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venerdì 26 ottobre 2018

FRANCIA: BEN DETTO MÉLENCHON!

[ 26 ottobre 2018 ]

Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, è una strana e alquanto impulsiva e oscillante bestia politica. Si dichiarò contrario, sull'immigrazione, all'accoglientismo a prescindere. Poi, forzato da una dura polemica interna a La France Insoumise, tornò sui suoi passi. Infine, governo Conte appena nato, Mélenchon sbrodolò sostenendo che si trattava di un governo fascistoide.
Ora però, mentre è travolto dai guai per una insidiosa inchiesta giudiziaria a suo carico, spiazza certi suoi amici italiani, sostenendo il governo giallo-verde in nome della sovranità nazionale e della resistenza all'oligarchia eurocratica. Bene così, ma non tornare suoi tuoi passi.

*  *  *


MÉLENCHON IL SOVRANISTA SOSTIENE IL GOVERNO ITALIANO
di Anna Maria Merlo

Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, ha concluso una settimana di fuoco che lo ha visto scendere in guerra contro magistratura, stampa e «macronismo», e appoggiare il governo italiano contro i «nostri avversari», la Commissione Ue: «Evidentemente, prendo posizione a favore del governo italiano», in nome del «rispetto della volontà popolare». Senza entrare nel merito del budget italiano, rimandato al mittente dalla Commissione, e pure ammettendo che «si possono condannare le scelte politiche in Italia», Mélenchon insiste sulla sovranità: i governanti a Roma «hanno il diritto di decidere cosa è bene per il popolo italiano». Mentre sull’«identità nazionale francese», avverte che «è un’identità repubblicana che si confonde con le idee di sovranità popolare».

QUESTA PRESA DI POSIZIONE ha aggravato la divisione della sinistra in Francia. «Una rottura» per il segretario dei socialisti, Olivier Faure. «È la prima volta che la sinistra della sinistra va a sostegno di un budget difeso dall’estrema destra». «Se continua così, dove sono i disaccordi con Marine Le Pen?», si è chiesto l’ex segretario Ps, Jean-Christophe Cambadélis. Benoît Hamon, leader di Génération.s, è ormai più popolare di Mélenchon, dopo essere sceso in campo a difesa della «libertà di stampa», il “sorpasso” ha avuto luogo in seguito alla settimana di fuoco che ha visto il numero uno della France Insoumise dare in escandescenze per le perquisizioni di cui è stato vittima, strattonare un magistrato, trattare i giornalisti da «imbecilli» e «bugiardi». RadioFrance ieri ha sporto denuncia, in seguito agli insulti ricevuti dal giornalista che ha realizzato un’inchiesta sui conti della France Insoumise, sotto indagine sia per sospetti di sovrafatturazione durante la campagna delle presidenziali del 2017, sia per frode all’Europarlamento per il lavoro di alcuni assistenti parlamentari (in questo caso, su denuncia di una ex deputata Fn). Anche Mélenchon ha sporto denuncia, per «violazione del segreto istruttorio», contro Mediapart, perché ha pubblicato particolari sulla perquisizione al suo domicilio.

LE PERQUISIZIONI hanno avuto luogo martedì scorso, all’alba, in una quindicina di domicili e uffici di militanti della France Insoumise. L’irruzione degli agenti, giudicati troppo numerosi, ha fatto andare Mélenchon su tutte le furie: «Un’offensiva politica», ha detto in un video mandato su Facebook, messa in pratica attraverso magistrati al servizio del potere politico. Mélenchon si sente vittima, accusa governo e stampa (in realtà, per sospetti analoghi, tre eurodeputati del Fronte nazionale sono già imputati, il MoDem è sotto inchiesta, mentre controlli e perquisizioni sui conti della campagna elettorale sono stati realizzati anche per Macron, François Fillon è sempre sotto inchiesta, cominciata durante la campagna e che gli ha fatto perdere la presidenziale).

Mélenchon ha perso la calma anche perché i poliziotti hanno trovato a casa sua, alle 7 del mattino, Sophie Chikirou, la direttrice della comunicazione della campagna, principale sospettata per le sovrafatturazioni. Mediapart ha parlato di «relazione extra professionale di lunga data», Mélenchon ha invece affermato di aver l’abitudine di «ospitare i compagni» se si fa tardi la sera. Chirikou si è difesa accusando i giornalisti di essere «misogini».

IL RISULTATO di queste tensioni è la conferma che la sinistra andrà alle europee divisa e in conflitto. Un’inchiesta della fondazione Jean Jaurès rivela che un terzo dell’elettorato resta legato alle idee social-democratiche, pro-europee, di solidarietà, di apertura. Con la crisi di questi giorni, la France Insoumise si sta chiudendo sul suo nocciolo duro. Il Ps, che cerca un capolista (sta pensando a Ségolène Royal), ha perso l’ala sinistra, che si è avvicinata alla France Insoumise, non sembra più in grado di captare questo elettorato. Il Pcf corre da solo, alle europee c’è il proporzionale su base nazionale, è un invito a «contarsi». Génération.s di Hamon non è riuscito ad accordarsi con i Verdi, perché Eelv guarda con ottimismo ai risultati recenti in Baviera e in Belgio e si sente il vento in poppa. Poi ci saranno le liste Lutte ouvrière e Npa, in tutto 7 concorrenti a sinistra. E una parte di questo terzo di francesi aspetta ancora che Macron dica qualcosa di sinistra (alle presidenziali ha preso i voti di questo elettorato, in parte anche al primo turno).

* Fonte: il manifesto del 26 ottobre 2018

venerdì 21 aprile 2017

CON LA FRANCIA RIBELLE di Programma 101

[ 21 aprile ]

Perché voteremmo Jean Luc Mélenchon

Siamo alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, il cui esito in ogni caso sarà decisivo per accelerare o rallentare quello che comunque si sta manifestando come un inevitabile processo di dissoluzione della Unione Europea e di crisi di legittimazione delle oligarchie finanziarie da essa rappresentate.

La rapida e imprevedibile ascesa nei sondaggi del candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon dimostra il fallimento e i limiti della propaganda globalista ed eurista, una crociata mediatica tutta tesa a dimostrare l’equazione che liquida ogni forma di dissenso verso la governance europea e le politiche di austerità come populista, nazionalista e pericolosamente fascista.
Le principali questioni poste in essere e che riguardano il destino dell’Unione Europea, della moneta unica euro e della NATO, vedono aprirsi a sinistra tramite Mélenchon un’importante finestra, e questo al di là delle reali possibilità del candidato de La France Insoumise di superare il primo turno o addirittura di diventare il nuovo presidente della Francia.

Sul piano ideologico un risultato che non può considerarsi effimero è quello di aver dimostrato come il patriottismo, la sovranità nazionale e il populismo sono i pilastri della dialettica tra tardo capitalismo e democrazia e non certo nozioni frutto di derive ascrivibili al campo delle destre xenofobe, come vorrebbe la narrazione ufficiale.

L’uscita dalla trappola dell’euro e dei trattati europei se è stata finora una prerogativa quasi esclusiva delle destre lo si deve solo al colpevole ritardo e alla scomparsa delle sinistre storiche, incapaci di rappresentare le istanze dei ceti popolari e di ritrovare sobrietà dopo la sbornia globalista in cui i diritti sociali venivano barattati con i diritti civili e l’internazionalismo delle classi lavoratrici confuso col cosmopolitismo del capitale apolide il quale ha urgenza di sbarazzarsi delle sovranità nazionali per ipotecare una volta per tutte la democrazia e impedire l’affermazione delle sovranità popolari.

Le elezioni presidenziali francesi sono importanti perché il popolo d’oltralpe ha la possibilità di decidere, nel segno della continuità o della rottura, il proprio destino e di condizionare quello degli altri popoli europei.
Malgrado si svolgano nel quadro del sistema presidenzialistico della V. Repubblica (France Insoumise chiede infatti una nuova e più democratica costituzione) si tratta di elezioni decisive, non scontate e che si aprono a diverse opzioni significativamente alternative e cruciali, un momento di democrazia come in Italia non ne vediamo da anni e in cui le due opposizioni principali all’attuale quadro di potere, quelle rappresentate da Marine Le Pen e da Mélenchon, rivendicano, nelle analogie e nelle differenze ideologiche e di programma, il primato della politica sull’economia.

