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domenica 19 agosto 2018

SILICON VALLEY: DAL NEOLIBERISMO AL NEOFASCISMO di Elliott Gabriel

[ 19 agosto 2018 ]



Presentiamo ai lettori quella che consideriamo la migliore analisi-denuncia della potenza raggiunta dalle grandi multinazionali della Silicon Valley, del loro uso oligarchico di internet e dell' Information and Communication Technology (ICT) del loro sodalizio organico con gli apparati di intelligence dello stato nordamericano. Questo saggio è stato pubblicato il 29 giugno su MINTPRESSNEWS. In Italia è apparso su Voci dall'Estero e quindi su Sinistra in Rete. Ottima la traduzione di Margherita Russo, salvo l'errore di aver scambiato le "potenti corporation" della Silicon Valley con "potenze corporative". Saggio che deve far riflettere sulle implicazioni della cosiddetta "terza rivoluzione industriale", comunemente nota come rivoluzione digitale. Proprio l'altro giorno pubblicavamo LA CYBORG-SINISTRA di Jorge Aleman, in critica a chi a sinistra immagina che avremo "comunismo", ovvero la l'emancipazione dal capitalismo, proprio grazie al pieno dispiegamento di questa "rivoluzione". Si parlava degli accelerazionisti, quindi della corrente di pensiero più inquietante, quella che va sotto il nome di transumanesimo
Temi dirimenti, su cui come rivoluzionari siamo obbligati a capire, giudicare ... e decidere. 


*  *  *

LA FUSIONE DI AMAZON CON LO STATO MOSTRA 
LA DERIVA DAL NEOLIBERISMO AL NEOFASCISMO

Mintpress parla con Yasha Levine, l'autore di SURVEILLANCE VALLEY, e con l'editore di MONTHLY REVIEW John Bellamy Foster sull'ascesa dell'impero Amazon e sulla fusione tra Big Data, il capitalismo finanziario e gli appartai statali statunitensi.

di Elliott Gabriel 


Quest’anno potrebbe passare alla storia come un punto di svolta, in cui il mondo ha finalmente preso coscienza del lato oscuro dell’onnipresenza dei colossi della Silicon Valley nella nostra vita quotidiana. O almeno, così si spera.

Da Amazon a Facebook, Apple, Google, Microsoft e PayPal – tra le altre – sono trapelate rivelazioni che confermano il continuo abuso dei dati degli utenti da parte di società monopolistiche, nonché il loro crescente ruolo come fornitori di tecnologia di sorveglianza per lo stato di polizia, i militari e le agenzie di detenzione per migranti degli Stati Uniti.

A marzo è scoppiato lo scandalo dei dati degli utenti di Facebook raccolti da Cambridge Analytica, che utilizzava le informazioni personali per creare milioni di “profili psicologici” dettagliati per la campagna presidenziale di Trump. Appena due settimane dopo, lo staff di Google è andato in subbuglio sulla questione del “Progetto Maven”, una piattaforma di intelligenza artificiale che potenzierà enormemente le capacità della flotta mondiale di droni militari degli Stati Uniti di raggiungere i bersagli automaticamente. Di fronte allo sdegno pubblico e al dissenso interno, l’azienda ha ritirato la sua candidatura a rinnovare il contratto col Pentagono, che scade il prossimo anno.

Adesso i dipendenti e gli azionisti di Amazon.com – il più grande operatore di marketing online e cloud computing del mondo – chiedono che l’amministratore delegato Jeff Bezos interrompa la vendita del suo servizio di riconoscimento facciale – Rekognition di Amazon Web Services (AWS) – alle forze dell’ordine degli Stati Uniti, incluso il Dipartimento per la sicurezza interna – Immigrazione e dogane (DHS-ICE).

“Come dipendenti eticamente impegnati, chiediamo di poter scegliere ciò che costruiamo e di aver voce in capitolo sul modo in cui viene utilizzato”, si legge nella lettera. “La storia ci insegna che i sistemi IBM furono impiegati negli anni ’40 per aiutare Hitler.

“All’epoca IBM non si assunse alcuna responsabilità e, quando il loro ruolo divenne chiaro, era troppo tardi”, con riferimento alle collusioni con la messa in operatività dei campi di sterminio nazista durante la seconda guerra mondiale. “Non permetteremo che accada di nuovo. È arrivato il momento di agire.”

Presentato a novembre 2016 come parte della suite di cloud AWS, Rekognition analizza immagini e filmati per riconoscere gli oggetti fornendo al contempo analisi agli utenti. Permette inoltre agli utenti di “identificare persone sospette tramite una collezione di milioni di immagini facciali quasi in tempo reale, consentendone l’utilizzo per una tempestiva e accurata prevenzione del crimine”, come si legge nel materiale promozionale. Le forze dell’ordine, come l’ufficio dello sceriffo della Contea di Washington, pagano da $6 a $12 al mese per l’accesso alla piattaforma, che mette gli agenti in condizione di confrontare in tempo reale il database di foto segnaletiche con delle riprese dal vivo.

I dipendenti di Amazon hanno citato un rapporto dell’ACLU in cui si rileva che Rekognition dell’AWS “solleva profonde preoccupazioni per le libertà e i diritti civili” poiché è “suscettibile di abusi”. Tra gli utilizzi potrebbero essere inclusi il monitoraggio del dissenso, oltre al possibile impiego della tecnologia da parte dell’ICE per sorvegliare costantemente gli immigranti nell’ambito della sua politica di “tolleranza zero” di detenzione di famiglie e bambini migranti al confine tra Stati Uniti e Messico.

In una lettera distribuita sulla mailing list “non lo costruiremo”, i dipendenti di Amazon espongono la loro opposizione alla collusione del loro datore di lavoro con le operazioni di arresto e di incarcerazione di massa dei migranti da parte della polizia e del DHS-ICE:

“Non c’è bisogno di attendere per scoprire come verranno utilizzate queste tecnologie. Sappiamo già che in un clima di militarizzazione senza precedenti della polizia, di rinnovati attacchi agli attivisti neri e di ampliamento di una forza di deportazione federale colpevole di violazioni dei diritti umani – questo sarà un altro potente strumento per lo stato di sorveglianza, e in ultima analisi danneggerà i più emarginati.”

Per il giornalista Yasha Levine, lo scalpore sollevato da AWS Rekognition non è certo una novità.

Come nel caso di Google e di altre aziende di punta che lavorano per Washington, si tratta solo di un altro capitolo nella lunga integrazione della Silicon Valley con l’apparato statale di repressione.

“Questa non è una pietra miliare di un’ipotetica ‘Apocalisse della Sorveglianza’, è solo il segno di dove siamo ormai da tempo giunti”, ha dichiarato Levine a MintPress News.
In questo caso l’indignazione dei lavoratori di Amazon è stata probabilmente provocata dalle recenti polemiche sulle separazioni di famiglie migranti dell’America Centrale nei campi di concentramento al confine sud degli USA, insieme al ruolo chiave svolto da Amazon nell’”ecosistema” dei dati dell’ICE, fondamentale per il funzionamento delle operazioni di controllo, detenzione di massa e respingimento degli immigrati da parte dell’ICE.

Nella loro lettera, i dipendenti di Amazon criticano il ruolo dell’azienda nella piattaforma Palantir in dotazione all’ICE:

“Sappiamo anche che Palantir opera su AWS. E sappiamo che l’ICE si affida a Palantir per gestire i suoi programmi di detenzione e deportazione. Insieme al resto del mondo, abbiamo recentemente assistito con orrore mentre le autorità degli Stati Uniti strappavano i bambini ai loro genitori. Dal 19 aprile 2018 il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha inviato quasi 2000 bambini ai centri di detenzione di massa…Di fronte a questa immorale politica americana e al trattamento sempre più disumano di rifugiati e immigrati negli Stati Uniti anche al di là di queste politiche specifiche, siamo profondamente preoccupati dal coinvolgimento di Amazon, che fornisce infrastrutture e servizi a ICE e DHS.”

