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venerdì 22 febbraio 2019

"DECRETO DIGNITÀ": UN PRIMO BILANCIO (POSITIVO)

[ 22 febbraio 2019 ]


Fummo bersaglio di dure critiche quando nell’estate scorsa, come Programma 101, demmo un giudizio critico ma positivo del “decreto dignità”. E questi attacchi non giunsero solo da inguaribili sinistrati per cui.. "il governo fascio-leghista”.

Grazie ai dati pubblicati ieri dall’Ossevatorio dell’INPS sul precariato è possibile trarre un primo bilancio sugli effetti del “decreto dignità” fortemente voluto dal M5s.
Tra questi dati uno è macroscopico: nella seconda metà del 2018 c’è stato un vero e proprio boom di trasformazione a tempo indeterminato dei contratti a termine in scadenza: più 76,2% rispetto all’anno precedente. 
Nel complesso, lo scorso anno sono stati creati 431mila nuovi posti di lavoro di cui 200mila a tempo indeterminato (cioè 200mila precari in meno). 
Nel 2017 erano stati 465 mila, ma gli indeterminati erano calati di 178mila unità.

Per quanto il piddino Jobs Act non venne del tutto smantellato dal “decreto dignità”, noi dicemmo che segnava un evidente inversione di marcia.
I dati INPS lo confermano.

Come i nostri lettori sanno non siamo indulgenti né col governo né con Di Maio, ma condividiamo quanto ha scritto nella sua pagina Fb a commento dei dati INPS:
«Sono i primi effetti del decreto dignità e mi danno tanto entusiasmo per andare avanti su questa strada. So bene che il problema non è risolto, ci sono ancora troppi precari che meritano una vita migliore, la strada da compiere è ancora lunga ma oggi, quantomeno, sappiamo di aver preso quella giusta».

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mercoledì 4 luglio 2018

«DECRETO DIGNITÀ»: UN PASSO NELLA GIUSTA DIREZIONE di Stefano Fassina

[ 4 luglio 2018 ]

Le modeste ma importanti ( perché indicano che c'è un'inversione di marcia) tutele contro la precarizzazione del lavoro, contro le delocalizzazioni (quindi contro il mercato unico della Ue) e il gioco d'azzardo introdotte col "Decreto Dignità" hanno fatto imbufalire la Confindustria col codazzolo di servi e liberisti che urlano: "si punisce l'impresa! Non è coi decreti che si risolvono i problemi, ma con la crescita". Tradotto: "lasciamo fare il mercato, cioè il capitale, e fuori la politica". Non interessa a questi signori che il 90% delle assunzioni (col Jobs Act) sia a tempo determinato, che il capitale usi gli esseri umani come cose, non interessano loro i diritti lesi dei lavoratori. E a sinistra? Con fette di prosciutto sugli occhi, quasi tutti a rimorchio dell'élite. Il solo che abbia sale in zucca è Stefano Fassina...
Riportiamo l'intervista che egli ha rilasciato a Valerio Valentini, pubblicata da IL FOGLIO del 3 luglio.



*  *  *

Roma. “C’era, ai tempi delle Frattocchie, l’analisi differenziata dell’avversario”. Ed è a quell’insegnamento che Stefano Fassina, deputato di LeU, classe ’66, che la vecchia scuola del Pd ha fatto in tempo a frequentare prima della chiusura nel 1993, si rifà quando gli si chiede un giudizio sul governo grillo-leghista. “Bisogna distinguere”, dice. 
«Bisogna fare un’opposizione differenziata, rinunciando a facili, liquidatori giudizi. Se la sinistra italiana si ostina a definire come fascista questo esecutivo, e dunque a schierarsi, come fa Calenda, a difesa degli interessi dei più forti formando un Fronte repubblicano, continuerà a perdere voti e consensi, continuerà ad essere vista come una forza delle élite lontana dal popolo e dalle periferie del disagio».
E dunque, se distinguere si deve, ecco che secondo Fassina “LeU dovrebbe sostenere il decreto dignità”. Quello, cioè, presentato ieri da Luigi di Maio con l’obiettivo dichiarato di contrastare il precariato. 
Col JOBS ACT....
«Mi sembra — osserva Fassina — che il decreto si muova nella giusta direzione, anche se su alcuni punti si può e si deve pretendere più coraggio. È sacrosanto, ad esempio, il contrasto contro la pubblicità al gioco d’azzardo. Ed è condivisibile pure l’introduzione delle multe alle aziende che, dopo avere ricevuto agevolazioni fiscali dallo stato, delocalizzano. Qui, però, bisognerebbe introdurre delle sanzioni per chi trasferisce la sede delle sue aziende all’estero, anche se non ha ricevuto aiuti”.
Positivo, ma perfettibile, anche l’approccio di Di Maio sulla riforma dei contratti a termine. 
«L’intento è buono — riflette Fassina — ma i provvedimenti rischiano di essere controproducenti. Innanzitutto, la causale deve valere anche per il primo contratto: altrimenti al datore di lavoro converrà ogni volta cercarne uno nuovo, di lavoratore. Soprattutto in virtù del fatto che vengono introdotte le maggiorazioni sui rinnovi. Anche quelle vanno eliminate, altrimenti finiranno per disincentivare la prosecuzione del rapporto di lavoro. E dunque degli emendamenti dovremo farli”, spiega Fassina, “ma credo che dovremmo essere bendisposti, noi di LeU, verso questo decreto».
Anche a patto, quindi, di legittimare “da sinistra” un governo che, sulle questioni legate all’accoglienza e ai diritti civili sembra piuttosto orientato a destra? 
«Ovvio che io non condivido quello che dice Matteo Salvini sui migranti, o Lorenzo Fontana sulla famiglia. Ma sulle questioni del lavoro, questo è un esecutivo che guarda indiscutibilmente a sinistra. Pertanto, se non riusciamo a discernere tra ciò che, nell’operato di questo esecutivo, è giusto, da ciò che invece giusto non è, alla fine regaleremo ulteriori fette di disagio sociale al Carroccio».
Per questo, quando sente Di Maio parlare della necessità di “smantellare il Jobs Act”, Fassina ammette di provare «soddisfazione, da un lato, ma soprattutto rabbia. La rabbia
cioè, che nasce dal constatare che il Pd, cioè la parte politica da cui pure io provengo, ha aggravato terribilmente le condizioni dei lavoratori». Lo certificano, a giudizio del deputato di LeU, anche i dati odierni dell’Istat. Dati che, in verità, testimoniano di una disoccupazione ai minimi dal 2012.
«Ma ha ragione Di Maio — ribatte Fassina — quando dice che quei numeri certificano il record del precariato, non del lavoro».
Quanto al Pd, e alla tribolata transizione che sta vivendo, Fassina si stringe nelle spalle. Dice che non vede «alcuna seria novità all’orizzonte: solo riposizionamenti interni, senza alcuna presa di consapevolezza. E l’inspiegabile entusiasmo dei renziani di queste ore sta lì a dimostrarlo».

lunedì 30 ottobre 2017

LO STATO COME DATORE DI LAVORO di Guglielmo Forges Davanzati

[ 30 ottobre 2017 ]

Di fronte al fallimento conclamato delle misure di austerità e precarizzazione del lavoro nel fronteggiare la crisi economica, occorre una decisiva inversione di rotta. A partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro.


Il combinato di misure di consolidamento fiscale e precarizzazione del lavoro, secondo la Commissione europea e i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, dovrebbe garantire la ripresa della crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni. Il consolidamento fiscale viene perseguito con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, mentre la precarizzazione del lavoro viene attuata con l’obiettivo dichiarato di accrescere l’occupazione. Le due misure – ci si aspetta – dovrebbero inoltre migliorare il saldo delle partite correnti, mediante maggiore competitività delle esportazioni italiane.

Si ipotizza, cioè, che la moderazione salariale, derivante da minore spesa pubblica e maggiore precarietà del lavoro, riducendo i costi di produzione, ponga le imprese italiane nella condizione di essere più competitive (ovvero di poter vendere a prezzi più bassi) nei mercati internazionali. Anche le misure di defiscalizzazione rientrano in questa logica, dal momento che ci si attende che minori tasse sui profitti implichino minori costi per le imprese e, dunque, maggiore competitività nei mercati internazionali. 

Si tratta di un’impostazione che si è rivelata del tutto fallimentare e che, a meno di non pensare che dia i suoi risultati nel lunghissimo periodo, andrebbe completamente ribaltata. Le basi teoriche sulle quali poggiano queste politiche sono estremamente fragili, per i seguenti motivi.

1) Le politiche di austerità, soprattutto se attuate in fasi recessive, determinano un aumento, non una riduzione, del rapporto debito pubblico/Pil, che è infatti costantemente aumentato (dal 120% del 2010 al 133% del 2016). Ciò a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica riduce il tasso di crescita, riducendo il denominatore di quel rapporto più di quanto ne riduca il numeratore. Questo effetto è tanto maggiore quanto maggiore è il valore del moltiplicatore fiscale. Stando alla quantificazione degli effetti moltiplicativi del Fondo Monetario Internazionale, il consolidamento fiscale è prima ancora che un errore di politica economica un errore propriamente un errore tecnico, basato su una stima sbagliata degli effetti moltiplicativi di variazioni della spesa pubblica.
  
2) Le politiche di precarizzazione del lavoro non accrescono l’occupazione, anzi tendono a generare aumenti del tasso di disoccupazione. Ciò fondamentalmente per due ragioni. In primo luogo, la precarizzazione del lavoro accrescere l’incertezza dei lavoratori in ordine al rinnovo del contratto e, dunque, incentiva risparmi precauzionali deprimendo consumi e domanda interna. In secondo luogo, la precarizzazione del lavoro, in quanto consente alle imprese di recuperare competitività attraverso misure di moderazione salariale, disincentiva le innovazioni, dunque il tasso di crescita della produttività del lavoro e, per conseguenza, dell’occupazione. 


3) La detassazione degli utili d’impresa non ha effetti significativi sugli investimenti, dal momento che questi dipendono fondamentalmente dalle aspettative imprenditoriali, le quali, a loro volta, sono fortemente condizionate dalle aspettative di crescita (e dunque, da ciò che ci si attende di poter vendere). Manovre fiscali restrittive, comprimendo i mercati di sbocco interni (quelli rilevanti per la gran parte delle imprese italiane), possono semmai peggiorare le aspettative e, dunque, generare riduzione degli investimenti. Peraltro, la detassazione degli utili d’impresa – in una condizione nella quale occorre generare avanzi primari – implica aumenti di tassazione sui redditi dei lavoratori, ovvero sui redditi di quei soggetti che esprimono la più alta propensione al consumo. Anche per questa ragione, detassare le imprese significa ridurne i mercati di sbocco, almeno quelli interni, con conseguente riduzione dei profitti e aumento delle insolvenze. 

4) La moderazione salariale non accresce le esportazioni. L’ultimo Rapporto ISTAT certifica che il saldo delle partite correnti italiano è migliorato solo perché si sono ridotte le importazioni, a seguito della caduta della domanda interna, e che l’economia italiana è, ad oggi, una delle meno internazionalizzate fra le economie europee. Si registra anche che nonostante un seppur leggero aumento dei margini di profitto delle nostre imprese a partire dal 2015, verosimilmente imputabile alle misure di detassazione degli utili, gli investimenti privati continuano a essere in costante riduzione.

