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mercoledì 11 gennaio 2017

LA CORTE OBBEDISCE di Leonardo Mazzei

[ 11 gennaio ]


Bloccati i referendum sui diritti dei lavoratori. A voucher ed appalti ci penserà il governo con una leggina, ad affossare il voto sull'articolo 18 ha provveduto oggi la Corte Costituzionale

Lunga è la storia delle sentenze politiche della Corte Costituzionale in materia referendaria. 

Inutile perciò stupirsi dello scandaloso pronunciamento di oggi. 
Scandaloso perché, al di là di appigli giuridici che sempre si possono trovare, la sostanza politica è chiara: sulla vergogna del jobs act lorsignori non consentono di discutere, tantomeno di votare.

La cosa è ancor più grave oggi, considerato quanto il tema della precarietà del lavoro sia sentito in questo momento nella società. 
Ed è ancor più grave dopo la grande partecipazione del 4 dicembre, che ha mostrato quanto sia forte il desiderio popolare di riappropriarsi dello strumento referendario. 
Forse è proprio per questo che si è voluto dare un chiaro segnale di chiusura. 
Insomma, il sistema si blinda.

Non facciamoci adesso ingannare dal fatto che gli altri due quesiti - sui voucher e sugli appalti - siano stati ammessi dalla Consulta. 
Su questi due temi siamo certi che non si voterà. 
Troppo facile è la strada di una modifica di facciata, giusto per cancellare il ricorso alle urne. 
Modifica che potrà avvenire nelle prossime settimane, o magari anche più avanti qualora il tutto venga superato dallo scioglimento delle camere, ma che comunque avverrà.

Che dire allora del commento quasi trionfalistico di un Di Maio che, anziché criticare la cancellazione del voto sull'articolo 18, ha affermato che «Questa primavera saremo chiamati a votare per il referendum che elimina la schiavitù dei voucher»? 
Di Maio, ma ci sei o ci fai? 
Questa primavera non ci sarà nessun referendum, perché continuare a vendere simili panzane?

Come ha notato la stessa Camusso, nelle settimane scorse forti sono state le pressioni sulla Corte. 
Forti e manifeste come mai accaduto nel passato. 
Dai palazzi della politica, come dai potentati economici, si è fatto sapere cosa si voleva in maniera esplicita. 
E si è perfino pubblicamente parlato dell'uomo che ha funzionato ad un tempo da collettore di queste richieste e da promotore di una "soluzione politica" che niente ha a che fare con il diritto. 
Quest'uomo è Giuliano Amato: un nome, un programma.

Mai come questa volta è stata chiara fin dal principio la divisione del lavoro tra Consulta e governo. 
Un modo di procedere che deve far pensare anche in vista della sentenza, prevista per il 24 gennaio, sull'Italicum.

La decisione di posticipare di brutto questa sentenza, inizialmente prevista per il 4 ottobre scorso, è sempre sembrata un robusto aiutone ai tanti che vogliono portare la legislatura fino al febbraio 2018. 
Non solo. 
Se tanto mi da tanto, la fedeltà sistemica dimostrata oggi dalla Corte fa pensare ad una sentenza che lasci in qualche modo spazio a nuove porcherie di tipo maggioritario comunque mascherate.

Detto in altri termini, nello scontro interno al blocco dominante tra il gruppo di potere renziano che vuole andare alle urne entro giugno, ed il vasto partito del rinvio del voto che punta alle "larghe intese", la Corte Costituzionale si è chiaramente schierata con il secondo.

Noi, ovviamente, non abbiamo preferenze tra questi due schieramenti, entrambi nemici. 
Ma resta il fatto - gravissimo - di una Corte Costituzionale asservita ai poteri oligarchici. 
Non è certo una novità nella storia italiana, e probabilmente i membri di nomina più recente non hanno certo migliorato la situazione. Una ragione di più per mobilitarsi in vista del 24 gennaio.

In quanto ai diritti dei lavoratori, cancellati con il Jobs Act, toccherà al nuovo parlamento ripristinarli. 
Che tutti, a partire dalla Cgil e dai Comitati per il NO, ne facciano da subito un tema centrale della prossima campagna elettorale, costringendo tutte le forze politiche a pronunciarsi chiaramente sul tema.

giovedì 21 gennaio 2016

IL FALLIMENTO DEL JOBS ACT di Emiliano Brancaccio

[ 21 gennaio ]

Matteo Renzi esulta per il dato Istat di gennaio sul calo della disoccupazione e attribuisce il risultato ai nuovi contratti di lavoro introdotti con il Jobs Act. Ma tra l’uno e l’altro non c’è alcun nesso comprovato. 
Basti notare che nel 2015 abbiamo registrato una modesta ripresa occupazionale in Europa: l’Italia non ha fatto altro che seguire la tendenza, tra l’altro con estremo affanno, posizionandosi sotto la media dei paesi membri dell’Unione e dell’eurozona (dati Eurostat). 

Del resto, dai primi studi dell’OCSE risalenti agli anni ’90 fino alle analisi empiriche più recenti, gli economisti sanno che non esiste una correlazione statisticamente significativa tra flessibilità dei contratti di lavoro e disoccupazione. I contratti flessibili possono al limite indurre un imprenditore a creare posti di lavoro in fasi di ripresa, ma quegli stessi contratti gli consentono poi di distruggere quegli stessi posti di lavoro al primo accenno di crisi: il risultato netto, tra creazione e distruzione di posti di lavoro, è zero. 

Né si può dire che gli sgravi contributivi introdotti dal governo abbiano dato risultati molto migliori. Ammesso che le decontribuzioni possano aver determinato un temporaneo incentivo ad assumere a tempo “indeterminato”, il risultato da marzo a novembre 2015 è un aumento di appena 37.000 contratti cosiddetti “a tutele crescenti”, a fronte di ben due miliardi di sgravi complessivi (dati Istat). Una intervista di Nello Trocchia all’economista Emiliano Brancaccio.


giovedì 21 maggio 2015

«LEI FAREBBE UNA SINISTRA NO EURO?» intervista a Stefano Fassina

[ 21 maggio ]

Volentieri pubblichiamo l'intervista Scenari Economici ha fatto il 19 maggio a Stefano Fassina. 


