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domenica 15 gennaio 2017

PIATTAFORMA EUROSTOP: IL PROSSIMO PASSO di Contropiano

[ 15 gennaio ]

Una assemblea nazionale il 28 gennaio, una manifestazione nazionale a marzo contro il vertice dell’Unione Europea. Eurostop affronta le sfide del nuovo anno con un passaggio politico.

I dati sociali hanno confermato la giustezza dell’impostazione sul NO sociale ed hanno creato le condizioni idonee per il rilancio del percorso di Eurostop, alla luce dei risultati referendari e della situazione del paese.

Eurostop intende adesso procedere con un salto di qualità alla costruzione e sperimentazione di un movimento/fronte politico e sociale, che unisca la lotta contro le controriforme sociali di questi trenta anni alla battaglia per l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, dall’Eurozona e dalla Nato.

Oggi nel senso comune e nella disponibilità di ampi settori popolari c’è una crescente chiarezza su questo. Il governo fotocopia Gentiloni susciterà a sua volta, persino in misura maggiore, quel rifiuto popolare che ha colpito il governo Renzi. Per questo la radicalizzazione della opposizione politica deve accompagnarsi allo stesso processo in quella sociale.

Inoltre occorre ormai collegare tra loro regime politico, controriforma sociale, vincolo europeo. Sono tre aspetti dello stesso avversario e compito di Eurostop e di tutte le forze che vorranno partecipare a questa iniziativa comune è quello di costruire un movimento sociale politico che fronteggi sempre tutti e tre volti dell'avversario. Un movimento che costruisca e diffonda consapevolezza della indissolubilità della lotta contro i governi del PD, contro le controriforme sociali liberiste, contro l'Unione Europea e i suoi strumenti e vincoli.

Per queste ragioni Eurostop non si dichiara interessato a generici processi di "riaggregazione della sinistra cosiddetta radicale" che non sappiano, o non vogliano, partire da questi dati politico-programmatici di fondo. Così come so ritiene che il sindacalismo confederale e la sua complicità siano alternativi al progetto di Eurostop, a maggior ragione ora che la debolezza politica del PD e della stessa Confindustria porterà ad un rilancio della peggiore concertazione, come dimostrato dal contratto dei metalmeccanici e dell’igiene urbana o dalla conclusione della vertenza Almaviva

Per Eurostop il giudizio negativo sul gravissimo contratto liberista firmato da Fim Fiom Uilm e quello altrettanto negativo sul patto pre elettorale di CGILCISLUIL per il pubblico impiego, sono discriminanti. I primi interlocutori sono quindi tutte e tutti coloro che, pur partendo da posizioni e storie diverse, condividano questi giudizi di fondo. Questo naturalmente non esclude la partecipazione nostra a mobilitazioni democratiche con forze anche lontane da noi. L'esperienza referendaria diventa un modello di comportamento, Eurostop è stato in campo spesso in modo rilevante- vedi le giornate del 21 e 22 ottobre – con forze diverse e lontane, senza perdere la propria identità, anzi rafforzandola.

Eurostop vuole quindi lanciare un progetto sociale e politico, che abbia l'ambizione di dare forza e organizzazione ad un mondo di sfruttati ed emarginati, che oggi non ha vera rappresentanza. In questo progetto si vuole incrociare il conflitto di classe con quello che emerge dalla esclusione sociale e politica, che coinvolge anche ceti sociali diversi dalla tradizionale classe operaia.

Eurostop vuole essere parte della costruzione di una grande rottura democratica e socialista da parte del popolo sfruttato, una rottura contro tutti i poteri della globalizzazione.

A tale scopo il coordinamento nazionale Eurostop convoca per sabato 28 gennaio una grande assemblea nazionale e di massa a Roma, che sia la prima risposta del NO sociale al governo e alla continuità delle politiche liberiste italiane ed europee.

Contestualmente Eurostop intende avviare da subito la discussione e l’organizzazione per una manifestazione nazionale a marzo, in occasione del Sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, che mise in marcia il progetto che oggi è diventato l’Unione Europea. A Roma ci sarà il vertice con tutti i capi di stato europei e coinciderà con la richiesta di manovra finanziaria aggiuntiva della Commissione Europea rispetto alla Legge di stabilità varata dal governo dimissionario di Renzi.

Per Eurostop quello di marzo è l’appuntamento per portare in piazza esplicitamente la battaglia per l’Ital/Exit.