Nel 2014, ICE ha concesso a Palantir un contratto da 41 milioni di dollari per il sistema Investigative Case Management (ICM), che ha notevolmente ampliato la capacità di condividere le informazioni tra l’agenzia ed altre banche dati, tra i quali quelle dell’FBI, l’agenzia federale antidroga e l’Ente contro il traffico di Alcol, Tabacco e Armi da fuoco. Il contratto ha permesso ad ICE di aumentare significativamente gli arresti e le incarcerazioni di clandestini, sulla base dei diversi dati raccolti da Palantir e salvati sui server di Amazon Web Services
“Su Amazon è possibile per chiunque noleggiare le funzionalità [di Rekognition] con la stessa facilità con cui si può affittare uno spazio web, o sottoscrivere un piano di pagamenti con Amazon”, ha commentato Levine.

Nel suo nuovo libro, Surveillance Valley: The Hidden History of the Internet, Levine descrive la stretta relazione tra i Big Data e lo stato di polizia americano. Nell’introduzione al suo libro si legge:

“Da Amazon a eBay a Facebook – la maggior parte dei servizi Internet che utilizziamo ogni giorno sono divenute aziende onnipotenti che tracciano e profilano gli utenti, perseguendo contemporaneamente partnership e rapporti commerciali con le principali agenzie militari e di intelligence degli Stati Uniti. Alcune parti di queste società sono così strettamente intrecciate con i servizi di sicurezza americani che è difficile dire dove finisce il privato e dove inizia lo stato”.

Dopo aver conquistato la vendita al dettaglio e online, il prossimo obiettivo di Amazon è lo stato

Concepito dal fondatore Jeff Bezos come un “negozio universale”, che vende prodotti dai libri ai DVD e alla musica, Amazon ha a lungo rappresentato una grave minaccia per il mercato tradizionale dei punti vendita, poiché tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000 ha spazzato via grandi e piccoli librerie in un mucchio di cenere del commercio al dettaglio.

“Amazon è ormai diventato di fatto il negozio universale in America – è scioccante pensare al giro di affari e di denaro che controlla”, ha detto Levine, aggiungendo che il potere dell’azienda “è abbastanza deprimente.”

L’azienda è diventata anche la più grande società di hosting Internet al mondo, attraverso la sua piattaforma di cloud computing Amazon Web Services. A partire dal 2006, AWS ha svolto un ruolo analogo alla piattaforma di vendita di Amazon.com nel sostituirsi ai tradizionali provider di data center e alle piattaforme professionali IT, raggiungendo un livello di centralizzazione inimmaginabile in termini di archiviazione dei dati e funzionalità informatiche a basso costo. Per un certo periodo persino Dropbox è stata ospitata nel cloud AWS.

Il successo dell’azienda come principale rivenditore e servizio di cloud computing al mondo è strettamente correlato ai livelli di sorveglianza di Amazon non solo nei confronti dei consumatori, ma soprattutto su una forza lavoro dipendente enorme e fortemente sfruttata. Come Levine spiega nel suo libro:

“[Amazon] archivia le abitudini di acquisto delle persone, le loro preferenze sui film, i libri a cui sono interessati, la velocità con cui leggono i libri sui loro Kindle, e le sottolineature e note a margine. Inoltre tiene sotto controllo i suoi magazzinieri, monitorando i loro movimenti e cronometrando le loro prestazioni.

Per gestire una tale mole di dati Amazon ha bisogno di un’incredibile potenza di elaborazione, e questa esigenza ha generato il redditizio business collaterale di noleggio di archiviazione sui suoi enormi server ad altre società”.

Durante le elezioni presidenziali americane del 2012, il software AWS ha fornito quasi tutti gli aspetti dell’analisi dei big data della campagna di rielezione del presidente Barack Obama, dalla gestione web alla gestione delle mailing list, alla raccolta dei dati, assegnazione dei volontari, manutenzione del database di informazioni sugli elettori e “elaborazione in blocco delle transazioni” per le donazioni.

All’inizio del 2013, un accordo segreto ha assegnato ad Amazon un contratto da 10 anni e 600 milioni di dollari per fornire servizi cloud alla Central Intelligence Agency e alle 17 agenzie di intelligence.

Il contratto di Langley con una società così orientata al commercio come Amazon, piuttosto che all’offerente rivale IBM, ha provocato onde d’urto nel settore tecnologico, ma l’azienda si è vantata del fatto che ciò fosse dovuto al fatto di poter fornire alla CIA una “piattaforma tecnologica superiore”, oltre alla sua capacità di fornire “la sicurezza ed affidabilità necessarie per sistemi che presentano criticità di obiettivo”.

La piattaforma di Amazon sarà presto sede di un importante progetto di intelligence della CIA soprannominato “Mesa Verde”, che utilizzerà il software cloud C2S dell’agenzia costruito su AWS in più esperimenti volti ad analizzare migliaia di terabyte di dati, inclusi dati internet pubblici, utilizzando strumenti di elaborazione del linguaggio naturale, analisi del clima di fiducia e visualizzazione dei dati.

Secondo un rapporto di Bloomberg Government di maggio, AWS è l’unica piattaforma cloud privata a cui è stata concessa l’autorizzazione a immagazzinare informazioni dell’agenzia contrassegnate come “Segrete”.

La partnership CIA-Amazon: capitalismo di sorveglianza in azione

La partnership tra Amazon e Langley è solo un esempio di capitalismo di sorveglianza in azione, secondo il professore e studioso di sociologia John Bellamy Foster, redattore del venerabile giornale socialista indipendente Monthly Review.

Parlando a MintPress News, Foster ha spiegato:

“Attualmente Amazon sembra concludere un contratto dopo l’altro con i settori militare e dell’intelligence americani…[Il cloud della CIA] è custodito nei locali di un’azienda privata, una specie di “castello fortificato” per le comunicazioni dell’intelligence [spionaggio], pur separato dal resto di Internet, ma fondamentalmente gestito da una società a scopo di lucro. Amazon ha anche un contratto da 1 miliardo di dollari con la Security and Exchange Commission, collabora con la NASA, la Food and Drug Administration e altre agenzie governative.”

In un saggio del 2014 per Monthly Review, Foster e Robert W. McChesney hanno introdotto il termine capitalismo di sorveglianza in riferimento al processo di capitalizzazione monetaria dei dati estratti attraverso operazioni di sorveglianza condotte in collusione con l’apparato statale. I due individuano le radici politico-economiche dell’era dell’informazione digitale nelle prime fasi del complesso militare-industriale, attraverso l’identificazione negli anni Cinquanta del capitalismo consumistico – corporazioni, agenzie pubblicitarie e media – con lo stato di guerra permanente, che ha infine catalizzato la nascita della tecnologia satellitare, di Internet e il dominio di un ristretto gruppo di imprese tecnologiche monopoliste nell’attuale era della globalizzazione neoliberale.

Dal ruolo del settore tecnologico nelle operazioni dello stato di polizia all’espansione di tecnologie “intelligenti” come Alexa di Amazon nelle nostre case, all’utilizzo dei droni e dell’intelligenza artificiale per tenere d’occhio l’intera popolazione e la manipolazione dei dati degli utenti di Facebook nella partnership tra la campagna di Trump e Cambridge Analytica, il giudizio di Foster sulla crescita metastatizzante del capitalismo di sorveglianza e sul suo ruolo onnisciente nella nostra vita quotidiana è inequivocabile:

“Le implicazioni per il futuro sono sconcertanti.”

Non tutti condividono il pessimismo di Foster. Per l’ex ricercatore della sicurezza informatica della CIA John Pirc, il contratto dell’agenzia con Amazon rappresenta la caduta dello stigma di “giudizio annebbiato” che affliggerebbe la sicurezza del cloud computing. Parlando con The Atlantic, Pirc ha commentato:

“C’è molto interesse per il cloud ma tanta gente è ancora titubante, quindi vedere la CIA che lo adotta, e lo fa in modo così dirompente, è un messaggio molto forte”.

Il sacro caos e la “forza burrascosa della distruzione creativa”

Creazione, epifania, genesi, profezia, rapimento, sacrificio, ira; sono queste le parole dal significato sacro sparse per tutto l’Antico e il Nuovo Testamento, ancora cariche di significato divino per i credenti. Amati dal clero e riveriti dai fedeli, questi termini consacrati sono difficilmente associati al logo della mela morsicata di Apple o alla secolarmente profana voce robotica di Alexa.