Si tratta, peraltro, di politiche attuate ormai da quasi un decennio, sempre con risultati fallimentari. Il fondamentale errore degli ultimi Governi sta appunto nell’aver usato le (poche) risorse disponibili nel peggiore dei modi possibili: decontribuzioni alle imprese e trasferimenti monetari alle famiglie. Misure che non impattano né sugli investimenti privati né sui consumi. Ma che, verosimilmente, e in una logica di brevissimo periodo, accrescono il consenso, salvo poi tornare al punto di partenza ma con meno risorse. 

Occorrerebbe, per contro, una radicale correzione di rotta, a partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro. Un numero rilevante e crescente di studi mostra come lo Stato possa svolgere la funzione di datore di lavoro di ultima istanza (Employer of Last Resort - ELR) senza generare significativi effetti collaterali, in particolare senza attivare pressioni inflazionistiche – peraltro, in una fase di deflazione, semmai desiderabili. 
Ovviamente, affinché questa proposta possa avere senso occorre che, sul piano politico, i lavoratori acquisiscano un potere contrattuale sufficiente da spingere il Governo all’attuazione di una politica per il pieno impiego, e il suo mantenimento, finanziata attraverso un consistente aumento dell’imposizione fiscale sui redditi più alti. In altri termini, la proposta è realizzabile a condizione di non assumere la congettura di Kalecki[1], ovvero che:  

“Il mantenimento del pieno impiego causerebbe cambiamenti sociali e politici che darebbero un nuovo impulso all’opposizione degli uomini d’affari. Certamente, in un regime di permanente pieno impiego, il licenziamento cesserebbe di giocare il suo ruolo come strumento di disciplina [disciplinary measure]. La posizione sociale del capo sarebbe minata e la fiducia in se stessa e la coscienza di classe della classe operaia aumenterebbero. Scioperi per ottenere incrementi salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro creerebbero tensioni politiche. E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laisser-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier. Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti. Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista”. 

giacché, se la questione del pieno impiego si pone in questi termini, non vi è spazio – in un’economia capitalistica – per misure che vadano in quella direzione.  

Va innanzitutto ricordato che, contrariamente alla vulgata mediatica, l’intero settore pubblico italiano nelle due diverse ramificazioni è nei fatti il più sottodimensionato d’Europa. L’ultima rilevazione OCSE ci informa che, mentre nel nostro Paese la pubblica amministrazione assorbe circa 3.400 lavoratori, in Francia e nel Regno Unito, Paesi con una popolazione e un Pil pro-capite di entità simile alla nostra, se ne contano rispettivamente 6.200 e 5800. Negli Stati Uniti – Paese tradizionalmente guardato come una vera economia di mercato – il numero di dipendenti pubblici è di circa il 25% superiore al nostro. Si può aggiungere che, in Italia, l’occupazione nel settore pubblico riguarda prevalentemente individui con elevata scolarizzazione. 

Si può anche rilevare che una condizione di piena occupazione favorisce la crescita della produttività del lavoro. Ciò a ragione del fatto che le imprese non sono messe nella condizione di competere comprimendo i salari e sono, per contro, ‘forzate’ a competere innovando. In tal senso, lo schema ELR potrebbe essere anche – e forse più utilmente – pensato per generare crescita economica anche dal lato dell’offerta, non solo quindi come programma finalizzato al pieno impiego. A ciò si può aggiungere che, seguendo la linea teorica dei proponenti lo schema ELR, la spesa pubblica è complementare alla spesa privata per investimenti, dal momento che l’aumento della spesa pubblica accresce i mercati di sbocco e rende conveniente l’attuazione di nuovi flussi di investimenti privati [2]. 

Conseguentemente, uno schema ELR potrebbe agire positivamente sul tasso di crescita della produttività del lavoro, sia per l’aumento degli investimenti pubblici che farebbe seguito a un aumento della spesa pubblica, sia a seguito del contenimento di fenomeni di obsolescenza intellettuale che si determinerebbero nel caso alternativo di disoccupazione, a maggior ragione se di lungo periodo. Un ulteriore vantaggio derivante dall’attuazione di uno schema ELR conseguirebbe dal fatto che, in condizioni di piena occupazione, sarebbe estremamente difficile reclutare lavoratori nell’economia sommersa o, ancor più, nell’economia criminale. Questo argomento è particolarmente rilevante nel caso italiano, e ancor più meridionale, dal momento che la presenza del lavoro nero e dell’attività criminale è molto più diffusa rispetto agli altri Paesi dell’eurozona. 

In più, come mostrato in particolare da Massimo Florio, lo schema ELR potrebbe utilmente ribaltare la linea di policy seguita in Italia – con la massima intensità fra i Paesi dell’Eurozona – finalizzata ad accentuare le privatizzazioni. Le privatizzazioni, come mostra un’inequivocabile evidenza empirica, generano effetti redistributivi soprattutto a ragione dell’aumento delle tariffe – e della conseguente caduta dei salari reali – e dell’eccezionale aumento degli stipendi dei manager nel passaggio dalla proprietà pubblica alla proprietà privata. Generano anche minore crescita dal momento che, in moltissimi casi, Italia non esclusa, le imprese privatizzate sono imprese orientate alla speculazione finanziaria che, come da più parti documentato, è un rilevante freno agli investimenti reali. 

Le inefficienze del settore pubblico, come gli sprechi nel settore privato, sono ovunque. La retorica del dipendente pubblico fannullone resta tale, fa danni al Paese, impedisce un dibattito aperto su come l’intervento pubblico in economia può contribuire alla crescita economica e all’aumento dell’occupazione, soprattutto giovanile e soprattutto di alta qualità. Nel confronto internazionale, l’Italia è uno dei paesi caratterizzati dai più bassi livelli di assenza per malattia, ma con minore incidenza nel settore pubblico. La bassa efficienza del settore pubblico italiano non sembra essere quindi dovuta alla scarsa motivazione al lavoro dei suoi dipendenti, ma piuttosto alla bassissima dotazione di capitale che ne caratterizza i processi di produzione di beni e servizi. 


NOTE

[1] KALECKI, M. (1943). Political aspects of full employment, “Political Quarterly” 14(4), pp.322-330.

[2] Se si accoglie l’ipotesi per la quale la spesa pubblica agisce da àncora agli investimenti privati, l’aumento della spesa pubblica – in quanto accresce i fondi interni delle imprese e, dunque, il loro potere contrattuale nei confronti delle banche, tende ad associarsi a una riduzione del tasso di interesse, che potrebbe stimolare ulteriori investimenti privati.


* FONTE: MICROMEGA

mercoledì 25 ottobre 2017

AUTOMAZIONE, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NUOVA SCHIAVITÙ di Giovanna Cracco

[ 25 ottobre 2017 ]

Il più importante studio sull'automazione e la "intelligenza artificiale" è il rapporto dell'americana McKinsey: A future that works: automation, employ-ment and productivity
Di contro a certa sinistra che adora il "progresso" macchinico, Giovanna Cracco mette in evidenza come, in ambiente capitalistico, esso produrrà più sfruttamento, più emarginazione, più disumanizzazione.
«Negli Stati Uniti, la percentuale di occupazioni che può essere completamente automatizzata è molto piccola, meno del 5%, ma l'automazione influenzerà quasi tutte le occupazioni, non solo i lavoratori e gli impiegati di fabbrica ma anche giardinieri paesaggistici e tecnici dentistici, stilisti, venditori di assicurazioni e amministratori delegati, in misura maggiore o minore. Il potenziale di automazione di queste professioni dipende dalla tipologia di attività lavorativa che comportano, ma come regola di base circa il 60% di tutte le occupazioni hanno almeno il 30% delle attività che sono tecnicamente automatizzabili. Negli Stati Uniti, Paese per cui disponiamo dei dati più completi, il 46% del tempo trascorso in attività lavorativa in tutte le professioni e le industrie è tecnicamente au-tomatizzabile con le tecnologie attualmente esistenti. Su scala globale, l'automazione potrebbe interessare il 49% delle ore lavorative, che equivalgono a 1,1 miliardi di lavoratori e 15,8 trilioni di dollari in salari. Tra i diversi Paesi, il potenziale varia tra il 40 e il 55%, con appena quattro, Cina, India, Giappone e Stati Uniti, che rappresentano poco più della metà dei salari e dei lavoratori totali. Il potenziale potrebbe essere importante anche in Europa: secondo la nostra analisi, l'equivalente di 54 milioni di lavoratori a tempo pieno e più di 1,9 trilioni di dollari in salari nelle cinque grandi economie del continente: Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito. Questo allo stato attuale, ma poiché la tecnologia diventa sempre più avanzata, il potenziale crescerà»

Questo il rapporto McKinsey A future that works: automation, employ-ment and productivity del gennaio 2017, ma non è l'unico studio prodotto da società di ricerca sull'impatto della cosiddetta 'intelligenza artificiale' (AI) sul mondo della produzione manifatturiera e dei servizi, e dunque anche sul mondo del lavoro. Un impatto importante, che muterà completamente la realtà come oggi la conosciamo, e che non avrà nemmeno tempi lunghi se pensiamo che gli scenari parlano del 2055 come anno nel quale la metà delle attività lavorative potrebbe essere automatizzata - anche se gli studi sottolineano che ciò può avvenire vent'anni prima come vent'anni dopo, a seconda di

diversi fattori: lo sviluppo costante delle capacità tecnologiche, il costo della tecnologia, i vantaggi sulla produttività delle prestazioni automatizzate, la concorrenza con il lavoro (ossia quanto saranno bassi i salari e docili i lavoratori, visto che, dal punto di vista del Capitale, una macchina ha anche il pregio di non rivendicare diritti né scioperare) e l'accettazione sociale ("Un robot", scrive McKinsey, "può, in teoria, essere in grado di sostituire alcune funzioni di un'infermiera, per esempio. Ma per ora la prospettiva che questo possa effettivamente accadere in modo visibile potrebbe rivelarsi sconvolgente per molti pazienti che si aspettano e si fidano del contatto umano"). Come spesso capita — l'informazione italiana non brilla certo per qualità e ampiezza di sguardo -un tema che in molti Paesi è al centro del dibattito pubblico, qui trova ben poco spazio sui media main-stream (diversa è la rete): al più vengono spese le parole "automazione" e "Industria 4.0", senza entrare nel merito del loro significato né delle conseguenze.

Difficile dare una definizione di AI
, perché ne esistono diverse; semplificando, si può dire che è l'abilità di una macchina, sulla base di sistemi hardware e software, di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana, che significa anche modificarli relazionandosi con l'ambiente e imparando dall'esperienza; robot che saranno anche interconnessi fra loro e alla rete.

McKinsey ha analizzato 2.000 attività lavorative all'interno di 800 occupazioni, iniziando la ricerca sul potenziale di automazione dei settori dell'economia statunitense, per stabilire il quadro metodologico, e poi ampliando l'analisi ad altri quarantacinque Paesi, utilizzando dati comparabili nazionali e internazionali. La conclusione è che a

essere toccata dalla robotizzazione non sarà solo la produzione agricola e manifatturiera ma anche i trasporti, i servizi alberghieri e di ristorazione, il commercio al dettaglio, le attività d'ufficio e finanziarie, i servizi ospedalieri: in una battuta, "dal broker statunitense all'agricoltore indiano". L'intelligenza artificiale permetterà poi l'automazione non solo dei lavori poco qualificati e a basso reddito, ma anche di quelli che richiedono medie ed elevate competenze, a cui corrispondono quindi buoni salari: McKinsey calcola che negli Usa le occupazioni sotto i 15 dollari l'ora possono essere automatizzate al 51%, mentre quelle tra i 15 e i 30 dollari l'ora al 46%; la differenza quindi è minima.