Bisogna riconoscere a Jean-Luc Mélenchon di aver contribuito a sinistra nel dibattito sui bisogni reali dei ceti popolari e produttivi minacciati dallo strapotere delle élite speculative e finanziarie e da una Unione Europea costruita su misura a garanzia di interessi oligarchici. Non importa qui sottolineare luci ed ombre di una visione politica che probabilmente sopravvaluta il piano A sulla base di un convincimento che nutre molte aspettative sulla rinegoziazione dei trattati europei in forza dell’inevitabilità di un accordo incentrato sull’asse franco-tedesco, lasciando al piano B la soluzione di rottura definitiva con la UE in caso di fallimento dei negoziati.

Quello che importa ora è di aver dimostrato sul piano teorico che una rottura con le oligarchie globaliste può avvenire sulla base dei principi universalistici della sinistra, laddove la sovranità nazionale non è il nazionalismo ma lo spazio giuridico in cui esercitare la democrazia e difendere gli interessi dei ceti popolari, il patriottismo non è pretesa di superiorità ma un presupposto nobile di fratellanza in una visione cooperativa e di reciprocità con altri popoli liberi, e infine il populismo non è demagogia ma la richiesta politica di giustizia sociale da parte di tutti i cittadini che sono in basso contro una esigua ma potente élite che domina dall’alto.
Il popolo francese ha spesso mostrato un’indole capace di cogliere in anticipo prospettive di mutamenti storici che i poteri dominanti possono rallentare ma non fermare.

L’augurio che facciamo a questo popolo in occasione delle elezioni presidenziali è di non rinunciare all’opportunità democratica di cambiamento e di esempio per gli altri popoli europei e di rendersi ancora una volta artefice del proprio destino.

21 aprile 2017

giovedì 20 aprile 2017

Il programma neo-giacobino di Jean-Luc Mélenchon

[ 20 aprile ]


Un articolo scritto prima che iniziasse la campagna elettorale francese ma molto utile per capire cosa pensa e cosa vuole Jean Luc Mélenchon e le ragioni del suo sfondamento...







Francia
Il programma neo-giacobino di Jean-Luc Mélenchon
contro UE e NATO per il socialismo democratico e l’indipendenza nazionale



di Antonello Tinelli


Le prossime elezioni presidenziali francesi del 23 aprile (primo turno) e del 7 maggio (ballottaggio), potrebbero rappresentare il punto di non ritorno per le traballanti e screditate istituzioni dell’Unione Europea. Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, la Francia si accinge a sferrare un colpo decisivo al concetto di Europa a trazione tedesca.


Se quasi tutti gli analisti politici europei prevedono per la corsa all’Eliseo una contesa tutta a destra tra il “thatcheriano” Fillon e la “gollista” Le Pen, con un Partito Socialista dilaniato e in caduta libera dopo la fallimentare gestione di Hollande, e con l’europeista Macron nel ruolo di ago della bilancia, un quarto incomodo potrebbe scombinare il quadro politico transalpino: il socialista di sinistra, nonché leader carismatico e indiscusso del Front de Gauche, Jean-Luc Mélenchon.

Il programma presidenziale di Mélenchon, definito “populista e antieuropeista” dagli intellettuali della sinistra liberal, rappresenta un unicum nella galassia dei partiti della sinistra europea post 1989. Impensabile fino a qualche anno fa una netta avversione nei confronti dell’Unione Europea e della NATO. Se la riconquista della sovranità nazionale – politica ed economica – è un punto inderogabile, il programma “neo-giacobino” della Gauche mira a rivoluzionare l’assetto istituzionale e costituzionale della Repubblica francese.

“Convoquer l’Assemblée constituante et passer à la 6e République” è uno degli obiettivi primari dell’azione politica di Mélenchon per ridare un democrazia parlamentare alla Francia e rappresentanza ai cittadini, abrogando, de facto, il semi-presidenzialismo. Il diritto alla casa e al lavoro dignitoso e ben retribuito, la proprietà pubblica dei “beni comuni” (acqua, gas, energia), il diritto all’eutanasia, il diritto all’aborto e il contrasto alla maternità surrogata diverrebbero principi costituzionali nella nuova Repubblica.

In una Francia tramortita dalle politiche di austerità, la famigerata “Loi Travail” che deregolamenta il mercato del lavoro spalancando le porte ai licenziamenti senza giusta causa è il nemico giurato del Front de Gauche. La “transizione al socialismo democratico” passa necessariamente per una “riforma del lavoro” che rimetta al centro la questione sociale e i diritti dei lavoratori portando le ore settimanali di lavoro da 35 a 30h, introducendo un salario minimo – da non confondere con la ricetta liberista del reddito di cittadinanza – pari a 1.300 euro supportato da un’imposta progressiva sul reddito e una lotta serrata ai paradisi fiscali. A ciò si aggiunge, come extrema ratio, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese in difficoltà. Conseguentemente al ripristino dei diritti sociali, la supremazia della politica sull’economia viene riaffermata con il rifiuto dell’accordo di libero scambio con il Canada (CETA), e con la divisione tra banche commerciali e d’affari creando un polo bancario a maggioranza pubblico.

Proposte marcatamente socialiste e in controtendenza rispetto alla maggioranza dei partiti della sinistra europea, anestetizzati dalle fantomatiche battaglie sui “diritti civili”

Se l’emancipazione sociale delle classi subalterne e il conflitto capitale-lavoro rientrano nella storica tradizione del movimento socialista europeo, a lasciare sbigottita l’intellighenzia liberal è l’avversione di Mélenchon al progetto dell’Unione Europea. A seguito del fallimento delle strategie di Tsipras nei confronti dell’UE, nella Gauche francese, nella Linke tedesca – in particolare la fazione capeggiata da Oskar Lafontaine – e nell’area di Sinistra Italiana vicina alle posizioni di Stefano Fassina è emersa una tendenza di rottura con lo status quo dell’Unione che punta a programmare un “Plan B” qualora i tentativi di riforme interne si rivelassero vani.

Sul rapporto con l’UE Mélenchon ha le idee molto chiare: se le azioni unilaterali che intraprenderebbe il governo francese come, ad esempio, la nazionalizzazione della Banca di Francia, il controllo dei movimenti di capitali, la rinegoziazione del debito sovrano e la sospensione del controllo sul bilancio statale dovessero ricevere – come prevedibile – un secco rifiuto di Bruxelles e di Berlino, si passerebbe, per l’appunto, al “Piano B”. L’uscita dall’Unione Europea della Francia avverrebbe nel rispetto dell’articolo 50 del TUE, non escludendo il ricorso ad un referendum popolare.

Con l’abbandono dell’Unione e il ritorno alla moneta nazionale, Mélenchon inaugurerebbe una nuova fase di protezionismo economico volto alla tutela dei lavoratori e delle aziende d’interesse nazionale e, aspetto non secondario, dichiarando illegittimo il debito – nel pieno rispetto del Diritto Internazionale – seguirebbe l’esempio dell’Ecuador di Rafael Correa, suo intimo amico.

Per la prima volta dalla ratifica del “Trattato di Maastricht”, una forza politica di sinistra mette nero su bianco nel proprio programma elettorale l’ipotesi di uscita unilaterale dalla moneta unica e dall’Unione Europea.

Ma l’aspetto realmente dirompente del programma di Mélenchon riguarda la politica estera e il rapporto con l’Alleanza Atlantica, dando così un nuovo impulso all’antimperialismo tipico dei partiti e dei movimenti genuinamente di sinistra. L’uscita dalla NATO, presentata come tappa fondamentale per la riconquista dell’indipendenza nazionale, “è la base della rottura con l’attuale atlantismo per una politica estera multipolare, sovrana e pacifica”, e l’avvio di una politica estera sovrana non può prescindere dall’azione “nel Mediterraneo e in una rinnovata cooperazione con le ex colonie africane ponendo fine al “Club di Parigi” e alle dittature che imperversano nel Continente”. Passaggi fondamentali per comprendere in profondità le motivazioni che spingono la Gauche alla rottura con l’egemonia atlantica.

