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mercoledì 15 gennaio 2020

FRANCIA: PERCHÉ QUI DA NOI NO di Riccardo Achilli

Perchè in Francia si protesta e in Italia ci sono le sardine? Alcuni spunti di una riflessione possibile

Perché in Francia un intero popolo protesta da settimane in forma radicale e da noi è sorto un movimento filo-sistemico e narcotico come quello delle Sardine? Perché da loro ci sono i gilets jaunes e da noi no? Credo valga la pena di interrogarsi a fondo su tale dilemma, evitando posizioni facilone, del tipo “quanto sono ganzi i francesi e quanto siamo bischeri noi”.
Senza voler avere la pretesa di una

giovedì 19 dicembre 2019

RACCOGLIERE IL TESTIMONE DEL POPOLO FRANCESE cc di P101



Comunicato n. 13/2019

Comitato Centrale di Programma 101


Mentre la Francia era paralizzata dalla più massiccia ondata di scioperi e mobilitazioni sindacali da dieci anni a questa parte, il Parlamento francese, dopo una faticosa maratona, ha approvato ieri la Legge di Bilancio 2020. Una manovra di marca verde-euro-austeritaria che dovrebbe portare il deficit al 2,2% rispetto al 3,1 di quest’anno — da molti anni la Francia sfora la soglia del 3%. L’antipopolare riforma delle pensioni (tuttavia non così devastante come quella che fecero Fornero-Monti) è quindi posticipata.

A causa della grande prova di forza delle organizzazioni sindacali, si intravedono le prime crepe nel fronte macroniano. Dopo lo sciopero generale del 5 dicembre e due settimane di “grève interpro” [scioperi interprofessionali] e ad intermittenza, che ha coinvolto anzitutto i lavoratori delle potenti categorie del pubblico impiego e dei trasporti, quello del 17 dicembre, ha visto una partecipazione ancor più massiccia. Il suo peso ha avuto anche l’adesione all’ultimo momento della CFDT (sindacato “socialista” che si era tenuto in disparte per proteggere Macron e il suo governo).

Macron non è mai stato in difficoltà come adesso. La stampa liberista francese sostiene che egli non sopravviverebbe ad un’eventuale marcia indietro come accadde a Chirac nel 1995 (che fece appunto il primo tentativo di riforma delle pensioni). Tuttavia c’è chi tranquillizza il banchiere Macron, condottiero di La Republique en Marche (LR). E’ vero

che i sondaggi danno la sua popolarità al poco più del 30%, ma in Francia, a causa del micidiale meccanismo elettorale del doppio turno, si può diventare Presidente anche con un indice di popolarità così basso — al primo turno delle ultime elezioni svoltesi il 23 aprile 2017, Macron ottenne il 24%, e poi vinse al ballottaggio contro la Le Pen col 66% dei voti.

Uno dei fatti significativi delle mobilitazioni del 17 dicembre, è che sono scesi in sciopero anche lavoratori delle aziende private. Non accadeva da molto tempo.

Il secondo fatto è la partecipazione in diverse manifestazioni di nutrite delegazioni di Gilet Gialli. Segno che mesi e mesi di rivolta per le strade hanno ben concimato il terreno su cui è nata la pianta dell’attuale movimento di scioperi.

Il terzo fatto è che dalle piazze e dalle strade è emersa maggioritaria la volontà di respingere ogni compromesso negoziale con Macron (non c’è da fidarsi dei sindacati). Lo slogan ripetuto è stato “continuer jusqu’au retrait de la reforme des retraites” [continuare la lotta fino al ritiro della riforma delle pensioni]; “Pas de trêve de Noel, jusqu’au retrait!” [ Nessuna tregua natalizia, lotta fino al ritiro!”].

Il quarto fatto è accaduto al corteo di Parigi: la testa è stata presa dagli scioperanti autorganizzati composta da insegnanti, ferrovieri e dalla maestranze RATP [metro] oramai giunti al 14 giorno di sciopero a oltranza.


Il quinto fatto è quello che attesta come lo sciopero abbia fatto il salto da mobilitazione meramente sindacale a sciopero politico. “Macron démission” lo slogan che i Gilet Gialli hanno gridato per mesi ha contaminato anche i lavoratori delle metropoli, che la protesta dei Gilet Gialli osservarono solo da lontano.

Come Programma 101 esprimiamo la nostra incondizionata solidarietà alla battaglia del proletariato di Francia contro Macron e tutto il fronte euroliberista, e ci auguriamo che esso, come altre volte accaduto nella storia europea, sia il gallo che da la sveglia al resto dei popoli europei.

Comitato Centrale di Programma 101
19 dicembre 2019 

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mercoledì 5 giugno 2019

WHIRLPOOL: SOLUZIONE AUTOGESTIONE di Sandokan

[ mercoledì 5 maggio 2019 ]

Ieri, sotto il Ministero dello Sviluppo economico, i 430 trenta operai dello stabilimento napoletano della Whirlpool [nella foto] c'erano quasi tutti. Una manifestazione combattiva che è culminata in grida e canti di esultanza — Bella Ciao assieme all'Inno di Mameli —quando i sindacalisti sono scesi in strada per dire che Di Maio era con loro, che non li avrebbe abbandonati.
Cosa avrebbe detto Di Maio? Che se la multinazionale americana non rispetta gli accordi siglati solo pochi mesi fa — non solo evitare la chiusura ma tutelare i livelli occupazionali —, il governo revocherà tutti gli aiuti statali — si parla di 27 milioni.
Va bene la minaccia, ma questa è una soluzione?
Non lo è secondo me. Se la multinazionale americana vuole chiudere l'impianto napoletano quella di ritirare i fondi promessi è un'arma spuntata. Come del resto è aleatorio sperare o restare appesi ad ... un nuovo investitore.
La soluzione potrebbe essere un'altra, ed è quella dell'autogestione.
Utopia? Dipende.
Operai e impiegati hanno tutte le competenze per gestire la fabbrica, tanto più che gli impianti non sono obsoleti ma competitivi e all'avanguardia.
Questa soluzione si sta facendo strada tra gli operai che dicono: "Saremmo in grado di mandare avanti la fabbrica, ci mancano solo i finanziamenti".
Appunto. Chi dovrebbe finanziare l'azienda autogestita se non il governo, se non lo Stato?
Invece di gettare via quattrini pubblici per consegnarli alla multinazionale che lo Stato intervenga per una giusta causa, per sostenere l'autogestione.

