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martedì 18 febbraio 2020

L'EUROPA, l'ISLAM E IL POSTO DELL'ITALIA di Angelo Vinco


"Scontro di civiltà": clicca per ingrandire
Riceviamo e pubblichiamo


E’ evidente, nella nuova fase di turbolenze geopolitiche, l’impreparazione e la marginalità delle fazioni di destra e sinistra cosiddette antagoniste o sovraniste o non saprei come definire. Da parte neofascista riemerge l’antica ossessione della salvezza della civiltà europea, da parte neo-marxista la strategia sociale incardinata sull’operaismo messianico germanizzante, per quanto declinata in una modalità che presuntuosamente viene considerata all’altezza dei tempi.

martedì 14 gennaio 2020

COS'È E DOVE VA L'IRAN di A. Vinco

Potenza imperialista persiana o Stato rivoluzionario?


Un significativo pezzo dello stimatissimo amico Moreno Pasquinelli merita alcune precisazioni. 


Facendosi, almeno a nostro avviso, interprete di talune linee politiche del Nazionalismo sociale panarabo a centralità irakena, Moreno ritiene che la via strategica sovra-nazionale

lunedì 13 gennaio 2020

CHE GUERRA È QUESTA? di Moreno Pasquinelli

Libia solo per il petrolio?

 
C'è molto di più. E' Maurizio Molinari che su LA STAMPA  di oggi segnala come il Paese sia un campo di battaglia geopolitico, in particolare:

«Le milizie di al-Serraji possono contare su armi e militari della Turchia, mentre, sul fronte opposto i maggiori contributi bellici arrivano da Emirati Arabi ed Egitto. E' uno scontro non solo di potere ma soprattutto religioso perché si contrappongono visioni concorrenti dell'Islam sunnita. Per Ankara la Fratellanza Musulmana è la più pura espressione dell'Islam politico mentre per Il Cairo e Abu Dhabi si tratta di pericolosi terroristi».

martedì 7 gennaio 2020

PUTIN, L'EREDITÀ DI KHOMEINI E IL SIONISMO di A. Vinco


Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tra i peggiori pregiudizi che circolano vi è anche quello che Putin non farebbe abbastanza per mettere fine all’egemonismo mondiale Sionista. In vari casi, però, coloro che avanzano tale ipotesi sono essi stessi esplicitamente o implicitamente Sionisti. Il loro chiaro obiettivo è rifare della Russia una propria semi-colonia come fu tra il 1991 ed il 2000.

giovedì 2 gennaio 2020

ECCO L'ISLAMOFOBIA di Angelo Vinco

Volentieri pubblichiamo questo breve saggio di Vinco sulla natura (e la funzione) dell'islamofobia. Questa sindrome moderna si autogiustifica come apologia dell'Occidente.
Il Vinco si chiede se l’Occidente esista realmente e risponde che no.
Noi preferiamo porci una domanda forse più modesta ma essenziale: è accettabile
l'immagine  che colonialismo prima e imperialismo poi hanno voluto dare dell'Occidente

giovedì 19 dicembre 2019

COS'È DAVVERO LA SIRIA DI ASSAD? di A. Vinco

[ giovedì 19 dicembre 2019 ]



Nel sanguinoso conflitto siriano convergono moltepli fattori: sociali, geopolitici (regionali e internazionali) ed anche religiosi. Una certa vulgata tende a far credere che il regime di Assad sia un esempio di laicità in stile occidentale. Vero è invece — vedi anche la Cosituzione del 2012 — che esso si considera islamico a pieno titolo. Nulla si può capire del conflitto siriano ove di sottovalutasse la centralità dell'aspetto religioso, lo scontro fratricida tra frazioni dell'Islam (quella che gli stessi musulmani chiamano Fitna). Pur non condividendo tutto quanto sostiene l'autore — che in questo caso polemizza con una testata web della comunità sunnita italiana —, volentieri pubblichiamo.

*   *   *

La Luce, significativo referente online italiano di talune importanti correnti del mondo islamico, di recente ha messo in rete un pezzo — Perché l'estrema destra è innamorata di Assad — con cui per delegittimare il Ba’th siriano si tirano in ballo le presunte radici fasciste del movimento baathista socialista per la resurrezione araba; segni trasparenti ed evidenti di una certa comunanza ideologica tra il fascismo e il baathismo siriano sarebbero non solo i rapporti espliciti che il Governo guidato da Bashar Al Asad tiene con le varie frazioni della destra radicale mondiale ma ancor più i vari volontari neofascisti accorsi nei ranghi delle Forze armate arabe siriane. 

La storia del movimento baathista non si può riassumere in questo articolo, che ha in realtà tutt’altra finalità, non possiamo però, quantomeno, ignorare la complessiva milizia politica dei due fondatori del primo nucleo del Ba’th. Ebbene, entrambi, sia Din al-Bitar, sia Michel ‘Aflaq sconfessarono sia la sinistra filomarxista di Salah Jadid come non realmente baathista, sia il Governo di Hafiz al-Asad quale figlio illegittimo dell’ideologia baathista panaraba. Viceversa, il giudizio di entrambi, soprattutto del secondo, verso il Ba’th irakeno guidato da Sadam Husayn fu assai positivo; in occasione della morte di ‘Aflaq, nel 1989, fu celebrata per ordine del presidente irakeno una solenne cerimonia di stato e venne appositamente progettata una tomba per colui, appunto ‘Aflaq, che Saddam Husayn definì in più casi il suo maestro spirituale e politico. 



Chiunque abbia un poco frequentato la storia e la letteratura politica del Grande Medio Oriente degli ultimi decenni sa bene che dietro alla prima fase dell’ideologia saddamista vi è una certa ideologia medio-sovietica, potremmo dire kruscioviana, piuttosto che fascista. Non sappiamo se sia vero quanto scrisse il New York Times del 7 dicembre 2005 [1], sappiamo però, come sostiene del resto Hamid Majid Moussa, segretario generale del Partito Comunista irakeno, che la lotta di frazione tra saddamisti baathisti e comunisti iracheni fu una sorta di lotta interna tra fazioni regionali e “confessionali” in seno ad uno stesso organismo ideologico. Ed infatti, se l’alleanza tra il Governo siriano di Hafiz al-Asad e l’Urss fu improntata all’abile tatticismo del primo che seguì sempre un modello geopolitico tercerista (come mostrerà la sua attiva posizione filoTehran, dunque antisovietica, nella guerra Ira-Irak), quella tra l’Irak e l’Urss presentò a nostro parere caratteri strategici anche alla luce della struttura sociale del Governo saddamista. In più casi, alla presenza di dirigenti sovietici, Saddam Husayn si vantò di possedere le Opere complete di Lenin e di non ignorare i fondamentali dell’economia marxista. Ciò per affermare che l’identificazione tra baathismo statale e fascismo è quantomeno una forzatura. 

Premesso che, con Trotsky [2], in caso di guerra conrro l’imperialismo sionista-americano dovremmo sostenere la Siria anche ove il regime fosse fascista, riteniamo che non sia un buon metodo giudicare la struttura sociale e la natura ideologica di uno Stato solamente in base al sostegno internazionale di cui gode. Possiamo portare l’esempio del conflitto delle Malvinas (1982) o quello dei Troubles nordirlandesi o anche quello dell’Intifada del 1987: in tutti questi casi le fazioni maggioritarie di destra radicale e sinistra radicale si trovarono più o meno nelle medesime posizioni geopolitiche. Da ciò cosa ne deriva? Che queste guerre antimperialiste fossero tutte ideologicamente fasciste? Certo che no.


