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lunedì 18 novembre 2019

LA RIVOLUZIONE "PURA"? NON ESISTE...

[ lunedì 18 novembre 2019 ]

Di dottrinari, in giro, ce ne sono diversi, e di differente razza politica. Ce ne sono anzitutto in certa sinistra marxista ortodossa. 

Essi si ostinano ad considerare l'evento rivoluzionario come una palingenesi in cui chi vi partecipa, dal momento che vi partecipa, ha già subito quello che immaginano come una atto di purificazione che li ha decontaminati da tutta la merda che secoli di oppressione e di abiezione gli hanno lasciato addosso.
E' così?
Lasciamo parlare uno che di rivoluzioni se ne intendeva....

*  *  *

«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. 

La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e i malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto. 

La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo».

V.I. Lenin 
L'INSURREZIONE IRLANDESE DEL 1916
Luglio 1916. 
Opere Complete, Editori Riuniti, pp 353-54


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mercoledì 26 dicembre 2018

I GILET GIALLI, TONI NEGRI... E LENIN di Moreno Pasquinelli

[ 27 dicembre 2018 ]


Premessa

Nella sua grandezza il moderno movimento rivoluzionario italiano ha conosciuto diverse iatture, prima tra tutte quella di essere sorto sotto la cattiva stella di un ribellismo anarcoide, tanto valoroso quanto impotente dal punto di vista politico —id est: incapace di costruire egemonia in vista della conquista del potere statale. Il bordighismo, sotto il cui stemma il partito comunista nacque nel 1921, si presentò come la cura per guarire il movimento dal suo congenito sovversivismo confusionario. Il suo dottrinarismo, dogmatico e paralizzante, come terapia, fu peggiore della malattia. Ed infatti, il bordighismo, miseramente fallì. Negli anni '60 del secolo scorso, dopo quattro lustri di indiscussa egemonia togliattiana, la originaria matrice ribellistica, ora impastata, e non a caso, col vecchio mito sindacalista dei "produttori", risorse sotto le eleganti fattezze dello "operaismo". Di lì venne, nel "decennio memorabile dei '70", la cosiddetta "autonomia operaia" che fu il principale vettore della sovversione sociale, una splendente supernova che quasi tutti travolse nel suo collasso destinale.


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Cantonate strategiche

Ecco, Toni Negri, cultura grande e mente perspicace, è stato l'esponente di punta della "autonomia operaia" (per questo ingiustamente perseguitato dal potere), e dopo della "autonomia post-operaia" (per questo apprezzato dal potere). Non è qui il luogo per ripercorrere la sua, al contempo, pirotecnica ma, a ben vedere, invariante evoluzione teorico-politica.

Vale ricordare, proprio per capire cosa egli ha scritto del movimento francese dei Gilet Gialli, la sua pornografica infatuazione per l'euro e l'Unione europea ... come "terreno di lotta" — vedi QUI, QUI e QUI — per finire con la supercazzola pronunciata alle porte delle decisive elezioni del 4 marzo scorso:
«Mi auspico che Bruxelles prenda le redini dell’Italia dopo il 4 marzo. Non lo desidero, per me la burocrazia europea è il grande nemico. Però è meglio avere qualcosa, che il nulla più completo. Angela Merkel, fatti avanti…». [ Toni Negri: «Sinistra polverizzata. Ci salveranno i poteri forti». In: Vanity Fair del 18 gennaio 2018 ]
Ho detto invariante poiché c'è un nocciolo filosofico a cui egli ha sempre tenuto fede e che sta a fondamento de l'Impero, sua opera magna. Anni addietro individuavo questo nocciolo nel mix di determinismo e provvidenzialismo:
«Il provvidenzialismo (quello di Negri contaminato da un immanentismo di stampo gentiliano) è sempre stato l’altra faccia del pensiero meccanicistico e deterministico.
Chi riteneva che Negri fosse un partigiano semi anarchico della spontaneità si è sbagliato di grosso. La spontaneità è confinata da Negri nella sfera delle soggettività biopolitiche, alle singolarità desideranti, cioè nel campo della micropolitica sociale. Ma queste singolarità sono piccoli ingranaggi della grande macchina della storia che è causa sui, il cui movimento oggettivo è non solo determinato, ma predeterminato. Per Negri, come per Spinoza, la sola libertà concepibile è quella della consapevolezza della necessità razionale, dove al posto della metafisica Sostanza spinoziana, vien posta la forza creatrice delle moltitudini».
Che ente sia questa "forza creatrice delle moltitudini" —pur essendo, come disse Danilo Zolo "concetto sfuggente, il meno felice dell'intero arsenale concettuale de l'Impero" — sarà bene spiegarlo poiché costituisce il vero e proprio paradigma del Negri-Pensiero che ci ritroveremo infatti tra i piedi nel suo giudizio sui Gilet Gialli. Questo paradigma, spacciato come novum, non è null'altro che la radicalizzazione del concetto dialettico servo-padrone che Hegel scolpì nella suaFenomenologia dello spirito, per cui, ad un certo punto, sarebbe stato il servo, il lato negativo della relazione, la vera forza progressiva della storia. Tradotto nel linguaggio di Negri: a fronte di un Capitale oramai mero parassita il vecchio operaio-massa e suo figlio l'operaio-sociale si sarebbero transustanziati e trasfusi nella moltitudine, quest'ultima a sua volta coagulata attorno al "lavoro cognitivo". Moltitudine che sarebbe la vera forza motrice che spingerebbe, per tappe successive e necessitate, l'umanità in avanti, verso il comunismo.