Ma nel culto odierno dell’alta tecnologia e di Internet – dove imprenditori come Steve Jobs e Mark Zuckerberg sono stati elevati al livello di profeti o faraoni, e le start-up vengono evangelizzate ai TED Talks come la panacea per problemi che spaziano dal tenersi in forma alla crisi dei rifugiati – un nuovo lessico ecclesiastico si sta facendo strada. Il concetto chiave di questa pseudo-religione dei Big Data è quello di rottura, un termine spesso evocato che indica la sostituzione di vecchi mercati e modelli di business con le nuove innovazioni tecnologiche.

Come il pioniere della Silicon Valley, informatico e studioso Jaron Lanier ha evidenziato nel suo libro del 2013 Who Owns the Future?:

“Al termine “rottura” è stato attribuito uno status quasi sacro nei circoli tecnologici del business…Rompere è il risultato più celebrato. Nella Silicon Valley, si sente sempre che questo o quel settore è maturo per la rottura. Ci piace illuderci che la rottura implichi maggiore creatività. Ma non è così. È sempre la stessa storia.”

Per Lanier – un fervente difensore del capitalismo – la parola viene usata impropriamente per esprimere il potenziale liberatorio della nuova tecnologia, quando in realtà il predominio delle grandi aziende tecnologiche ha portato a un mercato ristretto dominato da “un numero limitato di agenzie di spionaggio in posizioni pervasive”. Il panorama digitale è quindi diventato il feudo delle imprese monopolistiche che esercitano un pugno di ferro sui concorrenti e sulle merci principali dei Big Data: gli utenti di Internet e le loro informazioni personali.

Per Foster, questo processo è assimilabile al neoliberismo – l’ideologia capitalista prevalente che impone il controllo senza ostacoli su tutti gli aspetti della vita pubblica da parte del capitale finanziario e del mercato. Foster osserva che l’ortodossia neoliberale è radicata nel concetto di distruzione creativa, idea associata alla parola d’ordine “rottura”.

Il concetto di distruzione creativa fu introdotto nel 1942 dall’economista austriaco-americano Joseph Schumpeter per descrivere un processo di costante cambiamento insito nel capitalismo, in cui imprenditori emergenti agiscono come “forze innovative” tramite una “perenne tempesta di distruzione creativa” che disorganizza e sposta gli equilibri della concorrenza, rimodella i mercati globali e apre la strada per l’emergenza di nuovi monopoli come, ad esempio, le aziende leader della Silicon Valley.
“Una delle componenti chiave dell’ideologia neoliberista è l’apertura del sistema alla crescita senza restrizioni delle corporation e delle potenze monopolistiche ”, ha detto Foster a MintPress News, aggiungendo:

“L’era neoliberale ha quindi visto uno dei più grandi periodi di crescita di sempre nel potere monopolistico, in particolare nei settori cibernetico e digitale. Si consideri che né Google, né Amazon né Facebook esistevano 25 anni fa e Facebook non esisteva neanche 15 anni fa. Tra il 2016 e il 2017, Amazon ha registrato un aumento del 51% della capitalizzazione di mercato. Queste sono gigantesche imprese monopolistiche”.

Foster ha continuato spiegando:

“In generale, il capitalismo è un sistema che cerca di superare tutti i limiti nella sua produzione e vendita di merci, mercificando ogni cosa esistente – e oggi, nell’era del capitalismo monopolistico-finanziario e del capitalismo di sorveglianza, questo significa intromettersi in ogni aspetto dell’esistenza allo scopo di manipolare non solo il mondo fisico, ma anche le menti e le vite di tutti. È questo il nucleo centrale del capitalismo di sorveglianza.

Ma questo stesso capitale finanziario monopolistico ha come contropartita la crescente centralizzazione del potere e della ricchezza, l’aumento del controllo sul monopolio, l’espansione del militarismo e dell’imperialismo e sempre maggior potere alla polizia. È ciò che il teorico politico Sheldon Wolin ha definito “totalitarismo invertito”, in cui il crescente controllo totalizzante della popolazione e la distruzione delle libertà dell’uomo sono mascherate da un’ideologia individualistica”.

Ora che Amazon si avvicina al suo venticinquesimo anniversario, Foster fa notare che è diventato “un vasto impero della mercificazione culturale (o anti-culturale)” – e il fatto che sia l’editore del Washington Post rende evidente la fusione dell’impresa monopolista con l’apparato statale dell’imperialismo USA .

Amazon si impossessa del “giornale dei record”, ovvero “la democrazia muore nelle tenebre”

Da quando Jeff Bezos ha acquistato il Washington Post nel 2013 per $250 milioni, il principale quotidiano della capitale americana si è trasformato nel baluardo della Fortezza Amazon. Al di là di qualsiasi squadrone d’élite di lobbisti o dei contratti con l’Homeland Security o la National Security State, il ruolo influente del giornale che plasma l’opinione pubblica e che è il principale organo d’informazione della classe politica dà a Jeff Bezos e ai suoi colleghi un accesso senza precedenti alle sale del potere imperiale.

“Ovviamente è un problema quando un business potente e monopolistico come questo con un proprietario così autoritario è anche nel settore dei media”, ha commentato Yasha Levine, aggiungendo:

“La situazione è questa: Amazon è un importante appaltatore della CIA, e questo importante appaltatore possiede anche uno dei giornali più importanti del paese – che guarda caso dovrebbe investigare sulla CIA e su questioni di sicurezza nazionale.”

Da quando Donald Trump è salito al potere lo scorso gennaio, “Amazon Washington Post” è stato l’obiettivo delle ire del presidente come esempio supremo di “spacciatore di fake news”. Se è vero che alcuni attacchi di Trump al Post possono sembrare semplici sfoghi su Twitter contro un legittimo scrutinio giornalistico, bisogna riconoscere che il giornale, una volta celebrato per la pubblicazione dei rivoluzionari Pentagon Papers del 1971, serve oggi prepotentemente da pulpito per i detrattori del presidente nella cosiddetta “resistenza” liberale, e da portavoce di un’ala aggressivamente neoliberista negli Stati Uniti.

“Il Washington Post è sempre stato un giornale liberal-capitalista, un arbitro dell’ideologia capitalista e un difensore dell’impero degli Stati Uniti, [ma] ora è diventato, come parte dell’impero Bezos, qualcosa di peggio”, osserva Foster.

Non passa un giorno senza che il Post pubblichi una sfilza di storie che cercano di smascherare “interferenze russe”, che avrebbero favorito Trump attraverso i social media o le “fake news”. Sulla base di pareri “esperti” del centro studi sui media “indipendente” PropOrNot, il Post ha accusato MintPress e pubblicazioni come Black Agenda ReportCounterPunch e Truthout di essere piattaforme di propaganda legate al Cremlino, senza mai citare uno straccio di prova. Nella sua lista nera il gruppo ha affiancato indistintamente siti di informazione indipendenti e eterogenei ad outlet più dichiaratamente estremiste come Infowars di Alex Jones e il sito web neo-nazista The Daily Stormer.

Il Washington Post sembra avere intrapreso una sorta di guerra ideologica contro basilari istanze progressiste, ha spiegato Foster:

“Di recente ha pubblicato un articolo che descrive come ideali di “estrema sinistra” l’assistenza sanitaria universale o la protezione dei parchi nazionali, come se anche queste tradizionali cause della sinistra liberale fossero ora ben al di fuori della portata di un panorama politico accettabile – una posizione chiaramente concepita per spostare il dibattito politico sempre più a destra. Bezos e Amazon sono semplicemente i simboli di questa regressione sociale, al pari dell’attuale occupante della Casa Bianca”.

Per Levine, questa tendenza – si pensi il sito scandalistico The Intercept che è stato acquistato dall’imprenditore miliardario della Silicon Valley e co-fondatore di eBay Pierre Omidyar – va oltre il solo Post. Levine ha commentato:

“Si tratta della questione più ampia della strada imboccata dalla Silicon Valley, con le sue aziende costruite sulla sponda delle attività dominanti su Internet; e se si dominano gli affari, si domina la narrazione della società e dei media – così funzionano le cose”.

