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mercoledì 16 ottobre 2019

CATALOGNA: AUTODETERMINAZIONE SENZA SECESSIONE di Manolo Monereo

[ mercoledì 16 ottobre 2019 ]

Il prossimo 10 novembre gli spagnoli tornano al voto. 
I sondaggi danno il PSOE di Sanchez e Ciudadanos in grande difficoltà, mentre le destre del Partito Popolare e Vox in grande sarebbero in grande spolvero. Difficilmente prevedibile l'esito per Podemos dopo la scissione di Íñigo Errejón che ha fondato Mas Pais.
Risultato che sarà fortemente condizionato dalla vicenda catalana. Continuano infatti le proteste in Catalogna dopo le dure condanne di alcuni esponenti indipendentisti da parte della Corte suprema spagnola.
Quale sarà l'esito dello scontro in atto tra lo Stato spagnolo e gli indipendentisti catalani? Pubblichiamo l'ultima parte dell'intervista rilasciata a Cuarto Poder da Manolo Monereo — compagno di lotta di Julio Anguita, intellettuale di punta della sinistra sovranista spagnola, ex parlamentare di Podemos.

* Traduzione a cura della redazione


*  *  *

D.Più Spagna. Sovranità del popolo spagnolo. Hai fatto molti riferimenti alla Spagna. Al momento, ritieni ancora che lo stato spagnolo sia uno stato plurinazionale? Ritieni che il rapporto tra i diversi territori debba essere regolato dal loro diritto all’autodeterminazione?

R. Ciò che sta arrivando non è la fine degli stati-nazione, ma il loro rafforzamento. Penso che li si debba rafforzare. È vero che i globalisti hanno inimicizia verso gli stati-nazione, che vogliono disaggregarli come strumento di dominio. Credo profondamente nell'unità del Paese, ma il Paese, però, deve essere un altro. Di contro alla destra e all'estrema destra, secondo me la Spagna va considerata un progetto in costruzione e deve essere costruito dal basso, come Repubblica federale e solidale. Le regioni più ricche devono essere solidali con le più povere. Dobbiamo vivere in uno spazio comune di libertà, diritti sociali e democrazia economica. Rinunciare a questo equivale lasciare la Spagna all'estrema destra.

Questa Spagna dev’essere di tutti, come si vede ogni giorno in Andalusia, Estremadura o nei Paesi Baschi. C'è una grande maggioranza di spagnoli che si sentono spagnoli e per molti essere spagnolo è un modo di essere basco, spagnolo, catalano, valenciano o andaluso. La situazione in Estremadura e in Andalusia è dovuta ai trasferimenti di reddito tra le regioni, in particolare quella che riceve di più è Madrid. Uno Stato è un progetto comune in cui diverse federazioni si strutturano entro una convivenza e federale.

Se si segue questa strada non andremo verso la segregazione, andremo piuttosto verso una nuova guerra civile o, peggio ancora, ad un altro colpo di stato. Sul diritto all’autodeterminazione, parto dall'idea di ciò che è il demos spagnolo. Mettere in discussione che la Spagna è un demos ci porta a una guerra civile. Dopo la Jugoslavia non può esserci ingenuità con l'autodeterminazione, non può esserci ingenuità. La mia visione è cambiata dopo la Jugoslavia. Disarmare uno stato-nazione avrebbe conseguenze anzitutto in Catalogna, si rompe la convivenza, ma poi, per una parte della Catalogna, è una crisi esistenziale.

Manolo Monereo

Se vieni da Jaén e vivi a Sabadell [città della Catalogna, Ndr], ed io questo l'ho vissuto, dopo che hai combattuto per i diritti sociali, linguistici e nazionali della Catalogna, ti dicono che devi scegliere tra essere andaluso o catalano. Si crea una crisi esistenziale, queste persone [ si riferisce ai tanti emigranti andalusi che vivono in Catalogna, Ndr] diventano una minoranza nazionale. Il giorno in cui ci fosse una repubblica catalana, avremmo una minoranza nazionale spagnola che dovrebbe essere difesa, questo gli indipendentisti si rifiutano di ammetterlo. Ficcarsi in questo pasticcio porta al crollo della comunità catalana e alla destrizzazione della Spagna. La Spagna è più di destra dopo il Procés [il Procés è l’ondata indipendentista catalana, Ndr]. Uno stato non si suicida. Se non siamo in grado di capirlo, non troveremo una soluzione.

D. La sentenza della Corte Suprema ai leader dell'indipendenza sta per arrivare è prevista. Viene anticipata dall'arresto di attivisti CDR [ Comitati di Difesa della Repubblica:gli organismi che nel 2017 animarono la mobilitazione indipendentista in Catalogna, Ndr] qualche giorno fa. Pensi che ci sia un'operazione statale che si sta dirigendo verso un'umiliazione della Catalogna, come indicato da alcuni settori catalani?

R. Che ci sia un'azione statale contro l'insurrezione in Catalogna è fuori discussione.

D. Che ruolo dovrebbe avere la sinistra spagnola in questo?
R. Penso che ci sia molto dilettantismo nell'indipendentismo catalano. Quando vedo la borghesia catalana della CIU [Convergenza e Unione, la forza della destra indipendentista capeggiata da Jordi Pujol, Ndr], i miei tanti amici di ERC [Sinistra Repubblicana di Catalogna, Ndr] e la CUP [candidatura di Unità Popolare, movimento indipendentista catalano di estrema sinistra. Ndr] tutti insieme, sono pieno di tenerezza, sto per iniziare a levitare. Ma soprattutto credono che con la forza che hanno, essi sono metà della Catalogna, spezzeranno lo Stato spagnolo. Questo per giocare la rivoluzione. Che gli eredi del (borghese e corrotto) Jordi Pujol faranno una rottura con lo Stato spagnolo verso una repubblica socialista catalana, quest'idea mi riempie di tenerezza. Non sanno cos'è la Spagna e non sanno cos'è l'Unione europea. Essere al contempo sostenitori della UE e del diritto all'autodeterminazione significa non comprendere in che mondo ci troviamo.

Penso che devi trovare una base che combini due cose, l'unità dello Stato e dare la voce al popolo della Catalogna. Ciò significa uno stato federale. Il problema politico della Catalogna non ha come alternativa l'indipendenza della Catalogna. Proporre l'indipendenza della Catalogna implica non comprendere cos’è la UE, che è terribile, né la Spagna, che in parte lo è anche.

Ci si doveva rendere conto che aver infranto la legalità dello stato della Catalogna avrebbe avuto conseguenze legali. Nel processo di risoluzione e negoziazione politica di questo conflitto, si deve anche giungere a una soluzione che comprenda il destino di coloro che sono in prigione. Se tutto ciò non viene preso in considerazione, se andiamo a uno scontro diretto tra metà della Catalogna e lo Stato spagnolo, andiamo in una situazione di guerra civile o verso un colpo di stato e la destrizzazione della Spagna.

Ciò che è stato negativo del nazionalismo catalano è la rinascita con tale forza del nazionalismo spagnolo. Oggi, le tre forze di destra rappresentano oltre il 40% della mappa politica spagnola. Sono riuscite a far risorgere un nazionalismo spagnolo che era molto diffuso ed ora, un nazionalismo che fa della Catalogna e dell'unità della Spagna il proprio elemento centrale. E questo è molto trasversale.

D. Ribellione, sedizione… Condividi queste accuse?
R. La qualificazione giuridico-legale è stata eccessiva. Lo stato spagnolo si è scontrato con dei dilettanti, credevano di poter fare tutto ciò che gli piaceva perché avevano una sorta di salvaguardia globale. Pensavano che la UE e la Germania avrebbero accettato l'indipendenza della Catalogna. Non è successo.

Dobbiamo ristabilire le leggi della realtà. Oggi, in Spagna e in Europa, la possibilità di indipendenza non è praticabile. Insistere su quella strada ci porta solo alla rottura della comunità catalana e alla destrizzazione della Spagna. Gli stati non si suicidano.