In sostanza lo Stato dovrebbe: (1) nazionalizzare l'azienda americana — come si dovrebbe fare con tutte quelle che licenziano per delocalizzare gli impianti — e (2) comporre assieme alle maestranze un Consiglio di amministrazione per incentivare e rilanciare la produzione.

C'è bisogno ( in Italia e non solo) di lavatrici, asciugatrici, frigoriferi, congelatori, lavastoviglie, forni a microonde ecc.? Si ce n'è bisogno.


Gli operai napoletani non dimenticano la vicenda della EMBRACO di Chieri (To), anch'essa del gruppo Whirlpool. Dopo mesi di lotte alla fine, gli americani, dopo aver preso bei quattrini (anche pubblici) se ne sono andati in Slovacchia. E' quindi subentrato il nuovo investitore (Ventures Production) che dopo pochi mesi, incassati i soldi (pubblici), si scopre non rispetta gli accordi.

Lo Stato, il governo, le regioni, smettano di sperperare soldi regalandoli agli speculatori apolidi della finanza; si nazionalizzino le imprese che delocalizzano e si aiuti, con adeguati finanziamenti, l'autogestione.





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domenica 10 febbraio 2019

CARNEVALE SINDACALE di Emmezeta

[ 10 febbraio 2019 ]
Confederali, Confindustria, piddini e... Senso Comune alla sfida del senso del ridicolo

Ieri a Roma, in perfetta sincronia con l'apertura del Carnevale di Viareggio, è andata in onda la più farsesca delle manifestazioni. L'erede designato dalla divertita compagna di merende del signore col loden, ha stabilito intanto un record: quello della prima manifestazione congiunta sindacati-Confindustria. Complimenti vivissimi a Maurizio Landini e compagnia. Nessuno avrebbe saputo fare meglio di lui!

Carnevale abbiamo detto, e allora ridiamoci su. Che dire del resto di chi ha accettato senza fiatare la Legge Fornero, la precarizzazione del lavoro, l'impoverimento generalizzato ed il tracollo dei salari, ed oggi protesta perché qualche centinaio di migliaia di lavoratori potrà andare finalmente in pensione, perché qualche milione di persone della fascia più povera avrà almeno uno straccio di reddito?

E' un mondo alla rovescia quello andato in onda ieri. Ed è un mondo finto. Cgil-Cisl-Uil cantano vittoria, anche se curiosamente si rifiutano di dare i numeri della partecipazione in piazza. E allora ve li diamo noi i numeri. Quelli veri, non quelli "drogati" delle manifestazioni italiane. Ad esser larghi 60mila persone. Qualche migliaio di funzionari sindacali più cinquantamila iscritti, per lo più - con tutto il rispetto - pensionati.

La mitica Furlan (Cisl) ha parlato dei 12 milioni di iscritti alla tre confederazioni. Bene 50mila su 12 milioni fa un manifestante su 240 iscritti, non proprio un successone. L'altro condottiero Barbagallo (Uil), un nome che riscalda i cuori ed infiamma le folle, ha annunciato che la "mobilitazione continuerà". Già, ma quale mobilitazione?

Più esattamente la domanda è: perché non si parla di sciopero? La risposta è semplice, perché gli scioperanti si conterebbero. E sarebbe un fallimento totale. Dalle notizie che abbiamo da diverse fabbriche, i sindacalisti recatisi lì a chiedere ai lavoratori di andare a Roma, se ne son tornati via con la coda tra le gambe. In qualche caso tra insulti e minacce di strappare le tessere. I lavoratori avranno mille dubbi, ma scemi non sono. E di manifestare contro un governo che qualcosa gli ha dato, facendosi guidare da chi non ha mosso un dito con i governi che gli prendevano tutto, proprio non ne han voluto sapere.

Dicono le cronache che la "sinistra" parlamentare fosse invece tutta lì al gran completo: Martina, Zingaretti, Nannincini, D'Alema, Calenda, Speranza, Cofferati, Fratoianni e perfino Fassina.

Quel che ha colpito di più è stato però il comunicato ufficiale di Senso Comune. Secondo questi nostri amici quella di ieri sarebbe stata una "mobilitazione sindacale... da salutare positivamente", una roba da far tornare i lavoratori ad "affacciarsi alla politica da protagonisti".

Dicono giustamente i sensocomunisti che "il sindacato stesso si è spesso appiattito su «governi amici»". Ora, invece, si lascia intendere, con Landini tutto potrebbe cambiare. Cambiamento? Certo, ma nel senso che i governanti amici di ieri adesso son diventati (magari solo provvisoriamente) gli oppositori amici di oggi. Non poi così difficile da capire, mica hanno cambiato lato della barricata.


Dice, vabbè, ma a Senso Comune son giovani, "so' ragazzi". Ragazzi? E passi, d'altronde è vero che il concetto di "ragazzo" si è piuttosto dilatato. Ma qui, per abboccare all'esca landiniana, bisogna proprio non aver mai visto una fabbrica, un metalmeccanico; non aver mai partecipato ad un'assemblea sindacale, ignorare come i confederali preparano certe sfilate. Difatti chi è più anziano di loro, anche se con loro ha appena firmato un manifesto, abboccato non ha.

Attenzione, cari amici, perché a volte oltre al senso comune bisogna anche saper valutare il senso del ridicolo.

domenica 18 marzo 2018

IL SINDACATO UNICO DI REGIME di Giorgio Cremaschi

[ 18 marzo 2018 ]

Quindi CGIL, CIL e UIL hanno confermato la firma dell'accordo con la Confindustria, raggiunto nella notte del 27 febbraio. Un accordo passato sottobanco a causa delle elezioni, ma che, per la gravità delle sue implicazioni, sigilla il definitivo passaggio dei confederali a guardiani del sistema ordoliberista.