La sinistra francese sembrerebbe quindi aver abbattuto il muro dell’omertà su euro e NATO, riscoprendo i valori fondanti del Socialismo sia in materia economica sia per quanto concerne il delicato equilibrio geopolitico, seppur da un punto di vista prettamente francese.

Al di là di quale sarà risultato elettorale di Jean-Luc Mélenchon, i problemi di cui sono afflitte UE ed euro (e che generano ai singoli Stati in termini di riduzione di democrazia e di sovranità), non sono più un tabù a sinistra. Il dogma acritico dell’europeismo a prescindere, il mantra degli “Stati Uniti d’Europa” nonché la velleità di “riformare l’UE da dentro”, sono sempre più visti come semplici artifici retorici o slogan propagandistici.

In conclusione, dai programmi elettorali dei candidati all’Eliseo si evince – con i dovuti distinguo – come la riproposizione in politica estera della “Grandeur de la France” con lo sguardo rivolto al Mediterraneo e al Continente Africano accomuni Mélenchon a Fillon e alla Le Pen. Un nuovo e rinnovato impegno della Francia nel Mediterraneo dovrebbe quantomeno indurre alla riflessione l’intera politica italiana, di destra e di sinistra.

mercoledì 19 aprile 2017

DALLA PARTE DI MÉLENCHON E DI FRANCE INSOUMISE di Stefano Fassina

[ 19 aprile

Fassina ha effettivamente titolo a presentarsi come il corrispettivo italiano di Mélenchon. Ciò che gli fa onore rispetto a tanti suoi sodali. 
Con il leader francese è stato tra i promotori della proposta del "Piano B" —proposta debole ma cento volte meglio delle idiozie euriste,
Un Piano B contro cui tuttavia fanno gli scongiuri i sinistrati italiani, europeisti a prescindere, quelli che ancora difendono la moneta unica, l'Unione e... Tsipras. 
Proprio ai portavoce della sinistra italiana Fassina rivolge un appello a sottoscrivere una dichiarazione a favore di Mèlenchon e della rete che lo sostiene, la France Insoumise
Non sappiamo se coloro che chiama in causa —D'Alema, Bersani, Speranza, Rossi, Fratoianni, Civati, Pisapia, Boldrini, Acerbo, De Magistris, Leoluca Orlando (Sic!)risponderanno al suo appello. Ci auguriamo di no, per il bene anzitutto di Stefano Fassina e per quello della causa di una sinistra popolare e patriottica. Molti di quei personaggi è meglio perderli che trovarli....


«Dall'Italia, un appello dei leader della sinistra per Jean Luc Mèlenchon? 
D'Alema, Bersani, Speranza, Rossi, Fratoianni, Civati, Pisapia, Boldrini, Acerbo, De Magistris, Leoluca Orlando ci siete? 

Le elezioni presidenziali francesi sono un passaggio rilevante per le prospettive dell'Unione europea, della moneta unica e della sinistra. Si è dibattuto a lungo su Madame Le Pen, mentre si sono strumentalmente trascurati i movimenti "a sinistra". Sono, invece, movimenti di straordinarie potenzialità soprattutto per chi ha a cuore l'interesse delle lavoratrici e dei lavoratori e, quindi, della democrazia effettiva. Anche in Francia, si chiude tristemente la lunga storia del Partito Socialista nella totale subalternità di Francois Hollande all'impianto mercantilista tedesco, nella fuga dallo schema destra-sinistra del tecnocrate euro-liberista Emmanuel Macron e nella scarsa credibilità dell'astratto altro-europeismo di Benoit Hamon. 

In Francia, grazie a Jean Luc Mèlenchon e alla rete di "La France Insoumise", nasce su basi culturali autonome, neo-labouriste e ambientaliste, una forza di popolo, ancorata all'interesse nazionale senza derive nazionaliste, solidale e protezionista, all'altezza delle sfide del XXI Secolo. Secondo il poll tracker del Financial Times, il leader caricaturizzato e scomunicato come di "estrema sinistra" compete per il ballottaggio del 7 Maggio. Ma, al di là del piazzamento finale, ovviamente di primaria importanza, il dato politico è l'affermazione in una delle principali democrazie e economie del pianeta, uno dei soci fondatori della Comunità europea, di una forza politica che riscopre l'insostituibile funzione dello Stato nazionale a protezione del lavoro, l'insuperabile dimensione nazionale della democrazia e declina in chiave cooperativa europea l'interesse nazionale.

Il risultato previsto per Mèlenchon non è un inspiegabile e effimero capriccio della Storia. È frutto di una lunga e approfondita operazione culturale, sociale e politica, oltre che di una sapiente organizzazione comunicativa e elettorale. Una parte fondamentale dell'operazione avviata da Mèlenchon dopo l'uscita dal Psf nel 2008 è stato il paziente lavoro di tessitura di relazioni europee per la preparazione di un Plan B per l'euro-zona. La prima tappa fu a Parigi, a settembre del 2015, subito dopo la capitolazione del Governo di Syriza, un partito indubbiamente portatore di un paradigma e di un'agenda radicalmente alternativa all'europeismo liberista. Mélenchon invitò alla Fête de l'Humanitè alcune personalità della sinistra europea, segnate come lui da esperienze di governo nazionale e dalla rottura con le rispettive provenienze politiche, a elaborare un Plan A per una radicale riscrittura in senso pro-labour dei Trattati europei e contestualmente, nella consapevolezza della difficile praticabilità politica del Plan A, un Plan B per il superamento dell'euro. Il Manifesto di Parigi ("Un Piano B per l'Europa" ) fu firmato, oltre che da Jean Luc Mélenchon, da Oskar Lafontaine, ex Ministro delle Finanze tedesco, da Yanis Varoufakis, ex Ministro delle Finanze Greco, da Zoe Konstantopoulou, ex Presidente del Parlamento di Atene, e dal sottoscritto.

Dopo Parigi, il network europeo di settori della sinistra critica e di tante giovani energie culturali e di movimento si è incontrato a Madrid, grazie all'iniziativa di Podemos, a Copenhagen su input della Red-Green Alliance e, infine, organizzata da alcuni di noi, a Roma, in Campidoglio, l'11-12 Marzo scorso (come anticipato su Huffington Post), a pochi giorni dalla celebrazione ufficiale dei Trattati di Roma. La dichiarazione di Roma, firmata, oltre che da Mélenchon, da protagoniste e protagoniste delle sinistre europee fuori dai confini della snaturata famiglia dei socialisti europei, contiene il punto fondamentale e distintivo di La France Insomise: la riscrittura dei Trattati per rivitalizzare la sovranità democratica e ridare dignità al lavoro o, di fronte all'impraticabilità politica del Plan A, il superamento dell'euro attraverso un Plan B.

In Italia, dopo tante chiacchiere poco comprensibili e astratte sulla rinascita del centrosinistra o centro-sinistra, sarebbe di grande significato politico e programmatico una dichiarazione congiunta dei principali leader in campo a sinistra del Pd per Jean Luc Mélenchon».


sabato 14 novembre 2015

OGGI A PARIGI

[ 14 novembre ]

"Il popolo si libera quando ai Re viene tagliata la testa"

Oggi e domani, a Parigi, malgrado lo "Stato d'Emergenza", si sta svolgendo il Summit delle sinistre europee che guardano al futuro DOPO L'EURO. 
Apre i lavori, alle ore 12:30, Oskar Lafontaine —più sotto il programma dei lavori.
Ai lavori partecipa una delegazione del Coordinamento della sinistra contro l'euro.  pubblichiamo l'intervento che pronuncerà Enea Boria.*


«Care compagne e compagni, 

ringrazio gli organizzatori, il Parti de Gauche, la Francia e Parigi, per la splendida occasione che ci è stata offerta di portare la nostra opinione.

