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lunedì 16 ottobre 2017

LA LEGA NORD LAVORA PER LO STRANIERO di Sandro Arcais*

[ 16 ottobre 2017 ]

* Sandro Arcais fa parte del Coordinamento nazionale della C.N.L.

A me l’Italia, sin dal modo in cui si è formata 150 anni fa, non è mai piaciuta. Sin dall’inizio la sua classe dirigente si è distinta per l’ottusa difesa dei suoi privilegi, per l’esclusione, controllo e repressione delle masse popolari e lavoratrici, per il rifiuto costante di un vero riformismo (mica quello delle “riforme” strutturali con cui i ladri di parole da anni ci asfaltano i marroni), e infine per la sua naturale tendenza a vendersi/ci allo straniero pur di mantenere intatti quei suoi privilegi.

Detto questo, so che lo smembramento dell’Italia è l’ultima carta che sempre quella solita classe dirigente è disposta a giocare per continuare a conservare quei suoi privilegi. Non sembra ancora del tutto decisa a giocarla ora. Sta ancora calcolando costi e benefici. Per ora si mantiene ancora solidamente ancorata al “vincolo esterno” della Unione europea che continuerebbe a chiederci e a chiederci e a chiederci … (l’ultima cosa che ci starebbe chiedendo con urgenza sarebbe quella di spiare, controllare e impedire le comunicazioni elettroniche sul web dei cittadini italiani).

Ma c’è chi, evidentemente, la scelta di smembrare l’Italia l’ha già fatta. Non il grande capitale nazionale, bensì il piccolo e medio capitale lombardo-veneto.

Se osserviamo il referendum leghista “a livello terra”, questo non è paragonabile a quello catalano. Infatti, il referendum leghista è del tutto costituzionale: la Lombardia e il Veneto chiedono di far proprie tutta una serie di “materie di legislazione concorrente” che sono previste dall’art. 117 della Costituzione. Tra le altre materie di ordinaria amministrazione, nel suddetto articolo troviamo anche i “rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni”, il “commercio con l’estero”, “previdenza complementare e integrativa”, “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”. Io penso che non ci voglia un grande sforzo di immaginazione per immaginare in prospettiva le conseguenze per uno stato unitario e per la sua sovranità della piena e decisa applicazione da parte di una regione di queste prerogative. Per una regione, tra l’altro, dotata di potere economico reale.

Si dirà che il tutto si svolge all’interno ed è previsto dalla nostra Costituzione. Sì, ma quale Costituzione? L’articolo 117 della Costituzione era questo, e noterete la sollecitudine dei nostri padri costituenti nel precisare che «La Regione emana per le seguenti materie norme legislative nei limiti dei principî fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, sempreché le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre Regioni». E di chi è figlio il nuovo articolo 117? Del centro-sinistra, che nel 2001 sotto il secondo governo di Giuliano Amato, vara la riforma del Titolo V della Costituzione, riforma che poi entra in vigore, a seguito di referendum confermativo a cui partecipò il 34% degli aventi diritto, con una maggioranza del 64% (il che significa che tale riforma è stata confermata da poco più del 20% degli aventi diritto, mentre l’assemblea che elaborò la Costituzione del 1948 fu votata da poco meno il 90% degli aventi diritto). Quello stesso centro sinistra che contemporaneamente ficcava a forza l’Italia nella gabbia (di matti) dell’euro, che cominciava l’opera di deflazione del lavoro e di smantellamento del welfare universalistico, che teorizzava il superamento degli stati-nazione all’interno di una federazione europea, che però … ancora non esisteva.



Ecco che allora, se ci solleviamo un po’ da terra e osserviamo il referendum leghista all’interno di un quadro più largo, quello che vediamo è un altro passo nel processo di dissoluzione dello stato italiano e della sua sovranità all’interno … di cosa? Qualcuno vede in piedi una federazione europea? O vede una qualche cosa di simile all’orizzonte? O ritiene che ci siano le condizioni per cui in tempi umani possa nascere qualcosa di simile? La mia risposta è no. E allora?

Allora il progetto è un altro. E per delinearlo non possiamo accontentarci delle dichiarazioni ufficiali dei protagonisti di questa vicenda. Dobbiamo avere prospettiva e mettere a fuoco cosa sia stata fin dall’inizio la lega, quali siano gli interessi in campo a livello europeo (vedi l’intervento di Massimo d’Angelillo al convegno Unione europea, Lavoro, Democrazia), come si muovano i comprimari in Italia. Di fronte a questo progetto, il grande capitale italiano tende a minimizzare e tranquillizzare oppure usa la classica arma di delegittimare e disprezzare il metodo democratico del voto. Come per la Catalogna, e in questo il referendum leghista si avvicina a quello catalano, è il capitale regionale a fare un altro passo verso “l’Unione europea delle Regioni” (avete capito? l’hanno messa dentro la costituzione italiana!).

