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lunedì 16 dicembre 2019

LA LEGA SI PIEGA di Leonardo Mazzei

[ lunedì 16 dicembre 2019 ]


Draghi, Draghi e ancora Draghi: dopo il "why not?" di Salvini per l'ex capo Bce al Quirinale, ecco ora quello di Giorgetti per portarlo a Palazzo Chigi

Lega 2019 come il Pd 2011? 



Tempi duri per chi sogna Salvini alla presidenza del consiglio. O, almeno, tempi lunghi e (soprattutto) prospettiva incerta.

Che ti fanno i caporioni leghisti due giorni dopo il trionfo della Brexit nelle elezioni politiche in Gran Bretagna? Mentre l'addetto alla propaganda, smesso di parlare per un attimo della Nutella, apre ad un governo di unità nazionale, il portavoce dei capibastone del Nord, il cugino del banchiere Ponzellini, fa immediatamente il nome di chi quel governo dovrebbe guidare. Ovviamente — chi altri sennò! — il da tutti osannato Mario Draghi. Caspita, quanto son sovrani certi "sovranisti"!

Ma le notizie di questo fine settimane sono anche altre. L'inglorioso esercito delle sardine ha fatto tappa a Roma per confermare quel che già sapevamo. Che si tratta di un moderno movimento conservatore, che odia il populismo perché disprezza il popolo. Che urla al fascismo solo per fingere di non vedere la dittatura europea. Un movimento che vuol conservare il dominio delle attuali oligarchie finanziarie, invocando al potere la pretesa "competenza" dei "tecnici" neoliberisti. Un movimento che ama la globalizzazione, e che vorrebbe imporre il "politicamente corretto" dei dominanti per legge. 


Con queste premesse, cosa possiamo aspettarci da questo movimento? Certo, la politica è spesso più complessa di quel che appare, ma l'impressione è che l'antisalvinismo porti oggi a Draghi, come l'antiberlusconismo portò a Monti nel 2011. E non penso se ne sia accorto solo chi scrive...

Ma perché allora gli stessi leghisti si sono messi a dar manforte al disegno dei loro avversari? Ecco una bella domanda alla quale bisogna provare a rispondere.



Mossa tattica o autogol leghista alle porte?


Secondo alcuni la mossa del duo Salvini-Giorgetti, che da sempre giocano in coppia (se ne facciano una ragione Borghi e Bagnai), sarebbe puramente tattica. In base a questa tesi un primo obiettivo sarebbe quello di spiazzare le forze di governo, accentuando le contraddizioni interne alla maggioranza, come pure quelle dentro ai partiti che la compongono. Al tempo stesso — secondo obiettivo — questa mossa avrebbe lo scopo di tranquillizzare tanto i cosiddetti "moderati", quanto (e soprattutto) le oligarchie euriste. Poi, una volta incassato il no di Pd ed M5s, il successo nelle urne (secondo questa lettura comunque vicine) sarebbe ancor più facile.

Questa ipotesi ha però un'insidiosa variante, che corrisponde al nome di Matteo Renzi. Il Bomba potrebbe infatti aprire per primo alla proposta leghista. A quel punto la crisi sarebbe virtualmente aperta, la Lega non potrebbe fare marcia indietro, mentre gli odiati Zingaretti e Di Maio verrebbero a trovarsi in una posizione ancor più angusta dell'attuale. Al tempo stesso la legislatura andrebbe avanti (il che per Renzi è vitale) almeno per un altro anno. Questo calcolo appare tuttavia assai rischioso. Forse troppo anche per un giocatore d'azzardo come il fiorentino. 

E se invece la mossa leghista non fosse solo tattica? O, pur se sempre tattica, avesse comunque un orizzonte temporale ben più lungo? Ecco un'ipotesi assai più intrigante della prima. A mio modesto parere più credibile della prima.

Della Lega conosciamo da sempre la sua anima liberista e, al suo interno, la forza centrale del blocco nordista e filo-tedesco. A questi elementi costitutivi, si aggiungono ora il tentativo di entrare a far parte del Partito Popolare Europeo (PPE) ed il via libera di Salvini (why not?) all'elezione di Draghi al Quirinale.

La risultante di questi quattro dati di fatto può essere una sola, la progressiva normalizzazione del partito e della sua guida salviniana in primo luogo. Non potendo desalvinizzarsi per evidenti ragioni di marketing, la Lega ha però bisogno di portare a termine il suo percorso di normalizzazione — trasformandosi cioè da movimento populista a semplice forza conservatrice — attraverso ulteriori prove di affidabilità. Come escludere che un governo Draghi possa essere una di queste prove, magari proprio quella decisiva? 

Se davvero stanno così le cose, quali probabilità di successo ha questa operazione? Se, come noto, la politica è uno dei campi nei quali si determina più spesso l'eterogenesi dei fini, siamo proprio sicuri che quello leghista non possa rivelarsi come il più clamoroso degli autogol?



