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martedì 27 giugno 2017

L’INGANNO DELLA SOVRANITÀ EUROPEA: UNA RISPOSTA A TOMASO MONTANARI di Ferdinando Pastore

Tomaso Montanari
[ 27 giugno ]
Ferdinando Pastore fa parte della direzione di Risorgimento Socialista, come del centro dirigente della Confederazione per la Liberazione Nazionale.

Nell’era del pensiero unico neo-liberista, nella quale appare inverosimile mutare le politiche d’indirizzo economico, presentate alla collettività come necessarie, ineluttabili, dettate dal pilota automatico, si rincorrono, in Italia, tentativi di ricostruzione della sinistra, che di continuo sono progettati mediante appelli alla società civile al fine di attuare la Costituzione italiana.

COSTITUZIONE, SOCIETA’ CIVILE, CORPI INTERMEDI

Già gli appelli alla società civile, entità astratta e non corrispondente ad alcun blocco sociale, sembrano in aperta contraddizione con lo spirito costituzionale, dato che essi si servono delle medesime caratteristiche di spoliticizzazione della società che sono insite nella prassi neo-liberista: il primato dell’economia sulla politica, il mito del privato rispetto al pubblico, la denazionalizzazione della moneta, lo smantellamento dello stato sociale, l’annientamento dei corpi intermedi ormai chiusi in apparati ermetici ma al contempo innocui e congeniali per il mantenimento dello status quo.
Difatti, proprio quando ci si rivolge alla società civile, si lascia intendere che i diritti sociali, ispirati a principi solidali e non mercantilistici,  un tempo protetti dallo Stato, hanno perso la loro funzione politica: quella di dare rappresentanza allo scontro sociale.
Essi sono così sostituiti dagli interessi dei gruppi di pressione, che ancora organizzati in apparati burocratici, in realtà, perseguono fini privati, tendenti al mero profitto economico e trovano terreno fertile nel momento in cui il neo-liberismo ha operato una mutazione sostanziale dell’individuo ormai ridotto a imprenditore di sé stesso e a eterno soggetto desiderante, non più in grado di prendere coscienza delle condizioni di sfruttamento nei rapporti produttivi e di alienazione nella propria condizione esistenziale (1).
Con la conseguenza di silenziare lo scontro sociale e far paventare, continuamente, l’idea che esista una società civile portatrice di istanze omogenee e inter-classiste, che, causa la loro inconsistenza, saranno preordinate dal mercato(2).
Il richiamo alla Costituzione, poi, è ancora più marcato a seguito della vittoria al Referendum Costituzionale  del fronte del No, al cui interno la sinistra ha giocato un ruolo del tutto marginale e ininfluente, soprattutto se si pensa all’incapacità di darne un significato politico in linea di continuità con i risultati della Brexit o del Referendum greco di qualche anno fa. Esso è stato ridotto a semplice contestazione alla figura di Matteo Renzi.
Proprio la sottovalutazione della questione sociale e la tendenza a non identificare i risultati dei referendum come unareazione del basso della società, ormai definitivamente impoverito e ridotto ad assistere inerte allo smantellamento delle sicurezze novecentesche, porta la sinistra a non affrontare il tema centrale legato alla difesa della Costituzione:l’incompatibilità dei Trattati istitutivi della UE con le costituzioni moderne, nate nel dopoguerra, e, se si dà uno sguardo al caso italiano, alla sostanziale sostituzione della Carta del 1948 con i dettami delle strutture sovranazionali.

L’EUROPA, LA COSTITUZIONE E LA PIENA OCCUPAZIONE

Anche nell’ultima assemblea che ha richiamato l’unità della sinistra – quella promossa da Anna Falcone e Tomaso Montanari, nella quale si è riunito il gotha del progressismo liberale –  il tema o è stato accuratamente eluso o chiamato in causa con argomentazioni inverosimili.
Anzi Tomaso Montanari è andato ben oltre, nel momento in cui è riuscito a menzionare il problema UE e contemporaneamente a pubblicizzare un rafforzamento delle strutture con sede a Bruxelles e Francoforte. Il richiamo di Montanari è risultato particolarmente insidioso nel momento in cui ha affermato: “L’Italia è il più autorevole di un grande gruppo di paesi che può e deve chiedere una profonda revisione dei trattati. Mentre da subito bisogna attuare i punti più avanzati dei trattati attuali: per esempio l’articolo 3 del Trattato di Lisbona, che mette tra gli obiettivi dell’Unione la piena occupazione. Per far questo occorre costruire una sovranità europea, una vera politica europea”.
Le omissioni contenute in questo passaggio sono molteplici, perché l’articolo richiamato – oggi  diventato l’art. 2 III comma del Trattato di Lisbona –  in realtà è così strutturato: “L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico”. Solo da una semplice prima lettura appare evidente il contrasto tra questa formulazione e quella contenuta nell’art. 4 della Costituzione Italiana che così recita “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Il Trattato di Lisbona, quindi, riconduce la tendenziale piena occupazione, non tra i compiti dello Stato, bensì come conseguenza di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva e dalle politiche tese alla stabilità dei prezzi che generano deflazione salariale(3) e perdita dei diritti connessi al lavoro.
La piena occupazione richiamata da Montanari è, in buona sostanza, quella contenuta in un vero e proprio manifesto dell’ordo-liberismo che si pone in netta contraddizione con i principi ispiratori del Costituzionalismo moderno che si basavano su un forte intervento dello Stato per proteggere la collettività dai rischi connessi allo sviluppo capitalistico. Al contrario il riferimento all’economia sociale di mercato rappresenta lo stratagemma, utilizzato in primis dalla Germania, per sancire il principio secondo cui lo stesso individuo assume su di sé gli obiettivi dell’economia di mercato, che in questo senso si socializza (4).
Montanari, quindi, o non conosce i trattati europei o, se li conosce, evita, volontariamente, di spiegarne la natura ideologica, poiché se così facesse, dovrebbe trarre alcune conseguenze logiche.
Per esempio che i Trattati istitutivi dell’Unione Europea sono immodificabili perché strettamente connessi all’ideologia neo-liberista, e proprio l’esistenza di essi impedisce il pieno esercizio della sovranità costituzionale. Appare evidente che la difesa della Costituzione è uno specchietto per le allodole, se posta in termini generici e così fuorvianti.
Se da un lato l’omissione in questione serve per non disturbare i manovratori ed evitare che il dissenso possa avere ricadute di reale opposizione al sistema di dominio neo-liberista e quindi con il proposito di silenziarlo e progettare contenitori politici ossequiosi e docili, dall’altro si nota come la sinistra, nel suo complesso, aderisca, da quando si è allontanata dalla critica sociale d’ispirazione marxista, alle illusioni universalistiche del liberalismo.