Inoltre, il Partito Comunista siriano di Ammar Baghdash, presente nel parlamento con diversi rappresentanti assieme al Partito Comunista unificato, sostiene attivamente, per quanto criticamente, la Siria di Assad considerandola una forza progressista e semi-rivoluzionaria contro un blocco globale reazionario e supercapitalista. Dunque: fascista anche il Partito Comunista siriano? Fascista il noto sostegno che migliaia di Comunisti da tutto il mondo, dalla Svezia all’America Latina, hanno pubblicamente e culturalmente dato al Presidente Bashar al Asad? 

Certo, non siamo noi a negare che verso alcuni comunisti siriani vi sono state, da parte di Assad padre e figlio, fasi di durissima persecuzione [3], ma anche questo non sarebbe sufficiente per dare del fascista ad Assad. Se volessimo usare il suddetto criterio, dovremmo considerare fascisti anche Putin e Xi Jinping. 

Varie correnti del “neofascismo” mondiale sono arrivate a considerare Putin non solo il salvatore della Russia ma addirittura il potenziale restauratore della rinascita morale occidentale e, nel recente conflitto del Donbass, abbiamo non a caso visto accorrere volontari fascisti anche a fianco della comunità russofona aggredita, non solo di Kiev. Quanto alla Cina “rossa”, vari quotidiani e riviste americane — subito riprese immancabilmente da L’Espresso  — QUI e QUI — hanno ben veduto di caratterizzare la strategia cinese in Italia come salvaguardata da una presunta rete eurasiatica filofascista. 

Ciò che viceversa siamo portati a pensare è che La Luce abbia finito per abboccare o peggio voglia propagare una certa mendace propaganda dei sostenitori occidentali del Ba’th siriano, ossia che quest’ultimo sarebbe laico, progressista nel senso che gli occidentali danno ai termini e dunque quasi o completamente anti-islamico e islamofobo. 



Ebbene, ciò, come sanno bene gli amici de La Luce, non corrisponde affatto al vero. Non bastasse la piena ed ortodossa appartenenza dell’alawismo al puro Islam [4], riconosciuta nel 1985 anche da Imam Khomeyni (pace su di Lui), o ancora prima dall’eroe arabo Hajj Amin al-Husayni — noto come il Gran Muftì di Gerusalemme — negli anni Trenta dello scorso secolo, non possiamo né vogliamo sorvolare sul fatto che a fianco delle Forze armate arabe siriane non vi sono solo un gruppuscolo di fascisti europei volontari ma anche fedeli mussulmani provenienti da Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Turchia, Niger, Iran, Palestina: in prima linea contro il terrorismo, il sionismo e il takfirismo. 

Tutto questo ci permette di negare alla radice le fatwa dei vari teologi hanbaliti che invitano allo sterminio degli alawiti come peggiori, quanto ad eresia, di cristiani e ebrei; la spiritualità nusairita-alawita, su cui eventualmente torneremo con uno articolo specifico, è invece connessa alla gnoseologia sciita e la sua stessa visione cosmologica, chiarisce Henry Corbin, è decisamente affine a quella tradizionale dell’Iran zoroastriano ed islamico. L’accusa di eresia all’alawismo, l’invito alla pulizia religiosa mediante sterminio di alawiti smaschera la logica frontale annientamento politico degli islamici antimperialisti che varie frazioni dell’Islam reazionario, alleato con il Sionismo e con gli imperialisti occidentali, stanno portando avanti dal 2010 ad ora. 

Vorremmo ricordare che da quasi dieci anni Israele bombarda postazioni militari dell’Esercito siriano un giorno sì e l’altro pure. Del resto, identificare lo Stato sociale siriano con la setta alawita è scorretto, in quanto lo Stato siriano è alawita in quanto islamico, islamico in quanto alawita. Nella Costituzione baathista, approvata il 27 febbraio 2012 con Referendum Popolare, il che conferma del resto l’essenza democratico plebiscitaria e presidenzialistica del Governo di Bashar, nell’articolo 3 è stabilito tra i principi fondamentali che il Presidente deve appartenere alla religione islamica, che la dottrina giuridica islamica è fonte principale della legislazione, che i culti sono tutti rispettati e legittimi purché non contravvengano o sovvertano la centralità della dottrina islamica. Lo stesso si può dire riguardo all’orientamento centrale dell’ideologia statalista del precedente Governo di Hafiz. 

La guerra di Stato contro la Fratellanza Musulmana — vero che la Costituzizone siriana condanna a morte l'appartenenza a questa organizzazione [5]—, che puntava alla conquista della Siria e all’eliminazione del Ba’th, può essere a nostro parere già letta come una guerra politica di fazione e geopolitica contro le monarchie arabe reazionarie, ma non come lotta neokemalista islamofoba. Inoltre, essendo anche qui fedeli al metodo di Trotsky, noi giudichiamo la sostanza di uno Stato dalla sua politica estera: per quanto non riteniamo l’assadismo un che di rivoluzionario, non lo possiamo nemmeno considerare controrivoluzionario. La linea totalmente e assolutamente filoiraniana, di fiera fraternità geopolitica con la Rivoluzionaria islamica dell’Iran prima, con l’Hezbollah libanese e la palestinese Jihad islamica poi, ci induce a considerare comunque con una certa serietà il Governo baathista siriano, ben oltre gli stereotipi propagandistici dei marxisti dogmatici o neofascisti d’occidente, tutti intenti a riempirsi la bocca di parole come laicité o secolarismo ogni istante che ai nostri giorni non significano più nulla. Esiste il fronte degli oppressi e il fronte degli oppressori come sostiene la Guida Suprema Seyyed Alì Khamenei, esiste il "Grande Medio Oriente allargato" quale frontiera centrale di civiltà e di lotta politica; partire da qui, per tentare di capire da quale parte si situa Damasco con la sua dirigenza è la condizione necessaria e primaria di ogni analisi che voglia realmente essere antioccidentale e antimperialista. 

Dove sono gli Oppressi? Dove sono gli Oppressori? Questo il grande insegnamento rivoluzionario di Imam Khomeyni, il rivoluzionario del ‘900. Non ci interessa dove sono i fascisti o gli antifascisti, gli islamici americani e gli antislamici. Oppressi e oppressori. Bashar al Assad e Asma Assad, in trincea dal 2010, bombardati quasi quotidianamente da anni dall’entità sionista, vittime dell’isteria razzista e arabofoba di Obama e Trump, sono il fronte degli Oppressi o degli oppressori globali? 



NOTE



[1] Il rais iracheno brandendo il Corano di fronte agli inquisitori americani che lo stavano processando, avrebbe affermato: “Io sono Sadam Husayn. Sulla scia di Mussolini, resisterò all’occupazione americana sino alla fine, poiché questo è Sadam Husayn, l’uomo che seguirà il percorso di Mussolini”


[2] «Ne abbiamo un esempio semplice ed evidente. Il Brasile regna oggi un regime semifascista che qualunque rivoluzionario può solo odiare. Supponiamo, però che domani l’Inghilterra entri in conflitto militare con il Brasile. Da che parte si schiererà la classe operaia in questo conflitto? In tal caso, io personalmente, starei con il Brasile “fascista” contro la “democratica” Gran Bretagna. Perché? Perché non si tratterebbe di un conflitto tra democrazia e fascismo. Se l’Inghilterra vincesse si installerebbe un altro fascista a Rio de Janeiro che incatenerebbe doppiamente il Brasile. Se al contrario trionfasse il Brasile, la coscienza nazionale e democratica di questo paese e condurre al rovesciamento della dittatura di Vargas. Allo stesso tempo, la sconfitta dell’Inghilterra assesterebbe un colpo all’imperialismo britannico e darebbe impulso al movimento rivoluzionario del proletariato inglese. Bisogna proprio aver la testa vuota per ridurre gli antagonismi e i conflitti militari mondiali alla lotta tra fascismo e democrazia. Bisogna imparare a saper distinguere sotto tutte le loro maschere gli sfruttatori, gli schiavisti e i ladroni!»

