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sabato 14 dicembre 2019

"SALVARE" ALITALIA? NO RILANCIARE! di Fabio Frati

[ sabato 14 dicembre 2019 ]

L'appassionato e lucido intervento in video di Fabio M Frati, sindacalista Alitalia e membro del Coordinamento nazionale di Liberiamo l'Italia, durante il Consiglio Comunale straordinario della città di Fiumicino, convocato all'interno dell'aeroporto, per discutere della drammatica situazione Alitalia.

lunedì 18 novembre 2019

ALITALIA ALL'ITALIA di Fabio Frati

Fabio Frati
[ martedì 19 novembre 2019 ]

La mannaia delle forzate privatizzazioni e svendita dei settori strategici del nostro Paese, ha colpito da tempo anche l’Alitalia, una volta compagnia di bandiera fiore all’occhiello del Paese.

Il cosiddetto Piano di salvataggio prevede un (ennesimo) ridimensionamento dell’azienda, e migliaia di licenziamenti.

Si è svolto oggi il Consiglio Comunale straordinario della città di Fiumicino, convocato all’interno dell’aeroporto, per discutere della drammatica situazione Alitalia.

Erano presenti il sindaco Montino, deputati, senatori, dirigenti sindacali e lavoratori.

Pubblichiamo l’intervento di Fabio M Frati, sindacalista Alitalia e membro del Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia


giovedì 7 novembre 2019

RIPRENDIAMOCI L'ACCIAIERIA DI TARANTO Liberiamo l'Italia

[ giovedì 7 novembre 2019 ]

«A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». 
Art. 43, Costituzione della Repubblica Italiana



Nazionalizzzazione, bonifica, decarbonizzazione



“Dare in affitto” per poi consegnare la ex-ILVA di Taranto alla multinazionale Arcelor Mittal è stato un gravissimo errore, ultimo atto della svendita sistematica dei beni pubblici operata da governi e politicanti venduti al grande capitalismo, il tutto in ossequio dell’ideologia liberista per cui “pubblico brutto, privato bello”.

Quello dello “scudo penale” si va rivelando solo un pretesto. Nell’incontro col governo, la multinazionale franco-indiana ha svelato le sue vere intenzioni: dimezzare le maestranze per poi smembrare e infine dismettere l’acciaieria.

E’ vero che essa inquina, che è causa di patologie mortali nei quartieri adiacenti di Tamburi, Paolo VI e Borgo. E’ vero che l’impianto va sottoposto a bonifica e ristrutturazione.

E’ Possibile? Si lo è, decarbonizzando gli altoforni e alimentandoli a gas o elettricamente — ciò che del resto accade in molte altre acciaierie — e automatizzando i reparti più obsoleti e pericolosi, salvaguardando dunque la salute degli operai e dei tarantini.

Nessuna multinazionale, nessun privato, dati i costi, lo farà mai, tanto più in tempi in cui c’è sovrapproduzione mondiale di acciaio e di calo dei prezzi.

Si deve tornare al controllo pubblico dell’acciaieria, se necessario nazionalizzandola, affinché lo Stato si faccia carico della bonifica e della decarbonizzazione — e che non accada più che, dopo aver rimesso in sesto gli impianti, essi vengano riconsegnati ai privati in base al criterio liberista “socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili”.

Sbagliata sarebbe invece la cosiddetta “riconversione” che implicherebbe cessare la produzione di acciaio e dismettere la fabbrica.

L’acciaio è infatti indispensabile all’economia italiana tutta, a meno che non si pensi di continuare il processo di de-industrializzazione in atto, o fare dell’Italia una zona di spaccio per multinazionali straniere. La sovranità industriale, assieme a quelle monetaria, alimentare e tecnologica, è indispensabile. Senza di essa il nostro Paese diventerebbe succube delle multinazionali e preda delle loro politiche di rapina.

Mentre denunciamo le destre cosiddette “sovraniste”, che si sono fatte paladine del ricatto e degli interessi della multinazionale, chiediamo al governo non solo di respingere il ricatto della Arcelor Mittal, chiediamo che compia il solo atto sovrano e decente: portare la ex-ILVA sotto controllo pubblico, nazionalizzandola se necessario. E che questo atto assicuri il diritto della maestranze di eleggere propri delegati di fiducia nel consiglio di amministrazione.

Il Comitato Promotore di Liberiamo l’Italia
7 novembre 2019

mercoledì 21 novembre 2018

LA PARTITA STRATEGICA DELLA TIM di Leonardo Mazzei

[ 21 novembre 2018 ]

La possibilità di rinazionalizzare la rete telefonica e l'insopportabile Sabino Cassese


Le privatizzazioni, non solo quelle italiane, sono state un disastro. Idem per le liberalizzazioni, le loro sorelle gemelle che dovevano garantire "il mercato", "le regole", "l'efficienza", "la concorrenza" e financo "i diritti dei consumatori". 
Ci sarebbe da ridere se non fosse che c'è già abbastanza per piangere.

Questo in generale, ma il caso della telefonia non fa eccezione. Era il lontano 1997 (governo Prodi, con l'appoggio esterno del Prc), quando Telecom Italia (dal 2016 Tim) viene privatizzata. Era l'epoca delle grandi svendite di Stato, utili per entrare nell'euro - sai che guadagno! -, per consentire lucrosi affari ai soliti noti, per quello spruzzo di "modernità" che rendeva tanto lieta la "sinistra" di allora.

In vent'anni, buona parte del capitalismo italiano è transitata nelle stanze del potere di Telecom. Tra questi Colaninno, Gnutti, i Benetton, Pirelli, Banca Intesa, solo per dare un'idea. Ma gli italiani non bastavano. Dopo la spagnola Telefonica, arriverà nel 2014 la francese Vivendi del finanziere Vincent Bolloré. Solo allora ci si accorgerà di dove hanno portato la privatizzazione e la liberalizzazione della telefonia. Prima si "scoprirà" che Telecom Italia era diventata francese, poi si prenderà atto degli evidenti problemi per la stessa sicurezza nazionale. Difatti, essendo rimasta proprietaria della rete, la privatizzazione di Telecom mise in mani private l'intera trasmissione dati nazionale. Ma solo quando queste mani diventarono quelle francesi di Vivendi il problema venne a galla nella sua gravità.

Adesso il governo gialloverde si pone finalmente l'obiettivo di rinazionalizzare, in qualche forma, la rete di telefonia fissa, internet e trasmissione dati. Per farlo non può che scorporare la rete da Tim, trasferendola ad una società in cui far confluire Open Fiber, la nuova società controllata dallo Stato (50% Enel e 50% Cassa Depositi e Prestiti) che sta posando la fibra ottica in molte zone del Paese. In questo modo lo Stato riassumerebbe il controllo della rete, garantendo inoltre Internet veloce anche nelle aree svantaggiate, quelle cosiddette "a fallimento di mercato", dove ai privati mai converrebbe investire.