«Nel nostro tempo, il desiderio che fu messo in moto dalla moltitudine è stato indirizzato (in modo strano e perverso, ma nondimeno reale) alla costruzione dell’Impero. Si potrebbe anche dire che la costruzione dell’Impero e delle sue reti globali costituisce una risposta alle lotte contro la moderna macchina di potere e, in particolare, alla lotta di classe spinta dal desiderio di liberazione della moltitudine. La moltitudine ha evocato la nascita dell’Impero». [Impero, pagina 55]
L'Impero dunque (alias la mondializzazione neoliberista), lungi dall'essere disdicevole, siccome sarebbe prodotto dalla moltitudine, è benedetto come comunismo in marcia, come processo incontrovertibile che occorre assecondare e contro cui combattere sarebbe dunque reazionario. Ergo: l'hegeliana “scopa di Dio”. Di qui il sostegno all'iper-modernità macchinica e allo stigma della mondializzazione: l'ibridazione cyborg uomo-macchina, la mescolanza di identità, il melting pot biopolitico, la tendenza alla distruzione degli stati nazionali —che prima verranno fatti fuori meglio sarà. Il tutto all'ombra dello spettro (anarco-foucaultiano) per cui la sola salvezza verrebbe dal potere costituente (della moltitudine) di contro alla maledizione del potere costituito.
«Oltre a pensare la rivoluzione in termini etici e politici, noi la pensiamo anche in termini di profonda modificazione antropologica: di meticciaggio e ibridazione continua di popolazioni, di metamorfosi biopolitica. Il primo terreno di lotta è, da questo punto di vista, il diritto universale a muoversi, a lavorare, ad apprendere sull'intera superficie del globo. La rivoluzione che noi vediamo non è solo dunque dentro l'Impero ma è anche attraverso l'Impero. Non è qualcosa che si batte contro un improbabile Palazzo d'Inverno (ci sono solo gli anti-imperialisti che voglio bombardare la Casa Bianca) ma che si estende contro tutte le strutture centrali e periferiche del potere, per svuotarle e per sottrarre la capacità produttiva al capitale». [ L'Impero e la moltitudine, un dialogo sul nuovo ordine della globalizzazione. Antonio Negri e Danilo Zolo]
La teoria alla prova dei fatti

Col che siamo a quanto il nostro ha scritto nei primi giorni di dicembre sulla rivolta dei Gilet Gialli col titolo ingannevole e sesquipedale L'insurrezione francese. Anticipo la mia conclusione: Negri non ci ha capito niente. E non ci ha capito niente proprio perché, nel disperato tentativo di asseverare il suo teorema politico, l'ha utilizzato per spiegare la sollevazione popolare francese e renderla potabile, ovvero conciliarla col suo paradigma. Proveremo a dimostrare il penoso fallimento di questo tentativo.


La prova lampante della incapacità di comprendere la natura del movimento dei Gilet Gialli ci è fornita dal pronostico che il nostro fa nel suo articolo. Egli, siamo ai primi di dicembre, prima del quarto sabato di lotta, sosteneva:
«Basterebbe dunque poco, se non per bloccare il movimento con qualche proposta opportunista e demagogica, almeno per attenuarne l’indignazione (che non è forza sottovalutabile): basterebbe, come si è detto, ritornare sulla tassa contro le grandi fortune e recuperare quei quattro miliardi concessi ai padroni dei padroni per ridistribuirli, in luogo dell’imposizione della tassa carburante».
Il  22 dicembre abbiamo avuto invece il Sesto atto e non pare che la mobilitazione voglia fermarsi. Questo, per di più, dopo la plateale ritirata compiuta da Macron.

Ma i Gilet Gialli non hanno smentito solo il pronostico, assieme a Macron hanno colpito al cuore il paradigma teorico del Negri-pensiero. Domandiamoci: è forse il "lavoro cognitivo" la forza propulsiva del movimento dei Gilet Gialli? Sono per caso i settori del "lavoro immateriale", ovvero le figure sociali a stretto contatto coi luoghi a più avanzata composizione tecnologica coloro che stanno scendendo per strada? No, non lo sono! Avviene anzi tutto il contrario visto che i settori tecno-cognitivi tanto celebrati dalla retorica negriana sono ai margini della mobilitazione, anzi, ne sono del tutto assenti. 

Il movimento è nato, ha messo radici e si è consolidato come fatto di massa non nella grande metropoli (luogo d'elezione del cognitariato) bensì nelle zone periferiche, quelle della cosiddetta "Francia profonda", dove i flussi della globalizzazione si manifestano soltanto come predazione sfrontata e generatrice di esclusione sociale e di miseria esistenziale.
Laddove quindi il mito ideologico della rivoluzione tecnologica emancipatrice ha fatto miseramente fiasco. Eterogeneo come ogni movimento realmente popolare esso è sorto insomma nei luoghi periferici addirittura rurali più duramente compiti dalle politiche economiche austeritarie e neoliberiste. Parrebbe manifestarsi addirittura, mutatis mutandis, l'inveramento della tesi maoista della campagna che accerchia le città...

Il nostro se ne avvede ma, lungi dal fare ammenda, con una spocchia élitaria simile a quella sfoderata dall'establishment neoliberista davanti all'esito del referendum per la Brexit o alla ascesa al potere di Trump, ci propone una variante della narrazione post-modernista, fondata a sua volta sui concetti di "arretrato" e "progredito". Proprio parlando dei Gilet Gialli afferma infatti che si tratta dei:
«settori meno modernizzati ed economicamente periferici del Paese... ceto medio impoverito, periferico rispetto alla metropoli, e abitante nella Francia centrale, nei grandi spazi che questa presenta e nelle piccole città.... ceti sociali tradizionali recentemente dinamizzati dalle riforme neoliberali e tuttavia meno valorizzanti dei settori dei servizi urbani e della produzione cognitiva». [corsivo nostro]
Non è questa la sede per affrontare la questione del "valore", basti dire che per Negri, all'altezza dell'attuale sviluppo capitalistico (quindi dell'energia biopolitica della moltitudine), non opererebbe più la marxiana legge (del valore) — col che, detto en passant, addio al marxismo.
Ma è la sede per mettere in evidenza un paradosso. Malgrado la sua lettura dei Gilet Gialli di cui sopra, egli lo qualifica, e per almeno una dozzina di volte in poche pagine, come "moltitudine". Ci sono cadute le braccia! Ma come? Non era la moltitudine la soggettività iper-moderna, l'incarnazione del macchinismo al suo supremo stadio, il cuore pulsante della metropoli meticcia e cosmopolitica, il vettore comunistico del rifiuto di ogni ordine statuale, l'incarnazione del general intellect? Qui, se non proprio disonestà intellettuale, c'è la cieca ostinazione a difendere una teoria moribonda.