Foster è d’accordo e non usa mezze parole per descrivere il pericolo rappresentato dal crescente potere di Amazon nella società americana:

“La democrazia può essere definita in vari modi, ma nessuna definizione di democrazia – non importa quanto speciosa – è coerente con una società in cui esiste un potere così vasto e monopolistico di una sola classe, e dove l’infrastruttura della vera democrazia (educazione, comunicazione, scienza, cultura, dibattito pubblico, canali di pubblico dissenso) è stata demolita.

Per questo ed altri motivi, la società americana e gran parte del mondo capitalista si sta spostando dal neoliberismo verso ciò che si potrebbe meglio definire come neofascismo”.






martedì 26 giugno 2018

DISOBBEDIRE E RESISTERE di Paolo Becchi

[ 26 giugno 2018 ]

L'Unione europea sta per adottare un provvedimento gravissimo che riguarda il web. 
In pratica si tratta di una censura preventiva, universale e assoluta. 
Di Maio ha affermato che l'Italia non recepirà la norma.
Ben detto! Disobbedire e Resistere!





L’establishment globalista è in serie difficoltà. Il voto popolare, quindi il normale processo democratico, sta mettendo in ginocchio il progetto neoliberale di superamento degli Stati nazionali. Per questo i “globalisti” corrono ai ripari. Un tempo, quando era la politica ad avere un ruolo di supremazia sull’economia, i partiti cercavano di farsi carico delle istanze popolari espresse nelle urne. Oggi la sovranità popolare ha lasciato il posto alla dittatura della finanza e i gruppi di potere sovranazionali sono invece propensi a soffocare il dissenso.
Per questo il Comitato Affari Legali del Parlamento europeo, cioè la commissione giustizia dell’Europarlamento (JURI), ha approvato il testo di una Direttiva che prevede la tutela del diritto d’autore. Dietro la maschera della salvaguardia del copyright si cela in realtà un atto sconcertante, un passaggio fondamentale per la distruzione della democrazia in Europa.
In particolare vi sono due articoli molto controversi. L’articolo 11 che introduce una tassa sui link, con l’obbligo per tutte le piattaforme on-line (Facebook, Google, Twitter etc. ) di acquistare licenze da società di media prima di poter postare link con qualsiasi tipo di contenuto, e l’articolo 13 sul cosiddetto “filtro di caricamento“, cioè un controllo sull’eventuale violazione del copyright su tutto quanto venga caricato sul web all’interno della Ue.
Insomma una camicia di forza per la rete. Nessuno potrà più condividere direttamente post, video e articoli sui social. Le grandi piattaforme – come ad esempio Facebook e Twitter – dovranno prima verificare il rispetto del copyright. Una follia che impedirà alle informazioni di circolare liberamente. E nulla c’entra la pur condivisibile tutela del diritto d’autore, infatti chi oggi scrive sui giornali o pubblica libri vede il suo diritto tutelato dalla vigente normativa, che lascia all’editore la facoltà di pretenderne il rispetto da parte dell’autore (e di chi diffonde l’opera), o viceversa.
Non tutto è ancora perduto. E bene ha fatto Claudio Messora, il primo in Italia ad aver richiamato l’attenzione sulla gravità di questa direttiva, a iniziare una raccolta di firme per constrastarla. Il testo della direttiva dovrà essere approvato dal Parlamento europeo, cioè dall’Aula, dove all’interno dei due partiti di maggioranza (Ppe e Pse) vi sono parecchi mugugni. L’appuntamento è per il 4 luglio, ma non è escluso un rinvio a fine anno.
Poi c’è un altro aspetto. La nuova normativa sarà adottata tramite una Direttiva, cioè un atto giuridico della Ue che, per poter produrre i suoi effetti, necessita di un atto di recepimento da parte degli Stati membri. In Italia attraverso una legge ordinaria. Fino a quando ci sarà questa maggioranza giallo-verde possiamo almeno ragionevolmente pensare che una tale direttiva non verrà mai recepita.
Ma il nostro dissenso deve farsi sentire anche in Europa.
* Fonte: Byoblu

sabato 23 giugno 2018

VENITE FUORI DAI "SOCIAL"

[ 23 giugno 2018 ]

Quello nella foto accanto è Jaron Lanier, vero e proprio guru della "rivoluzione digitale", un'autorità indiscussa della Silicon Valley.

E' uscito anche in Italia, per i tipi de Il saggiatore, il suo ultimo libro. Il titolo è inequivocabile: Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social.

Tesi: i cosiddetti social network sono un'arma di distrazione e di distruzione di massa.

«I social ti limitano la libertà di scelta, sono il principale catalizzatore della follia contemporanea, ci stanno trasformando in una manica di stronzi — sempre parole di Lanier —, stanno minando la verità, la nostra capacità di provare empatia, la nostra possibilità di essere felici, di vivere dignitosamente e persino di mantenere in piedi le nostre democrazia». 
Lanier, che certo conosce bene ciò di cui parla, denuncia che gli algoritmi su cui si basano i "social" non sono innocenti, non sono neutrali, ma costruiti in base a cinici modelli di business che non solo sono manipolatori ma creano una dipendenza di massa.


Uscire dai "social" è quindi l'unico modo per fuggire dalla gabbia, per non farsi fregare. «Devi farlo per la tua integrità, non solo per salvare il mondo», scrive Lanier, che quindi ricorre ad una metafora. L'umanità, sostiene il Nostro, si divide tra cani e gatti, tra chi è obbediente e prevedibile e chi invece è autonomo e imprevedibile: 

«Questo libro spiega come diventare gatti. Come restare autonomi in un mondo in cui siamo costantemente sorvegliati e sollecitati da algoritmi gestiti dalle più ricche corporation della storia, la cui unica fonte di guadagno consiste nel farsi pagare per manipolare il nostro comportamento».
Ricordate lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica? Per Lanier è solo la punta di un iceberg.

Quanto afferma Lanier, in un certo senso, ci consola. Non perché siamo trinariciuti, o luddisti rispetto ad internet. Noi siamo stati sempre molto scettici sul fatto che i cosiddetti "social" fossero buoni strumenti di comunicazione e di sensibilizzazione politica e sociale. Se ci fate caso l'esplosione dei "social" è il risultato della distruzione della vera e propria comunicazione sociale, della distruzione delle tradizionali connessioni comunitarie, Facebook le ha rimpiazzate infatti, sostituendole con quelle virtuali, che per loro natura si fondano sull'atomizzazione e l'individualismo.

Una cosa è usare i "social" come strumenti secondari e collaterali di comunicazione e mobilitazione, un'altra è farne il luogo principale, prioritario, se non addirittura esclusivo. 

Non si tratta solo di smettere di aiutare grandi multinazionali a fregarci e fare profitti stellari; si tratta smettere di alimentare processi colossali di manipolazione a auto-manipolazione; si tratta di rifiutare una specie di autoreclusione nel virtuale che è funzionale a chi ci vuole impotenti, e che contribuisce a farci sentire tali. 



mercoledì 20 dicembre 2017

NAZIONALIZZARE FACEBOOK di Sandokan

[ 20 dicembre 2017 ]

Lo so, ora mi prenderete per matto. Ma io vi dico che uno stato sovrano, certo nel pieno rispetto dell'art.21 della Costituzione — «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure»— dovrebbe assumere il pieno controllo della rete. 

Non dico che devono diventare di proprietà pubblica tutti i server, dico che lo dovrebbero diventare tutti i diversi provider che rifiutano di attenersi all'art. 41 della Carta:

«L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». 
Qui sta il punto con internet: che grandi monopolisti a stelle e strisce (anzitutto Facebook, Google, Twitter e Amazon per altri versi) svolgono la loro attività violando la Costituzione in quanto contrastano "con l'utilità sociale e recano danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Aggiungo: alla salute ed alle capacità cognitive ed intellettuali dei cittadini.
Sui danni letali, psicologi, biologici e antropologici che questi mostri americani di internet stanno causando alle nuove generazioni, vi consiglio di leggere con molta attenzione quanto scriveva ieri in un editoriale sul Corriere della sera  l'insospettabile Massimo Gaggi.