Si pone dunque il problema di una fuoriuscita dell'elemento umano dal lavoro, con conseguente crescita di disoccupazione. Qui gli scenari dei diversi studi vanno in direzioni opposte: chi prefigura una disoccupazione di massa, non più assorbibile in alcun modo, perché le nuove figure professionali create dall'automazione non saranno mai in misura superiore ai posti di lavoro eliminati, e chi, come McKinsey, si dice convinto che dopo un'iniziale fase di destabilizzazione le persone licenziate troveranno un'altra occupazione. Quale non è dato sapere, poiché l'affermazione resta sul vago, ma è significativo il fatto che lo studio non si sottrae a una riflessione sull'istituzione di un possibile reddito di base erogato dallo Stato, anche se lo considera una soluzione temporanea che dovrebbe sostenere il lavoratore mentre, riqualificandosi, passa da un tipo di lavoro a un altro.

La prima considerazione che si fa strada leggendo questo genere di studi, riguarda il divario tra realtà economica e realtà politica: la prima, appoggiandosi a tecnologia e scienza, corre veloce all'inseguimento della produttività e dei profitti, non preoccupandosi di altro; la seconda resta indietro, arranca, cercando di comprendere le conseguenze di tale mutamento e di ipotizzare come regolarlo. Emblematica la relazione presentata il 27 gennaio scorso al Parlamento europeo da parte del Working group on robotic and artificial intelligence istituito dalla Commissione Legal Affairs. Ne hanno fatto parte anche rappresentanti di altre tre commissioni —Industria Ricerca ed Energia, Mercato interno e Protezione dei consumatori, Occupazione e Affari sociali— e il gruppo di lavoro ha consultato esperti di ambiti diversi, ricevendo contributi inclusi nella relazione. Una lettura da cui si riemerge con una sola certezza: non abbiamo la più pallida idea di che cosa abbiamo e avremo davanti né dove stiamo andando.

Innanzitutto, le conseguenze sull'Uomo
la relazione sottolinea «che lo sviluppo della tecnologia robotica dovrebbe concentrarsi sul complemento delle capacità umane e non sulla loro sostituzione» e deve «garantire che l'uomo abbia sempre il controllo sulle macchine intelligenti»; invita poi ad avere «particolare attenzione al possibile sviluppo di una connessione emotiva tra esseri umani e robot, in particolare nei gruppi vulnerabili (bambini, anziani e persone con disabilità)», sotto forma di «attaccamento emotivo e conseguente grave impatto emotivo o fisico».
Poi la questione della privacy dei dati, visto che le macchine AI sono interconnesse fra loro e alla rete: 
«Occorre prestare particolare attenzione a robot che rappresentano una minaccia significativa alla riservatezza per il loro collocamento in aree tradizionalmente protette e private, e perché sono in grado di estrarre e inviare dati personali e sensibili».
C'è anche il risvolto legale, che può sembrare marginale ma se ci sofferma a ragionare, non lo è affatto: chi sarà responsabile di eventuali danni causati da un robot AI? 
«Nell'ambito dell'attuale quadro giuridico" scrive la Commissione, "i robot non possono essere ritenuti responsabili di per sé per atti o omissioni che causano danni a terzi: le norme esistenti in materia di responsabilità coprono i casi in cui la causa del comportamento o dell'omissione del robot può essere ricondotta a un determinato agente umano, come il fabbricante, l'operatore, il proprietario o l'utente, e dove tale agente avrebbe potuto prevedere ed evitare il comportamento nocivo del robot. Secondo l'attuale quadro giuridico quindi, la responsabilità del prodotto —se il suo produttore è responsabile di un malfunzionamento— e le norme che regolano la responsabilità per azioni dannose —dove l'utente di un prodotto è responsabile di un comportamento che porta a danni— si applicano ai danni causati da robot, anche AI. Ma nello scenario in cui un robot può prendere decisioni autonome, le regole tradizionali non bastano a dar luogo a responsabilità legali per i danni causati da un robot, in quanto non consentirebbero di identificare il soggetto responsabile a cui richiedere l'indennizzo per il danno causato; è dunque necessario un chiarimento delle responsabilità per le azioni dei robot e, infine, della capacità giuridica e/o dello status dei robot».
Ci sono poi le conseguenze nel lavoro. Anche la relazione europea pone l'attenzione, come il rapporto Mc-Kinsey, sul rischio di disoccupazione di massa dovuto all'automazione, e rivolge diversi inviti ai governi dei Paesi: avviare un'analisi e un monitoraggio per settori della tendenza del mercato del lavoro; sviluppare sistemi di formazione e di istruzione in linea «con le future esigenze dell'economia del robot"ì»; aprire un dibattito «sulla sostenibilità dei sistemi fiscali e sociali sulla base dell'esistenza di redditi sufficienti, compresa la possibile introduzione di un reddito di base generale"ì»; e infine esaminare l'eventualità di istituire una tassa per l'utilizzo e il mantenimento di un robot, che potrebbe essere finalizzata al «sostegno e riqualificazione dei lavoratori disoccupati i cui posti di lavoro sono stati ridotti o eliminati"ì».

Ma c'è un altro aspetto su cui riflettere, e riguarda la mutazione del lavoro di chi un impiego l'avrà, a contatto con i robot AI. 
Se, come scrive McKinsey, nel 60% delle occupazioni a essere automatizzate saranno solo alcune singole attività, significa che le persone completeranno il lavoro svolto dalle
macchine. Dunque, per prima cosa, la relazione Uomo-macchina muterà radicalmente. Non sarà quella dell'operaio con la catena di montaggio, per intenderci: con la AI parliamo anche di dispositivi che l'essere umano indossa per collaborare con un robot che ha la capacità di ragionare e dialogare con l'ambiente circostante. A questo si aggiunge la possibilità, secondo la relazione europea, che l'automazione possa portare a un aumento dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori: 
«Mentre la tecnologia robotica indossabile, come gli esoscheletri volti a proteggere dalle lesioni sul posto di lavoro, potrebbero aumentare la produttività, potrebbero dare origine ad aspettative più elevate dei lavoratori umani e, a loro volta, a maggiori rischi di lesioni»; in più, se «la robotizzazione può, da un lato, ridurre l'onere fisico sui lavoratori, può anche portare a una maggiore tensione mentale tenuto conto della crescente responsabilità dell'individuo in processi produttivi più complessi»; senza dimenticare la necessità di fissare "ì«regole di responsabilità che assicurino che i danni causati da robot autonomi possano essere chiariti in favore dei dipendenti».
Infine, scongiurando uno scenario, la relazione fa intravedere un possibile orizzonte: 
«La decisione individuale di scegliere o rifiutare un impianto, la protesi o l'estensione a un corpo umano non deve mai portare a un trattamento o a minacce sfavorevoli riguardo all'occupazione, all'istruzione, all'assistenza sanitaria, alla sicurezza sociale o ad altri vantaggi, e si sottolinea che tutti i cittadini devono avere accesso uguale e privo di barriere a beneficiare di nuove tecnologie». 
L'automazione quindi potrebbe avere carattere coercitivo nel mondo del lavoro, ed è più che probabile che l'avrà, arrivando a obbligare un essere umano a impianti tecnologici pena il licenziamento —e la stessa imposizione potrebbe verificarsi nella scuola, nella sanità, nella sicurezza sociale (previdenza, welfare ecc.). E sarà anche fortemente concreta la possibilità che si sviluppi una nuova forma di diseguaglianza: cittadini di serie A, che potranno accedere (economicamente, lo snodo è sempre quello) a protesi tecnologiche, aumentando così in qualche modo le proprie capacità, e cittadini di serie B che ne saranno esclusi.

C'è chi, a sinistra, saluta l'avvento dell'intelligenza artificiale e dell'automazione, scorgendovi la possibilità di vedere realizzata l'utopia della liberazione dell'Uomo dal lavoro sfruttato e alienante; una visione nella quale si inserisce, come cardine, l'istituzione di un reddito universale di base. Difficile però credere che il futuro possa essere questo. La maggior parte delle istituzioni politiche ed economiche —e non fanno eccezione il rapporto McKinsey e la relazione approvata dal Parlamento europeo— parlano di un "reddito di inclusione sociale". Al di là della confusione mediatica nata sulla definizione, il modello, di fatto, è quanto già esiste in Gran Bretagna —che l'ultimo film di Ken Loach, "Io, Daniel Blake", mostra nei suoi meccanismi oppressivi e violenti— e implementato anche in Germania con il Piano Hartz
[1]: sussidi sociali al limite della sopravvivenza collegati a un lavoro coatto gratuito o che paga un salario miserevole —per inciso, anche la proposta presentata dal Movimento 5 Stelle va in questa direzione. 

Come evidenzia McKinsey, l'applicazione dell'automazione nella sfera produttiva dipenderà anche dalla concorrenza con il lavoro. È molto più probabile quindi che il futuro vedrà una larga parte della popolazione, quella che non avrà accesso, per impossibilità economiche, alle migliori scuole che creeranno le nuove figure professionali, più schiava che libera: persone destinatarie del reddito sociale e che andranno a creare quel settore del lavoro i cui salari saranno talmente bassi —o addirittura inesistenti— da far risultare il lavoratore umano più conveniente di una una macchina; e in quanto a docilità, la perdita del sussidio in caso di rifiuto a farsi sfruttare, la renderà estrema.

Non si tratta di condannare la tecnologia a priori, ma il punto è che il suo sviluppo si inserisce in un sistema capitalistico. Se non si tiene nel dovuto conto questo che è un dato fondamentale, si rischia di perdere la visione d'insieme.

* Fonte: Pagina Uno

NOTE

1) Cfr. Collettivo Clash City Workers, La Germania incantata, Paginauno n. 53/2017

martedì 16 maggio 2017

REDDITO O LAVORO? di Marco V. Passarella

[ 16 maggio 2017 ]
"Contro il neoliberismo".
E' questo il bel saggio di Marco Veronese Passarella [nella foto] da cui estrapoliamo il capitolo quarto dal titolo "Reddito o Lavoro?".
Un tema che sarà discusso di sicuro al convegno "FUTURO AL LAVORO" che si svolgerà a Perugia il prossimo 3 giugno.