Andrà il governo Conte fino in fondo? Le ambiguità come al solito non mancano, e la parola "nazionalizzazione" resta un tabù sia per Salvini che per Di Maio. Sta di fatto che non avrebbe alcun senso creare una nuova società dedicata alla rete per lasciarla poi ai privati. Le dichiarazioni dei due vicepremier non sciolgono però tutti i nodi.
«La nostra ambizione è creare un player unico che consenta di fare arrivare la connessione a tutti gli italiani», ma se a maggioranza pubblica o privata «lo vedremo nei prossimi giorni», ha detto Di Maio riportato dall'Ansa. Più esplicito Salvini che ha indicato l'obiettivo di «non cedere più infrastrutture strategiche per l'Italia a potenze o compratori stranieri», aggiungendo di «preferire che ci sia controllo pubblico dove passano dati sensibili degli italiani».
Come si vede il quadro non è ancora chiaro. Tuttavia, queste semplici intenzioni di buon senso sono bastate a mandare in bestia i guardiani dell'ideologia liberista. Costoro sentono che il vento è ormai cambiato. L'attuale governo non è certo di ispirazione socialista, ma non può fare a meno di fare i conti con la realtà. Quella stessa realtà che gli ha portato consensi, ma che potrebbe pure toglierglieli qualora si rivelasse assai simile ai suoi predecessori. Ecco allora il dossier Autostrade, per ora congelato dai pruriti liberisti della Lega, ma tutt'altro che chiuso. Ecco la vicenda Alitalia, anch'essa oscura nei suoi esiti finali, comunque prevedibilmente assai diversi da quelli prefigurati dalla linea Calenda. Ed ecco, infine, la partita di Tim, che rimette parzialmente in discussione le conseguenze di una delle più grandi privatizzazioni italiane.

Certo, da un governo che mentre deve far fronte al decisivo scontro con l'UE, va a incarognirsi sulla linea sicuritaria del "Decreto sicurezza", ad impelagarsi sull'assurdità del congelamento della prescrizione, a dividersi sugli inceneritori come sui preservativi, non bisogna pretendere troppo. Di sicuro non possiamo aspettarci una vera uscita dai dogmi del neoliberismo. Nondimeno qualcosa sta accadendo, qualcosa che apre comunque a nuove prospettive, nuovi varchi nei quali una forza socialista potrà forse in futuro inserirsi.

Torniamo allora ai già ricordati guardiani dell'ideologia liberista. Che su Tim essi siano in forte agitazione ce lo dimostra il Corriere della sera del 19 novembre. Alle due paginate che il giornale dedica alla vicenda, si aggiungono le prime tre dell'inserto economico del lunedì [del 19 novembre , Ndr]. Due delle quali affidate alla penna del solito Ferruccio De Bortoli, tutto teso a dimostrare che nulla si può fare, che i tempi sarebbero comunque troppo lunghi, che alla fine pagherà l'utenza, eccetera, eccetera. La terza compilata invece da quella specie di "Cottarelli del diritto" che corrisponde al nome di Sabino Cassese.

Costui, che pure è stato membro della Corte Costituzionale, ci dice in sostanza che applicare l'art. 43 della Costituzione è semplicemente impossibile. E questo perché? Semplice, perché «per Tim il disegno del governo è un esproprio o un regalo». Sprezzante del senso del ridicolo egli ci dice che il governo violerà in ogni caso la Carta del '48, o espropriando senza indennizzo, o — all'opposto — sopravvalutando quest'ultimo per fare un regalo agli azionisti di Tim. 

Ma che logica stringente! Se il Cassese ritiene di sapere quale sia la malefica intenzione del governo, ci dica almeno quale delle due dobbiamo temere. Ma il professore non s'abbassa a tali rivelazioni, s'abbassa invece al metodo dell'insinuazione. E siccome, egli rileva, Giorgetti ha dichiarato che il governo non intende fare espropri, ecco che si tratterà sicuramente di un regalo.

Facile sparare bischerate quando si dispone di tanti metri quadri al dì sulla stampa di lorsignori! Ora, noi non giuriamo affatto sulla bontà delle intenzioni governative, tantomeno su quelle del Giorgetti, che pure al Cassese piacerà certo assai più del "duo barbarico" Di Maio-Salvini. Ma qui la disonestà intellettuale è davvero debordante. 

Cassese ha l'età giusta per ricordarsi le vergognose regalie del primo centrosinistra ai signori dell'energia elettrica ai tempi della nazionalizzazione del 1962, eppure in pochi oggi metterebbero in discussione la bontà di quella nazionalizzazione ai fini dello sviluppo del Paese. Ma Cassese, che è stato ministro negli anni in cui si impostavano le massicce privatizzazioni degli anni '90, dovrebbe ricordarsi anche che regalie ben più corpose avvennero proprio con quel processo di svendita del patrimonio pubblico che tanto piacque ai liberisti di ieri come a quelli di adesso.

Ma la malafede del Cassese è ben testimoniata da questa affermazione: 
«Il governo, infine, dall'operazione (sulla rete telefonica, Nda) avrebbe il consueto vantaggio. Avendo le mani in pasta, avrà la possibilità di nominare amministratori e di godere di posti di sottogoverno per propri clienti». 
Certo che ce l'avrà, questa possibilità. Ma, a parte l'inaccettabilità di un processo alle intenzioni dal pulpito non proprio illibato delle pagine del Corsera, che forse sarebbe meglio avere amministratori nominati da privati unicamente interessati ai loro profitti?

Per Cassese è evidentemente così. Questa la sua illuminante conclusione:
«Il governo, invece di cercare di combinare matrimoni, con il pericolo di rimanere invischiato nelle lotte di mercato, per il controllo di Tim, farebbe bene a dettare poche regole e ad astenersi dall'intervenire, facendo rispettare i tempi di costruzione della rete agli affidatari, che hanno ottenuto i finanziamenti pubblici, secondo le direttive dell'Unione europea». 
Amen!

Lasciar fare al mercato, astenersi dall'intervenire, limitarsi alle regole, affidarsi alle direttive di Bruxelles: altro non si può fare, ci mancherebbe! E ci mancherebbe che qualcuno avesse a ricordarsi del già citato art. 43! Che proprio per questo vogliamo rammentare al costituzionalista Cassese:
«Art. 43. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale».
Nazionalizzare si può, dice la Costituzione repubblicana. Nazionalizzare si deve, aggiungiamo noi nel nostro piccolo. E nel caso della rete telefonica, Cassese o non Cassese, proprio non dovrebbe esserci dubbio alcuno.

lunedì 27 agosto 2018

IMMIGRAZIONI E NAZIONALIZZAZIONI di Alessandro Di Battista

[ 27 agosto 2018 ]

Ci segnalano, dalla pagina Facebook di Di Battista, e volentieri pubblichiamo, due suoi messaggi.
Il primo del 21 agosto sulla vicenda di Autostrade, il secondo, di ieri, sulla psico-commedia della nave Diciotti.

«Non ti piace il 5 stelle? Legittimo, ma esattamente cosa non ti piace dell’idea di tornare ad essere proprietari delle nostre autostrade? Cosa c’è di sbagliato nel togliere le concessioni a chi si è arricchito in modo vergognoso a discapito delle tasche e spesso anche della vita di quei cittadini che con le loro tasse hanno permesso la costruzione della rete stradale?

Ci ho pensato molto e ho capito che quel che non ti piace è che a proporre la nazionalizzazione delle autostrade sia stato proprio il MoVimento 5 stelle. Questa è la ragione della tua avvelenata frustrazione. Avresti voluto che questa posizione l’avesse assunta il partito erede di Berlinguer, ma quel partito non esiste più e Berlinguer si sta rivoltando nella tomba. E allora tu che fai? Al posto di prenderne atto e di sostenere quello che in cuor tuo hai sempre sostenuto, diventi esperto di titoli azionari, di perdita in borsa per Atlantia, quando la sola cosa che dovrebbe allarmarti è la perdita della tua onestà intellettuale. Sei diventato come un Brunetta qualsiasi anche se citi Gramsci.


