essere un tema della conferenza ma non se ne è fatto nulla. Again. Abbiamo lo stesso modello (del PCI!!) da 25 anni.
4) Guardiamo altri i dati. Ha votato il 43% degli iscritti. La linea vincente ha il consenso di solo un/terzo degli iscritti. Se fosse un'elezione borghese grideremmo alla scandalo.
5) Locatelli ha evitato di rispondere a chi chiedeva di sospendere la consultazione in quanto la rottura del tavolo faceva cadere il quesito. Su cosa si è votato? Locatelli dice che ci sono stati degli aggiustamenti. Quali!? Decisi da chi? Comunque il quesito non e stato “aggiustato”. Allora abbiamo ancora votato sull'unità della sinistra in generale; ma questo doveva comportare un bilancio delle esperienze fatte, dell'ennesima rottura, e la formulazione di un'altra proposta. La nostra politica è nella più grande confusione.
6) Sinistra italiana va avanti. In questo senso va anche ”l'appello anonimo”. Ferrero e Civati firmano un documento sulle amministrative. È l'unico nostro alleato ma che non vuole unirsi!? Vendola afferma: facciamo come Podemos dopo aver già detto facciamo come Syriza e non so che altro.

7) Ultime considerazioni. Il fatto è che l'unità a sinistra non è, quella di cui c'è bisogno. Questa sinistra alla sinistra del PD non c'entra una mazza con quello che abbiamo detto al congresso. Questa sinistra non ha nulla a che fare con quella sinistra che faceva riferimento al socialismo. Non si pone l'obiettivo di un'alternativa di sistema poiché, in modo post-moderno, lo ha accettato come limite invalicabile. Fa battaglie sui diritti (“cosmetici” li chiama qualcuno). Fa riferimento ai lavoratori ma in termini sindacali: non classisti, non marxisti. Mette in discussione l'austerità (come Renzi) ma non le cause.
Personalizza lo scontro: Berlusconi, Renzi, Salvini cercando di ritagliarsi uno spazio nel circo Barnum mass-mediatico. Come non capire che costoro: Bertinotti, Vendola, Revelli, Negri sono coloro che stanno distruggendo culturalmente la sinistra.
8) Capisco un gruppo dirigente che, come Tsipras, avendo cannato il piano A e non avendo elaborato nemmeno un piano B, si trovi in difficoltà. Ma sbagliare è normale. Allontaniamoci in fretta prima che andando con gli zoppi finiamo anche noi per zoppicare. Le alternative ci sono. Difficili anche queste.
Ma ci sono. Resettiamo tutto. Cerchiamole insieme».


* ECCO IL TESTO DEL QUESITO:

“Il nostro obiettivo è mettere al centro, in continuità e in attuazione della linea politica stabilita al congresso di Perugia, la strada del rafforzamento e del rilancio del Partito della Rifondazione Comunista e della costruzione attraverso un processo unitario, partecipato e democratico, del nuovo soggetto della sinistra in Italia. Questo processo che vedrà una prima tappa positiva nella convocazione dell’assemblea del 15/17 gennaio 2016 convocata sulla base del documento “Noi ci siamo, lanciamo la sfida” deve essere finalizzato a costruire un soggetto unitario e plurale della sinistra antiliberista, chiaramente alternativo al Pd e collocato in Europa nell’ambito del GUE e della Sinistra Europea”

lunedì 14 dicembre 2015

UNA BUONA NOTIZIA: "SINISTRA ITALIANA" MUORE PRIMA DI NASCERE di Cecco Antonini

[ 14 dicembre ]

Come volevasi dimostrare. I notabili della "sinistra radicale", che portano sulle spalle la responsabilità di aver fatto da gregari ai governi antipopolari a guida Pd e quindi di aver affossato la sinistra medesima, non trovano l'accordo nemmeno per mettere in piedi l'ennesimo carrozzone elettoralista.

