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mercoledì 5 febbraio 2014

UN'ALTRA SINISTRA (SOVRANISTA) FINALMENTE C'È di Francesco Salistrari

5 febbraio. Riceviamo e volentieri pubblichiamo il bel contributo del compagno Salistrari. L'eco della nascita di un coordinamento nazionale della sinistra sovranista è giunto anche in Calabria. 

«E’ ufficiale, sì. Un’altra Sinistra in Italia c’è. In fondo c’è sempre stata. Sotterranea, invisibile, silenziosa, quasi sempre ammutolita dalla fanfara della “sinistra radicale e di governo” che ha annichilito per anni dibattito, analisi e prospettive.
Si, la sinistra c’è ancora. Ed ha anche molte cose da dire.

A Firenze il 2 febbraio i promotori del partecipatissimo convegno di Chianciano “Oltre l’Euro: La sinistra. La crisi. L’alternativa.”, hanno dato vita ad un coordinamento nazionale della sinistra italiana contro l’euro, capace di presentare una proposta politica alternativa nei fatti e nella sostanza alle ormai melliflue, inutili e sterili posizioni alla “sel” o alla “rifondazione”.
Credo sia una notizia molto, molto importante da salutare con grande entusiasmo. Per una serie di ragioni. Prima fra tutte il fatto che una parte importante della sinistra italiana si è finalmente svestita dei panni logori di quell’europeismo inconcludente, ma soprattutto funzionale agli interessi delle classi dominanti che, per troppi anni, ne hanno fatto solo un’appendice inutile e blaterante del PD.

Finalmente, si, la Sinistra italiana è uscita allo scoperto. E le intenzioni in cantiere sembrano promettenti, innanzitutto perché per la prima volta dopo la “svolta della bolognina” una parte importante della sinistra italiana si smarca da quella sudditanza ideologica che potremmo definire del “governismo fine a sé stesso” che, almeno se non nelle parole, ma nei fatti, purtroppo, ha caratterizzato le linee politiche dei partiti della sinistra italiana per un lungo periodo storico.

Periodo storico cruciale fatto di svolte epocali senza precedenti. In altre parole, fatto di appuntamenti a cui la sinistra italiana non solo è mancata, ma dalla quale è uscita con le ossa rotte. 

Il fallimentare esperimento della “sinistra arcobaleno” e, soprattutto, le fallimentari (eufemismo) esperienze dei “governi Prodi” sono state per la prospettiva di cambiamento in questo paese una clava inesorabile che ha condannato ampie fasce della società all’abbandono e alla disperazione. Abbandono e disperazione che la crisi del 2008 non ha fatto altro che acuire, favorendo un grave, pericoloso e inarrestabile arretramento dei diritti e delle tutele sociali nel nostro paese.

La sinistra italiana ha sprecato anni e anni, non riuscendo ad elaborare niente di più se non il vuoto slogan “partito di lotta e di governo” che poi, nei fatti, non significa niente, se non il supino piegarsi alle oligarchie del nostro paese ed europee. Ha sprecato opportunità e consumato capitale umano e culturale in maniera imperdonabile, tradendo in definitiva quella che è la sua funzione storica, la sua stessa raison d’etre, irrinunciabile: prospettare un’alternativa sistemica.

L’abbandono dell’anticapitalismo (processo storico peraltro incominciato negli anni ’70 con la svolta del “compromesso” con la Dc) ha decretato tutta una serie di sconfitte e di arretramenti sul piano dei diritti e delle conquiste sociali, sul piano del radicamento e dell’autonomia politica necessarie all’elaborazione di una proposta politica realmente alternativa e convincente. Con il crollo del “comunismo” sovietico, nel 1989, la sinistra è rimasta intrappolata sotto le macerie del socialismo reale, scivolando inesorabilmente dal riformismo “bertinottiano” al “governismo fine a sé stesso”, per giungere, nei fatti (e mai a parole, sic!) all’anti-anticapitalismo filoeuropeista. Un processo degenerativo che oggi, con l’iniziativa di Firenze, sembra essersi arrestato e che fa sperare in un’inversione a 360 gradi.

Oggi, con la situazione disastrosa in cui versa l’Italia, con la crisi mondiale galoppante che affonda nazioni e popoli, diritti, benessere, ambiente e cultura, una sinistra realmente capace di analisi e proposta politica non solo è necessaria, ma vitale.
La posizione “no-euro” non è uno slogan e non è un “salto nel buio” (come molti vorrebbero far credere), perché gli uomini e le donne che in questi anni hanno intrapreso il percorso che li ha portati fino a Firenze, hanno prodotto un’analisi stringente della realtà economica e sociale del nostro paese, individuando nell’euro un nemico del benessere del nostro popolo, ma anche lo strumento attraverso cui il capitalismo finanziario assoluto che governa il mondo impone le sue politiche e le sue regole. (A questo proposito è anche necessario sottolineare il valore aggiunto rappresentato dalla recente opera di divulgazione compiuta da tutta una serie di illustri economisti italiani che hanno permesso alla discussione e al dibattito politico di questi anni di acquisire maggiore forza non solo scientifica, ma anche politica).

Ecco: dire no all’euro, significa innanzitutto dire no al capitalismo selvaggio che sta distruggendo 150 di diritti acquisiti, immolandoli sull’altare della competitività, del mercato e della finanza.

Per il nostro paese, un’uscita dall’euro da sinistra, rappresenterebbe il primo passo verso la vera indipendenza, verso la costruzione di un modello sociale alternativo che faccia da esempio, in Europa e nel mondo. 

Per fare questo passo, l’Italia ha disperato bisogno delle gambe su cui camminare: un movimento politico capace di cementare il blocco sociale nazionale che si opponga allo strapotere delle oligarchie finanziarie e bancarie che, svendendo il patrimonio del nostro paese, deturpando la democrazia, cancellando de facto la Costituzione Repubblicana del ’48, sta trascinando l’Italia verso un nuovo medioevo sociale.