Dove ti porta tutto questo? A restare suddito. Non di un partito o dei Benetton, ma della tua stessa chiusura mentale. Se ciò nuocesse soltanto a te me ne starei zitto, ma tale atteggiamento non nuoce soltanto a te: nuoce al Paese intero. Un Paese che ha urgente bisogno di riprendersi fette di sovranità, ma a te questa parola non piace più. “Sovranità” è una parola presente nella Costituzione, ma tu ormai la rigetti. Perché a rispolverarla è stato il 5 stelle.

Vuoi odiarci? Fai pure. Contrasta il 5 stelle, critica, attacca, indignati per un verbo sbagliato da Di Maio, continua a scrivere che mi sto pagando la vacanza con l’assegno di fine mandato - anche se sai che non è vero. Ma quando il 5 stelle lotta per qualcosa che conviene anche a te, sostienilo. Ne hai il dovere. Se non per te per chi verrà dopo di te, perché è diritto del Popolo vivere in un Paese dove non sia tutto privatizzato.

Si deve andare diritti con la revoca delle concessioni autostradali. Punto. Anche se fai finta di non essere d’accordo, anche se pare che per te il mercato conti più degli esseri umani, la finanza più della Politica, il prezzo dell’oro più del sudore degli uomini. Si deve andare diritti con la revoca delle concessioni autostradali. Punto. Anche se tale intransigenza ormai ti fa paura perché non sei più abituato. Fortunatamente per milioni di italiani l’intransigenza è tornato ad essere un valore. Oggi più che mai».


*  *  *

«Esiste un’Africa che soffre ed è purtroppo infinitamente più grande della Diciotti. Quest’Africa dovrebbe essere innanzitutto raccontata tuttavia viene sistematicamente ignorata.

È ignorata dalla stragrande maggioranza dei mezzi di informazione i quali se ne ricordano una volta all’anno, magari in occasione della giornata contro la fame nel mondo. Per lavarsi la coscienza fanno sempre il solito macabro giochino: ci ricordano quanti bambini muoiono di fame o di diarrea ogni 10 minuti. Ma non si degnano quasi mai di raccontare cosa e chi sia causa di tale povertà. Andrebbe contro gli interessi di molti editori, campioni di globalismo e di capitalismo finanziario.


Quest’Africa “Vera” viene ignorata dall’Unione Europea, un’associazione di burocrati senza nome e senza volto corresponsabili della povertà africana per via di scelte prese da quegli uffici dei grattacieli di Bruxelles dove i condizionatori raffreddano ogni cosa, cuori compresi.

Quest’Africa viene ormai da anni sostanzialmente ignorata dalla sinistra italiana, le cui frattaglie preferiscono ipocrite passerelle sui ponti delle navi piuttosto che prendere posizioni coraggiose sui ponti crollati. Costoro sono i peggiori nemici dell’Africa perché si fingono amici ma hanno avallato scelte da carnefici, guerre di invasione mascherate da missioni di pace, reati di corruzione internazionale e questa stramaledettissima globalizzazione che nelle zone più povere del pianeta ha trasformato la povertà in miseria.

Quest’Africa ha 1000 diritti disattesi ma il primo è quello a restare! Il diritto a restare nella comunità in cui si è nati ed avere la possibilità di farla prosperare con il proprio lavoro è il diritto più negato nell’epoca moderna. Viene negato in Africa ma anche in Centro America. Viene negato in Europa e soprattutto nel sud Italia. Un governo di cambiamento ha il dovere di occuparsi di tale diritto. Tutto il resto è distrazione di massa».

mercoledì 22 agosto 2018

IL RITORNO DELLO STATO di Francesco Valerio Della Croce*

[ 22 agosto 2018 ]

Volentieri pubblichiamo questo intervento di Della Croce, membro della Segreteria nazionale del Partito Comunista Italiano, una delle poche soggettività della sinistra che non hanno portato il cervello all'ammasso.



La tragedia di Genova ha imposto al dibattito pubblico un tema che sembrava sepolto definitivamente nel 1989, sotto le pietre del Muro di Berlino. In questi giorni, il dibattito politico si incentra sull'inscindibile legame tra proprietà e gestione pubblica, chiavi fondamentali dell'economia del Paese e tutele dai diritti collettivi.

L'immagine mostruosa di un ponte monco verso il vuoto è la metafora del prodotto di oltre vent'anni di liberismo sfrenato, di un processo di privatizzazione che ha reso alla collettività molto meno di quello che ha dato ai singoli privati.

La parvenza di un governo "punitore" nei confronti del privato inadempiente è, forse, resa possibile più dalla verginità politica di una compagine da poco insediata e più facilmente titolata a fare la voce grossa, che da una critica politica radicale al processo politico-economico che ha venduto pezzi di Paese a saldo negli anni passati. In una certa misura, i toni e le note differenti che i due veri Presidenti del Consiglio (Di Maio e Salvini) stanno usando sul "che fare"davanti all'orrore di Genova lo dimostrano.

Su una cosa, però, non c'è dubbio: la scossa politica del 4 marzo scorso ha imposto anche alle due forze vincitrici la necessità di fare i conti con la rottura, con un passato di politiche economiche che è coinciso con un intero ciclo. Le ipotesi di nazionalizzazione di Alitalia, la vicenda Ilva e, in ultimo, il ritorno alla gestione pubblica della rete autostradale, oggi nelle mani di Autostrade per l'Italia, sono la riprova che questa rottura si è pesantemente imposta nell'agenda di governo.

Che i partiti della maggioranza siano pronti e convinti di praticare questa rottura è questione tutt'altro che assodata: tralasciando le ambiguità e le contraddizioni relative alla reale volontà di recedere dalla concessione della gestione della rete autostradale, anche sugli altri dossier sopra citati, alle parole, alla possibilità di nazionalizzare pezzi di economia nazionali strategici per lo sviluppo del Paese, non sono - finora - seguiti fatti o atti coerenti.

Il dato politico sicuramente più rilevante è che, probabilmente, mai prima d'ora tutta una retorica anti-Stato e apologetica verso le magnifiche sorti e progressive del mercato e dell'iniziativa privata si ritrova esaurita e sbugiardata davanti alle macerie di ciò che resta del Ponte Morandi, delle case distrutte, delle vite spezzate e piegate.

Oggi, affermare e sostenere la necessità di più Stato e meno mercato non è più una bestemmia, ma la soluzione concreta al disastro di una narrazione ideologica che ha lasciato solo rovine.

* Fonte: Huffington Post

martedì 21 agosto 2018

LA LEGA SI SLEGA

[ 21 agosto 2018 ]

Quanto è solida e irreversibile l'impresa di Matteo Salvini di avere trasformato la Lega Nord in un partito, non solo nazionale ma a vocazione sovranista e anti-euro? Davvero la Lega è saldamente nelle sue mani? Si può escludere una fratturazione tra l'ala populista salviniana e quella nordista degli Zaia e dei Maroni organica alla grande borghesia lombardo-veneta? 