* Fonte: Contropiano

mercoledì 1 aprile 2015

«COALIZIONE SOCIALE» VA BENE. MA PER FARE COSA? di Contropiano

[ 1 aprile ] 
Continua a far discutere le proposta di Maurizio Landini di "Coalizione sociale". Il 16 marzo scorso avevamo pubblicato l'intervento di Moreno Pasquinelli. poi quello, decisamente più severo, di Giorgio Cremaschi. Oggi è la volta di Contropiano. Ricordiamo che in quanto parte del Coordinamento della sinistra contro l'euro abbiamo aderito alla manifestazione della FIOm del 28 marzo scorso, diffondendo questo volantino.
«Che ne pensate della coalizione sociale di Landini? Perchè non parlate con Landini? L'unica possibilità è diventato Landini... Da qualche settimana è difficile non sentirsi porre tutte o alcune di queste domande, andando in giro. A porle spesso sono compagne e compagni almeno cinquantenni, con molte battaglie e troppe sconfitte sulle spalle, che come un mantra ti pongono le stesse domande da vent'anni, con personaggi sempre nuovi e diversi: ieri Bertinotti o Cofferati, poi Vendola e in finale Tispras, che però ha già parecchio da fare di suo, al di là del mar Ionio.
La necessità pressante di un “uomo della provvidenza”, alla fine, si rivela come una consolazione per respingere risposte dovute a domande rimosse, e affidare a “qualcuno” la soluzione della crisi di rappresentanza politica degli interessi di classe, accontentandosi spesso della rappresentazione che viene offerta.
Ci sembra doveroso prendere parola sulla proposta di coalizione sociale abbozzata dal segretario della Fiom per mettere sul campo, con lealtà e realismo, quello che pensiamo e come intendiamo operare nel nostro paese e in Europa nei prossimi anni.
Una prima riflessione riguarda lo “spazio politico”. Secondo molti la sinistra ha un grande spazio politico da riempire, che la dissoluzione dei partiti della sinistra radicale (frutto di innumerevoli scissioni del Prc) non consente più di realizzare. Non solo. La crisi economica e sociale dilaterebbe questo spazio, rendendo quasi naturale che la sinistra lo debba e possa occupare. Quanto è ancora vero questo ragionamento? Gli spazi vuoti in natura non esistono, ma gli spazi politici sono altra cosa. A fronte della gerarchizzazione imposta dall'Unione Europea, con la conseguente governance bonapartista incarnata dal Pd e Renzi, l'unico spazio politico che sembra potersi aprire alla sinistra è quello riformista, anche nella sua accezione migliore.
La proposta di Landini, e le interlocuzioni che ha scelto per attuarla, si muovono in questo spazio ed è questo che puntano a riempire. Ma lo spazio riformista, per essere efficace, ha bisogno di presentare una politica possibile con cui realizzare un minimo o un massimo di risorse da redistribuire a livello sociale.
Queste risorse oggi sono scarse e fortemente centralizzate su interessi prioritari – di imprese multinazionali, banche, spese militari – che escludono intenti redistributivi di tipo neo-keynesiano. Questa è la gabbia imposta dall'Unione Europea e questa gabbia va rotta per ridare speranze di sopravvivenza e sviluppo ai settori popolari. Un capitalismo “mitigato” dagli ammortizzatori sociali e dalla concertazione, come avvenuto fin qui, non è più negli orizzonti del nostro avversario di classe; comunque non è lo è nel breve-medio periodo.
Dunque, unirsi per praticare azioni comuni nello spazio riformista rischia di diventare velleitario ed anche incomprensibile agli occhi del nostro stesso blocco sociale di riferimento: lavoratori, disoccupati, forme di “moderno” precariato, popolo delle periferie. Si tratta di settori sociali che hanno bisogno di soluzioni concrete e urgenti, e di un sistema di idee – in senso lato, di un'ideologia e un'identità – che tengano alla larga le tentazioni reazionarie animate dalla destra. Ma né l'una né l'altra appaiono definite nella proposta della coalizione sociale di Landini; e probabilmente non lo possono essere.

La seconda riflessione attiene all'interlocuzione della proposta di Landini. Il primo passo è stato quello del confronto con le associazioni da “terzo settore” (Libera, Arci, Emergency). Esclusa Emergency, le altre due sono nate, vissute e cresciute dentro un rapporto di collateralità rispetto ai partiti della cosiddetta “sinistra di governo”. Per quanto frequentate anche da tanta brava gente, hanno contribuito e contribuiscono ad alimentare l'ideologia del no profit e del mercato sociale, che sono stati una clava per l'attacco ai sistemi di welfare state locali e statali. Non sono insomma organismi indipendenti da chi ha in mano le redini del governo o delle amministrazioni locali, perchè dipendono strettamente dai finanziamenti pubblici e da chi li eroga discrezionalmente; quindi dipendono giocoforza dal Pd o comunque da scelte governative. Un punto di debolezza e vulnerabilità, dunque, non di forza, per una coalizione sociale che intende mettersi di traverso rispetto all'esecutivo di Renzi.
In secondo luogo la proposta di Landini ha rafforzato il legame con la Cgil guidata da Susanna Camusso (sorvoliamo sul bacio sul palco di piazza del Popolo). E' un tentativo di lanciare un'opa sulla prossima segreteria della Cgil o, al contrario, il tentativo di spostare la Cgil sul piano politico e dentro la coalizione sociale? Entrambi gli obiettivi appaiono velleitari e con scarse possibilità di successo.
La terza riflessione discende dalla seconda. Il tentativo di Landini di costruire una coalizione sociale anche esterna al sindacato è giusto, perchè coglie l'enorme difficoltà per il sindacato di fare oggi contrattazione come avveniva ieri. Questa difficoltà c'è e agisce concretamente e non solo per la Fiom. Il padronato, e il sistema legislativo imposto con il Jobs Act, lasciano spazio solo ad un sindacato aziendale, neocorporativo e complice, mentre attaccano frontalmente le forme di sindacato più o meno conflittuale. Una coalizione sociale attiva e conflittuale, anche fuori e a ridosso dei luoghi di lavoro, potrebbe sopperire efficacemente alla debolezza del sindacato dentro i posti di lavoro e includere larghi settori di “nuovi lavoratori” disgregati, divisi, dispersi e senza rappresentanza, né sindacale né politica.
Ma questo presuppone che la scelta sia quello del sindacalismo conflittuale, non di quello ex-concertativo, ora soltanto”complice”. Farsi illusioni oggi sull'apparato della Cgil diventa qualcosa di peggio di una illusione: è un consapevole inganno. Al che sorge spontanea la domanda: perchè Landini ancora una volta non ha sentito l'esigenza di confrontarsi sulla sua proposta anche con i sindacati di base e conflittuali? Perchè ha escluso questa opzione dal ragionamento e dalle interlocuzioni della coalizione sociale? L'ha esclusa proprio perchè esclude ciò che non gli appare compatibile col suo progetto sia sindacale che politico. E la cosa non è affatto un dettaglio, ma un elemento dirimente.