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INTERNET SOTTO ACCUSA
I pentiti dell’utopia digitale

di Massimo Gaggi


La missione fallita di Twitter nelle parole del cofondatore, Evan Williams: «Credevo che dare più libertà alla gente di scambiare idee e informazioni in rete bastasse di per sé a creare un mondo migliore. Sbagliavo, Internet è a pezzi». Poi l’ex presidente di Facebook, Sean Parker, che si definisce obiettore di coscienza dei social media dopo aver visto come «Facebook e gli altri hanno costruito il loro successo sullo sfruttamento della vulnerabilità della psicologia umana: Dio solo sa cosa stanno facendo al cervello dei nostri figli».

In mezzo pentimenti e denunce di molti manager che hanno partecipato alla costruzione del mondo digitale nel quale viviamo: da Tristan Harris, ex design ethicist di Google («i tecnici che hanno creato la tecnologia che ti spinge a consultare in continuazione il cellulare tra loro la chiamano brain hacking », hackeraggio del cervello) a Roger McNamee: «Ho investito e guadagnato molto con Google e Facebook nei primi anni, ma oggi mi rendo conto che, come nel caso del gioco d’azzardo, della nicotina, dell’alcol e dell’eroina, Facebook e Google (quest’ultima soprattutto attraverso YouTube) producono felicità di breve periodo con pesanti conseguenze negative nel lungo termine: gli utenti non si accorgono dei segnali di dipendenza fino a quando non è troppo tardi. La giornata ha solo 24 ore e queste compagnie competono per conquistarne la maggior parte possibile. Il capo di Netflix dichiara che il suo principale concorrente «non è Amazon ma il sonno dei suoi spettatori».


Poi Antonio Garcia Martinez che confessa: «Per due anni ho avuto l’incarico di trasformare i dati di Facebook in denaro, usando qualunque strumento legale. Se fate ricerche su Internet o comprate oggetti in un negozio e poi trovate su Facebook delle pubblicità legate alle vostre ricerche e ai vostri acquisti, prendetevela con me: ho partecipato alla creazione di questa tecnologia». Oggi si dice pentito e legge con angoscia le notizie che arrivano dall’Australia: Facebook in una riunione con gli inserzionisti pubblicitari che doveva restare riservata ha detto di avere la capacità di individuare i teenager più vulnerabili «perché tristi, stressati, depressi, insicuri, sconfitti».

Ultimo, qualche giorno fa, Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook per la crescita degli utenti: ha confessato di sentirsi «tremendamente in colpa» per aver sviluppato le tecnologie che «stanno distruggendo il tessuto sociale». Per essere più chiari: a forza di like e pollici all’insù, «abbiamo creato un sistema di feedback alimentato dalla dopamina che distrugge il funzionamento della società. Niente più discorso civico, niente cooperazione. Invece disinformazione. E stravolgimento della realtà».

Denunce ormai numerose e impressionanti che non vengono da esterni con gli occhi rivolti al passato, ma dagli stessi protagonisti di una rivoluzione digitale che ha regalato progressi e novità entusiasmanti a tutti noi, ma dotata, al suo interno, di un enorme potenziale distruttivo: una materia da gestire con una saggezza che fin qui è mancata. Accuse a raffica che fanno riflettere, ma non vanno prese a scatola chiusa: vengono da «pentiti» che, dopo aver lasciato la Silicon Valley, si sono messi a fare altro e possono avere interesse a ripudiare le loro esperienze precedenti. Come il Palihapitiya della riscoperta della dimensione etica: le sue riflessioni morali trasformate in sonori atti d’accusa sembrano sincere, ma forse servono anche a dare lustro a Social Capital, la sua nuova società d’investimenti «dal volto umano».

C’è dell’altro, però: le prime risposte di Big Tech. Dopo aver opposto per anni un ostinato silenzio alle accuse degli scienziati e dei media, Facebook è uscita allo scoperto riconoscendo le sue responsabilità politiche e promettendo un’efficace autoregolamentazione solo quando, nel clamore del Russiagate, ha temuto che le regole arrivassero per legge. Poi un sorprendente comunicato per rispondere al suo ex vicepresidente nel quale la società non sostiene che Palihapitiya dica il falso. Solo che «quando Chamath era con noi eravamo un’azienda focalizzata sulla crescita. Allora eravamo una compagnia diversa. Ma lui è andato via sei anni fa. Oggi siamo cresciuti e siamo consapevoli delle nostre responsabilità». Insomma: errori di gioventù, siamo cambiati, fidatevi di noi.

E i danni sociali fatti finora? Anche qui, dopo un lungo silenzio, quattro giorni fa da Facebook è venuta un’ammissione attraverso un post del capo della ricerca del gruppo, David Ginsberg e della ricercatrice Moira Burke: passare troppo tempo sui social media fa male. Per i maliziosi è solo una finta ammissione: i due poi spiegano che a far male è l’uso passivo dei social, mentre se uno è attivo, se interagisce con like, cuoricini e commenti, i danni non ci sono. Ma intanto il muro è stato infranto: si riconosce il valore di studi scientifici fin qui ignorati.

E la ricerca delle debolezze psicologiche dei ragazzi australiani che non è storia di 6 anni fa ma di oggi? In un’altra nota Facebook non nega, ma dice che le notizie pubblicate sono fuorvianti: «Non offriamo (agli inserzionisti) strumenti per bersagliare gli utenti sulla base del loro stato emotivo». Controreplica di Martinez: e allora perché «offrite sistemi di targeting basati su tecniche psicometriche per delimitare, nell’audience, dei sottoinsiemi più suscettibili al messaggio di un inserzionista?». Per la prima volta, dunque, qualcosa si muove nella Silicon Valley, ma è difficile che queste società, tenute a puntare soprattutto al profitto, riescano a trasformare i social in prodotti dotati di una coscienza. L’esempio più significativo della «sbadataggine etica» arriva dal fondatore di LinkedIn, Reid Hoffman. I social media creano dipendenza? Bè, sì, un pò, ammette.

E poi minimizza: «È già successo altre volte, ad esempio con lo zucchero». Hoffman dimentica (o forse non sa) che mezzo secolo fa, ai tempi dell’esplosione del consumo dello zucchero negli Usa, media e scienziati che ne sottolineavano i pericoli furono messi a tacere dalla lobby dei dolciumi e delle bibite. Risultato: oggi l’America è un Paese di obesi con un’epidemia di diabete, anche infantile, senza precedenti. Aspetteremo passivamente anche l’arrivo di un’epidemia di diabete digitale?


* Fonte: CORRIERE DELLA SERA del 19 dicembre

venerdì 17 novembre 2017

PRISM: INCHIESTA SULLA SORVEGLIANZA E LA MANIPOLAZIONE DIGITALE

[ 17 novembre 2017 ]

Nell'agosto del 2000 si svolse ad Assisi l'annuale Campo Antimperialista. Uno degli ospiti fu il neozelandese Nicky Hager, che scoprì e denunciò il gigantesco sistema di spionaggio ECHELON.
Fu uno scoop assoluto. 

Da allora di acqua sotto i ponti della sorveglianza digitale ne è passata molta. ECHELON impallidisce davanti a PRISM, il programma denunciato da Snowden, frutto dell'accordo tra NSA e numerose giganti del mondo digitale come Google, Microsoft, AOL e Skype....
 * * * 

di GIAN PIERO SIROLI e DOMENICO BOCHICCHIO


L’invasione della privacy è un male forse necessario ed inevitabile, almeno entro certi limiti, per circoscrivere gli abusi che derivano inevitabilmente dall’anonimato completo. Ma questa concessione deve essere regolamentata in modo coerente ed efficace. Se ciò non avviene, come hanno dimostrato la vicenda Snowden e tanti altri casi emersi dopo, questa dinamica si può trasformare in un rischioso strumento di manipolazione e controllo politico, sociale ed economico, con derive molto preoccupanti. 