Queste domande sorgono osservando quella che appare la prima frattura ai vertici della Lega dopo la nascita del governo Conte.
« Benetton e nazionalizzazione. Il tema autostrada agita la politica, divide governo e Carroccio e anima lo scontro tra Lega e opposizione. Prima l’accusa del Pd sul voto sul cosiddetto “Salva Benetton” e poi l'ipotesi di nazionalizzare Autostrade: Salvini da una parte e Giorgetti dall’altra. (...) Ma il tema che divide è quello delle nazionalizzazioni. Da un lato c'è il vicepremier Salvini che ai microfoni di Agorà dice: «Studiando i bilanci di Autostrade, sì. Io sono a favore di una sana compresenza tra pubblico e privato». Dall'altro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, che precisa:«Vanno rivisti i margini di redditività delle concessioni». Giorgetti, rispondendo alle domande dei giornalisti, a margine del suo intervento al Meeting di Rimini, dichiara: «Non sono molto persuaso che la gestione dello Stato garantisca maggiore efficienza». La proposta era stata rilanciata qualche giorno fa dal ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. «Nazionalizzare la società sarebbe conveniente — aveva spiegato in un'intervista al Corriere— perché ricavi e margini tornerebbero in capo dallo Stato attraverso i pedaggi, da utilizzare non per elargire dividendi agli azionisti, ma per rafforzare qualità dei servizi e sicurezza delle nostre strade». [CORRIERE DELLA SERA, 21 agosto]
Non è un caso che questa fratturazione avvenga, dopo la tragedia di Genova, sul caso Autostrade-Benetton. In un certo senso esso è paradigmatico. Abbandonare o difendere uno dei dogmi neoliberisti, quello delle privatizzazione e del "più mercato meno Stato"?

Sovranismo qua sovranismo la... Non può esserci autentica sovranità popolare, nazionale e democratica se si resta nel quadro neoliberista. Non può esserci ove sia lo Stato sia subordinato al mercato. Se il governo, dopo la tragedia enorme di Genova, cede alle pressioni dei poteri forti e non farà seguire i fatti alla parole, se non nazionalizzerà Autostrade, come può pensare di chiudere con le politiche austeritarie e tenere testa ai sicuri diktat eurocratici? 

Si pensava che il lato debole del governo Conte fosse quello giallo. Forse, invece, è proprio quello verde. 

Salvini riuscirà a tenere testa alla fronda interna di coloro che sono potenzialmente pronti ad azzoppare il governo facendosi garanti dei desiderata della grande borghesia euro-globalista?


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Il geniale spot di GRILLETTO FACILE...

giovedì 16 agosto 2018

Nazionalizzare le autostrade! di Leonardo Mazzei

[ 17 agosto 2018 ]
Le penali sono una tigre di carta: le convenzioni dei "Signori del casello" una vergogna targata Prodi, ma si possono cancellare nazionalizzando la gestione della rete autostradale
L'aria finalmente è cambiata. Di fronte alla tragedia di Genova, il governo ha annunciato la revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. Questa decisione, non solo va incontro ad un sano desiderio di giustizia, ma pone all'ordine del giorno la questione dello stop alle privatizzazioni ed alle liberalizzazioni dell'ultimo quarto di secolo.

Di questo hanno parlato diversi esponenti del governo, a partire dal vice-premier Di Maio. Bene, anzi benissimo. Se son rose fioriranno, ma intanto prendiamo atto di un tempismo e di una rapidità di decisione senza precedenti.

E' ora di iniziare ad invertire il disastroso percorso che ha portato a privatizzare i settori strategici dell'economia: dall'energia alle telecomunicazioni, dalle banche ai trasporti. Ed è proprio da quest'ultimo comparto che si può partire, cominciando con Alitalia e con la rete autostradale.

Limitiamoci qui a quest'ultima questione di estrema attualità.
Chiunque abbia utilizzato con una certa continuità, negli ultimi anni, le autostrade italiane sa perfettamente due cose: che il livello delle manutenzioni è costantemente peggiorato, che i pedaggi sono cresciuti da un anno all'altro ben al di là del tasso d'inflazione.

Insomma, i "Signori del casello" - con i Benetton in prima fila - han trovato la gallina dalle uova d'oro. Tanti profitti e nessun rischio, il tutto garantito da convenzioni scandalose, frutto del Decreto Legge 3 ottobre 2006 n° 262, primo ministro Romano Prodi, ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa (viva l'Europa!), ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi (indipendente in quota Pdci!). Come dire, il centrosinistra al gran completo! E Rifondazione Comunista che oggi chiede di "fare un bilancio delle privatizzazioni", forse farebbe bene a fare anche un bilancio della propria storia politica.

Del resto la vecchia Società Autostrade (gruppo IRI) fu privatizzata nel 1999 dal governo D'Alema, mentre la stessa convenzione con Autostrade per l'Italia dei Benetton è del 2007, cioè avvenne sempre ad opera del governo Prodi II.

Sui frutti avvelenati di queste scelte consigliamo la lettura di quanto pubblicato dall'insospettabile Business Insider il 7 febbraio scorso, cioè 6 mesi prima del dramma genovese. Questo l'incipit di un articolo ben documentato e ricco di dati:

«Una concessione autostradale è per sempre e l’aumento dei pedaggi arriva puntuale il 1° gennaio di ogni anno. Sono le due regole ferree che governano il cosmo delle autostrade. Un universo popolato da pochissimi eletti – la “Compagnia del Casello”, 25 società dove la parte del leone la fanno Benetton, Gavio e alcuni enti locali – che fanno affari d’oro a fronte di rischi d’impresa praticamente nulli.
Una rendita di posizione assicurata da intese segretate, da gare quasi mai fatte; da investimenti promessi e realizzati solo in parte; da rivalutazioni finanziarie che assicurano rendimenti oltre l’8% annuo; da lavori decisi per “migliorare il servizio”, dove i maggiori introiti vanno ai concessionari, mentre le spese ricadono sugli utenti.
Insomma, se non sapete cosa fare nella vita, accettate un consiglio: accaparratevi una concessione autostradale, vi renderà ricchi
».

Ma pure il Corriere della Sera online è adesso costretto a fare alcune ammissioni. Nel 2017 Autostrade per l'Italia (controllata al 100% da Atlantia), che gestisce 2964 km sui 6668 dell'intera rete autostradale, ha avuto ricavi per 3,9 miliardi di euro, con un margine operativo di 2,4 miliardi ed un utile di ben 968 milioni di euro. Da notare che il costo della concessione, che la società versa allo Stato, è pari ad un modestissimo 2,4% dei ricavi al netto dell'Iva, cioè alla miseria di 73 milioni annui!

In compenso, mentre gli utili arricchiscono Atlantia, controllata dai Benetton attraverso un sistema di scatole cinesi che conduce alla finanziaria lussemburghese Sintonia (sempre pronti a pagare le tasse nel loro Paese, i capitalisti!), posseduta al 100% dalla holding di famiglia Edizione Srl (che detiene anche il 50,1% di Autogrill), gli investimenti operativi sulle infrastrutture in concessione sono ridicoli: 197 milioni nel primo semestre 2018, peraltro in calo rispetto ai 232 dello stesso periodo del 2017.

Se in generale è giusto non arrivare a conclusioni definitive partendo da un singolo episodio, è altrettanto vero che queste cifre gridano vendetta, mentre quello di Genova non è un "episodio" bensì una strage. Una strage annunciata, in questo caso possiamo proprio dirlo, perché le problematiche del "Ponte Morandi" erano note da tempo. E se i controlli sono stati fatti, ci sono solo due possibilità: o sono stati fatti male, o non si è tenuto volutamente conto del loro esito. In un caso come nell'altro la responsabilità di Autostrade per l'Italia è fuori discussione.