L'accordo sul sistema contrattuale firmato con scene di giubilo comune tra i vertici di CgilCislUil e quelli di Confindustria è la peggiore politica di austerità fatta contratto. Esso conclude un percorso iniziato nel 2009 da un' intesa che la Cgil inizialmente non sottoscrisse, salvo poi cambiare idea successivamente. L'ultimo contratto dei metalmeccanici sottoscritto anche dalla Fiom - il peggiore della storia della categoria con zero aumenti salariali, la flessibilità a go go e i fondi sanitari- ha dato il via libera definitivo a quest'intesa.

L'accordo programma la riduzione dei salari impedendo di chiedere aumenti nei contratti nazionali e legando rigidamente quelli aziendali ai massimi profitti dell'impresa. Nello stesso tempo flessibilità e precarietà sono assunti come elementi costitutivi del rapporto di lavoro. E l'orario di lavoro e l'intensità della prestazione possono solo aumentare. Questa è la nuova costituzione delle relazioni sindacali e l'organizzazione che non l'accetta vedrà messo in discussione il suo stesso diritto ad esistere. Un accordo liberticida contro tutti i diritti dei lavoratori.

I metalmeccanici tedeschi hanno raggiunto le 28 ore settimanali con aumento dei salari. L'accordo sul sistema contrattuale italiano non solo impedisce che simili risultati possano essere mai acquisiti, ma vieta persino che possano essere richiesti. La piattaforma della IgMetall nel sistema sottoscritto da Camusso e compagnia sarebbe semplicemente fuorilegge. Neppure i vertici della UE avrebbero saputo imporre ai lavoratori italiani un sistema così capace di farli lavorare sempre di più e guadagnare sempre di meno.

CgilCislUil e Confindustria cancellano la possibilità per i lavoratori di ottenere contratti degni di questo nome, ma si mettono definitivamente assieme in affari. Fondi pensione, sanità privata, formazione e traffici vari sul lavoro, di questo si occuperanno davvero.

Alla firma dell'intesa i leader sindacali e confindustriali si sono abbracciati e hanno fatto sapere alla politica che essa non deve occuparsi di loro, che i lavoratori sono roba loro. Pensano così di essersi salvati dal crollo del PD, partito che, pur con finte polemiche, hanno sempre sostenuto. Hanno organizzato un sindacato unico di regime in cui padroni e vertici sindacali operano affratellati in una sola corporazione.

E hanno offerto i servigi di questo "sindacato" al nuovo governo, qualunque esso sia purché sia responsabile.

Questo accordo della vergogna, sottoscritto senza neanche un'assemblea nei luoghi di lavoro, è come la controriforma costituzionale di Renzi. E deve fare la stessa fine. Combattere e rovesciare il sindacato CGILCISLUILCONFINDISTRIA è oggi indispensabile per riconquistare diritti, salario e libertà in tutto il modo del lavoro.

venerdì 15 dicembre 2017

BUTTIAMO FUORI RYAN AIR di Sandokan

[ 15 dicembre 2017 ]

“Venerdì nero per chi viaggia in aereo". Così le agenzie. Uno sciopero combinato del trasporto aereo, quello di oggi, promosso da diverse sigle. In Alitalia, dove le cose van sempre peggio, è stato indetto dalla C.U.B. Trasporti — viva la C.U.B.!

Ma la vera novità è che incroceranno le braccia per quattro ore, mi risulta per la prima volta in assoluto, piloti e assistenti di volo della Ryan Air. Malgrado sia indetto da Fit Cisl (sic!) e Anpac, mi auguro che sia un grande successo. E se questo accadesse sarebbe un fatto di enorme importanza.

Il perché è presto detto. Lo dico senza peli sulla lingua: il regime interno nella compagnia low cost irlandese è FASCISTA, con le maestranze schiavizzate e senza tutele. Ryan Air è infatti un esempio di matrimonio perfetto tra liberismo sfrenato e tirannia padronale, una compagnia-zona-franca a cui è stato permesso, per battere la concorrenza, di calpestare diritti sindacali e umani di chi ci lavora.

Detto fatto. Appena ricevuto l'avviso dello sciopero la direzione di Ryan Air ha minacciato i piloti di cancellare gli aumenti salariali (irrisori) previsti. Un fatto gravissimo, com'è evidente, a clamorosa conferma di quanto ho detto.


Anche politici di governo e d'opposizione, come la bella addormentata nel bosco, sono stati costretti ad esecrare l'atteggiamento della compagnia. Come se non fosse a loro stessi noto il regime tirannico e disumano a cui sono sottoposte le maestranze Ryan Air. 

Condanna, pensate un po', anche da parte dei ministri Calenda, Poletti e quindi Del Rio.

Già, del Rio e Calenda, quelli che hanno fatto i salti mortali per vendere Alitalia alla compagnia irlandese —anche dopo il patatrac del settembre scorso con la cancellazione di oltre 700 voli. 
Del Rio, Calenda e servi vari, coloro che oltre a voler "risanare" Alitalia consegnando le maestranze al dispota Michael O'Leary, gli hanno consegnato slot dappertutto, anche a Fiumicino, a danno della stessa Alitalia; che solo un anno fa han concesso 44 nuove rotte. Che hanno acconsentito, con i cosiddetti "accordi di comarketing", che la compagnia irlandese ricevesse sussidi per 40 milioni di euro.

E' ora di imporre a Ryan Air un cambio di registro, il rispetto dei diritti sindacali e umani costituzionalmente garantiti. Altrimenti la si butti fuori dall'Italia, la qual cosa sarebbe necessaria per porre fine al far west dei cieli italiani, i più "liberalizzati" d'Europa.

E noi cittadini, oramai considerati consumatori decerebrati, sarebbe ora che ci diamo una svegliata. Se fossimo cittadini consapevoli non dovremmo mai più volare con Ryan Air.