D. On Fassina, il Jobs Act mira a svalutare il lavoro, come lei ha già affermato. Inoltre, non crede che la disoccupazione ed il lavoro svalutato (fattori che si legano) siano un metodo per recuperare quella competitività erosa dall’euro? Perchè con un  alto tasso di senza lavoro diminuiscono i consumi e quindi anche l’inflazione pertanto si verifica un riallineamento macroeconomico competitivo che non può più essere fatto con la lira.
R. Sì, è cosi, non è una novità è la ricetta che domina l’agenda di politica economica dell’eurozona, raccomandata dalla commissione europea ai paesi che non hanno programma e imposta dalla TROIKA ai Paesi che hanno programma. La ricetta appunto per recuperare competitività è svalutare il lavoro in assenza di poter svalutare la moneta, il problema che come abbiamo visto in questi anni al di là della drammatica iniquità e peggioramento delle condizioni delle  classi medie che produce, genera un circolo vizioso, per cui l’economia si contrae, il rapporto percentuale debito-pil aumenta fino ad arrivare a livelli di insostenibilità, un cronico deficit di domanda aggregata e successivamente deflazione.
Purtroppo non vedo segni di correzione di rotta, c’è un’attenuazione dell’intensità dell’agenda delle politiche, ma non un’inversione di rotta. E’ come sempre più evidente dal terreno economico si finisce inevitabilmente sul terreno della democrazia. L’esempio greco purtroppo è drammaticamente dei nostri giorni.
Se la Grecia uscisse dall’euro, questa potrebbe recuperare anch’essa competitività nei settori del turismo ma anche attrarre aziende straniere nel Paese grazie ad una moneta competitiva ovvero la dracma, oltre a poter poi monetizzare il suo debito pubblico ripagandolo in dracme? Anzichè andare avanti con i prestiti della TROIKA in cambio di riforme, che come abbiamo visto in questi anni hanno al disastro la situazione economica del Paese.
Lei se la sente di dire che per la Grecia sia meglio uscire dall’Euro?
Certamente se l’alternativa è la prosecuzione dell’agenda della TROIKA credo non sia una scelta per la Grecia, sarà un drammatico evento perché il debito pubblico esplode, a livello politico è insostenibile e tuttavia non dobbiamo isolare la vicenda greco come un caso a sè. Questa dimostra in forma estrema che la ricetta non funziona noi dobbiamo mettere in evidenza che il problema non è la Grecia anche se aveva tutte le sue carenze e ritardi anche prima dell’euro. Il problema è che la ricetta europea ha aggravato la malattia fino a portare al decesso del Paese.
Non crede che sia impossibile attuare politiche economiche espansive in presenza dell’euro, perchè una politica del genere andrebbe ad aumentare l’inflazione e le importazioni, aumentando i gap competitivi in Europa?
Ma non c’è dubbio che la politica espansiva in un solo Paese con l’euro non è possibile e siccome non c’è disponibilità a riconoscere la necessità di politiche espansive a livello dell’Eurozona siamo in una trappola  che sta soffocando le economie europee tenendo a livelli inaccettabili  la disoccupazione e facendo aumentare i debiti pubblici.
Sulla nuova legge elettorale (Italicum) in realtà questa non rappresenta un vincolo esterno imposto anch’esso dall’Europa perché ci sia maggiore stabilità per i governi ma a vantaggio dei mercati, che in cerca di profitti non tollerano interferenze democratiche? E quindi si cerca di limitare la costituzione?
Il pacchetto Italicum revisione del senato, risponde a una visione plebiscitaria della democrazia e insieme alla necessità di costruire la maggioranza parlamentare su basi di consenso inevitabilmente ristrette, data la politica economica di svalutazione del lavoro. Certo, è in sintonia con lo svuotamento della democrazia promosso da Berlino, Bruxelles e Francoforte  nei Paesi periferici, ma è un disegno delPresidente del Consiglio.
Renzi assegnerà 500 euro una tantum  come parte del rimborso delle pensioni, non pensa che sia un “regalo” in vista delle regionali, un pò come gli 80 euro  delle europee?
Non credo fosse tra le sue priorità, avrebbe (credo) preferito utilizzare in modo diverso questi 2 miliardi, si è trovato di fronte alla sentenza della Corte Costituzionale e ha dovuto agire in base alla priorità.
L’ultima domanda: lei creerebbe una sinistra anti euro per un’uscita (di sinistra).

Io farei una sinistra per il lavoro e mi pare che in questo quadro è incompatibile con l’euro.

martedì 31 marzo 2015

LA CRESCITA C'È... DELLA DISOCCUPAZIONE

[ 31 marzo ]

«Dall’Istat arriva una doccia fredda sul mercato del lavoro italiano. Il tasso di disoccupazione a febbraio è risalito al 12,7%, un aumento di 0,1 punti percentuali sul mese precedente e di 0,2 su base annua. I disoccupati sono aumentati di 23mila unità su mese. Si interrompe il calo registrato a dicembre e gennaio. Nei dodici mesi a febbraio il numero di disoccupati è cresciuto del 2,1% (+67mila)». [Il Sole 24 Ore di oggi 31 marzo - nella foto]

I nostri lettori si chiederanno: ma come, Renzi e il Ministro Poletti non andavano esultando per i "79mila posti a tempo indeterminato in più nel primo bimestre del 2014"? Scrivevamo qualche giorno fa: 

«Viva il Jobs Act quindi? Nient'affatto. Vedremo in futuro se si tratta di occupazione aggiuntiva o di licenziati che sono stato riassunti con le nuove regole capestro». [Una ripresa che fa cagare]
La conferma che avevamo ragione l'ISTAT ce l'ha data prima di quanto ci aspettassimo. Leggiamo
«...i dati governativi differiscono da quelli diffusi dall'istituto statistico, in particolare quelli sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato si riferiscono ad attivazioni di contratti che non necessariamente equivalgono a nuovi occupati, ma possono essere transizioni da tempo determinato a tempo indeterminato».  [Il Sole 24 Ore di oggi 31 marzo].
Il  Jobs Act non sta quindi producendo gli effetti taumaturgici promessi dal governo Renzi. E' una nuova conferma, del carattere sistemico, di lungo periodo della crisi economica del capitalismo italiano. E' una conferma che le terapie
neoliberiste, per quanto favorevoli al capitale, servono a poco o niente.

Tranne alcune eccezioni —le aziende che producono in gran parte per quei mercati esteri in salute— il settore privato non investe, per la semplice ragione che non si attende profitti adeguati. 

I dati ISTAT smentiscono infine tutte le sirene che avevano strombazzato il Quantitative easing della Bce come salvifici. 

Il sistema capitalistico potrebbe uscire dal marasma (sottolineiamo potrebbe) solo a patto di avviare un gigantesco piano di investimenti, cosa che solo lo Stato potrebbe fare. Ma ciò cozza sia con i dogmi neoliberisti che con le regole mercantilistiche e libero-scambiste su cui è fondata l'Unione europea.

Ergo: l'euro non è stato solo una concausa del collasso dell'economia italiana, si dimostra essere il principale ostacolo per venire fuori dal marasma.


venerdì 27 marzo 2015

UNA "RIPRESA" CHE FA CAGARE (l'ISTAT non si sbaglia, Renzi, Padoan e Squinzi sì) di Piemme

[ 27 marzo ] 

Proprio oggi i giornali, anzitutto quelli di fede renziana, esultano per i "79mila posti a tempo indeterminato in più nel primo bimestre del 2014". Viva il Jobs Act quindi? Nient'affatto. Vedremo in futuro se si tratta di occupazione aggiuntiva o di licenziati che sono stato riassunti con le nuove regole capestro.