La lezione del 2011


Mettiamoci adesso nella testa dei capibastone leghisti. Se il disegno è quello di accreditarsi verso i grandi potentati economici, appoggiare un governo Draghi può essere senz'altro una buona mossa. La base di uno schema che vede come secondo passaggio l'approvazione di una legge elettorale alla "spagnola", trampolino di lancio per chiedere le elezioni anticipate nel 2021, con due anni di anticipo sulla scadenza naturale del 2023.

Domanda: ma Draghi sarebbe disponibile a stare lì solo per un annetto? Ovviamente no, ma se poi c'è la sicurezza di un bel settennato al Quirinale a partire dal 2022 (come già promesso da Salvini) altrettanto ovvio che quel no diventa un sì. Nel frattempo Salvini si sarebbe imparentato con la Merkel, come il suo omologo Orban, ed il gioco sarebbe fatto. 

Un bel quadretto, no? Bello davvero, specie per chi ancora crede al sovranismo del mangia-nutella!

C'è tuttavia un'altra variabile. Un anno di governo di unità nazionale avrebbe i suoi prezzi da pagare. Di immagine, di logoramento e non solo. E qui, di nuovo, come non rammentare quanto accadde nel 2011? Sia pure in termini diversi, allora era il Pd a volersi accreditare, dunque niente elezioni dopo la caduta del Berluska, ma un bel governo Monti a fare il lavoro sporco, dopo di che avremmo avuto Bersani (con Vendola) al potere per vent'anni... Sappiamo tutti come andarono invece le cose...

Venendo all'oggi, chi può escludere che un Draghi a Palazzo Chigi possa divenire una sorta di inamovibile mostro sacro? Di certo in tanti lavorerebbero in quel senso, giornaloni ed economistoni in primo luogo, a far da traino come sempre ai desiderata di Bruxelles.

Ora, i leghisti son personaggi un po' grezzi, ma stupidi proprio no. Ovvio dunque che certi rischi siano stati messi nel conto. Ma perché correrli allora, tanto più nel momento in cui sul piano elettorale si ha il vento in poppa?

Ecco, questa domanda ha una sola risposta: perché non si vuol vincere contro l'oligarchia, si vuole invece farlo con il suo beneplacito. Perché l'internità leghista al blocco dominante è maggiore di quel che sembra, idem per la subalternità ai poteri eurocratici. Perché, detto in altre parole, Salvini fa il duro con gli immigrati, ma la sua "durezza" si ferma sull'uscio di quei potentati con i quali ci si vuole banalmente accordare. Un accordo indispensabile per ottenere il decisivo lasciapassare dell'UE.

Chi ha votato Lega illudendosi sulla vecchia felpa "basta euro" del suo addetto alla propaganda, sappia che ormai tante felpe son passate sotto i ponti. Ed altre ne passeranno, ma quel "basta euro" non solo è dismesso e démodé. Esso è adesso semplicemente bandito, nell'illusione — solo il tempo ci dirà quanto fondata — di poter essere così ammessi a tavola senza troppi problemi.

La conseguenza di tutto ciò è il curioso ritornello sull'ex capo della Bce. Draghi, Draghi e ancora Draghi, neanche i leghisti fossero semplici sardine. Dopo il "why not?" di Salvini per mandarlo al Quirinale, ecco ora quello di Giorgetti per portarlo a Palazzo Chigi. A quando una proposta come Papa o almeno come commissario tecnico della nazionale di calcio?

Del resto, ma come avremmo fatto senza di lui negli anni novanta (quando era Direttore generale del Tesoro) ad ottenere il record mondiale delle privatizzazioni? Come avremmo fatto senza di lui nell'agosto 2011 a scrivere quella bella letterina con la quale si imponeva al governo in carica ed a quelli futuri di ridurre l'Italia in mutande?

Bene, tenetevi stretto Draghi e quel che rappresenta, entrate pure nel partito della Merkel, fate anche un bel governo di unità nazionale basato sulla sudditanza a Bruxelles, ma smettetela almeno di presentarvi come alternativi alla dittatura eurista. 

Che la Lega sia liberista non è certo una novità. Che il suo sovranismo sia perciò sempre stato equivoco idem. Che si arrivi addirittura a Draghi è però un bel salto di qualità.

Sulle contraddizioni del salvinismo, agli inizi di settembre ci permettemmo di formulare dodici domande ad Alberto Bagnai. Domande rimaste giocoforza senza risposta. Bene, tre mesi dopo quelle domande potrebbero forse diventare ventiquattro, quarantotto o novantasei. Ma in fin dei conti basterebbe che si rispondesse ad una: Draghi, perché sì?