Non vi pare?












sabato 17 giugno 2017

SCIOPERO DEI TRASPORTI / ALITALIA: IL BILANCIO DEI SINDACALISTI (DEGNI DI QUESTO NOME)

[ 17 giugno ]

Lo sciopero dei trasporti svoltosi ieri è riuscito a macchia di leopardo. L'adesione è stata massiccia in ALITALIA, soprattutto a Fiumicino. Ma è riuscito anche nel settore del trasporto tubano: adesioni in massa all'ATAC di Roma. Diversi i dati del trasporto su rotaia. Se molti eurostar hanno viaggiato tantissimi i regionali e gli interregionali fermi ai depositi.
Di seguito il comunicato della CUB Trasporti di Roma.
Vi ricordiamo di firmare l'appello ALITALIA ALL'ITALIA  sulla  piattaforma Change.org



Dopo lo Sciopero Generale dei Trasporti del 16.6.2017
IL CORO STROZZATO DEI SERVI E DEI MODERNI SQUADRISTI

I LAVORATORI LOTTANO CONTRO I LICENZIAMENTI,  I TAGLI SALARIALI E NORMATIVI, LA PRECARIZZAZIONE DILAGANTE, L’ABBATTIMENTO DELLE TUTELE SULLA SICUREZZA, PER UN SERVIZIO DI QUALITÀ E PUBBLICO

MA GOVERNO, PRESIDENTE DELLLA COMMISSIONE DI GARANZIA, SINDACATI E SEGRETARIO DEL PD PRETENDONO DI IMBAVAGLIARLI

Non si sa se fa più pena o rabbia il coro che si è sollevato ieri da parte di chi si è affrettato ad invocare ulteriori restrizioni al diritto di sciopero in Italia, a fronte della giornata di lotta effettuata in tutto il comparto dei trasporti e proclamata dalla Cub Trasporti e da numerose altre OO.SS. di base ed autonome.

Renzi, il Ministro dei Trasporti Delrio, il Presidente della Commissione di Garanzia Passerelli, la Segretaria Generale della Cisl Furlan e tanti altri invocano un giro di vite delle norme relative all’esercizio del diritto di sciopero: UN CORO STROZZATO DI SERVI E MODERNI SQUADRISTI!

La Segretaria della Cgil Camusso nel dichiarare l’incomprensibilità dello sciopero in Alitalia “visto che bisogna pensare al suo risanamento” (…la “compagna” Susanna fa finta di non sapere che proprio ieri i Commissari AZ hanno definitivamente “certificato” e imposto il taglio di 1400 dipendenti in Alitalia, da gestire con la Cigs anche a rotazione e a zero ore per 317 dipendenti!), ha invocato addirittura l’approvazione di una legge sulla rappresentanza da articolare con la norma sulle limitazioni del diritto di sciopero, per limitarne l’esercizio al suo e pochi altri sindacati e per negarlo al sindacalismo di base.

ALTRO CHE “SINDACATINI”..: SI MOBILITA L’INTERA CATEGORIA
Tutto questo è inaccettabile. Possibile che nessuno dei suddetti rappresentanti istituzionali e sindacali si ponga il problema di capire come mai alcuni presunti “sindacatini” riescano a mobilitare le masse su piattaforme chiare e condivise? VERGOGNA!

CGILCISLUILUGL, GOVERNO E ALCUNI PARTITI ALL’ASSALTO DEI LAVORATORI
La realtà è che ormai in Italia (…e non solo!) esiste una vera crisi di rappresentanza politica, istituzionale e sindacale da parte di CgilCislUilUgl: ormai è insostenibile quanto il Governo, i principali partiti (PD in testa…ma anche altri!) e ”i soliti noti” sindacati concertano insieme ai padroni, per smantellare diritti, salari e democrazia. BASTA!

EMBLEMATICO QUANTO SUCCEDE IN ALITALIA E NEL TRASPORTO AEREO
Da questo settore è partito l’appello per tutto il comparto dei trasporti (…presto sarà formulato all’intero mondo del lavoro!) per respingere l’assalto alle condizioni di chi lavora: il Trasporto Aereo non è in crisi ma da anni la categoria è chiamata a pagare un prezzo elevatissimo in termini occupazionali (22 mila lavoratori licenziati!), salariali, normativi e di precarizzazione diffusa, oltre che in termini di abbattimento delle clausole di sicurezza e tutela della salute degli addetti.

ANCHE IL PRESIDENTE PASSERELLI SI SCHIERA CON I PADRONI

E’ significativo il vergognoso intervento del Presidente della Commissione di Garanzia che, nulla ha detto, seppur sollecitato dalla Cub Trasporti, in merito alle illegali comandate AZ per circa 2300 lavoratori in occasione dello sciopero del 16.6.2017 (…il triplo del numero consentito dalla legge 146/90 e dalla lege 83/00), né sui comportamenti liberticidi e discriminatori messi in atto da parte del management della ex-Compagnia di Bandiera, pur di boicottare la mobilitazione.

Il Presidente Passerelli si è affrettato invece ad invocare il legislatore affinché metta mano alla norma e inasprirla pur di bloccare i tentativi di alzare la testa da parte dei lavoratori: ASSURDO, VERGOGNOSO E INACCETTABILE.
Ecco il compito del “Garante” sugli Scioperi…si esprime per sollecitare una stretta sul diritto di sciopero!!!
Il “difensore” con la scusa del diritto alla mobilità dei cittadini, promuove e tutela le istanze istituzional-padronali. VERGOGNA !!!!

I “SOLITI NOTI” SINDACATI, PALADINI DELLA CROCIATA ANTI-SCIOPERO
Altresì paradossale è il pronunciamento dei “soliti noti” leader sindacali, che non si limitano a prendere atto di aver perso il consenso tra i lavoratori per quanto fatto finora, anche in occasione della pessima figura sul Referendum in Alitalia e al conseguente ripensamento rispetto ai contenuti dell’Accordo da loro sottoscritto il 14.4.2017 al Mise (…in particolare la Camusso!), poi bocciato dalla categoria, ma si propongono suggeritori di un restringimento delle libertà sindacali.