Intanto però sono giunti proprio oggi i dati dell'ISTAT, che smentiscono clamorosamente tutte le sirene della "ripresa in corso". 
Leggiamo:
«A gennaio 2015 il fatturato dell'industria, al netto della stagionalità, diminuisce dell'1,6% rispetto a dicembre, registrando flessioni dello 0,9% sul mercato interno e del 3,1% su quello estero.
Nella media degli ultimi tre mesi, l'indice complessivo diminuisce dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (-0,6% per il fatturato interno e +1,0% per quello estero).
Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di gennaio 2014), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 2,5%, con cali del 3,7% sul mercato interno e dello 0,3% su quello estero.
Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un incremento congiunturale per i beni intermedi (+0,3%), mentre registrano variazioni negative per l'energia (-13,6%), per i beni strumentali (-2,2%) e per i beni di consumo (-0,4%).
L'indice grezzo del fatturato cala, in termini tendenziali, del 5,6%: il contributo più ampio a tale flessione viene dalla componente interna dell'energia.
Per il fatturato l'incremento tendenziale più rilevante si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+10,1%), mentre la maggiore diminuzione riguarda la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-27,0%).
Per gli ordinativi totali, si registra una diminuzione congiunturale del 3,6%, sintesi di un aumento dello 0,7% degli ordinativi interni e un calo del 9,0% di quelli esteri.
Nel confronto con il mese di gennaio 2014, l'indice grezzo degli ordinativi segna una variazione negativa del 5,5%. L'incremento più rilevante si registra per i prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+3,0%), mentre la flessione maggiore si osserva nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-9,2%)». 
Quindi: malgrado la caduta del prezzo del petrolio; malgrado il "miracoloso" Quantitative Easing da 1140mld della BCE  (con contestuale discesa dei rendimenti dei titoli di stato, dei tassi dei mutui e dei prestiti); nonostante la svalutazione dell’euro... 
DELLA RIPRESA NON C'E' TRACCIA: le banche non prestano, i consumatori non consumano, i capitalisti non investono (né pensano di farlo in futuro). 

Mi perdonerete la presunzione, ma avevo visto giusto il 6 febbraio scorso!

mercoledì 11 marzo 2015

"RIPRESA": PREVISIONI O DIVINAZIONI?

[ 11 marzo ]

Qual'è la notizia più importante sfornata ieri? 

E' il dato ISTAT sul calo della produzione industriale: a gennaio è tornata a calare registrando una contrazione del -0,7% su dicembre e del -2,2% rispetto a gennaio 2014.  Le diminuzioni maggiori si registrano nei comparti della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-8,1%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,7%) e della fabbricazione di macchine e attrezzature (-5%).
Il tonfo della produzione industriale è ancor più significativo visto se si tiene conto del balzo all'in sù (+ 16,1%) dei mezzi di trasporto.

Vengono così clamorosamente smentite tutte le sirene renziane e non solo che da mesi strombazzavano come certa la "ripresa". 

Tra queste sirene di Sua Maestà Il Capitale ricordiamo quella del Centro Studi della Confindustria, che solo il 5 febbraio scorso (andando in soccorso al governo Renzi) aveva pomposamente affermato che nel 2015 l'economia italiana avrebbe segnato una "ripresa" del 2,1%! Il Centro studi del padronato eurista era anzi stato preciso, indicando i fattori che avrebbero giustificato la fine della recessione:  un +0,6% per il calo del prezzo del petrolio, un +0,5% per le stime della crescita del commercio mondiale e quindi dell’export, un +0,8% dal deprezzamento dell’euro, un +0,2% dall’ulteriore calo dei tassi di interesse.


Ora invece la doccia fredda del dato ISTAT.

Si spiega così come mai, su Il Sole 24 Ore di oggi, non si trovi alcuna traccia dei dati non smentibili forniti dall'ISTAT. Meglio tacere, anzi censurare quando non si sa cosa dire.

A dimostrazione che in molti casi, quelle che ci vengono spacciate pre previsioni scientifiche, sono null'altro che panzane, quelle che una volta erano chiamate divinazioni, presentimenti oracolari, nient'altro che chiaroveggenze.

Nel frattempo giungono due notizie. 

La prima è che l'asta della Bce, dopo l'avvio il 9 marzo del Quantitative easing, ha fatto flop: gli acquisti da parte delle banche sono stati molto più bassi del previsto. La seconda è che malgrado il "bazooka della Bce" fosse annunciato da tempo, in Italia siamo ancora in piena stretta creditizia. Bankitalia afferma che nel primo mese del 2015 la contrazione dei prestiti è stata dell'1,8% contro il -1,6% di dicembre. 

Male anche gli affidamenti alle imprese: peggiorano: dal -2,3 al -2,8%. Ciò a fronte della massa di sofferenze bancarie che è cresciuta del 15,4%.

Conclusione: i capitalisti privati non investono, le banche non danno soldi alle imprese in difficoltà, la "ripresa" non si vede... e il Jobs act non farà il miracolo.




venerdì 6 marzo 2015

QUANDO LE DOMANDE FUNGONO DA SPARTIACQUE di Simone Boemio


[ 6 marzo ]

Grazie ad una segnalazione del mio amico Giuseppe Mattoni, sono venuto a conoscenza ad appena due ore dall'inizio dei lavori, di una iniziativa del Partito Democratico dell'area del Trasimeno, in Umbria, tenuta ben nascosta al pubblico "non allineato" a causa delle insidie che poteva celare.

Dal volantino si evince che il tema della serata sarebbe stato il "Jobs Act" dettato dalla troika al nostro "burattino aspirante mangiafuoco". E così è stato, fino alla mia domanda.


Del resto come è possibile far riprendere l'economia e con essa l'occupazione quando lo Stato è impossibilitato ad agire anticiclicamente come vorrebbe la nostra Costituzione e come impedito dai trattati europei e dai rapporti di forza tra gli Stati che li hanno sottoscritti?

Registro che, al mio quesito, nell'ordine:

- la D.ssa Santagata purtroppo non ha risposto,
- il Professor Calvieri, che pure aveva fatto poco prima un condivisibile intervento di censura, non solo verso il jobs act, ma anche nei confronti dei risultati dell'applicazione dei trattati europei, ha innestato la retromarcia fornendo la solita spiegazione senza alcuna valenza scientifica che vedrebbe l'Italia fagocitata dalla globalizzazione in caso di ritorno ad una moneta nazionale; ma tant'è, un giurista non necessariamente deve conoscere la macroeconomia.- l'On. Fassina, infine, ha risposto piuttosto chiaramente come avete potuto osservare nel video qui sopra.

Da ciò una considerazione:
Una domanda secca rappresenta un primo spartiacque in grado di farci capire chi abbiamo di fronte.

Ora gli interventi

Una preparata D.ssa Serena Santagata, responsabile del dipartimento lavoro nel PD Umbro, ci ha spiegato quelli che sarebbero, secondo la linea di partito, i tratti positivi del Jobs Act, pur denunciandone onestamente alcuni limiti.
Ecco il suo intervento:



Il Professor Carlo Calvieri del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Perugia, dal canto suo contenendo a stento i toni, ne ha denunciati i tratti più perniciosi per i lavoratori.
Ecco il suo intervento:


Infine l'On. Stefano Fassina, anche lui fortemente critico e contrario nei confronti del Jobs Act e su ciò che l'ha reso obbligatorio: l'Unione Europea.
Ecco il suo intervento:


Colgo ora l'occasione per lasciare, a queste "pagine", una serie di mie personali riflessioni sulla figura dell'On. Fassina, non tanto per stabilire o consigliare qualcosa, ma per verificare in futuro le mie attuali capacità, di novellino, di interpretare la politica, il tutto nello spirito di questo blog personale.