Lasciare in mano alla destra il tema della sovranità nazionale (e monetaria) è stato un errore madornale a cui bisogna porre rimedio in fretta, perché è solo a partire da questo tema che la sinistra può davvero proporre un’alternativa complessiva credibile. L’iniziativa di Firenze intende recuperare a grandi passi tutto il terreno perduto.
Sì, la Sinistra è tornata. La stavamo aspettando tutti».

lunedì 3 febbraio 2014

ERA ORA! La sinistra contro l'euro si unisce

3 febbraio. C'era attesa per le conclusioni dell'Assemblea svoltasi ieri a Firenze. Gli organizzatori del Convegno di Chianciano Terme avevano detto: "sinistra contro l'euro, se ci sei batti un colpo"! Non solo una prima risposta, c'è stata, è sorto il Coordinamento nazionale della Sinistra contro l’euro. Un'importante inversione di tendenza dopo anni di dispersione a sinistra, di fallimenti di tutti i tentativi aggregativi basati su presupposti astratti e identitari. Questa volta si fa sul serio, ci si misura con i nodi strategici che il Paese deve sciogliere se vuole evitare una catastrofe di portata storica. Si esce dalla bolla ideologica per cacciare dal potere le sette oligarchiche dominanti;  ci si getta nella mischia per essere lievito della più larga alleanza democratica e anti-euro(peista), per impedire che la sollevazione popolare alle porte sia strumentalizzata da forse reazionarie —siano esse liberiste o tipo Front National in Francia. Occorre fare ancora molta strada, tuttavia. Siamo solo qualche centinaio di attivisti. Occorre diventare molte migliaia.

Un successo per niente scontato l'Assemblea di Firenze, se si considera la pluralità di soggetti politici e culturali presenti, per non parlare di coloro che hanno partecipato a titolo personale proveniendo dalle più diverse regioni del Paese.

Tra i gruppi e le associazioni, oltre a MPL e Bottega Partigiana, c'erano delegazioni dell'area No Euro di Rifondazione comunista, della Me-Mmt, del Partito Umanista, di Euro Truffa-Alza il pugno, di L.U.P.O., dei Meridionalisti Italiani, dell'associazione Qualcosa di Nuovo, della Marcia della Dignità, oltre ad attivisti del Movimento 9 Dicembre e del Movimento 5 Stelle. Impossibilitati a partecipare hanno inviato i loro saluti il Movimento R-Evoluzione e Bandiera Rossa in Movimento.

L'Assemblea ha avuto inizio con l'introduzione di Leonardo Mazzei il quale, a nome dei promotori, ha messo subito in chiaro quale fosse lo scopo dell'Assemblea: dare vita ad un coordinamento unitario della sinistra no-euro. Ha quindi sottoposto all'Assemblea un Documento politico [che alleghiamo più sotto], come base politica di questo coordinamento.

Numerosi gli interventi. Mentre gli amici della Me-Mmt e di Euro Truffa-Alza il pugno hanno assicurato piena disponibilità a collaborare con il nuovo polo della sinistra contro l'euro, tutti gli altri gruppi presenti hanno deciso di farne parte. 
Il Documento politico è stato quindi approvato per acclamazione.

L'Assemblea —dopo aver anche approvato un Ordine del giorno contro la Legge truffa elettorale e per la più ampia mobilitazione per impedirne l'approvazione— ha deciso di dare al neonato raggruppamento il nome provvisorio di Coordinamento nazionale della Sinistra contro l’euro.

Con spirito di concretezza figlio della drammaticità dei tempi che viviamo, ha infine eletto un Comitato Operativo nazionale di 17 membri il quale, riunitosi subito dopo la conclusione dell'Assemblea, ha aprovato il seguente comunicato:

« Organizzata dai Promotori del Convegno  “OLTRE L’EURO. LA SINISTRA, LA CRISI, L’ALTERNATIVA”, si è svolta a Firenze il 2 Febbraio, un’Assemblea Nazionale, cui hanno partecipato forze politiche e associazioni della sinistra-no euro, che considerano la riconquista della sovranità nazionale, popolare e democratica, il principale terreno di lotta di questa fase.
Solo battendo il blocco oligarchico dominante si potrà evitare al Paese la catastrofe, difendere e applicare la Costituzione e tenere aperta la strada per la fuoriuscita dal capitalismo. Una battaglia di portata storica che potrà essere vinta solo dando vita alla più larga alleanza popolare, attraverso la fondazione di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, che ponga la Costituzione come sua base e cornice valoriale. La battaglia contro la gabbia dell’euro non può essere lasciata alle destre populiste.

-      L’Assemblea, svoltasi in un clima unitario ed inclusivo, dopo aver  approvato nelle sue linee generali il documento politico che alleghiamo, ha deciso di dare vita al Coordinamento Nazionale della sinistra contro l’euro;

-      L’Assemblea ha eletto un Comitato Operativo di 17 membri  a cui è stato affidato il compito di consolidare il Coordinamento, di portare a termine il processo costituente e di incontrare ogni forza interessata alla fondazione di un nuovo CLN;

-      Fanno parte del Comitato Operativo: Giuseppe Amini, Ugo Boghetta, Claudia Castangia, Leopoldo Cattaneo, Shirin Chehayed, Valerio Colombo, Beppe De Santis, Fabio Frati, Giuseppe Giordano, Tony Manigrasso, Leonardo Mazzei, Angela Matteucci, Rodolfo Monacelli, Luigi Nanni, Moreno Pasquinelli, Mimmo Porcaro, Antonio Stacchiotti;

-      L’Assemblea ha infine approvato un Ordine del giorno contro la legge truffa elettorale, dando incarico al Comitato Operativo di verificare la possibilità di promuovere una campagna unitaria a scala nazionale per impedire che questa legge truffa sia approvata dal Parlamento.