La risposta dello Stato sarà molto dura [l’intervista è stata rilasciata prima della sentenza del 14 ottobre con cui la Corte suprema spagnola ha condannato Oriol Junqueras e gli altri indipendentisti catalani, Ndr].

Come sinistra dobbiamo perorare il negoziato politico, ma anche essere chiari su quale progetto di Paese abbiamo.

Siamo indipendentisti? Giochiamo con l’indipendentismo? [in vista delle prossime elezioni politiche i capilista sia di Podemos che di Mas Pais sono due noti indipendentisti, Ndr]

Dobbiamo definire la nostra proposta di stato in modo molto preciso, per quanto ne so, siamo federalisti. Abbiamo optato per una federazione plurinazionale e crediamo di dover articolare un processo e un progetto in cui le peculiarità nazionali abbiano il riconoscimento costituzionale per dare soluzione alla crisi statale. È tempo che Unidas Podemos definisca un progetto di Stato che riguardi tutto il territorio. 


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sabato 6 gennaio 2018

CATALOGNA: CHI HA VINTO DAVVERO di Xarxa Socialisme 21

[ 7 gennaio 2017 ]

Pubblichiamo, condividendola in gran parte, la risoluzione dei nostri fratelli catalani di Xarxa Socialisme 21. Dopo un'analisi del voto, che attesta, oltre alla spaccatura della Catalogna in due campi opposti (spagnolista e indipendentista), l'egemonia in entrambi i campi delle destre neoliberiste; si tira quindi il bilancio della situazione politica dopo il voto e si fa una proposta.

Dei fratelli catalani avevamo recentemente pubblicato:
CATALOGNA: NESSUNA VERA INDIPENDENZA È POSSIBILE NELLA GABBIA DELLA UE - 
16 luglio 2017
CATALOGNA: LA SECESSIONE NON È LA SOLUZIONE  - 27 settembre 2017



*  *  *



DOPO IL 21 DICEMBRE
rimettere al centro l'agenda sociale per cambiare la Catalogna e la Spagna




di Xarxa Socialisme 21

Il risultato delle elezioni regionali della Catalogna del 21 dicembre, con una partecipazione dell'81,94% (7 punti in più rispetto al 2015,  la percentuale più alta raggiunta nelle elezioni autonome catalane dal 1980), mostra una società divisa a metà riguardo al dilemma indipendenza o mantenimento del legame con la Spagna.
Candidatura d'Unitat Popular

Mentre il blocco indipendentista formato da JuntsxCat, Esquerra Republicana de Catalunya-ERC e Candidatura d’Unitat Popular-CUP ha ottenuto 2.063.371 voti e il 47,5%, il campo non indipendentista con rappresentanza parlamentare formato dal blocco pro-art. 155 (Ciudadanos, Partito Socialista catalano-PSC e Partido Popular-PP) e dalla coalizione En Comú Podem che si oppone all'articolo 155, ha ottenuto 2.212.871 voti e il 50,94%.

Pur non avendo ottenuto la maggioranza dei voti ed anzi diminuendo leggermente in percentuale rispetto al 2015, il blocco indipendentista riguadagna la maggioranza assoluta nel Parlamento catalano con 70 seggi —due in meno rispetto alle precedenti elezioni regionali e quattro in meno rispetto a quelle del 2012.

D’altra parte, l’insieme delle forze politiche non indipendentiste ha ottenuto 65 seggi, 2 in più rispetto al 2015. Ha anche ottenuto 236.418 voti in più, 2,9% rispetto al 2015.

La legge elettorale con una distribuzione territoriale dei seggi non proporzionale (che le destre della Spagna e della Catalogna non hanno mai voluto cambiare) è la causa per cui il blocco indipendentista ottiene la maggioranza assoluta dei seggi quando ha ottenuto 246.363 voti in meno rispetto al campo non indipendentista.

Ci sono diverse letture del risultato elettorale.
La Catalogna
Per alcuni il risultato è stato danneggiato dal precipitare degli eventi dopo l’annuncio della dichiarazione d’indipendenza da parte della maggioranza del Parlamento catalano il 6-7 settembre; per altri invece ne ha beneficiato provocando una grande mobilitazione e un'eccezionale visibilità mediatica dall'auto-esilio.

Insieme alla cronicizzazione della divisione sociale in Catalogna, la divisione territoriale è stata tracciata tra aree industriali urbane e aree marittime, per lo più non indipendentiste e aree rurali pro-independentiste.

Ma, al di là delle grandi cifre elettorali dei blocchi elettorali in conflitto sull'asse nazionale, queste elezioni sono state un terremoto nella mappa politica parlamentare, con prevedibili conseguenze sociali e politiche in Catalogna e in Spagna.

In effetti, il balzo di Ciudadanos, la formazione politica ultra neoliberale, la prima forza parlamentare con 1.102.099 voti, il 25,37% e 36 seggi, aumentando la sua presenza elettorale nelle aree urbane a spese del PP che ha perso 165.000 voti (4,24% e 7 seggi); la conquista di gran parte degli ex astensionisti e, in misura minore, a spese di altre formazioni politiche, avrà conseguenze negative sulle aspirazioni della classe operaia e della maggioranza sociale per recuperare i diritti sociali e del lavoro perduti. Il notevole progresso elettorale di Ciudadanos avrà conseguenze disastrose per la ricerca di una soluzione negoziata e democratica alle legittime aspirazioni di un maggiore autogoverno della Catalogna, rafforzando una nuova mentalità "lerrouxica" [1] in una parte della Catalogna e spingendo il PP verso una posizione di più dura per non perdere posizioni nella sua particolare disputa con Ciudadanos per occupare lo spazio a destra a livello statale.

Nel blocco indipendentista, due le sorprese: il sorpasso subito dalla ERC da parte della destra indipendentista JuntsxCataluña promossa dal presidente Puigdemont, quindi il crollo della CUP che ha perso 144.442 voti e 2 seggi rispetto al 2015, voti che sono andati principalmente a vantaggio di JuntsxCataluña, ERC e astensione. Con i suoi 34 seggi, JuntsxCataluña, 2 in più di ERC, pretende di egemonizzare da destra il blocco indipendentista, con l'argomento di recuperare la legittimità del presidente Puigdemont e del precedente governo.

Per il Partito socialista catalano, con il suo leggero aumento dei voti che gli consente di passare da 16 a 17 seggi, il risultato è frustrante rispetto alle aspettative ed ai sondaggi. Gli errori commessi nel sostenere l'articolo 155, l’alleanza con la destra nazionalista dell'ex Unione democratica della Catalogna rappresentata da Ramón Espadaler, hanno molto pesato.


Per quanto riguarda la lista di En Comú Podem, i 323.695 voti e gli 8 seggi ottenuti sono un risultato negativo rispetto a quello ottenuto nel 2015 dalla lista Cataluña Si que es Pot. Perdere quasi 44.000 voti e 3 seggi, deve essere motivo di profonda riflessione e autocritica. Tra gli errori commessi, troviamo la mancanza di chiarezza nella difesa dell'alternativa federale e solidale, così come le debolezze simboliche della lista, hanno causato una fuga significativa di ex votanti verso altri candidati, principalmente PSC e Ciudadanos. Errori che hanno impedito loro di connettersi con una larga parte dell'elettorato delle classi popolari e lavoratrici, in gran parte di origine immigrata e di cultura e lingua spagnola.

L'unica gioia da gustare è l'affondamento elettorale della PP che perde 165.085 voti e 7 seggi. Ma è una gioia agrodolce visto che la forza che ne ha beneficiato è Ciudadanos. Se invece di considerare il colore delle bandiere, l'analisi elettorale fosse condotta in termini di sinistra e destra, possiamo vedere che in Catalogna le forze apertamente neoliberiste (JxCat, PP, Ciudadanos) hanno ancora l'egemonia (74 dei 155 seggi parlamentari), sebbene esse non abbiano cessato di diminuire (87 seggi nel 2010 e 78 nel 2012). Nonostante tutto, c'è un lento processo di cambiamento di egemonia che continua a funzionare, il che dovrebbe spingerci a continuare a lottare per una profonda trasformazione dell'agenda politica.