E poi, per quanto attiene alla composizione sociale del movimento, Negri squaderna la melensa fuffa sociologica che va per la maggiore e che nulla ci dice: "ceto medio impoverito". Quindi — propinandoci il più abusato dei cliché marxisti contro la piccola borghesia —, lascia intendere che i Gilet Gialli siano anzitutto dei bottegai frustrati e arrabbiati, quindi facili da addomesticare con qualche elemosina e sempre disponibili a fungere da carburante per  avventure reazionarie. Non per caso, quando il nostro deve andare a cercare un'analogia storica — non gli è venuto in mente il boulangismo (1885-89), sia che lo si intenda come un "battistrada del socialismo moderno" (Réne Rémond o come "socialismo della canaglie" (Jean Jaures) , ricorre al precedente che più infelice non si potrebbe, quello bottegaio per antonomasia del poujadismo.

Rivelatrice la comparazione che Negri ci consegna:
«C’è qualcosa che colpisce soprattutto in questo movimento e che lo rende diverso dalle lotte più dure che la Francia abbia conosciuto negli ultimi anni, per esempio dalla lotta del 2005 dei cittadini delle banlieues. Quella era una lotta che aveva il segno di una liberazione, questa del 2018 ha una faccia disperata. E non parliamo del ’68. Nel ’68, il movimento degli studenti si impiantava su un continuum di lotte operaie. Il ’68 è 10 milioni di operai industriali in sciopero, è una tormenta che si dà sul punto più alto dello sviluppo e della ricostruzione post-bellica. Qui, oggi, la situazione è chiusa. A me, piccolo interprete di grandi movimenti, ricorda la rivolta nelle prigioni più che la gioia del sabotaggio dell’operaio massa». [corsivo nostro]
Avete capito bene? Nella sommossa delle banlieues c'era la liberazione, coi Gilet Gialli abbiamo invece la disperazione; nel '68 il sabotaggio, qui dei sudditi imprigionati. Vedete voi dove porta il mito anarcoide e sovversivista... Si perde il pelo non il vizio.

Che vogliono e chi sono i Gilet Gialli

Ma davvero il movimento  mobilita anzitutto "ceto medio"? No, non è vero. Come ogni movimento popolare che si rispetti va da sé che esso includa la piccola borghesia, ma la sua grande massa è composta da proletari a vario titolo, dalle plurime figure del lavoro salariato: magazzinieri, insegnanti, pensionati, finte partite iva, operai precari, giovani e meno giovani disoccupati. In una parola i paria della "nuova economia", gli esclusi e gli emarginati dai processi della cosiddetta modernizzazione neoliberista. Di più: sono proprio questi settori la punta di diamante, la prima linea, la forza motrice dei Gilet Gialli, la forza d'urto che li ha spinti a mettere a soqquadro Parigi. Ci sono anche piccolo-borghesi e bottegai? Ovvio che sì, e questo punto di forza del movimento il Negri rifiuta e che invece vorrebbe, fare attenzione, snaturare e rimpicciolire a "movimento di classe":

« L'attività dei militanti sarà dunque quella di costruire nuove solidarietà attorno ai nuovi obbiettivi che nutrano il "contro-potere". E' solo così che la moltitudine può diventare classe». [corsivo nostro]
Detto in soldoni: siccome il movimento dei Gilet Gialli manda in frantumi la sua profezia e fa a pezzi il suo paradigma teorico il nostro vorrebbe sottoporlo ad un intervento di chirurgia plastica, anzi  modificarlo geneticamente. Peggio! A conferma di quanto il nostro sia distante dalla realtà (e dalle riflessioni di Antonio Gramsci), lo scomunica in quanto esso è nazional-popolare e populista, così negando che quella in corso in Francia sia vera lotta di classe, la sola lotta di classe che, nel contesto dato, ha forza egemonica (vedi il consenso generale di cui gode) e quindi potenza universalistica

Lezione che a ben vedere riguarda non solo i cascami dell'operaismo ed i movimentisti a vario titolo, ma tutta la resistente genia dei sindacalisti (più o meno di base) i quali dovrebbero porsi qualche "domandina": come essi si spiegano che mentre i Gilet Gialli hanno piegato Macron e conservano l'appoggio della maggioranza, le recenti mobilitazioni sindacalistiche contro la Loi Travail, quella dei ferrovieri, e quella studentesca di Nuit Debut sono state sconfitte e sono evaporate? Non lo spiegano, anzi, non si pongono nemmeno la domanda poiché, ove lo facessero, scoprirebbero che sono rimasti loro sì indietro qualche anno luce, e quindi si vedrebbero obbligati a cambiare mentalità, simboli, linguaggi, strumenti teorici, modalità d'azione, quindi mestiere. Riciclarsi è arduo, e forse il tempo è per essi scaduto.

Lo è a maggior ragione moribonda (la teoria politica di Negri), se spostiamo l'analisi dei Gilet Gialli dal volgare livello sociologico a quello politico. Dato che i movimenti di lotta popolare sono per definizione socialmente eterogenei ("polvere d'umanità") cosa decide, in ultima istanza, la loro natura? Dal nemico che essi combattono, dagli obbiettivi che si pongono, dalle loro finalità. E' vero che i Gilet Gialli non hanno né una piattaforma nazionale unica né una direzione unificata, come è vero che le rivendicazioni differiscono da zona a zona e che son tanti i cahier de doléances, che essi l'unità la trovano nell'azione. Come è vero (e come potrebbe essere altrimenti?) che unificano cittadini di sinistra, di destra e senza opinioni politiche (dal che aleggia in certe menti malate e tignose il fantasma del rossobrunismo)? E' chiaro però cosa essi identificano come nemico (Macron come  esponente del super potere finanziario ed eurocratico), e cosa essi chiedano: giustizia e diritti sociali, porre fine sia all'austerità che alle politiche neoliberiste, comprese quelle fiscali per mezzo delle quali si sposta ricchezza dal basso verso l'alto. Di più: questo movimento resiste alla globalizzazione, respinge la visione cosmopolitica chiedendo sovranità e rispetto della cittadinanza, con ciò rivalorizzando il concetto di identità nazionale, riscoprendo il carattere sociale della repubblica. Il tutto in in barba alla sinistra transgenica che vuole vedere solo i diritti civili e dimentica quelli sociali.

Per essere ancora più precisi i Gilet Gialli, riproponendo la centralità dello Stato come organo deputato a tutelare gli interessi del popolo — per la precisione del popolo lavoratore e/o che rivendica il lavoro non solo come simbolo di dignità ma come asse a cui incardinare la cittadinanza — sono i giacobini del terzo millennio.