Il Coordinamento Nazionale della sinistra contro l’euro
(Bottega Partigiana, L.U.P.O., Marcia della Dignità, Meridionalisti Italiani, Movimento Popolare di Liberazione, Movimento R-Evoluzione, No Euro Rifondazione, Partito Umanista)».

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Uscire dall’euro, riconquistare la sovranità
Leonardo Mazzei introduce i lavori del'Assemblea di Firenze

Uscire dalla crisi, per un’alternativa di società



Il nostro Paese sta subendo una catastrofe senza precedenti. Tutti i principali indicatori economici confermano che il motore del capitalismo italiano si è da tempo inceppato, che sta imboccando la via del declino. L’impatto sul tessuto sociale non è meno devastante di quelli prodotti dalle due guerre del secolo scorso.

I circoli dirigenti delle classi dominanti hanno enormi responsabilità per lo stato in cui versa il nostro Paese.



La nascita dell'UE e l'inizio della stagnazione

Nel clima di euforia imperialistica succeduto al crollo del Muro di Berlino e dell’Unione sovietica le classi dirigenti accelerarono la corsa verso la costruzione del progetto dell’Unione Europea e della moneta unica, nella convinzione che sottoponendosi al “vincolo esterno”, ovvero alle regole monetariste e neo-mercantili di marca tedesca, il Paese sarebbe guarito dalle sue patologie, diventando “normale”. Erano gli anni della nascita per via giudiziaria della “Seconda Repubblica”, dell’idea liberista di “meno Stato più mercato”, della deregulation e delle privatizzazioni, della trasformazione affaristico-speculativa  del sistema bancario, dell’attacco sistematico al lavoro salariato, della svendita del debito pubblico e dell’intero “sistema Paese” alla finanza predatoria globale.



Malgrado lo shock del 1992 (quando la Lira dovette uscire dallo Sme) i circoli dominanti ripresero senza esitazioni la marcia verso la definitiva cessione della sovranità politica alla Commissione europea di Bruxelles e di quella monetaria a Francoforte. Il risultato è noto: da allora il Paese ha conosciuto una prolungata stagnazione economica.



La crisi

Col collasso finanziario del 2008 l’Euro(pa) è da allora l’epicentro della crisi economica globale. I cataclismi a catena dell’Irlanda, della Grecia, della Spagna e del Portogallo, mostrarono l’assurdità dell’idea di una moneta senza Stato e che le crepe dell’unione monetaria erano insanabili. Invece di fare finalmente marcia indietro, di prendere atto del fallimento conclamato dell’euro e del dogma del “vincolo esterno”, le nostre classi dominanti hanno insistito nella loro follia ideologica, trasformandola nel crimine di crudeli politiche di austerità. Invece di invertire la rotta essi hanno accettato di commissariare l’Italia, di farne l’agnello sacrificale per tenere in vita l’euro — di qui l’adesione al Mes, al Fiscal compact, fino all’iscrizione del pareggio di bilancio in Costituzione. L’economia italiana, già malata, è stata così colpita a morte e il tessuto sociale disintegrato.



L'UE non è riformabile

Ora, la lobby economico-politica al potere, utilizzando una casta asservita di politici privi di qualsivoglia autonomia, gratificati con dei privilegi, annuncia ipocritamente che forse occorrerebbe “un cambio di passo”, che “bisognerebbe lasciarsi alle spalle la fase dell’austerità”, che si dovrebbero ricontrattare i Trattati, supplicando la Merkel ad adottare politiche espansive. Vorrebbero chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.



Ipotesi velleitaria. Mentre l’Italia s’impoveriva e cedeva gradualmente la sua sovranità nazionale, la Germania, attraverso la sua politica mercantilista, consolidava la propria, diventando il Moloch la cui potenza dipende dal sacrificio delle altre nazioni. L’Unione è così diventata una pertinenza tedesca, la moneta unica sua arma, la pervasiva tecnocrazia europea sua sentinella, la Bce il suo scudo. È illusorio pensare che il capitalismo tedesco sia disposto a rinunciare al riconquistato predominio continentale ottenuto sulle macerie della “solidarietà europea”. Né sembra che la finanza predatoria e le altre potenze geopolitiche globali vogliano sfidare questo assetto europeo, almeno fino a quando la centralità tedesca non metterà in discussione la supremazia strategica degli Stati Uniti, sotto il cui ombrello è avvenuto l’intero processo eurista.



L'Italia ridotta a protettorato

Pur senza aver aggredito nessuno, attraverso l’arma del debito, l’Italia è come se avesse perso una guerra, obbligata a pagare salatissime “riparazioni”, ad assecondare  i diktat e gli obblighi della BCE e a subire dure sanzioni economiche per assecondare gli interessi dei mercati finanziari piegandosi alle imposizioni dei trattati europei. Il paradosso è che chi ci punta la pistola alla tempia lo farebbe per il nostro bene spacciandosi addirittura come “amico” e “alleato”.  Siamo diventati di fatto un protettorato amministrato da una classe compradora garante della rapina esterna, che su questa razzia lucra e s’ingrassa, e che pur di “onorare” il rimborso del debito è disposta a dissanguare il popolo.



Verso un nuovo ciclo di lotte

Il movimento di protesta esploso il 9 dicembre ha avuto certo molti limiti, ma ha dimostrato che vasti settori sociali hanno compreso che il nemico non ce l’hanno solo fuori, ma anche dentro casa, che si esce da questa gabbia solo spezzando le sue sbarre, che si esce dal marasma con una grande svolta, politica, economica e sociale. Siamo solo agli inizi di un ciclo di conflitti sociali che la sinistra sovranista deve incontrare affinché sfoci in una rivoluzione democratica che estrometta dal potere i proconsoli telecomandati che governano, una sollevazione generale che sfoci nella liberazione del nostro Paese e che ristabilisca la piena sovranità popolare.