Per un'alleanza dei popoli e delle classi popolari per cambiare la Spagna e la Catalogna

Una soluzione politica alle legittime aspirazioni all'autogoverno di una parte della popolazione della Catalogna non può essere risolto persistendo in dichiarazioni unilaterali di indipendenza. Questa via ha fallito come previsto, non avendo ottenuto una maggioranza sufficiente di voti né nel 2015 né nel 2017, non avendo il sostegno o la neutralità di una maggioranza sociale in Spagna, né tra gli stati dell'Unione europea e del mondo. Inoltre, il percorso avviato il 10 ottobre con la dichiarazione unilaterale d’indipendenza è riuscito solo a risvegliare la metà dei cittadini della Catalogna che si sentono minacciati dalle conseguenze dell'indipendenza e spingerne gran parte nelle braccia di Ciudadanos e, nel resto della Spagna, ha portato all'allineamento della maggioranza della società contro la rottura dello Stato, e ciò a beneficio dei difensori degli articoli 155, Ciudadanos, PP e PSOE.

È tempo della riflessione collettiva su cosa fare per superare questo circolo vizioso e trovare il modo in cui possiamo avanzare nel cambiamento sociale, nella trasformazione democratica della società e costruire uno Stato federale solidale basato sulla libera adesione.


Reiterare la via dell’indipendenza unilaterale servirà solo a provocare nuove sconfitte epiche così che il governo dello stato applicherà nuove versioni più dure dell'articolo 155 e / o rafforzerà l'intervento sulla Catalogna attraverso la legge organica di bilancio e di stabilità. Inoltre, faciliterà la ricomposizione del dominio delle destre centraliste e neoliberiste in Spagna e ostacolerà le possibilità di cambiamento ponendo le organizzazioni politiche che lo promuovono su un terreno ostile, come accade a Unidos Podemos.

È essenziale porsi come obiettivi principali la difesa dei diritti sociali e del lavoro, la piena occupazione stabile e dignitosa, la riduzione dell'orario di lavoro senza ridurre lo stipendio, il salario minimo di 1200 euro, l'abrogazione della riforma del lavoro, la difesa della sanità e dell'istruzione per invertire i tagli e le privatizzazioni, ripristinare la pensione a 65 anni e il potere d'acquisto delle pensioni, nazionalizzare le banche e i settori strategici dell'energia e dell'acqua sotto il controllo della cittadinanza, ecc. Per realizzare questi obiettivi, la sovranità economica deve essere recuperata quindi rompere con trattati neoliberali dell'UE che impediscono la realizzazione  altre politiche economiche al servizio degli interessi della classe operaia e della maggioranza sociale.

Intorno alla difesa del programma di cambiamento sociale è possibile costruire una vasta alleanza tra le classi popolari e i popoli della Spagna che renda possibile battere la destra antisociale, neoliberalista e centralista dal governo dello Stato.

Dopo la ritirata delle forze di sinistra e il rafforzamento delle forze di destra di entrambi i campi, di Ciudadanos e JuntsxCataluña, è necessario favorire il riorientamento politico dei settori della sinistra caduti vittime dell’illusione che la trasformazione sociale sarebbe avanzata con la radicalizzazione del conflitto nazionale, così facendo astrazione dell'analisi della realtà concreta e della correlazione esistente delle forze. I fatti sono eloquenti, in una società come la catalana, pluriculturale e quindi non omogenea, l'indipendenza causa divisione sociale nelle classi popolari, ostacola notevolmente la loro mobilitazione per obiettivi sociali e indebolisce l'influenza politica della sinistra trasformatrice a beneficio dell'egemonia della destra di entrambi i campi.

Dobbiamo superare l'illusione che l'unico modo per mobilitare i cittadini davanti all'orrore neoliberista sia in una chiave nazionalista. L’epica della politicizzazione di grandi masse non può sostituire la riflessione sul suo contenuto, indipendentemente dalle vere cause del malessere sociale che viviamo in Catalogna, in Spagna e in Europa. Nessuno che analizzi obiettivamente la situazione può evitare di vedere che la causa della crisi sociale che subiamo è la controriforma che l'ordoliberismo sta imponendo ai nostri popoli.

Tentare di superare l'impotenza di sollevare i popoli come vorremmo con una
L'europa dei popoli? (clicca per ingrandire)
mobilitazione di carattere patriottico, non porta a un cambiamento sociale, ma a una spirale conservatrice, che nega il filo rosso del movimento di emancipazione della classe operaia degli ultimi secoli. La strada continua ad essere quella di indirizzarsi alle maggioranze per mobilitarle in difesa delle loro esigenze immediate e di classe, di aiutarle a organizzarsi per costruire pazientemente, nel conflitto sociale, una nuova egemonia. Non ci sono scorciatoie che ci permettano di sostituire questo lavoro contro-corrente, se vogliamo costruire una società di persone libere e uguali, fraterne e pacifiche.

Ora in Catalogna, entro i termini stabiliti per formare il nuovo Parlamento e per eleggere la nuova presidenza e il governo della Generalitat, dovranno essere risolti i conflitti di interessi e i progetti all'interno del blocco indipendentista.

La sinistra indipendentista ha l'opportunità di aprire una riflessione sulla via da seguire. Se essa abbandona sinceramente l'unilateralità e cerca insieme ai non-indipendenti di stabilire obiettivi comuni per articolare una nuova maggioranza per il cambiamento sociale in Spagna e Catalogna, faciliterà il superamento della sfiducia reciproca nella società nel suo insieme e contribuirà a generare una nuova fraternizzazione che riunisca le forze e le volontà per porre fine al regime borbonico e proclamare la Terza Repubblica nell'ambito di un processo costituente in tutta la Spagna.

Come organizzazioni della sinistra internazionalista di trasformazione dobbiamo prepararci ad affrontare gli scenari politici futuri, promuovendo una riflessione costruttiva per superare gli errori e le debolezze osservate in En Comú Podem, rafforzando l'unità di azione dei movimenti sociali e continuando la lotta per il recupero di sovranità economica, il superamento del capitalismo e la costruzione del socialismo.

Barcellona 30 dicembre 2017

* Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

NOTE

martedì 7 novembre 2017

CATALOGNA: VICOLO CIECO di Programma 101

[ 7 novembre 2017 ]

«Esprimendo la più ferma condanna dei gravissimi provvedimenti repressivi da parte delle autorità monarchiche spagnole —scioglimento d’imperio degli organismi amministrativi catalani e loro commissariamento con l’imposizione di Gaulaiter inviati da Madrid, arresto di diversi membri del governo catalano— ribadiamo...»

«Il 3 Ottobre scorso la nostra Organizzazione adottava, in merito al conflitto tra il fronte nazionalista catalano e quello spagnolista una risoluzione in otto punti che recitava:
«(1) si riconosce in linea di principio il diritto di ogni nazione storica alla autodeterminazione;
(2) questo riconoscimento non implica tuttavia il sostegno a priori alla secessione, che dipende invece da concreti fattori politici (che natura avrà il nuovo eventuale stato? quale sarà il suo posizionamento geopolitico, ecc.)
(3) la causa principale dell'attuale conflitto sta nel fatto che la Spagna è uno Stato plurinazionale (la Catalogna è una nazione storica) mentre la sua Costituzione, seguendo le orme del centralismo franchista, non riconosce questo carattere plurinazionale e federale;
(4) le scaturigini del conflitto risiedono infatti nel rifiuto da parte del regime di Madrid di accettare lo Statuto Catalano del 2006 che definiva "nazione" quella catalana con pari dignità rispetto alle altre;
(5) la soluzione auspicabile è quindi non la secessione della Catalogna, bensì la trasformazione della Spagna in uno Stato federale, democratico, repubblicano e sovrano;
(6) mentre condanniamo la prepotenza autoritaria di Madrid respingiamo il disegno delle élite catalane di secedere dalla Spagna per diventare il 29° Stato nella Unione europea, sarebbe come passare dalla padella alla brace;
(7) data la natura oligarchica e neoliberista nell'Unione europea, che priva gli Stati della loro sovranità politica ed economica, non c'è infatti nel suo seno alcuna possibilità per i popoli di esercitare la propria autodeterminazione;
(8) i popoli di Spagna, maciullati dalle politiche austeritarie della Ue, hanno due nemici comuni: l'Unione europea e le classi dominanti spagnole (catalana compresa) che fanno a gara nell'obbedire ai dettami eurocratici. E' nell'interesse dei popoli spagnoli uscire dall'Unione europea e coabitare con pari diritti in un forte e sovrano Stato federale di Spagna».
Esprimendo la più ferma condanna dei gravissimi provvedimenti repressivi da parte delle autorità monarchiche spagnole —scioglimento d’imperio degli organismi amministrativi
catalani e loro commissariamento con l’imposizione di Gaulaiter inviati da Madrid, arresto di diversi membri del governo catalano— ribadiamo:

(1) il referendum del 1 ottobre, al quale ha partecipato solo una minoranza dei cittadini catalani, non ha fornito alla secessione la indispensabile legittimità politica;

(2) l’unilaterale dichiarazione d’indipendenza adottata dalle autorità catalane sulla scia di quel referendum si è rivelata dunque un gravissimo errore ed un salto nel buio;

(3) la strategia del fronte indipendentista, capeggiato dal liberista Puigdemont, che ha tutto puntato sull’avallo dei poteri oligarchici europei — il cui disegno strategico è sì quello di privare gli stati della loro sovranità storica, ma immaginando un processo pilotato dall’alto, senza certo farsi dettare l’agenda da piccoli nazionalismi—, e sulla fedeltà della grande borghesia catalana piuttosto che sul sostegno dei popoli di Spagna, ha isolato e indebolito lo stesso movimento per l’indipendenza, gettandolo in un vicolo cieco;

(4) assieme alla gran parte delle sinistre popolari di Spagna, catalane comprese, noi ribadiamo che la soluzione adeguata per il popolo catalano non è la secessione bensì quella di unire i suoi sforzi con quelli degli altri popoli di Spagna affinché questa, essendo uno Stato plurinazionale, diventi una Repubblica federale che riconoscendo il diritto all’autodeterminazione assicuri ad ogni nazionalità pari dignità, gli stessi diritti e gli stessi doveri».

Programma 101
6 novembre 2017

domenica 16 luglio 2017

CATALOGNA: NESSUNA VERA INDIPENDENZA È POSSIBILE NELLA GABBIA DELLA UE di Xarxa Socialisme 21

[ 16 luglio 2017 ]

Giorni addietro pubblicavamo un articolo critico verso chi, qui in Italia, sostiene a spada tratta la secessione della Catalogna. 
Data l'importanza di quel che avviene a Ovest del Mediterraneo, sarà bene stare sul pezzo. L' intervento,oltre alle tante letture, ha suscitato alcune rimostranze del tipo: "le sinistre catalane sono tutte per l'indipendenza". Falso!
Ne è una prova la dichiarazione di Xarxa Socialisme 21, un movimento catalano che fa parte della coalizione SALIR DEL EURO (a sua volta membro del Coordinamento No euro europeo). 



DICHIARAZIONE DEL  XARXA SOCIALISMO 21 SUL REFERENDUM PER L'INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA DEL 1 OTTOBRE 2017


L'annuncio da parte del governo della Generalitat catalana della richiesta di un referendum per decidere l'indipendenza della Catalogna il prossimo 1. ottobre ha riaperto, con particolare intensità, il dibattito sul conflitto tra la Catalogna e lo Stato spagnolo, e sulle soluzioni e alternative nel nuovo contesto politico determinato dalla rinuncia alla sovranità dei rispettivi governi di Spagna e Catalogna, determinata dell'integrazione nell'Unione europea e dall'accettazione della moneta unica.

Richiamiamo l'attenzione sul fatto che PDCat 
[Partit Demòcrata Europeu Catalàil principale partito della destra liberista catalana, fino a poco tempo fa  - Convergència i Unió. NdRe Partito popolare già CDC [la branca catalana del Partito Popolare di Rajoy. Ndr] i partiti politici che polarizzano ed egemonizzare il conflitto attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione, sono entrambi seriamente coinvolti in episodi di corruzione sistemica ampiamente noti. L'uso di questo conflitto su linee nazionali per coprire le loro malefatte e ottenere consenso politico è ogni giorno più evidente. Nella realtà, al di là della manipolazione delle emozioni tra i loro rispettivi elettorati, ciò che li unisce che è più di ciò che li divide.

Entrambi i partiti sono difensori del capitalismo nella sua versione neoliberista e antisociale. Dove essi governano hanno applicato tagli brutali nel campo dei diritti sociali basilari in materia di salute, istruzione e protezione sociale; essi sono campioni delle privatizzazioni, dei licenziamenti e dei tagli dei salari e dei diritti del lavoro. Ricordiamo, il gruppo parlamentare del CiU (ora PDCat) ha votato al Congresso dei Deputati di Spagna la riforma del lavoro e la legge organica di stabilità (di natura centralistica) promossa dal governo del Partito Popolare. Perché stupirsi dell’astensione dal PDCat sulla mozione di censura contro il governo di Mariano Rajoy che ha recentemente presentato Unodos Podemos?

I cittadini della Catalogna sono vittime di una grave manipolazione dei loro sentimenti e delle loro legittime aspirazioni per una società più giusta, ugualitaria e democratica. Il diritto democratico di decidere richiede una prima condizione, lo sviluppo di un dibattito democratico con tutte le garanzie e il rispetto per la pluralità di posizioni che esistono nella società catalana, circa il contenuto reale e le conseguenze delle opzioni che vengono sottoposti alla decisione, SI o NO alla indipendenza della

Catalogna. Il controllo monopolistico dei mezzi di comunicazione in Catalogna da parte del PDCat e del governo Junt pel SI, non garantiscono alcun dibattito democratico. Nella vita di tutti i giorni, sui questi media, si ascolta unicamente il discorso pro-indipendenza, nelle tavole rotonde in TV la parola viene data solo ai sostenitori dell’indipendenza o agli ultras unionisti, ciò per rafforzare tra gli ascoltatori la reazione vittimista indipendentista. Le diagnosi, le proposte e le alternative dei sostenitori Federalismo Democratico non hanno voce né visibilità, malgrado rappresentino una gran parte di cittadini catalani.

Così si impedisce il dibattito sulla strategia più ragionevole ed efficace per superare il blocco politico imposto dal governo del Partito Popolare, che ostacola i progressi ed i cambiamenti politici necessari per superare, attraverso un Processo Costituente, l'obsoleta Costituzione del 1978, snaturata dopo l'istituzione, senza consultazione popolare, dell’Art. 135 subordinare i diritto dei cittadini al pagamento del debito e agli obiettivi di disavanzo pubblico imposti da Bruxelles e Berlino.

Nello scontro frontale a cui irresponsabilmente ci conducono i governi del Partito Popolare e di Junt pel SI, il governo centrale di Madrid ha i mezzi, le risorse e la forza per vincere. Ma vincerà consegnando uno scenario politico segnato da un intenso sentimenti di vittimismo e frustrazione. Si rinvierà così al futuro il necessario posto della Catalogna in Spagna attraverso canali democratici e la libera adesione ad un progetto federale. Nel frattempo, i rischi di frattura sociale, il rancore e l’odio tra chi sente e pensa in modo diverso, possono avere effetti negativi sulla unità del popolo lavoratore, al quale rivolgiamo un appello a non lasciarsi dividere da questo conflitto. Non lasciamo che le banche, le multinazionali, gli imprenditori ed i ricchi delle due rive del fiume Ebro festeggino l'indebolimento dei movimenti popolari e della classe lavoratrice.

Il socialismo Xarxa Socialismo 21 chiama la cittadinanza, i movimenti sociali, le forze politiche della sinistra trasformatrice, repubblicana e internazionalista, ad affrontare il dibattito di fondo che le forze conservatrici e nazionaliste di Spagna e Catalogna tentano di impedire. La crescita del sentimento indipendentista in Catalogna è il risultato della crisi del capitalismo e delle brutali politiche imposte da Bruxelles e Berlino, a seguito delle cessioni di sovranità della Spagna e della Catalogna sull’altare dell’integrazione nell'Unione europea e della moneta unica. E’ necessario dire che la verità ai cittadini: nessuna vera indipendenza per la Catalogna e per la Spagna è possibile nell'Unione europea.