Ecco perché affermo che la Lega (e i suoi alleati pentastellati e piddini) lavora oggettivamente per lo straniero, e nello specifico, per il teutonico. Non c’è bisogno di fare dietrologia o di immaginare complotti. Si tratta solamente di seguire i processi, di proiettarli nel futuro neanche tanto lontano, di unire i puntini. Naturalmente io parto dal presupposto che lo stato nazionale e la sua sovranità sia un valore da difendere, non per un astratto ideale, ma perché ci serve. Se tu che leggi, vaneggi di una Europa dei popoli o delle regioni, beh, non è che abbiamo molti terreni in cui incontrarci.

Di fronte a questo tentativo, la carta di un movimento popolare nazionale (che difende cioè gli interessi del popolo lavoratore italiano) è una sola: tornare alla costituzione del 1948, avviare un processo di applicazione integrale della stessa, aprire gli occhi sulla dura realtà che i nostri “alleati” sono i nostri peggiori nemici e di conseguenza cercarne di nuovi, a Oriente.

P.S. Vi chiederete, ma dov’è questo movimento popolare? 
Prima non c’era, ora c’è: Italia Ribelle e Sovrana.

sabato 9 settembre 2017

TUTTO MALEDETTAMENTE NORMALE di Sandro Arcais

[ 9 settembre 2017 ]

Il lavoro gratuito in una provincia dell’impero

Una normalissima scuola superiore di una normalissima provincia dell’impero, con i suoi normali insegnanti, i suoi normali studenti, la sua normale dirigente che presiede un altrettanto normale collegio dei docenti di inizio d’anno. Normale amministrazione. Si vota e si approva in automatico. Tutto molto normale e provinciale, dunque. La palpebra, ogni tanto dà segni di cedimento. Ma è normale anche quello.
A un certo punto, la mia attenzione è attirata dalle parole della dirigente. Sta tessendo le lodi di alcuni nostri alunni che, in questa prima settimana di settembre stanno svolgendo l’alternanza scuola-lavoro presso la biblioteca della scuola. Nello specifico stanno predisponendo tutto il necessario relativamente ai libri in comodato d’uso, in maniera tale che quest’anno, al contrario degli anni precedenti, si parta in tempo con la loro distribuzione. Un lavoro molto gravoso, aggiunge. Infine, ringrazia la docente che li sta coordinando, ne mette in luce l’assoluta dedizione e disponibilità, nonostante tale docente sia … in pensione.
Mi guardo intorno. Nei miei colleghi nessuna reazione. Tutto molto normale. Due sole persone consapevoli della enormità di quanto detto: io e un mio collega insegnante di religione. Pochi. Drammaticamente pochi.

venerdì 1 settembre 2017

IMMIGRAZIONE, EMIGRAZIONE, SINISTRA DI CLASSE di Sandro Arcais

[ 1 settembre 2017 ]

«Il fatto che tra lavoratori indigeni e lavoratori immigrati non può esserci che concorrenza e conflitto quando i secondi siano disposti ad accettare salari e condizioni di lavoro e di vita inaccettabili per i primi. Tutta la storia del capitalismo mostra in modo chiaro che tra lavoratori di diversa provenienza e coscienza di classe non può esservi alcuna unione o solidarietà».