Infine, ma non per importanza, c'è il rapporto tra la proposta di coalizione sociale con i movimenti e i partiti della sinistra radicale. Questi ultimi si assottigliano continuamente e soffrono endemicamente della malattia da quorum (come faccio a superarlo?). Ne soffrono talmente che, anche quando lo superano, continuano a fare le stesse di prima ad ogni tornata elettorale, senza mai avvertire l'esigenza di rompere le regole del gioco, sia a livello locale che nazionale.
I movimenti sociali, almeno quelli attivi sul piano territoriale, o mostrano indifferenza alla proposta, preferendo concentrarsi sul proprio pezzo di intervento, oppure operano una scissione delegando al futuro soggetto politico di Landini la rappresentazione della “politica”, mentre quotidianamente agiscono “nel sociale” respingendo la “politica” come rappresentanza di interessi sociali organizzati. E' curioso come questo approccio abbia portato alla dispersione del risultato politico (così definito, in quanto temuto, dagli stessi apparati dello Stato) delle giornate di lotta del 18 e 19 ottobre 2013, quando una vera coalizione politica, sindacale e sociale “conflittuale” si è manifestata concretamente e si è espressa politicamente in modo avanzato. Tanto da impensierire seriamente – anche se solo temporaneamente - l'avversario di classe. Guardarsi indietro non sempre indica il domani, ma almeno dovrebbe far riflettere sugli errori commessi. Innanzitutto puntando più ad un intellettuale collettivo che agli uomini della provvidenza e poi, volendo guardare avanti, possiamo affermare che nessuna coalizione potrà fare a meno di misurarsi con l'obiettivo della rottura con l'Unione Europea e l'Eurozona per ridare speranza, rappresentanza e prospettiva al nostro blocco sociale di riferimento.
Dunque, l'ipotesi di una coalizione sociale ci convince, eccome. Semplicemente non ci convincono i presupposti – politici e programmatici - sui quali hanno mostrato di volerla realizzare Landini e la “sinistra” del quotidiano La Repubblica».
* Fonte: Contropiano

sabato 14 marzo 2015

COME USCIRE DALLA TRAPPOLA DELL'EURO? Conferenza promossa da M5s a Roma di Contropiano*

[ 14 marzo ] 
Si è svolta ieri a Roma una conferenza pubblica promossa dal Movimento 5 Stelle. Ci pare importante renderne conto. Possiamo essere d'accordo sull'idea di "Alba Mediterranea", cioè di una futura alleanza tra paesi del sud europa. A patto che non diventi l'ennesimo alibi per non battersi per un'uscita unilaterale dalla gabbia rappresentata dall'eurozona.

«Una platea composita e affollata ha seguito oggi con estrema attenzione l’iniziativa organizzata dal Movimento 5 Stelle presso l’Auditorium Sandro Pertini della Camera dei Deputati. L'incontro ha visto la partecipazione di alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle come Di Stefano e Di Battista, del giornalista Gianni Minà, di alcuni intellettuali militanti – come Luciano Vasapollo e Joaquin Arriola - e di numerose rappresentanze delle ambasciate paesi dell’Alba.

Una iniziativa che a partire dal processo di rottura avvenuto in America Latina nei decenni scorsi rispetto all’asfissiante dominazione economica statunitense e alla dollarizzazione delle economie, propone un processo di rottura all’interno dell’Unione Europea che liberi i Pigs – i paesi “maiali” oggetto di quasi un decennio di politiche di austerity – dall’ormai intollerabile gabbia rappresentata da una moneta – l’Euro – e da alcune istituzioni – la Ue, la Bce, la Troika – che i partecipanti all’iniziativa hanno esplicitamente contestato.

Introducendo i lavori, il parlamentare del M5S Manlio Di Stefano ha sottolineato "L'insostenibilità del sistema-euro per i paesi europei con condizioni diverse tra loro e gli effetti della globalizzazione". A questo punto si può fare altro? A questa domanda Di Stefano ha risposto citando l'esempio dei paesi dell'Alba Latino americana. "Quindi i cittadini italiani possono discutere anche di altre ipotesi possibili". Importante il passaggio quando ha affermato che il M5S vuole tradurre tutto questo in atti legislativi.

Ad aprire il dibattito è stato Gianni Minà, che ha attaccato e messo alla gogna una politica e una informazione continentali che a lungo ci hanno presentato le rivoluzioni latinoamericane dal punto di vista degli interessi politici ed economici dominanti,
descrivendo i leader e i processi di liberazione in quel continente come folkloristici nel migliore dei casi o più spesso populisti o addirittura dittatoriali. “Sono qui per imparare” ha detto Minà, riferendosi alla proposta della creazione nell’area del Mediterraneo di una alleanza di paesi che si sganci della dominazione del capitale franco-tedesco ripetendo un processo già compiuto in America Latina ai tempi della rottura con l’Alca che gli Stati Uniti volevano imporre al tradizionale ‘cortile di casa’. Minà ha efficacemente ricordato che se nel Mediterraneo è la troika europea – Bce, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale - a dettare legge e a imporre l’interesse del più forte, prima della coraggiosa ed efficace formazione dell’Alba in America Latina era un’altra troika – costituita da Washington, dalla Banca Mondiale e dal FMI – a devastare le economie di quei paesi.