La sovranità

La conquista della piena sovranità nazionale è la condizione imprescindibile per evitare al Paese di precipitare nell’abisso, salvando non solo il benessere ma i diritti di libertà, conquistati al prezzo di duri sacrifici. Non a caso, il capitalismo globalizzato considera le nazioni, così come la democrazia, un intralcio al proprio devastante sviluppo, un ostacolo al pieno dispiegarsi dei meccanismi che arricchiscono una ristretta minoranza ai danni della stragrande maggioranza. È questo un congegno che opera su scala globale, di cui l'attuale iper-liberismo è insieme lo strumento e la cornice ideologica, che trova una sua specifica e criminale applicazione proprio in Europa, maggiormente nel paesi del sud Europa, basti pensare al caso della Grecia.



Contro questo progetto dispotico noi ribadiamo che tutti i popoli e le nazioni hanno il diritto all'autodeterminazione, alla pari dignità e agli stessi diritti nella comunità internazionale. La rivendicazione della sovranità nazionale è infatti una battaglia democratica, l'esatto opposto del nazionalismo aggressivo e sciovinista. I diritti per cui ci battiamo in Italia sono gli stessi che devono essere riconosciuti ad ogni altro popolo. Ma senza la riconquista della sovranità politica, monetaria ed economica, di cui quella monetaria è un aspetto essenziale, nessuna lotta per la democrazia può essere davvero efficace.



Per un modello di tipo socialista adatto al ventunesimo secolo

Noi concepiamo il recupero della sovranità, di concerto con altri popoli fratelli, come primo passo verso lo sganciamento dal sistema oligarchico del “capitalismo-casinò” e come un ponte per realizzare alcune grandi trasformazioni che gettino le fondamenta di un modello sociale nuovo, alternativo a quello vigente. È per noi non solo necessario, ma possibile (a patto che la maggioranza del popolo ne prenda coscienza) passare ad un modello sociale che utilizzi razionalmente le fonti da cui sgorga la ricchezza, la natura e il lavoro, non per il profitto di una esigua minoranza ma per il bene della comunità. Solo in tal modo si potrà assicurare a tutti il diritto ad una vita degna di essere vissuta, evitando all’umanità di passare da una catastrofe all’altra. Siamo insomma per un socialismo libertario, radicalmente diverso da quelli realizzatisi nel secolo scorso, crollati sotto il peso delle loro contraddizioni e delle promesse tradite.



Non si passa al socialismo dall’oggi al domani, ma attraverso fasi successive. Nella fase iniziale, immediatamente seguente allo sganciamento, il mercato, siccome non distribuisce affatto equamente e razionalmente le risorse disponibili, dovrà sottostare a regole pubbliche. Il diritto di proprietà non sarà incondizionato, la comunità dovrà limitarlo ogni volta che arrechi danno ai principi della fratellanza e dell’eguaglianza, della sicurezza sociale, del buon vivere, dei diritti di cittadinanza e all’eco-sistema. Ogni accumulazione che violi questo principio dovrà essere considerata illecita e impedita per legge.



Tra le differenti forme di proprietà, la società avrà il dovere di promuovere quella autogestita e comunitaria, in cui i lavoratori, invece di faticare come schiavi, siano protagonisti della produzione, partecipi delle scelte della loro azienda, primi fruitori dei suoi risultati. Tutti i settori strategici di interesse nazionale, telecomunicazioni, trasporti, energia, istruzione, sanità, previdenza, banche, assicurazioni, dovranno essere di proprietà pubblica, e posti sotto il controllo democratico e partecipato dei cittadini e dei lavoratori per evitare burocratismo, spreco di risorse e corruzione.





Il Cln (Comitato di Liberazione Nazionale)

Ci sono tuttavia altre forze che pur non accettando uno sbocco socialista, condividono l'analisi sulla gravità della situazione, e vogliono ripristinare la sovranità popolare e democratica. Ad esse rivolgiamo un appello all’unità d’azione. Non pensiamo, infatti, che le forze di natura ed ispirazione socialista siano sufficienti al perseguimento di questo fondamentale obiettivo. Un'unità di questo tipo si costruisce necessariamente tra diversi, ed a due precise condizioni: che vi sia il riconoscimento ed il rispetto delle diversità, che vi sia la piena condivisione di una piattaforma unitaria in base alla quale promuovere una conseguente iniziativa politica. 



Invitiamo perciò tutte le forze democratiche e costituzionali ad unirsi in questo momento di grave crisi ed emergenza. Formiamo un Comitato di Liberazione Nazionale. La Costituzione italiana - con i suoi contenuti antifascisti, antirazzisti, ma anche anti-liberisti - sia la cornice dell’unità, la sovranità politica, economica e monetaria i suoi obiettivi.



Il disastro italiano non è solo economico, è anche politico e democratico. La Costituzione, che è già stata stravolta con il passaggio di vent'anni fa alla Seconda Repubblica, rischia oggi di venire completamente affossata con il passaggio ad una Terza Repubblica totalmente oligarchica, tecnocratica ed a-democratica.



Scopo del Cln sarà dunque quello di ritornare ai principi ed ai valori costituzionali, di liberarci dei collaborazionisti al potere, per arrivare ad un governo d’emergenza, per via democratica, che dovrà applicare solo poche ma incisive misure, tra le quali riteniamo fondamentali:



1)   Uscita unilaterale dall’eurozona.

2)   Disdetta dei trattati fondanti dell’UE (da Maastricht al Fiscal Compact)

3)   Nazionalizzazione della Banca d’Italia e del sistema bancario.

4)   Politica economica volta al raggiungimento della piena occupazione.

5)   Emissione della nuova valuta sovrana.

6)   Controllo sui movimenti di capitale.

7)   Piani di “Lavoro Garantito” per il raggiungimento della piena occupazione.