SCOPRIAMO I “GIOCHETTI”: SI PUBBLICHI IL BILANCIO DI ALITALIA DEL 2016
Per restare alla vertenza Alitalia, che nella sua emblematicità ha favorito che detonasse lo sciopero di ieri nei trasporti, le esternazioni sindacal-istituzionali-politiche assumono un aspetto ancor più sinistro dopo l’articolo pubblicato il 17.6.2017 sul sito www.ilsussidiario.net, a firma del prof. Ugo Arrigo, peraltro intervistato in pari data da Radio24, in ordine alla mancata pubblicazione del bilancio del 2016 della ex-Compagnia di Bandiera e la poco chiara decisione del Tribunale di Civitavecchia che ha stabilito lo stato di insolvenza della stessa Alitalia.

A questo punto sono diverse le domande che necessitano di una risposta tempestiva: come è stato accertato lo stato di insolvenza di Alitalia? Perché non viene pubblicato il bilancio del 2016? Cosa ha prodotto l’eventuale dissesto finanziario in Alitalia? Perché i Commissari insistono con il taglio dei costi del personale che con tutta evidenza non è il problema? Questa situazione a chi giova?

QUANTI SONO QUELLI CHE RECITANO LA STESSA PARTE IN COMMEDIA? OLTRE A GOVERNO, SINDACATI E AZIONISTI, ORA SI AGGIUNGE LA MAGISTRATURA ?

I 3 Commissari, su mandato del Governo, si ostinano a tentare di realizzare lo stesso piano respinto dalla categoria e dettato da interessi speculativi dannosi per i lavoratori ed i cittadini: il Trasporto Aereo ed Alitalia sono beni collettivi e non possono essere liquidati per favorire le privatissime tasche di pochi.

CGILCISLUILUGL PRIVI DI INIZIATIVA E CONTROPROPOSTE 

In tale contesto, comunque, appare sempre più colpevole la mancanza di una strategia sindacale da parte di CgilCislUilUgl in grado di formulare una controproposta credibile e praticabile al ridimensionamento di Alitalia ed alla pretesa datoriale di scaricare, per la terza volta in 10 anni, la ristrutturazione della ex-Compagnia di Bandiera sulle casse pubbliche, mentre impiega i naviganti assorbendo i loro riposi in contrasto con le normative comunitarie e nazionali, dichiara esuberi e chiede ammortizzatori usando denaro pubblico. 

NON BASTA “NON” FIRMARE LA CIGS..: SERVE UNA RISPOSTA NETTA E DECISA
 
Come già successo nel 2014, quando la Cgil non firmò gli accordi di licenziamento, non basta il sindacato non avalli lo scempio: è urgente una presa di posizione forte e determinata anche da chi finora è rimasto a guardare !!! Non esistono scorciatoie. Solo il coinvolgimento totale della categoria può dare prospettive diverse al disastro industriale annunciato. 

LA STRADA È TRACCIATA E STAVOLTA INDIETRO NON SI TORNA: PRESTO I LAVORATORI SI RIPRENDERANNO QUANTO È STATO LORO SCIPPATO !!!

Roma 17.6.2017 CUB TRASPORTI - AIRCREWCOMMITTEE

giovedì 15 giugno 2017

APPELLO AL POPOLO PALERMITANO di Pino Prestigiacomo e Beppe De Santis

[ 15 giugno 2017 ]

«A questo ultimo proposito, organizzeremo, al più presto e bene, UNA GRANDE SINDACATO SICILIANO DEI DISOCCUPATI, organizzato in tutti i 390 Comuni siciliani e i tutti i quartieri delle grandi città».


APPELLO AL POPOLO PALERMITANO
OR.S.A - Organizzazione Sindacati Autonomi e di Base (Federazione di Palermo)


Fratelli e sorelle lavoratori e lavoratrici, precari, disoccupati, poveri
E’ TEMPO DI SOLLEVAZIONE, DI RIVOLTA.
Gran parte di noi, il Popolo di Palermo, è ridotta alla povertà, a diffuse forme di lavoro schiavistico, a umilianti ed eterni-lavori precari e part-time, a redditi miserabili e incerti, a subire ricatti dolorosi e insopportabili.

NOI, UMILIATI E OFFESI
NOI. Offesi da classi dominanti, parassitarie, voraci, predatorie, bugiarde, ignoranti e arroganti. Squallide. Al servizio delle oligarchie finanziarie speculative.

NOI. Offesi per la cacciata dei figli, in fuga incerta per il mondo, alla ricerca di una
sopravvivenza e di un’altra dignità sognate. Oltre 10.000 giovani palermitani all’anno —spesso qualificati e laureati— via di casa: un genocidio. Come nei tempi più bui degli esodi biblici del nostro Popolo.

NOI. Che sopravviviamo in città sempre più degradate e violente. Con servizi (trasporti, sanità, scuola e formazione) sempre più deteriorati e fatiscenti, massacrati dalle oligarchie finanziarie che dominano il mondo, in modo totalitario. Dove non si fanno nuove assunzioni da decenni. Dove i lavoratori, pesantemente ridotti di numero, anziani, malpagati, frustrati e maltrattati —a volte, criminalizzati— reggono a stento.

NOI. Senza pensioni, con pensioni di fame, con pensioni future incerte e miserabili.

NOI. Diciamo BASTA!

TUTTE le tradizionali classi dominanti vanno combattute frontalmente, liquidate e spazzate via.

NOI. Popolo.

Sappiamo che oggi, a dominare il mondo è il finanz-capitalismo globale speculativo, le 100.000 multinazionali globali che comandano al posto degli Stati svuotati di sovranità costituzionale.

Sappiamo che la distribuzione della ricchezza è piombata ai livelli degli inizi del Novecento o dei tempi anteriori alla rivoluzione francese (l’1-10% dell’umanità contro il restante 90%).

Sappiamo che l’Unione Europea è diventata il propulsore, l’acceleratore del dominio delle
oligarchie neoliberiste, e, il sistema monetario dell’euro lo strumento delle criminali politiche di austerità e di asservimento schiavistico del Popolo.

NOI. Pretendiamo, e combatteremo aspramente per questo, l’ATTUAZIONE INTEGRALE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA, quella salvata con il referendum del 4 dicembre 2016 dal POPOLO CONTRO LE ELITES.