Tutti noi conosciamo la sua attuale battaglia contro ciò che è diventato il Partito Democratico contagiato dall'impianto antidemocratico e liberista della Unione Europea voluta e sostenuta del resto dallo stesso, erede snaturato dell'ex Partito Comunista Italiano.
Una battaglia che, a molti pare tardiva, ma che a mio avviso risulta provvidenziale.
Del resto se si vuol diventare maggioranza qualcuno della parte avversa dovrà pur passare dalla nostra, no?
Tanto meglio se questo qualcuno, con largo anticipo sugli altri suoi colleghi che opportunisticamente stanno a guardare, è un importante leader politico.
Io personalmente ho iniziato a seguirlo con attenzione dal dicembre 2013, quando nel corso di questo evento promosso dalla Fondazione Nuova Italia (On. Gianni Alemanno) con la collaborazione tecnico-scientifica di a/simmetrie (Prof. Alberto Bagnai),

l'intervento finale dell'On. Fassina dal minuto 4:14:50

ha, a mio avviso, intrapreso la sua personale svolta, dettata dalle sue radici. Progressivamente, da quella affermazione rivolta ai professori sul tavolo di presidenza "se ciò che prospettate dovesse avverarsi per il PD è finita" (mia libera interpretazione), fino alla presa di posizione netta di ieri sera da me sollecitata, l'On. Fassina ha, nel tempo e progressivamente, maturato la sua posizione avversa all'Unione Europea del mercato unico, della competizione "tutti contro tutti" sancita nei trattati, dell'annullamento dei diritti dei lavoratori in favore della stabilità dei prezzi, dei compiti a casa imposti ai paesi "maiali" (noi) da quelli "virtuosi" e del suo strumento principale: l'euro.

Per sua stessa ammissione, inizialmente credeva possibile una integrazione europea, ma nel tempo (aggiungo io: con la comprensione dei trattati europei e con l'analisi dei risultati a cui hanno portato),si è sempre di più smarcato dalla sudditanza del suo partito verso il "vincolo esterno", sposando definitivamente la visione keynesiana della politica economica avversa al liberismo che impregna le istituzioni europee e lo stesso PD.

Il perchè di tale scelta forse sarà l'oggetto di una mia prossima domanda, certamente non lo ha fatto per opportunismo, in virtù del quale avrebbe dovuto, per logica, restare aderente alla linea ufficiale del Partito Democratico.
Forse lo ha fatto per coerenza con se stesso, o forse "per reazione" all'autoritarismo del suo attuale segretario Renzi, o forse ancora lo ha fatto perchè stimolato dagli incontri con i "professori no-euro"; non saprei dirlo.
Al momento, neanche lui ben sa se questa sua battaglia lo porterà ad una rottura col PD o se (come spera) riporterà quest'ultimo ad attuare politiche in favore dei lavoratori e delle famiglie italiane, ma purtroppo, come ha potuto lui stesso constatare con la vicenda dell'Unione Europea, se le sceglie proprio senza speranza le istanze su cui puntare! Non vorrei che questo suo temporeggiare nella speranza di un "ravvedimento" del suo partito, non favorisca le forze globalizzatrici.
Vedremo; il dado per lui è ormai tratto indipendentemente da come andrà e dovrà guardarsi bene intorno, laddove non è facile trovare alleati su cui fare sicuro affidamento, con la speranza (per noi sovranisti, ma anche per lui) che le sue scelte non si rivelino un boomerang.

Quindi, qualunque sia il suo futuro politico, vista la sua preparazione e considerato il numero di validi economisti keynesiani sulla scena nazionale, spero proprio vorrà tenersi alla larga da irosi personaggi indisponibili a collaborare con chi non dimostra loro fedeltà assoluta e che per di più lo appellano in maniera irriverente.
Confido inoltre che vorrà mantenere le distanze con personalità che, cedendo alle tentazioni, scelgono di appoggiare qualsiasi cosa purchè sia contro l'euro, senza denunciarne a dovere istanze liberiste, incostituzionali e talvolta razziste.

E già che ci sono infine suppongo che, se proprio a qualcuno dovrà rivolgersi per una collaborazione, "renderà pan per focaccia" alleandosi proprio con chi risulta particolarmente indigesto ai personaggi di cui sopra.


* Fonte: Simone Boemio

venerdì 2 gennaio 2015

JOBS ACT: ECCO DI COSA DAVVERO SI TRATTA di Norberto Fragiacomo

2 gennaio

Come suggerito anche dal nome, l’anima del Jobs Act è un thatcherismo violento, ma ipocrita, subdolo, ammiccante e acrimonioso, che somiglia come una goccia d’acqua al premier più a destra della storia repubblicana.

Lo “schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”, comparso sul sito del governo la vigilia di Natale, sarà fatto sparire e riscritto come d’abitudine renziana, ma mente già con il titolo: un commentatore ha fatto notare che, nel testo, la parola “licenziamento” ricorre 24 volte, il termine “tutele” appena tre – un freddo dato numerico che la dice lunga sui reali intendimenti del legislatore.

D’altra parte, che Matteo Renzi sia uno sceriffo di Nottingham (al servizio di Sua Maestà la Finanza) sconciamente travestito da Robin Hood è evidente da un pezzo a chi non sia cieco o venduto; mi limito perciò a proporre un rapido raffronto tra la disciplina “storica” dei licenziamenti e le novità apportate da un decreto che prima o dopo assumerà forma definitiva.

C’era una volta una sinistra riformista e responsabile, che però era sinistra sul serio: faceva del suo meglio per difendere la dignità della classe lavoratrice ed elevarne le condizioni di vita, e nel 1970 regalò all’Italia lo Statuto dei lavoratori che assicurava, nell’eventualità di licenziamento illegittimo, il reintegro del dipendente e un pieno ristoro economico. Una volta riconosciuta la mancanza della giusta causa (un comportamento, anche esterno all’azienda, che minasse la fiducia datoriale nei confronti del lavoratore) o del giustificato motivo soggettivo (un inadempimento contrattuale) od oggettivo (ad es., una ristrutturazione d’azienda), il giudice annullava il licenziamento. A questo punto la vittima del sopruso padronale, già indennizzata per il periodo di forzosa immobilità1, poteva liberamente scegliere tra la ripresa del lavoro (mantenendo anzianità, diritti ecc.) e un addio addolcito dalla liquidazione di ulteriori quindici mensilità. Il principale difetto dell’intervento normativo era la mancata estensione della c.d. tutela reale alle piccole imprese, ma rispetto al passato si trattava di un gigantesco passo avanti. L’ultimo.

Appena due anni fa Coccodrilla Fornero ha smantellato questo sistema di protezioni, liberalizzando di fatto il recesso per motivi economici (vedi Prime note su quel che resta dell'art.18) e limitando drasticamente le ipotesi di reintegro in caso di licenziamento disciplinare. Il giudice può ancora disporlo in presenza di una delle seguenti condizioni: 1) il fatto addebitato non sussiste; 2) il lavoratore non lo ha commesso2; 3) per il fatto contestato risulta prevista dai contratti collettivi una sanzione meno grave. E’ venuto meno, in sostanza, il principio secondo il quale imprenditore e dipendente hanno pari dignità; malgrado roboanti e menzognere dichiarazioni, inoltre, l’ammontare degli indennizzi concretamente previsti calava.
Al padronato tutto questo non bastava – e dunque Renzi per farsi bello agli occhi dei suoi sponsor ha rimesso mano alla disciplina, accanendosi come uno sciacallo politico sulla carcassa dell’articolo 18.