Giugno 2013: gli scoop pubblicati sul Washington Post1 e sul The Guardian2rendono nota per la prima volta l’esistenza di un ampio programma di sorveglianza cibernetica statunitense di nome PRISM, grazie alle rivelazioni di un certo Edward Snowden, esperto di sicurezza informatica ed ex-consulente della National Security Agency (NSA) statunitense fino ad allora sconosciuto. Attività e procedure della NSA nel contesto dello spazio digitale sono così rese di pubblico dominio, evidenziando capacità di intercettazione e raccolta dati fino a quel momento insospettate e svelando un esteso sistema di intercettazione, massiva e prolungata nel tempo, di numerosi leader politici ed alte cariche statali in tutto il mondo, incluse quelle di paesi amici ed alleati; unico esempio per tutti, Angela Merkel, primo ministro tedesco, le cui comunicazioni erano già state messe sotto controllo fin dal 20023, quindi ancor prima che diventasse cancelliere, e che in seguito mostrerà decisamente di non apprezzare questa particolare attenzione nei suoi confronti. Secondo successivi articoli di Der Spiegel4 la vastità delle intercettazioni si estende ad organizzazioni internazionali come l’ONU e l’Unione Europea, a grandi reti di telecomunicazione e network protetti e sensibili, con una attitudine estremamente aggressiva di penetrazione su numerosissimi obiettivi in svariate dozzine di nazioni in tutto il mondo. Snowden afferma che la raccolta di informazioni, a volte in parte condivisa tra differenti paesi, sia una attività necessaria ed utile per i servizi di intelligence di tutti i paesi, ma dichiara di voler denunciare l’accesso abusivo alle infrastrutture digitali e l’automatizzazione delle operazioni di raccolta,
immagazzinamento ed analisi dei dati, che complessivamente vanno a delineare un sistema di sorveglianza globale di dimensioni gigantesche e senza precedenti nella storia.

L’equilibrio tra sicurezza nazionale e privacy individuale è estremamente difficile da raggiungere e, considerata la scala del fenomeno, Snowden ha ritenuto necessario svelarne l’esistenza per aprire un dibattito pubblico al riguardo, anche perché, afferma5, buona parte dei documenti e del materiale raccolto non ha strettamente a che fare con attività di terrorismo o di sicurezza nazionale ma con aspetti di competizione
Nicky Hager
internazionale di natura economico-finanziaria o con valenza politica. Si tratterebbe dell’equivalente cibernetico di una rete a strascico insomma, che potrebbe rappresentare una importante invasione della privacy individuale e dei diritti civili e che necessita di una opportuna regolamentazione. Un ultimo aspetto da tenere in considerazione è che le rivelazioni stesse mostrano un rapporto molto intricato ed interdipendente tra le attività della NSA (e la CIA come si scoprirà in seguito), e la sfera economico-industriale, e quindi tra un progetto geopolitico ed una “guerra” economica, con una certa confusione di ruoli tra interesse pubblico e privato.

PRISM

Nel 2008 una speciale Corte USA (FISA, Foreign Intelligence Surveillance Court) approvava formalmente il programma PRISM che configura un accordo tra NSA e numerose giganti del mondo digitale, come Google, Microsoft, AOL e Skype, molte delle quali in tempi diversi smentirono formalmente il coinvolgimento e la collaborazione con l’agenzia di intelligence. Raccogliendo dati direttamente dai sistemi e dalle reti di questi provider, PRISM permetteva di intercettare comunicazioni ed accumulare una grande mole di informazioni su cittadini statunitensi e non, realizzando così un esteso sistema di sorveglianza approfondita su comunicazioni in tempo reale o dati immagazzinati in email, chat video, foto, file e social network. Apparentemente anche il GCHQ, l’equivalente britannico della NSA, oltre a raccogliere dati tramite un proprio programma di sorveglianza (Tempora6), attraverso l’intercettazione del flusso di traffico di numerose connessioni a fibra ottica costituenti la dorsale di Internet, raccoglieva informazioni di intelligence dalle stesse compagnie sopra citate proprio attraverso un accordo con la NSA, forse aggirando le procedure legali richieste in Gran Bretagna per raccogliere quel tipo di materiale al di fuori del paese.
Edgar Snowden

Le rivelazioni di Snowden gettano luce anche su una parte degli strumenti interni di NSA, dei quali un catalogo “classificato” finisce addirittura online7; il catalogo in questione contiene non solo strumenti “passivi” di intercettazione ma anche “attivi” di attacco
cibernetico8 consistenti nell’installazione di malware persistente, per uso futuro, anche nelle infrastrutture di paesi alleati. Questo sistema di sorveglianza globale di NSA sfrutta le vulnerabilità del software su ogni tipo di dispositivo (server, desktop, laptop, firewall, routers, reti telefoniche e di controllo industriale), spesso iniettando nuove vulnerabilità a livello di firmware o di BIOS. Tutto ciò configura di fatto una vera e propria “rete ombra” mondiale adibita alla sorveglianza ma non solo, dimostrando così, se ancora sussistessero dei dubbi, che Internet è “militarizzato” ormai da tempo.
Dalle informazioni divulgate da Snowden si evince inoltre come la NSA faccia ricorso ad un uso estremamente esteso di personale esterno nelle sue attività di outsourcing, presumibilmente varie migliaia di persone, allo scopo di accrescere le proprie capacità operative. Tale personale fa capo a molte imprese del settore privato, spesso multinazionali molto note nel campo delle tecnologie informatiche e delle comunicazioni, che collaborano con l’agenzia per assicurare supporto tecnico, partecipare alla ricerca o per semplice formazione. Purtroppo la conseguenza quasi inevitabile di questa numerosissima schiera di collaboratori esterni, è l’alto rischio di perdita di controllo del personale (proprio come nel caso di E.Snowden appunto), e degli strumenti informatici utilizzati. A partire dall’estate del 2016 ad esempio, un gruppo di hacker, denominatosi “Shadow Brokers”, ha iniziato a rilasciare in rete a più riprese porzioni di un vasto arsenale software appartenente alla NSA9, con la immediata conseguenza di una diffusione immediata di tali strumenti tra i tecnici del settore. Questo evento ha inciso profondamente anche sulla sicurezza cibernetica internazionale a livello globale, poiché’ il materiale divulgato ha consentito a individui dotati delle competenze tecniche necessarie di elaborare a punto malware di varia natura in grado di penetrare anche sistemi aggiornati e protetti. L’arsenale messo a disposizione dagli Shadow Brokers è stato alla base di almeno due ondate di attacchi nel 2017 (WannaCry a maggio, e Petya a fine giugno) con importanti gravi conseguenze a varie infrastrutture informatiche anche critiche, come ad esempio quella del Sistema Sanitario Nazionale Britannico (NHS)10.

SICUREZZA E PRIVACY

In sostanza il problema alla radice di tutto si può riassumere con una frase: chi custodirà i custodi? Se poniamo la nostra sicurezza, e la nostra fiducia e la nostra privacy, nelle mani di “guardiani” invisibili che operano da posizioni di assoluto potere (si suppone nell’interesse del bene collettivo), c’è effettivamente modo di assicurarsi dell’effettiva bontà del loro operato? E’ un interrogativo affascinante, che qualcuno ha pensato di porsi per la prima volta circa 1900 anni fa (nello specifico, Giovenale, retore romano, nelle sue “Satire”11). E quasi due millenni più tardi, a riportare in auge la questione cruciale è proprio Edward Snowden che, lasciandosi alle spalle relazioni personali, aspirazioni professionali ed ogni altro aspetto della sua vita precedente, “per il bene della libertà”12 decide di portare alla luce un vastissimo sistema di sorveglianza, una vera e propria invasione della privacy dei cittadini su una scala mai vista prima, invasione la cui portata ha lasciato sgomento chiunque avesse le conoscenze tecniche per comprenderla appieno.