LA MUTAZIONE GENETICA DELLA SINISTRA IN ITALIA

 Quest’adesione è avvenuta attraverso due distinti filoni di pensiero. Il primo è quello legato alla mutazione ordo-liberista del PCI, che dalla fine degli anni ’70 fu l’ideatore, insieme alla CGIL, dell’ideologia dell’austerità, attraverso la quale si iniziava a richiedere ai lavoratori sacrifici, per avere come contropartita un’immaginifica e rinnovata capacità produttiva. Processo portato a compimento quando, con l’avvento della seconda Repubblica, il gruppo dirigente post-comunista ha iniziato a recepire, acriticamente, i dettati compilati e imposti dai vincoli esterni contenuti nel Trattato di Maastricht.(5) 
Il secondo è legato alla struttura ideologica della sinistra radicale, che dal movimentismo anarco-liberale del 1968 in poi, ha accettato la supremazia del soggetto come elemento cardine di una politica antagonista. Proprio l’antagonismo è, in questa fase storica, il più grande alleato del capitalismo globale, poiché anch’esso punta allo sfaldamento delle strutture sociali e solidaristiche, al fine di concepire una società parcellizzata e atomistica, supina agli intendimenti del mercato che si deve espandere senza ostacoli(6).
La conseguenza è il comune accordo, tra sinistra e capitalismo globale, nel ridurre al minimo il ruolo dello Stato. Al massimo, secondo le indicazioni ordo-liberiste, esso si trasforma in apparato burocratico guardiano della libera concorrenza, ma privo della capacità di esercitare la piena sovranità.
Non a caso la sinistra ordo-liberista ha provveduto negli ultimi vent’anni alla massiccia campagna di privatizzazioni operata nel nostro Paese, contribuendo al decadimento della sfera pubblica, mentre la sinistra radicale, nell’opporsi alle privatizzazioni, conduce battaglie capziose nel momento in cui utilizza un linguaggio perfettamente accomodante nei confronti delle stesse, quando si riferisce alla difesa di fantomatici “beni comuni”, che si contrapporrebbero a quelli pubblici. Ma i beni o sono privati o sono pubblici, tertium non datur.
La difesa della Costituzione, con queste premesse, è del tutto fittizia. La Carta viene descritta come una bussola ma al contempo si partecipa alla sua distruzione. Per questo Montanari parla di conquistare una sovranità europea, dimentico del fatto che essa è già operante e che viene esercitata dalla UE in maniera repressiva nei confronti di chi non si adegua agli standard previsti proprio dalla forte competizione. 

LA SOVRANITA’ NAZIONALE PER DIFENDERE LA COSTITUZIONE

Vengono a compimento, in maniera definitiva, le profezie di Federico Caffé quando descriveva quella che si potrebbe definire la spirale ordo-liberista nel momento in cui le decisioni prese sulla stabilità dei prezzi diventano incongruenti con gli obiettivi della collettività, ma la stessa stabilità dei prezzi è presa, nuovamente, a modello per ovviare alle contraddizioni economico/sociali dalla stessa provocate.(7)
La sinistra, così per come si configura in Italia, dimostra la propria complicità nei due proponimenti principali dell’ordine neo-liberista: l’annientamento della democrazia e l’abbattimento delle società salariali che, proprio grazie ai partiti socialdemocratici, furono edificate dagli Stati nazionali europei del dopoguerra.
Per questo, oggi, i concetti di Patria, sovranità popolare e Costituzione sono intimamente connessi per operare in netto contrasto con il modello neo-liberista e, inoltre, il recupero della sovranità nazionale appare condizione indispensabile, non solo per il recupero della dimensione democratica e costituzionale, ma anche per immaginare la costruzione di un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico.  
La questione del legame tra opposizione al neo-liberismo e recupero della sovranità nazionale è stata compresa soprattutto da Jean-Luc Mélenchon in Francia, difatti nella campagna presidenziale egli ha proposto una nuova assemblea costituente e, al contempo, l’uscita della Francia dai Trattati qualora non si ovviasse alla loro, radicale, trasformazione.
In Italia, dopo venticinque anni di macelleria sociale e di annientamento del sistema produttivo, tutto ciò viene, allegramente, ignorato, per continuare a proporre liste elettorali, votate ad un ministerialismo nevrotico e che si propongono di unire le due, fantomatiche, sinistre.
NOTE
1 – Particolarmente istruttivo sul punto fu C. Wright Mills quando descrisse la nascita di questi interessi nella società americana del dopoguerra “Il liberalismo, ora quasi un denominatore comune della politica degli Stati Uniti, diventa liberalismo amministrativo, potente struttura statale che avoca a sé un maggior numero di problemi, nel cui interno le lotte politiche aperte si trasformano in procedure per pressioni amministrative” e la loro pericolosità per la tenuta della democrazia americana sin dagli anni ’50 “Ma nello stesso tempo, se il futuro della democrazia americana corre dei rischi, non è a causa di un movimento della classe lavoratrice, ma a causa della sua assenza e perché esso è sostituito da un nuovo sistema di interessi costituiti. Se questi nuovi interessi appaiono spesso particolarmente pericolosi per la struttura sociale democratica, è perché sono così grandi e tuttavia così esitanti.” (C.Wright Mills, Colletti Bianchi, Einaudi Editore, 1974)
2 – La ricaduta ideologica di tale impostazione è l’esaltazione dei diritti universalistici e l’abbandono del criterio che era alla base del Costituzionalismo moderno, quello dell’istituzionalizzazione del conflitto di classe. Il percorso attraverso il quale si è arrivati a tentare di rappresentare interessi omogenei e slegati dalle condizioni socio-economiche e il legame con la teoria neo-liberale e post-moderna è ben descritto da Gaetano Azzariti, in particolare quando afferma “Esclusa la dimensione politica e conflittuale, si teorizza che le nuove costituzioni civili post-moderne e post-nazionali debbano trarre la propria legittimazione da interessi settoriali, prodotte dalle spinte spontanee del mercato e da indeterminate forze che operano entro comunità asettiche. Costituzioni, dunque, necessariamente arrese, che finiranno inevitabilmente per porsi al servizio del potere costituito, operando in accordo con il potere selvaggio del mercato.” (Gaetano Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Laterza, 2016)
3- Sulla deflazione salariale Sergio Cesaratto su asimmetrie.org 
4- Per uno studio approfondito e di facile fruibilità si rimanda agli scritti di Vladimiro Giacché e di Luciano Barra Caracciolo. Del primo si raccomanda la lettura di Costituzione contro Trattati Europei – Il conflitto inevitabile, Imprimatur, 2015; del secondo La Costituzione nella palude, Imprimatur, 2015. Giacché descrive, inoltre, come il pricipio della stabilità dei prezzi sia presente in altri articoli particolarmente significativi dei Trattati e che sia stata posta come condizione necessaria per poi poter avviare politiche anticicliche. In particolare i riferimenti sono l’art. 119 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea; l’art. 127 dello stesso che si riferisce alla politica monetaria. Il problema della stabilità dei prezzi, strettamente connesso ai limiti imposti per le politiche occupazionali è poi ulteriormente aggravato dall’approvazione in Costituzione della riforma dell’art.81 (cd Pareggio di Bilancio).
5- Sulle politiche, denominate di solidarietà nazionale, del PCI e della CGIL alla fine degli anni 70 e l’adesione degli stessi all’irreversibilità dei vincoli esterni si guardi La scomparsa della sinistra in Europa di Massimo Pivetti (Imprimatur, 2016)
6- La sinistra partecipa alla costruzione di quella che Dardot e Laval hanno definito la “ragione-mondo” neo-liberista “La ragione politica neo-liberale, nel suo stesso principio costitutivo, concentrando la realtà del potere nelle mani degli attori economici più potenti a svantaggio della gran parte dei cittadini, produce insicurezza e disciplina la popolazione, disattiva la democrazia e frammenta la società…una ragione dotata della capacità di estendere e imporre la logica del capitale a tutte le relazioni sociali fino a farne la forma stessa delle nostre vite.” (Dardot-Laval, Guerra alla democrazia-L’offensiva dell’oligarchia neo-liberista, Derive Approdi, 2016)
7- Federico Caffé, In difesa del welfare state – saggi di politica economica, Rosenberg & Sellier, 1986