Diamo un’occhiata all’articolato provvisorio: l’articolo 1 stabilisce che la disciplina si applica ai lavoratori assunti a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto, nonché a quelli delle piccole imprese diventate “grandi” (superamento dei 15 dipendenti) grazie al Jobs Act, indipendentemente dalla data di assunzione. Nella visione renziana l’impresa può crescere, le tutele mai.

L’articolo 2 non vale la carta su cui è scritto, mentre l’articolo 3merita attenzione. Si dispone che in caso di licenziamento illegittimo per assenza di giusta causa o di giustificato motivo il giudice, preso atto dell’estinzione del rapporto, condanni il datore al pagamento di una somma variabile tra quattro e ventiquattro mensilità retributive. In soldini: l’illegittimità degrada a mera irregolarità, perché viene meno la possibilità di annullamento e l’imprenditore se la cava con un pagamento di modesto ammontare a titolo di sanzione. Unica eccezione alla regola (2° comma): se il dipendente riesce a dimostrare “direttamente” (?) in giudizio «l’insussistenza del fatto materiale contestato(gli)» avrà diritto alla reintegrazione e (eventualmente) ad un’indennità. Ricapitolando: delle due ipotesi di reintegro esplicitate dalla Legge Fornero (tre, se si considera anche quella rimasta nella penna) ne resta una soltanto, la numero 1). Esempio: il dipendente viene licenziato perché accusato di rapina (giusta causa) o per aver pesantemente insultato il superiore od essersi assentato senza giustificazione dall’ufficio (giustificato motivo soggettivo) – sarà salvo se in grado di provare che l’evento non si è verificato, cioè che la rapina non ha avuto luogo o che quel dato giorno tutti erano presenti in ufficio. 

Attenzione: se invece la rapina è avvenuta ma è stata commessa da altri o se ad aggredire il dirigente è stato Tizio anziché Caio, ingiustamente accusato, versiamo nell’ipotesi numero 2) (“il lavoratore non ha commesso il fatto”). Niente reintegra, quindi? Il testo renziano pare furbescamente escluderla, ma si tratterebbe di scelta così irragionevole da cozzare contro l’articolo 3 della Costituzione: è probabile, pertanto, che in siffatte eventualità i giudici ordineranno comunque la reintegrazione, fingendo che quella del legislatore sia stata una nuova, involontaria dimenticanza (non lo è: è un imbroglio bello e buono, anche se malamente architettato e goffamente attuato). Più insidioso è l’inciso «resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento», non superabile in via interpretativa: si elimina il terzo appiglio concesso dalla controriforma Fornero, col risultato che d’ora in avanti il padrone sarà libero di espellere il lavoratore per mancanze lievissime, tipo un ritardo in entrata di dieci minuti, liquidandolo (letteralmente, visti i tempi che corrono!) con una manciata di euro. Ecco spiegato il ripristino del controllo a distanza anche con strumenti informatici: per il lavoratore, perennemente sotto ricatto, sarà rischioso persino rispondere al cellulare e andare al bagno. Tutele crescenti? Risparmiaci lo spirito, fiorentino: d’una tutela, in questo decreto, è assente perfino l’ombra.

Altre chicche: nell’eventualità di un recesso datoriale immotivato o irrispettoso delle procedure di cui all’articolo 7 della legge 300/1970 (non vuoti formalismi, bensì la garanzia del diritto di autodifesa in sede disciplinare!) l’impresa scucirà dalle due (!) alle dodici mensilità (art. 4); fa capolino un invito, rivolto al dipendente dal legislatore, ad accettare una mancia anziché ricorrere al giudice (art. 6); assistiamo al dimezzamento per i piccoli imprenditori delle già magre indennità da versare (art. 9, 1° comma) e all’estensione della disciplina alle c.d. organizzazioni di tendenza (partiti politici, associazioni culturali, organizzazioni religiose ecc. - art. 9, 2° comma), che prima erano sottratte – non del tutto immotivatamente - all’ambito dell’articolo 18: un dispettuccio ai sindacati in puro stile renziano.

Molto più impattante sulla vita di milioni di impiegati ed operai è l’articolo 10, dedicato ai licenziamenti collettivi3. La normativa vigente, che risale – nella formulazione originaria - ai primi anni ’90 (L. 223/1991), prevede l’attivo coinvolgimento dei sindacati nelle decisioni aziendali ed il rispetto di precisi criteri di scelta dei licenziandi (anzianità, carichi di famiglia, esigenze tecnico-produttive ed organizzative); la violazione delle suddette regole invalidava il licenziamento.

Con la famigerata Legge 92/2012 il duo Monti-Fornero ha intorbidato le acque, facendo criptici riferimenti all’articolo 18 riformulato; Renzi taglia come d’abitudine la testa al toro, sancendo che il rapporto è comunque estinto dietro corresponsione di una somma variabile tra le 4 e le 24 mensilità. Caro imprenditore – sembra ammiccare il nostro – tu l’accomodamento non l’hai cercato neppure per un istante, birbaccione, e hai gettato sul lastrico chi aveva più bisogno di lavorare: nessun problema, hai fatto bene… perché tu sei un eroe, il mio eroe! Secondo l’opinione del premier i diritti sono l’equivalente di lacci e lacciuoli… qualcuno potrebbe sorprendersi allora del fatto che i giornali berlusconiani continuino pervicacemente ad intestargli una misteriosa “sinistra popolare” (Il Giornale), o che il detestabile Sacconi lo attacchi sulla riforma “da destra”. Niente di clamoroso, invece: si chiama gioco delle parti. Sacconi, Alfano e gli altri mestieranti del NCD fingono di attaccare il premier per rafforzarlo, attribuendogli un’assurda visione “di sinistra” elettoralmente spendibile4; al contempo, sparandola grossa tentano di convincere gli italiani destrorsi della propria esistenza ed “utilità”. L’oppositore fasullo Berlusconi fa lo stesso: punzecchia Renzi per rispettare il copione, ma si guarda bene dall’ostacolare colui che, in questo momento, gli appare come “l’unto dei mercati” (e il garante della sua sopravvivenza politico-economica). I berlusconiani in servizio attivo e in naftalina sono preziosi alleati di Renzi, quindi, ma anche della c.d. minoranza PD: il respingimento delle velleitarie proposte vandeane d’un Sacconi corrobora la fiction mediatica di un Presidente del Consiglio “mediatore” ed è motivo di giubilo per lo svergognato Speranza, degno erede del bersanismo.

Meschine contorsioni di teatranti, che non possono celare l’oscenità di una controriforma rabbiosa, raffazzonata, mal scritta e classista – l’unica che ci si può aspettare da un personaggio che, ai tempi della sinistra vera, sarebbe stato additato senza esitazioni come un dilettante ambizioso, grossolano e reazionario. La politica asservita al neoliberismo non sa, a quanto pare, esprimere nulla di meglio: l’egemonia culturale è – oggi – rozza incultura.

PS: l’applicabilità del pastrocchio alla P.A. è un falso problema, direi. Per i licenziamenti economici esiste già una disciplina ad hoc, che verrà presto peggiorata; quanto ai licenziamenti disciplinari, il riconoscimento della loro illegittimità/irregolarità esporrebbe l’amministrazione ad un esborso e – di conseguenza – colui che li ha comminati ad una responsabilità per danno erariale. Ma non temete, pennivendoli arrabbiati col calendario che, per il 2014, ha abbinato Natale e S. Stefano ad un giovedì e a un venerdì: gli scandalosi “privilegi” dei travet pubblici sono in via di estinzione, assieme – come’è noto – ai loro stipendi. Ai pensionati, invece, penserà Boeri, che scambia per oro – da offrire ai mercati senza patria – assegni mensili da duemila euro lordi.