8)   Moratoria sul debito pubblico.



Il tutto entro il quadro di una decisa difesa dei redditi e dei diritti dei lavoratori.



Una volta riconquistata la leva della sovranità e messo in sicurezza il Paese, il Cln avrà compiuto il  suo compito, e quindi i cittadini potranno liberamente scegliere il loro futuro, quale tipo di società essi riterranno più giusta.



Lo scopo dell'aggregazione dei sovranisti di sinistra

Lo scopo dell'aggregazione che stiamo costruendo risulterà a questo punto più chiaro:

(a) Vogliamo, e consideriamo necessaria ed urgente, l'uscita  dall'Unione Europea.

(b) Crediamo che questo processo di sganciamento dal sistema che ha prodotto l'attuale catastrofe debba trovare il suo sbocco naturale in una prospettiva socialista.

(c) Riteniamo che l'obiettivo dell'uscita dall'euro e dalla UE possa e debba essere perseguito solo attraverso l'unità di tutte le forze sovraniste, democratiche e costituzionali (Cln).

giovedì 24 ottobre 2013

IL LORO PIANO E QUELLO NOSTRO di Moreno Pasquinelli

24 ottobre. Consiglio la lettura del fondo di Ernesto Galli Della Loggia apparso sul Corriere della Sera del 20 ottobre Il potere vuoto di un paese fermo. Il fatto che negli anni egli abbia preso numerose cantonate e scritto varie amenità nulla toglie al valore del suo intervento. Per una volta non ci si arresta alle soloniche invettive contro la “casta politica”, si mostra anzi che esse sono il precipitato della putrefazione (aggettivo mio) del capitalismo italiano, nonché delle deformità, oramai trapassate nel suo Dna, della classe dominante e delle sue consorterie:
«Di coloro che negli ultimi vent’anni hanno avuto nelle proprie mani le sorti dell’industria e della finanza del Paese. Quale capacità imprenditoriale, che coraggio nell’innovare, che fiuto per gli investimenti, hanno in complesso mostrato di possedere? La risposta sta nel numero delle fabbriche comprate dagli stranieri, dei settori produttivi dai quali siamo stati virtualmente espulsi a opera della concorrenza internazionale, nel numero delle aziende pubbliche che i suddetti hanno acquistato dallo Stato, perlopiù a prezzo di saldo, e che sotto la loro illuminata guida hanno condotto al disastro. Naturalmente senza mai rimetterci un soldo del proprio. Né meglio si può dire delle banche: organismi che invece di essere un volano per l’economia nazionale si rivelano ogni giorno di più una palla al piede: troppo spesso territorio di caccia per dirigenti vegliardi, professionalmente incapaci, mai sazi di emolumenti vertiginosi, troppo spesso collusi con il sottobosco politico e pronti a dare quattrini solo agli amici degli amici».
Della Loggia segnala come serpeggi lo “scoraggiamento generale”, l’idea diffusa che «per l’Italia non ci sia più speranza… la sensazione di una nostra segreta incapacità di reggere sulla distanza alle prove della storia».
La tesi è che:
«L’Italia non sta precipitando nell’abisso. Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi. (…) Si tira a campare, con le “larghe intese”, questo sì: ma a forza di tirare a campare alla fine si può anche morire». Che dunque: «Mai come oggi abbiamo bisogno di segni coraggiosi di discontinuità, di scommesse audaci sul cambiamento, di gesti di mutamento radicale».
 Analisi spietata ma vera quant’altre mai, con la doverosa precisazione che il disfacimento del paese —dei suoi tessuti economico-sociali come del suo ordito etico-morale— deve appunto, prima o poi, condurre al crollo, all’abisso; a meno che non intervenga prima, appunto, l’anelato “mutamento radicale”.

Ma di quale mutamento si sta parlando? E quale sarà il blocco sociale, e entro di esso la classe sociale, che ne saranno artefici?

Dall’analisi di Della Loggia (che potremmo corroborare con ben più solidi e macroscopici dati sulla struttura del capitalismo nostrano) se ne deduce: che la borghesia italiana non è capace di produrre questa svolta; che non possiede gli anticorpi contro il disfacimento; che non porta in grembo il drago della rinascita.

Per questo i settori egemoni delle élite dominanti si affidarono al processo che portò all’Unione europea e alla moneta unica. Essi sperarono che il famigerato “vincolo esterno” avrebbe avuto l’effetto di raddrizzare il legno storto del capitalismo italiota, di rimuovere il carattere patriziale della sua cupola finanziario-industriale, di mettere in riga la schiera di microimprese che tiravano a campare grazie alle svalutazioni competitive e ad un corporativismo paternalistico, di rimuovere il vecchio ceto politico. Per realizzare questo disegno strategico nacque la “Seconda Repubblica” di cui il centro-sinistra doveva essere l'architrave.

Questo disegno ha fatto fiasco per due ragioni fondamentali. La prima, evidente, è che il processo di unificazione europea culminato nell’euro, alla prima prova seria (la crisi finanziaria venuta dagli Usa), si è inceppato e non riesce a riprendere slancio. La seconda è che (pur sempre in nome della nuova religione civile eurista) le forze sociali recalcitranti al processo di disinfestazione, una volta individuato nel berlusconismo uno scudo difensivo, hanno opposto una resistenza inattesa e tenace.
Visto questo doppio fallimento incosa sperano, quale potrebbe essere il "piano di mutamento radicale" di quelle stesse élite che parlano per bocca di Della Loggia? La risposta è semplice, almeno io ritengo, ed è quella che invocano un grosso e risolutivo shock esterno, più profondo e devastante di quello dell’estate-autunno 2011 e che portò al defenestramento di Berlusconi e all’arrivo di Monti. L’Italia è too big to fail, il suo disfacimento farebbe saltare non solo la moneta unica ma seppellirebbe la stessa Unione. Ecco quindi, a maggior ragione visto che le “larghe intese” non producono alcun effetto davvero risolutivo, che una catastrofe preventiva pilotata potrebbe sortire l’effetto sperato. La tecnica per causare un collasso che giustifichi un grande shock è collaudata, un attacco concertato al debito pubblico italiano —con l'effetto collaterale di fare saltare il sistema bancario italiano.