Nell’ultimo decennio il dibattito italiano sulle necessità di revisione del sistema di previdenza sociale è ruotato attorno alla proposta di introduzione di un reddito minimo garantito ovvero di un reddito di base incondizionato. [1] 
A destra dello schieramento politico, tale proposta è stata declinata prevalentemente in termini di sostituzione della molteplicità di sussidi elargiti dallo Stato (in forma di sussidi di disoccupazione, cassa integrazione guadagni, e così via) con un unico sussidio universale che consenta di superare le disparità di trattamento legate alla miriade di forme contrattuali introdotte a seguito dei provvedimenti di flessibilizzazione del mercato della forza-lavoro. Intesa come contropartita alla riduzione del grado di protezione contrattuale dei lavoratori, la proposta di reddito minimo incontra oggi – almeno sulla carta – un consenso piuttosto ampio, anche (e forse soprattutto) negli ambienti della sinistra di governo. Essa costituisce il principale pilastro della cosiddetta flexicurity
Tale idea riecheggia, del resto, una vecchia suggestione di Milton Friedman, la celebre negative income tax (imposta negativa sul reddito o NIT), ossia un sussidio pari all’eventuale differenza tra una soglia minima di reddito imponibile stabilita per legge e il reddito effettivamente percepito in un certo nucleo familiare. [2] 

A sinistra, soprattutto negli ambienti della sinistra radicale, la proposta di introduzione di un reddito di base incondizionato è, per contro, solitamente legata alla sua presunta natura di «salario sociale legato ad una contribuzione produttiva oggi non remunerata e non riconosciuta», quella dell’«intellettualità diffusa e [de] la dimensione cognitiva del lavoro» (Fumagalli e Vercellone 2013; cfr. anche Fumagalli 2013). Essa muoverebbe, insomma, dalla presa d’atto che il regime di regolazione post-fordista è caratterizzato da una quota crescente di «tempo di lavoro necessario» – per utilizzare una categoria cara al pensiero marxista – che non viene contrattualmente sanzionata. Tale flusso di «lavoro» cognitivo sarebbe erogato al di fuori dei luoghi tradizionalmente deputati alla produzione di merci, nell’ambito, cioè, di forme molteplici di interazione sociale che si vorrebbero immediatamente produttive di valore e di plusvalore. L’erogazione di un reddito di base incondizionato varrebbe, perciò, a ristabilire una corrispondenza tra contributo produttivo dei fattori della produzione e quota di prodotto sociale loro spettante. [3]

Lasciando da parte le ragioni che lo motivano, e concentrandosi sui suoi effetti potenziali, l’introduzione di un reddito di base incondizionato in un contesto di elevata flessibilità del mercato della forza-lavoro, di estrema debolezza delle organizzazioni dei lavoratori e di fragilità finanziaria degli Stati, solleva tre ordini di perplessità: due di natura economico-politica, e una di natura filosofico-sociale. Il primo ordine di perplessità concerne le possibilità di copertura finanziaria di tale provvedimento, dati anche i vincoli derivanti dall’adozione della valuta unica e dai trattati internazionali sottoscritti dallo Stato italiano. Da un calcolo preliminare dei costi ad esso associati sembrerebbe di poter concludere che l’estensione di un reddito di base incondizionato, ove tale reddito fosse rilevante, sarebbe incompatibile con un livello di pressione fiscale socialmente accettabile. [4]

In tal senso, più che fungere da elemento di ricomposizione della forza-lavoro, tale misura rischierebbe di produrre un’ulteriore frattura tra lavoratori stabili (e per questo contribuenti netti), da un lato, e lavoratori precari, inattivi ed altri sussidiati (ossia i beneficiari netti del provvedimento), dall’altro. Si potrebbe, forse, argomentare che la sostenibilità finanziaria (e sociale) del reddito di base potrebbe, almeno in linea teorica, essere sempre conseguita all’interno di un paese dotato di piena sovranità valutaria, mediante politiche di monetizzazione della spesa pubblica contratta a tal fine. Tuttavia, la prospettiva di un’uscita dall’Euro non viene mai evocata dai promotori di tale provvedimento. Un secondo ordine di perplessità rimanda al cosiddetto «effetto Speenhamland». [5]

Come segnalato da numerosi studiosi, sulla scorta del contributo di Karl Polanyi (1944), il rischio è che si crei una «dinamica per cui l’erogazione benintenzionata di un ‘sussidio’ che consente alle imprese di pagare retribuzioni più basse, nel tempo si trascina dietro al ribasso l’intera struttura dei salari, e finisce così col ritrasformare i lavoratori in mendicanti – tanto più quanto più la crisi morde» (Bellofiore 2012b). Lungi dal fungere da elemento di sostegno del potere contrattuale dei lavoratori, il reddito garantito o di base consentirebbe alle imprese di appropriarsi di quote crescenti di prodotto sociale netto, grazie ad una forza-lavoro atomizzata (per via dell’intermittenza lavorativa) e scarsamente incentivata alla rivendicazione salariale (per via della certezza di un minimo vitale). 

Proprio il caso tedesco é emblematico in tal senso. Vi è, infine, una terza ragione di perplessità di ordine filosofico, peraltro gravida di conseguenze sociali. Lo scambio intermittenza lavorativa versus certezza dei flussi di reddito non fa i conti con la natura duale del lavoro salariato, che è sì «lavoro astratto», ossia attività produttrice di «valore (di scambio)» – e in quanto tale veicolo di alienazione e di sfruttamento – ma anche, al contempo, «lavoro concreto», ossia attività produttrice di «valori d’uso» – e in quanto tale elemento di definizione della propria identità individuale e sociale. Nel tempo, il combinato disposto di reddito garantito e precarietà lavorativa cristallizza i rapporti di produzione dati, elimina ogni residuo di «potere operaio» nella produzione, e dunque rafforza la divisione in classi della società capitalistica. [6] 

In altre parole, in assenza di un salario minimo e, ancor più, di un piano per la piena occupazione, la semplice erogazione di un sussidio monetario rischia di tradursi in degrado ed emarginazione sociale. Dai ghetti dei nativi australiani alle periferie berlinesi, gli esempi di come politiche di elargizioni monetarie possano produrre effetti socialmente regressivi non mancano. Di certo, tali politiche non paiono in grado, da sole, di prefigurare alcun rovesciamento nei rapporti sociali scaturiti dai processi di finanziarizzazione e globalizzazione che hanno investito le principali economie capitalistiche nell’ultimo trentennio, rischiando anzi di fungere da foglia di fico (o addirittura da amplificatori) di tali processi. 

NOTE

[1] Non é questa la sede per una disamina approdondita circa i diversi significati attribuiti a ciascuna definizione dai rispetti promotori. Sinteticamente, la principale differenza tra il reddito di base incondizionato (o di cittadinanza o basic income) e il reddito minimo garantito é che il primo, a differenza del secondo, é universale e illimitato nel tempo. Per contro, il reddito minimo garantito si configura come una forma di sostegno per chi é temporaneamente disoccupato, é vincolato all’accettazione da parte del beneficiario di eventuali proposte di lavoro, e può essere erogato anche a chi percepisca un reddito da lavoro inferiore ad una soglia minima.

[2] Cfr. Friedman 1962. Tale proposta è stata successivamente rielaborata da Lampman 1969, e da Tobin et al. 1967.

[3] Così come il salario remunera il fattore «forza-lavoro» e l’interesse (o profitto) remunera il fattore «capitale», il reddito di base remunererebbe il fattore «cooperazione sociale» (incluso il «lavoro cognitivo»). Un corollario nascosto è che viene con ciò implicitamente accantonata l’idea classicomarxiana che il lavoro sia l’unica fonte del (valore del) prodotto sociale netto, e dunque del sovrappiù, giacché diversamente la richiesta di un salario sociale tornerebbe ad assumere unicamente la valenza di intervento redistributivo, cosa che viene esplicitamente negata dai suoi promotori. Si noti, in secondo luogo, che l’idea di fissare l’entità del reddito di base come quota di qualche altra variabile distributiva oggettivamente misurabile (si vedano, ad esempio, Fumagalli e Vercellone 2013, che parlano di 60% del reddito minimo), di nuovo sembrerebbe ricondurre le ragioni della sua rivendicazione nell’alveo dei provvedimenti di welfare tradizionalmente intesi. Analoghe considerazioni valgono nel caso in cui tale misura sia ricardianamente invocata in risposta alla «disoccupazione tecnologica» generata dalla modificazione della struttura produttiva delle economie avanzate (cfr. Gattei 2013).

[4] Un tentativo di quantificazione è stato fatto, tra gli altri, da uno dei maggiori promotori del reddito di base, Fumagalli (2012). In particolare, il costo complessivo per lo Stato italiano andrebbe dai 20 miliardi di euro necessari per garantire un reddito annuale di 7.200 euro (pari ai 600 euro mensili che definiscono la cosiddetta «soglia di povertà») ai circa 45 miliardi per un reddito annuale di 10.000 euro (in forma di sussidi e integrazione al reddito per circa il 21% della popolazione). Il costo al netto dei sussidi di disoccupazione e della cassa integrazione si aggirerebbe, invece, attorno a 5 miliardi e 26 miliardi di euro, rispettivamente. Si tratta di cifre ragguardevoli, ma teoricamente sostenibili mediante un programma di spesa in deficit. Sennonché, nell’ambito dei vincoli sul disavanzo pubblico imposti dai Trattati europei, il finanziamento di tale misura finirebbe per pesare sulla fiscalità generale fino a tre punti percentuali di PIL in termini lordi (o, comunque, oltre un punto e mezzo al netto delle voci di spesa eventualmente ridefinite in termini di reddito di base). Dato l’elevato livello di pressione fiscale italiana sui redditi da lavoro e d’impresa, non appare una strada facilmente percorribile.

[5] Dal nome del distretto inglese in cui, il 6 maggio 1795, venne adottato un sistema di sussidi a favore dei lavoratori poveri delle campagne. Tali sussidi comportavano l’integrazione del salario fino al raggiungimento di un livello prefissato, dipendente dal nucleo familiare e dal prezzo del pane.

[6] Una critica non dissimile al reddito di base è stata avanzata da Lunghini (1995), nonché, più di recente, da Bellanca e Baron (2013). La riduzione del lavoro a «disutilità» è, del resto, uno dei pilastri del pensiero economico dominante. Per una critica di tale prospettiva, si veda, tra gli altri, Spencer (2013).

lunedì 10 aprile 2017

LA PRECARIETÀ È UNA FORMA DI SCHIAVISMO di Giorgio Cremaschi

[ 10 aprile ]

A Milano sulla metro mi ferma un giovane, impiegato in un magazzino della logistica. Io sono tra i privilegiati, mi dice, certo non come i facchini che stanno giù al carico scarico merci, però anche in ufficio il clima è pesante. E mi racconta la storia dei punti della patente.

Il capo ufficio si rivolge alla giovane impiegata, naturalmente assunta con un contratto precario, e le chiede con la massima naturalezza: senti puoi darmi gli estremi della tua patente? Alle timide perplessità della ragazza il capo risponde tranquillamente che è per una infrazione in cui è incorso guidando l'auto aziendale. È arrivata una multa pesante che comporta danno alla patente. Visto che l'auto è aziendale, nulla di male a scaricare il taglio dei punti sulla patente dell'impiegata, anche se questa non è titolata ad usarla, è spirito di collaborazione...che fa curriculum per la conferma a lavoro.

La ragazza ha subito il ricatto? Ho chiesto alla fine, ma chi mi aveva raccontato l'episodio non è stato in grado di darmi una risposta, non conosceva la conclusione.