Così ci spieghiamo l'uso patriottico del tricolore in ogni manifestazione, l'inno a squarciagola della Marsigliese. Tricolore e Marsigliese come simboli dell'unità popolare, di cittadini fino a ieri invisibili che nella lotta si sentono comunità, che chiedono, di contro alla atomizzazione indotta dal neoliberismo globalista, si ricostruisca comunità, nazionale e popolare.

Cosa ha a che vedere la sollevazione nazional-popolare francese con l'idea teologica dell'Impero che è dappertutto e in nessun luogo, deterritorializzato e senza centro (alias la tesi della fine definitiva delle nazioni ed il disprezzo per ogni patriottismo)? Cosa hanno a che fare i Gilet Gialli con le deleuziane "macchine desideranti" — che Costanzo Preve bollava argutamente come “neoplebi desideranti” partorite dalla filosofica "pallocrazia parigina"? Cosa ha a che vedere la dura fisicità della rivolta popolare più potente degli ultimi decenni con la vacua e ineffabile figura della moltitudine, di cui solo un aspetto era evidente, il suo essere concetto opposto del popolo come nazione?

Date voi le risposte. Per chi scrive niente di niente.


Conclusione

E dunque, almeno per questa volta, invece di ascoltare falsi profeti e di ingurgitare nuovismi astrusi, proviamo a dare retta, per capire come va il mondo, ad uno che di rivoluzioni certo se ne intendeva:
«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e i malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto. La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo». [V.I. Lenin, L’insurrezione irlandese del 1916, Opere Complete, Editori Riuniti, volume XXII, pag. 353-354]
Che poi occorra andare anche oltre Lenin, a noi è chiaro. Oltre, non in opposta direzione.



venerdì 27 ottobre 2017

MARIO TRONTI, UN BOLSCEVICO IN SENATO? di Moreno Pasquinelli

[ 27 ottobre 2017 ]

Poi dice che i pennivendoli di regime non servono a niente.

Che invece una qualche utilità ce l'abbiano, ce lo mostra Aldo Cazzullo, celebre firma che per il CORRIERE DELLA SERA si arrabatta nel seguire la cronaca politica e parlamentare.

E' grazie a Cazzullo se siamo venuti a sapere delle bizzarrie accadute al Senato mentre il Presidente Grasso, suo malgrado, doveva avallare ben cinque voti di fiducia sulla infame legge elettorale Rosatellum 2.0.

Tra gli interventi pittoreschi Cazzullo ci segnala, in particolare, quello del senatore piddino Mario Tronti [nella foto]. Nella grande caciara scatenatasi in Senato tra un voto di fiducia e l'altro, Tronti ha chiesto la parola ed ha pronunciato, segnalando il centesimo anniversario, un'appassionata apologia della Rivoluzione d'Ottobre e dei bolscevichi che l'han promossa.

Scrive Cazzullo il 24 ottobre:

«Tra i voti segreti respinti e la fiducia chiesta dalla povera e vituperata Finocchiaro, s’avanza l’uomo del momento: il professore operaista Mario Tronti, senatore Pd. Dalle finestre del Senato arrivano gli strepiti dei manifestanti tenuti a bada dai carabinieri, ma sono altri i tumulti che vedono gli occhi di Tronti: "L’anima e le forme è lo splendido titolo di un libro del giovane Lukàcs che esce nel 1911. Era l’anima dell’Europa... Colleghi, lo spirito anticipa sempre la storia .. Il 24 ottobre del 1917, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, esplodeva nel mondo la Grande Rivoluzione russa...Soldati, operai, contadini russi, non sparate contro i soldati e i contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate contro i generali zaristi!... La lucida strategia dei bolscevichi contro i menscevichi era che i comunisti dovevano mettersi alla testa della rivoluzione democratica...».
Il giorno dopo Cazzullo ritorna sul siparietto, segnalando cosa, nel surreale dibattito, Gasparri abbia risposto a Tronti: 
«Ma se Tronti è figlio della Grande Rivoluzione, allora è cugino di Pol Pot?... Consiglio al professor Tronti di rileggersi Le livre noir du communisme, lui è talmente colto che potrebbe apprezzare l’edizione originale…La rivoluzione di cui Tronti si sente figlio oggi non ci consentirebbe di discutere la legge elettorale, perché le elezioni non ci sarebbero!».
L'agenzia AGI è più precisa nel riportare quanto detto da Tronti:
«Vorrei ricordare un evento di cui ricorre quest'anno il centenario. Il 24 ottobre, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, del 1917 esplodeva nel mondo la rivoluzione in Russia. Mi sono interrogato sull'opportunità di proporre qui, nel Senato della Repubblica, il ricordo di questa data; sono consapevole che questo può arrivare a turbare la sensibilità di alcuni e di alcune, che legittimamente possono nutrire nei confronti di quell'evento un'ostilità assoluta, ma siamo a cento anni da quella data e possiamo parlarne, come io intendo fare, con passione e nello stesso tempo con disincanto. Non voglio nascondere, tantomeno giustificare, le deviazioni, gli
errori, la violenza e i veri e propri crimini commessi... la prima rivendicazione, che forse più di altre produsse il successo della rivoluzione, fu la rivendicazione della pace: la pace ad ogni costo, si disse, anche a costo di perdere la guerra. Quando Lenin, contro tutti, firmò il Trattato di Brest-Litovsk, accettò tutte le più pesanti condizioni, pur di riportare a casa i soldati... Lenin era l'autore di quella che a mio parere è stata la più audace forma di appello rivoluzionario, quando disse ai soldati, agli operai ed ai contadini russi che combattevano in guerra di non sparare contro i soldati e contadini tedeschi, ma di voltare i fucili e sparare contro i generali zaristi. C'era quella idea, che era stata per prima di Marx, dell'internazionalismo proletario; un'idea niente affatto di parte, che affonda invece le sue lunghe radici nell'umanesimo moderno».
Da un'altra fonte veniamo a sapere che l'intervento di Tronti ha suscitato la replica di un altro senatore di Forza Italia, Mario Mauro:
«Quei giorni della Rivoluzione d'ottobre rappresentano la chiave di interpretazione delle ideologie del Novecento e hanno sintetizzato un punto di vista sull'uomo molto semplice: il potere è tutto e l'uomo non è niente. Quando Lenin e Stalin presero il potere in Russia, volevano creare una società su misura per gli operai e per i nuovi ceti proletari; ma la Russia non era quel Paese. Hanno preso, allora, 20 milioni di piccoli contadini proprietari, i kulaki, e li hanno uccisi, perché la realtà potesse stare dentro quella da loro immaginata».
Per la cronaca segnaliamo che il panegirico di Tronti ha scomodato anche un'altra grande aquila politica, il democristiano Marco Follini.