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mercoledì 8 febbraio 2017

IL DIO EURO E DRAGHI L'ANTICRISTO di Moreno Pasquinelli

[ 8 febbraio ]

«La moneta unica è irrevocabile. La questione dell’uscita non è contemplata dal Trattato»

Il 24 gennaio scorso davamo conto della notizia lanciata da Reuter, ovvero di questa affermazione di Mario Draghi : «Se un paese dovesse lasciare l’Eurosistema, i crediti o le passività della sua banca centrale nazionale verso la BCE dovrebbero essere risolti in toto». Notizia rilevantissima poiché, pur minacciando rappresaglia e sfracelli, [1] Draghi, per la prima volta, si lasciò scappare il concetto che dall'eurozona, com'è ovvio, si possa uscire. 
"Altolà! Ho detto una cazzata!".
Questo il senso della rettifica compiuta da Draghi il 5 febbraio davanti al comitato Affari economici e monetari del Parlamento europeo. Ecco le parole testuali: "La mia risposta era una risposta a una domanda tecnica basata su assunzioni non previste dal trattato. L’euro è irrevocabile".
Rimosso il lapsus Draghi ha quindi ribadito ciò che affermò il 7 maggio 2015: «L' Euro è irreversibile. L’uscita non è prevista dai trattati». [Vedi titolo de Il Sole del 8 maggio 2015 qui sotto ]

Mi pare evidente che Draghi, con una fava, abbia inteso prendere due piccioni, abbia cioè risposto sia al consigliere per il commercio di Donal Trump —“L’euro è un marco travestito con cui sfrutta Usa e Ue”—, sia all'ellittico discorso della Merkel  al vertice di Malta del 3 febbraio, nel quale, apertis verbis, la cancelliera ha aperto all'ipotesi dell'Unione a due velocità — Draghi: “è un concetto ancora da sviluppare, una visione appena abbozzata su cui non sono in grado di esprimere alcun commento, almeno al momento”.

Vale invece soffermarsi sul concetto secondo cui l'euro sarebbe "irrevocabile", un aggettivo categorico che fa il paio con quello di "irreversibile" usato nel 2015.

Vi sono qui due piani del discorso, il primo, di carattere giuridico, il secondo, di carattere filosofico.

 Fumus boni iuris

Per quanto afferisce al piano giuridico il concetto di "irrevocabilità" della moneta unica è non solo arbitrario ma del tutto infondato. L'euro è infatti entrato in vigore con un Trattato internazionale, quello di Maastricht del 7 febbraio 1992. Cos'è un Trattato? In generale esso consiste "nell'incontro delle volontà di due o più Stati sovrani diretti a disciplinare rapporti intercorrenti tra essi". In particolare quello di Maastricht contemplava profonde cessioni di sovranità degli stati aderenti ad organismi sovranazionali, nel caso dell'euro, tra l'altro, consegnando ad una banca centrale indipendente la potestà dell'emissione monetaria.

Alla domanda: può uno Stato sottrarsi agli obblighi previsti da un trattato precedentemente sottoscritto? Certo che sì. Uno Stato può recedere da qualsivoglia trattato multilaterale dichiarandone unilateralmente la nullità. Lo diciamo noi? No, lo dice la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del maggio 1969, sottoscritta da tutti i paesi del mondo —dall'Italia ratificata il 25 luglio 1974 ed entrata in vigore il 27 gennaio 1980. [2]

Non occorre dunque ricorrere a Carl Schmitt ed al suo postulato sullo "Stato d'eccezione" per destituire di ogni fondamento razionale il principio della cosiddetta "irreversibilità" di un trattato e per affermare il principio giuridico, universalmente riconosciuto (e valido erga omnes almeno fino a quando esisteranno stati nazionali) che uno Stato sovrano può recedere da un trattato internazionale.
Draghi afferma quindi che "La questione dell’uscita non è contemplata dal Trattato". Un giurista risponderebbe che si tratta del più classico caso di fumus boni iuris, di un principio che di buon diritto ha solo la parvenza. Vale la pena ricordare al Draghi  lo stesso Art. 50 del Tratto di Lisbona che,  per quanto farraginoso, contempla il "recesso"dall'Unione europea —vedi la Brexit.

Teologia dell'euro

Il secondo piano del discorso è squisitamente filosofico, anzi teologico.

A chi, infatti l'uomo ha consegnato la facoltà di decisioni irrevocabili e irreversibili? Risposta: a Dio, e solo a Lui in quanto solo Essere onnipotente e onnisciente, quindi davvero sovrano. Per le religioni monoteiste solo Dio infatti, nella sua onniscienza, non può sbagliare alcuna mossa, che se la sbagliasse non sarebbe onnisciente.
In questo consegnare a Dio il potere dell'infallibilità, c'è l'idea opposta, che le decisioni umane siano fallibili, in quanto tali revocabili e reversibili ove si dimostrassero sbagliate.

E' di tutta evidenza il carattere teologico del discorso del banchiere Mario Draghi, il Dio essendo il denaro-euro, la sua banca centrale essendo la nuova Chiesa, e lui medesimo Papa, in quanto tale detenendo la qualità dell'infallibilità —conferitagli in questo caso, non dall'essere successore di Pietro, ma dalla casta ierocratica dei banchieri che l'ha elevato a quella sua funzione.

E dato che abbiamo sollevato l'analogia, come non notare che il Papa Draghi, mentre fa il cattolico, sembra adottare la teologia luterana del Dio orologiaio per cui, messo in moto il meccanismo, questo è destinato a procedere in modo automatico ed invariante. Di qui l'irreversibilità di un meccanismo che per sua natura non può mai girare all'indietro.