NOI. Pretendiamo la Repubblica fondata sul lavoro e sulla piena occupazione, secondo le politiche keynesiane —ivi sancite— e da ripristinare integralmente e radicalmente.

Il ruolo del SINDACATO va ripensato e rifondato in questo scenario globale di conflitto verticale tra finanzcapitalismo globale speculativo, da una parte, e Popolo, lavoratori, precari, poveri, famiglie, territori economia reale, rete delle Autonomie Locali, Autonomia Siciliana ( da rifondare), sovranità statali costituzionali da ripristinare, dall’altra parte.

C’è bisogno di un NUOVO SINDACALISMO categoriale e confederale, autonomo, libero, DEI lavoratori, CON i lavoratori, PER i lavoratori.

A partire da Palermo, dalla Sicilia, dal Sud.

I tradizionali sindacati confederali sono diventati definitivamente sindacati di regime, subalterni a queste classi politiche dominanti serve del finanzcapitalismo, gestori della distruzione dei diritti dei lavoratori, servili, impotenti e anche —in alcuni ambiti—, corrotti.

C’è bisogno, qui e ora, di una vera rifondazione e RIVOLUZIONE SINDACALE, nell’ambito della rivoluzione neo-sovranista generale, che sta germinando in tutta Europa e in Italia.

A Palermo e in Sicilia, i punti e i settori di attacco prioritari del nuovo sindacalismo sono:

-i trasporti,
-la scuola e la formazione,
-gli Enti locali e la Regione,
-la sanità;
-tutte le forme di precariato,
-i disoccupati.

A questo ultimo proposito, organizzeremo, al più presto e bene, UNA GRANDE SINDACATO SICILIANO DEI DISOCCUPATI, organizzato in tutti i 390 Comuni siciliani e i tutti i quartieri delle grandi città.

Tanti sono i segnali positivi di un possibile rinascimento del buon sindacalismo, a partire dalla vertenza in corso di ALITALIA.

Proseguono senza sbocco le annose vertenze quali ALMAVIVA,ILVA,CANTIERI NAVALI,e altre.

Rivendichiamo l’impiego di marittimi italiani sulle navi delle flotte che fanno capo ad armatori italiani.

A seguito del patente degrado, fino alla corruttela sistemica, del settore dei collegamenti marittimi siciliani con le isole minori,rivendichiamo la riforma totale del settore,a partire dalla ripubblicizzazione.

Respingiamo completamente la proposta del governo Crocetta di assorbire il Consorzio Autostrade Siciliane (CAS) all’interno del corrotto ANAS. Al contrario, chiediamo l’assorbimento della rete stradale oggi gestita dall’ANAS all’interno del CAS.

RESPINGIAMO COMPLETAMENTE IL NUOVO PIANO REGIONALE DEI TRASPORTI,COMPLETAMENTE ERRATO SIA NELLA STRATEGIA CHE NELLE PROPOSTE CONCRETE.

L’OR.S.A, valoroso sindacato libero e autonomo, nato nel 2009 e già consolidatosi, in tutta Italia e in Sicilia, a partire dal Comparto dei Trasporti, è a disposizione per questo progetto —e impegno— rinnovatore e necessario, non più rinviabile.

Palermo e provincia sarà uno dei massimi laboratori di questa aspra e meravigliosa fatica.

Venite immediatamente ad organizzare, con noi, il movimento di liberazione dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari, dei disoccupati, dei poveri.

Ricordiamo la lettera che San Paolo, al termine della vita, scrisse a Timoteo:

“Ho combattuto la buona battaglia,
ho terminato la mia corsa,
ho conservato la fede”.

L’epigrafe adattata a noialtri dell’OR.S.A. :

“combatteremo la buona battaglia,
per terminare, combattendo, la nostra corsa;
conservando la fede.
Nella giustizia.”

L’appello è firmato da due antichi guerrieri laburisti:

- Pino Prestigiacomo, segretario generale confederale dell’OR.S.A. di Palermo

- Beppe De Santis, portavoce.

Palermo, 13 GIUGNO 2017

mercoledì 12 aprile 2017

I CINQUE STELLE, I SINDACATI E GIORGIO CREMASCHI

[ 12 aprile ]

Fece scalpore, al tempo, l'uscita infelice di Grillo contro i sindacati ed il sindacalismo del gennaio 2013: «Eliminiamoli, sono vecchi come i partiti».
Contestualmente alla consultazione on line sul "programma lavoro" (in corso), la questione ritorna.
La proposta è fumosa, ma c'è un principio ancor più ambiguo: "Va disintermediata la presenza e l'incidenza del lavoratore nella governance dell'azienda". 
Orizzonte 48 sferra un attacco frontale a questa idea, in quanto puzza lontano un miglio di liberismo.
Diverso l'approccio di Giorgio Cremaschi, ex presidente della FIOM, che oggi si vede pubblicata sul sito dei Cinque Stelle, addirittura nella prima pagina, una sua dichiarazione video. Qui sotto la trascrizione:


Se muore la democrazia sui luoghi di lavoro muore anche nel resto della società
di Giorgio Cremaschi


«Immaginiamo le elezioni del 2013, le prime dove il Movimento 5 Stelle è entrato in Parlamento. Immaginiamo se il Movimento 5 Stelle, o qualsiasi altra forza politica organizzata, per partecipare alle elezioni fosse dovuto sottostare a una regola particolare: ovvero sottoscrivere la finanziaria e il programma dei governi precedenti. Senza fare questo non avrebbe potuto partecipare alle elezioni, e anche con tale adesione le forze politiche presenti già in Parlamento avrebbero potuto esprimere un diritto di veto. Ecco: questo è ciò che succede nel mondo della rappresentanza sindacale.

Nel mondo del sindacato non può succedere che una lista nuova si presenti alle elezioni delle rappresentanze sindacali aziendali, cioè quelle che hanno il compito di tutela immediata dei lavoratori nei luoghi di lavoro in tutte le aziende sopra 15 dipendenti, pubbliche e private. Le rappresentanze sindacali possono essere solo nominate dalle organizzazioni precedenti, cioè addirittura neanche elette, oppure se elette, solo tra liste di chi c'era prima, cioè di sindacati e organizzazioni già firmatari di contratti.