E’ cosa giustissima e che si attendeva da anni che finalmente si ragionasse razionalmente su queste tematiche, con razionalità, senza strali e scomuniche.
Noi siamo una nuova formazione che sta cercando di costituirsi in movimento politico e possiamo dire che nel nostro paese abbiamo contribuito al formarsi di una nuova opinione sulla UE perché da anni portiamo avanti questo dibattito.

Ringraziamo per l'opportunità che ci date  ma, siamo qui per  fare una critica.
"L'euro, a quali condizioni", è una domanda malposta, dato che i costi oltre che essere pesantissimi sul piano economico, si pagano soprattutto sul terreno della democrazia.
Credo nessuno voglia affermare che la democrazia non debba più essere un diritto indisponibile.
Il che significa che nessun prezzo è accettabile; la risposta è NO, non pagheremo nessun prezzo per l’euro, e ciò non è negoziabile con nessuno dei principi democratici e dei diritti sociali conquistati dopo la seconda guerra mondiale.
Un errore che non si dovrebbe commettere è ritenere che l'Unione Europea fosse un bellissimo progetto che ora rischia di fallire perchè la si è dotata della moneta sbagliata o lo si è fatto prematuramente.

No, questa moneta era l'unica coerente e consequenziale a questa UE, che fin dall'inizio non è servita a niente altro che a lasciare ai popoli niente più che una scatola vuota delle proprie democrazie costituzionali figlie dell’antifascismo e della tragedia della seconda guerra mondiale. Spogliare i popoli delle proprie democrazie per poi metterli ferocemente in competizione gli uni con gli altri attraverso la scusa della unificazione più ipocrita e fasulla della Storia, nel segno del liberoscambismo e dell’ordoliberismo funzionalista.

"Quali le condizioni e quale il prezzo", chiede il titolo del tavolo. La risposta è semplice. La democrazia, questo è il prezzo dell'UE e quindi dell'€.
In Italia nel 1989 votammo un referendum consultivo per dare mandato a stilare un progetto di Unione Europea sul quale poi decidere.
Era solo consultivo, un mandato di esplorazione.
Nessuno ha mai visto un piano da discutere e valutare e soli 3 anni dopo si entrava senza colpo ferire nel Trattato di Maastricht.

La minestra era già pronta, cosa abbiamo potuto scegliere? Niente.
Nel 2005 si è cercato di varare una Costituzione Europea che sanciva solo i diritti economici delle corporations multinazionali e delle banche, in un linguaggio volutamente incomprensibile.
Referendum in Francia: bocciato.
Referendum in Olanda: bocciato.
Referendum in Irlanda: bocciato.
Seguono minacce di ritorsioni economiche all'Irlanda che viene fatta rivotare in modo che vinca il SI di stretta misura, ma intanto si giudica che la strada sia troppo farraginosa.
Quindi i tecnocrati della UE prendono il 98% di quella costituzione e la impacchettano nella forma di Trattato di Lisbona, nel 2007. Siccome in Europa in quel momento tutti i governi sono liberisti ( PSE? pretendono pure di chiamarsi socialisti.... ), il trattato passa ovunque senza discussione, saltando il passaggio del referendum.

Segue il trattato di Velsen di cui nessuno parla mai, ma che stabilisce per le basi dell'Eurogendforce prerogative di extraterritorialità paragonabili solo a quelle della base di Guantanamo. Cose da ditturatura, preparate in anticipo perchè "non si sa mai....".
Ma la deflazione e l'esplosione della disoccupazione rendono i governi instabili, fino al punto che non si trovano più maggioranze politiche disposte ad eseguire gli ordini nei paesi periferici. Occorre procedere istituendo protettorati.
Italia e Grecia a novembre 2011.

Due governi rimossi per via monetaria, insediando dei burocrati ex componenti della commissione UE ed ex dirigenti di banche d'affari, mai votati da nessuno.
Cipro 2013, primo colpo di stato per via monetaria. 
Oggi fare i golpe coi generali con gli occhiali scuri e i soldati al passo dell'oca nelle strade non si fa più, al Capitale non conviene, e poi le coscienze si ribellerebbero. 
Perchè usare i soldati quando basta un click da una stanza di quella istituzione golpista che ha sede a Francoforte?

Grecia, maggio-giugno 2015, secondo colpo di stato per via monetaria.
Il popolo dice di no, un leader della sinistra europeista smentisce il risultato del referendum per paura dell'unica conseguenza possibile, l'uscita dall'euro.
Insegnamento fondamentale: trattare avendo una sola opzione non è una trattativa, ma un inutile rito sacrificale.
Il risultato referendario viene stracciato in 12 ore, si rivolta dopo due mesi per decidere la faccia di chi gestirà il memorandum più duro della storia. Un nuovo trattato di Versailles inferto al Popolo Greco inerme. La Storia non insegna nulla…
Infine il TTIP, un trattato economico di libero commercio che produrrà tremendi danni sullo stato delle nostre economie e democrazia, condotto con una trattativa segreta al punto che nemmeno i deputati europei possono accedere liberamente agli atti, prendere appunti, diffonderne i contenuti.
Non si tratta più di decisioni politiche, le grandi lobbies stanno utilizzando l'UE per prendere decisioni bypassando qualsiasi processo di decisione democratica.
Possiamo accettarlo? Possiamo mercanteggiare sul fatto di essere sottoposti ad un simile regime?
No, dobbiamo scegliere tra l'UE e la democrazia ed è ormai evidente che non esistono vie di mezzo.
Una volta si diceva che con le elezioni i popoli scelgono liberamente progetti politici.
Oggi si sceglie il proprio assassino e la lunghezza del coltello col quale si verrà sgozzati.
"Popolo, preferisci lama a taglio singolo o doppio?"
E questa cosa si può ancora chiamare democrazia?
Portogallo ultime settimane: un governo pro austerità perde la maggioranza nelle elezioni ma ad una coalizione contenente due sinistre euroscettiche che avrebbero una maggioranza parlamentare non viene dato il mandato per evitare di entrare in contrasto con la UE.

Che poi il governo di minoranza sia già caduto è un altro discorso.
Abbiamo in ogni caso un segnale di come si cerca di influire sulle elezioni.
Nel frattempo abbiamo 50 milioni di disoccupati nel continente, del welfare state che contraddistingueva il modello sociale europeo non resta quasi più nulla ovunque e sulla contraddizione dello spoglio della sovranità nazionale e quindi democratica e popolare, non contestata efficacemente da sinistra, le destre nazionaliste e scioviniste stanno andando a nozze.
E stiamo ancora qua a discutere di quale prezzo siamo disposti a pagare per tenere in piedi l'euro?

La realtà storica è la che la democrazia si esercita necessariamente in spazi circoscritti, quelli nei quali un demos si riconosca ed abbia una concreta possibilità di esprimersi ed organizzarsi.
Entro questo spazio il popolo sfruttato può rivendicare la propria emancipazione.
Ma non esiste un demos europeo e quindi non può esistere una democrazia europea.
Con l'unione europea il Capitale si è sottratto al conflitto col Lavoro, rendendo indefinito il luogo dello scontro, astraendosene, e questo ha reso incolmabile il proprio vantaggio fino a dissolvere la democrazia.
In queste condizioni il Lavoro è sottoposto all’arbitrio di un Capitale libero di agire da autocrate regnante.
Voi francesi sapete meglio di chiunque altro che le monarchie non si democratizzano dall’interno.

Il popolo si libera quando ai Re viene tagliata la testa.
E questo bisogna fare con l’Unione Europea, che peggio ancora di un regno è un impero.
Quindi come movimento politico la nostra convinzione è che la vera questione sia ripudiare l'Unione Europea per ricostruire le basi della democrazia, e la necessità di uscir dall'euro altro non è che una conseguenza ovvia del ripristino della democrazia.
Non si può negoziare sulla democrazia.
Se non saranno le sinistre ad impugnare questa battaglia, per ricostruire le nostre democrazie e rapporti di collaborazione tra stati fratelli e sovrani governati da popoli liberi, entro le quali ricostruire politiche di solidarietà, inclusione sociale ed anche accoglienza, la disgregazione avverrà in ogni caso. 
Sarà differente la sua gestione, ad opera di movimenti nazionalisti, sciovinisti, xenofobi quando non peggio, i quali in ultima istanza scenderanno nuovamente a patti con gli interessi del grande capitale come già altre volte nella storia.
L'Europa ha già vissuto situazioni omologhe.