Dopo Minà è toccato a Luciano Vasapollo, docente di Economia all’Università La Sapienza ed esponente del Centro Studi Trasformazioni Economiche e Sociali. Vasapollo ha rivendicato l’inizio, ormai cinque anni fa, di un dibattito scientifico e politico su una area euromediterranea alternativa all'Unione Europea e all'Eurozona, agganciato alle dinamiche del sindacalismo di base e dei movimenti sociali. Nel libro "Il risveglio dei maiali", scritto con Joaquim Arriola e Rita Martufi (tradotto e pubblicato ormai in diverse lingue) e insieme a pochi altri intellettuali militanti a livello europeo, hanno cominciato a proporre la rottura dell’Unione Europea e la formazione di ‘un’Alba euromediterranea’ come via d’uscita radicale ma credibile ad una crisi del modo di produzione capitalistico che ha ormai carattere sistemico. Una proposta che considera necessaria una fuoriuscita dall’euro non di un singolo paese, la cui economia sarebbe immediatamente danneggiata dagli attacchi speculativi, e non per tornare alla vecchia moneta nazionale, il che avrebbe effetti disastrosi. Ciò che si propone è un’alleanza di paesi – quelli della sponda sud del Mediterraneo, quelli maggiormente indeboliti dall’euro e dalle politiche rigoriste imposte dalla Germania in questi anni e orientate a costruire una periferia interna all’Ue che fornisca al centro manodopera a basso costo e assorba i prodotti esportati da Berlino – che rompa con la moneta unita europea e con il meccanismo di dominazione economico-politica dell’Unione Europea per costruire un altro aggregato di paesi, con una propria moneta comune e un sistema basato sulla complementarietà e l’equilibrio. Occorre, ha spiegato Vasapollo, che le banche vengano nazionalizzate così come altri settori chiave dell’economia come le telecomunicazioni, l'energia o i trasporti, in maniera da ridare al settore pubblico e allo stato la capacità di intervenire in campo economico per contrastare gli effetti della crisi e gli interessi dei poteri forti.

Sullo stesso tema è intervenuto Joaquin Arriola, docente di economia dell’Università del Pais Vasco e coautore del saggio sui Pigs e l'Alba euromediterrranea, il quale ha ricordato che le storture economico-sociali provocate dall’introduzione dell’euro erano già note prima ancora che la moneta unica entrasse in vigore. Arriola ha citato un episodio risalente al 1996, quando il premio Nobel Modigliani a Bilbao nel corso di una conferenza pubblica lanciò un veemente allarme sulle conseguenze nefaste provocate dall’introduzione di quella che chiamò “la moneta tedesca”, cioè l’euro. In molti, anche a sinistra, pensarono che la moneta unica avrebbe accelerato un processo di creazione e rafforzamento di una Europa federale, democratica e progressista che in realtà non è mai nata, lasciando il posto a una matrigna aggressiva e autoritaria nei confronti di alcuni dei popoli che la conformano. Oggi l’Ue è un “organismo costruito sulla base degli interessi delle classi e dei paesi dominanti e dell’egoismo dei potenti” ha accusato Arriola, secondo il quale la moneta unica è stata utilizzata da Francia e Germania per rafforzare le proprie economie e il proprio potere. In particolare la Germania ha utilizzato il processo di unificazione europeo e l’introduzione della moneta unica per assorbire e socializzare i costi dell’assimilazione della Germania e della sua espansione nell’Europa orientale dopo la caduta del blocco socialista. Da anni Berlino utilizza una sfacciata politica di dumping per favorire i propri prodotti e le proprie esportazioni desertificando così le economie dei paesi della sponda meridionale del Mediterraneo finalizzate alla mera importazione di merci e di macchinari tedeschi. D’altronde la Germania è l’unico paese tra i più importanti dell’Ue che in questi anni non ha visto diminuire il suo tessuto industriale. In riferimento al duro braccio di ferro in corso tra la troika e Atene, Arriola ha affermato che Syriza sbaglia a pensare che sia possibile contrastare l’austerità e ridurre gli effetti delle politiche imposte dalla troika senza mettere in discussione la propria permanenza all’interno dell’Eurozona e senza bloccare del tutto processi di privatizzazione stoppati solo in parte dal nuovo esecutivo.
I protagonisti della Conferenza


A chiudere la sessione della mattinata ci ha pensato Alessandro Di Battista, Vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera per il Movimento Cinque Stelle, che ci ha tenuto a rivendicare il carattere ‘postideologico’ dell’identità del suo movimento, sottolineando però la possibilità di portare avanti una battaglia comune su una proposta in grado di costruire nel nostro paese e nel resto dell’Europa un’alternativa alla sottomissione alla troika e all’austerity. Anche Di Battista, tra gli applausi in sala, ha esordito affermando che la pur importante vittoria di Syriza in Grecia potrebbe risolversi in un nulla di fatto se il nuovo governo non prenderà atto dell’impossibilità di rispettare il suo programma elettorale all’interno dei vincoli posti dall’Eurozona. “Stampa e politica affermano – ha ricordato Di Battista – che se i nostri paesi abbandonassero la moneta unica le nostre economie crollerebbero: la disoccupazione aumenterebbe, le esportazioni collasserebbero, il debito schizzerebbe in alto... Esattamente ciò che sta succedendo da anni nei Pigs integrati nella zona Euro”.

Secondo Di Battista, che ha attaccato il Jobs Act e il Ttip che danno mano libera alle imprese a danno dei lavoratori, l’Europa del Sud deve ‘fare cartello’ come hanno fatto a suo tempo i paesi dell’America Latina e costruire una nuova aggregazione di paesi che funzioni con parametri economici e politici completamente diversi da quelli imposti finora dall’Ue. “Dov’è Sel, dove sono le minoranze del Pd, quelle dove c’è un Fassina che prima ha fatto il consulente dell’Fmi e ora dice di essere contro la troika e a favore del governo greco?” ha chiesto Di Battista, il quale ha difeso la proposta di un reddito di cittadinanza criticando chi definisce la misura populista negando che possa esistere una copertura economica per garantirla. “Come mai quando bisogna comprare gli F35 la copertura finanziaria si trova sempre e invece quando proponiamo di dare un reddito ai precari e ai disoccupati ci accusano di essere degli assistenzialisti?”. Applausi per Di Battista anche quando ha affermato che serve «una banca pubblica nazionalizzata che emetta e stampi moneta. E' un modo per dare a un popolo, a un governo, un potere: una politica monetaria, fiscale, valutaria. Sono degli strumenti per uscire dalla crisi, giocarci, tutti lo fanno, ma oggi non abbiamo questo potere». Nella seconda sessione del convegno hanno preso la parola le ambasciate dei paesi latinoamericani che hanno dato vita all'Alba.