Per uscire dalla lunga crisi imposto dal capitalismo, per ripristinare i diritti sociali e del lavoro; per la piena occupazione con salari decenti; per ridistribuire la ricchezza per sconfiggere la povertà che colpisce milioni di persone in Catalogna e in Spagna; per combattere la disuguaglianza e aprire un processo costituente per costruire una democrazia reale; è necessario recuperare la sovranità popolare e gli strumenti economici che garantiscano,sia in Spagna che in Catalogna, quegli obbiettivi. Ciò comporta lo sganciamento dall'Unione europea e l’uscita dall'euro.

Recuperare la sovranità popolare è possibile solo con la costruzione di un'alleanza di popoli, delle classi popolari di Spagna e Catalogna.


Per avanzare verso quest’obiettivo, è necessario cacciare il governo del Partito Popolare e costruire un governo di cambiamento reale, che abroghi le riforme del lavoro, delle pensioni e la legge bavaglio, per invertire le privatizzazioni, per aprire la strada ad un Processo costituente che permetta costruire una società democratica di verità e partecipata, che offra una soluzione democratica al conflitto nazionale attraverso Repubblica federale democratica di libera adesione.

Questo è l'unico modo reale ed efficace per il cambiamento e una soluzione democratica al conflitto tra la Catalogna e la Spagna. Il referendum annunciato per il 1. Ottobre da Junt pel SI, è un errore strategico ed è destinato al fallimento, non ha efficacia vincolante, non ha il minimo riconoscimento internazionale e non soddisfa le condizioni della Commissione di Venezia. Servirà solo ad alimentare il discorso indipendentista in vista delle prossime elezioni regionali.

Questa chiamata alle urne, nel migliore dei casi, sarà solo un esercizio di mobilitazione dell'offerta settore della popolazione per l'indipendenza. Rispettiamo la cittadinanza che parteciperà alla consultazione, e condanniamo in anticipo tutte le azioni coercitive dell'apparato statale. Ma da oggi, e tanto più che il 2 ottobre proponiamo di aprire il dibattito e la riflessione per costruire, assieme agli ampi settori dei cittadini catalani che difendono il federalismo democratico, un incontro per far progredire l'alleanza dei popoli che ci permetta di recuperare congiuntamente la sovranità popolare in Spagna e Catalogna tradita e venduta a Bruxelles e Berlino, spingendo così per un vero cambiamento in Spagna che apra la possibilità di un Processo costituente, per costruire un'economia che garantisca i diritti sociali e del lavoro, un’economia solidale, equa, ecologicamente sostenibile, migliore di quella capitalista; per trovare una soluzione concordata e democratica al conflitto tra la Catalogna e la Spagna.

E’ necessaria più che mai, una strategia che ci permetta di vincere e conquistare l'emancipazione reale dei popoli e delle classi lavoratrici.

Barcellona, ​​1 luglio 2017
Xarxa Socialisme 21

* Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

venerdì 5 maggio 2017

PALESTINA: COSA DICE DAVVERO LA NUOVA "CARTA" di HAMAS di Campo Antimperialista

[ 5 maggio ]

Più sotto la nuova Carta di Hamas. Si tratta di un documento importante, che risente delle difficoltà del movimento dopo la sconfitta patita dalla Fratellanza Musulmana in tutta la regione, in particolare con il golpe militare subito in Egitto. Contrariamente a quel che alcuni hanno riportato, nel documento non solo non c'è alcun riconoscimento dello stato di Israele, ma neppure vi è la rinuncia alla costruzione di uno stato su tutto il territorio della Palestina storica.

C'è invece (punto 16) la precisazione che quella palestinese non è una guerra di religione contro gli ebrei, bensì una lotta di liberazione nazionale contro il colonialismo sionista. E c'è (punto 20) l'affermazione che l'istituzione di uno stato palestinese entro i confini del 1967 «sia una formula di consenso nazionale». Una novità per quanto riguarda la Carta, ma in un certo senso la formalizzazione di una posizione politica già nota.

E' evidente come si tratti di una mossa per togliere ogni alibi a Israele e - soprattutto - all'ANP. Di seguito il testo delle nuova Carta tradotto da InfoPal. Consigliamo anche la lettura del commento di Azzam Tamimi linkato nella premessa.


E’ stata resa pubblica lunedì 1° maggio 2017 la nuova Carta del movimento di Resistenza islamica, Hamas. Alcune parti del documento erano già trapelate da mesi e commentate da analisti come Azzam Tamimi: Un remake di Hamas?

Qui il documento integrale in inglese e qui in arabo. Qui di seguito in traduzione italiana.

In nome di Allah, il Compassionevole il Misericordioso Il Movimento della Resistenza islamica “Hamas”. Documento di principi generali e politiche.
Lode ad Allah, il Signore di tutti i mondi. La pace e la benedizione di Allah sia su Muhammad, il Maestro dei Messaggeri e il leader dei mujahidin, e sulla Sua famiglia e su tutti i suoi compagni.

Preambolo


La Palestina è la terra del popolo arabo palestinese, da cui proviene e a cui aderisce e appartiene, e su di essa il popolo si alza e comunica. La Palestina è una terra il cui status è stato elevato dall’Islam, una fede che la tiene in grande considerazione, che respira attraverso di essa il suo spirito e i suoi valori e che pone le basi per la dottrina di proteggerla e difenderla.

La Palestina è la causa di un popolo che è stato deluso da un mondo che non riesce a proteggere i suoi diritti e a restituire ciò che gli è stato usurpato, un popolo il cui paese continua a soffrire uno dei peggiori tipi di occupazione in questo mondo. La Palestina è una terra che fu strappata da un progetto sionista razzista, anti-umano e coloniale che è stato fondato su una falsa promessa (la Dichiarazione Balfour), sul riconoscimento di un’entità usurpatrice e sull’imporre un fatto compiuto con la forza.

La Palestina simboleggia la resistenza palestinese che continuerà fino a quando la liberazione sarà compiuta, fino a che il ritorno sarà compiuto e sarà stabilito uno stato sovrano con Gerusalemme come sua capitale. La Palestina è la vera e propria alleanza tra tutti i palestinesi e i loro affiliati con l’obiettivo sublime della liberazione.

La Palestina è lo spirito della Ummah e la sua causa centrale; è l’anima dell’umanità e la sua coscienza viva. Questo documento è il prodotto di deliberazioni profonde che ci hanno portato a un forte consenso. Come movimento, siamo d’accordo sia sulla teoria che sulla pratica della visione che è delineata nelle pagine che seguono. Si tratta di una visione che si erge su solide basi e principi consolidati. Questo documento presenta gli obiettivi, le tappe e il modo in cui l’unità nazionale può essere eseguita. Inoltre stabilisce la nostra visione condivisa della causa palestinese, i principi di funzionamento che usiamo per portarla avanti, ed i limiti di flessibilità utilizzati per interpretarla.

Il Movimento

1. Il Movimento della Resistenza islamica “Hamas” è un movimento di liberazione nazionale islamico palestinese e di resistenza. Il suo obiettivo è quello di liberare la Palestina e di confrontarsi con il progetto sionista. Il suo quadro di riferimento è l’Islam, che determina principi, obiettivi e mezzi.

La terra di Palestina

2. La Palestina, che si estende a est dal fiume Giordano e a ovest verso il Mediterraneo, e dal nord da Ras Al-Naqura fino a sud a Umm Al-Rashrash, è un’unità territoriale integrata. È la terra e la casa del popolo palestinese. L’espulsione e la messa al bando del popolo palestinese dalla sua terra e la creazione dell’entità sionista non annullano il diritto del popolo palestinese a tutta la sua terra e non eliminano alcun diritto in virtù dell’entità sionista usurpatrice.