Può sembrare una piccola cosa dover cedere la propria patente al capo, di fronte alla quantità di vergognosi ricatti che subiscono i lavoratori e ancora di più le lavoratrici, a cui si può impunemente dire: o accetti o quella è la porta, dietro la quale c'è la fila di chi aspetta il tuo posto. Tuttavia sono le piccole sopraffazioni che a volte ci danno il segno e la portata di quelle più grandi, è la violenza della precarietà che colpisce i diritti e la stessa dignità delle sue vittime e assorbe il rapporto di lavoro in un ambiente di mafia.

Immaginiamo poi quando la precarietà dura all'infinito, quando con i trucchi permessi dalla stessa legge si è precari a tempo indeterminato, cioè ogni anno si deve subire l'esame di lavoro per continuare ad essere sfruttati e vessati. E non solo nel lavoro privato, ma anche in quello pubblico.

Pochi giorni fa la USB ha indetto lo sciopero dei precari pubblici e una manifestazione a Roma sotto il ministero, manifestazione ben riuscita nonostante gli ostacoli posti dalla polizia. . Qui ho saputo da un lavoratore disperato che nella pubblica amministrazione ci sono persone precarie da più di venti anni, per una retribuzione mensile oggi giunta a ben 580 euro lordi. Il tribunale di Nola, in Campania, funziona grazie a questi precari più che ventennali che mandano avanti tutte le attività di cancelleria. Come posso guardare crescere i miei figli negandogli una marea di cose, e subire anche l'umiliazione per cui ogni anno devo avere la conferma del contratto, altrimenti sono a casa? Che vita è questa? Così quel lavoratore ha concluso il suo racconto mentre la rabbia tratteneva le lacrime.


Il governo ha appena suonato la fanfara per qualche decimale di disoccupazione in meno e Gentiloni ha esaltato le riforme del mercato del lavoro che avrebbero permesso questo clamoroso risultato. Per questo, dopo aver abolito i voucher per evitare il referendum, stanno pensando di sostituirli con il contratto a chiamata, quello per cui si deve essere sempre a disposizione gratuita dell'azienda, in attesa di essere convocati per poche e sottopagate ore di lavoro.

La precarietà del lavoro marcia a tappe forzate verso lo schiavismo e le leggi che da trent'anni l'hanno autorizzata, incentivata, diffusa, hanno la stessa portata sociale e morale di quelle che nell'800 disciplinavano l'Asiento. Il mercato degli schiavi organizzato e pubblico che nelle Americhe veniva considerato un passo avanti rispetto a quello clandestino. Non si dice forse da trenta anni che le leggi sulla precarietà servono a far emergere il lavoro nero? Questo del resto sostengono tutte le istituzioni della Unione Europea, per le quali la merce lavoro non deve essere sottoposta a vincoli e controlli che ne impediscano la libera concorrenza. Se c'è disoccupazione è perché il lavoro costa troppo, bisogna che la concorrenza tra le persone ne abbassi il prezzo fino a che le imprese non trovino conveniente assumere. È la filosofia liberista della riduzione del costo del lavoro che dagli anni 80 ha ispirato tutte le leggi e tutti gli interventi sul mercato del lavoro delle istituzione europee e dei governi italiani.

Negli anni 70 il contratto di assunzione era tempo indeterminato con l'articolo 18, salvo eccezioni che erano davvero tali. Il collocamento allora era pubblico e numerico, cioè le imprese dovevano assumere seguendo le liste pubbliche di chi cercava occupazione, non servivano curricula o partite di calcetto. E la pubblica amministrazione non era sottoposta ai vincoli massacranti del fiscal compact e ai conseguenti tagli al personale stabile, sostituito dall'appalto e dal lavoro precario.

Poi, nel nome del mercato, della modernità, dell'Europa, questo sistema semplice, giusto e anche efficiente è stato metodicamente smantellato da tutti i governi senza distinzioni, con la complicità di Cgil Cisl Uil. Ora il collocamento è un affare delle agenzie interinali, una volta vietate come caporalato, i rapporti di lavoro precari sono una quarantina e lo stesso contratto a tempo indeterminato è una finta, visto che grazie al jobsact i nuovi assunti possono essere licenziati in qualsiasi momento. E se un sindaco regolarizza i dipendenti del suo comune rischia di finire sotto processo. Ora si può essere assunti in Romania con paghe del posto e lavorare nel trentino eludendo i contratti, grazie alla Unione Europea e alle sentenze della sua Corte di Giustizia nel nome della libertà di mercato. E le leggi securitarie, anti migranti e anti poveri, come la Bossi Fini e il decreto Minniti, sono una tecnologica riedizione delle misure contro il vagabondaggio degli albori del capitalismo, che avevano la funzione di imporre il lavoro forzato e semi gratuito in fabbrica.

È dilagato il precariato, ma contrariamente alle giustificazioni ufficiali la disoccupazione è esplosa e il lavoro nero continua a espandersi. I devastatori del diritto però non hanno fallito, perché alla fine hanno realizzato esattamente ciò che volevano, riportare le lavoratrici e i lavoratori nella condizione di soggezione degli schiavi.

Il sistema di lavoro fondato sulla precarietà è prima di tutto una organizzazione violenta e criminale dello sfruttamento e della schiavizzazione delle persone. Non è più tempo di combatterlo solo nel nome delle convenienze economiche, ma in quello della libertà e dei diritti fondamentali della persona. E l'Unione Europea, i suoi governi e le loro regole di mercato vadano all'inferno.


* FONTE: MICROMEGA

giovedì 1 settembre 2016

FERTILITY DAY: UNA DEMAGOGICA TROVATA di Tancredi Tarantino

Una esemplare lettera aperta, testimonianza che sputtana la ministra Beatrice Lorenzin  e tutto il suo Piano Nazionale per la fertilità.

«Gentile Ministra Lorenzin,

Chi le scrive é papà di una bellissima bimba di quasi tre anni.

In questi tre anni, io che ho avuto la fortuna di avere una busta paga dove ho caricato mia figlia al 100%, ho ricevuto dallo Stato una detrazione complessiva di 1.200 euro lordi all'anno. Nel frattempo però mia figlia é dovuta andare al nido, un nido comunale (cioè pubblico) il cui costo mensile é stato di 550 euro. Che moltiplicato per undici mesi, fanno 6.050 euro all'anno.

Chi lavora in nero, chi ha dei contratti saltuari o ha un salario basso, non detrae nulla. Se poi un lavoro nemmeno ce l'hai, cavoli tuoi, vorrà dire che avrai tempo libero per badare a tuo figlio. E se devi cercare un lavoro, fare un colloquio, andare a fare una visita medica o quant'altro, semplicemente ti attacchi.
Per non parlare del nostro mercato del lavoro che discrimina le donne per il solo fatto di essere mamme o, peggio ancora, incinte.

Quando mia figlia ha un'influenza, un mal di pancia, la sesta malattia, la "mani bocca piedi" (che sconoscevo prima di diventare papà), la congiuntivite o la bronchite, io o mia moglie dobbiamo prendere un giorno di ferie o un giorno di malattia. In molti casi bisogna sperare in un permesso extra. Perché l'opzione baby sitter vorrebbe dire altri 10 euro l'ora che, per 10 ore passate fuori casa da noi lavoratori fertili, fanno parecchi euro al giorno. Mentre i nonni che una volta accudivano i nipoti, oggi aspettano ancora di andare in pensione.

Se poi per qualsiasi sventurato motivo devi prenotare per tua figlia una visita specialistica, le strutture pubbliche hanno spesso liste d'attesa che rendono praticamente inutile il servizio, e allora ti rivolgi al privato. Che vuol dire spendere altri 100-150 euro a visita.

E che dire del tempo libero dei nostri figli? Sport, musica, danza. Tutto privato e a pagamento, mentre le detrazioni fiscali sono irrisorie. Perché fuori da quelle stanze dove siete chiusi, signora Ministra, il pubblico ormai é ridotto al lumicino. Una luce flebile, presa a sberle dalla vostra miopia.

E poi c'é l'incognita "tempo". Perché in questa società iperconnessa, dove in molti lavori sei raggiungibile 24 ore su 24, dove sprechi il tuo tempo in mezzo al traffico o su mezzi pubblici dissestati, in ritardo o soppressi, dove gli straordinari sono spesso gratuiti e obbligatori, quanto tempo riesci a dedicare a tua figlia? Quanto tempo hai a disposizione per ascoltarla, giocare con lei, indirizzarla o, più semplicemente, godertela? Perché se dovessimo monetizzare anche il fattore tempo, il costo di un figlio sarebbe incalcolabile.

Ecco perché le scrivo, signora Ministra. Perché lei può anche lanciare una medievale giornata nazionale della fertilità (d'altra parte da questo Governo non mi aspetto niente di più che un nuovo Medioevo culturale), ma prima voglio, pretendo da cittadino che paga le tasse, che un Ministro del mio paese lanci la giornata nazionale dei trasporti pubblici efficienti, la giornata nazionale dei nidi gratuiti, la giornata nazionale del reddito minimo garantito, la giornata nazionale della sanità e della scuola pubblica e gratuita.

In attesa di tutto ciò, signora Ministra, il 22 settembre io e mia moglie faremo l'amore. E anche quel giorno useremo il preservativo».


Tancredi Tarantino, 39 anni, cooperante internazionale
Fonte: espresso.repubblica.it

giovedì 31 marzo 2016

L'ERA DEI ROBOT E LA FINE DEL LAVORO di Fabio Chiusi*

[ 31 marzo ]

Si discute e molto, dei progressi poderosi di robotica e automazione. Si parla di "quarta rivoluzione industriale". E si discetta sull'impatto che questi "progressi" avranno non solo nel mondo del lavoro ma nella vita in generale.
Lo studio che presentiamo ai lettori è molto istruttivo, documentato. Non va solo letto con attenzione, va studiato.
Gli apologeti del "progresso scientifico" immaginano un futuro in cui lavoreranno le macchine e gli esseri umani saranno liberati dalla fatica e dal travaglio del lavoro coatto, per dedicarsi solo ai piaceri della vita ed ai godimenti. Ed in queste profezie si appoggiano addirittura a Karl Marx. 

Dimenticano di dirci, questi apologeti, la cosa essenziale, ovvero se la struttura sociale del futuro che dipingono resterà del tipo di quella odierna, divisa in due classi fondamentali: quella che possiede i mezzi di produzione (domani, nel caso, i robot) e quella proletaria che nulla possiede se non la propria forza-lavoro. E' facile prevedere che in un capitalismo totalmente robotizzato, la maggioranza dei nullatenenti, sarà costretta a svolgere mansioni dequalificate a prezzi stracciati, quindi gettata in condizioni di tipo schiavistico. Ammesso e non concesso che ci si arrivi, un futuro non solo inquietante, raccapricciante.