domenica 11 giugno 2017

UNITÀ DELLA SINISTRA? NO GRAZIE! di Ferdinando Pastore

[ 12 giugno 2017 ]

Della danza dei morti di sinistra che camminano, in particolare di certi volteggi screanzati dopo il referendum costituzionale, ci eravamo occupati il 1 gennaio. Fece allora capolino la Anna Falcone. Non era una sortita estemporanea. La spaccatura (di destra) del Pd era nell'aria e noi non fummo indulgenti... Infatti ecco che, nella febbre delle elezioni imminenti, esce immancabile l'appello alla resurrezione della sinistra, ovviamente "dal basso", "civicamente", in perfetto stile da anime belle. Firmatari Anna Falcone e Tomaso Montanari Tossica minestra riscaldata, abbiamo scritto.
Di questo mesto fenomeno si occupa Ferdinando Pastore. Socialista come la Falcone, ma per nulla indulgente verso l'operazione a cui si presta.


Da qualche mese si susseguono assemblee, manifestazioni, convention di partiti, di movimenti che avrebbero l’ardire di unire la sinistra, tutte uguali a se stesse. Esse sono condite da continui appelli nei quali si descrive una società ansiosa di vivere in un luogo più gentile e sobrio e che non vede l’ora di vedere all’opera, in Parlamento, dirigenti come D’Alema, Bersani, Fratoianni, Vendola, descritti come dei missionari dediti ad una nuova evangelizzazione civilizzatrice. Inoltre, dal referendum Costituzionale in poi, il richiamo è indirizzato al popolo del NO, quello che ha sconfitto il PD Renziano. Secondo il parere di chi annuncia la grande Riunione, quella è la vittoria che apre la strada alla formazione di una lista nazionale dove tanti micro-“partiti” potranno concorrere alla salvezza dei propri gruppi dirigenti.


Ma questa analisi è del tutto mistificatoria. In realtà la sinistra ha contribuito in minima parte alla vittoria del NO e gli stessi comitati del NO, occupati, in gran parte, da ceto politico/amministrativo in attesa di riciclaggio, non hanno avuto la capacità di egemonizzare l’opposizione alla "Riforma". Anzi gli stessi burocrati di sinistra sono stati i protagonisti del messaggio più consolatorio ed edulcorante riguardo il risultato referendario, dato che lo hanno assimilato ad una vigorosa reazione del popolo italiano contro il governo Renzi.

Si può dire che la sinistra sia stata del tutto ininfluente nell’indirizzare il voto referendario e che, inoltre, non ne abbia compreso il significato più profondo: la linea di continuità del No alla "Riforma" con i risultati dei precedenti referendum svoltisi in Europa negli ultimi anni, da quello greco alla Brexit. In tutti questi referendum il basso, contrapposto al potere oligarchico dell’establishment neo-liberista, ha iniziato a rifiutarsi di partecipare attivamente a scelte che lo continuano a vedere schiacciato, impoverito, spoliticizzato e senza rappresentanza.

In realtà chi paga la crisi, quel blocco sociale composito e composto da salariati, disoccupati, piccoli e medi imprenditori, artigiani, agricoltori, liberi professionisti e categorie in lotta contro le liberalizzazioni, reagisce con scioperi e lotte sociali e che quando diserta le elezioni o vota M5S contesta un modello incompatibile con il nostro sistema Costituzionale: quello dei trattati europei che impongono scelte indirizzate ad un’unica dimensione, quella liberista, e che riducono la sovranità a legittimazione economica, al fine di proteggere l’elemento costitutivo della società ordo-liberale: la concorrenza.

Gli appelli all’unità della sinistra, quindi, servono esclusivamente a ricomporre gruppi dirigenti, ormai sconfitti dalla Storia, e dato che i loro messaggi non suscitano sufficienti vibrazioni, anzi sono pressoché ignorati dalle masse, sono ripuliti con l’aiuto di personaggi spendibili, presi in prestito, o dalla “presunta” e auto-nominata società civile o dalla società dello spettacolo. Questo è il caso dell’ultimo, in ordine cronologico, di questi appelli, quello di Anna Falcone e di Tommaso Montanari che si aggiunge al corteggiamento effettuato dal mainstream nei confronti di Roberto Saviano.

Ma oltre al problema della sopravvivenza di un ceto politico senza popolo, la debolezza del messaggio – sempre incentrato su una astratta capacità da parte della sinistra di trasformare il mondo in un luogo più civile, più buono, più tollerante e più verde, e silente sulle enormi contraddizioni socio-economiche presenti nella società e su una prospettiva di scontro sociale che compensi l’egemonia del pensiero unico liberale – è frutto di una precisa impostazione ideologica che ha visto la sinistra allontanarsi dalle masse popolari poiché non più in grado di comprendere i meccanismi di sfruttamento dell’essere umano nella nostra epoca.

La sinistra ha accettato, attraverso le rivisitazioni della globalizzazione come fenomeno ineluttabile e foriero di grandi possibilità per tutti gli esseri umani, i quali si sarebbero dovuti trasformare in lavoratori della conoscenza, i pilastri dell’ideologia neo-liberista: la riduzione dello Stato a mero esecutore delle direttive sovranazionali che devono garantire la libera concorrenza, l’annullamento dei corpi intermedi che mediavano l’azione dell’esecutivo, la verticalizzazione del sistema politico attraverso l’indebolimento delle assemblee legislative, la trasformazione dell’individuo in imprenditore di sé stesso e la cancellazione del diritto al lavoro e dei diritti sociali, ai quali l’essere umano, appunto, deve pensare per conto proprio. 