A quel punto l’Italia dovrebbe, non differentemente dall’Irlanda, dalla Grecia e dal Portogallo (quindi in misura ben maggiore che la Spagna) chiedere aiuto non solo all’Unione (col ricorso ai fondi di Esm/Mes) ma pure alla Bce, ed il che significa, dato che le Ltro si sono dimostrate solo un palliativo, far scattare le annunciate da Draghi Omt, operazioni monetarie definitive. Note sono le condizioni draconiane affinché la Bce possa ottenere il lasciapassare tedesco per giungere in soccorso delle finanze pubbliche e delle banche italiane. 


Chi gestirebbe questo economicidio? Un nuovo governo di “larghe intese” è escluso, com’è eslcuso che il Pd, coi suoi ammennicoli possa farlo. Qui l’inquietante prospettiva del “podestà forestiero”, non a caso adombrata dal Gaulaiter Mario Monti nell’agosto 2011. L’Italia, che è già paese ad amministrazione controllata, verrebbe a quel punto governato da un direttorio emanazione della troika.

La minaccia di un nuovo crollo finanziario globale, come fu quello del 2008, che molti analisti ritengono probabile dopo anni di sbronza monetaria e di bolla dei valori borsistici, renderebbe cogente questa drammatica eventualità.

Il "piano" opposto non potrebbe essere cheuna sollevazione popolare. Che questa possa sopraggiungere prima, come noi ci auguriamo, è possibile ma altamente improbabile. E’ molto probabile invece che lo shock colpisca il paese tra capo e collo, che avremo solo a quel punto, oramai precipitati nell’abisso, una sollevazione generale.

Non immaginatevi una sollevazione fulminea e risolutiva. Il paese entrerà in un periodo di acutissime convulsioni sociali e politiche, la sollevazione procederà per fiammate, non seguirà una linea retta ascendente. Occorre rassegnarsi ad una sinfonia caotica e sconnessa, poiché mancano sia lo spartito che una direzione d’orchestra. Detto altrimenti avremo un conflitto coriandolare, policentrico, poiché, mentre la borghesia italiota è oramai una classe parassitaria e al tramonto, non abbiamo nemmeno, perché oramai spappolato, imborghesito, eviscerato, un proletariato che possa candidarsi a ruolo guida di un blocco sociale in grado di sovvertire l’ordine delle cose e prendere in mano le redini del paese.

E’ dentro questo marasma disordinato che le forze democratiche e sovraniste saranno chiamate e portare ordine e introdurre senso. Un blocco sociale e politico antagonista prenderà forma nel mezzo dello sconquasso. L’egemonia l’avrà chi saprà gettarsi nel conflitto trasformando la disperazione in rabbia consapevole; di chi saprà fare, di coloro a cui è stato tolto tutto, la forza motrice di un blocco ampio con i molti che vorranno difendere il poco che gli resta; di chi, portatore di un’idea nuova di società, saprà indicare la via e i mezzi per aprirgli una strada.

Se, su questo d'accordo col Della Loggia, ho ragione nel sostenere che da questa crisi si esce solo con soluzioni radicali; se sono nel giusto nel ritenere che la borghesia italiana non ha né la volontà né la forza per rompere la gabbia eurista e liberista; se, come ritengo, per questo abdicherà e accetterà di fare del Paese una semi-colonia; se, come penso, la forza motrice della sollevazione saranno i settori sociali dilaniati dalla crisi sistemica; non solo lo scontro si farà durissimo, ma la società subirà un processo di polarizzazione sociale, politica e ideologica violento che divaricherà lo stesso campo delle forze sovraniste. 

Con buona pace degli azzeccabarbugli che dai loggioni strillano lo stesso mantra del pensieero unico mainstraeam, quello della “morte delle ideologie” e della “fine della dicotomia tra destra e sinistra”.

mercoledì 23 ottobre 2013

COME UNIRE I NON-GARANTITI CON LA CLASSE OPERAIA? di Guido Lutrario*

23 ottobre. Guido Lutrario  (nella foto), storico esponente della sinistra antagonista romana, tira un bilancio delle due giornate di mobilitazione del 18 e 19 ottobre. Lo fa indicando i punti di forza dei movimenti metropolitani che si sono messi in moto, non senza segnalare, alludendo al gransciano "blocco storico", le difficoltà di saldatura tra "gli "ultimi",  gli esclusi e i non-garantiti, ed il grosso dello stesso lavoro dipendente. Per questo, per ampliare il front, Lutrario afferma che occorre "produrre un discorso". Giusto!  Non può esserci alcun "discorso" che sia convincente e che abbia potenza politica inclusiva che possa prescindere dall'uscita dall'euro e dall'Unione europea, quindi dalla riconquista della sovranità nazionale, democratica e monetaria.

«Le giornate del 18 e 19 ottobre hanno stupito e sorpreso molti osservatori, convinti che si sarebbe trattato di manifestazioni assai più ridotte nei numeri ed obbligate a ripetere il cliché confezionato dalla stampa. Questo errore di valutazione nasconde la convinzione che i settori sociali più deboli della società siano destinati per sempre a rimanere esclusi dalla politica, incapaci di produrre un “discorso” che faccia breccia nella società e si faccia volano di movimenti sociali più ampi.