Questo è un sistema che impedisce qualsiasi rinnovamento sindacale a partire dai luoghi di lavoro, e che soprattutto conferisce alle aziende il potere di decidere chi sono i sindacati buoni e chi sono i sindacati cattivi. Perché se per partecipare alle elezioni si deve prima sottoscrivere un accordo con l'azienda insieme agli altri sindacati tradizionali, è evidente che l'azienda abbia tutto l'interesse a sottoscrivere gli accordi solo con quei sindacati che preferisce avere di fronte. Quindi la rappresentanza dell'azienda e la rappresentanza dei sindacati si legittimano l'uno con l’altro, contro qualsiasi novità che arrivi dal mondo del lavoro.

Questo sistema è frutto dell'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, così come fu malamente modificato da un referendum nel '95. E' bene ricordare che nel 95 furono proposti due referendum: uno per una vera democrazia sindacale, e l'altro per legare la rappresentanza sindacale alla firma di accordi e di contratti da parte delle organizzazioni sindacali. Purtroppo, è passato solo quello relativo alla firma. E quindi siamo entrati in un sistema in cui, al di là di tutti gli accordi sindacali, in sostanza chi è già al tavolo ci resta, e chi è fuori dal tavolo non ci può entrare. C'è stata una sentenza della Corte Costituzionale nel luglio del 2013 che ha cambiato il quadro. Ma come tante altre sentenze della Corte Costituzionale non è stata minimamente ascoltata né dalle forze politiche né dai grandi sindacati confederali, malgrado tale sentenza sia stata molto importante perché nel luglio del 2013 -qualcuno di voi lo ricorderà- la Fiom era stata cacciata dalla Fiat perché Marchionne aveva fatto un accordo con Cisl e Uil escludendo la Fiom, e si stabilì quindi che solo la Cisl e Uil avessero diritto alla rappresentanza sindacale aziendale, mentre la Fiom fu estromessa. La sentenza della Corte Costituzionale del luglio del 2013 ribaltò tale decisione della Fiat, dichiarando inammissibile che un sindacato come la Fiom, anche senza la firma del contratto, non avesse il diritto alla rappresentanza sindacale.

Questa sentenza non ha però risolto il problema, perché ha semplicemente ammesso che la Fiom, un sindacato storico che ha partecipato a tante trattative, ha diritto ad essere presente e ad avere le rappresentanze sindacali. Però non ha risolto il problema dei lavoratori, di tutti i lavoratori che vorrebbero poter eleggere anche in Fiat le loro rappresentanze, senza vincoli e liberamente. La Corte ha detto, alla fine della sua sentenza, che tale compito appartiene alla legge, cioè il legislatore dovrebbe fare una legge che garantisca il diritto di eleggere una rappresentanza sindacale senza vincoli e con varie forme: dalla pura applicazione dell'articolo 39 della costituzione, che non è mai stato applicato e che prevedeva una rappresentanza sindacale in proporzione agli iscritti, ad altre forme di rappresentanza. Fino alla più semplice di tutti: e cioè garantire che in tutti i luoghi di lavoro sopra i 15 dipendenti i lavoratori possano eleggere delle rappresentanze sindacali come previsto dallo Statuto dei lavoratori, e che tutti siano elettori ed eleggibili, che con minime regole tutti possano partecipare con liste delle organizzazioni sindacali tradizionali, o con liste delle organizzazioni sindacali nuove, o con liste delle organizzazioni sindacali di base, o con liste di lavoratori all'interno dei luoghi di lavoro. Che tutti possano partecipare alle elezioni, e poi siano i lavoratori stessi a decidere chi li rappresenta nei luoghi di lavoro.
Questo è il livello "uno" della democrazia sindacale, se non c'è questo non ce n'è nessun altro».

martedì 7 marzo 2017

ALITALIA: NAZIONALIZZAZIONE UNICA SOLUZIONE di Fabio Frati*

[ 7 marzo ]

La Privatizzazione di Alitalia è fallita, ricostruiamo la nostra Compagnia di Bandiera


Oggi siamo di fronte all’ennesima, gravissima crisi di Alitalia.


Le soluzioni che vengono proposte dagli azionisti (Banche e Etihad), ricalcano in peggio quanto già fatto in passato: ulteriore riduzione dell’attività di volo e ridimensionamento del network, esuberi, tagli pesanti ai salari e ai diritti dei lavoratori, creazione di una Low Cost in cui trasferire la maggior parte del personale e dell’attività.
In pratica una vera e propria liquidazione mascherata dell’ex Compagnia di Bandiera.

Queste strategie oggi riproposte, messe già in atto per accompagnare e favorire la privatizzazione di Alitalia, non solo non hanno risolto nessun problema pregresso ma hanno addirittura peggiorato le criticità esistenti, gettando la compagnia in una spirale drammatica di fallimenti e crisi continue.

Accompagnata da un triste coro di plauso generale nel paese, la scelta di privatizzare aziende, beni e servizi pubblici, ha causato decine di migliaia di licenziamenti, la perdita del controllo di interi settori strategici, dumping salariale e normativo, aumento dei prezzi e peggioramento della qualità dei servizi offerti alla clientela.

Presidio di lotta svoltosi ieri, 6 marzo, a Fiumicino

Nello specifico, la privatizzazione di Alitalia ha determinato quello che è sotto gli occhi di tutti:
·      un’azienda praticamente “fallita” per la terza volta in otto anni che ha già scaricato miliardi di euro di perdite sulle spalle dei contribuenti.

·       La compagnia privatizzata e dimezzata, perde più di quanto facesse l’Alitalia         pubblica con il doppio del personale assunto e con un’attività globale degna di questo nome.               

·      Il costo sociale di queste scelte folli è drammatico:
        12.000 licenziamenti
        Pesantissimi tagli salariali e normativi
        Migliaia di precari ipersfruttati e senza futuro
        Ulteriori migliaia di esuberi e terziarizzazioni ipotizzati nel nuovo Piano         strategico

·      Dumping esponenziale su tutte le altre aziende del comparto e dell’indotto, con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro e un peggioramento generale delle condizioni economiche e normative per tutti i lavoratori del settore.