«È un giorno qualunque, nell’era dei robot, e il lavoratore tipo esce di casa per recarsi in ufficio. Le macchine, per strada, si guidano da sole. Il traffico pure: si dirige da sé. Lo sguardo può dunque alzarsi sopra la testa, dove, come ogni giorno, droni consegnano prodotti e generi alimentari di ogni tipo – oggi, per esempio, il pranzo suggerito dal frigorifero “intelligente”. Sul giornale – quel che ne resta – gli articoli sono firmati da algoritmi. Giunto alla pagina finanziaria, il nostro si abbandona a un sorriso beffardo: il pezzo, scritto da un robot, parla delle transazioni finanziarie compiute, in automatico, da altri algoritmi.
Entrato in fabbrica, poi, l’ipotetico lavoratore di questo futuro (molto) prossimo si trova ancora circondato dall’automazione; per la produzione, ma anche per l’organizzazione, la manutenzione, perfino l’ideazione del prodotto: a dirci cosa piace ai clienti, del resto, sono ancora algoritmi. Quel che mi resta, pensa ora senza più sorridere, è coordinare robot, o robot che coordinano altri robot. Finché ne avranno bisogno.
Ma per quanto ancora? Per rispondere, basta tornare al presente. Nei giorni scorsi, l’intelligenza artificiale di Google chiamata ‘AlphaGo’ ha umiliato il campione Lee Sedol in uno dei giochi più complessi, astratti, e dunque tipicamente umani – così pensavamo – mai esistiti: il millenario Go.
Secondo gli esperti, sbalorditi, alcune mosse hanno esibito un comportamento non solo “creativo”, ma in un caso, secondo Wired, addirittura geniale in un modo del tutto incomprensibile a giocatori in carne e ossa. Peggio: il campione battuto dalla versione precedente di quella intelligenza sintetica ora scala le classifiche proprio grazie a ciò che sta imparando dalla macchina. E questo, dicono a Google, è solo l’inizio. Quando si parla di automazione, robot e lavoro, dunque, la questione ci riguarda tutti – senza distinzione tra operai, impiegati, intellettuali o manager d’azienda. Nessuno è più immune dal rischio di vedersi sostituito da una macchina.
Dice un sondaggio appena pubblicato dal Pew Research Center che gli interpellati statunitensi ne sono consci: due terzi immaginano che, entro i prossimi 50 anni, gran parte delle occupazioni attualmente svolte da esseri umani finiranno per essere assegnate a computer e intelligenze artificiali. Il rischio è tuttavia che pecchino di ottimismo quando aggiungono di ritenere – e in massa, l’80% – che «il loro lavoro rimarrà in buona parte immutato e continuerà a esistere nella forma attuale» tra mezzo secolo.
Sempre più analisi, infatti, sottolineano che lo scenario potrebbe essere presto ben diverso. Secondo i ricercatori di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, il 47% dei lavori negli Stati Uniti è già a rischio computerizzazione – e un ulteriore 13% vi si potrebbe aggiungere, nota McKinsey, quando le macchine diverranno capaci di “comprendere” e processare davvero il linguaggio naturale. Per l’Europa, poi, le percentuali ottenute rielaborando quei dati sono perfino più elevate.
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Da cui le profezie di sventura. Per il docente della Rice University, Moshe Vardi, per esempio, entro i prossimi 30 anni i robot potrebbero portare a tassi di disoccupazione superiori al 50%. «Se le macchine sanno fare tutto», chiede Vardi, «che resta agli umani?»
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Qualche istituzione se l’è chiesto. La Commissione britannica per ‘Impiego e Competenze’, per dirne una, ne ha ricavato un rapporto intitolato ‘The Future of Work: Jobs and Skills in 2030’. Uno studio che, fin dall’inizio, sottolinea come sul tema si sia passati dalla promessa di orari di lavoro ridotti e di più tempo libero, alla realtà in cui lavoro e tempo libero finiscono per confondersi, troppo spesso senza che sia più possibile distinguerli. Altri soggetti istituzionali, invece, devono ancora cominciare a problematizzare la questione. E sarebbe ora lo facessero, governo e sindacati in testa. A partire dall’Italia, dove manca qualunque elaborazione. E, di conseguenza, è inutile chiedersi se siano stati previsti e valutati i diversi scenari possibili; figurarsi le relative proposte di soluzione in termini di policy-making.

Alle origini del cyber-lavoro
E dire che il problema si pone in questi esatti termini, anche a livello mediatico e di massa, fin dagli anni ’60. «L’automazione è davvero qui, i posti di lavoro diminuiscono», scriveva – echeggiando le cronache odierne – la prima pagina di Life del 13 luglio 1963. Attenti, ammoniva il settimanale: “siamo al punto di non ritorno per tutti”.
L’attualità della provocazione sconcerta. Significa che, mezzo secolo più tardi, il problema rimane lo stesso: non abbiamo imparato a capire se, passato il bivio, si è imboccata davvero la strada che conduce a un mondo di lavoratori umani sostituiti in massa dalle macchine, se la stiamo per prendere, o se piuttosto sono solamente le preoccupazioni infondate di nuovi “luddisti” intenti a spaccare gli algoritmi e le intelligenze artificiali della “quarta rivoluzione industriale” – invece dei telai meccanici delle precedenti.
Non stupisce dunque che, mentre si moltiplicano studi accademici, ricerche, volumi divulgativi e scientifici, resoconti giornalistici, interventi di analisti e leader di vecchi e nuovi colossi economici sul tema, sia un’analisi del 1964 a delimitare i contorni della domanda che ci poniamo oggi, su quale sia il reale impatto dell’automazione sul lavoro. È quella che un apposito gruppo di studio, l’Ad Hoc Committee, pubblicò nel rapporto intitolato ‘The Triple Revolution’. Pagine attuali, troppo attuali.
Oggi come allora, infatti, si può dire di essere in presenza di una “rivoluzione” – chiamata all’epoca della “cybernazione” – la cui esistenza è dovuta interamente alla “combinazione dei computer con macchine che si autoregolano automaticamente”. Il risultato? “Un sistema dalla capacità produttiva pressoché illimitata”, che richiede tuttavia “sempre meno lavoro umano”. A meno che non ci sia “una reale comprensione” del fenomeno, concludevano gli autori di quel visionario rapporto, “potremmo stare consentendo l’emergenza di una comunità efficiente e disumanizzata senza alternative”.
Il padre della cibernetica, Norbert Wiener, ne aveva già scritto in forma di profezia nel 1949, sul New York Times. Come ricorda Martin Ford in ‘Rise of the Robots’, secondo Wiener il dominio delle macchine avrebbe potuto condurre a una «rivoluzione industriale di assoluta crudeltà», capace di ridurre il valore del lavoro al punto di rendere impossibile trovare un prezzo a cui fosse conveniente, per il datore di lavoro, assumere un essere umano in carne e ossa. Dalla piena occupazione, si potrebbe dire, siamo passati alla prospettiva di una “piena automazione”. Con un mercato per la robotica destinato a passare dai circa 27 miliardi di dollari attuali ai 67 previsti tra un decennio, potrebbe presto diventare ben più di una provocazione.
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Se anche il lavoro finisse, non sarebbe utopia
Davvero un mondo – come quello immaginato già da Oscar Wilde – in cui all’uomo non resta che tempo libero è un’utopia? Per Vardi è piuttosto il suo contrario, una distopia. La lezione dell’opera di Carel Kapek che diede i natali, a inizio Novecento, alla parola “robot” non fa che confermarlo. Ciò che si presenta con le fattezze di un paradiso edonistico, nel suo seminale ‘R.U.R.’ (1920) si rivela infatti presto essere un inferno disumano. La promessa è di uno dei protagonisti, Domin: i robot “produrranno talmente tanto grano, stoffe e molto altro, da poter dire che le cose non avranno più alcun valore”.
È l’antenato dell’odierna “era dell’abbondanza”, in cui “ognuno potrà prendere ciò di cui ha bisogno. Non ci sarà più miseria”. Insomma, il problema di Life è risolto alla radice. Perché sì, gli uomini “resteranno senza lavoro. Ma poi non ci sarà più bisogno di lavorare per nessuno. Tutto verrà fatto dalle macchine vive. L’uomo farà solo ciò che più gli piace. Vivrà solo per perfezionarsi”.
Il sogno è però in realtà un incubo. A spiegarlo, nell’opera, è l’architetto Alquist, dopo avere appreso che in un tale mondo le donne finiscono per non mettere più figli al mondo:
Perché non è più necessario il dolore, perché l’uomo non deve fare più nulla, tranne godere… Oh, che paradiso maledetto è questo! (…) non c’è niente di più terribile che dare alla gente il paradiso in terra.
Se anche gli ottimisti avessero ragione, insomma, e si lavorasse sempre meno (comevorrebbe Larry Page di Google) fino a non lavorare più, avremmo dei grossi problemi con il senso delle nostre esistenze. E sì, anche senza coinvolgere l’idea di un “governo dei robot”, come nella finzione di Capek o nei foschi presagi di Stephen Hawking («lo sviluppo di una completa intelligenza artificiale potrebbe segnare la fine della razza umana»). 
La tecnologia crea o distrugge lavoro?
Qui i pericoli sollevati dagli scettici sono ben più concreti. Il rischio è di trovarci molto presto ad abitare un mondo in cui i “robot” causeranno tassi di disoccupazione insostenibili e senza precedenti nella storia umana, distruggendo i lavori ripetitivi e manuali così come le professioni intellettuali, e lasciando l’umanità schiava della tecnologia e dei suoi creatori. Come insegna la storia delle forme di repressione, non sempre è necessaria la violenza – in questo caso, di un Terminator – per governare il mondo. Bastano l’astuzia di un HAL 9000 o, più banalmente, di qualche buona rete neurale: ovvero, proprio del tipo di intelligenza artificiale che sconfigge i campioni di Go, riconosce oggetti e azioni nelle nostre foto e video “taggandoli” da sé, e un domani vicino o lontano guiderà le vetture di Uber.
Non tutti però concordano con gli allarmi. Una seconda via, al contrario, continua a indicare come destinazione un paradiso in cui le macchine e l’uomo collaborano e si integrano, aumentando le opportunità lavorative, moltiplicando efficienza e profitti, e garantendo un futuro in cui ozio, creatività e tenore di vita si coniugano al meglio. «Gli ultimi 200 anni», scrive per esempio l’analista di Deloitte, Ian Stewart, in ‘Technology and People: the Great Job-Creating Machine’, «dimostrano che quando una macchina rimpiazza un umano il risultato, paradossalmente, sono una crescita più rapida e, col tempo, occupazione in aumento».
Ma gli argomenti per sperare che il problema si risolva magicamente da sé, con una robotica mano invisibile, si assottigliano col passare del tempo. E se si considera poi che nemmeno delle soluzioni c’è traccia, si capisce perché sembri proprio di stare vivendo la «congiuntura storica che richiede un ripensamento radicale dei nostri valori e delle nostre istituzioni» di cui scriveva l’Ad Hoc Committee.
E allora come è possibile quella “reale comprensione” manchi non solo nell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto nei progetti della politica e delle forze sindacali – soggetti che non sembrano adeguatamente preparati a una sfida sistemica e dai contorni potenzialmente devastanti per milioni e milioni di cittadini come quella che ci troviamo invece ad affrontare?
E dire che le domande che la compongono sono fondamentali. Quanto è reale lo spettro della “disoccupazione tecnologica” coniata negli anni ’30 da John Maynard Keynes, e quali conseguenze avrà sulle vite di ogni singolo individuo, e per la società tutta? Quali forme di impiego sopravviveranno, quali ne sbocceranno e quali invece diverranno un retaggio del passato? E come cambia il significato della stessa parola “lavoro” quando si possono automatizzare perfino mansioni e compiti un tempo considerati dominio unico dell’umano?
Quello che gli esperti non dicono
Rispondere è difficile, perché il progresso tecnologico avanza anche se non ne anticipiamo gli effetti. E perfino gli esperti sono divisi, esattamente in due. Si pensi al sondaggio che il Pew ha pubblicato ad agosto 2014, dopo averne interpellati quasi duemila: impossibile ricavarne un’indicazione che chiarisca il tragitto e, soprattutto, la meta. “Metà (48%)”, si legge tra i risultati, immagina per il 2025 “un futuro in cui robot e agenti digitali avranno rimpiazzato un numero significativo sia di colletti blu che di colletti bianchi”, con “un forte aumento nelle disuguaglianze di reddito, masse di persone di fatto non impiegabili, e rotture nell’ordine sociale”. L’altra metà (52%), invece, vede l’esatto opposto: “la tecnologia non distruggerà più posti di lavoro di quanti ne crea”.
Al netto delle percentuali, sono le argomentazioni degli esperti riportate dal Pew a destare perplessità. Perché i punti di contatto e consenso sono pochi, deboli e generici: sì, entro il prossimo decennio il concetto stesso di “lavoro” subirà una mutazione genetica, fino a significare qualcosa d’altro rispetto a oggi.
«Non avevamo mai visto niente di simile prima», ammette candidamente Eric Brynjolfsson del MIT
E sì, il sistema educativo non sta facendo abbastanza per preparare la forza lavoro a uno shock che non è più del futuro (come in Toffler) né del semplice presente (come in Rushkoff), ma di un presente sempre automatizzato e condiviso. Ma è dell’impatto sull’occupazione che vogliamo sapere, del peso specifico concreto della robotizzazione delle fabbriche come delle mansioni cognitive, della trasformazione di trasporti e alloggi nei beni precari dei “volontari” della sharing economy, in valore da scambiare nel mercato del nuovo “capitalismo delle piattaforme”.
E su questo i pareri divergono al punto di diventare una (pur utile) guida all’argomentare pro e contro ogni scenario immaginabile, più che un modo per informare i policy-maker e il pubblico su che cosa sta realmente accadendo.
Nulla è come prima
Uno degli argomenti degli ottimisti è che non stiamo vivendo un’epoca senza precedenti, un “punto di non ritorno” mai raggiunto prima. Prendendo a esempio la storia delle rivoluzioni produttive, gli entusiasti dell’automazione sostengono che il problema si è già posto, e il capitalismo l’ha sempre risolto con la tecnologia nel ruolo di ciò che crea – piuttosto che distruggere – posti di lavoro. Gli analisti di Deloitte affermano per esempio di averlo dimostrato valutando l’evoluzione di 144 anni del mercato del lavoro in Inghilterra e Galles. E il risultato è che, lungi dall’essere in opposizione, tecnologia e lavoro sono potenti alleati – come dimostrato dagli aumenti occupazionali registrati nella medicina, nei servizi professionali e nell’area business. Anzi: negli ultimi 35 anni, scrivono, i settori maggiormente in crescita sono stati proprio quelli tecnologici.
Certo, “la storia dimostra che il processo è dinamico”. E sì, alcune occupazioni vanno in fumo. Ma il punto è che nuove tecnologie aprono nuovi mercati, e dunque nuove mansioni o anche solo nuovi compiti per quelle già esistenti – quando non nuovi interi settori dell’economia. Per questo il saldo sarebbe, dicono, positivo. Dall’altro, e in tutta risposta, è facile ribattere che quello induttivo potrebbe non essere un buon metodo per predire il comportamento umano in questo contesto: se una tecnologia ha creato posti di lavoro in passato, non è detto che la prossima debba fare altrettanto. C’è del determinismo senza giustificazione, nell’assumerlo; e nessuno degli ottimisti ne sembra immune.
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Sempre più dati e considerazioni analitiche, del resto, mostrano la fallacia di quell’assunto. Secondo gli economisti del MIT, Eric Brynjolfsson e Andrew McAfee, siamo infatti al contrario in una ‘Seconda era delle macchine’ – come recita il titolo del loro più recente volume – caratterizzata proprio dal fatto che “ciò che è già stato” non è più una guida “particolarmente affidabile a ciò che sarà”. Se, come mi ha detto lo stesso Brynjolfsson in una intervista per l’Espresso “l’aumento aggregato di produttività e ricchezza è significativo”, a partire dagli anni ’80 quell’abbondanza non si traduce più in aumenti proporzionali nei tassi di occupazione e di salario.
Anzi, per i lavoratori statunitensi il reddito medio è addirittura sceso del 10% tra il 1999 e il 2011 – il tutto mentre quello dell’1% più ricco è raddoppiato. Più bounty, nel gergo dei due studiosi, non significa più spread; a dire: l’era dell’abbondanza non è l’era dell’uguaglianza. Questo disallineamento tra Pil e produttività in crescita, da un lato, e redditi e prospettive lavorative in calo, dall’altro, ha determinato negli ultimi decenni quello che gli autori chiamano ‘The Great Decoupling’, il “grande disaccoppiamento”.
«Non avevamo mai visto niente di simile prima», ammette candidamente Brynjolfsson all’Harvard Business Review. Il messaggio è chiaro: non basta mettere più macchine nell’economia per garantire che la tecnologia arrechi benefici all’intero corpo sociale. Il successo dell’automazione non è automatico, non per tutti.