Che cosa si è manifestato nell’ultimo fine settimana? Un duplice processo di aggregazione, uno attorno al sindacalismo indipendente e conflittuale, l’altro attorno al movimento di lotta per la casa, che è al contempo movimento popolare e meticcio delle periferie urbane delle nostre metropoli. Chi ha lavorato in questi mesi affinché i due appuntamenti si parlassero, fino al punto da realizzare un autentico ponte tra le due manifestazioni con l’occupazione della piazza s. Giovanni, aveva chiaro che tra i due poli esiste una dialettica ed anche una potenziale convergenza.

A chi ha vissuto entrambe le manifestazioni salta subito agli occhi una grande quantità di differenze. La prima manifestazione metteva insieme tante categorie di lavoratori di tutte le regioni del paese in una forma ordinata, potremmo dire tradizionale, producendo la sensazione che è in marcia il consolidamento e l’espansione di un nuovo soggetto autorganizzato dei lavoratori che aspira a ricostruire l’agire sindacale in tutto il paese. Una sorta di grande forza organizzata in fieri, consapevole della propria forza, che costruisce in modo calmo ma determinato un percorso di crescita e di rafforzamento del movimento dei lavoratori. La seconda manifestazione invece portava in piazza la rabbia della parte più povera della società, necessariamente molto più irruenta a causa della drammaticità della propria condizione e sotto la spinta dell’urgenza delle risposte concrete. Dentro le due manifestazioni, ma probabilmente molto più nella seconda, non a caso assai più numerosa, hanno convissuto anche altri temi come quello della salvaguardia del territorio o quello della precarietà giovanile, ma in una forma ancora secondaria e potremmo dire collaterale.

L’esperimento dell’accostamento dei due poli ha funzionato molto bene, uno ha potenziato l’altro, ma occorre essere realisti, siamo soltanto all’inizio di un percorso assai complicato. Si tratta innanzitutto di comprendere bene quello che sta succedendo. Da un lato si sta producendo una spinta tra i lavoratori ad abbandonare le tradizionali sigle sindacali, un po’ come succede in politica con i partiti, per accedere alla forma democratica dell’azione sindacale, dove a decidere sono le assemblee dei lavoratori e dove i delegati sono facilmente revocabili. Se non ci fosse il ricatto del lavoro e Cgil, Cisl e Uil non producessero continue azioni per reprimere il diritto dei lavoratori a darsi rappresentanze elette democraticamente (come l’accordo sulle RSU del 31 maggio u.s.) questo processo sarebbe molto più avanzato. Tuttavia si tratta di una dinamica in corso e la manifestazione del 18 ne è la testimonianza più evidente.


Dall’altro attorno al movimento per la casa si è innescato un processo di aggregazione di settori popolari che nella difesa di un diritto elementare stanno trovando le condizioni per affermare la loro dignità di cittadini.

I due poli alludono a due segmenti sociali abbastanza distinti, anche se poi le contaminazioni e gli intrecci sono molti. Ma soprattutto rappresentano gli estremi di un campo nel quale possono collocarsi ed intersecarsi molti altri temi e quindi nuovi potenziali poli di aggregazione. Uno è certamente il tema del welfare, dei servizi e dei beni comuni che vede insieme, anche se da condizioni sociali distinte, lavoratori pubblici e dei servizi, disoccupati, lavoratori a basso reddito e precariato giovanile, migranti ed abitanti delle periferie urbane. L’altro è quello della difesa del territorio, della sovranità sul suolo, della salvaguardia del paesaggio, dell’ambiente e della salute. Entrambi questi temi, che hanno attraversato le manifestazioni di Roma, rimandano a quei concetti di diritto alla città e di nuovi diritti urbani che possono rappresentare l’orizzonte di un nuovo movimento.

L’elemento dell’organizzazione metropolitana, della scala urbana del movimento, è l’altro aspetto da non sottovalutare delle giornate del 18 e 19 ottobre. A piazza di Porta Pia l’assemblea riconosceva come forme di rappresentazione dei soggetti, i movimenti di lotta per la casa e dei migranti, i movimenti in difesa del territorio, il sindacalismo di base e le aggregazioni territoriali metropolitane. C’è in tutto ciò l’allusione a dare vita a forme cittadine di organizzazione delle lotte urbane, di consolidare gli intrecci, di favorire gli scambi e le sinergie tra forme organizzate distinte che invece di competere possono cominciare a collaborare in modo sistematico. Il sindacalismo di base così come il movimento di lotta per la casa hanno una propria dinamica generale di organizzazione e di lotta, ma sul piano metropolitano possono tentare di dare vita a forme innovative di organizzazione stabile comune, dentro le quali convergano anche gli altri aspetti del vivere urbano, con i loro conflitti e le loro forme specifiche di organizzazione.

La connessione tra soggetti sociali diversi non è un processo breve e facilmente risolvibile, ma la sua potenza è enorme. La saldatura in una sorta di blocco storico è lontana, ma a questo dobbiamo lavorare, senza distruggere le forme di organizzazione sociale che siamo riusciti a promuovere fin qui ma spingendole a rinnovarsi e a collegarsi. Si tratterà di mettere in movimento altri frammenti importanti della nostra società come per esempio i lavoratori della conoscenza, gli operatori culturali e dei media, il mondo della ricerca, ecc. che possono svolgere una funzione essenziale proprio nella saldatura identitaria di un blocco sociale. Per uscire dalla sola sovrapposizione di spezzoni di società e provare a costruire una sintesi di prospettiva.

Mettendo in connessione le tante soggettività disperse e frantumate di compagni e compagne che non hanno perso la voglia di assaltare il cielo e che siano disponibili ad accompagnare l’evoluzione di un movimento sociale che faticosamente sta cercando di costruire il suo percorso».


* Esponente dell'Usb

lunedì 21 ottobre 2013

GLI ESCLUSI. Sulla manifestazione del 19 ottobre

21 ottobre. Due importanti giornate di mobilitazione, culminate nella grande manifestazione del 19 ottobre (nella foto). Un successo, soprattutto quest'ultimo, che gli organizzatori non si aspettavano. Ciò malgrado la campagna di satanizzazione mediatica e il coprifuoco a cui Roma è stata sottoposta. Cancellato dunque, ed era ora, il tabù del "15 ottobre" 2011. La ragione del successo è alquanto semplice: essa ha raccolto il malcontento e la rabbia crescenti non solo contro il tritacarne dell'austerità ma pure contro le olicarchie dominanti che la stanno imponendo.