Questo, ricordiamolo, nonostante abbiamo assistito in questi stessi anni ad un incredibile aumento del traffico passeggeri e merci e dei profitti di tutte le aziende di Gestione Aeroportuale, delle Low Cost e delle altre maggiori compagnie aeree “full carrier”, nonché ad una costante diminuzione del costo del petrolio.

Insomma non esiste crisi del settore in Italia ma un floridissimo e ricco mercato che assicura, a parte in Alitalia su cui incombono scelte suicide, lauti profitti agli investitori privati, nostrani e stranieri, fatti unicamente sulle spalle dei lavoratori. Visti i costi fissi di queste attività identici per tutti competitori, la concorrenza tra loro viene fatta solamente svalutando e tagliando il costo del lavoro.

·      Gravissimo è stato anche il vulnus democratico causato dalla scelta di obbedire ai diktat provenienti da Bruxelles che, sulla scia di quanto concordato da Reagan e dalla Thatcher negli anni ’80 quando fu decisa la liberalizzazione mondiale del settore, prevedevano la presenza di soli tre vettori globali in Europa e cioè British Airways, Lufthansa e Air France.


Queste scelte politiche, approvate dai governi succedutisi, hanno causato l’assoluta perdita di sovranità nazionale e democratica in uno dei settori strategici più importanti del paese, totalmente abbandonato, diversamente da quanto accade in altri paesi europei, dall’investitore pubblico: pure questa una decisione che deve essere rivista nelle principali aziende del settore aereo-aeroportuale.

La “politica” italiana, ha poi fatto anche di peggio, consentendo e spianando la strada alla colonizzazione del trasporto aereo in Italia da parte delle Low Cost.
Come? Sovvenzionandole con denaro pubblico attraverso finanziamenti e deroghe da parte di tutte le istituzioni locali, regionali e nazionali, nonché, caso unico in Europa, consentendo la base d’armamento di queste compagnie nel principale Hub del paese.

Mentre da una parte lo stato deteneva, tutta o in parte, la proprietà di Alitalia dall’altra finanziava i suoi concorrenti!
Una vera follia, troppo manifesta per non far pensare ad un vero e proprio tradimento consapevole degli interessi della nazione.
Vale la pena di ricordare che siamo stati l’unico paese europeo a fare questo, infatti gli altri si sono ben guardati di svendere i propri interessi nazionali agli speculatori che operano nel mercato del Trasporto Aereo.

È ora di fare un bilancio severo di tutte queste scelte e dei risultati prodotti!
Di fronte al fallimento manifesto della Privatizzazione di Alitalia, con tutto il suo carico di devastazione aziendale, commerciale e sociale che abbiamo di fronte, occorre fermarsi e valutare bene cosa fare.
Noi riteniamo che le proposte fin qui ventilate dall’attuale dirigenza Alitalia siano, al di là dei pesantissimi costi sociali che ne deriveranno, di fatto una liquidazione definitiva, attraverso un ulteriore ridimensionamento e la sua trasformazione in una Low Cost, della nostra ex compagnia di bandiera.
Un piano non certo funzionale a favorire l’interesse del nostro paese, dei suoi cittadini e dei suoi lavoratori.

Noi pensiamo che per andare avanti adesso occorra tornare indietro.
Sembra un gioco di parole ma secondo la CUB Trasporti è l’unica possibilità:
la Nazionalizzazione è oggi l’unica soluzione.

Asseriamo da anni che un paese come il nostro non può perdere la sovranità in un settore strategico come questo.
Averlo fatto ha significato causare danni pesantissimi:
·      per i cittadini, 4 mld di euro di perdite scaricate sui contribuenti per ripulire dai debiti l’Alitalia privatizzata
·      per il mondo del lavoro tutto, generando in un settore in forte crescita e non in crisi uno stato di sofferenza e miseria diffusa per tutti i lavoratori
·      nessun miglioramento sulla qualità e quantità dei servizi erogati alla clientela.

Di fronte al terzo “fallimento” in otto anni e l’ipotesi di un ulteriore salvataggio diretto o indiretto fatto con finanze pubbliche, riteniamo che questo intervento dovrà prevedere una sua materializzazione all’interno delle quote azionarie di Alitalia.

Serve un investimento finanziario così importante che nei fatti questo è oggi possibile solo con un intervento pubblico.

Servono ingenti finanziamenti per acquistare aeromobili, per garantire l’occupazione e per dare una prospettiva industriale al settore e una speranza di vita alle migliaia di precari senza futuro che tutti i giorni svolgono la maggior parte delle attività operative di Alitalia.
Ricordiamo che senza di loro non decollerebbe nessun volo, nessun bagaglio sarebbe caricato in stiva e nessuna carta d’imbarco sarebbe emessa…

Alitalia è stata in questi anni un simbolo negativo di privatizzazione, licenziamenti, dumping e precarizzazione. Occorre farla ritornare al suo vecchio ruolo di compagnia sana, trainante per l’economia del settore e biglietto da visita prestigioso del nostro paese nel mondo. 

Serve una compagnia di bandiera!

La “Politica” non può continuare ad abdicare al proprio ruolo. Non possiamo più sentire rappresentanti delle istituzioni asserire che in Italia la politica NON è in grado di gestire, controllare e pianificare una strategia complessiva dei trasporti  democraticamente decisa che garantisca gli interessi strategici del paese, dei suoi cittadini e dei suoi lavoratori.
Chi asserisce questo ha abdicato al proprio ruolo e dichiara pubblicamente la sua incapacità. Per questo dovrebbe dimettersi e andarsene.
È tempo che la politica, quella con la P maiuscola, riprenda il posto che gli compete e cacci gli speculatori, gli incapaci e i parassiti che stanno distruggendo questo come altri settori del paese.

·      Per un’Alitalia di nuovo all’Italia
·      Per riprenderci la sovranità in tutti i settori strategici del paese

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Farlo è un dovere delle forze politiche, del sindacato, dei lavoratori, dei cittadini.

* Fabio Frati, dirigente nazionale della C.U.B. Trasporti

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