Lev Trotsky 
La lotta antimperialista è la chiave di volta della liberazione
Socialist Appeal, 5 novembre 1938.

[3] In particolare verso il'estrema sinistra marxista organizzata nel Partito d'Azione Comunista 

[4] Sull'alawismo vedi “KITAB AL MAJMU” – UN FALSO LIBRO PER FAR ODIARE GLI ALAWITI

[5]  Nota della Redazione: La Fratellanza Musulmana, che aveva avviato una lotta armata contro il regime, organizzando attacchi, ecc., è stata  oggetto di una repressione molto forte (vedi il massacro di Hama durante il quale il centro della città fu raso al suolo), in particolare nel 1981-82 (tra 10.000 e 25.000 morti). L'appartenenza al movimento rimane punita con la morte ancora oggi

giovedì 12 dicembre 2019

ANTISEMITA CHI? di Nazareno Filippi

[ giovedì 12 dicembre 2019 ]



E' da un bel pezzo che s'avanza in Occidente un'isterica campagna pro-israeliana che tenta di equiparare antisemitismo e antisionismo. Lo stesso Presidente Mattarella, senza il minimo senso del pudore, liquidò il secondo come epifenomeno del primo. Ricordiamo, tanto per segnalare fino a che punto giunge la tracotanza sionista, che Gherush92, l’organizzazione di ricercatori e professionisti consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, chiedeva di mettere all'indice dalle scuole la Divina Commedia di Dante Alighieri, poiché conterrebbe canti antisemiti.


*  *  *

La recente vicenda della senatrice a vita Liliana Segre, come era prevedibile, ha finito per suscitare polemiche a catena, decisioni e contro-decisioni, verità e contro-verità. Da evento morale e apolitico quale avrebbe dovuto essere nelle buone e migliori intenzioni — no all'odio, sì all'amore — di coloro che hanno sposato sin dall’origine questa causa, si è poi trasformato nella solita gazzarra di bassa politica mediatica dove chi meno sa e meno ha studiato, ma fa la voce più grossa, riesce alla fine a portare a casa qualche risultato. 

Si parla ormai, nel dibattito pubblico, di comunismo storico novecentesco senza aver letto una riga di Edward Carr; così come si parla di fascismo senza conoscere le tesi di De Felice o di liberalismo ignorando La storia del liberalismo europeo di De Ruggiero. 

Questo blog ha già ospitato interventi sulla questione dell’antisemitismo basandosi sul pensiero storico e filosofico dell’ebrea Hannah Arendt rilevando una dimensione assai più complessa e controversa di quanto si è portati a tutta prima a credere. La Arendt, secondo Pierpaolo Pinhas Punturello, non si può classificare sic et simpliciter come antisionista, ma nonostante ciò nei suoi studi il Nostro porta vari elementi che denotano, se non una netta e radicale contrapposizione al Sionismo, comunque un chiarissimo dissenso filosofico-politico e critico che per certi versi è addirittura ben più pugnace dell’antisionismo esplicito. 


La Arendt immagina e teorizza nuove modalità dell’essere ebreo che siano in grado di non
richiamarsi, storicamente, ad una immutabile ed eterna essenza ebraica e che sappiano realizzarsi nella loro transitorietà in identità distanti niente affatto coincidenti con il mondo ebraico. Nel 1942 Hannah Arendt, almeno ufficialmente e politicamente, taglierà infatti ogni ponte e ogni
ipotesi di collaborazione con il mondo attivistico e militante Sionista. Oltre alla Arendt, come è noto vi è una foltissima schiera di pensatori e comunità ebraiche israeliane e non, che hanno preso via via le distanze dal Sionismo, sia esso nazionalista o laburista, sino al punto da considerarlo niente meno che uno strumento ideologico o razziale di persecuzione antiebraica: si va dalla
classica accusa di apostasia antisemita rivolta ai sionisti da talune correnti degli haredim e di ebrei ortodossi a quella di “vittime ebree del Sionismo” di cui ha trattato Ella Shohat nel suo bel saggio. Ron Lauder, presidente del Congresso Mondiale Ebraico, ha annunciato la nascita di ASAP (Antisemitism Accountability Project), con un fondo che disporrebbe per ora di 25 milioni di dollari; il fine, stabilendo una, come appena visto, assoluta quanto forzata identità tra ebraismo e Israele, è quello di contrastare e combattere politicamente ogni dissenso verso le politiche dello Stato israeliano. 

Donald Trump sta quindi attuando un ordine esecutivo che imponga il divieto di insegnamenti o eventi antisraeliani nei campus universitari, basati su una strategia di boicottaggio e disinvestimento in Israele, il cui principale fine è sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale sulla tragedia umanitaria che da decenni colpisce senza speranza di salvezza i civili palestinesi. Il presidente firmerà perciò un ordine esecutivo in base a cui il titolo VI della legge sui diritti civili, che vieta le discriminazioni etniche e razziali, sarà applicato anche all’ebraismo. 

Macron ha approvato una legge che stabilisce l’equazione ideologica e culturale tra antisemitismo e antisionismo e Salvini, dall’Italia, alza il tiro annunciando che sono pronte mozioni della Lega, in parlamento a Roma e a Bruxelles, per condannare “ogni forma di antisemitismo e odio contro Israele”. 

Nell’intero scenario politico occidentale si intende procedere assecondando la linea geopolitica della lobby israeliana americana, che secondo vari analisti come Mearsheimer sarebbe la lobby politicamente più potente ed influente d’occidente. La linea politica sionista, Israele Stato razziale e teocratico di “tutti gli ebrei”, vedrebbe come prime vittime, di nuovo, quelle comunità ebraiche che non riconoscono il Sionismo. Chiaramente, lo strumento giudiziario e poi, in estrema istanza, penale diviene così un campo di gioco e contrapposizione tra linee e fazioni geopolitiche. 


Altra vittima, come sempre avviene in questi casi, sarebbe proprio quella verità storica e quella memoria, che si volevano originariamente tutelare. Prescindendo dal fatto che la linea liberticida sarebbe in tal caso ampiamente varcata, si pongono una serie di questioni socio-politiche dirimenti, visto che questo è il piano su cui sta inclinando lo scontro. Le medesime forze che vorrebbero concedere lo Ius Soli per regolarizzare la situazione giuridica e comunitaria di centinaia di migliaia, se non più, di islamici in omaggio ad una logica della buona accoglienza al tempo stesso hanno fatto immediatamente sapere che non esiterebbero a sostenere i decreti Trump-Salvini-Macron. 

Probabilmente gli esponenti di queste forze fingono di ignorare che tali mozioni continuano pienamente quella che per il comune sentire musulmano è, in Medio Oriente in particolare, ma non solo lì, una vera e propria guerra di civiltà israeliana e occidentale contro l’Islam. Non a caso, nella Francia di Macron, poche settimane fa, decine di migliaia di francesi di religione musulmana hanno manifestato contro l’Islamofobia della Quinta Repubblica francese. In un sondaggio appena pubblicato, il 42% dei francesi di religione musulmana afferma di aver subito delle discriminazioni. L’appello, pubblicato su “Lìberation” il 1 novembre scorso, firmato da vari esponenti della sinistra, faceva esplicito riferimento al “razzismo anti-islamico” che caratterizza la vita politica e sociale francese e parlava di “leggi liberticide” in relazione a quella del 2004 che esclude i segni religiosi nella scuola e quella del 2010 che proibisce il burqa nelle strade, per ragioni di sicurezza. 

Gli “Afghanistan papers”rivelano proprio in questi giorni che presidenti e organi informativi anglosionisti mentivano quando dicevano di combattere e bombardare contro il terrorismo, per la democrazia e la libertà nel Medio Oriente allargato. Il Piano Lewis, basato sulla balcanizzazione del Medio Oriente ed il Piano Odeod Yinon, basato sulla strategia di Grande Israele, andrebbero meglio analizzati e studiati per cercare di comprendere quanto è avvenuto negli ultimi decenni. 