Insomma, con il convegno di oggi si è aperto uno spazio politico importante e che può diventare il percorso concreto di una battaglia da giocare a tutti i livelli - dalle piazze al parlamento, dai posti di lavoro ai territori - intorno ad una ipotesi di rottura della gabbia dell'Unione Europea e dell'Eurozona e alla costruzione di una area alternativa euromediterranea. L'assunzione di responsabilità su questo del M5S non è un particolare secondario. Vogliamo dirla riproponendo un illuminante osservazione di Perry Anderson: "I movi­menti di destra non hanno dif­fi­coltà a riven­di­care aper­ta­mente l’uscita dall’Euro come dal giogo mone­ta­rio dell’austerità che il neo­li­be­ri­smo ora esige. Anche i movi­menti di sini­stra denun­ciano gli effetti della moneta unica, ma sull’Euro soli­ta­mente tem­po­reg­giano, sug­ge­rendo nel migliore dei casi varie mac­chi­na­zioni per alle­viarne i rigori. Que­ste ten­dono tut­ta­via a sof­frire di due svan­taggi poli­tici: sono tec­ni­ca­mente troppo com­pli­cate per essere intel­le­gi­bili ai più e non hanno pra­ti­ca­mente alcuna chance di accet­ta­zione da parte di Bru­xel­les o Fran­co­forte. In con­fronto, le riso­lute chia­mate a disfarsi dell’Euro sono non solo pron­ta­mente com­pren­si­bili da tutti, ma, rea­li­sti­ca­mente par­lando, più plau­si­bili come sce­na­rio pos­si­bile. Dun­que la sini­stra è svan­tag­giata anche qui". 

Se la sinistra in Italia e in Europa non vuole rimanere eternamente svantaggiata, è tempo che acquisisca il necessario coraggio politico per diventare essa - e non la destra - il punto di riferimento popolare e generazionale della rottura con la gabbia dell'Unione Europea».

* Fonte: Contropiano

martedì 10 marzo 2015

A CERTA SINISTRA A CUI DA FASTIDIO L'ASCESA DI PODEMOS

Le scadenze del debito greco ed i suoi creditori (clicca per ingrandire)
[ 10 marzo ]

Gli euro-oligarchi non vogliono dunque fare alcuna concessione al governo di SYRIZA. Se davvero non concederanno la tranche di 7,2 miliardi di euro come previsto dal secondo "piano di salvataggio", Atene non avrebbe le risorse finanziarie per sopravvivere fino all'estate. La "linea dura" dettata dalla Germania ha uno scopo preciso, mettere Tsipras con le spalle al muro: o continuare ad applicare drastiche misure antipopolari o cadere, passando per elezioni anticipate. In poche parole due modi per suicidarsi.

La domanda giusta se la pone Manolo Monereo: 
«Cosa succederebbe se Syiriza fosse battuta, cioè, se la sinistra greca fosse costretta, come è già successo a Pasok, di tradire le proprie moderate proposte elettorali, rompendo così la fiducia tra rappresentati e rappresentanti e attuare, come Hollande ha fatto in Francia, le politiche di destra? Quello che accadrebbe sarebbe un enorme disgregazione sociale e culturale, un indebolimento strutturale della democrazia come forma di governo e la consegna di una parte significativa della cittadinanza greca alll'estrema destra, che nel paese ellenico è un nazismo duro e puro».
Manolo Monereo, La Grecia de Syriza: ¿podemos aplicar políticas sociales y democráticas en la zona euro? Cuarto Poder
C'è tuttavia per Tsipras un'alternativa all'omicidio/suicidio: sganciarsi dall'eurozona e riconquistare la sovranità monetaria.  Questo è quel che si deve augurare, anche qui da noi, chi ha a cuore gli interessi del popolo lavoratore. 

C'è tuttavia una sinistra settaria che invece serba in cuor suo la speranza che Tsipras faccia fiasco, ciò nell'illusione che il fallimento della "sinistra moderata" si risolverà certamente nell'avanzata di quella "radicale". Si tratta della speranza speculare a quella che nutre il fronte eurista. Leggetevi questo pezzo uscito oggi su Il Sole 24 Ore.

Errore! L'impatto dell'eventuale schianto di SYRIZA avrebbe al contrario un effetto devastante, e non solo in Italia. Anzitutto, ed immediato, in Spagna. 

Un esempio di questo atteggiamento francamente meschino ci è fornito dall'articolo di Marco Santopadre su Contropiano* di ieri: Madrid: PODEMOS in calo incontra multinazionali e ambasciata USA. 

Non discutiamo il diritto di fare critiche alle mosse di Pablo Iglesias. Quando ci vuole ci vuole. Quel che contestiamo è il senso stesso di certe critiche. Santopadre sembra gongolare non solo per gli errori eventuali di PODEMOS, ma addirittura perché è in calo negli ultimi sondaggi.

Capiamo la necessità di smarcarsi da certi pelosissimi endorsement italiani su PODEMOS —dai pentastellati ufficiali ad alcuni dei fuorisuciti da M5S, fino a diversi (e conflittuali) settori dell'Altra Europa con Tsipras, è tutto un lisciare il pelo al movimento di Pablo Iglesias—, ma ciò non può giustificare in alcun modo un sentimento di settaria ostilità. 