Orbene, perché mai ci occupiamo di questa vicenda? Perché, i giovani non lo sanno, Mario Tronti è una delle migliori teste che abbia prodotto la sinistra italiana. Lui è l'autore di un libro memorabile, Operai e capitale, tra i fondatori di quella peculiare esperienza che segnò la storia sociale italiana negli anni '60, l'operaismo. La stessa sorgente di pensiero e azione da cui vennero fuori, ma per imboccare sentieri diversi Toni Negri, Massimo Cacciari o Asor Rosa. Già, diversi, poiché, com'è noto, il Nostro, non solo aderì al Partito comunista italiano ma resterà annidato nella pancia del "serpentone metamorfico" —definizione di Preve— Pci-Pds-Ds-Pd. Tronti è infatti senatore piddino. Di più: fedele piddino, dato che come senatore ha votato negli anni ogni nefandezza piddina, fino, appunto, alla infame leggete elettorale del Rosatellum 2.0.

Uno dirà: "embé, sono tanti i voltagabbana, i trasformisti che da posizioni di sinistra radicale sono passati dall'altra parte". Vero, ma il punto, come minimo singolare, per non dire assurdo, è che Mario Tronti, ha annunciato il suo voto favorevole al Rosatellum... con un panegirico sulla Rivoluzione d'Ottobre. 

Tronti ci perdonerà, ma riteniamo la cosa un tantinello ridicola. Egli sa bene che Lenin, se venisse a sapere che un suo seguace, abbia votato per indegne porcherie come il Jobs Act o il Rosatellum, si rivolterebbe nella tomba.

Cazzullo ci informa che Tronti ha provato a giustificarsi. 
«Vi dico che non sarei qui se non fossi partito da lì, qui a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi; è un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante, se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa».
Più che ai nominatissimi e squalificati senatori che lo stavano ascoltando, Tronti le scuse dovrebbe presentarle alle moltitudini di oppressi che certo non bivaccano in quell'aula ovattata, in primis ai milioni che nel Novecento han combattuto per gli ideali della Rivoluzione russa. Occorre precipitare veramente in basso, occorre una bella faccia tosta per sostenere che egli faccia una politica rivoluzionaria solo.. "con altri mezzi". Oltre a Lenin anche il Macchiavelli si starà agitando nella fossa. 
La mente umana può giungere a vette inesplorate, ma non fino al punto stratosferico di ritenere che Matteo Renzi sia il "moderno Principe". E così il Tronti starà facendo scalpitare anche Antonio Gramsci —autore che in effetti il Nostro non ha mai particolarmente amato.

Già la stratosfera, anzi, un misticismo messianico di marca spiritualista sembra essere il punto di approdo di Mario Tronti. Lo si evince dal suo ultimo ponderoso libro Dello spirito libero che consiglio vivamente di leggere. Non solo per comprendere il succo del pensiero di Tronti —il 900 è stato un secolo immenso, quello dell'assalto al cielo, alla fine il movimento comunista non solo ha perso, è uscito fuori dalla storia, e non ci resta che contemplarlo in attesa di secoli migliori— ma per fare un'utile scorpacciata di buona filosofia.

E più ancora di questo testo consiglio di leggere un libello, più agevole ma dannatamente più denso politicamente Il nano e il manichino. La teologia come lingua della politica. Pamphlet che ha fatto
Carl Schmitt
imbestialire, per il suo recupero della teologia apocalittica, e quindi il pensiero di Carl Schmitt, tante anime belle di sinistra. Vi troverete intuizioni grandi, imprescindibili a chi voglia oggigiorno fare politica, come dire, rivoluzionaria. Segnalo questo lampo:
« La politica è per sua natura —per la sua natura moderna— un comportamento di pensiero e di azione scorretto rispetto alla Storia: perché si contrappone ad essa, non accetta il suo corso e si propone di deviarlo. La mia idea di politica pensa per capire, ma capisce per cambiare».
Ed è proprio in questo testo che troviamo una possibile chiave di volta per capire come Tronti pensi se stesso. Facendo encomio del pensiero del "nazista" Carl Schmitt il Nostro scrive:
«Ripartire da Carl Schmitt è la prima mossa intellettuale obbligata. Non è la sua persona, è il suo pensiero a risultare centrale su questo tema. Si può separare il pensiero dalla persona? Penso di sì».
Sono d'accordo con Tronti, si può, anzi si deve, separare il pensiero dalla persona. Tuttavia... Tuttavia, come non possiamo affatto perdonare a Schmitt la sua adesione al nazismo, riteniamo scandalosamente intollerabile quella di Tronti al Pd. Sommessamente ricordiamo al Nostro che Schmitt, da coerente cattolico contro-rivoluzionario, nel 1937, ruppe con l'hitlerismo.

Mario quand'è che porrai fine al tuo annaspare nella porcilaia sistemica? Quando manderai a quel paese i servi di cui sei politicamente sodale?



giovedì 7 settembre 2017

I COMUNISTI E LE FRONTIERE di Piemme

[ 8 settembre 2017 ]

Non c'è dubbio che il fenomeno dell'emigrazione (vogliamo chiamarla col suo vero nome?), è letteralmente esploso con l'avanzare della globalizzazione. Un aspetto di questo fenomeno è l'emigrazione Sud-Nord del mondo. La globalizzazione, per sua natura predatoria, ha travolto intere nazioni "arretrate", spappolando i loro tessuti sociali, producendo nuove diseguaglianze e miseria generale, quindi spingendo centinaia di milioni di nuovi paria ad abbandonare i loro paesi d'origine.