Lo stesso Cristopher Hitchens, ex militante della sinistra antagonista, massimo teorico dell’ “islamo-fascismo”, ha enormemente contribuito a divulgare il principio e la prassi della guerra di civiltà islamofobica. Quanto ora si sta proponendo è in continuità con tale linea. Alla luce di questo breve e sommario orizzonte storico-politico, non può infine essere trascurato il messaggio di pace e di unità religiosa che ha caratterizzato il Pontificato bergogliano. Il punto fermo su cui quest’ultimo sembrava aver insistito, dal primo messaggio rilasciato in tal senso dalla Turchia musulmana nel novembre 2014, era quello che i cittadini musulmani, ebrei, cristiani godessero dei medesimi diritti e rispettassero i medesimi doveri. In quel contesto, ma non solo in quel caso, il Pontefice lanciò anche un ardito messaggio di unificazione delle tre fedi contro il terrorismo (di stato o di gruppi militanti), contro le ingiustizie sociali e le discriminazioni etniche. Sarebbe a questo punto interessante conoscere la visione del Pontefice circa l’azione della lobby israeliana USA, per cui il Sionismo è lo stato razziale e religioso di tutti gli ebrei, con Gerusalemme capitale. 

domenica 1 dicembre 2019

PERCHÉ DIFENDO LA RIVOLUZIONE IRANIANA di A. Vinco

[ domenica 1 dicembre 2019 ]



La rivoluzione iraniana del 1979 è stata senza dubbio uno degli eventi più importanti del '900. I giudizi sono stati diversi, spesso opposti. Uguale sorte è toccata alla Repubblica Islamica  che scaturì da quella rivoluzione.  L'Occidente la condanna come una "esecrabile dittatura teocratica". Questo articolo, che volentieri pubblichiamo, esprime un diverso punto di vista.


Sofia Ventura [nella foto sotto] , nota politologa, sulla su LA STAMPA del 24.11.2019 trae spunto dal viaggio iraniano di Di Battista per attaccare la Repubblica islamica creata da imam Khomeini. La Ventura accusa l’Iran di essere illiberale, di destabilizzare il Medio Oriente, di non rispettare i diritti omosessuali ed infine di aver represso nel sangue la rivolta della settimana scorsa. La politologa occidentale continua ad usare terminologie più adatte per il cattolicesimo dei secoli scorsi o forse per il sionismo nazionalista israeliano, come quella di “teocrazia”, piuttosto che per il repubblicanesimo sciita.

La Rivoluzione iraniana del ’79 non solo secondo Kissinger ma anche secondo un articolista del “Sole24ore” come Bidussa fu l’evento centrale della seconda metà del 900 ed ebbe una partecipazione democratica e popolare che nessuna altra rivoluzione nella storia ha conosciuto. Si ricordino d’altra parte i funerali di imam Khomeini del giugno 1989, dove circa 14 milioni di persone resero devotamente omaggio al politico rivoluzionario; mai, nella memoria storica contemporanea, vi sono stati funerali di simili dimensioni per un umile capo di stato, i cui unici beni di proprietà al momento della morte furono tre libri di metafisica, un rosario per la meditazione e un tagliaunghie. 

Il tratto fondamentale della rivoluzione del ’79 non fu quello di essere illiberale ma di essere, all’opposto, assai moderna, coniugando con geniale abilità tattica la prassi dell’antimperialismo globale dei movimenti di resistenza al liberalismo oppressore occidentale, dal peronismo al nazionalismo panarabo di estrazione nasseriana, con una ideologia democratico-repubblicana di radice religiosa sciita, continuando così l’impulso di riformatori sociali come l’imam Hosayn e Jamal al Din al-Afghani. 

La concezione imamita del vilayat-i-figh, “il governo del giureconsulto” o il Governo islamico perfetto (Hokumat-e Eslami), già teorizzata da Mullah Ahmad Naraqi (m. 1830) ed insita nelle radici dello Sciismo rivoluzionario, la quale in termini giurisprudenziali può forse meglio corrispondere a ciò che gli occidentali e la Ventura considerano “teocrazia”, non si identifica con l’attuale Repubblica islamica. Secondo la dottrina sciita, dato che il Dodicesimo imam è andato in occultamento, è compito del clero sciita, selezionato ed
addestrato, in qualità di rappresentante dell’Imam occulto, prendere le redini guidando la comunità islamica. La Repubblica islamica è invece un compromesso tra l’anima repubblicana e quella più propriamente islamica: con l’inserimento del termine “repubblica” (jomhuri) al posto di “governo” (hokumat) l’imam attribuisce allo Stato, oltre che la legittimità divina, anche quella democratico-popolare. 

La sovranità assoluta teorizzata per il “giureconsulto” si concilia con la sovranità popolare: il repubblicanesimo islamico dà vita ad un dualismo istituzionale, da un lato si hanno apparati costituzionali quali il Parlamento e il presidente della Repubblica con i suoi ministri, dall’altro, per garantire l’islamicità della Repubblica e la sovranità divina, si istituiscono organi quali “il consiglio dei Guardiani”, l’ “assemblea degli Esperti” e il “consiglio per il Discernimento”. 

La Repubblica islamica rappresentò la sintesi di tutte le frazioni rivoluzionarie e democratiche, dai liberali antimonarchici ai nazionalisti, per finire ai socialisti patriottici non obbedienti come mercenari dei diktat sovietici. Di conseguenza è del tutto astratta e fuorviante la categoria di "illiberalismo": occorrerebbe più correttamente parlare di una democrazia sociale e popolare islamica, frutto maturo di una rivolta costituente moderna condotta da imam Khomeini contro la politica oligarchica, plutocratica, postmoderna e supermaterialista del “liberalismo” occidentale, che aveva nel regime taghuti di Reza Shah un suo console coloniale. Nelson Mandela, ad esempio, definì in più circostanze imam Khomeini il più grande leader democratico e rivoluzionario dei tempi odierni, la più alta coscienza morale dello spirito del tempo ed i movimenti di liberazione afroamericana negli Usa hanno considerato e considerano la Repubblica islamica un modello di sviluppo sociale democratico eticamente ben superiore a quello dei paesi occidentali “liberalistici”. 

Da questa profonda necessità di giustizia sociale interna ed internazionale nacque la Repubblica islamica che avrebbe abbattuto il vecchio mondo reazionario e iniquo di Yalta — “né Oriente né Occidente, né Usa né Urss ma Iran islamico e partito mondiale degli Oppressi” — e posto le basi per l’avvento di una nuova era multipolare. 

Secondo la visione politica dell’imam non aveva particolare importanza parlare di democrazia e liberalismo, in quanto i concetti di libertà e partecipazione popolare erano insiti nella retta pratica islamica di Stato. Tuttavia, dato che il sistema politico iraniano, come visto, è un ibrido esso è evidentemente democratico, a meno che il voto dei cittadini americani o tedeschi, per fare due esempi con sistemi amministrativi differenti, sia più pesante ed intelligente di quello di milioni di iraniani. 

I recenti disordini che hanno scosso l'Iran
E tuttora, citando il caso dei recenti disordini che sembrano stare così al centro del cuore della Ventura, anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che tali disordini (e ci riferiamo ad omicidi mirati di Basiji e Pasdaran compiuti da mani esperte e squadre di élite militari organizzate) siano stati spontanei, come però spiegare la successiva mobilitazione di milioni e milioni di iraniani in ogni città e in molte province in supporto della Repubblica islamica, della Guida suprema e contro il terrorismo? Illiberalismo o democrazia popolare? 