NOTE

1 Con un minimo di 5 mensilità che, nell’ipotesi di pause prolungate, potevano essere molte di più!

2 Così, unanimemente, i commentatori; nel testo, tuttavia, il riferimento manca.

3 Ai sensi della Legge 223/91 si parla di licenziamenti collettivi quando l’impresa intende ridurre il personale di almeno 5 unità nell’arco di 120 giorni causa riduzione, trasformazione o cessazione dell’attività.

4 Anche perché su questo fronte il parolaio toscano è in costante affanno: quando asserisce, con una punta di comprensibile disagio, di essere “di sinistra” può sfoggiare, come unico argomento a favore, l’elemosina degli 80 euro (argomento di per sé deboluccio, visto che la Sinistra autentica riconosce diritti, non fa la carità).


martedì 9 dicembre 2014

«PRIMO: RICONQUISTARE LA SOVRANITÀ PSICOLOGICA» di Vladimiro Giacchè

9 dicembre. 
In questa intervista* Vladimiro Giacchè ( nella foto) svela quale sia il vero obbiettivo del Jobs Act: abbassamento generale dei salari allo scopo di far aumentare i profitti del capitale. Questa ricetta mercantilistica, che funzionò per la Germania, non funzionerà tuttavia per il nostro Paese. Venendo all'euro Giacché sostiene (come ebbe modo di dirci al convegno di Roma del 22 novembre scorso) che non è vero che ogni unione monetaria tra economie differenti sia destinata fatalmente a crollare. Occorre uscire dall'euro? Sì, ma per riuscirci occorre battere le potenti forze che l'euro difendono.

D. Recentemente alla Camera è stato approvato il Jobs Act. Il Governo ha presentato il provvedimento come uno stimolo all’economia, che potrà ripartire grazie alla maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Quali saranno gli effetti del Jobs Act?

«R. In una situazione di crisi come quella odierna, aumentare la flessibilità in uscita e la libertà di licenziamento può avere degli effetti contrari a quello che viene predicato, ovvero un aumento della disoccupazione. Queste politiche sono coerenti con le riforme strutturali che ci vengono domandate, poiché l’aumento dei disoccupati ingenera una maggiore pressione sulle persone che sono ancora al lavoro. Conseguentemente, è possibile ottenere una riduzione dei salari. Lo strumento della svalutazione interna, data la rigidità del cambio da un lato, e dall’altro le politiche fiscali restrittive che ci vengono imposte, è l’unico strumento che resta per creare competitività. Il Jobs Act e le iniziative sul mercato del lavoro vengono presentate come un modo per aumentare l’occupazione. Personalmente, credo che l’obbiettivo sia ben altro, ovvero una riduzione mirata dei salari. Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo.

D. Il Jobs Act potrebbe essere definito un mini-job all’italiana, ispirato alle riforme Hartz tedesche del 2003. Considerate le differenze di welfare tra il sistema tedesco, che offre maggiori tutele e sostegno al reddito, e il Jobs Act italiano, privo delle garanzie necessarie, lei crede che questa possa essere l’arma finale per realizzare la deflazione salariale?

R. Condivido pienamente questo ragionamento. Mi sento di aggiungere alcuni elementi; l’agenda 2010 di Schroeder che mirava a una precarizzazione del mercato del lavoro tedesco era parte di una strategia mercantilistica. L’idea della riduzione della componente salari nel PIL, nasce dall’esigenza di maggiore competitività sui mercati internazionali per ottenere un aumento delle esportazioni. Le politiche mercantilistiche hanno l’esigenza imprescindibile, per essere fruttuose, che gli altri paesi adottino una politica economica differente. Se adottiamo contemporaneamente, in tutta Europa, politiche simili non otterremo l’effetto che ottenne la Germania allora. Avremo un’ulteriore riduzione della domanda interna, in calo già da tempo. E avremo la certezza di entrare in una fase di deflazione. La deflazione ha la caratteristica di aumentare il peso del debito, al contrario dell’inflazione che lo riduce. Con un rapporto debito/PIL che già oggi è 133%, la deflazione significa un serio rischio di default. E quindi l’adozione di queste politiche non migliorerà la situazione economica italiana, aggraverà le condizioni dei lavoratori, e metterà a serio rischio la sostenibilità del nostro debito.

D. La Commissione Europea ha approvato la bozza di bilancio presentata dal Governo, impegnato nelle riforme strutturali. Come giudica la legge di stabilità? Secondo lei, si continua a puntare su manovre che stimolano solamente il lato dell’offerta?

R. Sulla legge di stabilità 2015 occorre fare un discorso complessivo. Per la prima volta, negli ultimi anni, il Governo ha contrattato qualcosa con le autorità europee. Si sono messi in discussione alcuni criteri di valutazione delle politiche fiscali. Va sottolineato che in questa fase noi non siamo più in una situazione nella quale dobbiamo ottemperare ai famosi criteri di Maastricht, ovvero il 3% deficit/PIL e il 60% debito/PIL, che (è opportuno ricordarlo) non hanno alcuna base scientifica.

Da quando il Parlamento italiano ha approvato il Fiscal Compact, inserendolo persino nella Costituzione, e in questo siamo stati gli unici in Europa, il nostro deficit dovrebbe essere pari a zero. Nel Fiscal compact viene però lasciato un margine di manovra nei casi di recessione economica. Se la crescita reale differisce in negativo da quella potenziale, subentra la possibilità di un margine di manovra per il Governo, che entro certi limiti può indebitarsi per sostenere la crescita. Ma il criterio adoperato dalla Commissione Europea è il tasso di disoccupazione di equilibrio. La Commissione Europea misura questo criterio con l’andamento storico della disoccupazione in Italia, compresi gli ultimi anni di crisi senza precedenti per il nostro Paese. Questo implica un tasso di disoccupazione di equilibrio inaccettabile e sempre più alto. Ad esempio, la Commissione calcolava nel 2009 il tasso al 7,5% e ora lo colloca al 10,8%, mentre per la Spagna si attesta al 20%.

È consentito un intervento pubblico soltanto se commisurato al raggiungimento di questo obiettivo, ogni politica volta ad ottenere un tasso di disoccupazione inferiore a quello di equilibrio è considerata inflazionistica. Oggi per l’Italia sarebbe quindi considerata inflazionistica anche una politica che mirasse a ridurre il tasso di disoccupazione al 9% anziché al 10,8% (prima della crisi eravamo al 6-7%) e ogni sforamento del deficit commisurato a quell’obbiettivo sarebbe considerato eccessivo! 

I margini per le politiche di bilancio, guidati come sono da questo criterio inaccettabile, sono quindi molti ristretti. E infatti la legge di stabilità, pur avendo ottenuto un piccolo sconto da Bruxelles, finisce per ridurre ancora una volta gli investimenti in conto capitale, ovvero gli investimenti pubblici.