Abbiamo più volte tentato di spiegare che il fenomeno va affrontato da due angolature: quello della pietas o della solidarietà umana, e quello squisitamente politico. E' vero che ogni politica ha un fondamento etico, tuttavia l'etico, lo si voglia o meno, è sussunto nella sfera del Politico. Ove per Politico noi intendiamo la prassi e/o l'arte di una data forza politica o blocco sociale di conservare il potere (nel caso che lo abbia) o, per forze antagoniste, di conquistarlo accumulando potenza politica ed egemonia.

Evidenti sono i due poli ideologici entro i quali oscilla nel nostro Paese il dibattito sulle migrazioni: quello razzista ("a mare tutti i morti di fame!") e quello dell'accoglientismo a prescindere (" nessuno è illegale! fuck borders!"). Entrambi queste posizioni, se si va alla sostanza, sono meta-politiche, leggi moralistiche. La prima è figlia di un'etica egoistica, incarognita, malvagia. La seconda di un'etica irenica, caritatevole e buonista.

Disprezzando la prima, di nuovo dobbiamo occuparci della seconda, che consiste in tre varianti.

Tra chi inverte il rango dei due fattori e subordina il Politico all'etica e alla morale c'è la Chiesa cattolica la quale, in base al suo universalismo teologico —siamo tutti figli di Dio, quindi tutti sudditi nella cristiana civitas maxima— vorrebbe imporre agli Stati come imperativo morale categorico, quello dell'accoglienza a prescindere.

La seconda variante è quella che abbiamo chiamato quella del globalismo cosmopolitico di matrice kantiana. L'etica della tolleranza, l'idolatria dei diritti umani, l'idea che gli stati nazionali sarebbero organismi morenti, quindi della cosmopoli o società multietnica considerata non un lontano punto d'arrivo dell'umanità, ma un'entità che si va già conformando proprio grazie alla globalizzazione —libera circolazione di capitali, merci e persone.

La terza variante è quella anarchica. Gli anarchici sono coerenti, non riconoscendo alcuna legittimità ai demos nazionali, negando in linea di principio le nazioni, condannando in quanto tale la forma Stato, è per essi logico che non si debba porre alcun limite alla libera circolazione degli individui —sorvoliamo sul fatto che emigrare non sia una "libera scelta" e non invece una coercizione.

E i gruppi e partiti comunisti? Le sinistre radicali? Che posizione hanno?

Com'è noto sono per la cosiddetta "accoglienza" a prescindere. Sono contrari ad ogni controllo dei flussi migratori. Anche per loro vale il principio per cui "nessun essere umano è illegale", anch'essi dunque non riconoscono Stati e frontiere. In buona sostanza, in nome di una malinteso internazionalismo, oscillano tra l'anarchismo estremo e il globalismo cosmopolitico delle élite dominanti.

Ai comunisti "duri e puri", che pare abbiano abdicato all'anarchismo e al mito borghese del  cosmpolitismo: ai comunisti che hanno dimenticato le lezioni della storia del movimento comunista del '900, ci permettiamo rinfrescare la memoria, riportando quanto scriveva uno che la sapeva lunga:
«Il metodo della rivoluzione socialista con la parola d'ordine: "Abbasso le frontiere", è un grande pasticcio. Non siamo riusciti a pubblicare l'articolo in cui io definivo questa posizione come "economismo imperialistico". Che cosa significa "metodo" della rivoluzione socialista con la parola d'ordine: "Abbasso le frontiere"? Noi sosteniamo la necessità dello Stato, ma lo Stato presuppone le frontiere. Naturalmente, lo Stato può essere diretto da un governo borghese, mentre noi abbiamo bisogno dei Soviet. Ma la questione delle Frontiere si pone anche per i Soviet. Che vuol dire "Abbasso le frontiere"? Qui comincia l'anarchia... Il "metodo" della rivoluzione socialista con la parola d'ordine: "Abbasso le frontiere" è un puto se semplice pasticcio».
V. I. Lenin; Discorso sulla questione nazionale (12 maggio 1917) Opere Complete; Volume 24. p.305

















mercoledì 1 giugno 2016

LA QUESTIONE DELLE BANCHE di V. I. Lenin

[ 1 giugno ]

«Nell'interesse del retto ordinamento dell'economia popolare, nell'interesse della risoluta eliminazione della speculazione bancaria e della liberazione generale degli operai e dei contadini e di tutta la popolazione lavoratrice dallo sfruttamento operato dal capitale bancario, ed allo scopo di creare un'unica Banca del popolo della Repubblica russa, la quale serve gli interessi del popolo e delle classi povere, il Comitato esecutivo centrale delibera:

1. L'attività bancaria diventa monopolio dello Stato.


2. Tutte le banche private ad azioni e gli uffici bancari privati sono uniti con la Banca di Stato.


3. La Banca di Stato assume le attività e passività delle imprese da liquidare.


4. Il processo di unificazione delle banche private con la Banca dello Stato verrà stabilito con particolare decreto.


5. La direzione provvisoria degli affari delle banche private viene trasferita al Soviet della Banca di Stato.


6. Sono completamente garantiti gli interessi dei piccoli clienti delle Banche».


*Decreto pubblicato il 17 dicembre 1917, nella Gazzetta del Governo degli operai e contadini

sabato 1 agosto 2015

PODEMOS ED I LIMITI DEL POPULISMO DI SINISTRA. Seconda parte: la cartina al tornasole dell’Euro(pa) di Moreno Pasquinelli

[ 1 agosto ]


QUI la prima parte dell'articolo

Pablo Iglesias e l'eredità di Antonio Gramsci

Dice Iglesias che l’obiettivo "... è riuscire a deviare il “senso comune” verso una direzione di cambiamento".

Qui c'è forse la chiave per aprire la porta che conduce al centro dell’universo concettuale del Nostro.

Non c’è dubbio che ricorrendo al concetto di “senso comune” Iglesias ci rimanda alle specifiche riflessioni carcerarie di Antonio Gramsci, che per “senso comune” intendeva “la concezione della vita e la morale più diffusa” —la “filosofia delle moltitudini”. In una parola la weltanschauung, la visione del mondo o l’ideologia dominante la quale, come segnalava Marx, è sempre quella della classe dominante.

Curioso ma profondamente sintomatico che Iglesias parli di “deviazione” del senso comune, mentre Gramsci parlava di “trasformazione”. Una differenza di valore solo lessicale? Una modesta torsione semantica? Forse sì, ma anche no.