Le iniziali proteste partite da Zahedan, Mashhad o dalle province di Shiraz e Isfahan, proteste sociali pacifiche e di dissidenza interna al blocco del liberalismo borghese conservatore rappresentato dalla fazione egemone di Rouhani, non sono state assolutamente represse ne perseguitate ma anzi inizialmente incentivate dalle fazioni più sociali, nazionaliste e progressiste interne alla Repubblica islamica. 

Ma dalla pacifica, per quanto animata, protesta sociale all’omicidio mirato e pianificato di più membri delle forze della sicurezza il salto, si comprenderà, non è così piccolo ne può essere casuale e episodico ed ogni Stato che sia tale è costretto ad intervenire proprio in difesa dei piccoli proprietari e dei proletari minacciati. 

Macron, che si pregia di essere l’esponente più rilevante della pratica liberale occidentale, per quanto operi nel contesto particolare del sistema di governo della Quinta Repubblica, è il protagonista di una azione di repressione verso il movimento sociale e democratico francese che fa impallidire quello della Repubblica islamica. Se quest’ultima, nell’avviare la repressione, è stata comunque legittimata dai precedenti omicidi di Basiji e Pasdaran, la polizia nazionale transalpina da un anno a questa parte ha deliberatamente percorso la via dello scontro frontale con la rivendicazione sociale, uccidendo decine di manifestanti, portando via decine e decine di occhi e mozzando diverse mani. Sabato 23 novembre 2019 abbiamo avuto a Parigi la giornata nazionale del Gilet Giallo ucciso o mutilato, invitiamo la Ventura a vedere le immagini di ragazzi e ragazze, fieri esponenti del movimento democratico francese, senza occhi e senza mani ma armati solo di una giubba gialla. Dove è dunque la democrazia? E dove l’illiberalismo? Macron ha milioni di militanti scesi in piazza per sostenerlo, come li ha avuti l’ayatollah Khamenei? Non ci sembra.

Quanto ai diritti della comunità LGTB, la Ventura ha ragione. Ma solo in teoria. La legge, è verissimo, in questo caso è molto dura; si studino però i casi delle persone purtroppo colpite, si vedrà che questi riguardano chi si è macchiato di abusi o ha compiuto
Londra, manifestazione in difesa dei diritti dei gay in Iran
pubblicamente atti di trasgressione e violenza verso la morale pubblica. In più casi la Guida suprema, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha attaccato la concezione del sesso in Occidente, considerandola la principale causa della decadenza e della degenerazione della civiltà occidentale. Elevare il sesso a valore, esaltare i diritti sessuali, colpire la prassi dell’eros e dell’amore a vantaggio di gang bang o equivoca promiscuità sessuale, nella concezione sociale della Repubblica islamica sarebbe indice di certa decadenza politica e morale. 

Si può approvare o non approvare e noi personalmente ben comprendiamo la posizione della Ventura, ma allo stesso modo comprendiamo l’ortoprassi dell’ayatollah Khamenei. In occidente ed in UE, con la logica di presunti diritti individuali o civili si impongono desideri e pratiche di minoranze o lobby plutocratiche (es. il sionista Epstein) potenti sulla volontà e sul costume di “maggioranze silenziose”, arrivando anche alla somministrazione del famoso “farmaco gender” ad inconsapevoli bambini che precipitano così nella perenne incertezza e nella vaghezza sessuali. Anche qui: dove è l’illiberalismo? E dove la democrazia? Dove è la moralità e l’etica? Chi è veramente progressista e chi reazionario su tale piano? La Ventura ci aiuti a sciogliere l’enigma.

Infine, l’Iran avrebbe destabilizzato il Vicino Oriente. Forse la Ventura non sa, ed allora è doveroso ricordarglielo, che in seguito alla Rivoluzione del ‘79, il popolo iraniano ha subito: una Guerra Imposta dalle due superpotenze dell’epoca (Usa ed Urss) che provocarono circa un milioni di morti in patria, una guerra ibrida continua nelle due amministrazioni presidenziali di Ahmadinejad, attentati mirati dentro i confini della Repubblica islamica di professori e scienziati, la destabilizzazione programmata dell’alleato siriano, la tentata destabilizzazione del Libano patriottico ed antimperialista guidato dall’Hezbollah, ovvero la politica di assedio del “vicino estero” per conquistare infine Tehran. A ciò si aggiunga la strategia sanzionista in vigore dal lontano 1980, non dall’anno di elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. L’anglosionismo in Medio Oriente avrebbe attuato un genocidio di circa 10 milioni di morti civili (fonte generale iraniano Salami) ed un numero incalcolabile di feriti. Non si tratta forse di odio etnico e razziale tutto questo o no? E’ un mistero come di fronte a tutto questo, si possa parlare di una geopolitica di destabilizzazione eterodiretta da Tehran. Ancor più misterioso è però l’impulso di Resistenza che guida e sostiene il popolo iraniano e gli alleati antisionisti (dalla Palestina allo Yemen, dal Libano alla Nigeria sciita) di fronte ad un assedio mondiale di tal fatta. Si tenga conto che il numero dei combattenti iraniani morti per la libertà della Palestina supera di gran lunga quello di ogni altra nazionalità filopalestinese; per i liberali occidentali, i diritti gender o quelli degli animali sono più importanti di quelli di milioni di bambini palestinesi sterminati, accecati, mutilati dal ’48 a ora. In tal senso, difficile negare che l’Iran islamico è la vera coscienza morale di questo pianeta degenerato e malato: indica al mondo la Giusta Via.

 
Ali Khameni, Hassan Nasrallah e Qassem Soleimani
Avremmo voluto e dovuto, ne siamo coscienti, anche delineare ciò che non va della Repubblica islamica. Dove l’utopia politica di imam Khomeini forse non si è mostrata all’altezza del compito storico: come possa un Rohani, ad esempio, incarnare una simile missione? 

Soleimani, Ahmadinejad, Mehdi Karrubi sono figli della Rivoluzione in egual misura? O ancora, presupposte le criminali ed imperialistiche sanzioni occidentali, perché le disuguaglianze sociali sono così cresciute nelle grandi città iraniane? 

Quando rientrò a Tehran nel 1979, nei pressi del cimitero Behest-e-Zahra, imam Khomeini disse: 
“Vogliamo curare sia la vostra vita materiale sia quella spirituale. Voi avete bisogno di spiritualità. Essi, gli imperialisti ed i sionisti, ci hanno tolto infatti la spiritualità e noi ve la ridaremo. Noi costruiremo case per tutti, provvedendo gratuitamente ad acqua ed elettricità”. 
E’ doveroso analizzare criticamente il successivo percorso, laddove opportuno, ma non è possibile ed è anzi inopportuno se dall’altra parte del fronte la propaganda imperialista si è ormai ridotta al livello di demagogia automatizzata e lobotomizzata, sia essa della destra sionista iranofoba o della sinistra liberale americanista. Non dimentichiamo mai che l’imam Khomeini sosteneva che i sovietici erano banditi, gli anglosassoni erano peggiori degli americani e gli americani peggiori degli anglosovietici. 

Quindi, tradotto con linguaggio odierno, gli illiberali e gli antidemocratici veri accusano l'Iran antimperialista di essere illiberale. Ma nonostante l'assedio politico, economico e propagandistico imperialista, la democrazia repubblicana e sociale islamica resiste e avanza.

mercoledì 13 novembre 2019

YEMEN: PUNTA AVANZATA DELLA GUERRA ANTIMPERIALISTA di Angelo Vinco

[ mercoledì 13 novembre 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 
Dopo la vittoria politica di Bashar Al Asad e del fronte della Resistenza socialnazionale siriana, lo Yemen è divenuto il punto più avanzato del fronte dei resistenti.