D. Il Governo punta alla dismissione di asset pubblici per un 0,7% di Pil, pari a circa 11 miliardi di euro. L’obbiettivo del Governo è quello di cedere Poste, ENAV, e Fs nel 2015. La logica per giustificare questo tipo di operazione, è quella di una riduzione del debito pubblico, nonostante nelle passate cessioni di partecipazioni non si sia riscontrata una diminuzione del debito. Quali saranno gli effetti delle dismissioni?

R. Questo purtroppo è un film già visto negli anni’90. All’epoca dismettemmo asset pubblici per un valore di circa 110 miliardi di Euro. Negli anni Novanta abbiamo avuto la palma di migliori privatizzatori del mondo. Purtroppo però l’effetto di queste privatizzazioni è stato disastroso sotto svariati profili. Dalle società pubbliche si possono ottenere utili se ben gestite, mentre con una cessione i ricavi verranno annullati (facendo per contro aumentare la dipendenza dall’estero se gli acquirenti sono stranieri). 

Si è distrutta l’economia mista, caratteristica del nostro Paese, e quindi quel bilanciamento tra privato e pubblico che aveva consentito gli anni di maggior sviluppo industriale del dopoguerra. Oggi, proprio perché siamo stati così “bravi” in passato, è rimasto ben poco da privatizzare, e infatti le cifre di cui si parla sono abbastanza modeste in termini economici assoluti. Personalmente trovo le dismissioni annunciate irrealistiche, e neppure auspicabili. Tra l’altro va sottolineato che non esiste alcuna prova empirica nella letteratura economica internazionale che confermi la tesi che una società privata sia gestita meglio di una società pubblica.

D. Lei ha sottolineato la necessità di un ritorno ad una sovranità “ psicologica” nell’Europa del Sud. Vede attualmente forze politiche in grado di realizzare questo passaggio fondamentale nel Sud Europa e come pensa che deflagrerà l’unione monetaria?

R. Storicamente è accaduto che unioni monetarie, di cui facevano parte economie con caratteristiche divergenti, siano rimaste in piedi. Queste divergenze non hanno fatto automaticamente saltare le unioni monetarie: un buon esempio è rappresentato dall’Italia post-unitaria, un altro – più recente – dall’unificazione della Germania. Oltretutto, in uno scenario di ipotetica dissoluzione, avremmo alcuni paesi che acquisterebbero vantaggi e altri che ne perderebbero. È normale che le forze che non hanno interesse a sciogliere l’unione monetaria facciano di tutto per scongiurare questa possibilità. Meno normale è che l’unione monetaria sia difesa anche da chi non ne sta traendo vantaggio, come accade al nostro Paese. 

Esiste un problema di sovranità “psicologica”: nel corso degli anni ho maturato questa convinzione. Nel mio libro “ Anschluss”, che ha ad oggetto l’unificazione monetaria e poi anche politica della Germania, rilevo un aspetto che mi ha molto colpito. Il 72% dei cittadini della Germania dell’Est ancora alla fine del’89, secondo i sondaggi (occidentali) dell’epoca, voleva conservare l’indipendenza e introdurre un sistema democratico; ma si dichiarava contrario a costruire un unico stato con la Germania dell’Ovest.
Successivamente, nel febbraio 1990, quando Kohl propone di estendere il marco dell’Ovest alla Germania dell’Est, l’opinione pubblica cambia idea per i vantaggi in termine di potere d’acquisto ottenuti dai consumatori della Germania Est grazie ad un cambio più favorevole.
A quel punto si verifica un vero e proprio terremoto nell’opinione pubblica tedesca-orientale, che rigetta ogni aspetto della RDT. Poi, col passare del tempo, il “regalo” del marco ovest si rivela un frutto avvelenato, perché comporta un aumento dei prezzi che mette fuori mercato i prodotti dell’est e innesca una massiccia de-industrializzazione. 

Anche da noi vedo un odio nei confronti di noi stessi e un’adorazione del vincolo esterno come soluzione ai nostri problemi. Atteggiamenti che si uniscono alla ingenua convinzione che “in Europa” le cose vadano sempre e per forza meglio. Così si perde completamente di vista che i nostri problemi sono anche il risultato di politiche sbagliate a livello europeo.
Questo atteggiamento è pericolosissimo ed è il primo nemico da battere».

** L'intervista è a cura di di Cesare Sacchetti (con la collaborazione di @federiconero)

giovedì 4 dicembre 2014

Si scrive Jobs Act, si legge schiavitù - manifestazione a Perugia

martedì 9 dicembre
ore 17:30
Piazza della Repubblica
Perugia

Quel che non era riuscito a Berlusconi è riuscito a Renzi ed al Partito “democratico”.

Ubbidendo ai diktat dell’euro-Germania, della Bce e della Confindustria, un Parlamento illegale ed un governo eletto-da-nessuno, hanno appena approvato, in aperto contrasto con gli Art.1 e 4 della Costituzione, una legge che toglie ai lavoratori, e anzitutto ai giovani, gran parte dei diritti e delle garanzie che erano state conquistate a prezzo di durissime battaglie.


- Renzi dice che sarai assunto d’ora in avanti a “tempo indeterminato”, in realtà viene concesso alle aziende di assumere fino all’80% dei dipendenti con “contratti a termine” precari, reiterabili fino a 36 mesi;
- Renzi dice che avrai “tutele crescenti” ma verrai privato della tutela dell’Art.18, quindi licenziato anche senza “giusta causa”;
- Renzi dice che il Jobs Act introduce giustizia sui luoghi di lavoro invece, a sua discrezione, l’azienda potrà “demansionarti”, obbligandoti a svolgere mansioni sottopagate che non ti competono;
- Renzi dice che questa “riforma” rispetta i lavorarori, invece verrà consentito alle aziende, proprio come avviene in carceri speciali, di videosorvegliare ogni movimento della maestranze.
- Renzi ti dice che se perderai il lavoro sarai tutelato dallo Stato, in verità, mentre verrà eliminata la cassa integrazione in caso di chiusura dell’azienda, la legge non stanzia che una miseria per i nuovi amortizzatori sociali (ASPI e mini-ASPI).


Renzi afferma che il Jobs Act permetterà la “ripresa economica”. Che “ripresa” sarà mai quella in cui i lavoratori dovranno sgobbare senza fiatare per salari di fame? Col neoliberismo la “ripresa” si sarà solo per le banche, per gli speculatori, per i ricchi.

Un’altra è la via per uscire dalla crisi!
L’Italia si riprenda la sovranità politica e monetaria !


Unisciti alla nostra protesta!


Perugia
martedì 9 dicembre, ore 17:30 - Piazza della Repubblica
Manifestazione


gli attivisti del "9 dicembre" di Perugia e provincia

mercoledì 8 ottobre 2014

FUORI DALLA GRAZIA DI DIO di Sollevazione

8 ottobre. LA TROIKA IN AGGUATO VUOLE DRASTICI TAGLI ALLE PENSIONI. RENZI TRA SCILLA E CARIDDI.

 Il voto con cui Renzi ha obbligato il Senato a votare la fiducia al suo governo, non è solo un ricatto verso la sua fronda interna ("o votate sì o si va alle urne"). 