Questa trasformazione genetica della sinistra ha preso due strade differenti, la prima è quella del rigore ordo-liberista ed è diretta conseguenza delle politiche del PCI, nel momento in cui, dopo la caduta del muro, il suo gruppo dirigente si doveva affrancare nei confronti del nuovo ordine e, attraverso l’alibi della moralizzazione del sistema politico, ha iniziato a contestare la spesa pubblica, il ruolo dei partiti, le prerogative dello Stato sovrano; la seconda è quella post-lavorista, diretta emanazione del movimentismo anarco/libertario, nel quale il soggetto, e non più la classe, è diventato il protagonista della rottura del contratto sociale, aderendo, di fatto, all’idea individualista neo-liberale.
Come ha ben descritto Formenti, “la sostituzione dei soggetti collettivi con i soggetti individuali, ha spostato l’asse dei conflitti dal terreno della lotta per i diritti sociali a quello della lotta per i diritti civili...e la retorica dei diritti è così diventata l’unico discorso caratterizzante di quella sinistra che si pretende post-ideologica”. Gli appelli, appunto, che si richiamano a una reazione della società civile sono tutti indirizzati verso queste due impostazioni che non hanno vie d’uscita per le classi deboli, una paventata moralizzazione della società e la retorica dei diritti civili.

Con due evidenti contraddizioni. La prima è che nella sinistra non c’è nulla da unire. Quello che si sta manifestando in Europa, la nascita di nuovi movimenti che si richiamano al socialismo, sono del tutto incompatibili sia con la sinistra ordo-liberista che con quella del soggetto desiderante. In Spagna, Francia e ora in Inghilterra, con Corbyn, ci si richiama a concezioni solide e stataliste, a politiche di spesa pubbica, alla costruzione di un welfare sviluppato, a politiche di piena occupazione. In Inghilterra lo si può fare in autonomia dopo la Brexit, in Francia e in Spagna queste tematiche sono strettamente connesse al tema dei trattati europei e al superamento dei sistemi di Maastricht e di Lisbona. 

L’appello all’unità della sinistra, poi, è totalmente incompatibile con il richiamo alla vittoria del NO al Referendum Costituzionale. E’ stata, in Italia, proprio la sinistra a esautorare la Costituzione, attraverso le riforme elettorali, le modifiche del mercato del lavoro, le politiche di austerità e l’accettazione supina dei vincoli esterni che non permettono di applicare la prima parte della Carta. Parte della sinistra italiana rivendica ancora con orgoglio quelle scelte, che hanno contribuito all’impoverimento della classe media, alla perdita del potere contrattuale dei lavoratori, alla dilagante disoccupazione e alla de-industrializzazione del Paese. 

Si può affermare quindi che il richiamo all’unità della sinistra è un mezzo per superare il risultato del Referendum Costituzionale e per normalizzare il dissenso sociale. La dimostrazione sta nel fatto che seppur sia presente il richiamo al Referendum, non venga mai toccata la questione dell’incompatibilità dei trattati con il nostro dettato costituzionale. Anzi la critica è indirizzata solo nei confronti delle leggi elettorali. Quest’ impostazione serve a normalizzare il dissenso, incanalarlo verso orizzonti compatibili con il Potere neo-liberista, renderlo innocuo e impolitico. 

Inoltre non si fa cenno alcuno alle lotte dei lavoratori di questi mesi; Alitalia, TIM, Almaviva sono solo degli esempi paradigmatici di quanto le classi deboli siano lontane da un messaggio consolatorio che richiama genericamente uno spazio, quello della sinistra, nel quale queste contraddizioni non vengono mai affrontate. La lontananza di questi lavoratori dai Sindacati Confederali, ad esempio, dimostra che il problema del lavoro, oggi, è problema da inserire all’interno di un discorso più ampio e che rappresenta una vera e propria questione nazionale: la crisi di tutto il sistema produttivo italiano e la conseguente de-industrializzazione avvenuta a seguito del nostro ingresso nel sistema euro. 

Significativi sono i metodi utilizzati in questi anni. Non si tenta mai di costruire un partito, o almeno una Confederazione di partiti, che possa poggiare le basi su una struttura solida, che possa elaborare una visione alternativa della società, con un’organizzazione stabile, bensì ci si richiama alla nascita di una lista che ripropone un’ unità liquida, flessibile, che si affida al marketing, alla ricezione dei gusti, delle inclinazioni del singolo, e che fa della ricerca di mercato il fulcro della propria azione. Per fare questo viene utilizzato un linguaggio aziendale - con dirigenti che si trasformano in manager - incentrato sulla prospettiva dell’efficienza e che ha a cuore una felicità individuale totalmente acritica, sottomessa alle regole del mercato.
Per questo vanno di moda i tavoli tematici, le primarie delle idee, strumenti attraverso i quali si intende lanciare un messaggio di natura pubblicitaria, piegato nella descrizione di un sistema modificabile con un po’ di buona volontà e nel quale solo i meritevoli, i giusti, i propositivi hanno la possibilità di essere considerati protagonisti politici, al fine di sincronizzare, definitivamente, i propositi dello Stato/Azienda con quelli del cittadino/consumatore e ammorbidire, in questo modo, le pressanti istanze sociali.

sabato 13 maggio 2017

IL RICATTO ANTIFASCISTA E LA FALSA COSCIENZA DELLA SINISTRA di Ferdinando Pastore

[ 13 maggio 2017 ]

Ferdinando Pastore fa parte della direzione di Risorgimento Socialista, come del centro dirigente della Confederazione per la Liberazione Nazionale.

POPULISMI

Cosa è emerso dai risultati dei referendum svoltisi in Europa – da quello greco, per passare alla Brexit, fino ad arrivare a quello Costituzionale in Italia? Sicuramente l’avvento di un blocco sociale, composito ed eterogeneo, che ha iniziato a dare risposte politiche, composto da tutti i soggetti che restano schiacciati dalla libera circolazione di capitali, merci e persone. Salariati e lavoratori precari del settore privato, giovani disoccupati, agricoltori, liberi professionisti senza professioni, piccoli e medi imprenditori rappresentano la nuova classe sfruttata dal capitalismo globalizzato, la quale reagisce al sistema istituzionale ordo-liberista che ha accompagnato, in modo repressivo, la de-strutturazione al tessuto sociale delle nazioni: l’Unione Europea.

Questo blocco sociale non è ancora rappresentato, in maniera coerente, da un blocco politico, ma è fluttuante e divide i suoi voti tra una destra protezionistica e una nuova sinistra – che ha le espressioni più significative in Spagna e in Francia con il successo di Jean-Luc Mélenchon – che supera, definitivamente, la terza via Blairiana alla globalizzazione e individua nella lotta di classe nazionale il problema politico centrale per i nuovi ceti sfruttati. Entrambe le scelte del basso sono denominate dal blocco dominante, che ha i suoi epigoni politici nel PSE e nel PPE e in tutte le loro emanazioni nazionali, populiste.