Adesso, dopo l'annuncio del governo di voler togliere la concessione ai Benetton, la stampa mainstream insorge. «Processo sommario», protesta l'ineffabile Huffington Post: e che si condanna così una povera famiglia di capitalisti? Neanche fossero dei ladri di polli!

Ma siccome il richiamo allo Stato di diritto è in questo caso davvero stonato, ed il 90% degli italiani è di sicuro d'accordo con Conte quando dice che «non si possono aspettare i tempi della giustizia», ecco allora l'altro argomento: quello delle penali miliardarie da pagare.

E' sempre la stessa storia. Secondo la narrazione di lorsignori nulla si può fare, tutto deve restare com'è. Volete la Brexit? Pagherete caro, pagherete tutto. Volete farla finita con l'assurda telenovela del Tav? Scordatevelo, che vi attendono penali miliardarie. Volete togliere la concessione ai Benetton? Non si può, ci sono 20 miliardi da pagare! E' questo ora il grande argomento della stampa di regime.

Da dove venga fuori la cifra di 20 miliardi è presto detto. Siccome l'art. 9 della concessione ad Autostrade per l'Italia prevede, i
n caso di decadenza della stessa, un pagamento dello Stato (tramite l'Anas) al concessionario decaduto «corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione... sino alla scadenza della concessione», e considerato che l'utile dell'ultimo anno è stato di poco inferiore al miliardo, ecco che - calcolato il periodo residuo di 24 anni fino al 2042 - si arriva ad una cifra attorno ai 20 miliardi.

Venti miliardi, ma siamo impazziti? Venti miliardi di premio per aver fatto una strage, ma davvero i grandi commentatori nulla hanno da dire su questo? Non solo ha ragione Di Maio ad affermare che «Con 40 morti non ci saranno penali da pagare», ma qui bisogna mettere sotto processo chi quelle convenzioni ha firmato e coperto politicamente, perché le garanzie ottenute allora da questi furbetti del casello sono una vergogna. Una vergogna. Una vergogna.
Una vergogna targata Prodi e centrosinistra.

Vedremo se la solerte magistratura italiana vorrà aprire un fascicolo su questo sconcio. Di certo i Benetton non hanno il minimo senso del pudore. Stamattina, mentre ancora si scava tra le macerie, hanno subito chiesto, in caso di revoca «il riconoscimento del valore residuo della concessione». Insomma, vogliono 20 miliardi, questi benefattori con sede in Lussemburgo.

Non ho la minima competenza per entrare nel guazzabuglio delle interpretazioni giuridiche. La convenzione ha molti allegati e parti ancora secretate - ecco un'altra vergogna che abbiamo scoperto in queste ore! -, né ho troppa fiducia nella giustizia e nei suoi tempi.

Vedremo cosa diranno in proposito gli esperti del governo. C'è però un modo semplice e rapido per venirne fuori: nazionalizzare Autostrade per l'Italia, meglio ancora nazionalizzarla insieme a tutte le altre società che gestiscono l'intera rete autostradale. In questo modo la diatriba giuridica si chiuderebbe subito; le convenzioni potrebbero anche restare, dato che a quel punto entrambi i contraenti sarebbero pubblici. Con tanti saluti agli inqualificabili Benetton ed alla "penale" che senza ritegno reclamano.

Si creerebbero così le premesse per un grande piano di interventi di manutenzione straordinaria sulle infrastrutture del Paese, dando finalmente quella sicurezza che di certo i privati (siano essi Benetton od altri) mai metteranno al primo posto.

lunedì 9 aprile 2018

ALITALIA: ECCO L'ESPLOSIVA VERITÀ di Ugo Arrigo

[ 9 aprile 2018]

Come abbiamo annunciato ieri domani si svolgerà a Roma un grande convegno non solo per impedire l'ennesimo squartamento di Alitalia, ma per rilanciarla e nazionalizzarla e farne una grande compagnia di bandiera.

Il convegno, promosso dalla C.U.B.-Trasporti, vedrà la partecipazione di numerosi esponenti politici, di analisti e di giornalisti. Lo scopo non è solo quello di smentire il racconto neliberista e anti-nazionale del governo Gentiloni-Calenda e dei Commissari — lo avevamo fatto con questa indagine e quest'altra che spiegava come la distruzione di Alitalia fosse un disegno dell'Unione europea complici i governi italiani — ma di dimostrare, dati, fatti ed evidenze alla mano, che Alitalia può e deve essere rilanciata, e non a spese delle sue maestranze.

Ne abbiamo scritto molto su questo blog, e la stessa C.U.B. ha pubblicato in importante dossier dal titolo LA NAZIONALIZZAZIONE UNICA SOLUZIONE.

Abbiamo appena ricevuto il contributo che Ugo Arrigo, noto esperto di trasporto aereo, svolgerà domani. 

Un documento di straordinaria importanza perché ripercorrendo la storia di Alitalia, e analizzando la vicenda del trasporto aereo, indica la via del rilancio della nostra compagnia di bandiera. 

Leggi l'esplosiva relazione che domani svolgerà Ugo Arrigo: ALITALIA: IL MISTERO DELLA COMPAGNIA CHE VOLLE FARSI PICCOLAche così inizia:
«La crisi ormai ventennale di Alitalia rappresenta un fatto misterioso e unico nella storia dell’aviazione mondiale. Chi avrebbe il compito di spiegarlo tace, chi dovrebbe porvi rimedio non si muove.Proverò a dare un contributo interpretativo, ma prima fatemi prendere a prestito una frase da un personaggio famoso...»
Chi non possa partecipare al Convegno di domani potrà seguirlo dalle ore 14:00 sulla pagina facebook della CUB Trasporti Fco.




domenica 8 aprile 2018

NAZIONALIZZARE ALITALIA: GRANDE CONVEGNO A ROMA

[ 8 aprile 2018 ]

Il governo Gentiloni-Calenda aveva rimandato lo spacchettamento e la vendita di Alitalia a dopo le elezioni. Troppo rischioso, data la macelleria che implicava, farlo a ridosso delle urne. A poco è servito. Il Pd ha preso la meritata e auspicata (anche dalla gran parte dei lavoratori Alitalia) batosta.

Ed ecco che la partita si riapre, e si riapre con una iniziativa della Confederazione Unitaria di base (CUB) che ebbe un ruolo decisivo nella schiacciante vittoria del NO al referendum dell'aprile 2017.

Si tratta degli stessi sindacalisti con alla testa Fabio Frati e Antonio Amoroso che tengono duro su un punto essenziale: Alitalia va nazionalizzata.