3. La Palestina è una terra islamica araba. È’una terra sacra benedetta che ha un posto speciale nel cuore di ogni arabo e di ogni musulmano.

Il popolo palestinese

4. I palestinesi sono gli arabi che vivevano in Palestina fino a 1947, indipendentemente dal fatto se sono stati espulsi o rimasti; e ogni persona nata da padre arabo palestinese dopo tale data, all’interno o al di fuori della Palestina, è un palestinese.

5. L’identità palestinese è autentica e senza tempo; passa da generazione a generazione. Le catastrofi che hanno colpito il popolo palestinese, come conseguenza dell’occupazione sionista e della sua politica di dislocazione, non può cancellare l’identità del popolo palestinese né può negarla. Un palestinese non perderà la propria identità nazionale o i suoi diritti con l’acquisizione di una seconda nazionalità.

6. Il popolo palestinese è un unico popolo, composto da tutti i palestinesi, dentro e fuori della Palestina, indipendentemente dalla loro religione, cultura o appartenenza politica.

L’Islam e la Palestina

7. La Palestina è al centro della Ummah arabo-islamica e gode di uno status speciale. All’interno della Palestina esiste Gerusalemme, i cui confini sono benedetti da Allah. La Palestina è la Terra Santa che Allah ha benedetto per l’umanità. È il primo Qiblah dei musulmani e la destinazione del viaggio effettuato dal Profeta Muhammad durante la notte, la pace sia su di lui. È il luogo da dove è salito ai cieli superiori. È il luogo di nascita di Gesù Cristo, la pace sia su di lui. Il suo terreno contiene i resti di migliaia di Profeti, Compagni e Mujahidin. È la terra di persone che sono determinati a difendere la verità – nei confini di Gerusalemme e nei dintorni – che non sono scoraggiati o intimiditi da coloro che li contrastano e da coloro che li tradiscono, ed essi continueranno la loro missione fino a che la promessa di Allah sia compiuta.

8. In virtù del suo spirito giustamente equilibrato e moderato, l’Islam – per Hamas – fornisce un modo completo di vita e un ordine che è adatto allo scopo in ogni momento e in ogni luogo. L’Islam è una religione di pace e tolleranza. Esso fornisce un ombrello per i seguaci di altre fedi e religioni che possono praticare i loro credi in sicurezza. Inoltre Hamas è convinta che la Palestina è sempre stata e sarà sempre un modello di convivenza, di tolleranza e di innovazione civile.

9. Hamas ritiene che il messaggio dell’Islam sostiene i valori della verità, della giustizia, della libertà e della dignità e vieta ogni forma di ingiustizia e condanna gli oppressori indipendentemente dalla loro religione, razza, sesso o nazionalità. L’Islam è contro ogni forma di estremismo religioso, etnico o confessionale e il bigottismo. È la religione che inculca nei suoi seguaci il valore di contrastare le aggressioni e di sostenere gli oppressi; motiva loro a dare generosamente e fare sacrifici in difesa della loro dignità, la loro terra, i loro popoli e i loro luoghi santi.

Gerusalemme

10. Gerusalemme è la capitale della Palestina. Il suo status religioso, storico e civile è fondamentale per gli arabi, musulmani e per il mondo in generale. I suoi luoghi santi islamici e cristiani appartengono al popolo palestinese in via esclusiva e all’Ummah araba e islamica. Non una pietra di Gerusalemme può essere consegnata o ceduta. Le misure intraprese dagli occupanti di Gerusalemme, quale l’ebraicizzazione, la costruzione di insediamenti, e i fatti sul territorio sono nulli e invalidi.

11. La moschea benedetta di Al-Aqsa appartiene esclusivamente al nostro popolo e alla nostra Ummah, e l’occupazione non ha nessun diritto di sorta. I programmi coloniale che voglio ebraicizzare Al-Aqsa e dividerla sono nulli, invalidi e illegittimi.

I rifugiati e il diritto al ritorno


12. La causa palestinese nella sua essenza è la causa di una terra occupata e degli sfollati. Il diritto dei rifugiati palestinesi e degli sfollati a tornare nelle loro case da cui sono stati banditi o a cui è stato vietato di tornare – sia nelle terre occupate nel 1948 o nel 1967 (vale a dire tutta la Palestina), è un diritto naturale, sia individuale che collettivo. Questo diritto è confermato da tutte le leggi divine, nonché dai principi fondamentali dei diritti umani e del diritto internazionale. Si tratta di un diritto inalienabile e non può essere erogato da una delle parti, che sia palestinese, araba o internazionale.

13. Hamas respinge i tentativi di cancellare tutti i diritti dei rifugiati, compresi i tentativi di sistemarli al di fuori della Palestina e i progetti della patria alternativa. La compensazione per i profughi palestinesi per il danno subito dopo essere stati allontanati e avendo occupato la loro terra è un diritto assoluto che va di pari passo con il loro diritto al ritorno. Essi devono ricevere una compensazione al loro ritorno e questa non nega o diminuisce il loro diritto al ritorno.

Il progetto sionista

14. Il progetto sionista è un progetto razzista, aggressivo, espansionista e coloniale basato sulla sottrazione delle proprietà altrui; è ostile al popolo palestinese e alla sua aspirazione alla libertà, alla liberazione, al ritorno e all’autodeterminazione. L’entità israeliana è il giocattolo del progetto sionista e la sua base di aggressione.

15. Il progetto sionista non prende di mira solo il popolo palestinese: è il nemico della Ummah araba e islamica e rappresenta una grave minaccia per la sua sicurezza e i suoi interessi. Inoltre è ostile alle aspirazioni della Ummah in fatto di unità, rinascita e liberazione, ed è stata la fonte maggiore dei suoi problemi. Il progetto sionista rappresenta un pericolo anche per la sicurezza internazionale e la pace e per l’umanità, i suoi interessi e sua stabilità.

16. Hamas afferma che il suo conflitto è con il progetto sionista non con gli ebrei a causa della loro religione. Hamas non conduce una lotta contro gli ebrei solo perché sono ebrei, ma ingaggia una lotta contro i sionisti che occupano la Palestina. Eppure, è il sionismo che costantemente identifica l’ebraismo e gli ebrei con il suo progetto coloniale e la sua entità illegale.

17. Hamas rifiuta la persecuzione di qualsiasi essere umano o l’indebolimento dei diritti di tutte e tutti su base nazionalista, religiosa o settaria. Hamas è del parere che il problema ebraico, l’antisemitismo e la persecuzione degli ebrei sono fenomeni fondamentalmente legati alla storia europea e non alla storia degli arabi e dei musulmani o al loro patrimonio culturale. Il movimento sionista, che è stato in grado, con l’aiuto delle potenze occidentali di occupare la Palestina, è la forma più pericolosa di occupazione coloniale che è già scomparsa da gran parte del mondo e che deve scomparire dalla Palestina.

La posizione verso l’occupazione e le soluzioni politiche

18. Di seguito sono considerate nulle e invalide: la Dichiarazione Balfour, il Documento di mandato britannico, la risoluzione delle Nazioni Unite sulla divisione della Palestina, e qualunque risoluzione e misura che ne derivano o che sono simili a loro. La creazione di “Israele” è del tutto illegale e viola i diritti inalienabili del popolo palestinese e va contro la loro volontà e la volontà della Ummah; Inoltre è in violazione dei diritti umani che sono garantiti da convenzioni internazionali, primo fra i quali è il diritto all’autodeterminazione.

19. Non è previsto un riconoscimento della legittimità dell’entità sionista. Qualunque cosa abbia colpito la terra di Palestina in termini di occupazione, costruzione di insediamenti, ebraicizzazione o cambiamento delle proprie caratteristiche e di falsificazione dei fatti è illegittimo. I diritti non decadono.