Non si fa riferimento ad un populismo storico, bensì si cerca di derubricare queste nuove forze politiche nel terreno dell’avventurismo, con riferimento alle esperienze populiste del Sud-America, una evidente forzatura che mistifica la realtà dei fatti. Al contrario il sistema fondato sulle strutture sovra-nazionali ha avuto il compito di annientare tutti i soggetti che componevano il quadro costituzionale dei Paesi europei così come si era sviluppato dal secondo dopoguerra: Stato, partiti politici, sindacati, soggetti economici, cittadini sono stati trasformati in amplificatori della concorrenza economica e a loro sono state sottratte le prerogative che le Costituzioni gli attribuivano e che avevano lo scopo, esplicito, di salvaguardare la coesione sociale.

Se si prende per buona la definizione che Nicola Genga dà del populismo “l’appello a un popolo mitizzato da parte di un leader e la contestazione, dal basso, degli istituti di democrazia rappresentativa nelle loro forme storicamente determinate, una visione a-classista della società, la propensione al nazionalismo” sarà chiaro che proprio le strutture sovranazionali hanno interpretato queste mutazioni dall’alto.

Difatti tutte queste caratteristiche sono perfettamente compatibili con il sistema tecnocratico, che poggia le proprie basi su una legittimazione economica e non più sulla sovranità costituzionale e popolare. In questo modo il pilota automatico, gestito dai tecnocrati, ha prodotto uno svuotamento di significato della politica che non è più il luogo della formazione della decisione, ma che si riduce a sterile competizione sottoposta alle regole del marketing politico dove si annullano le componenti ideologiche e storiche per dettare un messaggio, seppur ideologicamente prefigurato in senso liberista, apparentemente neutro che si rivolge a un pubblico perlopiù indifferente ma ancora schierato, ingenuamente, tra destra e sinistra, categorie del tutto omogenee e compatibili con il sistema neo-liberale.

Così lo Stato nazionale è stato ridotto a protettorato e a passacarte delle multinazionali, le quali hanno i propri rappresentanti burocratici dentro le istituzioni sovranazionali e il manierismo politico si rivolge, proprio, direttamente al popolo, in una dimensione nella quale scompaiono la dialettica politica e gli interessi sociali che, in questo modo, sono nascosti e non rappresentati, con il conseguente smantellamento delle strutture democratiche (Parlamenti) e dei corpi intermedi (Partiti e Sindacati).

Il tutto per presentare come necessaria, inderogabile, una società proprio a-classista, nella quale solo l’individuo, continuamente sottoposto alla carneficina della competizione e immaginato come atomo slegato dalle condizioni socio-economiche, è degno di rappresentare bisogni politicamente rilevanti. Per di più questi bisogni sono artificiosamente esaltati dalle campagne di marketing, pubblicitarie, di propaganda le quali immaginano l’essere umano come uomo/impresa e lo inducono ad aderire sentimentalmente agli schemi della flessibilità lavorativa (il lavoro duraturo e stabile è definito privilegio parassitario) e della mobilità esistenziale.

Per rendere appetibile questo costrutto ideologico si fa richiamo a un vago e anti-storico nazionalismo europeo: l’Europa viene presentata come emblema di pace e di civiltà, e idealizzata a luogo sacrale, proprio utilizzando una retorica nazionalista. Di conseguenza le forze della destra protezionistica e quelle della nuova sinistra popolare sono costrette a richiamarsi alla mobilitazione del popolo, proprio per evidenziare la crisi degli strumenti della democrazia rappresentativa che non permettono più la partecipazione delle masse alla struttura dello Stato e alla formazione della decisione politica.

Questo richiamo però è accompagnato dalla difesa delle Costituzioni nazionali o dalla immissione nel dibattito della questione costituzionale. Jean-Luc Mélenchon ha difatti proposto una nuova assemblea costituente, mentre in Italia si fa richiamo alla corretta applicazione della Costituzione del 1948 come orizzonte ideale per il recupero della sovranità.

Il problema del populismo va dunque rovesciato, dato che le élite hanno prodotto un sistema tecnocratico e populista e contemporaneamente stigmatizzano come populisti tutti quei movimenti che incentrano la propria azione sul recupero di sovranità popolare e nazionale, colpevolizzando le classi popolari, le quali iniziano a rifiutarsi di votare per il blocco politico che si autodefinisce “responsabile” e che ha gestito i processi di trasformazione della società in senso ordo-liberista attraverso il sistema delle riforme dettate dalla mano invisibile del mercato e che ha provocato squilibri sociali, disoccupazione, precarietà e diseguaglianze ormai divenute insopportabili. Così coloro i quali si dipingono come moderati si trasformano in estremisti nel monento in cui affidano esclusivamente al libero mercato e alla concorrenza la funzione di ordinare la società, con uno spirito assolutistico e totalitario.

IL RICATTO ANTIFASCISTA


L’ulteriore elemento ricattatorio nei confronti dei ceti deboli è rappresentato, oltre alla minaccia di paradossali crisi distruttive sul piano sociale nel momento in cui si procedesse a un mutamento di indirizzo politico, dall’avvento di un ipotetico ritorno al fascismo che sembra essere ormai alle porte. Il ricatto è eseguito ogni qual volta una forza della destra protezionistica ha una qualche possibilità di vincere le elezioni in un determinato Paese ed è direttamente proporzionale al richiamo contrario, quello del pericolo di un ritorno al socialismo reale o a un sistema di inefficienza e di statalismo burocratico ogni qual volta una forza della sinistra popolare aumenta i propri consensi, e quando essa denuncia l’impossibilità di difendere il lavoro e di sconfiggere le diseguaglianze sociali senza una adeguata politica dello Stato che dovrebbe tornare a dirigere i processi economici anche facendo ricorso alla spesa in deficit coperta dalla sovranità monetaria. Il ricatto del fascismo è ovviamente de-contestualizzato storicamente, dato che non esiste alcuna forza politica che si richiama al fascismo storico (i casi sono sporadici e ininfluenti) e quindi a un sistema nel quale lo Stato, attraverso l’uso della forza, silenzia il conflitto tra capitale e lavoro in una dimensione corporativa.

Al contrario le stesse destre protezionistiche si presentano come partiti anch’essi neo-liberali ma che, al contempo, limiterebbero la circolazione dei capitali per proteggere l’industria nazionale. Anche il FN appare oggi più inquadrabile in una forza realmente neo-gaullista, e si affacciò sulla scena politica francese proprio nel momento in cui, alle elezioni europee del 1984, la sinistra francese abbandonò il Programme Commun, per trasformarsi in quella sinistra mercatista e mondialista che oggi è parte integrante del blocco neo-liberale.