Come si sa cattolici e protestanti, fatte salve le differenze, accettano il medesimo credo Niceno e si riconoscono nello stessi dogmi religiosi, tra cui quello fondamentale dell'incarnazione del Figlio di Dio, di qui il suo culto in quanto mediatore tra il padre e gli uomini.

Ecco, nel mondo capitalistico, tanto più in quello iper-finanziarizzato dell'oggi, non Gesù di Nazareth viene considerato il mediatore col divino, il signore del mondo, bensì, appunto, il denaro, la cui qualità metafisica trascende quella di mera moneta. 
Marx aveva intuito quale profonda trasformazione avesse subito il denaro nella società capitalistica:
«Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l' oggetto in senso eminente. L'universalità della sua proprietà costituisce l'onnipotenza del suo essere, esso è considerato, quindi come ente onnipotente...Il denaro, questa astrazione vuota ed estraniata della proprietà, è stato fatto signore del mondo». [3] 
Ecco quindi la funzione teurgica di banchieri come Draghi. Essi, essendo i creatori del denaro dal nulla, non solo presiedono in quanto sacerdoti alla liturgia della transustanziazione, attestando quindi la presenza del divino nel magico pezzo di carta; essi soltanto hanno la capacità di interpretare i simboli misterici del Dio denaro, rendendoli propizi e benefici.


Fossimo credenti dovremmo dire che in verità qui siamo in presenza di Satana, o meglio dell'anticristo il quale, sotto le spoglie del divino, è invece, per antonomasia, il nemico più crudele dell'umanità. Fatto sta che i popoli europei, a cominciare —forse non a caso— da quello greco, ne stanno facendo le spese. Il Dio-euro si sta rivelando il Molok, e Francoforte la sua Geenna. [4]


NOTE 

[1] Il numero uno dell’Eurotower rispondendo agli europarlamentari M5S Marco Valli e Marco Zanni, aveva spiegato che, in caso di uscita della Penisola dall’euro, la Banca d’Italia, in base al sistema Target 2, dovrebbe rimborsare crediti e passività nei confronti dell’eurosistema per un totale di circa 357 miliardi. 

[2] In particolare la Parte IV, sezione 1: “Nullità, estinzione e sospensione dell’applicazione dei trattati. Disposizioni generali”.  La Sezione 2 "Nullità dei trattati". La Sezione 3 "Estinzione dei trattati e sospensione della loro applicazione"

[3]  K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844

[4] Molok era ritenuto dai cananei un dio, la sua sede del culto era Geenna. Gli venivano tributati sacrifici umani di bambini, che, dopo essere stati sgozzati, erano bruciati in olocausto in un fuoco tenuto costantemente acceso in suo onore. Col tempo Molok divenne il nome del rituale durante il quale venivano bruciati bambini (forse i figli primogeniti), probabilmente con la convinzione di trasformarli in una specie di divinità protettrice della famiglia cui appartenevano.

domenica 8 marzo 2015

LA MINACCIA DI VAROUFAKYS ED IL "BAZOOKA" DI DRAGHI di Piemme

[ 8 marzo ]

ULTIM'ORA (ore 18:30 di domenica 8 marzo)

Avevamo da poco pubblicato l'articolo qui sotto che le agenzie hanno battuto la notizia: «L'Eurogruppo boccia le riforme greche... per il presidente Dijsselbloem la "lista delle riforme è lontana dall'essere completa. Nessun prestito a marzo».


Chi gridava al "grande tradimento di SYRIZA", quelli che davano già per conclusa la partita greca, dovrebbero leggere l'intervista rilasciata al Corriere della Sera da Yanis Varoufakys, in particolare l'affermazione che il governo di SYRIZA potrebbe non solo convocare nuove elezioni ma un referendum sulla permanenza nell'eurozona.


Un'altra, astuta mossa, nella complessa partita a scacchi che Atene sta giocando con L'Unione europea e anzitutto la Germania. Lunedì, a Bruxelles, l’Eurogruppo (i ministri finanziari dell’eurozona) dovrà infatti decidere sulle sette proposte [1] avanzate dal governo greco per affrontare l’emergenza dei prossimi mesi —Atene ha a mala pena i quattrini per pagare pensioni e stipendi dei dipendenti pubblici il prossimo mese. 

Il grosso delle sette proposte che il governo SYRIZA sottoporrà al vaglio di Bruxelles (in cambio di "aiuti"), sono un disperato tentativo di dare una botta al cerchio e una alla botte, andando incontro ai diktat degli eurocrati senza tuttavia deludere le aspettative di cambiamento dei greci. E' molto probabile, come anticipa il Financial Times, che l'Eurogruppo respinga il piano greco, che quindi non concederà ad Atene alcun prestito.