C’è “lavoro” e lavoro
Chi ritiene che il rischio di una “disoccupazione tecnologica” strutturale e crescente sia concreto (anzi, una realtà), insomma, può andare oltre la semplice, banale constatazione per cui ci sarà sempre un lavoro che un umano può svolgere e una macchina no. A meno che la distinzione tra uomo e robot non perda di significato, non si vede perché dovrebbe essere altrimenti. Eppure anche in questo caso – limite, e irrealistico dato che nemmeno le nuove intelligenze artificiali sfiorano la coscienza – la replica è semplice: perché quel lavoro unicamente umano dovrebbe avere ancora valore nel futuro automatico? Perché, in altre parole, dovrebbe essere ancora “lavoro”?
Una macchina potrebbe svolgere una mansione differente per soddisfare lo stesso bisogno, che renda quella umana superflua o in ogni caso azzeri la possibilità di ricavarne un salario o una qualunque forma di compenso monetario.
Altro assunto ingenuo, eppure fatto proprio da metà degli esperti interpellati dal Pew, è che il sistema politico-legale si attrezzi in tempo utile degli strumenti d’azione necessari e sufficienti a reggere il peso della “rivoluzione”.
Al momento non se ne vedono, e le soluzioni restano piuttosto confinate al dominio delle analisi dei colossi mondiali della consulenza – da McKinsey in giù – e del mondo accademico e intellettuale. Può darsi che nel prossimo decennio le cose cambino sostanzialmente, certo, e i tentativi di regolamentare le vetture che si autoguidano di Google o la sharing economy cominciano a essere numerosi. Ma crederlo ora significa peccare di ottimismo circa la lungimiranza e la forza delle istituzioni per intervenire sull’insieme dei molteplici aspetti rivoluzionari introdotti dalle tecnologie di rete e dall’automazione nel dibattito pubblico.
E questo a maggior ragione se si considera che molti – da sempre più venture capitalist di Silicon Valley ad autori di sinistra radicale come Nick Srnicek e Alex Williams in ‘Inventing the Future. Postcapitalism and a World Without Work’, in ottica di libero mercato come in una prospettiva postmarxista – chiedono l’introduzione di serie e strutturate forme di sostegno del reddito per compensare gli effetti della robotizzazione di quasi tutto: con quali fondi, si potrebbero chiedere amministrazioni e governi sempre più al verde? 
Come sopravvivere all’automazione
Ma come sarà il lavoro dell’era del tutto automatico? Quali occupazioni lo saranno ancora nel prossimo futuro e quali invece diverranno hobby o scompariranno? E soprattutto, e in via preliminare: se l’impatto della computerizzazione sul lavoro è un fatto assodato in letteratura, quale impatto ha avuto, sta avendo e avrà sui diversi strati sociali?
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Inserisci nel campo di testo il tuo mestiere e scopri quale è la probabilità di essere sostituito da un robot nei prossimi 10 anni (LOL).
Quest’ultima è la domanda cruciale. E la risposta è chiara: i lavori della classe media si stanno svuotando, mentre quelli ad altissime competenze (cognitive) e bassissimo reddito (manuali), ai due estremi, si moltiplicano. Così sopravvivono le mansioni maggiormente creative e che richiedono speculazione intellettuale non sono attualmente replicabili da intelligenze artificiali e non lo saranno ancora per qualche tempo. All’altro capo dello spettro occupazionale, il paradosso di Moravec insegna che anche compiti che richiedono invece particolari competenze sensomotorie (per esempio, il tocco di uno chef o di un infermiere) possono essere molto onerose dal punto di vista computazionale, e dunque sono (al momento) più facilmente eseguibili da esseri umani.
Il risultato è quello che ben riassume il filosofo Michele Loi in ‘Technological Unemployment and Human Disenhancement’:
Da un lato, l’occupazione cresce per lavori altamente specializzati di tipo manageriale, professionale e tecnico; dall’altro, cresce anche nella preparazione dei cibi e nella ristorazione, per le pulizie e i lavori di manutenzione, nell’assistenza sanitaria personale e in numerose occupazioni nei servizi di sicurezza e protezione. In confronto, l’occupazione per le forme di lavoro routinarie con medie competenze è scesa costantemente in termini relativi negli ultimi tre decenni.
Insieme, c’è l’irruzione dell’economia della condivisione (sharing economy), che sta comportando il mutarsi di sempre più forme occupazionali in prestazioni occasionali, svolte non più da dipendenti assunti ma da freelance autonomi. Un esempio sono i piloti di Uber e gli affittuari di Airbnb, l’ariete di un fenomeno per cui i lavoratori diventano precari permanenti al servizio di piattaforme che, invece di impiegarli nel senso tradizionale del termine, li rendono beni condivisi nel tentativo di collegare domanda e offerta.
A questo le tutele per lavoratori e consumatori tuttavia diminuiscono. Per esempio, perché le piattaforme si dicono non responsabili di qualunque cosa accada ai loro “volontari” («siamo piattaforme tecnologiche – rispondono – non aziende di trasporti o albergatori»). Un recente editoriale del Los Angeles Times – intitolato ‘Your Job is about to Get Taskified’ – lo dice più chiaramente: «Dimenticatevi la rivolta dei robot e le preoccupazioni per l’automazione. Il problema immediato è l’”uberizzazione” del lavoro umano, la frammentazione delle occupazioni in compiti dati in appalto e lo smantellarsi dei salari in micropagamenti».
Certo, ordinare un passaggio con un click sullo smartphone è comodo. Ma il costo non si misura solo nel prezzo finale: è un’intera concezione del lavoro a mutare. I forzati e non del lavoro “uberizzato” hanno meno diritti delle loro controparti del “passato”, “reazionarie” o “luddiste” che siano. E i loro clienti, come dimostrano le diatribe per le molestie e gli abusi compiuti in tutto il mondo dai piloti reclutati da Uber con un procedimento tutt’altro che impeccabile, pure. Non si capisce per quale motivo questo dovrebbe essere considerato un bene: perché una app è più cool di un taxi? Non è un argomento di cui un serio legislatore dovrebbe tenere conto.
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Ciò di cui invece dovrebbe tenere conto è che, in assenza di un intervento, la stima degli studiosi di Oxford per cui un lavoro su due è ad alto rischio di automazione entro i prossimi dieci-vent’anni è destinata a rivelarsi sbagliata per difetto. Scrivono infatti Frey e Osborne che attualmente «i lavori che includono compiti complessi in termini di percezione e manipolazione, che richiedono intelligenza creativa e sociale, difficilmente saranno rimpiazzati» in quello stesso lasso di tempo. La sostituzione robotica di facoltà così propriamente umane sarà difficile a causa di “colli di bottiglia ingegneristici”, e subirà dunque un rallentamento. Il punto tuttavia è che, una volta rimossi quegli impedimenti “tecnici”, non ci sarebbero limiti all’automazione, e dunque a pagare non saranno più solo i lavori della classe media.
Così, un 47% di occupazioni umane già oggi rimpiazzabili con macchine finirebbe per sembrare perfino desiderabile: se l’unica variabile per stabilire il tasso di computerizzazione del lavoro è il progresso tecnologico c’è da giurare la percentuale sia piuttosto destinata a lievitare, e di molto, nelle previsioni che verranno.
Perché? Prima di tutto, perché il costo della computazione, dice la storia, è diminuito negli ultimi decenni con tassi perfino di oltre il 60% anno su anno – è la legge di Moore, dopotutto. In secondo luogo, perché i progressi dell’intelligenza artificiale sono stati tali, e talmente rapidi, da trasformare l’idea di commercializzare vetture che si autoguidano da fantascienza in (quasi) realtà solo tra i primi Duemila e oggi.