Non lasciamo che ancora una volta la Storia sia ottima maestra con pessimi allievi; impossessiamoci della battaglia per la sovranità e decliniamola in chiave democratica e popolare prima che sia troppo tardi.

A nome mio, del Coordinamento Nazionale della Sinistra contro l'euro e della associazione Ora Costituente, grazie.


Auguriamo a tutti un buono svolgimento dei lavori, e invitiamo tutti a ricordare che i tempi della storia sono stretti».

* Enea Boria è membro del Consiglio nazionale di "Ora-costituente"

venerdì 2 ottobre 2015

NON PERDIAMO DI VISTA IL PORTOGALLO, DOMENICA SI VOTA di Jean-Luc Mélenchon

[ 2 ottobre ]

Questa Domenica, 4 ottobre si terranno a elezioni parlamentari in Portogallo. Sarà un episodio politico che peserà sul vecchio continente. Il nuovo parlamento sarà eletto con sistema proporzionale basato su circoscrizioni regionali. Il primo ministro è attualmente 
Pedro Passos Coello. In Portogallo c'è un governo di destra dal 2011. Il partito di governo si chiama "social-democratico", ma è una reliquia del periodo successivo alla caduta della dittatura di Salazar in cui nessuno allora osava dirsi apertamente di destra. Questa destra è data favorita anche se perderà dei voti. Il Partito Socialista portoghese (PS) è dato per secondo, malgrado si ritiene aumenterà i voti. Il divario con la destra rimane stretto. Ovviamente, il PS ha concentrato la sua campagna sul "voto utile". "Utile per cosa? ".

Il PS che è quello che chiamò la troika ad attuare, nel 2010-11 le prime misure di austerità. Da allora, la destra ha perseguito la linea europea ordo-liberale. E PS. naturalmente, non propone alcuna rottura con questa politica. Il bilancio è quindi terribile. La ricchezza prodotta (ammesso che si tratti di un parametro affidabile per noi come lo è per i produttivisti) è ancora inferiore a quello del 2009, dopo 3 anni di recessione tra il 2011 e il 2013. Ci sono 300.000 disoccupati in più e il 40% di disoccupazione giovanile. Abbiamo così che ben 500.000 portoghesi sono fuggiti in esilio in 5 anni; e tra la popolazione che resta vi è il 20% dei poveri.

Il Portogallo è spesso presentato come il "bravo allievo" della Troika per il fatto che esso non è più soggetto a "pacchetti di salvataggio". Sappiamo che un "piano di salvataggio" consiste in privatizzazioni crudeli e tagli della spesa pubblica fare affidamento direttamente sui mercati. I cantori della "unica politica possibile" 
si fanno ancora i gargarismi con questo mantra. Vista da vicino la situazione è molto diverso. Il piccolo respiro ritrovato dall'economia portoghese non dipende affatto dalla politica della Troika, ma dal suo opposto. La timida "ripresa" del 2014-15 ha coinciso con l'allentamento dell'Ordoliberismo, vale a dire, che questa ripresa si è verificata grazie ad un'attenuazione della politica di austerità. E' la paura di rompere la corda che tiene in vita l'impiccato. Altrimenti detto nella lingua del FMI: "l'aggiustamento di bilancio ha subito un rallentamento." Il deprezzamento dell'euro causato dalla BCE contro il dogma dell'euro forte è stato un'altro fattore che spiega la timida ripresa. Ed è stato l'intervento della BCE la causa della diminuzione dei tassi di interesse + per cui il Portogallo può ora "finanziarsi direttamente" sui mercati. In breve, è ricorrendo alle  condizioni opposte contemplate dal catechismo liberale che la situazione è oggi leggermente meno crudele. Ma guardatevi alla propaganda! I Bla Bla sulla "ripresa portoghese" non devono farci perdere di vista che al ritmo attuale, solo entro il 2020, il PIL del Portogallo tornerà ai livelli del 2009! A lungo termine l'economia portoghese è mutilata dalla medicina che è stata applicata. 

Il modello tedesco ha fatto il suo lavoro. Ora il Portogallo si basa sulle esportazioni: esse rappresentano il 40% del PIL, contro il 27% prima della crisi. In altre parole, alla prima inversione di tendenza dell'economia globale, patatrac, il Portogallo tornerà all'età della pietra. La cattiva notizia già circola, il WTO (World Trade Organization) annuncia che il commercio internazionale diminuirà per il quarto anno consecutivo. Il livello degli scambi si allinea con il tasso di crescita globale. Addio al periodo delle "vacche grasse" in cui il commercio mondiale progrediva due volte più veloce della produzione perché le merci che circolano a tutto gas.

La "ripresa" non è né sostenibile né durevole. Le esportazioni che la sostengono si basa sul dumping sociale, vale a dire il minor costo del lavoro e quello della moneta unica, due parametri che sono sottoposti a forti fluttuazioni sociali e politiche. In ogni caso, non si vede come la manipolazione di una moneta e la regressione sociale migliorino il livello di qualità o le performaces delle merci scambiate. La produzione portoghese è quindi maggiore rispetto all'inizio della crisi. Il suo valore d'uso è lo stesso e il suo valore di scambio viene manipolato. Nel frattempo, i salari sono diminuiti del 6% tra il 2010 e il 2013 e non è quindi il consumo popolare che potrà rimpiazzare il declino delle  esportazioni. E in ogni caso, il debito pubblico resta insostenibile come quello greco e di tutto l'arco mediterraneo. Secondo il FMI, "Il peso del debito pubblico e privato è in grado di ridurre le prospettive di crescita a medio termine". Appunto. Perché come al solito il debito pubblico è aumentato con l'austerità ed alle altre meraviglie dei trattamenti inflitti per ridurlo. E 'aumentato dal 84% del PIL nel 2009 al 130% nel 2014. Un "dettaglio" che i commentatori entusiasti del «bravo allievo portoghese» non riescono a commentare. In ogni caso, nel 2015, il rimborso del debito ha assorbito quasi il 5% della produzione del Paese. Le banche gongolano, anche visto che non navigano in buone acque. La minaccia della bolla del debito privato e quello delle banche si staglia all'orizzonte. Le cifre dovrebbero far morire di paura "mercati" come quando si tratta di debiti pubblici. 

Il debito privato è leggermente diminuito, ma rappresenta ancora 237% del PIL portoghese! Per quanto riguarda le banche private, la puzza della perdita di gas si sente a migliaia di chilometri. Nel 2014 lo Stato portoghese ha già salvato il Banco Espirito Santo, offrendogli 5 miliardi di euro. E in questo momento, i debiti inesigibili delle banche portoghesi raggiungono ancora il 12% del totale delle loro attività. Secondo il FMI, che questa quota "cresce", minacciando il sistema finanziario portoghese, mentre il debito pubblico rende impossibile una nuova massiccia iniezione di capitali. Presto la bolla scoppierà, naturalmente. Come in Grecia, come altrove. Il debito portoghese non sarà pagato e le sue banche, a tempo debito, crolleranno.