Anche ove le sette proposte ricevessero il semaforo verde di Bruxelles, esse non sarebbero che pannicelli caldi. Varoufakys lo sa meglio di chiunque altro, sa che la Grecia non potrà mai uscire dall'abissso senza una forte ristrutturazione del debito, un piano d'investimenti su larga scala e un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini (quindi un ruolo attivo dello Stato) . Tre condizioni che la Merkel e la sua corte di Quisling di periferia non accetteranno mai. Varoufakys vede dunque altrettanto chiaramente che una rottura definitiva con l'eurozona potrebbe essere inevitabile già nei prossimi mesi, forse nelle prossime settimane. 

Si dimostra dunque azzeccato quanto scritto a caldo da Pasquinelli, che l'accordo siglato all'ultimo Eurogruppo, per quanto odioso, era non solo aleatorio ma solo il primo tempo della partita, di qui il giudizio: 
«Escludo che SYRIZA, dopo il primo cedimento a cui è stata costretta (certo, anche per insipienza e codardia) accetti di farne un secondo, che sarebbe fatale, diventando il boia incaricato di inchiodare sulla croce il proprio popolo. Non potendo che rifiutare questo macabro ruolo, il governo Tsipras, o farà le valige mandando i greci alle urne (col rischio del caos sociale e politico totale e dagli esiti davvero catastrofici), o sarà obbligato a gestire il default e l'uscita unilaterale dall'eurozona». [2]
Quantitative easing (Qe): un miraggio per l'italia? 

Il destino dell'eurozona dipende anche, oltre che dall'esito della partita greca, dal quello della mossa della Bce. Tra le due cose c'è una stretta relazione. Che Berlino alla fine abbia fatto buon viso a cattivo gioco, accettando la mossa di Draghi, potrebbe addirittura spiegarsi anche in questa luce: come un gesto preventivo per parare il colpo dell'eventuale e messa in conto uscita della Grecia.


Abbiamo già detto [3] che il Qe consiste nell'ennesimo tentativo si salvare le banche e di sfamare i mercati finanziari dove la speculazione la fa da padrona, col rischio collaterale di suscitare prima o poi una bolla, alla quale quasi sempre segue il crack. Per nulla secondario il fatto che per l'80% del rischio sugli acquisti di titoli se lo assumeranno le Banche centrali nazionali, a conferma che è passata la concezione tedesca della "solidarietà europea".

Non è detto che il Qe di Draghi sortisca salutari ed omogenei effetti per le diverse economie europee. La logica mercantilistica che sottende al Qe (io produco per esportare e vendere, ma non compro e non importo) non può infatti premiare tutti allo stesso modo e allo stesso tempo. Morya Longo su Il Sole 24 Ore di ieri, 7 marzo, conferma i timori di molti analisti per cui per l'economia italiana non cambierà molto. Il Qe avvantaggerà solo le banche, le grandi aziende multinazionali, e quelle per cui l'export rappresenta il grosso dei loro fatturati. Per le aziende solide (quelle che hanno un'alta affidabilità creditizia) ci dice Longo, c'è già troppa liquidità in circolazione: "... oggi possono ottenere fondi sul mercato obbligazionario (o anche in banca) praticamente illimitati pagando interessi intorno allo zero". O addirittura sotto". 

Longo ci ricorda che solo 80 grandi aziende hanno bond sul mercato finanziario internazionale (cioè piazzati e transati nelle borse), per un valore di 174 miliardi, poco o niente se si considera che il totale del credito bancario al settore privato ammonta in Italia a 1.556 miliardi.

Il punto è capire quanta della liquidità fornita dalla Bce, riuscirà ad arrivare alle piccole e medie imprese, "... piccole e medie imprese che creano l'80% dei nuovi posti di lavoro e che dall'inizio della crisi hanno perso 580 miliardi di euro di credito bancario (100 dei quali in Italia)". 

I segnali, malgrado il Qe fosse annunciato da tempo, non indicano un'inversione di tendenza seria rispetto alla stretta creditizia: a gennaio 2015 il credito bancario al settore privato risulta infatti sceso del 2% rispetto al gennaio 2014. 

Per farla breve: le banche —che sono nell'attuale sistema l'intermediario obbligato tra la Banca centrale e le aziende—, col motivo che sono zavorrate da 183 miliardi di euro di crediti inesigibili o in sofferenza, continuano a trattenere la liquidità fornita dalla Bce per restare ben capitalizzate invece che farla fruire verso le piccole e medie aziende.

Che le cose cambino noi ne dubitiamo. Al netto delle aziende che hanno chiuso i battenti a causa del micidiale mix di recessione e politiche austeritarie, il grosso di quelle che sopravvivono con estreme difficoltà, ovvero quelle che producono per il mercato interno, data la deflazione, saranno considerate "inaffidabili" dalle banche e non riceveranno il becco di un quattrino, e quelle che li riceveranno, li useranno per appianare i debiti prima che per investimenti.