Appare ormai evidente che la produzione di informazioni personali da parte di ognuno di noi, anche involontaria ed inconsapevole, sembra quasi inevitabile nelle moderne società connesse, permettendo la generazione quasi automatica e sempre più precisa della cosiddetta “digital footprint”, cioè “l’impronta digitale” di un individuo, creata durante la sua attività sulla rete. La raccolta di dati e informazioni personali di milioni di cittadini tramite messaggistica privata, e-mail, ricerche internet, pubblicazioni su social network, l’acquisizione di comunicazioni vocali ed ogni forma possibile di dato identificativo personale, mette a serio rischio la privacy individuale. Ogni telefono cellulare, smartphone o PC connesso in rete o ad un sistema GPS può essere sfruttato per rendere il proprietario rintracciabile o per indagare abitudini e comportamenti (si pensi, banalmente, ai servizi di geolocalizzazione o alla cronologia delle ricerche su Google, a cui tanti servizi pubblicitari dichiarano di voler accedere e che potrebbero essere messi in vendita). Scalando e amplificando questo fenomeno apparentemente inevitabile e di poca importanza, si possono cogliere alcune delle implicazioni di quanto portato alla luce da Edward Snowden.

La domanda è: cosa diventa possibile se invece di dati pubblicamente disponibili o informazioni che possiamo apparentemente decidere di divulgare o meno, diventassero di uso comune tecnologie necessarie per raccogliere ogni tipo di comunicazione e messaggio prodotto da un individuo senza bisogno di alcun consenso? La risposta è che, tramite una approfondita e dettagliata analisi dei dati raccolti diventa possibile una profilazione digitale, di fatto una descrizione comportamentale, estremamente accurata di chiunque, quasi senza alcuna eccezione, e sicuramente senza alcuna possibilità di difesa o protezione per chiunque non abbia conoscenze e competenze tecniche estremamente specifiche.

Sorge spontaneo a questo punto chiedersi se sia realistico che tali operazioni siano realmente possibili dal punto di vista tecnico. Oltre alla mole spaventosa di dati da acquisire e gestire (si parla del tracciamento di decine di milioni di utenti) e alle difficoltà oggettive di accedere a sistemi informatici senza lasciare tracce evidenti, molto spesso le comunicazioni private sono protette da sistemi di cifratura (encryption) che oscurano il traffico dati rendendolo incomprensibile ad un attaccante esterno. E proprio questo è il primo punto su cui le rivelazioni di Snowden hanno sconvolto il mondo.
Il sopracitato PRISM e altri programmi di sorveglianza globale emersi (ad esempio X-Keyscore13), utilizzano una combinazione di più risorse per aggirare tali misure protettive: per esempio, “falle” di sicurezza presenti nel codice delle applicazioni più frequentemente utilizzate, oppure accordi con le aziende che mettono a disposizione il canale di comunicazione (gli Internet Service Provider) e stessi produttori di hardware, che vengono persuasi a compromettere la sicurezza di ciò che vendono al consumatore finale (noi). Oppure ancora veri e propri estesi “campi” di sensori per l’intercettazione delle telefonate, o attacchi di “forza bruta” che invalidano le tecniche di cifratura grazie ad una potenza di calcolo disponibile soltanto a chi dispone di risorse ingenti. Questi sono alcuni dei metodi emersi dai documenti pubblicati e descritti in grande dettaglio, a riprova che la presunzione che i metodi tradizionali di protezione riescano a difendere le nostre comunicazioni o il nostro traffico in rete di ogni giorno, ad oggi, sia spesso un’illusione.

Ma rinunciare alla segretezza può essere utile per innalzare il livello di sicurezza generale? In altri termini, il concetto può essere così riassunto: “non ho nulla da nascondere, non mi disturba che mi osservino”. Alcuni dei documenti pubblicati, ad esempio, spiegano come grazie all’accurata attività di monitoraggio del solo programma XKeyscore fosse stato possibile catturare circa 300 terroristi in un solo anno14.
I documenti diffusi da Snowden chiariscono anche questo punto. I dati acquisiti tramite i mezzi appena descritti, infatti, non solo includono moltissimi individui mai connessi ad indizi di natura criminale o terroristica (Glenn Greenwald parla di 1.2 milioni di cittadini nella “watchlist” di uno dei programmi di sorveglianza15) ma spesso tocca ambiti assolutamente scollegati dalla sicurezza: competizione internazionale, finanza, dati sensibili relativi a multinazionali ed usati per avvantaggiare o sfavorire determinate compagnie, inibizione della libertà di espressione (ad esempio chiunque usi Tor16).
Un altro esempio storico rilevante a questo proposito è l’attività di FVEY17(Five Eyes, un’organizzazione di sorveglianza globale risalente al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale di cui facevano parte USA, UK, Australia, Canada a Nuova Zelanda), la cui esistenza era stata già resa di pubblico dominio negli anni ‘90.
La FVEY viene descritta da Snowden come un’entità “super-nazionale”18, non sottostante ad alcuna legge dei paesi che la compongono. Molti dei documenti pubblicati nel 201319 implicano pesantemente che alcuni componenti della FVEY abbiano effettuato attività illegali di spionaggio su cittadini degli altri paesi membri. Le attività di raccolta dati della FVEY sono relative a realtà molto note (Al Jazeera, MasterCard, Visa, la stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite e giganti come Google o Yahoo!20) e include l’intercettazione di numerose importanti personalità.

Naturalmente, come già menzionato, la stragrande maggioranza delle attività di sorveglianza, spionaggio e profilazione venute alla luce con le rivelazioni del 2013, sono al limite della legalità. E’ per questo che, nonostante la maggior parte delle agenzie implicate nella divulgazione si sia trincerata dietro ai “no-comment” di rito, la pubblicazione dei documenti è stata seguita da feroci dibattiti riguardanti la questione privacy. A questo proposito vale la pena sottolineare un altro dei punti evidenziati da Snowden all’epoca della sua decisione di condividere il contenuto dei documenti secretati: il suo obiettivo, come lui stesso afferma nel reportage, non è stato quello di ergersi a difensore della privacy o di apparire come un eroe, anzi. Lui stesso dichiara che uno dei rischi maggiori a cui pensava di andare incontro non era soltanto quello comportato dalla sua azione (Snowden è stato infatti costretto a rendersi anonimo e chiedere successivamente asilo politico in Russia, nonché sottoposto ad una caccia all’uomo da parte del governo USA in quanto reo di aver divulgato segreti di stato) ma di personalizzare la vicenda e dare l’impressione di essere una fonte inaffidabile in quanto non imparziale per via delle proprie idee, un tentativo di delegittimare così alla base il dibattito stesso.
Il suo scopo è stato piuttosto accendere una discussione su un argomento molto delicato, fino ad allora rimasto in ombra, nonostante la vasta portata dello stesso.
Questo operare delle agenzie coinvolte spesso agli estremi limiti delle normative vigenti (ove ne esistano), quando non oltre, a volte al di fuori di ogni controllo in particolare sulla questione privacy, è inquietante. Ed è qui che si torna alla questione iniziale. Se da un lato è giusto e perfino legittimo che si possano verificare intrusioni nella privacy di individui quando le motivazioni lo richiedano21 e può essere assolutamente giustificabile che alcune attività di sorveglianza siano mirate a infrangere l’anonimato per intercettare e neutralizzare reti criminali, cellule terroristiche o combattere l’illegalità in generale, dall’altro lato il diritto alla privacy è altrettanto importante.
Solo per fare un esempio a questo proposito, molto concreto, TOR22 (The Onion Router, acronimo derivante dalla sua struttura di funzionamento) è un’applicazione liberamente disponibile in pubblico dominio che, usata nel modo corretto, dovrebbe23 garantire la quasi totale anonimità e non tracciabilità in rete, ed è usato frequentemente anche da chi desideri esprimersi liberamente contro i regimi oppressivi, specialmente quando viene esercitato un forte controllo sulla rete internet nazionale. Senza un tale strumento, sarebbe impossibile per qualunque dissidente manifestare il proprio dissenso o
semplicemente comunicare. Dall’altro lato tuttavia, TOR è sicuramente anche uno degli strumenti più usati per facilitare commerci o attività illegali di vario tipo, quali scambio e vendita di materiale pedopornografico, narcotraffico, vendita illegale di armi, denaro contraffatto e molto altro24.

CHI SORVEGLIA I CUSTODI?