Nella “industria 4.0”
Se fare un pilota digitale era più facile del previsto, ora però bisogna dirlo ai taxisti in rivolta perché sostituiti da un guidatore umano chiamato tramite smartphone oggi e da un algoritmo domani. Non solo: bisogna spiegare altrettanto a tutti gli altri interpreti in carne e ossa delle professioni che saranno travolte o trasformate da quella che il Boston Consulting Group definisce “Industria 4.0”: la quarta rivoluzione produttiva, seguita a quelle del motore a vapore, dell’elettricità e delle forme di automazione introdotte negli anni ’70.
Entrare nel dettaglio qui è cruciale. Così anche il BCG guarda al 2025, come il Pew. Ma lo immagina per un paese solo, la Germania. Ed è importante: analizzare l’impatto dell’automazione su singole attività lavorative in un preciso contesto aiuta a meglio comprendere le voci che formano il saldo previsto in termini occupazionali. Nel rapporto‘Man and Machine in Industry 4.0’, analizzando 40 “famiglie” occupazionali in 23 settori diversi dell’economia tedesca, gli analisti concludono che l’impatto dell’automazione sarà positivo, per 350 mila unità in un decennio. Ma se per gli scienziati dei dati e altre professioni legate all’informatica ci sarà un boom di poco inferiore al milione di nuovi posti di lavoro, quelli alla catena di montaggio e in altri settori della produzione vedranno una contrazione di oltre 600 mila lavoratori.
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Anche per BCG, dopo il 2025 i tassi di automazione – e dunque di sostituzione di intelligenze umane con artificiali – saranno ulteriormente in crescita. Ma la domanda non riguarda solo il futuro remoto. Che senso hanno le stime appena descritte? Per capirlo, bisogna guardare di nuovo ai dettagli, a come sono composte. BCG assume una crescita della “Industria 4.0”, qualunque cosa essa sia esattamente, dell’1% e un tasso di implementazione dell’innovazione del 50%. Affinché il saldo positivo si realizzi, in ogni caso, si deve sperare che tutto questo si traduca in un aumento del fatturato delle imprese tedesche che abbracciano la nuova rivoluzione automatica tra l’1 e l’1,5%: solo così infatti le aziende manterrebbero sufficienti incentivi ad assumere più lavoratori di quanti vengono travolti dal progresso. Il tutto senza contare che non viene considerato che faranno quegli oltre 600 mila nuovi disoccupati: difficile con le loro competenze possano approfittare dei nuovi settori in crescita.
Inoltre, anche quando gli analisti sostengono che «gli impiegati con più anzianità potrebbero lavorare più a lungo» nel caso fossero aiutati, nelle loro mansioni quotidiane più faticose, da possenti robot, sembrano dimenticare una fondamentale domanda: perché non dovrebbero essere semplicemente rimpiazzati dalle tante menti – e corpi – più giovani in cerca di occupazione, o semplicemente da quegli stessi robot, una volta che siano in grado di rimpiazzarli? Non era forse una sostituzione necessaria – proprio “ciò che la tecnologia vuole”, come direbbe Kevin Kelly, il cofondatore della rivista Wired?
La società post-professioni
L’intero edificio degli ottimisti, poi, riposa sull’assunto che i lavori creativi, intellettuali, più impegnativi e redditizi, resteranno umani per tutto il futuro che è ragionevole prevedere attualmente. A scomparire, dicono, sono e saranno le mansioni che già oggi ci rendono simili a macchine, ripetitive e mal pagate – alienanti, si sarebbe detto in passato. Come riuscire per esempio altrimenti a creare le sinergie tra uomo e macchina che dovrebbero salvare il lavoro secondo Brynjolfsson e McAfee? E a che servirebbe la figura, tutta nuova e in ascesa secondo BCG, del “coordinatore di robot”, se questi ultimi potessero coordinarsi da soli, o anche i colletti bianchi fossero di silicio?
Il problema – per tutti – è che anche questa premessa è molto più debole di quanto sembri. Scrivono Richard e Daniel Susskind in ‘The Future of the Professions’:
La domanda (…) è se ci sarà disoccupazione tecnologica per le professioni nel lungo periodo. La risposta breve è ‘sì’. Non siamo stati in grado di reperire alcuna legge economica che possa assicurare in qualche modo un impiego ai professionisti in un contesto di macchine sempre più capaci. A ogni modo, resta incerta la dimensione della perdita di posti di lavoro.
Certo, la prospettiva di una società “post-professioni” si allunga sui prossimi decenni, non mesi o anni. Ma già oggi è utile ricordare che «sta a noi decidere come usare la tecnologia nelle professioni», perché alcuni fenomeni molto probabilmente sono qui per restare: macchine più capaci, device più pervasivi e umanità più connessa, per cominciare.
Ed ecco allora sorgere un importante imperativo morale, assente nelle prospettive deterministe: se siamo noi a dover dare forma al nostro futuro, non possiamo che farlo nell’ottica della responsabilità personale, e dunque «da un punto di vista etico». Affrontare l’era dei robot significa in altre parole andare oltre le famose tre leggi della robotica dello scrittore Isaac Asimov, e chiederci non tanto cosa deve poter fare e pensare una macchina ma anche e soprattutto cosa diventino le categorie morali in un mondo in cui l’uomo rischia di diventarne – anche per le mansioni intellettuali – un mero complemento e unicamente finché è necessario.
Non solo. L’analisi dei due studiosi è significativa perché specifica un altro aspetto, spesso trascurato, del rapporto tra automazione e lavoro. E cioè che una mansione, specie di un professionista, non è quasi mai composta di un singolo compito.
“Molte discussioni sulla disoccupazione tecnologica lo ignorano, assumendo che le mansioni lavorative siano composte di compiti unici. In realtà – si legge tra le conclusioni del volume – i sistemi (automatizzati, ndr) non tendono a privare del tutto le persone del loro lavoro. Piuttosto, sostituiscono particolari compiti per cui non c’è più bisogno di esseri umani. I posti di lavoro non svaniscono in un istante. Appassiscono gradualmente. Una intera mansione scompare solo se si perde l’intero insieme di compiti che la compone e non viene alimentato con nuovi compiti”.
Una recente indagine del World Economic Forum, che ha interpellato i dirigenti di 371 aziende che impiegano oltre 13 milioni di lavoratori in 15 diversi paesi, concorda: tra il 2015 e il 2020 si perderanno circa cinque milioni di posti di lavoro a causa della doppia rivoluzione dell’Internet delle cose – in cui tutti gli oggetti sono connessi – e dell’intelligenza artificiale, e un aspetto fondamentale sta proprio nella redistribuzione delle competenze richieste: “oltre un terzo” di quelle essenziali non sarà tra quelle attualmente richieste. Per non parlare del 52% di mansioni che richiederanno “abilità cognitive” oggi non previste.
Anche McKinsey, nello studio ‘Four Fundamentals of Workplace Automation’ (novembre 2015), sottolinea che saranno pochi i lavori «automatizzati interamente nel breve e medio termine» (il 5%). A essere automatizzate «saranno piuttosto alcune attività, che richiederanno la trasformazione di interi processi di business, e la ridefinizione delle mansioni svolte dai lavoratori». In particolare, il 60% delle mansioni vedrà automatizzato il 30% o più delle proprie attività costituenti.
La questione della disoccupazione tecnologica diventa così quella di misurare e comprendere la natura di queste ultime. Per il WEF l’AI avrà un impatto negativo sulla crescita, anche se non a livelli tali da motivare i timori di una rivolta sociale (-1,56%), nei prossimi cinque anni. Ma di nuovo, l’impatto aggregato varia da settore a settore: l’Internet delle cose porterà a un effetto positivo sulla creazione di posti di lavoro (3,54) nell’architettura e nell’ingegneria, ma negativo (e di molto: -8%) in lavori di manutenzione e installazione, così come (-6%) in lavori d’ufficio e amministrazione.
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Rendere umano il lavoro, a prescindere dalla tecnologia
A cambiare è la natura stessa di quelle forme di lavoro. E allora non si può ignorare per esempio che, come sostiene David Autor, le occupazioni dei professionisti non possono essere facilmente spacchettate in diverse mansioni senza che ciò comporti una perdita di qualità. È quello che Loi chiama, con una terminologia presa a prestito dalla bioetica, human disenhancement, una prospettiva “tutt’altro che remota” in cui – con le parole dello stesso Autor e del collega David Dorn – «più lavoratori vedono il proprio lavoro degradato di quanti lo vedano migliorare».

Il problema del futuro del lavoro, in altre parole, non è solo questione di numeri. È anche e soprattutto una questione di conoscenza. E non solo del contesto tecnologico. Uno dei più interessanti contributi degli interpellati dal WEF è proprio, al contrario, che l’arrivo della “quarta rivoluzione industriale” vada compreso – in termini occupazionali – andando ben oltre la tecnologia.
Affrontare l’era dei robot significa in altre parole andare oltre le famose tre leggi della robotica dello scrittore Isaac Asimov.
I fattori determinanti sarebbero infatti la composizione demografica dei paesi emergenti, la nascita di una classe media in quegli stessi paesi, l’aumentato potere economico delle donne e la crescente instabilità del quadro geopolitico contemporaneo.
Quanto alla creatività, e allo spettro di una automazione del lavoro intellettuale che potrebbe raggiungere presto attività che occupano il 20% del tempo di un professionista, è McKinsey a ricordare come manchi già oggi, con o senza robot. Nel mercato USA, solo il 4% dei lavori richiede un impegno creativo. Quanto alla capacità di riconoscere ed esprimere emozioni, non sono solo i robot a essere in deficit: l’abilità è richiesta solo a poco più di un lavoratore statunitense su quattro. E anche questo è un trionfo della macchina sull’uomo».


* Hanno collaborato: Andrea Zitelli e Tommaso Tani
** Fonte: valigia blu

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