E noi? per chi siamo in queste elezioni? 
Lo spazio culturale della sinistra è occupata da altri due blocchi. 
Il primo è costituito dall'alleanza del Partito comunista coi verdi [CDU: Coligaçāo Democrática Unitaria PCP-PEV], il secondo è una coalizione più eteroclita ma vivace: il "Bloco de Esquerda" [alleanza nata dall'unità della nuova sinistra, Ndr]. Il totale dei voti è impressionante in quanto sono circa al 15%. Ma, naturalmente, siamo divisi. In queste condizioni non siamo percepiti come una reale alternativa e quindi non come un'alternativa possibile. Catalizziamo la collera senza minacciare il sistema. Questa divisione permette al PS di giocare la carta del "voto utile"  dal momento che, ovviamente, non siamo in grado di creare una maggioranza di governo. Ma il discredito PS è abbastanza grande per rendere questo ricatto meno efficace di quanto sperano i suoi portatori. Io sono il più vicino possibile ai miei compagni portoghesi. Al Parlamento europeo mi siedo a destra sulla stessa riga dei comunisti portoghesi che sono molto francofoni e io non nascondo che votiamo molto spesso alla stessa maniera, tranne in materia di pesca. Tuttavia il dialogo è buono con il Bloco i cui eletti sono diventati miei amici personali con i quali parlo con franchezza e serenamente. 
Sull'Europa, i punti di vista sono simili a queli che abbiamo visto in Grecia. Certamente il PCP, da lungo tempo alleato dei Verdi nella "Coalizione democratica unitaria" ha una linea molto dura contro l'UE. E poi, il Pcp non è un membro del Partito della Sinistra Europea. 
E adesso, il Bloco ha rivisto la sua posizione sull'euro dopo la firma di Tsipras. Il Bloco non critica Tsipras, ma adotta una posizione quasi identica a quella di PG. Fernando Rosas, cofondatore del Bloco
«In primo luogo, non si possono perseguire politiche anti-austerity dentro l'eurozona. In secondo luogo, la zona euro è una sorta di dittatura che non permette decisioni democratiche ai paesi europei. Quindi vogliamo rinegoziare il debito e, se necessario, siamo pronti a lasciare l'euro. Non faremo l'errore di Alexis Tsipras che è andato ai negoziati senza un Piano B. Ma non vogliamo criticarecriticare pubblicamente Syriza. La nostra posizione ufficiale è che dobbiamo essere pronti a lasciare l'euro se i negoziati sul debito non hanno successo».

martedì 15 settembre 2015

UN BENVENUTO ALLA "BANDA DEI QUATTRO"

[ 15 settembre]

L'altro ieri davamo conto dell'incontro svoltosi a Parigi il 12 settembre, segnalando l'intervento svolto da Fassina.
Un altro evento, dopo quello della nascita di Unità Popolare in Grecia, di grande importanza. Con Varoufakis, Lafontaine, Melanchon e Fassina, emerge un nuovo segnale di rottura in seno alla "sinistra radicale" —se non altro col dogma della moneta unica.
Qui sotto il video degli interventi dei quattro.
Più sotto ancora il loro documento congiunto, con i suoi punti forti (che abbiamo sottolineato in rosso) e i suoi punti deboli (che abbiamo sottolineato in verde), ovvero un molto velleitario e confuso "Piano A" per salvare l'Unione europea.
Al netto dei suoi limiti questo documento sta diverse spanne sopra alla miseria dello tsiprismo. La "banda dei quattro" annuncia per dicembre un summit europeo per un "Piano B". Ci saremo per dire la nostra, e per cercare di unire le forze
Ora vi chiederete: "Che ci fa Stefano Fassina assieme ai Vendola, ai Ferrero, ai Viale, ai Revelli & C.?" Beh, questo chiedetelo a lui.


UN PIANO B PER L'EUROPA

«Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione Europea.
“L’accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche provocata dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

Ora, con più austerità, più svendite di beni pubblici, con politiche economiche sempre più irrazionali e politiche sociali improntate ad una sfacciata misantropia di massa, il nuovo Memorandum può servire solo a peggiorare la Grande Depressione in Grecia e a consentire che la ricchezza della Grecia sia saccheggiata a vantaggio di interessi privati interni ed esterni.

Da questo golpe finanziario dobbiamo trarre una lezione. L’euro è diventato uno strumento di dominio economico e politico da parte di un’oligarchia europea che si fa schermo del governo tedesco, ben contenta di lasciare alla cancelliera Merkel il lavoro sporco che gli altri governi non sono capaci di compiere. Questa Europa genera soltanto violenza nei paesi e tra di essi: disoccupazione di massa, brutale dumping sociale e insulti contro la periferia europea, attribuiti alla leadership tedesca ma in realtà ripetuti a pappagallo da tutte le élite europee, incluse quelle della stessa periferia. In questo modo, l’Unione europea alimenta l’avanzata dell’estrema destra e rende impossibile in Europa il controllo democratico sulla produzione e la distribuzione della ricchezza.


Che l’euro e l’UE difendano gli europei dalla crisi è oggi un’affermazione pericolosamente falsa. È un’illusione credere che gli interessi dell’Europa possano essere protetti entro la gabbia di ferro delle regole di governance dell’eurozona ed entro i Trattati vigenti. 

L’approccio Hollande-Renzi, comportarsi come studenti modello, o piuttosto prigionieri modello, è una forma di resa che non porterà nemmeno alla clemenza. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, lo ha detto chiaramente: “non può esserci scelta democratica che vada contro i trattati europei”. È la versione neoliberista della dottrina della sovranità limitata inventata da Breznev nel 1968: allora, i sovietici repressero la primavera di Praga con i carri armati; questa estate, l’UE ha represso la primavera di Atene con le sue banche.

Siamo determinati a rompere con questa Europa. È la condizione primaria per ricostruire la cooperazione tra i nostri popoli e i nostri paesi su nuove basi. Come possiamo mettere in atto politiche di redistribuzione della ricchezza, di creazione di opportunità di lavoro dignitoso, specialmente per i giovani, di transizione ecologica, di ricostruzione della partecipazione democratica entro i vincoli di questa UE? Dobbiamo sfuggire alla vacuità e disumanità dei trattati europei vigenti e rimodellarli in modo da levarci di dosso la camicia di forza del neoliberismo, abolire il Fiscal compact e opporci al trattato commerciale con gli Stati Uniti, il TTIP.

Viviamo tempi eccezionali. Stiamo affrontando un’emergenza. Gli stati membri hanno bisogno dello spazio politico che consenta alle loro democrazie di respirare e avanzare soluzioni adeguate alle esigenze nazionali, senza il timore di giri di vite da parte di un Eurogruppo autoritario e dominato dai paesi più forti e dai grandi poteri economici, o da parte di una BCE utilizzata come un rullo compressore, che minaccia di schiacciare i paesi che non “cooperano”, come è accaduto con Cipro e con la Grecia.

Questo è il nostro piano A: lavoreremo nei nostri rispettivi paesi, e insieme in Europa, per una totale rinegoziazione dei trattati europei. Ci impegniamo a sostenere ovunque le lotte dei cittadini europei, con una campagna di disobbedienza civile contro le scelte europee arbitrarie e le “regole” irrazionali, finché tale rinegoziazione non sia ottenuta.

Il nostro primo obiettivo sarà porre fine all’irresponsabilità dell’Eurogruppo. Il secondo sarà rimuovere la finzione di una BCE “apolitica” e “indipendente”, quando in realtà essa è profondamente politica (nella forma più deleteria) e totalmente dipendente dagli interessi delle banche e dei loro rappresentanti politici, pronta come è a reprimere la democrazia con la semplice pressione di un bottone.

Anche i governi che rappresentano gli interessi dell’oligarchia europea, e che si nascondono dietro a Berlino e Francoforte, hanno un loro piano A: non cedere alla domanda di democrazia dei popoli europei e agire in modo brutale per piegare la loro resistenza. Lo abbiamo visto in Grecia lo scorso luglio. Come sono riusciti a strangolare il governo greco, democraticamente eletto? Dotandosi di un piano B: espellere la Grecia dall’eurozona nelle peggiori condizioni possibili, distruggendo il suo sistema bancario e uccidendo la sua economia.

Di fronte a questo ricatto, anche noi abbiamo bisogno di un nostro piano B, da opporre al piano B delle forze più reazionarie e anti-democratiche. Per rinforzare la nostra posizione negoziale di fronte a politiche brutali che sacrificano gli interessi della maggioranza per favorire un’esigua minoranza. Ma anche per riaffermare il semplice principio che l’Europa è per gli europei, e le valute sono strumenti per promuovere la prosperità diffusa, non strumenti di tortura o armi per uccidere la democrazia. Se l’euro non potrà essere democratizzato, se insisteranno nel volerlo usare per strangolare i popoli, ci leveremo e, guardandoli negli occhi, diremo loro: “fatevi avanti, le vostre minacce non ci spaventano”. Troveremo un modo per assicurare che gli europei abbiano un sistema monetario che operi a loro vantaggio, non contro di loro.