In definitiva, se da un lato l’invasione della privacy è un male forse necessario ed inevitabile, almeno entro certi limiti, per circoscrivere gli abusi che derivano inevitabilmente dall’anonimato completo, dall’altro questa concessione deve essere regolamentata in modo coerente ed efficace, anche se il tentativo di disciplinare questo dominio risulta sicuramente di difficile attuazione. Se ciò non avviene, come hanno dimostrato i documenti pubblicati nel 2013 e in tanti altri casi emersi da allora, questa dinamica si può trasformare in un rischioso strumento di manipolazione e controllo politico, sociale ed economico, con possibili derive molto preoccupanti.
Se poi gli organi di sorveglianza non rendono pubbliche le vulnerabilità che identificano sfruttandole segretamente per aiutarsi nel difficile compito appena descritto, senza neanche informare almeno le compagnie produttrici interessate, viene di fatto impedita la correzione ed eliminazione di tali vulnerabilità, e ciò rende di conseguenza più insicuro l’intero ecosistema cibernetico mondiale, con gravi ed estese conseguenze a tutti i livelli. Gli attacchi derivati dall’attività del gruppo Shadow Brokers, descritti nell’articolo, costituiscono una prova evidente di ciò.

Mai come oggi la questione della privacy dei dati personali è scottante. Nell’era dell’interconnessione digitale più gli sviluppi delle tecnologie di informazione e comunicazione diventano pervasivi e apparentemente irrinunciabili, più l’intrusione nello spazio digitale individuale risulta invasiva e pericolosa. Sebbene la questione sia effettivamente sfaccettata e molto complessa, urge una presa di coscienza collettiva sull’argomento, prima che sia troppo tardi. La consapevolezza pubblica in questo dominio è terribilmente carente. Se è necessario delegare la gestione dei nostri dati privati e la tutela della nostra privacy ad organismi relativamente opachi che agiscano da “custodi” super partes (a causa della natura stessa delle informazioni trattate), che sia. Ma scegliamo consapevolmente e saggiamente tali custodi, e soprattutto i meccanismi di controllo per delimitare l’attività dei custodi stessi.
Le rivelazioni di E.Snowden costituiscono un affaire multidimensionale, con conseguenze a livello internazionale, sia a livello politico che strategico. In primo luogo vengono rese manifeste la valenza e le potenzialità della dimensione cibernetica e lo spazio che essa occupa nelle nostre vite quotidiane, sollevando in modo particolare la rilevanza nelle attività di intelligence. Come già sottolineato, tali operazioni costituiscono da sempre, ed inevitabilmente, una attività statuale opaca ma indispensabile degli stati-nazione, tuttavia l’attuale ampiezza dei mezzi mobilizzati e l’universalità dei bersagli costituiscono una “rottura” rispetto al passato. Riguardo a quest’ultimo aspetto si pone inoltre in modo diretto la questione delle libertà personali e dei diritti civili, in particolare in rapporto alla sicurezza nazionale ed internazionale, questione che forse in Italia meriterebbe un dibattito pubblico di approfondimento a livello politico e sociale. In questo contesto appare necessario mettere in opera efficaci meccanismi di controllo formali e sostanziali, a vari livelli, poiché l’intrusione nella privacy individuale deve essere attentamente regolamentata, potendo risultare potenzialmente dirompente dal punto di vista sociale e politico. Dove tracciare la linea tra sicurezza e privacy? Come regolamentare un argomento tanto delicato? Il dilemma è di importanza assolutamente primaria. Senza diritto alla privacy si rischia di porre seri limiti alla libertà di parola e di pensiero, con un possibile serio rischio per la democrazia.

NOTE

1  "US, British intelligence mining data from nine U.S. Internet companies in broad secret program"B.Gellman, L.Poitras, The Washington Post7 giugno 2013,  https://www.washingtonpost.com/investiga...
2  “NSA Prism program taps in to user data of Apple, Google and others”, G.Greenwald e E.MacAskill, The Guardian, 7 giugno 2013,  https://www.theguardian.com/world/2013/j...
3  “The NSA's Secret Spy Hub in Berlin”, Der Spiegel, 27 ottobre 2013,  http://www.spiegel.de/international/germ...
4  “Documents Reveal Top NSA Hacking Unit”, Der Spiegel, 29 dicembre 2013,  http://www.spiegel.de/international/worl...
5  Le rivelazioni note come NSALeaks sono documentate nel reportage “Citizenfour”, diretto da L. Poitras, disponibile pubblicamente online, https://www.youtube.com/watch?v=E8lW4_tp...
6  “A simple guide to GCHQ's internet surveillance programme Tempora”, Wired, 24 giugno 2013,  http://www.wired.co.uk/article/gchq-temp.... “Operation Tempora, massive tapping program conducted by Britain’s GCHQ”, Security Affairs, 23 giugno 2013,  http://securityaffairs.co/wordpress/1549.... Con PRISM e Tempora gran parte delle comunicazioni pubbliche su Internet era filtrata ed analizzata, senza particolari sospetti su mittenti e destinatari o specifiche indicazioni di organi legali o di indagine
7  “Catalog Advertises NSA Toolbox”, Der Spiegel, 29 dicembre 2013,  http://www.spiegel.de/international/worl.... Si veda anche “NSA’s ANT Division Catalog of Exploits for Nearly Every Major Software/Hardware/Firmware”,  https://leaksource.wordpress.com/2013/12...
8  “A close look at the NSA's most powerful internet attack tool”, Wired, 13 marzo 2014, https://www.wired.com/2014/03/quantum/
9  "NSA leaking: Shadow Brokers just dumped its most damaging release yet” , D. Goodin https://arstechnica.com/security/2017/04/nsa-leaking-shadow-brokers-just-dumped-its-most-damaging-release-yet/ , 4 aprile 2017
10  “WannaCry laid bare the NHS' outdated IT network – and it's still causing problems”, J. Medeiros http://www.wired.co.uk/article/nhs-cyberattack-it-ransomware , 24 maggio 2017. Si veda anche “The NHS trusts and hospitals affected by the Wannacry cyberattack”, V. Woollaston  http://www.wired.co.uk/article/nhs-trust... , 15 maggio 2017
11  “Quis custodiet ipsos custodes?”, Giovenale, Satire VI
12  “Man behind NSA leaks says he did it to safeguard privacy, liberty”, B. Starr, H. Yan http://edition.cnn.com/2013/06/10/politics/edward-snowden-profile/index.html , 10 giugno 2013
13  “XKeyscore”, M. Marquis-Boire, G. Greenwald, M. Lee  https://theintercept.com/2015/07/01/nsas...
14  “XKeyscore: NSA tool collects 'nearly everything a user does on the internet'“, G. Greenwald  https://www.theguardian.com/world/2013/j...
15  “Second leaker in US intelligence, says Glenn Greenwald”, E. MacAskill  https://www.theguardian.com/us-news/2014...

16  “Privacy tools used by 28% of the online world, research finds”, J. Kiss  https://www.theguardian.com/technology/2...

17  “The Five Eyes”, https://www.privacyinternational.org/nod...
18  “NSA Not Spying On Canadians, But The 'Five Eyes' Are”, D. Tencer http://www.huffingtonpost.ca/2014/07/04/nsa-spying-canada_n_5558336.html , 4 luglio 2014
19  “NSA files: what's a little spying between old friends?”, J. Borger https://www.theguardian.com/world/2013/dec/02/nsa-files-spying-allies-enemies-five-eyes-g8 , 2 dicembre 2013
21  Ad esempio nel caso recente dell’iPhone di uno dei responsabili dell’attacco terroristico del Dicembre 2015 a San Bernardino, e la disputa FBI-Apple che ha seguito la vicenda


23  “NSA and GCHQ target Tor network that protects anonymity of web users” , G. Greenwald
https://www.theguardian.com/world/2013/oct/04/nsa-gchq-attack-tor-network-encryption , 4 ottobre 2013
24  Per approfondire: “How Much Of Tor Is Used For Illegal Purposes?”, A.Woodward https://www.profwoodward.org/2016/02/how-much-of-tor-is-used-for-illegal.html , 9 febbraio 2016

* Fonte: Micromega

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