Nasrallah, segretario generale dell’Hezbollah, ha detto di recente che il fuoco della questione palestinese è tenuto in vita dalla Rivoluzione antisaudita yemenita guidata da Ansar Allah (Partito di Dio nato nel 1992 in riferimento alla Sura 3:52 riguardo ai discepoli di Gesù in Islam), fronte patriottico e sociale di liberazione antimperialista e non confessionale o etnico, e gli stessi quotidiani israeliani, da Haaretz a Jerusalem Post, hanno rilevato nell’agosto 2019 che l’arretramento saudita in Yemen è una pessima notizia per i sionisti, con possibili effetti di destabilizzazione interna per la società civile israeliana. 

Sono moltissimi, infatti, i volontari sunniti della Resistenza palestinese — da Hamas alla Jihad palestinese passando per vari militanti del Fronte popolare — attivi a fianco della Rivoluzione yemenita, alcuni tra loro peraltro son stati torturati e uccisi dalle forze militari reazionarie saudite o emiratine (recente il caso tragico di Salim Ahmed Ma’arouf). 

E’ semplicistico e potrebbe essere fuorviante parlare esclusivamente di Huthi dello Yemen del Nord o di clan confessionale zaydita sciita da integrare in una fantomatica “mezzaluna sciita”, poiché all’originario nucleo zaydita si integreranno poi frazioni antimperialiste arabe che
combattenti houthi
anteporranno la strategia della liberazione al resto; siamo in presenza, perciò, di un esercito popolare rivoluzionario che è sotto feroce attacco concentrico saudita e sionista dal 2015. La vittoria della Controrivoluzione saudita o emiratina in Yemen avrebbe infatti significato la liquidazione della causa palestinese: Gerusalemme capitale del sionismo globale, affermazione del blocco reazionario arabo a trazione sionista, accerchiamento dell’Iran sciita. 


L’attacco agli impianti petroliferi sauditi, realizzato dai rivoluzionari yemeniti nel settembre 2019 in coincidenza con le elezioni israeliane, ha posto di contro al centro dell’attenzione mondiale la spregiudicatezza strategica, la determinazione e l’arte della deterrenza antimperialiste del Partito di Dio. Il movimento Huthi deriva il proprio nome dall’omonima famiglia originaria del governatorato di Sa’da, che confina con l’Arabia Saudita e in cui sono scaricate le tensioni di frontiera, e di rito sciita zaydita che appartenendo all’èlite dei Seyyed rivendica una discendenza diretta dal profeta Maometto. 


Il conflitto armato ha avuto inizio nel 2003, quando l’azione antimperialista ed antioccidentale del Partito di Dio prese piede nella Moschea Saleh, nella capitale San’a, dopo la preghiera collettiva del venerdì a causa dell’invasione americana dell’Iraq. Circa 1000 militanti del partito di Dio o Gioventù Credente vennero arrestati e il presidente Ali Abd Allah Saleh invitò Husayn al Huthi ad un incontro nella capitale yemenita, ma quest’ultimo rifiutò il chiarimento. Divampò così il conflitto, quando agli inizi del 2004 Saleh, egli stesso zaydita ben si noti, con la complicità statunitense e israeliana, inviò forze governative per arrestare Husayn: l’arresto non fu portato a termine a causa della rivolta popolare organizzata dal Partito di Dio, ma Husayn fu però ucciso il 10 settembre 2004. 

La rivolta antimperialista, basata sulla classica guerra di guerriglia, proseguì ininterrottamente sino al fragile accordo del 2010. 

Con la rinascita universale araba denominata “primavere arabe” o ancora meglio Risveglio islamico globale, la rivolta yemenita si radicalizza in tutto il paese come partito degli Oppressi e dei diseredati. La Rivoluzione Yemenita, guidata ora da Mohammed Alì al-Huthi, presidente del Comitato rivoluzionario e dalla guida politica Salih Habra, iniziava così ad espandersi a macchia d’olio battendosi su tutta la linea sia contro gli jihadisti secessionisti qaidisti nel governatorato di Al-Baidhah (1), sia contro i filogovernativi di obbedienza saudita e occidentale. 

Il 20 gennaio 2015 i rivoluzionari yemeniti conquistano il palazzo presidenziale di San’a ed il presidente, sunnita, ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, che si trova nel palazzo, durante l’assalto riesce a mettersi in salvo e poi si dimette trasferendosi ad Aden. Nonostante sia delegittimato e isolato, la comunità internazionale, su diktat statunitense, continua a considerare arbitrariamente Hadi presidente del paese. 

L’interventismo saudita architettato dal nuovo monarca Salman e dal figlio Mohammed bon Salman (MBS) ministro della difesa, prima discontinuo, entra da allora direttamente in scena, con impressionante continuità in Yemen, con una terribile e furiosa tattica di bombardamenti su civili. Ne nascerà una tragedia umanitaria di dimensioni colossali che mette i brividi. Lo Yemen, che già prima del 2010 aveva visto la nutrita presenza di vari campi profughi di civili Huthi che fuggivano dalle bombe occidentali dell’aviazione saudita ed anche di somali in fuga dal Corno d’Africa, dal 2015 vedrà impennare in modo esponenziale la mortalità e le mutilazioni infantili. 


L’Occidente fa affari d’oro con sauditi ed emiratini, arma la cosiddetta “coalizione araba” a trazione sionista-statunitense ma al tempo stesso, seppur a fasi alterne, gli organi di informazione europeistica e vaticana grondano, evidentemente, di ipocrita retorica sulle stragi di bambini Huthi in Yemen. Lo Yemen è la Nazione delle stragi legittime e degli infanticidi del supercapitalismo imperialista. Legittime, agli occhi di tutto il mondo occidentale, perché l’Iran, che sostiene attivamente dal 2015 i rivoluzionari yemeniti, deve essere annientato e abbattuto nel suo espansionismo difensivista antisanzionista ed antimperialista. 

La politica saudita ha sempre puntato ad avere sulla propria soglia uno Yemen debolissimo, sfruttando le reti tribali e il separatismo sudista, per esercitare il controllo assoluto sul governo di Saleh, un maestro di funambolici tatticismi ai limiti dell’assurdo e del suicidio politico. La frammentazione religiosa, come detto, è relativa e secondaria. Saleh, zaydita e “nordista” convinto, è stato il regista delle sei guerre sporche (dirty wars) contro gli Huthi dal 2004 al 2010; una volta allontanato dal potere non ha però esitato a stringere alleanze con i suoi antichi nemici per rovesciare il “sudista” Hadi. 

Il ruolo iraniano, in un paese sovrarmato come quello yemenita, in cui vi sono sei fucili automatici per ogni maschio adulto, era del tutto relativo prima dell’interventismo stragista saudita; in seguito all’assalto saudita, benedetto dagli Usa di Obama prima di Trump poi e quindi da Israele nel tentativo di stabilizzare una Nato mediorientale antipersiana, diviene però mirato e saggiato alla luce della tradizionale arte della difesa della Repubblica iraniana ed islamica. Lo Yemen fu infatti la tomba dei turchi, costretti a limitare il loro controllo sulle aree delle costa ed al compromesso con l’imamato sciita, sostenuto dalle grandi confederazioni tribali del Nord. Nel 1918, con il crollo dell’impero ottomano, l’imamato colmò il vuoto di potere, espandendosi nelle aree controllate dai turchi, arrivando sino ai confini con i protettorati britannici, sorti dal 1839 attorno ad Aden e estesi nel Sud-Est. Il patto militare-tribale-repubblicano, così lo storico Stephen W. Day professore al Rollings College in Winter Park (The future Structure of the Yemeni State, 14 Aug 2019) definisce il compromesso che ha chiuso la guerra civile a trazione nordista dal 1990 con l’unificazione dei due Yemen, è stato esteso al Sud con un generale processo di centralizzazione politica. Gli incentivi sono stati rappresentati dalla rendita petrolifera e dalle entrate derivanti dalle rimesse dei lavoratori emigrati, assieme all’uso dell’apparato militare e statale, per consolidare la centralità di San’a. Il sistema tribale si è fondato su una imprenditoria reticolare di natura capitalistica clanica subordinata alle petromonarchie del Golfo; circa seimila su dieci mila sceicchi tribali yemeniti sarebbero direttamente finanziati da Ryad. Il patto subimperialista con Ryad del capitalismo clanico interno non regge però più e il fallimento strategico di MBS sembra rivelarlo. Dopo il fulmineo attacco antimperialista del Partito di Dio e degli Oppressi del settembre 2019, che spiazza il modernissimo ed elaboratissimo sistema di difesa tecnologico saudita, il Generale Soleimani ha definito il patto volontarista ed antimperialista tra l’Ansar Allah yemenita e le Forze Quds persiane come il patto dei seguaci del martirio di Karbala dell’imam Hosayn. (2) 