20. Hamas ritiene che nessuna parte della terra di Palestina sarà compromessa o concessa, indipendentemente dalle cause, dalle circostanze e dalle pressioni e non importa quanto a lungo dura l’occupazione. Hamas rifiuta qualsiasi alternativa alla liberazione piena e completa della Palestina, dal fiume al mare. Tuttavia, senza compromettere il suo rifiuto dell’entità sionista e senza rinunciare ai diritti dei palestinesi, Hamas ritiene che l’istituzione di uno stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come sua capitale secondo le linee del 4 giugno 1967, con il ritorno dei rifugiati e degli sfollati alle loro case da cui sono stati espulsi, sia una formula di consenso nazionale.

21. Hamas afferma che gli accordi di Oslo e le loro integrazioni costituiscano infrazioni al diritto internazionale in quanto generano impegni irrinunciabili che violano i diritti del popolo palestinese. Pertanto, il movimento rifiuta tali accordi e tutto ciò che ne scaturisce, quali gli obblighi che sono dannosi per gli interessi della nostra gente, in particolare il coordinamento della sicurezza (collaborazione).

22. Hamas rifiuta tutti gli accordi, le iniziative e i progetti di insediamento che stanno minando la causa palestinese e i diritti del nostro popolo palestinese. A questo proposito, qualsiasi posizione, o iniziativa o programma politico non deve in alcun modo violare questi diritti e non deve contravvenire e contraddirli.

23. Hamas sottolinea che la trasgressione contro il popolo palestinese, usurpando la terra e bandendo dalla loro patria, non può essere chiamato pace. Qualunque accordo raggiunto su questa base non porterà la pace. La resistenza e il jihad per la liberazione della Palestina rimarrà un legittimo diritto, un dovere e un onore per tutti i figli e le figlie del nostro popolo e la nostra Ummah.

Resistenza e Liberazione

24. La liberazione della Palestina è il dovere del popolo palestinese, in particolare, e il dovere della Ummah araba e islamica in generale. Inoltre si tratta di un obbligo umanitario, come reso necessario dai dettami della verità e della giustizia. Le agenzie che lavorano per la Palestina, sia nazionali, arabe, islamiche o umanitarie, si completano a vicenda e sono armoniosi e non in conflitto tra loro.

25. Resistere all’occupazione con tutti i mezzi e metodi è un diritto legittimo garantito da leggi divine e da norme e leggi internazionali. Al centro di ciò c’è la resistenza armata, che è considerata come scelta strategica per la protezione dei principi e dei diritti del popolo palestinese.

26. Hamas respinge qualsiasi tentativo di indebolire la resistenza e le sue armate. Inoltre afferma il diritto del nostro popolo a sviluppare i mezzi e meccanismi di resistenza. Gestire la resistenza, in termini di intensificazione o indebolimento, o in termini di diversificazione degli strumenti e metodi, è parte integrante del processo di gestione del conflitto e non dovrebbe essere a scapito del principio della resistenza.

Il sistema politico palestinese

27. Un vero stato della Palestina è uno stato che è stato liberato. Non c’è alternativa ad uno Stato palestinese pienamente sovrano su tutto il suolo nazionale palestinese con Gerusalemme come sua capitale.

28. Hamas sostiene e aderisce alla gestione delle relazioni palestinesi sulla base del pluralismo, della democrazia, dell’alleanza nazionale, l’accettazione dell’altro e l’adozione di un dialogo. L’obiettivo è di rafforzare l’unità dei ranghi e un’azione comune al fine di realizzare gli obiettivi nazionali e soddisfare le aspirazioni del popolo palestinese.

29. L’OLP è una cornice nazionale per il popolo palestinese all’interno e al di fuori della Palestina. Dovrebbe essere quindi preservato, sviluppato e ricostruito su basi democratiche in modo da assicurare la partecipazione di tutti i componenti e le forze del popolo palestinese, in modo da salvaguardare i diritti dei palestinesi.

30. Hamas sottolinea la necessità di costruire istituzioni nazionali palestinesi su solidi principi democratici, primo fra i quali sono le elezioni libere ed eque. Tale processo dovrebbe essere sulla base del partenariato nazionale e in conformità con un programma chiaro e una strategia chiara che aderiscono ai diritti, compreso il diritto di resistenza, e che soddisfano le aspirazioni del popolo palestinese.

31. Hamas afferma che il ruolo dell’Autorità palestinese dovrebbe essere quello di servire il popolo palestinese e salvaguardare la loro sicurezza, i loro diritti e il loro progetto nazionale.

32. Hamas sottolinea la necessità di mantenere l’indipendenza del processo decisionale nazionale palestinese. Forze esterne non dovrebbero poter intervenire. Allo stesso tempo, Hamas afferma la responsabilità degli arabi e dei musulmani e il loro dovere e ruolo nella liberazione della Palestina dall’occupazione sionista.

33. La società palestinese è arricchita dalle sue personalità di spicco, dignitari, istituzioni della società civile, e giovani, studenti, sindacati e gruppi di donne che lavorano insieme per il raggiungimento degli obiettivi nazionali e la costruzione sociale, perseguendo la resistenza e la liberazione.

34. Il ruolo delle donne palestinesi è essenziale nel processo di costruzione del presente e del futuro, proprio come è sempre stato in procinto di fare la storia palestinese. Si tratta di un ruolo fondamentale nel progetto della resistenza, della liberazione e della costruzione del sistema politico.

L’Ummah araba e islamica

35. Hamas ritiene che la questione palestinese è la causa principale per l’Ummah arabo-islamica.

36. Hamas crede nella unità della Ummah con tutte le sue diverse componenti ed è consapevole della necessità di evitare tutto ciò che potrebbe frammentare l’Ummah e minacciare la sua unità.

37. Hamas crede nella cooperazione con tutti gli stati che sostengono i diritti del popolo palestinese. Si oppone all’intervento negli affari interni di qualsiasi paese. Inoltre si rifiuta di essere coinvolto in dispute e conflitti che hanno luogo tra diversi paesi. Hamas adotta la politica di apertura a diversi stati nel mondo, in particolare i Paesi arabi e islamici. Si sforza di stabilire relazioni equilibrate sulla base di coniugare le esigenze della causa palestinese e gli interessi del popolo palestinese, da un lato, con gli interessi della Ummah, la sua rinascita e la sua sicurezza, dall’altro.

L’aspetto umanitario e internazionale


38. La questione palestinese è quella che ha maggiori dimensioni umanitarie e internazionali. Sostenere e rafforzare questa causa è un compito umanitario e di civiltà che è richiesto dai prerequisiti di verità, giustizia e valori umanitari comuni.

39. Dal punto di vista legale e umanitario, la liberazione della Palestina è un’attività legittima, è un atto di auto-difesa, ed è l’espressione della natura del diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione.

40. Nelle sue relazioni con le nazioni del mondo e con i popoli, Hamas crede nei valori della cooperazione, della giustizia, della libertà e del rispetto della volontà del popolo.

41. Hamas accoglie con favore le posizioni di stati, organizzazioni e istituzioni che sostengono i diritti del popolo palestinese. Rende onore ai popoli liberi del mondo che sostengono la causa palestinese. Allo stesso tempo, denuncia il sostegno concesso da qualsiasi parte all’entità sionista o il tentativo di coprire i suoi crimini e aggressioni contro i palestinesi e chiede l’incriminazione dei criminali di guerra sionisti.

42. Hamas respinge i tentativi di imporre l’egemonia sulla Ummah araba e islamica così come respinge i tentativi di imporre l’egemonia sul resto delle nazioni e dei popoli del mondo. Hamas condanna anche tutte le forme di colonialismo, occupazione, discriminazione, oppressione e aggressione in tutto il mondo.

Maggio 2017


da InfoPal

lunedì 27 marzo 2017

AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI E SOVRANITÀ NAZIONALE di Franz Altomare

[ 27 marzo ]

«Viene da chiedersi come è stato possibile che la sinistra storica nella sua trasmutazione genetica, specie quella sinistra che si compiace ancora di definirsi radicale o antagonista, sia potuta giungere al paradosso di voler combattere il globalismo del capitale sostenendo le tesi del nemico: abolizione di ogni sovranità, statale, nazionale o popolare che sia e libera e felice circolazione di capitali, merci e carne umana».

L’autodeterminazione dei popoli è il "principio in base al quale i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e di essere liberi da ogni dominazione esterna."