In un recente post, Bill Mitchell illustra nei dettagli come l’Unione europea abbia “clonato” se stessa e la sua unione monetaria nell’Africa sub-sahariana (come se una non fosse sufficiente). Si tratta, perlopiù di paesi sottosviluppati un tempo colonie francesi. È impressionante leggere come anche questa unione di stati africani abbia le sue belle regoline di convergenza, regoline che impongono la parità di bilancio, regoline per il controllo della spesa, delle tasse e le relative belle sanzioncine per la violazione di tutte queste belle regoline.
Come se non bastasse, l’Ue ha imposto a questi paesi un trattato di libero scambio, che, nelle parole di Bill Mitchell, non è altro che
un gigantesco aspiratore, ideato per risucchiare risorse e ricchezza finanziaria dalle nazioni più povere, con sistemi legali o illegali, a seconda di quali generino i flussi maggiori.
E allora mi è venuto da pensare che non sono solo le guerre, le carestie, il terrorismo islamico, le bombe franco-anglo-americane ad aver dato la stura al recente aumento degli arrivi di immigrati provenienti dall’Africa occidentale sub-sahariana, ma anche le stesse dinamiche economico-istituzionali che presiedono all’emigrazione dei giovani italiani.
Nella più cristallina logica neoliberista l’Europa ha imposto a questi paesi la libertà di commercio, libertà dei capitali, libertà di spostamento della forza lavoro (con l’aggiunta della fissa teutonicordoliberista socialmente darwiniana della concorrenza: solo i più forti sopravviveranno).
Gli immigrati che arrivano in Italia sono perlopiù immigrati economici che si spostano all’interno di uno spazio allargato euro-subsahariano di libero commercio e di integrazione economica: le stesse logiche che presiedono alle sempre più marcate asimmetrie nell’area euro le si trova in questa unione di stati dell’Africa occidentale. Così come le stesse
conseguenze: l’emigrazione è una di queste. Come emigrano gli africani sub-sahariani in Italia, così lo fanno gli Italiani in nord-Europa. In condizioni disperate i primi, più comodamente i secondi.
Gli arrivi totali di immigrati in Italia nel 2015 e nel 2016 sono stati rispettivamente 153.000 e 181.000; gli italiani emigrati sono stati rispettivamente 102.000 e 114.000. Dà da pensare, vero? Come inciderà questo travaso nella condizione di vita di chi rimane, volente o nolente, in questo paese?
Afferma il prof. Brancaccio in un recente intervento apparso sull’Espresso:
… in alcune frange della cosiddetta sinistra radicale montano istanze xenofobe che si pretende di giustificare con l’idea secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi. Anche in tal caso, a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e sui controversi e modesti effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali.
E magari c’è da credergli, dal momento che la logica austeritaria, neoliberista, ordoliberista e neodarwiniana che presiede all’impoverimento e sfruttamento dei paesi sub-sahariani (e quindi alla spinta a emigrare) è la stessa che presiede all’impoverimento e alla desertificazione industriale dell’Italia e di tutta l’Europa meridionale portati avanti dall’asse franco-tedesco (impoverimento e desertificazione che spingono i nostri giovani a emigrare). Probabilmente è vero: non sono gli immigrati ad avere contribuito ad abbassare i salari dei lavoratori italiani e ad indebolirne le tutele sociali. È stato il ceto dominante italiano liberale e azionista, attraverso golpe vellutati e con la sbavante complicità dei neo-convertiti al liberismo, al rigore  e al mercato, i nipotini deformi di Togliatti e Gramsci.
In questa storia di sfruttamento e spostamento coatto di popoli c’è chi persegue attivamente obiettivi e agende globali (vedi quiqui e qui), chi si inserisce di buona voglia in questi progetti (vedi quiqui, e qui), chi perseguendo politiche ondivaghe e di piccolo cabotaggio (vedi qui), chi si pensa tanto tanto astuto e pensa di poter torcere a suo vantaggio tali processi sostituendo i non conflittuali italiani con i più conflittuali (in prospettiva) immigrati, chi tiene ben ferma la barra dei valori universali dell’accoglienza senza se e senza ma e col dito giudicante e accusatorio puntato (vedi qui), chi non gli sembra vero di poter riconquistare la guida (sic!) di questo paese cavalcando sentimenti di insicurezza, insofferenza e stanchezza nei confronti di condizioni che diventano sempre più pesanti anche a causa del sempre maggior numero di immigrati e infine chi semplicemente quei progetti li subisce e ne sopporta tutto il peso, immigrati nativi.
Ora facciamo un esperimento mentale e poniamoci la domanda: cosa rimane da fare in questo contesto di capitalismo selvaggio e rinnovato imperialismo e neocolonialismo occidentale a chi in occidente si ostina a difendere il lavoro nei confronti di un capitale autodistruttivo, psicopatico e cocainomane? Se l’immigrazione e la destrutturazione di ogni qualsivoglia organizzazione comunitaria, che siano quelle di provenienza degli immigrati che quelle di arrivo, avviene come necessaria e ricercata conseguenza dell’ingabbiamento di economie dal diverso livello di sviluppo in schemi rigidi votati alla convergenza attraverso la concorrenza e la libera circolazione di capitali, mezzi e forza-lavoro; se tutto ciò è vero, allora, cosa resta da fare a una forza politica che voglia rappresentare il mondo del lavoro, il suo benessere, il benessere di una comunità in un contesto complessivo di giustizia sociale ed eguaglianza?
A me viene in mente una unica e semplice risposta: recuperare la sovranità nazionale e popolare, chiudere e ristabilire i confini e i controlli di ciò che passa attraverso tali confini, merci, capitali e uomini. Una sinistra che recuperi i concetti di classe e di lotta di classe (quei concetti che i padroni non hanno mai dimenticato e smesso di praticare) non può fare altrimenti. Una tale sinistra che si proponga come forza di governo per salvare l’Italia e, nel suo piccolo, il mondo dall’imbarbarimento capitalistico non può
lasciare nelle mani degli industriali la gestione dell’afflusso e del reclutamento della manodopera (A. Barba, M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, pag. 134)
Sì, perché, a dispetto delle sinistre moderniste, antagoniste, universaliste e umanitarie,
l’ostilità del lavoro dipendente indigeno all’immigrazione, la dimensione più immediata e “fisicamente” percepita della mondializzazione, ha di fatto determinato il suo distacco definitivo dalla cosiddetta sinistra del continente. (idem, pag. 133)
Queste cose le aveva capite il partito comunista francese che alla fine degli anni Settanta e durante la campagna presidenziale del 1981 (quella che porterà alla vittoria Mitterand) insistette
sulla questione, cogliendo ogni occasione per difendere le condizioni di vita dei salariati francesi sempre più compromesse dalla presenza dei «moderni schiavi, super sfruttati e sottopagati». Ma i comunisti si ritrovarono completamente isolati. La stampa, tanto di destra che di sinistra …, insieme a schiere di intellettuali e artisti, fecero a gara nel denunciare «il razzismo del Pcf». … Marchais fu ridicolizzato e insultato e … il Pcf capitolò, rinunciando a combattere l’immigrazione … (idem, pag. 141)
Questa capitolazione
difficilmente avrebbe potuto prodursi se già da diversi anni la maggior parte della cultura francese di sinistra non avesse cessato di riconoscersi nell’analisi di classe della società (idem, pag. 113)
e se non si fosse verificato un
progressivo allontanamento della cultura di sinistra dall’analisi marxiana dei fenomeni sociali. (idem, pag. 113)
ampiamente agevolato e sfruttato dai servizi segreti americani (la fonte è ancora una volta il blog di Bill Mitchell, che vi consiglio di seguire con costanza).
Ciò che la sinistra modernista e antagonista, antinazionalista e globalista, antirazzista e multiculturalista, cosmopolita e meticciara non capisce è
Il fatto che tra lavoratori indigeni e lavoratori immigrati non può esserci che concorrenza e conflitto quando i secondi siano disposti ad accettare salari e condizioni di lavoro e di vita inaccettabili per i primi. Tutta la storia del capitalismo mostra in modo chiaro che tra lavoratori di diversa provenienza e coscienza di classe non può esservi alcuna unione o solidarietà. (idem, pag. 142)
Ecco perché sono contro una immigrazione incontrollata e selvaggia e contro il supposto diritto a immigrare: perché sono strumenti efficacissimi nelle mani del capitale per dominare, controllare, dividere e sfruttare più facilmente i salariati.
E in alternativa non si tratta di “aiutarli a casa loro”, ma di mettere le briglie in casa nostra a quel capitale che ci sta facendo il culo (scusate, volevo essere esplicito ed espressivo), a noi e a loro che arrivano tutti contenti con i loro bei smartphone col sogno illusorio di partecipare anche loro al “grande consumo”. Citando per l’ultima volta Barba e Pivetti
vi sono forme diverse dall’ “accoglienza fraterna” degli emigrati per esprimere la solidarietà di classe nei confronti dei lavoratori dei Paesi mano sviluppati. Opporsi … a ogni forma di aiuto a quei Paesi che non sia subordinato al perseguimento effettivo di politiche di crescita dell’occupazione e rivendicare l’erezione di barriere doganali contro le importazioni da Paesi ad infimo costo del lavoro sono due forme concepibili di tale solidarietà. (idem, pag. 143)