NOTE

1)
      Il secessionismo qaidista è particolarmente forte nel Sud. La storia del Sud secessionista nel Novecento meriterebbe una trattazione a se, e non è detto che non ci si torni su, anche perché strettamente correlata alla storia stesso del “comunismo storico” con le sue lotte di frazione. ‘Abdul Hameed Bakier, esperto di intelligence specializzato in antiterrorismo, sostiene che il secessionismo del Sud sarebbe sostenuto da Al Qaeda e dai salafiti con il pretesto di “aiutare gli abitanti del Sud per evitare che tornino ad essere comunisti”. Isil svolgerebbe invece, in Yemen, il lavoro sporco di milizia mercenaria filosaudita e dunque filosionista e filoccidentale. Significativo il fatto che molti ex militanti baathisti iracheni della famosa rete Al Douri, trapiantati in Yemen dopo l’invasione americana, sarebbero filoIsil.
2)      https://www.memri.org/tv/irgc-quds-force-commander-qasem-soleimani-yemeni-drone-attacks-imam-hussein-path-abqaiq-khurais

domenica 10 novembre 2019

ÉLITE, POPOLO, RIVOLUZIONE di A.V.

[ domenica 10 novembre 2019 ]

Abbiamo ricevuto, e pubblichiamo, questa critica all'articolo di Moreno Pasquinelli LOTTA DI CLASSE E RIVOLUZIONI COLORATE. Essa tira in ballo, tra le altre questioni: (1) la funzione storica delle élite e quella dei popoli o, se si preferisce il rapporto tra "avanguardia e masse" e (2) le cause scatenanti delle rivoluzioni; (3) il concetto di "rivoluzione colorata" i di "false flag". 
Ci torneremo su...

[ Tutte le foto nell'articolo sono della grande sollevazione popolare che ha scosso l'Iraq il mese scorso ]


*  *  *

ÉLITE, POPOLO, RIVOLUZIONE 

Per una critica teorica al populismo socialdemocratico di M. Pasquinelli

di A.V.

Il teoricamente importante articolo di M. Pasquinelli su “Lotta di Classe e Rivoluzione Colorate” si dipana sciogliendo tre nodi.


a) La crisi strategica della plutocrazia neo-liberista conduce inevitabilmente alla rivolta sociale; Pasquinelli, sebbene citi il teorema della “Rivoluzione Colorata”, finisce per concludere implicitamente che la rivolta sociale di popoli incolleriti sarebbe il soggetto in atto.
b) Nonostante taluni difetti teoretici lo storicismo marxista sarebbe nel giusto: è la Lotta di Classe l’essenza del movimento storico.
c) Le elite strategiche geopolitiche, per quanto siano storicamente presenti nel tentativo di orientare la direzione delle rivolte, non incarnerebbero da un certo punto in avanti lo spirito del tempo. Il popolo e la marcia sociale di questo stesso avranno ragione di ogni differente tentativo strategico, in questo caso delle “Rivoluzioni Colorate” delle elite atlantiche. Pasquinelli conclude citando gli esempi delle recenti rivoluzioni arabe e quello libanese e iracheno.


Rivoluzione Colorata è rivoluzione o è guerra ibrida imperialista?


La vera e propria Rivoluzione Colorata nasce storicamente nel contesto della guerra jugoslava. A guidarla fu il famoso “Otpor!”, dal serbo Resistenza. Il movimento Otpor ebbe originariamente una dimensione sociale e politica basata sulla non violenza e sulla resistenza passiva. L’elite del movimento di Resistenza venne però addestrata dall’MI6 britannico, l’obiettivo era quello di delegittimare il governo socialista e patriottico di Slobodan Milosevic. Dopo la caduta del leader serbo, effettivamente portata a casa da “Otpor!”, la figlia del socialista serbo Marija Milosevic rilasciò una importante intervista in cui tratteggiò la storia della “Resistenza serba” al nuovo Patriottismo serbo rappresentato dal Governo Milosevic. Rilevò il ruolo centrale di varie intelligence occidentali, MI6 in prima linea. La Rivoluzione Colorata è solitamente non violenta, concentra ideologicamente la propaganda su un humus preciso e simbolico, inclusivo e non esclusivo, come avverrà nella prima Rivoluzione Colorata ucraina (2004). La “rivoluzione” ucraina del 2014 non è invece, a nostro avviso, un modello di rivoluzione colorata. Fu una autentica insurrezione armata il cui motivo ideologico, esclusivista e esplicitamente razzista, fu lo sciovinismo ucraino russofobo. Motivi sociali e economici, per quanto presenti, finirono in secondo piano. Fu originariamente una insurrezione eurofila e atlantista? 


No. Qui Pasquinelli (che ho visto in precedenti articoli sostiene comunque saggiamente i russofili ucraini) ha in parte ragione. Chi conosce la storia ucraina, sa che il nazionalismo razzista e antirusso ucraino non è stato creato dall’MI6, così come, facendo un altro esempio, il forte antisionismo grande-russo non venne creato di punto in bianco dall’Ochrana ai primi del '900 e dovette infatti essere reintegrato nella stessa ideologia di regime dell’Urss, sebbene non fosse inizialmente previsto. I vari movimenti nazionalisti ucraini hanno finito inevitabilmente, pur non essendo questo probabilmente nelle intenzioni originarie, per gravitare nel campo dell’imperialismo occidentale-sionista divenendone a tutti gli effetti braccio armato. L’insurrezione armata di una elite ultranazionalistica e russofoba addestrata ha trasformato l’iniziale Rivoluzione Colorata di milioni di manifestanti in un chiaro evento di guerra ibrida imperialista russofoba e occidentalista. Le azioni di guerra non ortodossa (strage del 20 febbraio coordinata dall’ambasciata Usa di Kiev) hanno accelerato la vittoria dell’insurrezione russofobica, non l’hanno però predeterminata. Altro esempio, a tal proposito, è la tentata insurrezione armata dei sionisti di Guaidò in Venezuela di pochi mesi fa. In questo caso, il pronto intervento di reparti operativi inviati dal Cremlino ha messo in fuga gli insorti antivenezuelani. A differenza del regime di Victor Janukovyc, il governo neo-chavista di Maduro gode di un importante e sostanziale consenso popolare, in questo caso, dunque, l’intervento russo era politicamente giustificato e legittimato. Da questi eventi si comprende che non si sfugge né si può sfuggire al conflitto o al confronto tattico e strategico tra elite globali imperialiste (sioniste americane e probabilmente cinesi), imperiali (putiniane), democratiche antimperialiste (persiane e fronte della Resistenza "sciita"). Se l'Ottocento fu in parte il secolo delle scosse sociali che non si seppero saldare con l'elite politica; se il Novecento fu il secolo in cui l'elite politica seppe guidare il movimento; il secolo attuale sarà il secolo dello scontro e del conflitto tra elite globali. 