Di sicuro, proprio nelle sue riflessioni sulla rivoluzione in Occidente, Gramsci spiega bene cosa intenda per “trasformazione del senso comune”. Com’è noto per il rivoluzionario sardo la rivoluzione (socialista) non è possibile se il “moderno Principe” (il partito d’élite o d’avanguardia della classe proletaria) non ha prima conquistato l’egemonia ideale e morale tra le larghe masse dei subalterni e dei “semplici”, dove la lotta per l’egemonia è appunto lotta contro il vecchio “senso comune” che le tiene soggiogate, da rimpiazzare con un “nuovo senso comune” che consisteva per lui nella “filosofia della praxis”, in altre parole del pensiero marxista rinnovato. “Trasformare” significava dunque per Gramsci non venire a patti con il vecchio senso comune, ma opporgliene uno nuovo, considerando che tra essi c’è un rapporto antitetico. Non si “devia” ciò che procede in direzione sbagliata e opposta.

Non è per caso che Gramsci, proprio per qualificare la lotta contro il senso comune dominante, parli di "spirito di scissione", per designare "...il progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica" da parte delle classi subalterne, coscienza di sé senza cui esse non diventeranno mai dirigenti facendosi Stato. Costruzione di questa coscienza di sé che per Gramsci era appunto la funzione decisiva del partito politico come intellettuale collettivo.

La cartina al tornasole dell’Euro(pa)


Una infallibile cartina al tornasole per comprendere cosa ci sia dietro alla “deviazione” del senso comune è l’approccio a quella che oggi è la questione delle questioni: l’Unione europea e il regime liberista-mercantilista della moneta unica.

In quattro decenni, soprattutto in Spagna, sotto la formidabile spinta dei fatti e della potente macchina propagandistica dei dominanti, si è venuto costituendo un “senso comune europeista”, l’idea volgare che “non si può tornare indietro" o, peggio, che tornare indietro equivarrebbe a sprofondare nella barbarie. Soprattutto in Spagna l’ideologia europeista è forte e capillare tra i cittadini perché l’approdo nell’Unione europea è stato considerato come la definitiva cesura col passato franchista, clericale e oscurantista.

Dobbiamo o no, opporre a questa narrazione liberista (ed al senso comune che ne è risultato) un discorso alternativo? O ci si deve limitare a “deviarlo”? Per Podemos, al netto di alcune minoranze, vale la seconda che abbiamo detto. Dove “deviare” significa utilizzare la mediocre narrazione che “un’altra Europa è possibile”, sostenendo che la battaglia non può che svolgersi nel campo da gioco di questa Unione europea, non per romperla bensì per riformarla e democratizzarla, raccontando quindi ai cittadini due frottole: la prima per cui in quest’Unione sarebbe possibile farla finita con l’austerità e le politiche di deflazione salariale ed antipopolari; la seconda che si potrebbe riconsegnare ai popoli la loro sovranità procedendo sulla via della dissoluzione degli stati-nazione. Non si sa quale di queste due frottole sia la più grave, di sicuro la seconda rivela la subalternità alla narrazione euro-liberista, all'idea che togliere di mezzo le nazioni coi loro stati sia un compito... "progressista".

“Deviare” implica dunque che Podemos accarezza il senso comune europeista invece di contrastarlo. E perché occorre contrastarlo? Non solo perché l’idea di “un’altra Europa” è una colossale illusione. Questo senso comune va contrastato perché esso è elemento portante della gabbia psicologico-politica che tiene prigioniere le classi subalterne, perché finché i subalterni resteranno prigionieri di questa gabbia, essi resteranno tali.

Il  senso comune europeista è oggigiorno uno degli ostacoli principali alla rivoluzione democratica, ad una sollevazione popolare che non sia solo un fuoco di paglia ma atto di liberazione, quindi conquista del potere per la trasformazione sociale. E’ evidente che non si rovescia questo senso comune dalla mattina alla sera, che occorre pedagogia, linguaggio e tattica accorte. Di sicuro non si rovescia nulla che non lo si voglia rovesciare.


Iglesias ci risponderà che occorre vincere le elezioni di novembre, e che per vincerle occorre prendere un mucchio di voti, e che per prendere un mucchio di voti non si debbono "spaventare" gli elettori con parole d’ordine troppo radicali. Quante volte ci siamo sentiti rivolgere questa litania! Una pietanza condita con svariati ed ammiccanti spezie, tra cui quella del buon senso, ma il cui ingrediente principale era, appunto, l’elettoralismo. E qual è il problema degli elettoralisti? Che una volta giunti al governo non sulla base di un discorso di verità ma arruffianandosi le larghe masse, accarezzandone la parte posteriore (li dove si annida il senso comune), non sono stati in grado di cambiare un fico secco, e sono finiti nel modo più inglorioso, a tutto vantaggio dei dominanti —che per un po’ le lasciano fare, che davanti al risveglio popolare per un po’ indietreggiano, ma solo per prendere la rincorsa in vista della loro inesorabile controffensiva.

E’ francamente inquietante che davanti alla tragica lezione di SYRIZA, e di Tsipras in particolare —l'avere capitolato ai diktat dell'eurocrazia dopo aver detto ai quattro venti che mai avrebbero sottoscritto un nuovo Memorandum-garrota, e ciò in barba ad un referendum che consegnava al governo un mandato pieno a resistere— Podemos, ed Iglesias in particolare, abbiano sostenuto l'accordo infame. Iglesias ha detto infatti che se fosse stato nel Parlamento greco, avrebbe anche lui votato il terzo memorandum. Sorvoliamo per carità di patria su un'altra frase terrificante che sembra presa in prestito dal linguaggio dei falchi euro-atlantisti, quella per cui un'alleanza della Grecia con la Russia sarebbe stata "la vigila della terza guerra mondiale".