E' gravissimo che la fiducia sia stata posta su una delega in bianco al governo, senza sapere esattamente né cosa esattamente conterrà il Jobs Act, né quali saranno le coperture. Ed è altrettanto grave non solo che il Presidente Grasso abbia chiuso tutti e due gli occhi, ma che il Presidente Napolitano, che un giorno sì a l'altro pure entra a gamba tesa nella vita delle Camere, sia restato silente davanti a quello che è, a tutti gli effetti, l'ennesimo strappo con cui l'Esecutivo si mette sotto i piedi il Parlamento.

VOTI DI FIDUCIA: IL GOVERNO RENZI BATTE OGNI RECORD
- Governo Prodi 1996 – 9,1%
- Governo D’Alema 1998 = 2%
- Governo D’Alema 1999 = 1,3%
- Governo Amato 2000 = 0
- Governo Berlusconi 2001 = 5,6%
- Governo Berlusconi 2005 = 15%
- Governo Prodi 2006 = 34%
- Governo Berlusconi 2008 = 16,4%
- Governo Monti 2011 = 45,1%
- Governo letta 2013 = 24,3%
- Governo Renzi 2014 = 75%

Scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera di oggi: «Renzi commissaria il Parlamento per evitare che la troika commissari l’Italia». Una verità dentro una bugia. Furbescamente Verderami fornisce a Renzi un prezioso alibi, per cui l'atto d'imperio di Renzi sarebbe il male minore, che si sarebbe reso necessario per evitare un male peggiore. E questo è falso. Che la troika sia in agguato è vero, ma non sta dietro l'uscio e non è detto che in Italia possa riuscire lo stesso crimine consumato contro il popolo greco. La verità è che Renzi ha compiuto un abuso di potere per dare un contentino alla Merkel in occasione del summit dei capi di governo europei che si sta svolgendo a Milano.

Allora diciamola tutta caro Verderami, il Parlamento è stato commissariato per procura, ove la Merkel è il commissario e Renzi il suo agente mandatario.

Se è così diciamo che la troika, attraverso Renzi, ha già messo un piede in Italia. Come ha scritto Piemme l'altro ieri riguardo all'abolizione de facto dell'Art.18:
«Se Renzi procede addirittura con la fiducia al governo sul Jobs Act, piegando non solo i piddini recalcitranti ma mettendosi Parlamento sotto i suoi scarponi (e umiliando i sindacati), è perché vuole, in vista del summit europeo di Milano che si volgerà mercoledì prossimo, offrire ai cani da guardia dell'euro, il sacrificio dell'Art.18, ovvero mostrare che l'Italia sarà il paese europeo con la più selvaggia flessibilità liberista del mercato del lavoro, ovvero non solo lo scalpo ma il corpo stesso della classe proletaria, che sarà nella piena disponibilità del sadismo capitalistico».
Guarda caso proprio oggi Kenneth Kang, a capo della missione Fmi per l’Italia, parla di "futuro fosco" e dice dove Lorsignori vogliono andare a parare: 
«E' necessario cambiare passo a suo di riforme strutturali per evitare conseguenze gravi nei prossimi anni. Per crescere l’Italia  ha bisogno di ridurre le tasse sul lavoro, fare investimenti pubblici, rendere la spending review parte integrante del bilancio». Inoltre, ha rilevato, in Italia la spesa pensionistica è troppo alta, dunque «una riduzione della spesa pubblica non può non passare da una revisione della spesa pensionistica».
Al Fmi fanno eco la Bce e Mario Draghi, che non perdono occasione per chiedere le stesse
Per adesioni: info@sinistracontroeuro.it
cose, ovvero nuove dosi di politiche neoliberiste.

Che il rito sacrificale dell'Art.18 sia sufficiente a placare gli appetiti dei vampiri e dei cani da guardia dell'euro, è dubbio. Con questi predatori vale la massima: "dagli un dito e ti prenderanno tutto il braccio".

Ammesso e non concesso che la mossa sul'Art.18 serva a Renzi per avere dalla Merkel e dalla Commissione un semaforo verde alla sua "Finanziaria soft" e alla richiesta di deroga per il Fiscal compact, i nodi verranno preso al pettine. 

O Renzi accetterà di fare il boia, o i predatori lo toglieranno di mezzo. In tutti e due i casi morte certa e quindi addio ai suoi megalomanici sogni di gloria.




domenica 21 settembre 2014

BASTA COI PIAGNISTEI!

21 settembre.
I nodi, a volte, vengono al pettine tutti assieme.
Dopo tanti annunci, per Renzi e il suo governo, come pure per chi lo vuole mandare a casa, arriva il momento della verità.
Il Jobs act che apre la strada allo strapotere del capitale e ad un regime neoschiavista sui luoghi di lavoro; la riforma istituzionale che de facto consegna tutti i poteri al governo facendo del parlamento un organismo passacarte; la riforma elettorale in stile fascista per cui una minoranza può pigliare tutto...
Tutto sta finendo nell'imbuto delle prossime settimane e dei prossimi mesi. E non è un caso che proprio il Jobs act peggiorato sia divenuto il primo punto dell'agenda renziana. Ciò dimostra che polverizzando le sue chiacchiere sul "cambiare verso all'Europa", ha scelto di diventare, pur di nutrire la sua smisurata sete di potere, l'alfiere degli interessi della grande finanza globalista ed eurista. Lo avevamo previsto. 

Renzi, con l'appoggio delle destre berlusconiane, ha lanciato la sfida, si gioca nei prossimi mesi il tutto per tutto. Batterlo è possibile!

Basta con i purismi, i settarismi e i divisionismi ingenui! E basta col restare rinchiusi nel mondo schizoide di internet! Occorre uscire fuori, tutti, se avete ancora un barlume di coscienza civile, sarete costretti a venire allo scoperto. Il tempo dei perditempo, dei chiacchieroni, dei piagnoni, è finito.
Per adesioni: info@sinistracontroeuro.it


Ai sovranisti con la puzza sotto il naso diciamo che se essi non sapranno gettarsi nella mischia, se non accetteranno di lottare anche a fianco di chi porta enormi responsabilità per il marasma in cui siamo, ed anche con chi è ancora prigioniero del dogma europesita; se essi non si getteranno nella mischia sono destinati all'irrilevanza. Non si tratta di cessare le critiche, si tratta, senza cedere di un millimetro sui principi, di fare fronte contro il comune nemico.

Non solo vale il discorso che il messaggio sovranista-democratico e anti-euro va portato dentro il movimento di opposizione popolare che si annuncia. Quel discorso potrà farsi largo solo a condizione che i sovranisti occupino la prima linea del fronte di resistenza sociale.
Ora è il momento della lotta.

Nel contesto di un autunno che speriamo caldo, martedì prossimo si svolge a Roma un presidio a cui invitiamo tutti a partecipare.
«Fermiamo la minaccia del Jobs Act! 
Martedi al Senato inizia la discussione sul Jobs Act che contiene l'attacco più sistematico e brutale dell'Unione Europea e del governo Renzi ai diritti dei lavoratori di oggi e dei lavoratori di domani. Vogliono imporre un futuro di precarietà e bassi salari per tutti e la fine di ogni contrattazione e tutela collettiva per i lavoratori.
Mentre si vanno delineando le mobilitazioni centrali nelle prossime settimane, cominciamo subito a far sapere che non possono procedere senza incontrare resistenza e conflitto.
Il Controsemestre popolare e di lotta invita tutti e tutte martedi 23 settembre sotto al Senato. Appuntamento alle ore 16.30 a piazza Navona»

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