La Lotta di Classe come sostanza del movimento sociale storico?


Qui non si tratta di essere marxisti o antimarxisti, ma di osservare il movimento storico novecentesco. La storia contemporanea novecentesca non ha conosciuto lotta di classe che si sia realizzata in rivoluzione politica. Come sostiene Martov in un fondamentale studio, sottovalutato, Leninismo fu l’elite militare (spesso e volentieri antioperaista) al potere, non fu di certo classismo operaistico (1); Maoismo fu rivoluzione nazionale dei ceti contadini e di piccoli commercianti; Castrismo fu allo stesso modo elite militare al potere e così di seguito. Dunque fa bene Pasquinelli a precisare che l’Operaio non è la quintessenza di un quid metafisico e trascendentale. Nonostante questo, risulta forzato considerare ogni moto sociale di per sé diveniristico e potenzialmente ribellistico; la storia ha infatti mostrato che è dalla guerra che si sviluppa solitamente un movimento sociale rivoluzionario che trova sistematicamente anche l’elite politica che sappia orientarne nella giusta direzione l’impulso principale. La storia del Novecento lo mostra per chi vuole vederlo e la chiudiamo dunque qui. Pasquinelli infine si tradisce. Scrive che la rivolta di Hong Kong è reazionaria e filoimperialista. Questo mostra bene, come sopra puntualizzavamo, che è l'elite politica (in tal caso filobritannica), non il moto sociale originario, a dare un colore e un carattere alla rivolta. Dobbiamo però portare come caso a parte la Rivoluzione Iraniana del ’79, secondo vari interpreti la Rivoluzione più imponente e decisiva del secolo passato, che effettivamente non si è sviluppata da una guerra e sembrerebbe frutto di un primordiale movimento sociale. Abbiamo quindi modo di ricollegarci alle stesse recenti rivoluzioni arabe.


Primavera araba e Risveglio globale Islamico 


Il popolo iraniano, con una civilizzazione millenaria superiore a quella occidentale, non ha potuto partecipare alle Due Guerre Mondiali. Il regime taghuti degli anni ’40 dello scorso secolo, pavido e corrotto, arrivò anche a accettare supinamente l’umiliazione superimperialista anglosovietica del 1941 pur di continuare a regnare sulla pelle dei lavoratori iraniani e del nascente ceto medio. Cosa ispirò politicamente l’imam negli anni ’60 nel suo progetto di Governo Islamico antioccidentale? L’imam, secondo talune testimonianze di studenti di Qom, fu particolarmente e benevolmente colpito dalla rivoluzione anticolonialista algerina. Khomeini, un patriota iraniano strategicamente nemico di Yalta e del superimperialismo sionista, considerò il movimento anticolonialista algerino nel suo elemento di continuità strategica con il movimento delle masse musulmane nella Seconda Guerra Mondiale. Il popolo musulmano non aveva ancora donato all'umanità la sua azione rispetto al secondo conflitto mondiale di cui fu con Gerusalemme occupata la prima vittima storica. La Rivoluzione Iraniana fu perciò, in netta continuità di tendenza con i motivi principali della Seconda Guerra Mondiale, azione di alta strategia politica e geopolitica. Il messaggio globale della Rivoluzione fu infatti anzitutto contro Yalta, “né Oriente né Occidente, Nazione Iraniana e popolo globale musulmano”; il vecchio e reazionario mondo di Yalta, che l’Iran dileguerà, rispose imponendo 10 anni di “Guerra Imposta” con più di un milione di morti (in gran parte adolescenti e giovanissimi) alla gente persiana, ma la Repubblica islamica resistette. Evidentemente, il messaggio di imam Khomeini essendo un messaggio rivoluzionario e democratico, l’ayatollah si è infatti rivolto al tempo stesso alla Nazione Iraniana e all’intera umma islamica e a tutti gli oppressi di ogni razza, religione e sesso, ha posto le basi, ben più di un Castro o di un Mandela o di un Giap, per un Risveglio universale, in particolare di quei popoli islamici sottomessi a regimi filoccidentali filosionisti taghuti. 


La dimensione sociale, in riferimento al Fronte mondiale degli oppressi rappresentato dall’imam, non ha una sua autonomia in questo contesto, ma è subordinata o viaggia di pari passo con la logica morale e politica della classe dirigente rivoluzionaria che accoglie le rivendicazioni universali dei diseredati e degli umili. Sia la Guida Suprema Seyyed Ali Khamenei sia la precedente presidenza Ahmadinejad hanno immediatamente accostato le cosiddette primavere arabe al Risveglio globale Islamico, in continuità diretta con il ’79; addirittura la cerchia di Ahmadinejad con un giudizio che sembrò accettato dalla Guida sostenne che la scintilla a Piazza Tahrir si accese tra le masse oppresse quando lo spirito del Mahdi illuminò le folle presentandosi lì in veste spirituale (2). Quanto più lontano vi possa essere dalla lettura pseudo-democratica (in realtà profondamente aristocratica) marxista e/o liberale delle masse che si mettono in moto solo perché spinte dalla fame, dallo stomaco o dal primitivo bisogno sociale. D’altra parte il quadro di sovversione e destabilizzazione finalmente aperto dalle cosiddette primavere arabe nel Grande Medio Oriente se manda in frantumi, come ben spiega il Pasquinelli, ogni grottesca ipotesi complottista, basterebbe pensare alla eroica Rivoluzione Yemenita e alla seconda Rivoluzione baathista interna nella Siria di Bashar al Asad o a quanto sta avvenendo in Libano e in Iraq dove lo sciismo antisionista scavalca quello ufficiale, dissolve allo stesso modo il populismo socialdemocratico del Pasquinelli: dallo Yemen al Libano sono le elite “progressiste” politico-militari provenienti dal movimento di massa, non staccate da questo come fu nel caso di un certo nazionalismo panarabista e del kemalismo occidentalista, consolidatesi e formatesi sul campo, a contrastare colpo su colpo la guerra mondiale ibrida dell’imperialismo e del sionismo: il popolo senza l’elite sciita antimperialista non troverebbe via d’uscita e rischierebbe di fare la fine del mercenariato curdo-arabo filosionista e filosaudita arruolato dal “re di Prussia”. 


Non vi è spazio quindi per una generica e mistificatrice "sollevazione sociale delle classi subalterne", tale lettura è fuorviante, ma unicamente per storiche azioni di resistenza antimperialista di fronte alla guerra ibrida o classica che le elite imperialiste sioniste, francesi e anglosassoni hanno imposto da più di un secolo, e continuano ad imporre, nel Grande Medio Oriente. Gli eventi attuali di Libano e Iraq chiariranno agli scettici la posta in gioco. 

Note

1) Sul bolscevismo come movimento non operaistico, si rimanda a: https://www.viella.it/libro/9788833131177 <https://www.viella.it/libro/9788833131177>

2) Collegando la primavera araba alla lotta antimperialista islamica, la Guida espose le quattro aspirazioni di base: far rivivere l’onore nazionale, dopo decenni di dominio tirannico filoccidentale; ricercare la giustizia sociale e uno sviluppo economico rispettoso dell’identità islamica; resistere all’influenza culturale del capitalismo occidentale e del “governo fantoccio sionista” di Israele, stato crociato estraneo alla cultura mediterranea e del Vicino Oriente. La Guida invitò i sinceri rivoluzionari mussulmani a contrastare i piani dei “nemici esterni” e delle Potenze Arroganti (Nato, Usa, Gb, Francia, Germania, Italia) il cui fine principale era sabotare il Risveglio globale islamico. La conferenza internazionale sul Risveglio islamico di Tehran venne non a caso boicottata, assieme ad occidentali e sionisti, dalle varie Fratellanze mussulmane del Cairo e di Istanbul.

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