Lo abbiamo capito, Podemos, o almeno la maggioranza che si raccoglie attorno alla direzione di Pablo Inglesias, non vuole che la Spagna esca dall'eurozona, condividendo la stessa illusione di certa sinistra che pensa sia possibile una Unione con democrazia e un euro senza austerità. Ma ogni illusione ha un limite, questo limite è quello che si chiama "principio di realtà". E qual è la realtà? è che l'Unione europea con la sua moneta unica, per sua stessa natura, è destinata a deflagrare. Così che uno dei compiti principali di un'élite antagonista è proprio indicare non come evitare l'inevitabile, ma come farvi fronte, indicando che l'alternativa c'è, ed è necessariamente il recupero della dimensione stato-nazionale. Recupero che avverrà, o nella forma democratico-rivoluzionaria se noi saremo capaci di guidare il processo di transizione, o in una forma reazionaria e fascista.

E' proprio in Grecia che il sogno di un'altra Europa è miseramente fracassato. Il confine che separa un venditore di sogni da un venditore di fumo è spesso molto labile.


Iglesias ed alcuni economisti di Podemos a lui vicini ci risponderanno che "la Spagna non è la Grecia", volendo dirci che con un debito pubblico più modesto (siamo comunque al 100% del Pil), ed un Pil che per il 2015 è stimato in crescita al 2,8%, un governo di Podemos “avrebbe ben più ampi margini di manovra” con l'euro-Germania per strappare la cosa che a Podemos più preme: la fine dell'austerità, l'avvio di politiche volte al rilancio della domanda interna con milioni di nuovi posti di lavoro, l’aumento dei redditi da lavoro dipendente, ecc.

Le cose, però, non stanno esattamente così. Stando sul piano squisitamente economico, per capire quali potrebbero essere i margini di manovra di un eventuale governo di Podemos —ammesso, come ci auguriamo, che Podemos vinca le prossime elezioni— non depongono a favore di questa ipotesi due fattori importanti: la montagna  di debito privato (soprattutto con l’estero), il deficit pubblico.
Per avviare politiche espansive su larga scala, che abbiano cioè effetti profondi e duraturi dal punto di vista della qualità della “crescita”, ovvero a favore del popolo lavoratore, un governo di Podemos dovrebbe non solo derogare alle regole euro-tedesche, dovrebbe letteralmente ribaltarle.


Che l’eurocrazia conceda a Iglesias ciò che non ha concesso non solo a Tsipras, ma neanche a Rajoy, è non solo pia, ma pericolosissima illusione. Anche a Podemos, anzi, soprattutto a Podemos, gli euro-oligarchi ribadiranno che non c’è euro senza austerità, che non ci sono né sovranità popolare né democrazia in seno a questa Unione. Faranno contro Podemos quanto han fatto a SYRIZA, anzi, faranno peggio, proprio per il più grande peso che la Spagna ha rispetto alla piccola Grecia.

A quel punto, Iglesias, ammesso che riesca a diventare primo ministro, che farà? Vorrà calcare le orme di Tsipras andando incontro a una debacle sicura? O imboccherà la sola strada possibile: quella dell’indipendenza e della rottura? I nostri amici spagnoli sono divisi: c’è chi non nutre speranze e da per scontato un fallimento fragoroso di un eventuale governo Podemos; c’è invece chi non ha dubbi sul fatto che Iglesias —che ci dicono "ha gli attributi" e la sa più lunga di quanto lascia intendere— avrà il coraggio di spezzare le catene euriste.

Vogliamo augurarci che abbiano ragione questi ultimi. Ma allora Iglesias dovrà non solo avere un “piano B” (quello che SYRIZA ha rifiutato di approntare), dovà prepararsi ad una lotta titanica, la quale implica avere alle spalle un potente movimento nazionale e di popolo ed un gruppo dirigente che sia disposto a vincere, costi quel che costi.


Digressione su Lenin


Nel suo discorso a Valladolid Pablo Iglesias, per sostenere la sua critica ai marxisti dottrinari ricordava:

«Ve lo ricordate quel compagno calvo e col pizzetto che nel 1905 parlava di soviet?. Era un genio. Aveva intuito l’importanza di un’analisi concreta della situazione concreta. In tempo di guerra, nel 1917, quando il regime russo era sull’orlo del collasso, disse una cosa molto semplice ai russi, fossero essi soldati, contadini o lavoratori. Disse: “Pane e pace”. E quando disse “pane e pace”, che era ciò che tutti volevano – che la guerra finisse e che si potesse avere abbastanza da mangiare – molti russi che non sapevano neppure se fossero di “destra” o di “sinistra”, ma sapevano di essere affamati, dissero: “Il tizio calvo ha ragione”. E il tizio calvo fece molto bene. Non parlò ai russi di “materialismo dialettico”, gli parlò di “pane e pace”. E questa è una delle lezioni più importanti del ventesimo secolo».
Strigliata d'orecchie sacrosanta ai dottrinari, ma il racconto di Iglesias è zoppo, incompleto. E' vero che i bolscevichi poterono conquistare il potere grazie alla loro "linea di massa", ovvero a tre (non due slogan), ovvero "Pace, pane e assemblea costituente". Iglesias dimentica di dire che chiedendo la "pace" i bolscevichi rivendicavano l'uscita immediata e senza condizioni della Russia dalla guerra. E per questo essi non sostennero il governo provvisorio di Kerensky, che invece continuava a spedire al macello del fronte milioni di giovani russi. "Pace" quindi non era in bocca al Lenin uno slogan astratto (tutti parlavano e dicevano di volere la "pace"). Lenin, con "spirito di scissione" non si limitò a correre dietro al "senso comune" pacifista, indicò alle masse che per ottenere la pace occorreva rompere l'alleanza che legava la Russia a Francia, Inghilterra e Italia, quindi rovesciare il governo provvisorio.
Riportandoci all'oggi, giusto chiedere la fine delle politiche austeritarie, chiedere lavoro e reddito dignitosi, più democrazia ecc., ma se vogliamo seguire l'esempio di Lenin e non ingannare i popoli, si deve spiegare che per ottenerli occorre spazzare la gabbia dell'euro, rovesciando i regimi nazionali guidati da Quisling e Gauleiter. 

Per stare all'analogia: l'Unione europea non è un'entità ideale, metafisica, ventotenica, essa consiste in una ALLEANZA politico strategica (di segno liberista e imperialista) di diversi paesi sotto l'egida atlantista e con la Germania come potenza economico-finanziaria dominante. 
Pablo, non vorrai mica dirci che il "compagno calvo e col pizzetto" ci avrebbe detto di stare in questa alleanza di carogne per di più destinata a miglior vita?
(fine)



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