Se PODEMOS va indietro ciò significa che in Spagna non avremo alcuna svolta politica, che il vecchio sistema bipolare (PP-PSOE) sopravviverà a se stesso.

Non abbiamo nulla da guadagnare noi, né da un fallimento di SYRIZA, né da un afflosciamento della spinta rappresentata da PODEMOS.


* Contropiano è il sito web curato dalla Rete dei Comunisti, la quale fa parte di ROSS@









domenica 13 aprile 2014

12 APRILE: RIFLESSIONI "SCOMODE"

13 aprile. Stendiamo un pietoso velo sul comportamento dei gruppi che ieri, vestiti di nero o di blu, han cercato lo scontro ad ogni costo in una Roma in Stato d'assedio. La distanza tra l'obbiettivo conclamato (attacco al Ministero del lavoro) e la capacità di metterlo in atto è stata siderale. Quando le forze di polizia hanno sferrato la prevedibile carica chi lo scontro cercava, e aveva il dovere di almeno difendere il resto del corteo, se l'è data a gambe levate.
Un'altro è l'elemento su cui chi ha puntato e scommesso sul successo di questa manifestazione deve riflettere. Lo scarso numero dei partecipanti (un quarto, forse meno, di quelli che parteciparono alla manifestazione omologa del 19 ottobre scorso) ha significato un sonoro fallimento.

Abbiamo la sensazione che la manifestazione di ieri, con la sconfitta subita, segni uno spartiacque. Ci sono segnali che nel frastornato poliverso dell'estrema sinistra possa finalmente aprirsi un dibattito affinché ci si lasci alle spalle concezioni e pratiche sterili che non portano da nessuna parte. Il ritardo, a cinque anni dalla più grave crisi economica che si ricordi, è riprorevole, ma meglio tardi che mai.

Prendiamo spunto dalle riflessioni a caldo di Contropiano, organo della Rete dei Comunisti. La redazione si pone tre domande calzanti: 

(1) perché la partecipazione è crollata rispetto a solo sei mesi fa?; (2) gli obiettivi specifici da soli, hanno la forza per diventare mobilitazione generale? (3) è possibile o necessaria una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari per ingaggiare la sfida con un avversario di classe strutturato e integrato a livello di Unione Europea oppure si procede ognuno per conto suo?
Alla prima domanda questa è la risposta:

«Nei fatti si è rivelata una manifestazione per la casa – un obiettivo legittimo e popolare – ma la declinazione del problema specifico e la sua declinazione generale si sono persi in una evocazione generica che non ha dato né priorità né indicazioni da socializzare agli altri settori sociali (dai lavoratori alle famiglie proletarie ai disoccupati) che pure dovrebbero essere parte del conflitto di classe più generale. L'aver occultato il fattore antagonista oggi principale, l'Unione Europea e i suoi diktat, rende sempre più evanescente il nemico e la prospettiva generale di cambiamento che dà forza e respiro alle singole lotte».
In effetti il movimento che si è espresso ieri a Roma non si rivolge a tutti gli strati sociali falcidiati dalla crisi, ma solo a settori di gran lunga minoritari, anzitutto immigrati e senza tetto. Invece di agire per allargare il fronte di lotta a milioni e milioni di cittadini gettati sul lastrico, chiude in un recinto la sua base sociale di riferimento. Cosa ancor più grave, questo movimento protesta sì contro l'austerità, ma non mette sotto accusa i poteri oligarchici europei, di cui i governi italiani sono esecutori. Un movimento, dunque, del tutto privo di una visione politica complessiva, e senza nemmeno un'idea chiara di chi siano i nemici principali oggigiorno. 
I gruppi che animano questo movimento non vogliono infatti sentire parlare né di mollare con l'euro né di uscire dall'Unione europea. Manca dunque di ogni linea di fase, avanzando un massimalismo imbelle (la lotta è contro il capitalismo) ed un trito estremismo sindacalistico (vogliamo tutto!). 

La domanda a cui Contropiano dovrebbe rispondere è la seguente: qual è la causa del rifiuto di tali gruppi di avanzare gli obbiettivi l'uscita dall'Unione e dall'euro? La risposta è che sono vittime del tabù anarchico della sovranità nazionale, per essi obbiettivo "reazionario" se non addirittura "fascista". E come mai Contropiano non se la pone, questa domanda? Perché verrebbe alla luce che sulla questione della sovranità nazionale Contropiano non ha ancora sciolto la sua propria ambiguità —ricordiamo gli attacchi al vetriolo che sono stati rivolti al Mpl.

Alla seconda domanda (gli obiettivi specifici da soli, hanno la forza per diventare mobilitazione generale?) questa è la risposta:
«Unire le forze non è un esercizio di egemonia, è un processo nel quale ognuno porta quello che è e mette a disposizione quella che ha su un piano di convergenza comune e condiviso fin nei dettagli. L'alleanza del 18 e 19 ottobre indicava questa possibilità ma è stata volutamente affondata e i risultati si sono visti sabato 12 aprile».
Siamo proprio sicuri che "l'alleanza del 18 e 19 ottobre" sia la risposta adeguata alla domanda? Ovvero la strada giusta per costruire "una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari"? Noi non lo pensiamo affatto. E' vero che le giornate del 18 e 19 ottobre furono un discreto successo in quanto a partecipazione, ma affermare che lì c'era la soluzione è illusorio. La manifestazione del 12 aprile è invece figlia legittima della relazione incestuosa del 18 e 19 ottobre: non è sufficiente, per stabilire una specie di differenza qualitativa tra i due eventi, la massiccia presenza del sindacalismo di base. Il 19 ottobre in testa c'erano gli stessi gruppi di ieri. Medesime erano le parole d'ordine.