Per concludere

L'economia italiana potrebbe conoscere (non l'abbiamo mai escluso) nel 2015, un'uscita dalla fossa rappresentata da recessione+deflazione. Ma essa sarebbe flebile e forse solo temporanea, trainata solo dall'export. Una ripresa su larga scala presupporrebbe infatti una scelta decisa per accrescere la "domanda aggregata" —investimenti+ consumi+spesa pubblica—, tre condizioni che non possono essere soddisfatte se non facendola finita non solo con con le politiche austeritarie ma pure con i dogmi neoliberisti, primo fra tutti che tutto è deciso dai mercati e lo Stato non si deve impicciare d'economia ma limitarsi a dirigere il traffico della globalizzazione.
La qual cosa implica ( va da sé ma repetita juvant) venir via dalla gabbia eurista, stracciare i Trattati europei, da Maastricht al Fiscal compact, quindi l'abbandono dell'euro ed il ritorno alla sovranità monetaria, leva primaria di politica economica proattiva di ogni Stato.

NOTE

[1] «Nei giorni scorsi il ministro greco delle finanze Yanis Varoufakis ha inviato a Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo nonché ministro delle Finanze dell’Olanda, le proposte di riforme economiche. La Grecia proporrà all’Eurogruppo di rivedere la procedura attraverso la quale negozia le riforme con l’Ue. Non solo misure anti evasione, ma anche iniziative per affrontare la crisi umanitaria in Grecia e così alleviare la povertà estrema nel breve termine. Quindi l’introduzione di buoni pasto, misure per garantire energia elettrica e assistenza abitativa. Per tutto ciò Atene stima un costo complessivo di 200,29 milioni di euro. Poi c’è la riduzione della burocrazia e ulteriori iniziative per promuovere il clima economico attraverso il miglioramento della qualità dei servizi.
Per quanto riguarda le sette proposte economiche riguardano l’istituzione di un ‘Consiglio fiscale’ che si occupi dei tagli alla spesa pubblica, un nuovo metodo di stesura della legge di bilancio, lotta all’evasione, riforma fiscale, riduzione della burocrazie e interventi per alleviare la “crisi umanitaria” nella quale è precipitata la Grecia.In Greci agli arretrati fiscali ammontano a 76 miliardi di euro, di cui 23,56 miliardi ante 2009. L’agenzia delle entrate ellenica sostiene che gran parte della somma antecedente al 2009 non può essere recuperata mentre, alla luce dell’attuale situazione economica in Grecia, dei 76 miliardi totali, possono essere recuperati solo 8,9 miliardi di euro. In cantiere anche un nuovo piano per emettere licenze alle aziende di gioco d’azzardo online. In questo modo Atene punta a raccogliere 500 milioni di euro l’anno».

[2]  GRECIA: E ORA? di Moreno Pasquinelli. 24 febbraio 2015

[3] Per approfondimenti sul Quantitative easing su SOLLEVAZIONE puoi leggere:
COME FUNZIONA DAVVERO IL QE DELLA FED di Edward Harrison. Marzo 2011
LA MOSSA DI DRAGHI. Sul Quantitative easing alla tedesca di Moreno Pasquinelli. 6 aprile 2014
PRIMO: SALVARE LE BANCHE! Il Qe di Mario Draghi di Leonardo Mazzei. 20 dicembre 2014
TE LO DO IO IL QUANTITATIVE EASING! di Leonardo Mazzei. 28 dicembre 2014
"QUANTITATIVE NOTHING": IL BLUFF DI DRAGHI di Sergio Cesaratto. 15 gennaio 2015
QUANTITATIVE EASING: CRESCITA O BOLLA? di Leonardo Mazzei. 23 gennaio 2015
QE: SEMPRE DI NEOLIBERISMO PARLIAMO di Luciano B.Caracciolo. 25 gennaio 2014


venerdì 25 ottobre 2013

GLI INCAPPUCCIATI DELLA FINANZA intervista a Bruno Amoroso*

25 ottobre. Il FMI ha smentito di aver proposto il prelievo forzoso sui conti correnti dei cittadini europei, ammettendo semplici "discussioni ed esperienze su ipotesi di prelievo sui capitali una tantum", come metodo per aggredire il debito. Ma la smentita non convince il prof. Bruno Amoroso, economista, prof. emerito all'Università di Roskilde, in Danimarca. "La Troika è di nuovo al lavoro", sostiene. "La BCE e la Commissione stanno preparando il sacco dei risparmi, mentre il FMI fa lo stesso in parallelo specializzandosi su come far pagare ai cittadini il 'debito estero' degli Stati". 
Piero Ricca

Piero Ricca: Professore, nei giorni scorsi ha fatto discutere l'ipotesi, contenuta in un report del Fmi, di un prelievo una tantum sui conti correnti a livello europeo. Le sembra credibile? E in quale contesto questa ipotesi si colloca?