* Fonte: Pensieri provinciali 

giovedì 17 agosto 2017

VACCINI, SCIENZA E MACCHINA MEDIATICA di Sandro Arcais

E alla fine hanno ottenuto il loro decreto urgente in assenza di urgenza. La vicenda è emblematica, cristallinamente rappresentativa del saldo intreccio di interessi internazionali, piccoli e grandi, che presiede al governo mondiale, della macchina mediatica che lo copre e ne è strumento e che gli permette di governare “democraticamente” (almeno nei paesi occidentali), della trasformazione della scienza e dei suoi metodi in dogmatismo.

La scienza trasformata in dogma

Pochi giorni fa, esattamente il 29 luglio, il Consiglio direttivo nazionale della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI) ha reso pubblico un comunicato ufficiale in cui prende posizione sul decreto legge sull’obbligo vaccinale e sul dibattito da esso suscitato. Subito dopo il riconoscimento che è
un dato oggettivo che i vaccini siano una risorsa di prevenzione sanitaria assolutamente preziosa
il documento afferma chiaramente che
La decisione governativa di estendere l’obbligatorietà delle vaccinazioni … non regge ad un esame ravvicinato dei dati e delle premesse su cui si fonda.
La premessa a sostegno dell’urgenza del decreto-legge era una sola, ma declinata in due modi diversi. Il primo modo rimandava alla “verità scientifica” che affermava che per debellare il morbillo definitivamente (perché è stato il morbillo il grimaldello utilizzato dal governo nella battaglia mediatica ingaggiata contro i fautori della libertà di scelta) fosse necessario raggiungere e superare il 95% di bambini vaccinati (la cosiddetta “immunità di gregge”). Il secondo modo rimandava a una ipotetica epidemia di morbillo scoppiata nei primi mesi del 2017.
In riferimento al secondo modo, il documento afferma:
La serie storica dei dati degli ultimi anni e il suo paragone con paesi europei simili, pur senza sottovalutare l’andamento dell’infezione, non confermano l’eccezionalità dell’attuale diffusione del morbillo. Al 16 luglio 2017 (ultimo dato disponibile al momento della redazione di questo documento) si sono registrati 3672 casi1, in tutto il 2013 i casi sono stati di meno (2258), ma nel 2011 sono stati di più (4671). C’è da notare che il massimo della copertura vaccinale si è registrato tra il 2008 e il 2012. (vedi la situazione aggiornata alla prima settimana di agosto)
Il documento passa poi subito a mettere in discussione la premessa generale, cioè che l’immunità di gregge abbia come conseguenza “scientifica” necessaria e automatica il debellamento definitivo del morbillo:
La premessa scientifica, su cui si fonda la decisione dell’estensione dell’obbligatorietà vaccinale, che è costituita dalla cosiddetta “Immunità di gregge”, secondo cui “è necessario raggiungere il 95% della copertura vaccinale per ottenere l’effetto gregge” e cioè la protezione totale della popolazione, presenta molte falle.
L’argomentazione che segue a supporto di tale affermazione è documentata, ricca di dati e ragionamenti rigorosi, ed è soprattutto scientifica nel senso che è confutabile.
La prima falla è che l’immunità di gregge non è necessaria per tutti i vaccini (e quindi, perché renderli obbligatori?). Infatti,
Ci sono vaccini per patologie che non sono trasmissibili da soggetto a soggetto, come il tetano
e altri che
sia per la bassa immunogenicità (che quindi causa una quota rilevante di vaccinati che non rispondono) sia per la scarsa durata dell’immunizzazione anche nei responders, non sono in grado di bloccare la trasmissione dell’agente infettivo.
Ma anche nel caso del morbillo ci sono elementi che mettono in dubbio il totem
dell’immunità di gregge. Il documento presenta al riguardo quattro casi che mettono in dubbio tale verità, o almeno la dovrebbero ridimensionare:
  1. la Cina ha una copertura vaccinale del 97%, eppure sono presenti ancora focolai di morbillo;
  2. la Vallonia, una regione del Belgio con una copertura vaccinale superiore al 95%, ha presentato recentemente un focolaio di morbillo;
  3. nel 2015 e nel 2016 il Portogallo, dove la copertura vaccinale è altissima, era stato dichiarato libero dal morbillo, ma recentemente ha presentato un focolaio di morbillo (stesso discorso vale per gli USA e per la Corea);
  4. un recente studio condotto nella Repubblica Ceca ha rivelato che più del 96% di coloro che avevano contratto il morbillo prima dell’entrata in vigore della vaccinazione presentavano gli anticorpi specifici, a fronte del 61-75% delle persone che erano state vaccinate.
A questi casi aggiungerei una considerazione che ho già posto in evidenza in un precedente post, il fatto cioè che non c’è perfetta coincidenza tra livello di copertura vaccinale e incidenza del morbillo né in Italia.