Contropiano, che si consola sperando sia possibile far girare l'orologio all'indietro, dovrebbe porsi la domanda vera: si può costruire "una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari" in compagnia di questi gruppi? La nostra risposta è no e chi si ostina a perseguire il sodalizio perde il suo tempo. Come da tempo andiamo dicendo, da altre parti occorre guardare se si vuole davvero costruire una sollevazione popolare e rovesciare il regime di protettorato euro-tedesco invece che correre dietro a chi non va oltre il mito della ribellione.

E infatti l'asino di Contropiano cade sulla terza domanda:

«E' possibile o necessaria una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari per ingaggiare la sfida con un avversario di classe strutturato e integrato a livello di Unione Europea oppure si procede ognuno per conto suo?»
Sembrerà incredibile ma a questa domanda, la più importante, non viene data nessuna risposta. Buio pesto. Una reticenza senz'altro sintomatica delle antinomie e delle difficoltà in cui non solo la Rete dei Comunisti, ma più in generale ciò che resta della sinistra rivoluzionaria, si dimenano. Queste antinomie hanno una radice, il vecchio tabù operaista quello dell'interclassismo, per cui è ripugnante, anzi proibito, ogni contatto con una classe sociale che non sia la mitica "classe operaia". Di qui il disprezzo, l'anatema ed il rifiuto di ogni contatto contaminante, tanto per fare un esempio, con i settori di piccola e media borghesia ridotti alla miseria che sono scesi in strada nelle giornate del 9 dicembre scorso —quello della presenza dei fascisti era solo un ridicolo alibi per camuffare questo tabù. 
A ben vedere qui si palesa curiosamente una matrice culturale, anzi s'affacciano due dogmi religiosi, tipici del peggiore cristianesimo, quelli del peccato originale e del servo arbitrio, per cui la natura sociale e la coscienza di un soggetto sarebbero fissate, predeterminate, e non possono mutare con le circostanze storiche, proprio a causa di un stigma originario, geneticamente immutabile. 

Non farebbe male una rivisitazione critica della nostra storia. Se la si facesse certa sinistra dovrebbe finalmente capire che una della cause della sconfitta storica subita negli anni '20 in Italia e nei '30 in Germania, consistette proprio nel settarismo e nel dottrinarismo della sinistra comunista di allora, due patologie che isolarono i rivoluzionari e che finirono per agevolare lo sfondamento di massa dei fascisti e dei nazisti, prima tra gli strati pauperizzati della piccola borghesia, poi a seguire in seno alla stessa classe operaia. 
Avessero imparato qualcosa dei rivoluzionari russi, che quelle tragedie si sarebbero potute evitare:
«Ogni crisi rigetta tutto ciò che è convenzionale, strappa gli involucri esterni, spazza via ciò che è sorpassato, scopre le molle e le forze più profonde. (...) Credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza le insurrezioni e le esplosioni rivoluzionarie della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate ... non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione.
La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e gli elementi scontenti della popolazione. V'erano tra di essi masse con i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v'erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto.
La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient'altro che l'esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti gli scontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente —senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione— e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale».
  [V. I. Lenin, Luglio 1916]
Il dibattito sul 12 aprile, se vogliamo condurlo sul serio, alle sue estreme conseguenze, non solo allude ma solleva ben altri nodi irrisolti nella sinistra antagonista italiana. Ben venga questa discussione!

 

martedì 1 aprile 2014

12 APRILE: "OMBRE NERE" O OMBRE BIANCHE?

1 aprile. QUANDO DI NOTTE TUTTE LE VACCHE SEMBRANO NERE.

Si svolgerà a Roma il 12 aprile una manifestazione, forse nazionale, forse no.
Doveva essere, nelle intenzioni di chi l’aveva per primo ideata, ci riferiamo a ROSS@, una manifestazione “per rompere l’Unione europea”. Non contro la moneta unica, per carità! che questo resta ancora un tabù da quelle parti, ma almeno chiaramente contro il regime eurocratico.


ROSS@ ha quindi proposto ai gruppi dell’estrema sinistra di promuovere congiuntamente tale manifestazione. Già nei primi conciliaboli romani era chiaro che la grande maggioranza dei gruppi d’estrema sinistra respingeva ogni esplicito riferimento alla battaglia contro la gabbia dell’Unione europea (sic!).

Alla fine ne è venuta fuori la solita solfa, un consunto e minimalista sindacalismo sociale buono per tutte le stagioni: “contro precarietà e austerity, contro il jobs act, una sola grande opera: casa e reddito per tutti”. Infine, come contentino a ROSS@, è stato appiccicato un: “No troika”. [Vedi il manifesto qui sotto]

Che sopraggiunga in futuro un regime d’emergenza, ovvero un governo della troika, è

molto probabile. Ma l’Italia non è (ancora) la Grecia, è il Pd di Renzi che sta al governo. Tirare in ballo i fantasmi pur di non mettere sotto accusa l’euro e l’Unione europea, ci sembra un escamotage davvero patetico. 
La dice lunga sulla confusione che regna nell’estrema sinistra, di come quest’ultima, al netto del radicalismo sociale, sia a rimorchio di quella sistemica. Estrema sinistra e sinistra sistemica borghese ubbidiscono ad un impulso comune: il disprezzo per tutto quanto abbia a che fare con il concetto di Sovranità e di Nazione. La prima in nome di un immaginario “internazionalismo proletario”, la seconda in nome del ben più reale e massiccio globalismo imperialista in salsa europea. 

Ma non è di questo che vogliamo parlare, quanto di una cosa buffa e inquietante. 