L'iniziativa in questione è il convegno che si svolgerà martedì prossimo, 10 aprile, dalle ore 14, a Roma (Casa delle Città di Roma Capitale - Via della Moletta 85A - Zona Piramide/Ostiense)

L'elenco dei partecipanti da la misura della straordinaria importanza del CONVEGNO. 
Interverranno tra gli altri:


- Sen. Alberto Bagnai (Lega)

- On. Claudio Borghi Aquilini (Lega)

- On. Stefano Fassina (Liberi e Uguali)

- Sen. Giulia Lupo (Movimento 5 Stelle)

- On. Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia)

- On. Gianfranco Rotondi (Forza Italia)

- On. Agnese Catini (Consigliera comunale di Roma, M5S, in rappresentanza della Sindaca Virginia Raggi)

- On. Roberta Lombardi (Consigliera Regionale Lazio – M5S)

- On. Esterino Montino (Sindaco di Fiumicino)

- Prof. Ugo Arrigo (Docente di Finanza Pubblica e Teoria delle Scelte Collettive Università Milano Bicocca)

- Luciano Barra Caracciolo (Presidente di Sezione del Consiglio di Stato)

- Prof. Gaetano Intrieri (Docente di Controllo di Gestione Università Tor Vergata Roma)

- Prof. Cesare Pozzi (Docente di Economia Università Luiss “Guido Carli”Roma)

- Natale Brunetto ( Giornalista “AvioNews”)

- Fiorina Capozzi (Giornalista del “Fatto Quotidiano”)

- Gianni Dragoni (Giornalista-caporedattore-inviato de “Il Sole24Ore”)

- Daniele Martini (Giornalista del “Fatto Quotidiano”)

- Egidio Pedrini (Autore di pubblicazioni nel settore trasporto aereo)

- Massimiliano Mattiuzzo (Comitato FuoriPista)

martedì 20 febbraio 2018

EMBRACO: NON C'È PIÙ RELIGIONE ...

[ 20 febbraio 2018 ]

Quindi la multinazionale a stelle e strisce WHIRPOOL ha sbattuto la porta in faccia, non solo alle maestranze ma pure al governo. Chiusura dello stabilimento piemontese confermata,  497 licenziamenti in tronco, a causa della delocalizzazione in Slovacchia. 
Vicenda istruttiva assai, e sotto diversi profili.

E' anzitutto un classico esempio che più chiaro non si può di come funziona una grande azienda mulitinazionale: profitto prima di tutto, disprezzo per i lavoratori, totale indifferenza degli interessi nazionali, del bene comune, delle leggi del Paese. Per quanto riguarda l'Italia  è d'obbligo ricordare quanto recita la sua legge suprema. Recita l'Art.41 della Costituzione:
«L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». 
Cosa accade, per meglio dire, cosa dovrebbe accadere, a chi viola le leggi di uno Stato? Che lo Stato lo sanziona. Multinazionali comprese, anzi, esse anzitutto.
E invece che abbiamo? Che lo Stato, essendo nella disponibilità, non del popolo lavoratore, ma di una casta di politici ruffiani e servi del grande capitalismo globalizzato, non alza un dito. Peggio asseconda le multinazionali. 

Guardate questa faccia di bronzo del ministro Calenda. E' indignato perché gli americani l'han preso a pesci in faccia. E che ti fa? Ti dice che egli non contesta minimamente il diritto della multinazionale a spostare in Slovacchia lo stabilimento e la produzione e poi corre, pensate un po', dai suoi padroni di Bruxelles a chiedere il permesso per metterci una pezza, garantendo che non si tratterebbe di "aiuti di stato".

Tutto come nel copione. 

Ma gli operai che ti fanno? Sperano in Calenda, fanno affidamento su una casta di servi politici che in nome del libero mercato e della globalizzazione ha consentito il più grande saccheggio privatistico del Paese. Chiedono l'elemosina andando ancora dietro a sindacati che a loro volta, nei decenni e non da ora, hanno avallato ogni sorta di rapina ai danni della classe operaia e della nazione. 

Non vi viene in mente, cari operai, di prendere in mano la fabbrica? Non vi passa per la testa di occuparla, ma non in segno protesta, no, bensì per autogestirla e farla funzionare assieme a tecnici, manager e impiegati che o verranno lasciati a spasso o dovranno emigrare... in Slovacchia, sguatteri anch'essi della multinazionale? Dovrebbero quindi, le maestranze, esigere la nazionalizzazione (si proprio l'esproprio) della fabbrica di Riva di Chieri, assicurandosi che lo Stato aiuti l'azienda autogestita e nazionalizzata in quanto a sbocchi di mercato e  sinergie con altri settori industriali.

Autogestione + nazionalizzazione, questa è l'unica soluzione, non solo per difendere il diritto al lavoro, ma perché quel che essa produce serve alla collettività, è quindi fabbrica di interesse nazionale, e ciò che è di interesse nazionale lo Stato ha l'obbligo di tutelare.

Siccome non c'è più una coscienza di classe tra i lavoratori, meno che meno c'è contezza dell'interesse generale e amor patrio in seno alla classe dominante ed ai suoi fantocci politici, il Paese va in malora, procede verso il baratro.

Cosa mai dovrà accadere per invertire questa rotta?


venerdì 28 luglio 2017

NAZIONALIZZARE SI PUÒ, MACRON LO DIMOSTRA di Leonardo Mazzei

Macron tra i lavoratori dei cantieri STX di S. Nazaire
[ 28 luglio 2017 ]

Non bisogna prendersela con Macron, lui fa gli interessi del suo Paese. Bisogna incazzarsi con gli ascari che governano da decenni l'Italia, che hanno privatizzato tutto e svenduto aziende e settori strategici a multinazionali straniere.


Sprezzanti del senso del ridicolo l'hanno chiamata «nazionalizzazione temporanea». In questo il governo francese non è stato il primo, visto che la stessa formula l'aveva adoperata otto mesi fa Palazzo Chigi per Mps. Quel che è interessante, però, è che nel caso dei cantieri Stx, Parigi ha apertamente rivendicato l'interesse strategico nazionale.

E qui i giornaloni nostrani cadono dal pero. Ma come, ma Macron non era un'europeista a tutto tondo? Il fatto è che il piccolo napoleone (con la enne rigorosamente minuscola, s'intende) non è solo neanche su questo. In quanto a protezionismo anche Berlino infatti non scherza, e la scorsa settimana la Germania ha adottato una normativa che consente al governo di bloccare acquisizioni di società tedesche oltre il 25%, in settori giudicati strategici. La differenza è che la normativa tedesca si riferisce ad acquirenti extra-UE, mentre la decisione francese su Stx colpisce un'azienda di un altro paese dell'Unione come Fincantieri.

I più comici nel rispondere allo schiaffo francese sono stati i ministri Padoan e Calenda, che hanno parlato di "decisione incomprensibile". Incomprensibile? Forse per loro,
CGT dei cantieri di Sainte-Nazaire
imbevuti come sono dell'ideologia neoliberista, non certo per i comuni cittadini che hanno ben compreso almeno due cose. La prima, che nella mitica Europa ci sono sempre più palesemente due pesi e due misure; più precisamente ci sono i paesi che comandano e quelli che eseguono. La seconda, che le nazionalizzazioni si possono fare eccome.

A mostrare lo squilibrio tra Italia e Francia bastano alcuni dati. Se la Francia ha da ridire sull'acquisto del 66,7% della piccola Stx, che in termini monetari vale la miseria di 80 milioni di euro, a quanto ammontano le acquisizioni francesi nel nostro Paese? E' presto detto. Negli ultimi vent'anni, da quando cioè oltre che "europei" siamo anche diventati eurizzati, lo shopping francese in Italia è stato pari a 101,5 miliardi (miliardi, non milioni) di euro.