Il nostro piano A per un’Europa democratica, supportato da un piano B che mostri ai poteri costituiti che non possono indurci alla sottomissione spaventandoci, è inclusivo e fa appello alla maggioranza degli europei. Ciò richiede un elevato livello di preparazione. Gli aspetti tecnici saranno definiti nel confronto reciproco. Molte idee sono già sul tavolo: l’introduzione di sistemi di pagamento paralleli, valute parallele, digitalizzazione delle transazioni, sistemi di scambio complementari community based, fino all’uscita dall’euro e la sua trasformazione da moneta unica in moneta comune.

Nessun paese europeo può operare per la propria liberazione in modo isolato. La nostra visione è internazionalista. Anticipando ciò che potrebbe accadere in Spagna, Irlanda – forse, a seconda di come evolverà la situazione, nuovamente in Grecia – e in Francia nel 2017, abbiamo bisogno di lavorare insieme concretamente al piano B, tenendo conto delle diverse caratteristiche di ciascun paese.

Proponiamo pertanto la convocazione di una conferenza internazionale sul piano B per l’Europa, aperta a chiunque sia disponibile, cittadini, organizzazioni ed intellettuali. La conferenza può aver luogo in tempi ravvicinati, già a Novembre 2015. Inizieremo il percorso sabato 12 settembre, durante la Fête de l’Humanité a Parigi. Unitevi a noi!»

Stefano Fassina, parlamentare, ex vice-ministro dell’economa e finanze (Italia)
Oskar Lafontaine, ex ministro delle finanze, fondatore del partito Die Linke (Germania)
Jean-Luc Mélenchon, parlamentare europeo, co-fondatore del Parti de Gauche (Francia)
Yanis Varoufakis, parlamentare, ex ministro delle finanze (Grecia)

giovedì 3 settembre 2015

FRANCIA: L'EGEMONISMO TEDESCO FINALMENTE SMUOVE LA SINISTRA di Manolo Monereo

[ 3 settembre ]


Presentiamo ai lettori un articolo appena uscito su Cuarto Poder*. Si tratta della recensione all'edizione spagnola fresca di stampa del libro di Jean-Luc Mélenchon "L’ARINGA DI BISMARCK (il veleno tedesco)". Mélenchon è il massimo esponente del francese Partito di Sinistra, perno del Front de Gauche in via di disgregazione. Una delle cause di questa disgregazione è la divisione tra euristi ed euro-scettici, nelle cui file è recentemente entrato Mélenchon appunto. Un segnale che anche in Francia si inizia a strutturare una sinistra sovranista. Monereo sottolinea le cause e le conseguenze dell'egemonia tedesca sull'Unione europea.

Mélenchon contro Merkel: lo Stato tedesco avanza per comandare
di Manolo Monereo


"Se l'Unione europea non è in grado di aiutare i paesi in una maniera veramente collegiale e associativa, si dovrebbe procedere a smantellare questa impraticabile unione monetaria e avviare un processo di integrazione nuovo e più credibile".

Oskar Lafontaine,  2015

«Fra pochi giorni, la casa editrice di El Viejo Topo pubblicherà il controverso saggio di Jean-Luc Mélenchon "L’ARINGA DI BISMARCK (il veleno tedesco)".

Il noto dirigente della sinistra francese non ha alcun problema nel definirlo un pamphlet   e non nasconde la motivazione ultima del medesimo: denunciare il "trattamento" che la Troika, in generale, e la Germania in particolare, hanno applicato alla Grecia di Syriza. Oggi sappiamo che le cose sono peggiorate e che i poteri dell'Unione sono riusciti ad ottenere la capitolazione di Tsipras. Una tragedia, non solo greca.


L'indignazione ha lasciato il posto ad una rabbia contenuta e sembra, almeno speriamo, che ciò possa aprire la strada ad una critica che vada ai fondamenti di questo sistema di dominio che è diventata l’Europa tedesca. Ponendo dunque fine, in ultima analisi, al tabù, al dibattito vietato che impedisce di discutere in modo approfondito della Ue —della sua natura politica e di classe, del suo ruolo geopolitico e delle sue relazioni, attraverso la NATO, con gli Stati Uniti—, e del ruolo dello stato tedesco. Entrambi le cose sono strettamente collegate e non possono più essere tenute separate.

Forse varrebbe la pena di notare, prima di proseguire, che il saggio-pamphlet di Mélenchon si inserisce in una più ampia discussione, particolarmente ricca e stimolante, che è venuta avanti nella 'decadente' Francia negli ultimi anni. I nomi sono noti, Chevènement, Sapir, Cassen, Lordon, Todd; tutti loro, malgrado le differenze, si distinguono per la critica seria e sempre più argomentata contro l'Unione europea, in difesa dello stato nazionale repubblicano e, andando oltre, per la contestazione del progetto globalista che ha al suo centro la dominazione imperiale degli Stati Uniti.

«L'opuscolo-saggio di Mélenchon ha un obiettivo chiaro, presentare la “altra faccia” di un paese che i media non vogliono diffondere, cercando di dimostrare che il tanto decantato "modello tedesco" non ha nulla di invidiabile; nasconde una società invecchiata, sempre più segnata da disuguaglianze sociali; relazioni lavorative e sindacali sempre più degradate, dove la precarietà è diffusa ed i salari si sono ridotti per una parte significativa della forza lavoro; il degrado ecologico e sociale cresce, con un malsano e contaminato sistema agro-alimentare ferreamente controllato dalle grandi imprese di distribuzione a basso costo e dal dominio, tradizionale nella storia tedesca, dell'industria chimica; il tutto al servizio di un modello di crescita basato, così lo ha definito Lafontaine, su un nazionalismo esportatore, di qui una sfrontata strategia neo-mercantilistica.

Non si tratta, in questa sede, di discutere i vari aspetti del saggio che il socialista francese tratteggia nella sua lucida critica della Germania della Merkel; è sufficiente mettere l'accento su quei dati, che, in un modo o nell'altro, hanno a che fare con il modo con cui il paese teutonico regna nella Ue e svelano il contenuto ultimo delle sue politiche. Mélenchon mette in risalto, penso che questo sia il centro della sua scrittura, la riunificazione tedesca e quello che lui chiama il "metodo” dell' annessione, quello che potremmo definire il laboratorio dove la Germania ha sperimentato il suo sistema di governo.

La prima cosa da notare è che lo stato tedesco, la sua classe politica, i suoi leader di ieri e di oggi —e sono praticamente gli stessi— sanno molto bene che cosa significa applicare concretamente un’unione monetaria ed economica ad un territorio diseguale, più debole e diverso: mi riferisco all'ex Repubblica democratica tedesca [segnaliamo a questo

proposito l’illuminante saggio di Vladimiro Giacché: ANSCHLUSS, l’annessione, Ndr]. Il problema è noto e la parola “annessione” spiega molto accuratamente quello che è successo. Un intero paese, una società, un'economia e la cultura sono state distrutte, per così dire, in un batter d'occhio. La dottrina dello “shock” venne applicata sistematicamente: privatizzazioni, chiusura di aziende, vendita dei beni pubblici e “pulizia politica” nelle istituzioni e negli apparati statali, a cominciare dalle università di partenza. Le conseguenze: disoccupazione, migrazione, brutale aumento della disuguaglianza e il degrado dei diritti sociali e del lavoro, soprattutto per le donne.

I beneficiari? Le grandi imprese finanziarie e industriali che improvvisamente si sono trovate con 16 nuovi milioni di consumatori, una mano d'opera qualificata e disciplinata, e, ciò che era più importante, l’acquisizione di una vasta gamma di contatti, reti e relazioni industriali che la RDT aveva con l'ex campo socialista. Non si dimentichi che l'altra Germania esportava la metà del suo prodotto e che era di gran lunga il paese più sviluppato di quel mondo. La colonizzazione dell'Europa centrale e orientale ha avuto inizio con l'annessione e, come dice Mélenchon, fu la scoperta di un 'metodo'.