In questo modo il FN si iniziò ad accreditare anche tra i ceti bassi della popolazione francese, ma soprattutto iniziò a svilupparsi come partito non più legato a una piccola comunità nostalgica. Con questo non si vuole dire che il FN non avesse all’interno preoccupanti indirizzi xenofobi, ma che il ricatto fascista, dopo l’ulteriore svolta Repubblicana compiuta da Marine Le Pen e una volta che anche i guallisti si sono covertiti al culto liberista, opera come mero stratagemma, utilizzato per il mantenimento dello status quo e con cui le élite si auto-legittimano per raffigurarsi come unico campo politico degno di governare seppur in un continuo stato d’eccezione di fronte ai molteplici pericoli populisti, descritti come continui salti nel buio. L’emergenzialità è congeniale, oltretutto, alla presentazione di ulteriori riforme sempre incentrate sulla privatizzazione dello Stato e sulla mercificazione del lavoro.

In tutta Europa le politiche di austerità, le crescenti diseguaglianze hanno portato alla crescita della consapevolezza delle classi schiacciate dalla globalizzazione dei mercati e all’affermarsi di forze politiche che si pongono in contrasto radicale con l’impianto ordo-liberista di Bruxelles. In Francia, durante il primo turno delle elezioni presidenziali hanno avuto un risultato significativo sia uno schieramento, guidato da Jean-Luc Mélenchon, che si richiama alla tradizione della sinistra popolare e sia la destra protezionistica di Marine Le Pen che ha conquistato l’accesso al ballottaggio. E proprio in Francia inzia a scricchiolare l’ordine neo-liberale dato che sembra meno pressante di un tempo il richiamo al pericolo fascista, diktat oppressivo e funzionale all’elezione di Macron, perfetto rappresentante delle élite finanziarie, ma che non sembra essere, al momento, in grado di riunire graniticamente quel che resta del Fronte Repubblicano.


IL CASO ITALIANO

Se in Europa inizia a trovarsi una corrispondenza tra blocco sociale schiacciato dal neo-liberismo e blocco politico che si rivolge alle classi sfruttate dallo stesso sistema, in Italia questo stesso blocco sociale che si è palesato con il Referendum Costituzionale e che conduce battaglie nei luoghi di lavoro (si pensi alla vertenza Alitalia ma anche alla battaglia dei tassisti contro le liberalizzazioni del mercato), non ha una rappresentanza politica. Se a destra i richiami alla sovranità monetaria e politica si riducono alla riproposizione di politiche neo-liberiste che guardano solo al mondo dell’impresa con scarsa capacità di diventare egemoni, la sinistra è proprio la parte politica che si rende più disponibile ad accettare i paradigmi ordo-liberisti che sono alla base della costruzione europea.

Quando si parla di sinistra non si fa riferimento al PD, che è partito centrale dello schieramento e che rappresenta il contenitore tendente alla stabilizzazione del sistema e che è responsabile, in via diretta, dello svuotamento della nostra Costituzione e della riduzione della sfera politica a mera competizione impolitica e che, insieme al M5S, si dota di strumenti realmente populistici (per esempio le primarie, ormai competizione che segue le regole dei talent show), bensì si vuole indicare tutto il variegato mondo che avrebbe l’ardire di collocarsi a sinistra del PD.

Ebbene questo schieramento è composto, per un verso, da una scissione, che in qualsiasi paese si considererebbe di destra, dallo stesso PD, effettuata da personaggi politici come D’Alema e Bersani, da sempre in prima linea nell’assecondare tutte le direttive dettate dalla tecnocrazia finanziaria, creatori, dagli anni 90, della linea rigorista in campo economico e ispiratori dei governi tecnici che si sono resi responsabili delle maggiori politiche di macelleria sociale e di distruzione dei principi sottostanti alla nostra Carta Costituzionale.

Ancora oggi questa parte politica rivendica, con orgoglio, le politiche di mercificazione e di precarizzazione nel mondo del lavoro, la svendita degli asset pubblici, le liberalizzazioni selvagge e addirittura la nascita del governo Monti, che contribuì a chiudere in maniera definitiva il sistema istituzionale italiano con la ricezione delle raccomandazioni neo-liberiste imposte dalla BCE e con l’instaurazione di una sorta di troika fatta in casa. Dall’altro lato è composta dalla cosiddetta sinistra radicale, che di radicale non ha nulla, la quale si è concentrata nella promozione dei diritti civili elevando il soggetto a unico elemento sociale e che ha rimosso la critica sociale. In questo modo, attraverso una sorta di anarchismo/libertario, ha contribuito alla definizione ordo-liberista dell’essere umano come imprenditore di se stesso, il quale deve assecondare i propri bisogni per raggiungere una liberazione meramente personale, sganciata dalle strutture collettive e dai bisogni reali connessi alle condizioni socio-economiche.

Questi due agglomerati hanno già delineato una futura alleanza elettorale, senza però che vi sia l’intendimento di rappresentare ciò che la sinistra popolare ha avuto il coraggio di affermare in Spagna e in Francia.

Al contrario i loro esponenti di spicco si sono affrettati nel dire che questa sarà una sinistra responsabile che dovrà essere forza di equilibrio del sistema politico. L’intendimento è proprio quello di deprimere e scoraggiare la nascita di una forza popolare che sappia porsi all’opposizione dell’odierno quadro istituzionale e che possa contrastare le prossime politiche di rigore che la UE continuerà a imporre e, soprattutto, che il dissenso, venga normalizzato o al massimo che continui ad essere canalizzato nel voto al M5S, il quale trasporta il malessere sociale sui canali impolitici della casta e dell’indignazione.

In più la classe dirigente di questa sinistra, contraddistinta da falsa coscienza, è atavicamente attratta da un ministerialismo che porta alla costruzione di cartelli elettorali funzionali esclusivamente alla sopravvivenza del loro management e al mantenimento del loro capitale. Non a caso essi si amano definire Ditta.

giovedì 2 marzo 2017

IMMIGRAZIONE E AMERICANIZZAZIONE di Ferdinando Pastore



[ 2 marzo ]

Byung–Chul Han dà una suggestiva descrizione del Potere neo-capitalista e dell’ambiguità con cui utilizza il termine libertà. Esso, mentre promuove la liberazione della persona e toglie di mezzo qualsiasi ostacolo alla realizzazione, mistificatoria, del sé, “silenziosamente accade, senza segnalarsi in modo clamoroso”. Non ha bisogno di misure repressive, bensì accomoda la realtà come evento naturale e condiziona l’essere umano per far sì che quest’ultimo persegua i medesimi obiettivi che esso stesso pone. Non agisce più sui corpi né sulla mente, bensì sulla psiche.

Il Potere ha molta premura nel convincere i popoli alla sopportazione di qualsiasi evento e trasformarlo in elemento naturale dell’esistenza, e per far sì che questo accada, si serve di enormi strumenti di propaganda. Lascia intendere che taluni fenomeni non derivino da alcuna responsabilità e che siano slegati dalla sua azione. Anzi il Potere non ha azione. Non c’è bisogno, quindi, di alcuna reazione.