Facciamo solo alcuni esempi, quelli più macroscopici. Nel settore bancario Bnl è interamente posseduta da Bnp Paribas, così come il fondo Pioneer è passato interamente nelle mani di Amundi. Diversi prestigiosi marchi dell'agroalimentare, come Parmalat ed Eridania, sono controllati al 100% da Lactalis e Cristal Union. Poi c'è la grande distribuzione con il ruolo pigliatutto di Carrefour. Per non parlare della moda, dove grandi nomi del made in Italy - come Fendi, Bulgari, Loro Piana, Gucci, Pomellato e molti altri - sono posseduti (dall'80 al 100%) dai due giganti d'oltralpe Lvmh e Kering. Quindi l'energia (e qui arriviamo a settori davvero strategici), dove Edf controlla il 100% di Edison e Suez il 23% di Acea. Poi la logistica con Alstom che ha il 100% di Fiat Ferroviaria. Ed infine le telecomunicazioni, dove Vivendi ha il 28,8% di Mediaset e soprattutto il 23,9% di Telecom (oggi Tim), una percentuale che gli assicura di fatto il controllo dell'azienda.

Un elenco impressionante che non ha bisogno di particolari commenti. Un commento che va invece fatto sull'attuale governo e sull'intera classe politica dell'ultimo quarto di secolo. Costoro, anziché scandalizzarsi di quel Macron che pure, non più tardi di quaranta giorni fa, avevano salutato come il Salvatore d'Europa, farebbero meglio a fare mea culpa sulla loro subalternità - teorica e pratica - all'ideologia mercatista. E' questa subalternità dell'intera classe dirigente italiana ai dogmi neoliberisti, ed alle oligarchie euriste posizionate lungo l'asse carolingio, il vero cancro da rimuovere.

Inutile dire che il mea culpa dovrebbe estendersi ai loro servitori dei media. I quali hanno fatto tutto il possibile per far credere ai cittadini la panzana del libero mercato. Hanno fatto di tutto per far diventare la parola "nazionalizzazione" una bestemmia, ed ora non sanno come trattare le decisioni farncesi. Ma la storia, pian piano, si vendica e si

vendicherà di questi miserabili. Lo diciamo da tempo: la crisi della globalizzazione, che è per noi benvenuta, conduce inevitabilmente ad una rinazionalizzazione della politica, anche e soprattutto la politica economica. In quale direzione si svilupperà questo processo è da vedersi, ma le scelte di Macron (come pure quelle tedesche) confermano come sia questo il corso delle cose. Prenderne atto, per agire di conseguenza, costruendo cioè un sovranismo democratico e costituzionale, è l'unica risposta all'altezza della situazione.

In ogni caso le decisioni di Macron su Stx una cosa la dicono chiaramente: nazionalizzare si può, basta volerlo. Perché - settore strategico per settore strategico - non porsi allora l'obiettivo di rinazionalizzare intanto le telecomunicazioni e dunque Tim, togliendola così di mano al signor Bolloré?

Di questo bisognerebbe discutere anche in vista delle prossime elezioni politiche, altro che i toni lamentosi degli editorialisti sedotti ed abbandonati dal loro Macron.


domenica 9 luglio 2017

BISOGNAVA NAZIONALIZZARE LE BANCHE VENETE di Enrico Grazzini

[ 9 luglio 2017 ]

Qualche insegnamento dalla crisi bancaria della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca: 

1) Il governo italiano, la Banca d'Italia e la Regione Veneto (a guida leghista) si sono dimostrati clamorosamente incapaci prima di vigilare e di prevedere tempestivamente la crisi, e poi di gestirla. Hanno perso tempo molto prezioso. Il risultato è che la crisi delle due banche è peggiorata rapidamente, che le due banche sono state costrette a chiudere, che lo stato ha sborsato e sborserà molti miliardi in più di quanto previsto, usando ovviamente i soldi dei contribuenti. Alla fine le banche venete sono fallite e le loro attività - quelle buone - sono state cedute (regalate?) per un euro a un'altra banca privata, Banca Intesa. Mentre lo stato si è sobbarcato tutte le attività negative e deteriorate. E' difficile che potesse andare peggio di così. 

2) Occorreva nazionalizzare prontamente le banche venete e gestirle come banche pubbliche di sviluppo per rilanciare l'economia nazionale e i territori. Il governo invece ha gettato le perdite sulle spalle dei contribuenti per lasciare tutti i vantaggi e i profitti a Banca Intesa. Il solo aspetto positivo del disastro provocato dal ministro Pier Carlo Padoan e dal suo governo subalterno alle direttive ondivaghe e contraddittorie  dell'Unione Europea e della Vigilanza della BCE è che Banca Intesa – la vera beneficiaria dell'operazione - è l'unica grande banca ancora saldamente italiana, mentre le altre maggiori banche cosiddette nazionali (come Unicredit, UBI, ecc) sono invece ormai in larga parte proprietà di operatori finanziari esteri. Ma questo premio di consolazione è davvero magro. 

3) Tutto il peso della crisi è stato gettato sulle spalle dei contribuenti italiani: lo stato si impegna per circa 17 miliardi, una cifra enorme, pari a una finanziaria. Con questa cifra potrebbe rilanciare gli investimenti pubblici e creare milioni di posti di lavoro. Grazie al rilancio dell'economia si poteva anche sanare il sistema bancario italiano oberato da circa 350 miliardi di crediti deteriorati. Così invece non è assolutamente detto che i focolai di crisi del sistema bancario siano spenti. 

4) L'Unione Bancaria europea, già nata male, è ormai moribonda. Il Bail-in non funziona e l'Unione Europea e la Vigilanza della Banca Centrale Europea hanno provocato ritardi e disastri con comportamenti confusi e contrastanti. La Germania e gli stati del nord non accetteranno mai di mettere i loro soldi in un fondo unico europeo per salvare le banche e i risparmiatori degli altri paesi. L'Unione Bancaria si dimostra un pericolo, un bluff e un'illusione. Eppure doveva essere la colonna portante dell'integrazione europea. 

5) Infine una considerazione strategica: bisogna limitare il potere delle banche private di creare denaro dal nulla. Le banche private possono produrre moneta dal nulla (sotto forma di prestiti) e utilizzarla magari per favorire gli amici e per rischiose avventure finanziare, senza avere l'obbligo di investire nell'economia reale. Creando facilmente denaro dal nulla, le banche possono speculare, gettare soldi, e poi farsi salvare con il denaro dei contribuenti. Occorre una nuova e stringente regolamentazione bancaria per proteggere i risparmiatori e fare ripartire l'economia.

Approfondiamo questi punti: 

1) Nonostante il credo liberista e quello anti-statalista ad oltranza, quando una banca fallisce o sta per fallire in tutto il mondo e in tutti i tempi è SEMPRE lo stato che è dovuto e deve intervenire. Chi protesta sempre – e senza se e senza ma – contro l'intervento pubblico o mente sapendo di mentire, o ignora la storia e non capisce la realtà. Sono proprio i governi più liberisti che intervengono per salvare le “loro” banche. In Germania lo stato è intervenuto con 250 miliardi di euro, negli USA con 850 miliardi di dollari (programma TARP), in UK lo stato ha salvato giganti come Loyd, HBSC, Royal Bank of Scotland, Northern Rock con decine di miliardi di sterline, ecc, ecc.

2) Ma c'è modo e modo di nazionalizzare. Una vera nazionalizzazione comporta che lo stato acquisti la quota principale del capitale della banca in crisi, diventi l'azionista di riferimento, mandi via i dirigenti incapaci e/o corrotti, e gestisca la banca a beneficio delle attività nazionali, e non del profitto privato. 