Bruno Amoroso: L'ipotesi del FMI è parte della seconda fase della strategia di esproprio dei risparmi dei cittadini, avviata durante gli anni ’80 e ’90 e che ha avuto una sua prima prova di successo negli Stati Uniti e nell’Unione Europea con la rapina finanziaria del 2008-2010. Una rapina che ha portato un bottino nelle mani di pochi gruppi pari al 37 % del PIL europeo; cioè aiuti di Stato tra ottobre 2008 e ottobre 2011 a favore degli enti finanziari pari a 4.500 miliardi di euro, a cui si aggiungono 6.500 miliardi di euro, il che ha fatto ovviamente scoppiare il ”debito sovrano” di molti paesi dell’UE, stimato tra i 45 mila e i 65 mila miliardi di euro. Di questa rapina, definita da James K. Galbraith “il più grande crimine finanziario della storia del capitalismo” si conoscono gli autori e gli attori. Basta leggere il testo dell’indagine condotta negli Stati Uniti dalla Financial Crisis Inquiry Commission (Financial Crisis Inquiry report, 2011) che ne illustra i meccanismi e le collusioni politiche. Il Rapporto spiega che tutte le leggi introdotte per legalizzare questa rapina sono in vigore e i responsabili sono ai loro posti e si accingono al secondo girone.

PR: Cioé?

BA: La fase attuale ha avuto inizio a fine 2012 con il rastrellamento dei pochi risparmi ancora in giro mediante l’imposizione del conto in banca anche ai pensionati con 1000 euro al mese; seguito dalla legge che impone il trasferimento delle informazioni su tutti i conto correnti all'Agenzia delle entrate e dalla Direttiva Barnier in corso di approvazione al Parlamento europeo, che introduce a livello europeo la norma sperimentata a Cipro – e cioè che in caso di fallimento bancario sono i risparmiatori a pagare e non più i governi o la BCE. Si prepara a fine anno il fallimento delle maggiori banche europee e quindi il prelievo sui conti dei risparmiatori. Su quello che accadrà poi si è espresso con chiarezza il ministro Saccomanni che ha di nuovo aperto alle “cartolarizzazioni” e ha dichiarato finita l’era delle banche per dare il benvenuto al “sistema finanziario ombra”.
Insomma, la Troika è di nuovo al lavoro. La BCE e la Commissione stanno preparando il sacco dei risparmi, mentre il FMI fa lo stesso in parallelo specializzandosi su come far pagare ai cittadini il “debito estero” degli Stati.

PR: Come giudica in sintesi la politica economica del governo Letta, vede segni di discontinuità rispetto al governo Monti?

BA: Il governo Letta è consapevole di tutto questo. Per questo è stato il governo dei rinvii, in attesa che lo scoppio della crisi e il fallimento degli Stati dell’Europa del sud annulli tutti gli impegni verso i cittadini, inesigibili dentro i parametri europei. La legge finanziaria presentata si muove dentro questa stessa logica per rassicurare i risparmiatori prima del collasso. Più che un’aspirina per combattere il cancro è un sonnifero, ammesso che funzioni.

PR: Proprio Enrico Letta ribadisce l'assoluta necessità della "stabilità" e vede il rischio della crescita del "populismo antieuropeo" alle prossime elezioni europee; dal canto suo Mario Draghi ritiene che l'euro è "irreversibile" e ha recentemente sottolineato i progressi nei bilanci dei paesi membri. Lei cosa risponde?

BA: Entrambi parlano come persone informate dei fatti, che sono cioè consapevoli dei rischi di quello che stanno facendo. Per Letta, e simili, le riforme devono creare un “presidente” forte per reprimere l’inevitabile reazione popolare che verrà a seguito di ciò che stanno preparando. Draghi continua a fare alla BCE quello che ha fatto in Italia al tempo delle privatizzazioni bancarie che sono divenute il veicolo delle speculazioni successive della Goldman Sachs e Co. Ha coperto la crisi del 2008 come Governatore della Banca d’Italia scaricandone i costi sui risparmiatori e i cittadini. Oggi ripete l’esercizio alla BCE. L’uomo giusto al posto giusto. E pochi ricordano che nella sua tesi di laurea svolta con Federico Caffè affermò, ben prima del disastro, che l’euro non si doveva e non si poteva fare.

PR: Il debito pubblico italiano è una zavorra che ha ampiamente superato i duemila miliardi di euro, mentre la crisi economica sta riducendo in povertà milioni di persone. Vede alternative all'austerità?

BA: I debiti nascono perché qualcuno li chiede – per bisogno o magari inavvertitamente – e qualcuno li concede – per amore degli altri come si fa in famiglia o sperando di trarre vantaggio dalle disgrazie altrui. Quando il meccanismo si inceppa, come nel nostro caso, si rinegozia il tutto e entrambe le parti si accollano la loro parte di responsabilità. Continuare sull’austerità, come si sta facendo, porta ai disastri politici e sociali che conosciamo dalla storia. Cioè a quello a cui stiamo assistendo in questi giorni sulle nostre strade.

PR: Anche nel suo ultimo saggio - "Figli di Troika. Gli artefici della crisi economica" (Castelvecchi) - lei sottopone a severa critica un potere decisionale fuori controllo, nelle mani degli "incappucciati della finanza": chi sono, perché sono diventati così potenti?