Sentiamo:
«In queste ore stanno circolando online diversi "manifesti" neofascisti che invitano a scendere in piazza il 12 aprile, a Roma, come se movimenti di sinistra e "neri" potessero aver mai ipotizzato di scendere in piazza "insieme". Per loro ci saranno sempre e solo calci in culo.
Ma lo scopo sembra evidente: annullare (a beneficio dei media padronali) il senso politico di una mobilitazione nazionale contro l'austerità, la Troika, l'Unione Europea. Una mobilitazione che è anche esplicitamente antifascista, antirazzista, anti-nazionalista, in sintonia con analoghe mobilitazioni che si sono svolte per esempio in Spagna la scorsa settimana».

Contropiano, 28 marzo 2014
Più sotto il manifesto in questione, a firma “Coordinamento 9 dicembre”. Di che si tratta dato che il Movimento 9 dicembre, dopo essersi diviso in vari pezzi, è scomparso? Si tratta di quel mitomane eterodiretto di Danilo Calvani il quale, con la pagliacciata del 18 dicembre a Piazza del Popolo (assieme ai fascisti di Casa Pound), diede un colpo fatale alla rivolta iniziata il 9 dicembre.

Ora, che bisogna stare in guardia da loschi ceffi come Danilo Calvani , noi lo dicemmo già durante le proteste di dicembre. Ma c’è un problema, ed è che il comunicato di Contropiano (Rete dei Comunisti), contiene un giudizio sballato e un errore molto grave.

Il giudizio sballato è quello che chiamammo dei “babbei”, di quelli che a dicembre non solo si rifiutarono di partecipare alle sacrosante proteste spontanee, ma le bollarono come “fasciste”. L’isteria antifascista spinse i babbei, invece di prendere parte alla protesta, magari anche per evitare di lasciarla in mano ai demagoghi, a qualificare tutto quel movimento, variopinto e composito, come “fascista”. Ed era per i babbei “fascista” per due ragioni: perché la sua base sociale era in buona parte piccola borghesia gettata sul lastrico e poiché quel movimento, seppur confusamente, prendendo a bersaglio la gabbia europea, rivendicava la sovranità popolare e nazionale.

Il manifesto con cui il gruppetto di Calvani aderisce alla manifestazione è come si può vedere un fax-simile di quello ufficiale che indice la manifestazione del 12 aprile, con l'aggiunta di altre parole d'ordine tipicamente calvaniane.

Contropiano segnala come “paradossale”

«…che mentre nel movimento si sono attenuati ingenuamente la dimensione politica della manifestazione e la critica frontale all'apparato dell'Unione Europea, scivolando verso una piattaforma "sociale" più generica, i fascisti colgono proprio questa debolezza politica aumentando "la lista" delle parole d'ordine. Una conferma in più che lasciare vuoto lo spazio politico - quello di un'opposizione sociale e politica chiaramente centrata sull'avversario principale, ovvero sul "cervello pensante" delle politiche di austerità: l'Unione Europea - significa lasciare campo libero alle opzioni più sgradite e strumentali».
Paradossale? A noi non pare affatto “paradossale” che certa fascisteria faccia proprio certo sindacalismo sociale movimentista d’estrema sinistra con poco costrutto. Ricorrere all’aggettivo “Paradossale” è una foglia di fico per non dirla tutta sull’andazzo in voga dalle parti dell’estrema sinistra, ovvero che si combattono gli effetti (austerità ecc.) ma non si mettono in discussione le cause del marasma: il sistema capitalistico e in particolare l’Unione europea e il regime della moneta unica. Vorremmo rammentare ai vari babbei che il fascismo nacque da una costola del sindacalismo rivoluzionario italiano e da un certo sovversivismo soreliano. Altro che fregnacce sul “rossobrunismo”! Se ci sono due cose che si somigliano come gocce d’acqua sono proprio certo movimentismo latino ribellistico e certo sovversivismo fascista “anticapitalista”. 

L’isteria antifascista gioca davvero brutti scherzi, annebbia la vista, droga la coscienza. Contropiano titola il suo pezzo “Allarme rosso: ombre nere sul 12 dicembre”. E qui siamo all’errore molto grave.

Altro che “Ombre nere”! Qui siamo alle prese con “Ombre bianche”, con un’operazione torbida di apparati dello Stato. Calvani è solo un pupazzo.

L'obiettivo recondito di chi manovra Calvani, di chi lo ha spinto a compiere quest’operazione ridicola di aderire alla manifestazione del 12 aprile, è intorbidire la acque, screditare la manifestazione, gettare discredito su chiunque si opponga alle politiche antipopolari, seminare zizzania, provocare scandalo. Il tutto, è ovvio, a favore del regime e in particolare dell’attuale governo.

A maggio le elezioni ci consegneranno quasi di sicuro un governo di minoranza. Renzi lo sa, ed ha bisogno almeno di un buon risultato del Pd. Meglio allora denigrare con ogni mezzo le opposizioni e le posizioni anti-UE. E la cosa migliore di tutte è quella di far credere che esse siano rappresentate da pittoreschi gruppazzi dell'estrema destra.

Che in questa operazione di screditamento si sia deciso di usare una sigla che vorrebbe rimandare al movimento del 9 dicembre, anche questo non è casuale. In questo modo si vorrebbe screditare ciò che quel movimento - al di là del suo successivo disfacimento - ha oggettivamente rappresentato in termini di volontà di rivolta di ampi strati popolari.

In ogni caso, lanciare “l'allarme rosso”, perché "arrivano i neri", è un modo fuorviante di porre il problema. Lo spauracchio dei «neri», o magari dei «rossobruni», in cui cadono assai spesso i manifestanti con la bandiera rossa, è un modo per non vedere il pericolo principale, ovvero i «bianchi» che stanno al governo, che usano spregiudicatamente i loro apparati statali e che i «neri» li utilizzano al più come utili idioti.

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