Anche l’immigrazione viene descritta come fenomeno ineluttabile, al pari di una catastrofe naturale, e i cittadini devono far sì che essa ricada sulle loro spalle con gioia, che venga percepita come un’enorme possibilità di progresso. Anzi qualsiasi critica politica all’immigrazione viene immediatamente rinchiusa nel recinto dell’intolleranza, per cui, come per i debiti, si agisce sulla colpa, la colpa del fannullone parassitario che non accoglie lo straniero, per poter vivere, ancora una volta, al di sopra delle proprie possibilità.

Ma l’accoglienza per lo straniero non ha nulla a che vedere con il fenomeno politico dell’immigrazione. Come ogni fatto politico anche l’immigrazione si misura per le cause che l’hanno provocata – come oggi lo sono le guerre esportatrici di democrazia compiute dall’Occidente, che ha ormai uno spirito di autoflagellazione, nel momento in cui apre indiscriminatamente frontiere e tende ad annullare tutti i confini – e per le conseguenze che essa porta alle comunità. Non è neanche giudicabile dall’esatta individuazione delle cifre statistiche che accompagnano il fenomeno, ma è da misurarsi per l’impatto che esso provoca in un gruppo omogeneo di persone che si è dotato di strumenti che permettono lo sviluppo sociale. In due parole dalla capacità di assorbimento che un popolo può avere nei confronti dello straniero.

Questi concetti erano un tempo assolutamente pacifici nel mondo socialista e così si esprimeva, difatti, Oskar Lafontaine nel 2004: “Un’ immigrazione lenta, graduale, controllata, rende l’integrazione possibile. Un’ immigrazione che mette alla prova le capacità di accoglienza della gente e dell’economia crea ghetti, tensioni, problemi. Cioè terreno di coltura di disordini sociali con alta disoccupazione e criminalità”.

Il movimento socialista ha storicamente individuato la questione migratoria come una sostanziale minaccia per i lavoratori nello scontro con il capitale, così era affrontato il problema negli Stati Uniti nella fine dell’Ottocento e cioè prima che i sindacati d’ispirazione anarchica e socialista fossero spazzati via dalla repressione del Governo Statunitense.

Difatti così si esprimeva nel 1891 la figlia di Karl Marx, Eleanor, in una lettera inviata al sindacalista americano Samuel Gompers “La questione più immediata è impedire l’introduzione di lavoro sleale da un paese all’altro, vale a dire lavoratori i quali non conoscono le condizioni della lotta di classe in un determinato paese e che questi siano importati dai capitalisti in questo stesso paese, per abbassare i salari o allungare il tempo di lavoro, o per entrambe le cose”.


Oggi la questione socio-economica, la creazione da parte del grande capitale di quello che veniva definito l’esercito industriale di riserva non viene neanche lontanamente messa in relazione con il fenomeno migratorio, anzi è un proliferare di movimenti no-borders, i quali auspicano un’apertura senza limiti delle frontiere, così come immaginato dal capitalismo finanziario che promuove, per interessi mercantilistici, la libera circolazione di capitali, merci e persone. Il paradosso consiste nel fatto che oggi l’Europa non è nelle condizioni, come lo poteva essere l’America di fine 800, di gestire i flussi migratori a causa della già persistente disoccupazione e delle politiche deflazionistiche provocate dalle scelte ordo-liberiste.

Lo spostamento culturale a favore delle ragioni del Capitale appare evidente nel momento in cui si avvera una delle più marcate incongruenze derivanti da questo atteggiamento e cioè quando si afferma che i migranti farebbero lavori che nessuno, tra gli autoctoni, vorrebbe più fare. E ci mancherebbe altro, verrebbe da dire! Non solo si proteggono le condizioni disumane nelle quali essi sono costretti a lavorare, eliminando, così, con un colpo di spugna, anni di conquiste sociali, ma, in casi estremi, si proteggono fenomeni di sfruttamento assimilabili allo schiavismo, per di più, in mano alla criminalità organizzata, come avviene per il fenomeno del capolarato.

Oggi il Potere, però, non si accontenta di tenere fermi i salari e di silenziare, in questo modo, la conflittualità tra capitale e lavoro, ma fa un passo in avanti. L’economia finanziaria, difatti, non ha un sostanziale bisogno del lavoro, esso non è centrale nel rapporto produttivo, proprio perché non c’è produzione. Per questo l’esercito irregolare di riserva serve a far accettare l‘idea che il lavoro non corrisponda più a un diritto, bensì che si tratti di una concessione elargita da capitalisti filantropici e che vada accettato a qualsiasi costo. L’idea è ribadita nel momento in cui anche la sfera pubblica propone l’inserimento dei migranti nei piani dei lavori socialmente utili e gratuiti.

Ma nelle metropoli occidentali avviene qualcosa di ancora più sottile, nel momento in cui, appunto, il Potere costringe i cittadini a fare i conti con la visione della nuova povertà. Ciò che un secolo di lotte e di coscienza collettiva aveva cancellato dalla società ritorna prepotentemente, come se l’America degli anni 50 o l’Europa della prima industrializzazione fossero, di colpo, ridiscese da uno schermo cinematografico. Nelle strade, lungo i fiumi, tra i binari delle ferrovie, esiste un popolo sommerso che riabitua alla visione dei poveri, anzi, assuefà alla condizione di indigenza. Da qualche anno tutto questo fa talmente parte del nuovo paesaggio urbano che l’impoverimento del vicino di casa non fa più notizia. Il monito, sottinteso, con cui ammonisce il Potere, è che oggi risulterebbe anacronistico progettare un’esistenza riempita da vecchie sicurezze. Ciò che hanno rappresentato le lotte sociali novecentesche diventano difese di privilegi insopportabili di fronte al dramma degli accampamenti di fortuna. A quel punto gli autoctoni che perdono tutto, a causa del cinismo neo-liberista, sono confusi nella folla di nullatenenti globalizzati.


L’opinione pubblica, in questo nuovo contesto, ridipinge il povero come un vagabondo, colpevole di non avercela fatta e quindi non meritevole di tutele. Il mendicante non è vittima del sistema, delle condizioni macroeconomiche, ma è solo vittima delle proprie colpe. Nella società cannibalizzata e competitiva chi perde tempo è un vizioso oziante, un perdigiorno che non ha il coraggio dell’imprenditore di se stesso, che non sfida tutti per il successo.

Ma, dall’ industrializzazione in poi, il passaggio storico nel quale il povero ha assunto una propria dignità, una sua dimensione storico/culturale, è riconducibile all’avvento del socialismo che lo ha ridefinito come proletario, come individuo che poteva avere orizzonti di libertà e di riscatto, attraverso quella che era percepita come una comunità. Comunità che aveva ideali di fratellanza internazionale ma logicamente connessi alla lotta nazionale per la salvaguardia della propria dignità. Questi ideali oggi sono soppiantati dal cosmopolitismo di origine borghese che promuove un’esistenza imperniata su valori che dovrebbero valere per tutti gli esseri umani ma che sono slegati dalle condizioni socio-economiche e che lasciano i poveri privi di prospettive politiche, abbandonati al loro destino.