Per quanto questa locuzione nasca in un preciso periodo storico, i primi anni ’60 del secolo scorso, con riferimento alla piena indipendenza dei nuovi stati formatisi in seguito alla decolonizzazione, il concetto di fondo è sovrapponibile a quello di sovranità nazionale, con il pregio di non contenere le tanto controverse parole, sovranità e nazione, che disturbano oggi (ma non allora) gran parte della sinistra occidentale.

Parlare di sovranità nazionale fa storcere il naso a molte anime belle perché non in grado di distinguere in termini storici e di contenuto, in quanto offuscate da un malinteso internazionalismo proletario, declinato con successo nel globalismo delle libera circolazione dei capitali, delle merci e della carne umana.

La propaganda del capitalismo internazionale, globalista, oligarchico e apolide, ha fatto presa in quella che una volta fu la sinistra che aveva il compito di realizzare il sogno socialista.

Parlo di quella sinistra che ha barattato i diritti sociali con i diritti individuali.

Parlo della sinistra radicale e antagonista che si crogiola nelle suggestioni strampalate dei Toni Negri e dei Michael Hardt secondo teorie in cui le masse sfruttate diventano moltitudini con il dono di superare il capitalismo solo per il fatto d'esistere, come se il capitalismo fosse destinato ad estinguersi naturalmente per autoconsunzione di fronte alla potenza di individui desideranti e tecnologici, nella errata convinzione che dello Stato, e quindi della conquista del potere, se ne possa fare tranquillamente a meno.

L'ultima barriera che si ergeva a contenere il dilagare del capitalismo selvaggio erano gli stati nazionali.

Questa barriera sta per essere definitivamente infranta, consentendo di realizzare il dominio incontrastato dell'oligarchia mondialista; un dominio che si preannuncia millenario, esattamente come la folle profezia del dominio millenario vagheggiato nel Terzo Reich di Adolf Hitler, con la differenza che il mito della razza viene sostituito da quello del mercato.

Si dice: " Non riuscire a distinguere la destra dalla sinistra." Mai un modo di dire è stato così rappresentativo dell'incapacità colpevole di comprendere un'epoca storica.

Il concetto di nazione, storicamente successivo a quello di stato, fu sviluppato e messo a punto durante la Rivoluzione Francese, quando le idee innovative diffuse dall’Illuminismo affermarono il potere della nazione superiore a qualsiasi altro potere, compreso quello del re.

Anche all'epoca un'oligarchia parassitaria e improduttiva, tracotante e odiosa, detentrice di tutti i privilegi, rappresentata dal clero e dalla nobiltà, opprimeva un popolo ridotto alla fame.

La nobiltà d’allora somigliava molto all’oligarchia di oggi.
Globalista ante litteram poiché girava l’Europa a governare popoli a cui era completamente estranea, parlava diverse lingue, si sposavano tra loro per consolidare i rapporti tra diverse dinastie sparse in tutta Europa, utilizzavano eserciti stranieri e mercenari per fare guerre di dominio e di predazione, organizzavano la propaganda e il consenso con il potere mediatico di allora, ovvero la Chiesa che manipolava le coscienze garantendo l’ordine morale e politico tra i ceti popolari e legittimando l’autorità del re per diritto divino.

La scintilla che diede inizio alla Rivoluzione Francese con l’attacco alla Bastiglia il 14 luglio 1789 fu la decisione di Luigi XVI di ammassare soldati, tra cui milizie straniere, alle porte di Parigi e di Versailles con lo scopo di contenere la forte pressione per le riforme rivendicate dai delegati dell’Assemblea Nazionale e sostenute da tutto il popolo. Fu in quel momento che i francesi si riconobbero nella nazione e furono istituiti i comitati cittadini e la Guardia Nazionale.

La nazione è lo spazio geografico, storico e giuridico dove un popolo può esercitare la propria sovranità.

La nazione è un concetto così forte da portare in sé elementi rivoluzionari poiché la sovranità popolare non può esprimersi altrimenti se non all’interno della sovranità nazionale e attraverso la sovranità statale.

Ma come tutte le idee forti la nazione non è riuscita a sottrarsi al rischio di strumentalizzazione in chiave mitica da parte del potere dominante.
Il capitalismo, che nasce e si sviluppa nelle dimensioni nazionali, ha utilizzato il mito della nazione per affermare la sua egemonia di classe dominante e consolidare l’economia del profitto nell’interesse della nazione e quindi del popolo ad essa corrispondente. Attraverso un’opera di mistificazione ideologica il capitalismo radica il suo potere nella sfera politica laddove l’interesse della nazione, e quindi del popolo, vengono narrati e fatti coincidere con gli interessi della classe al potere.
Andando oltre e forzando fino a trasfigurare il concetto di nazione nato dalla Rivoluzione Francese, il capitalismo, nelle sue fasi colonialiste e imperialiste, legittima i propri interessi di mero profitto e dominio vantando il primato di una nazione sopra un’altra, di un popolo contro un altro popolo e della guerra come strumento con cui alimentare la prosperità della propria nazione.

Occorre distinguere quindi tra nazionalismo di destra e patriottismo repubblicano.

Il primo utilizza la sfera della nazione in maniera strumentale per affermare il proprio interesse di classe facendo leva sull’elemento identitario in chiave conflittuale per legittimare se stesso e creare consenso.

Il secondo è il presupposto per sviluppare la sovranità popolare in una prospettiva democratica necessaria per la costruzione di una società solidale, egualitaria, cooperativa con gli altri popoli e che possa contemplare l’orizzonte di progresso di comunità pacifiche libere di governarsi e ispirate ai principi universali e umanistici della ragionevole utopia socialista.

Il fraintendimento e il non discernimento del concetto rivoluzionario di nazione è purtroppo coerente con le teorie che sostituiscono la categoria concreta di popolo con quella vaga di moltitudine, lo stato con l’autorganizzazione separata dalla dimensione istituzionale ma ad essa subalterna, la conquista del potere con l’effimero ritaglio di spazi sociali fragili e vulnerabili all’ombra dello stesso potere.

Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, esattamente due secoli dopo l’assalto alla Bastiglia, e il conseguente disfacimento dell’URSS negli anni successivi, il capitalismo può finalmente iniziare l’opera di smantellamento delle sovranità nazionali, dove si annida il peggior nemico del potere dominante, la sovranità popolare, e realizzare finalmente il sogno inconfessabile, ovvero un governo unico mondiale dove le leggi le fanno il profitto, il mercato e i detentori di ricchezze.

Eppure dovrebbe essere così intuitivo che l’attuale sistema di potere rappresentato dalle oligarchie finanziarie e mondialiste promuove secondo un progetto di dominio totale il superamento delle nazioni e lo svuotamento dello stato, ridotto a filiale amministrativa periferica di interessi privati internazionali.

Viene da chiedersi come è stato possibile che la sinistra storica nella sua trasmutazione genetica, specie quella sinistra che si compiace ancora di definirsi radicale o antagonista, sia potuta giungere al paradosso di voler combattere il globalismo del capitale sostenendo le tesi del nemico: abolizione di ogni sovranità, statale, nazionale o popolare che sia e libera e felice circolazione di capitali, merci e carne umana.

La rivoluzione democratica non s’è mai compiuta, e la prospettiva socialista, che da quella rivoluzione politica e culturale deriva, appare sempre più lontana. Siamo in un’epoca crepuscolare e alle soglie di grandi e inevitabili cambiamenti, e questi potrebbero avvenire nel segno della continuità che ha caratterizzato finora la storia del genere umano: pochi privilegiati che opprimono grandi masse dove la libertà teorica resta quella di poter acquistare una merce inutile facendosi mancare il necessario oppure di scegliere in quale parte del globo farsi sfruttare.
Sarebbe il trionfo dell’Ancien Régime di sempre.

Bisogna continuare a lottare senza lasciarsi andare al pessimismo e soprattutto non bisogna perdere la testa, e se mai questo rischio dovesse realizzarsi, e allora che avvenga mentre succede qualcosa d’importante, come fu per Danton o per Robespierre.



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