3) Una falsa nazionalizzazione al contrario si basa su tutt'altri presupposti: lo stato mette i soldi dei contribuenti per salvare i privati a beneficio esclusivo dei privati stessi (cioè anche di quelli che magari hanno provocato il fallimento della banca). Questa è la famosa socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti. Questo è quanto il governo italiano ha fatto facendo comprare le due banche venete a Intesa per un euro e accollandosi tutti gli oneri e il peso dei Non Performing Loans (crediti deteriorati). 

4) A questo proposito, nel caso della cessione delle due banche venete a Intesa, vale il commento di Walter Galbiati su Repubblica. “Di solito per rafforzare i ratio patrimoniali le banche (vedi Unicredit) lanciano gli aumenti di capitale. In questo caso Banca Intesa, in cambio dello sforzo di assorbire la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ha preteso che il capitale glielo rafforzasse lo Stato coi soldi dei contribuenti. Ma allora perché non sono state emesse azioni di Banca Intesa a favore dello Stato? Con 5 miliardi, il Tesoro sarebbe diventato azionista col 10% di Banca Intesa, come sarebbe diventato azionista delle venete con la ricapitalizzazione precauzionale. E sarebbe rimasto azionista solo per il tempo necessario per ripagarsi l'investimento. Negli Usa, durante la crisi scatenata da Lehman Brothers, lo Stato è entrato nelle banche per rafforzarne il capitale e ne è uscito poco dopo con laute plusvalenze. Al di qua dell'Oceano, invece, non si è voluto aprire il capitale allo Stato, ma si è chiesto solo di socializzare le perdite”.[1]

5) La crisi delle due banche venete, e di MPS, è dovuta principalmente alla cattiva gestione – su cui sta indagando la magistratura – dei manager-azionisti. Occorre però sottolineare una grande verità: in generale la crisi delle banche italiane non nasce dalla folle speculazione sui derivati, come è successo in molti altri paesi europei, come in Germania e UK. La crisi italiana dell'economia nasce invece in generale dall'austerità che ci è stata imposta dall'Unione Europea, dai mercati finanziari, in ultima analisi dalle grandi banche d'affari internazionali che controllano circa un terzo del nostro debito pubblico. Senza la folle e suicida politica di austerità della UE non ci sarebbero 360 miliardi di crediti deteriorati legati alla risi delle piccole e medie imprese e delle famiglie, e non ci sarebbe la conseguente crisi del settore bancario – a parte i singoli casi criminosi in corso di accertamento da parte della magistratura -. Quindi la politica economica della UE e dell'eurozona è la maggiore responsabile del disastro dell'economia nazionale (-10% del PIL rispetto al 2007) e in particolare di quello bancario. 

6) Le politiche e le istituzioni europee hanno peggiorato enormemente la crisi in corso delle banche italiane. La gestione della crisi delle due banche venete da parte della Vigilanza della BCE e da parte della Commissione UE è stata rovinosa e fallimentare: prima le due banche sono state dichiarate di importanza sistemica, poi no; prima sono state dichiarate solventi ma in crisi di liquidità, poi invece insolventi e in pratica fallite; prima è stato proibito l'aiuto di stato e invocato l'apporto dei privati, poi no, ecc, ecc. In pratica la gestione della crisi da parte della BCE e della UE è stata arbitraria e fuori dalle regole. E ha aggravato enormemente il dissesto delle due banche, spingendole a fallire. 

7) Le norme del Bail-in e quelle analoghe (burden sharing) decise in sede europea nell'ambito del Meccanismo Unico di Risoluzione delle crisi, si sono dimostrate semplicemente inapplicabili. I governi italiani e la Banca d'Italia non avrebbero mai dovuto accettare le regole europee del bail-in. Il salvataggio interno di una banca (in inglese bail-in) prevede che una crisi bancaria sia affrontata e risolta tramite il diretto coinvolgimento “interno” dei suoi azionisti, obbligazionisti, correntisti: sono loro che devono pagare per la crisi di una banca. Il problema è che però la crisi è invece provocata nella totalità dei casi da dirigenti e manager corrotti e/o incapaci. A causa del bail-in lo stato può intervenire per salvare una banca fallita solo dopo che i privati (compresi i piccoli obbligazionisti innocenti e i correntisti con più di 100mila euro in deposito) hanno perso i loro denari. Questo con il pretesto di non penalizzare i contribuenti che, in ultima analisi, finanziano gli interventi pubblici di salvataggio. Ma il problema è che il bail-in si pone in completa antitesi con la tutela del risparmio dei cittadini. E che lo stato è l'unica istituzione che ha sufficienti risorse per salvare una banca. Alla fine i contribuenti pagano comunque il conto, insieme ai risparmiatori beffati. 
 
8) L'Unione Bancaria è fallita di fronte alla crisi delle due banche venete. Non solo è fallito il Sistema di Vigilanza che fa capo alla BCE (primo pilastro dell'Unione Bancaria), non solo le norme sul bail-in si sono dimostrate inapplicabili, e quindi il Meccanismo Unico di Risoluzione non ha funzionato (secondo pilastro), ma il fondo comune europeo di assicurazione dei depositi molto difficilmente verrà accettato dai tedeschi e dalle nazioni del nord Europa, perché questi sarebbero costretti a finanziare i fallimenti delle banche italiane e dei paesi mediterranei. Così anche il terzo pilastro dell'Unione Bancaria molto difficilmente verrà innalzato. Ma senza il fondo unico, l'Unione Bancaria resta non solo incompleta ma diventa un insieme di regole e di norme controproducenti, sbagliate e inapplicabili. Le norme europee peggiorano la gestione delle crisi bancarie invece di affrontarle e risolverle. 

9) Insomma: la partecipazione italiana all'eurozona si dimostra ancora una volta pesantemente negativa. L'euro e le regole dell'eurozona non ci aiutano ma ci opprimono e ostacolano la nostra economia. Le banche italiane in crisi e il risparmio nazionale diventano facile preda degli investitori istituzionali stranieri e dei fondi speculativi (come Vanguard, Norges Bank e Blackrock) e delle banche estere concorrenti. 

10) Una considerazione più generale di carattere strategico: occorre una nuova direzione di marcia per limitare il potere delle banche di creare denaro dal nulla e di speculare mettendo a rischio il risparmio dei depositanti. Le banche creano moneta concedendo prestiti. Grazie al meccanismo della riserva frazionaria, le banche non intermediano il risparmio ma creano moneta prestando denaro: per ogni nuovo prestito di una certa somma registrano in bilancio questa somma al passivo e la stessa cifra all'attivo. Poi il denaro così creato ex novo va magari agli amici e nelle speculazioni immobiliari e finanziarie. Occorre regolamentare e limitare fortemente l'attività bancaria (narrow banking) separando innanzitutto l'attività di intermediazione del risparmio da quella speculativa [2]. Le banche devono servire innanzitutto l'economia reale e lo sviluppo, e non perseguire obiettivi di massimo profitto grazie alla speculazione finanziaria, mettendo a rischio i soldi degli altri, il denaro dei risparmiatori. Lo stato deve intervenire e, se necessario, emettere anche una sua moneta, come la moneta fiscale [3]. Altrimenti nuove crisi sono inevitabili.


NOTE

1) Repubblica “Banca Intesa, lo Stato ricapitalizza, ma non diventa socio” di WALTER GALBIATI,  27 giugno 2017
2) Vedi per esempio l'editorialista del Financial Times Martin Wolf, (2014). “Strip private banks of their power to create money”, Financial Times. 
3) Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino  scaricabile gratis sul sito di Micromega.

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