SEL DICE STOP AL PROCESSO UNITARIO

«Alla fine è saltato il “tavolo rosso” e, forse, l’intera faccenda del soggetto unitario a sinistra. O, almeno, è saltata sicuramente l’assemblea nazionale di gennaio che avrebbe dovuto dare la “benedizione” della base a quella che, per ora, è solo una fusione dei gruppi parlamentari di Sel con i fuoriusciti dal Pd legati a Fassina. Civati non pervenuto, già defilato dal gruppo. Fusione fredda – già il decollo del gruppo parlamentare ha indispettito non poco chi stava lavorando per un processo meno dall’alto – come freddi sono i rapporti tra tutti quelli che giurano da un paio d’anni di voler costruire un soggetto di sinistra ma che, per l’ennesima volta in pochi mesi, andranno alle urne in ordine sparso, con le solite pratiche verticistiche e politiciste, senza sciogliere il nodo del rapporto con il Pd e con una grande malinconia per il centrosinistra anche da parte di chi, come Vendola, accusa Renzi di averlo assassinato ma poi – solo per dirne una – chiede «rispetto» per l’esperienza Bassolino. L’orizzonte ideale e programmatico, per i più, è sempre quello che ha dato vita alla coalizione con Bersani, Italia bene comune. A completare l’autunno più freddo degli ultimi cinquant’anni, la mancata coalizione sociale a guida Landini che, solo quattro sabati orsono, ha dato vita alla più stanca sfilata della Fiom.

Ecco perché parecchi soggetti che avevano osservato con curiosità critica il percorso dell’Altra Europa, della Syriza italiana, sono rimaste scettiche sulla virata impressa al percorso dall’illusione di costruire una sponda a chi trasmigrava dal Pd, da Human Factor fino alla proclamazione del gruppo parlamentare.

Senza una riflessione sull’evidente impasse del modello dei “partiti larghi” (Syriza docet) non c’è alcuno spazio per costruire una corrente di sinistra dentro una dinamica unitaria che ha i soliti vizi e le solite facce della lunghissima stagione del declino della sinistra che si diceva radicale: quelle di Sel, Prc, pezzi dell’Altra Europa con Tsipras, Possibile di Pippo Civati, gli ex Pd Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre, l’europarlamentare Sergio Cofferati con un altro ex Pd, suo sodale dai tempi della Cgil, Andrea Ranieri. Con buona pace di chi ci ha creduto davvero, e magari ha tentato di fare il “casco blu” o di portare un po’ di nuove energie (come l’associazione Act) in un processo che arranca nell’indifferenza delle poche vertenze sociali in corso.

La rottura conclamata è arrivata venerdì 11 dicembre nella sede nazionale di Sel durante la riunione del gruppo di contatto fra tutti i soggetti coinvolti nell’(ex) processo costituente che si sono salutati senza darsi un nuovo appuntamento.

Come già accaduto alle scorse regionali, se questi soggetti corrono lontani dal Pd (ad esempio Giorgio Airaudo a Torino e forse Stefano Fassina a Roma dove Civati parrebbe puntare sul nuovo leader radicale Maggi e una parte di Sel pende dalla labbra di Marino) vuol dire che è stato il Pd a decidere il divorzio. Oppure, come avvenuto a Bologna, in alcuni casi il dilemma spacca in due gli azionisti di maggioranza. Sotto le Due Torri Sel ha dovuto spedire un commissario. Altrove – Cagliari, Genova, Milano – sono stati i suoi sindaci, con l’endorsement della Boldrini, a rivendicare la continuità col centrosinistra alle comunali imminenti (ufficialmente “per battere le destre populiste”), sebbene in tutti i casi le rispettive Giunte abbiano solo gestito l’austerità in nome e per conto della “stabilità” neoliberista.

La vulgata della rottura starebbe nella questione dello scioglimento dei partiti che dovrebbero confluire nel processo costituente. Sel e il gruppo parlamentare di Sinistra Italiana (presente in forze con Fassina e D’Attorre) propone la chiusura dei soggetti di provenienza. Rifondazione comunista – immersa fino al 19 dicembre in una consultazione interna dall’esito tutt’altro che scontato – non ci sta a rottamarsi. Spiega Paolo Ferrero, segretario del Prc, che per “unire ciò che il neoliberismo divide” non serve un nuovo partito ma un soggetto unitario plurale, in grado di valorizzare tutte le soggettività sociali, politiche e culturali interessate a sconfiggere il neoliberismo: da Civati ai centri sociali (sicuramente quelli legati a Sel). E’ la tesi della doppia tessera «con vincolo per i partiti che si riconoscano nel soggetto unitario di non presentarsi alle elezioni e il divieto cumuli incarichi fra partito e soggetto unitario». Per Sel la doppia tessera non è proponibile come non è proponibile riconoscere dignità ai cugini di Rifondazione.