Tutti questi elementi portano alla conclusione che
 anche il vaccino antimorbillo, con gli anni, tende a perdere la sua efficacia.


Ora, qualcuno dirà che ci vuole ben altro per mettere in dubbio una verità scientifica acquisita (ben altro cosa? acquisita come? da chi? Ma lasciamo perdere queste quisquilie), e ammettiamo pure che l’immunità di gregge sia un obiettivo da raggiungere necessariamente per il bene pubblico. In questo caso si impone la questione se l’obbligo vaccinale sia lo strumento più idoneo per raggiungere e superare il fatidico 95%. Anche in questo caso una semplice ricerca scientifica che ha messo a confronto l’obbligatorietà o meno della vaccinazione con i livelli di vaccinazione stessa afferma qualcosa che mette in dubbio le granitiche certezze degli obbligazionisti:
This comparison cannot confirm any relationship between mandatory vaccination and rates of childhood immunization in the EU/EEA countries.
Peccato, vero? Sembra che appena applichi il rigore della ricerca e discussione scientifica alla questione vaccini tutti i puntelli delle sicumerezze degli obbligazionisti cadano.


Ma andiamo avanti.
La domanda che si impone a questo punto è: perché questi elementi, questi dati, risultato della applicazione del metodo scientifico di indagine, non hanno potuto entrare nella discussione sulla opportunità del decreto-legge? Una primo possibile livello di risposta è nelle motivazioni che hanno indotto gli estensori del documento della SINPEI ad attendere l’esito parlamentare del decreto-legge prima di prendere pubblicamente posizione:
Abbiamo atteso a prendere una posizione, sia come Società scientifica sia come singoli, perché, a nostro avviso, s’è infiammato un dibattito di scarso valore scientifico, tendenzioso e, a tratti, estremamente violento. La responsabilità della bagarre è di chi rifiuta i vaccini tout court con motivazioni extra-scientifiche (“è l’industria che condiziona il governo”) e, talvolta, schiettamente antiscientifiche (“I vaccini causano solo danni alla salute”), ma, lo diciamo con rammarico, è anche di chi avrebbe dovuto collocare la discussione pubblica su un terreno pacato, razionale e confortato da prove.
Istituzioni scientifiche, professionali e singole personalità, con l’amplificazione dei media, hanno dato una pessima prova, adottando un atteggiamento paternalistico, dogmatico e, a un tempo, di allarme sociale, bollando con marchio d’infamia tutti coloro che, anche in sede professionale e scientifica, hanno espresso valutazioni articolate e di merito sui singoli vaccini (efficacia, dinamica, costi-benefici etc.), fino al punto da sottoporre a procedimento disciplinare, conclusosi con la radiazione dagli Albi, alcuni medici critici.
Quello che si nota, a parte un certo fastidioso cerchiobottismo e una altrettanto fastidiosa schifiltoseria, è l’allusione a una generica violenza del dibattito che trova però nel proseguo del testo citato un’unica concretizzazione nel potere politico, medico e mediatico che ha bollato “con marchio d’infamia tutti coloro che … hanno espresso valutazioni articolate e di merito sui singoli vaccini …, fino al punto da sottoporre a procedimento disciplinare, conclusosi con la radiazione dagli Albi, alcuni medici critici”. Insomma, ci voleva molto coraggio personale a esporsi pubblicamente con una posizione critica nei suoi confronti prima della conclusione dell’iter del decreto-legge.
Ma com’è che tutto questo dogmatismo poco scientifico, tutta questa violenza e intimidazione, tutta questa evidente isteria in assenza di reale urgenza non hanno suscitato sospetto e resistenza nell’opinione pubblica, e in particolare in quella parte dell’opinione pubblica più istruita, progressista, di sinistra? Al contrario, l’istruito, progressista di sinistra, spesso, nei social, è stato in prima linea nell’appoggiare il decreto-legge, nel lanciare anatemi, nel combattere l'”oscurantismo medievale” di coloro che si opponevano all’obbligatorietà dei vaccini.
Qui veniamo alla seconda questione.