Come al solito, il notevole aumento dei profitti delle grandi imprese ha avuto un enorme costo economico, sociale e territoriale, che presto venne 'socializzato' dallo Stato. Le cifre variano. Si stima che l'operazione di annessione sia costata all'erario circa 2mila miliardi di euro e, quel che è peggio, 25 anni dopo, a causa delle ferite, una parte importante della popolazione della “altra” Germania non si sente inclusa in una patria comune. Infatti, le classi dirigenti tedesche sanno bene che cosa significhi l'unione economica e monetaria, con un territorio in ritardo e debole, come ne conoscono i costi enormi. Ora non sono disposti a pagarli con i paesi meridionali e orientali della Ue.

Oggi si dimentica tuttavia che l'onnipotente Germania, felicemente riunita e integrata nella NATO, è stata per anni il “malato” d’Europa, che ha, per i propri interessi, sistematicamente violato i criteri di convergenza adottati a Maastricht e favorito il lassismo monetario della BCE, che ha contribuito ad innescare le bolle immobiliari finanziarie e reali di Grecia, Spagna e Irlanda. Il governo di Tsipras avrebbe avuto bisogno della stessa comprensione, di tanta prudenza come gli omologhi tedeschi. La legge non è mai uguale per tutti quando ci sono di mezzo potere e stati diseguali, quando chi comanda ha costruito delle regole di gioco da cui trae sempre beneficio.

Ci sono momenti in cui i poteri dominanti hanno urgente bisogno di un socialdemocratico audace, coraggioso, che non tremi davanti ai sindacati, disposto a sfidare la base del proprio partito e fare ciò che la pusillanime destra non ha il coraggio di fare, proprio perchè questo politico all’altezza quasi sempre viene ostacolato dall’opposizione. Si sa, i programmi sono scritti per non essere realizzati, e le promesse se ne vanno via col vento della responsabilità: quelli che comandano davvero, comandano, per essi è meglio non opporsi alle manifestazioni ma prenderne la testa. Quest’uomo apparve: Gerhard Schröder. La sua proposta: la “Agenda 2010”.

E’ necessario capire questo passaggio dell'articolato ragionamento di Mélenchon. L''Agenda 2010” deve essere vista come una strategia della classe dirigente tedesca per organizzare il suo modello di crescita intorno alle esportazioni. E' stato necessario intraprendere una svalutazione sostanziale, ridimensionando il ruolo dei sindacati, indebolendo così la capacità contrattuale dei lavoratori. L'annessione ha contribuito notevolmente a questo obiettivo e ha giustificato la necessità di (contro) riforme strutturali. Il problema è noto e per anni la crescita tedesca è stata basata sulla deflazione salariale, il taglio ai servizi sociali e l'indebolimento dello Stato sociale. La precarietà del lavoro è stata alimentata dal potere stesso e, come detto sopra, le disuguaglianze sociali e la povertà sono aumentate. La Germania praticava il dumping sociale per aumentare ulteriormente la competitività della sua economia.

Quando la signora Merkel parla dei doveri che essi hanno già compiuto, a questo si riferisce, alla conversione della svalutazione dei salari in un meccanismo di regolazione permanente per compensare le differenze di produttività tra le economie disuguali. Il problema che il leader tedesco non dice è che il modello tedesco è applicabile solo se effettuato dallo Stato economicamente dominante; quando tutti lo fanno in una sola volta, il modello non funziona. In concreto, la strategia neo-mercantilistica si basa sulla “rovina del vicino” ed è incompatibile con qualsiasi processo di integrazione sovranazionale. La crisi ha dimostrato con chiarezza che questa serie di politiche hanno portato al consolidamento di un centro sempre più ricco e potente specializzato nell’esportazione di merci e nell’importazione di capitali ed una periferia importatrice e sempre più indebitata.

Si può vedere che, molto spesso, utilizzo il termine “Stato tedesco”. Quello che voglio sottolineare è che c'è uno Stato, il tedesco, che poggia su di una una potente struttura di potere e di classe, che organizza determinate politiche di alleanza sociale interna e che, per esempio, rende possibile il governo di socialdemocratici e cristiano-democratici di oggi e che una parte significativa dei sindacati appoggia le politiche del governo di coalizione. Stiamo parlando di uno stato che tutela gli interessi nazionali, il che è una strategia non cooperativa con altri Stati e concepisce l'Unione europea come un grande mercato per lo sviluppo delle grandi imprese tedesche.

Quando viene utilizzato il mantra che, nel processo di integrazione europea, gli stati tendono a perdere influenza e potere, si dice solo parte della verità, peggio, si dice una mezza verità. Ciò che si riduce, in realtà, ed in modo pianificato, è la sovranità economica degli Stati, quello che è stato chiamato, per molti versi, lo “Stato sociale”. Ma questo, vero in generale per gli altri paesi, non può essere applicabile allo Stato tedesco, che rimane un apparato imponente di potere, organizzato dalle classi dirigenti, che regola l'economia e la società, e concepisce la “grande strategia” dell' integrazione nella Ue e di questa a livello mondiale, contribuendo ad articolare con successo il consenso delle classi subalterne e, soprattutto, che non ammette né ammetterà che un diverso potere sovrano possa decidere il destino della sua nazione e quello del suo popolo.

Qui naufragano i sogni sul federalismo europeo: ci sarà qualcosa come gli Stati Uniti d'Europa. “Più Europa” sarà un maggiore dominio e un più forte controllo dello Stato tedesco. Questo è il sistema di potere che la Ue istituzionalizza; il resto è letteratura d'evasione.

Ciò che spero è che questo commento promuova la lettura del saggio-pamphlet, per quanto irriverente e controcorrente possa essere, e suscitare dibattito e polemica su un problema in cui tutte e tutti noi giochiamo molto. Buona lettura».

* Monereo dedica l'articolo a Moreno Pasquinelli
** Traduzione a cura della redazione

lunedì 20 luglio 2015

FRANCIA: I PRIMI VAGITI DELLA SINISTRA NO-EURO

[20 luglio ]

L'accordo-bidone siglato da Tsipras, la resa di SYRIZA, hanno causato un terremoto politico che fa sentire i suoi effetti a scala europea.
Podemos è stato messo in una situazione di gravissima difficoltà. Il segnale che la Germania ha voluto dare, che chi vuole stare nel club euro deve rispettare le implacabili regole monetariste e liberiste, è giunto forte e chiaro in Spagna. I cittadini si chiedono: come potrà Pablo Iglesias ottenere dall'eurocrazia ciò che non è stato dato a Tsipras?

Le conseguenze si sono subito fatte sentire anche nella sinistra francese. Come sappiamo il Front de gauche, coalizione della "sinistra radicale" nata nel 2012, anche a causa della sua linea altraeuropeista e filo-euro, ha ricevuto una mazzata elettorale devastante nelle europee dell'anno passato —con i propri elettori che sono rifluiti nell'astensione o hanno votato per la Le Pen

Dal Front de gauche e su posizioni ancor più moderate ed europeiste si è staccato recentemente il Partito comunista francese (Pcf) di Pierre Laurent (nella foto sopra). Non siamo rimasti sorpresi nel leggere che il Pcf ha difeso su tutta la linea la resa di Tsipras.

In Italia il Partito della rifondazione comunista ha rilanciato le dichiarazioni incredibili di Laurent, attestandosi quindi sulla linea eurista di sostegno totale alla capitolazione totale di SYRIZA.

La novità è che il Parti de gauche —che è adesso la spina dorsale del Front de gauche— ha invece assunto una posizione opposta a quella del Pcf, ovvero di critica frontale all'accordo siglato da Tsipras. [vedi l'immagine a destra]

Degno di nota che anche Jean-Luc Mélenchon, il portavoce del Front de gauche, pur non condannando con la stessa forza la resa di Tsipras, non la spaccia per una vittoria o come una "scelta obbligata", come vanno dicendo in Italia gli Tsiprioti del Prc, di Sel e gli ex-arancioni di Rivoluzione civile.

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