Sullo sfondo la feroce lotta per la leadership dentro Sel e tra Sel e i big transfughi dal Pd. «Sono allucinato – scrive su fb Massimo Torelli, ex garante degli albori della Lista Tsipras – rispetto alla decisione di rompere a freddo di Fratoianni, alle argomentazioni sul partito da tardo PCI di Fassina e alle proposte di Ferrero guidate dall’ansia di tutelare il PRC non esiste altro commento. 
Nessuno ha colto il percorso proposto da noi da tempo e oggi riproposto con un documento da ACT.
 Non comprendere che anteporre esigenze particolari alla necessità di creare la precondizione di un solo processo costituente di un soggetto politico così come definito nella costituzione all’art.49 ( partito) dimostra che siamo fuori dal mondo».

lunedì 30 novembre 2015

SBAGLIAMMO AD ACCETTARE L'EURO di Fabio Amato*

[ 30 novembre ]

«Fu sbagliato, invece, essere favorevoli alla moneta unica, in quanto ci illudemmo che questa potesse aprire, insieme allo sviluppo delle lotte su scala europea, un reale processo di democratizzazione dell’Ue. Con ogni evidenza il processo di unità europea è invece diventato sempre più tecnocratico».

* Fabio Amato [nella foto] è il responsabile relazioni internazionali del Partito della Rifondazione Comunista

«L'esito delle elezioni italiane, e altri fattori come la spinta francese a una monetizzazione del debito da parte della Bce, non hanno alcun impatto sull'unità di intenti dell'Europa verso le riforme. Molti dei processi di risanamento continueranno ad andare avanti con il pilota automatico».

Mario Draghi, presidente della Bce

Le parole di Mario Draghi sono la rappresentazione concreta di cosa è oggi l’Europa e di quali sono i suoi meccanismi reali di governo. Il punto fondamentale di analisi che ne consegue è che non esiste alcuna possibilità di uscita dalla crisi all’interno delle politiche attuate a livello europeo e che queste politiche sono diretta conseguenza dei trattati che regolano il funzionamento dell’Unione Europea. 

L’Unione Europea così com’è stata costruita è strutturalmente un’Europa neoliberista a trazione tedesca, che sta distruggendo il livello di civiltà conquistato nel secondo dopoguerra ed è concreta la possibilità che questa gestione della crisi la porti ad implodere e disgregarsi. Allo stato attuale, senza metterne in discussione le fondamenta, ovvero i Trattati vigenti e ruolo della Bce, il patto di stabilità e crescita e il Fiscal compact, è inesistente la possibilità di modificare dall’interno l’Unione Europea, puntando sull’ipotetica costruzione di una “Europa politica”, come vengono proponendo il Pd e la socialdemocrazia europea. Il sistema di governance europea esiste, si fonda sul dogma monetarista, e non prevede democrazia nelle scelte di politica economica ma, appunto, piloti automatici. 
Fabio Amato e Alexis Tsipras


Questa constatazione, fermo restando il giusto intento, che qui ribadiamo, di conseguire una dimensione europea del conflitto di classe e del processo di trasformazione, mette però in discussione il punto di analisi che ci aveva caratterizzato e che individuava nell’Unione europea uno spazio aperto alla possibilità di determinare politiche di fuoriuscita dal neoliberismo. Fu giusto e fummo gli unici a opporsi risolutamente al Trattato di Maastricht, ai suoi parametri e criteri chiaramente ispirati da una concezione neoliberista e monetarista dell’economia, del ruolo degli stati rispetto ad essa, e fu giusto indicare la natura a-democratica e apertamente tecnocratica del processo di unificazione europea. Per le stesse ragioni fu giusto opporsi al Trattato costituzionale europeo e a quello di Lisbona poi. 

Fu sbagliato, invece, essere favorevoli alla moneta unica, in quanto ci illudemmo che questa potesse aprire, insieme allo sviluppo delle lotte su scala europea, un reale processo di democratizzazione dell’Ue. Con ogni evidenza il processo di unità europea è invece diventato sempre più tecnocratico.

* Fonte: Fabio Amato Pagina Fb

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