La macchina mediatica …

… ovvero la presstituta, per usare un neologismo, inventato da Paul Craig Roberts, che funziona benissimo anche per un italiano che non conosce l’inglese. Il fatto è che la maggior parte del “popolo di sinistra” legge La Repubblica delle Banane, e gli altri si costruiscono un’opinione sul Corriere della Serva o sullo Zerbino del Padrone. I più lobotomizzati si fanno asfaltare il cervello (quel poco che gli rimane) dalla tv. Rimangono solo le mamme con figli piccoli, in cui le “viscere” prevalgono sul “cervello”, la preoccupazione sulla manipolazione intimidatoria.
Sul controllo da parte degli spioni inglesi sull’informazione in Italia sin dalla occupazione Alleata del Meridione ha detto una parola definitiva Giovanni Fasanella nel suo Colonia Italia. Sulla dipendenza economica di tutte le maggiori testate italiane dalle banche e quindi dalla finanza ha scritto Luigi Zingales. Sulla vera e propria orchestrazione della campagna di stampa in appoggio del decreto-legge, sull’unisono delle tre maggiori testate, sulla medesima tempistica e vocabolario ho scritto io.
Alla domanda “Che cos’è il mainstream?” Giulietto Chiesa risponde con queste parole:
siamo nella situazione della comunicazione mondiale centralizzata … quello che si vede in superficie sono i proprietari, Murdock, la BBC, la CNN … ma non contano granché. Anche loro sono stati messi su dei binari da un sistema centrale unificato della comunicazione … L’informazione è unificata. Noi tutti, Italiani, Francesi, Tedeschi, siamo immersi in un flusso informativo che viene deciso da un centro, o alcuni centri, molto limitati di persone, i quali determinano l’agenda del giorno … E questa qualche parte [i centri che controllano il flusso informativo] … sono i servizi segreti … L’informazione anglosassone determina tutta l’informazione dell’Occidente e gran parte dell’informazione mondiale. Se tu stai dentro questi binari, vai bene. Se tu esci da questi binari, esci dal giornalismo … mainstream … Se tu stai dentro, tu sei costretto a raccontare bugie … perché loro selezionano i quadri … Questo mainstream è potentissimo, è invalicabile … Ci sono interi uffici che lavorano per nutrire il mainstream di notizie false, di notizie mezze false, di notizie false per un terzo, a seconda dei casi. E queste notizie diventano norma. Ormai nel giornalismo contemporaneo … non c’è più il criterio della verifica delle notizie. (vedi l‘intero video)
Appunto.
Se tutto quanto detto ha un qualche fondamento, la domanda che necessariamente qualsiasi cittadino (cittadino, dico) dovrebbe porsi è: ma come posso fidarmi di questa mastodontica fabbrica del consenso? Come non farmi sfiorare dal dubbio che perseguano uno scopo diverso da quello di informarmi? Come non arrivare all’umile e realistica conclusione che, data l’incommensurabile sproporzione di risorse, conoscenze, competenze e strumenti a disposizione di questa macchina in confronto a quelli a disposizione di un singolo individuo, io sono sempre in pericolo di essere manipolato?
Solo l’energia insopprimibile e “irragionevole” delle viscere materne può opporsi a questa macchina da guerra. Al contrario, lo spocchioso sentimento di superiorità che domina l’elettortipo istruito, progressista e di sinistra (in tutte le sue versioni, anche le più radicali) lo espone ad essere infiocinato dalla macchina manipolatoria mediatica mondiale senza neanche che se ne accorga. È tanto sicuro (l’elettortipo istruito, progressista e di sinistra) del suo senso critico, della sua indipendenza intellettuale, della sua capacità di non farsi influenzare che, abbassando le soglie della vigilanza critica, alla fine si ritrova a pensare pensieri costruiti per lui mentre è convinto che siano farina del suo sacco.
E per oggi è tutto, gente!

* Fonte: Pensieri Provinciali

giovedì 22 giugno 2017

IUS SOLI: ANCORA E SEMPRE FATE PRESTO! di Sandro Arcais

[ 21 giugno 2017 ]

Ben volentieri pubblichiamo questo contributo di Arcais. Polemizza con certa sinistra per cui, siccome "siamo tutti cittadini del mondo" [vedi foto a sinistra ], il solo parlare che allo Stato spetti il diritto-dovere di stabilire come assegnare la cittadinanza, è una cosa... reazionaria.
Tante volte abbiamo criticato questa sciocchezza cosmopolitica. Il mondo? Per adesso è ancora solo un'espressione geografica. Quando un giorno esistesse un'umanità affratellata, politicamente unita sotto una sola bandiera, allora sì, saremmo tutti... cittadini del mondo". 
Tuttavia quanto diciamo non vuole minimamente giustificare il criterio dello Ius Sanguinis, dietro al quale si cela una concezione etnica e razzista della nazione. Su questo abbiamo scritto. E scriveremo, andando nel dettaglio, su quanto prevede la nuova normativa sul diritto di cittadinanza la quale era ferma in Parlamento da anni.