Per questo è facile far passare il convincimento che lo Stato non debba predisporre politiche redistributive, da un lato, o piani economici per il lavoro, dall’altro. Manca ciò che era fondamentale un tempo, la solidarietà di classe per pungolare, in forma dialettica, il capitale. Ciò che non può essere assorbito dalla società si sviluppa con sentimenti non empatici nei confronti di chi è percepito come estraneo. La classe media impoverita non potrà, in questo modo, mai accettare investimenti pubblici che possano diventare anche uno strumento di aiuto per il lavoro, investimenti di cui beneficerebbero anche i gli immigrati.

L’Europa, quella amministrata dai sacerdoti del libero mercato nelle loro asettiche cattedrali di vetro, si trasforma in un lager economico e sociale e si americanizza, così come avrebbero voluto i suoi padri spirituali. Ciò che successe agli Stati Uniti all’inizio del 900 accade oggi in Europa. La prospettiva socialista della buona società, dell’affrancamento della classe, si tramuta in guerra tra poveri, la coscienza di classe è superata dalla coscienza etnica. Ha gioco facile il Potere nel promuovere e far radicare, in questo modo, l’individualismo come unica forma di liberazione del soggetto.

Nel conflitto etnico le città si compongono di ghetti nei quali tutti perdono la propria Storia. I migranti partono come persone e si stanziano come popoli che si rinchiudono, nei luoghi di arrivo, in un tradizionalismo manieristico che è superato dai simboli uniformanti del consumo. La globalizzazione, l’assenza di confini, la Open Society erigono muri invalicabili. I quartieri e le banlieu sono fortini inespugnabili e i ricchi, a loro volta, costruiscono altre mura, quella delle gated communities, i comprensori autosufficienti e impermeabili al mondo circostante. Nei ghetti e nelle cittadelle fortificate della nuova aristocrazia, lo Stato non ha voce in capitolo, il Capitale non ha intermediari.


Ricchi e poveri aspirano alla realizzazione di sé senza alcun legame sociale. Non esistono diritti se non quelli della persona che può e che deve aspirare ad avere tutto. Tutto e subito possibilmente. L‘ideologia manageriale assorbe ogni aspetto dell’esistenza e la fa da padrone anche nei quartieri poveri e negli slums, dove la lotta per la sopravvivenza si colora delle logiche d’impresa e nei quali i boss aspirano alla qualifica di CEO delle loro imprese sommerse.

Nella falsa rappresentazione cosmopolita i segni esteriori la fanno da padrone, si presentano come elementi di civiltà e di apertura mentale. La cucina e la musica rap diventano elementi di omogeneizzazione americanizzata della società composta da individui.

Gli Chef – nuovi affiliati dalla neo-aristocrazia – sono i moderni eroi del consumo senza tradizione, della perdita definitiva dell’identità. Il cibo multietnico si allinea ai ritmi della velocità e della fretta. La cucina globale assimila i tempi del neo-capitalismo, quelli del lavoro 24 ore su 24, quelli dell’istantaneità. Si promuove un ritorno al cibo povero, frugale, ma nel contempo lo si confeziona in pasti veloci o cool: il brunch, l’apericena, il cibo da strada. Il pasto, momento centrale della convivialità familiare, perde la funzione di collante tra esseri umani che, un tempo, fortificava i rapporti. Il cibo tradizionale viene immiserito con porzioni minimali che lo slegano dai vecchi momenti tradizionali, il pranzo e la cena, dove regnava la lentezza dei tempi d’attesa che, a sua volta, era impreziosita dai profumi che irradiavano le case, i palazzi e i quartieri. Il cibo internazionale, invece, viene occidentalizzato, per renderlo digeribile da chiunque, cosicché esso perde anche il valore della conoscenza. Sotto questo aspetto il cibo ha una funzione preminente per far sì che ogni popolo smarrisca, progressivamente, il proprio senso di appartenenza, e perché si uniformi al modello imposto dal pensiero unico.

Nel rap tutte le contraddizioni sono esplicitate. Si esalta la gang, come gruppo chiuso e ipocritamente identitario ma al contempo ogni etnia, attraverso la musica rap, si uniforma a un unico modello, che è profondamente americano, competitivo e consumistico. L’espansione di sé nel rap è tratto costituivo dei testi. L’artista, ancora escluso dal successo, si proietta nel mondo come chi dovrà farcela contro tutti e contro tutto, in uno status di malinconica frustrazione, e, lo stesso, una volta raggiunto il successo, narra di avercela fatta, sempre contro tutti e contro tutto. La gestualità e la lingua perdono il senso storico di appartenenza alla comunità, tutti si muovono, parlano, gesticolano allo stesso modo. Viene soppresso il valore della società. I simboli esibiti dai cantanti rap sono riconducibili alla merce e al possesso della roba, che l’ex frustrato ostenta nella raffigurazione del proprio prestigio. E’ un proliferare di macchine, gioielli, sesso, ville. Il rap esalta la società neo-liberista, la quale promuove la carneficina individualista e soppianta le culture di appartenenza e di classe che ponevano freni, ormai obsoleti, alla mercificazione dell’esistenza.

La medesima frustrazione è visibile nelle rivolte dei ghetti, nelle globali manifestazioni contestative e impolitiche dove l’unico gesto possibile è la distruzione dei simboli del consumo, le merci, alle quali tutti aspirano e che in pochi possono possedere. Fa la comparsa un neo-luddismo demenziale nel quale si distruggono vetrine, si sfasciano macchine, si fanno a pezzi i bancomat. I manifestanti sono irriconoscibili e indistinguibili l’uno dall’altro, dato che assumono le medesime vesti in ogni parte del mondo, e nelle quali la politica è esclusa. E’ l’Internazionale delle race riots. Al singolo individuo è affidata la rottura del patto sociale, proprio come in America, dove, storicamente, si esalta – nella letteratura, nel cinema – la figura del gangster o del criminale che, da solo, e senza alcuna funzione politica, sfida le convenzioni dettate dal sistema.

Le popolazioni vivono un doppio sradicamento, sia quelle che ospitano sia quelle che arrivano, e il vuoto è colmato dall’americanizzazione dei costumi. Per evitare ciò occorrerebbe che le migrazioni possano essere percepite come sopportabili e che i popoli possano ritrovare una loro dimensione storica, artistica e culturale che non coincide con un banale identitarismo. A riprova di ciò è necessario sottolineare come i lavoratori extracomunitari, quelli inseriti nel tessuto economico e sociale del paese ospitante, siano stati sempre in prima linea nella difesa del lavoro e che tra loro e gli autoctoni si siano sviluppati duraturi sentimenti di reciproca solidarietà. Qualora non si lavori per un’ immigrazione sopportabile la nostra società si affiderà, ancora di più, a valori imperniati su un nuovo darwinismo sociale, nichilista e indifferente, nel quale anche gli esclusi competeranno tra di loro in quello che è stato definito il “capitalismo senza denaro”.


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