BA: Come sottolineo nel mio saggio gli “incappucciati” individuati da Federico Caffè negli anni ’80 oggi si sono tolti il cappuccio e gestiscono in prima persona anche Il potere politico in tutti I paesi europei. Il governo politico italiano ha nei posti di maggiore responsabilità individui che sono espressione diretta di quegli ambienti. Coloro che sino a qualche anno fa erano i controllori “incappucciati” della politica ora ne sono diretti rappresentanti. Una bella riforma costituzionale di fatto già attuata, mentre si fanno campagne per difendere qualcosa che ormai non c’è più. Si tratta semmai di ri-affermare la Costituzione, ma questa non nacque in seguito a qualche corteo o alle elezioni ma a una guerra, anche civile. Se c’è un modo pacifico di farlo va scoperto rapidamente.

PR: E' ancora possibile salvare il progetto di integrazione europea?

BA: Temo che sia troppo tardi per ricucire un rapporto di fiducia tra i cittadini europei e le istituzioni. Tuttavia, per quanti ancora credono che ciò sia possibile, è necessario spazzare via la Triade, dare potere al Parlamento europeo in modo che esprima un governo politico europeo nei limiti delle competenze previste. Per quanto riguarda i paesi dell’Europa del sud, devastati dalla crisi e dalla BCE, si tratta di rinegoziare per intero il funzionamento dell’Eurozona consentendo dentro questa due aree monetarie con margini di maggiore flessibilità e con un meccanismo di solidarietà tra nord e sud. Lo scoglio è rappresentato dalla Germania, quello scoglio che ha affondato oggi l’Euro. O la Germania contribuisce a risollevare la nave oppure è meglio abbandonarla prima che sia troppo tardi. Ma temo che sia già troppo tardi, e i primi ad abbandonarla saranno proprio i tedeschi.


* Fonte: il blog di Beppe Grillo

martedì 18 settembre 2012

LA DROGA DI DRAGHI

Faranno tutto il possibile, ma non sarà abbastanza

di Moreno Pasquinelli


Con due fave i mercati finanziari si vedono serviti su un piatto d’argento tre appetitosi piccioni. Il combinato disposto tra l’annuncio della Bce e la decisione della Fed di un terzo Quantitative easing (Qe) ha allontanato l’incipiente tempesta finanziaria, ha probabilmente assicurato la rielezione di Obama, ed infine evitato che Spagna e Italia precipitassero in uno stato di insolvenza sui debiti sovrani. Queste misure hanno tuttavia il fiato corto. Ecco le ragioni.

giovedì 6 settembre 2012

UN PRIMO GIUDIZIO SULLE DECISIONI DELLA BCE

Te lo do io lo scudo antispread!

di Moreno Pasquinelli

La figlia di Giairo è morta, falla tornare in vita, chiesero a Gesù. Quest'ultimo disse: talita kum!, "Fanciulla, io ti dico, alzati!", e questa, racconta il Vangelo di Marco, ritornò in vita. L'euforia con cui la stampa italiana sta accogliendo le decisioni della Bce fa pensare che Draghi abbia compiuto un miracolo simile, quello di salvare Spagna e Italia, per non parlare di Grecia e Portogallo, dal default. Stanno davvero così le cose?

lunedì 3 settembre 2012

A CHI SPERA CHE DRAGHI CI SALVERÀ

La Germania si ingrassa a spese degli altri (clicca per ingrandire)
«Non lasciamo alle destre la bandiera dell'uscita dall'euro»

Intervista a Emiliano Brancaccio

di Nanni Riccobono*

Ma perché le sinistre non si svegliano e non si rendono conto che il loro forsennato europeismo monetario le rende deboli e perdenti di fronte ad una destra che è sì populista e reazionaria, ma è anche pronta a staccare la spina dell’euro? 

giovedì 30 agosto 2012

Deutschland über alles


L’euro 2.0, la Bce e la questione tedesca

di Moreno Pasquinelli

«Il fatto è che contro questo “destino di eterodirezione” (De Rita) non sorge alcun sussulto in seno alla borghesia italiana che conta, all’interno della quale prevale anzi la tendenza ad inchiodarsi al ceppo tedesco come ineluttabile e salvifica condanna. Un cupio dissolvi anti-nazionale, una pulsione di morte, una eutanasia della classe dominante. Non la rimpiangeremo».

giovedì 2 agosto 2012

ASPETTANDO GODOT

Isabella Bufacchi. Un fotogramma del suo video-intervento
questa mattina su ilsole24ore.com. Previsioni del tutto sballate.
La Bce non fa il miracolo, anzi!

crolla la borsa, spread a 510


di Moreno Pasquinelli




Ci siamo sorbiti l'attesissima conferenza stampa di Mario Draghi, a conclusione del Consiglio direttivo della Bce. Vi risparmio il pistolotto sulle tecnicalità del suo intervento. Conta il succo politico del discorso, e delle sue risposte ai giornalisti. Chi si attendeva il miracolo, cioè la decisione della Bce di ricorrere alle "armi non convenzionali" se non per risolvere la crisi dell'euro, per tamponarla ed evitare la tempesta finanziaria e monetaria in arrivo, è rimasto deluso.

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