Viviamo in tempi di perenne emergenza. Il clima, il terrorismo, l’immigrazione, il morbillo, igor il russo. Mi dimentico di qualcosa? Ah sì, lavoro, sicurezza, benessere, servizi. Ma questi, in un mondo neoliberista, non sono diritti, ma roba che ti devi conquistare nella lotta per la vita. Se perdi, significa per definizione che non te li meriti, e quindi impegnati di più oppure crepa.
Ma in effetti, mi dimentico qualcosa di importante e indifferibile, per cui è lecito il noto FATE PRESTO! del megafono della razza padrona nostrana: dare la cittadinanza ai minori figli di stranieri arrivati in Italia successivamente alla loro nascita. Magari il loro padre sarà sfruttato nella logistica o chissà dove, magari verrà messo sotto da un camion durante un picchetto, magari dovrà accontentarsi di servizi sempre più magri, magari dovrà abitare in quartieri degradati. Ma dai, vuoi mettere essere figlio di un padre sfruttato da cittadino italiano piuttosto che no?

Lo so, lo so a cosa state pensando, anime mie buone di sinistra mosse da meravigliosi e celestiali sentimenti di fratellanza universale: “ma una cosa non esclude l’altra”. Sarà così in teoria, ma nella realtà del pensiero unico neoliberista e neospenceriano, una è ricevibile, l’altra no. E finché non aprite gli occhi di fronte a questa realtà, finché non emergete almeno solo un filino dalla brodaglia ideologica in cui siamo immersi da almeno trent’anni, capisco la vostra difficoltà a capire questo: torcere l’economia e metterla al servizio dei diritti sociali e del benessere del popolo, questa è l’unica priorità per cui bisognerebbe fare presto.
Una legge sul diritto di cittadinanza in Italia c’è già.
Dal 1991, infatti, lo straniero nato in Italia può diventare cittadino italiano al compimento dei diciotto anni, ed entro il 19esimo anno di età. La legge 91/1992, all’art. 4, comma 2, prevede che: “Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore eta’, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”. (qui)
È una legge perfettibile? Può essere. Tutto è perfettibile e ogni legge deve seguire e regolare le mutate condizioni della società. Se ne può discutere. Discutiamone. Ma senza fretta, isterismi, secondi obiettivi, accuse e anatemi reciproci. Perché se ci concentrassimo sulle cause di tutta questa isteria, animosità e faziosità potremmo scoprire che
molti problemi cosiddetti dell’immigrazione colpiscono in modi diversi tanto i rappresentanti de «la xenofobia populista» quanto il «migrante». Sicché nel denunciarne le radici si potrebbe almeno tentare di unire i fronti in una battaglia comune invece di tifare per l’una o l’altra vittima, di dividere il mondo in buoni e cattivi. (Il Pedante)
Solo coloro che non sono toccati dai problemi cosiddetti dell’immigrazione possono permettersi il lusso di lanciare con leggerezza dalle loro eteree altezze di cittadini del mondo le accuse di razzismo, fascismo e xenofobia a chi sulla questione porta argomenti, visioni e punti di vista che partono dall’esperienza di quelli che non possono evitare tali problemi semplicemente spostandosi da un’altra parte o elevandosi dal duro mondo di quaggiù. Si tratta di quel 20-30% che hanno tratto e traggono vantaggio dal mondo e dall’economia globalizzata e dal mondo liquido baumaniano. E per chi non può vivere senza un’emergenza, ecco la vera emergenza: spezzare il monopolio culturale e narrativo di questo 20-30%.

sabato 10 giugno 2017

VACCINI E DECISIONISMO NEOLIBERISTA di Sandro Arcais

[ 10 giugno 2017 ]

La vicenda del decreto-legge sui vaccini varato il 19 maggio è emblematica del modo neoliberista antidemocratico di governare con le crisi. Le decisioni vengono prese e le grandi strategie vengono elaborate in sedi diverse dai parlamenti: in consessi internazionali, in istituzioni tecnico-burocratiche non elette (come la Commissione europea), in ristrette riunioni di leader politico-economico-finanziari, ecc. Poi spetta al singolo governo trovare il modo di attuare la decisione e tradurre la strategia in azioni concrete.
È in questo passaggio che la crisi gioca il suo ruolo essenziale. I casi sono due: o si attende la crisi o la si costruisce. A volte i due casi si presentano uniti.
Il decreto-legge del 19/05 è l’attuazione di una decisione-strategia decisa nel settembre 2014 a Washington, che sfrutta una pseudo-emergenza, quella dell’aumento dei casi di morbillo nei primi tre mesi del 2017.
Il 26 settembre del 2014
il ministro della Salute Beatrice Lorenzin è  intervenuta alla Casa Bianca invitata dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama al summit mondiale su “Global Health Security Agenda” dove si discute di sicurezza e delle emergenze in tema di salute. In particolare si affrontano le problematiche degli agenti infettivi, sia microbici che virali, della loro sorveglianza e di come combatterli, incluso il problema della resistenza anti microbica, considerata un problema prioritario dall’Organizzazione mondiale della sanità. (vedi qui)
In questo contesto
È stata formalizzata la leadership dell’Italia nel campo delle immunizzazioni, …; in una parola spetterà al nostro Paese predisporre i piani strategici di implementazione, comunicazione e monitoraggio sulle vaccinazioni nelle varie parti del mondo, in particolare per la prevenzione di quelle malattie infettive che possono causare anche estese epidemie. Importantissimo viene considerato l’aspetto educativo e di comunicazione nei confronti delle persone a favore delle vaccinazioni, a cominciare dal morbillo, attraverso campagne di informazione per le  immunizzazioni. (vedi qui)
Insomma, il ministro Lorenzin, davanti al presidente Obama e ai ministri della salute di altri 44 paesi (ma soprattutto davanti al presidente Obama) impegna l’Italia a livello internazionale a estendere la copertura vaccinale nel mondo, e prima di tutto in Italia, soprattutto contro il morbillo.
Interessante anche la giustificazione che il ministro dà all’iniziativa in un comunicato dell’AIFA a seguito del summit di Washington:
Il nostro Paese si trova al centro dell’area mediterranea e le molte crisi internazionali hanno portato a nuovi imponenti flussi migratori. È necessario rafforzare i controlli nei confronti di malattie endemiche riemergenti come polio, tubercolosi, meningite o morbillo. Se vogliamo evitare il collasso dei sistemi sanitari del Vecchio Continente dobbiamo rafforzare i processi di vaccinazione verso tutte le persone che vivono in Europa.
Insomma: Washington e i suoi pards destabilizzano l’Africa centrale e settentrionale, mettono in movimento flussi di umanità disperata principalmente verso l’Italia, poi chiama il ministro della salute italiano e gli dice che per sicurezza deve vaccinare tutti i neonati con ben 12 vaccini, così, per togliersi il pensiero. Chi pensa che questa sia prevenzione, alzi la mano.
Avviso per tutti i fondamentalisti della vaccinazione: questo post non riguarda la necessità o meno della obbligatorietà della vaccinazione. Dico questo, nonostante il fatto che, se un esperto di nanoparticelle tutto sommato ragionevole ed equilibrato mi dicesse che i vaccini che ha esaminato col microscopio presentano particelle di materiale estraneo, io mi volterei verso il ministro e non mi accontenterei di una accusa di complottismo; oppure se un virologo premio nobel mi dicesse che ci potrebbe essere una relazione tra vaccinazione e autismo, io mi volterei nuovamente verso il ministro e non mi accontenterei di un’alzata di spalle, e la cosa non mi lascerebbe tranquillo; come non mi lascerebbe tranquillo il sospetto che il mio ministro mandi lettere al parlamento europeo per chiedere e ottenere l’annullamento di una conferenza contraria alla sua politica “vaccini per tutti obbligatoriamente altrimenti mi prendo vostro figlio”. Detto questo, torno ad avvisare che questo non è un post sulla necessità della vaccinazione. Ma torniamo al tema.
Quindi, il ministro ha impegnato il paese davanti al presidente dell’impero. Ma in Italia cresce un movimento contro l’obbligatorietà del vaccino. È un bel problema, per il ministro e per il governo di cui fa parte. Anche perché nel 2015 e nel 2016 il bacillo del morbillo non collabora e se ne sta tranquillo. Fino ai primi tre mesi del 2017 in cui dimostra un improvviso dinamismo.
Ecco la crisi che aspettava il ministro. Parte la grancassa e tutti i media gridano preoccupati all’allarme morbillo. Non mi dilungo sull’operazione, perché l’ho già analizzata in un altro post. Ma ha tutta l’aria di una operazione stile “FATE PRESTO“, concordata e coordinata tra diversi attori, istituzionali e mediatici, dove non manca neanche la voce del padrone che richiama, attraverso la fedele presstituta di casa nostra, in modo velato il suo servo agli impegni presi in sua presenza.
È in questo preciso punto che scatta l’operazione decreto-legge. E il governo e il suo ministro ci vanno giù pesante. Quest’ultima arriva a minacciare di togliere ai genitori ostinati la patria potestà. La posta in gioca è alta. La lotta si fa dura. Il popolo va domato. Questi italiani indisciplinati hanno bisogno di una lezione, di mano pesante e ferma. Devono sottomettersi a una decisione che è stata presa per il loro bene da esperti che ne sanno. Che lo vogliano o no. Le discussioni sono finite. Punto.
Ma il bacillo non sembra voler collaborare. I casi di morbillo che già ad aprile avevano cominciato a diminuire, nelle prime due settimane di maggio crollano. L’allarme sembra non esserci più. E non essendoci allarme non c’è più giustificazione dell’urgenza di un decreto-legge. Tanto è vero che il decreto non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, segno che il Presidente Mattarella non l’ha ancora formato. Probabilmente sta aspettando che i casi di morbillo aumentino nuovamente. Vedrete: la grancassa si rimetterà immediatamente in moto.

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