Un'austerità che, è vero, ha colpito larghe masse, ma ha colpito in maniera differenziata e ineguale. Sabato 19 ottobre sono infatti scesi in strada i settori sociali più falcidiati, i settori di proletariato non-garantiti, i precari privi di garanzie sociali e di diritti, gli esclusi (di tutte le "razze") da ciò che rimane del sistema di welfare. In una parola gli ultimi della scala sociale, i nuovi poveri che si ammucchiano anzitutto nelle realtà metropolitane e che solo lottando con le unghie e coi denti possono far sentire la loro voce e forse strappare qualche briciola.

Che fosse questa umanità la forza trainante della manifestazione ci aiuta a spiegare come mai altri pezzi di popolo lavoratore fossero assenti. Non abbiamo visto, se non piccoli drappelli, gli operai delle fabbrriche, i dipendenti pubblici (una parte dei quali aveva in effetti manifestato il giorno prima coi sindacati di base), i pensionati. Non si sono viste per niente le rappresentanze del mondo dell'artigianato, delle piccole e medie imprese e della stessa borghesia che questa crisi sta gettando sul lastrico. Il grosso di questi settori sociali non si decide a lottare sul serio, preferisce aggrapparsi, per conservarli, agli ultimi privilegi. Preferisce ancora credere che i sacrifici siano necessari per "uscire dal tunnel".

Non è quindi un caso che non ci fossero né i sindacati confederali (oramai vere e proprie organizzazioni corporative di quella che una volta si chiamava "aristocrazia operaia") né delle diverse stampelle del Pd (anzitutto Sel, e poi il movimento di Landini e Rodotà). Questi hanno anzi partecipato, direttamente o indirettamente, a cingere un cordine sanitario attorno alle due giornate di lotta del 18 e del 19 ottobre. Non si pensi che si tratta solo di una dissociazione "tattica", siamo piuttosto in presenza di una presa di distanza "strategica", di una consapevole e maligna collocazione sociale e politica. Stendiamo un pietoso velo sull'assenza del MoVimento 5 Stelle, che dimostra non solo di essere un mivimento d'opinione, ma un movimento d'opinione entro il quale sono egemoni le classi intermedie, che non cerca dunque di dialogare come dovrebbe con i nuovi paria, nè d'incontrare le loro istanze. Una forza, M5S, chiusa nella sua bolla autoreferenziale e che si illude di poter cambiare il sistema senza passare per una vera e propria sollevazione popolare.

Va detto che se tutte queste forze sociali e politiche hanno facile gioco a fare spalllucce, a voltare le spalle alle lotte sociali degli ultimi, è anche a causa dei profondi limiti politici di queste ultime. Questi movimenti rivendicano diritti sacrosanti, ma non riescono ad esprimere una piattaforma che vada oltra ad  un mero sindacalismo sociale. Sono incapaci insomma di essere lievito per un'ampia alleanza popolare, la sola che possa davvero rovesciare i rapporti di forza, quindi  spaccare il fronte avversario, isolare le sue prime linee liberiste e oltranziste e quindi creare le condizioni per rovesciare il nemico principale: il regime incardinato sull'obbedienza ai diktat liberisti delle tecno-oligarchie europee, basato sui dogmi del pagamento del debito e del pareggio di bilancio, sul vincolo esterno e sul rispetto dei trattati. Il tutto incardinato sulla moneta unica. 

Qui sta il punto dolens della manifestazione del 19. Che non ci sia alcun cambiamento senza uscire dalla gabbia dell'euro e dell'Unione, che non c'è alternativa possibile senza riconsegnare piena sovranità al popolo; queste idee erano anche loro assenti, difese da sparute minoranze, tra cui noi di Mpl. Vero è che il giorno precedente il livello di consapevolezza era più alto, che le posizioni anti-euriste si sono fatte sentire e bene. Solo un anno fa le posizioni che chiamiamo "sovraniste-democratiche" parevano una vox clamantis in deserto.  Ora non è più così. Molta strada è stata fatta dentro la sinistra sociale. Altra resta da percorrere, ma va percorsa in fretta, prima che sia troppo tardi, prima che la dissoluzione dell'euro-sistema dia spazio a forze reazionarie (siano esse di tipo lepenista o berlusco-liberiste).

Ps:


Un amico e compagno siciliano del Movimento dei Forconi, ci scrive:

«Ottima analisi, che condivido, non avete solo detto, che una delegazione del popolo dei forconi era presente alla manifestazione, che con la loro presenza hanno voluto dare il loro modesto apporto e consenso, ma anche rompere ogni tabu' ed errata convinzione sul movimento stesso ed un apertura a tutte le realta' che lottano per ridare la sovranita' al nostro paese».

Chiediamo scusa a Mariano Ferro, a Scarlata, a Crupi a Carlo Siena, coi quali abbiamo in effetti condiviso gran parte del corteo.

venerdì 20 settembre 2013

la sinistra e l'euro (2) QUALE BLOCCO SOCIALE PER L'USCITA? di Mimmo Porcaro

20 settembre. Mimmo Porcaro (nella foto) è un fine intellettuale marxista. Da tempo tuona contro la moneta unica e l'Unione europea sottolineandone la natura liberista, oligarchica e imperialista. Per questo striglia la cosiddetta "sinistra radicale" che non si decide a rompere con l'inganno europesista.
Porcaro si spinge oltre e si chiede quali siano le forze sociali che romperanno la gabbia eurista, e spiega perché la vecchia classe operaia non potrà giocare un ruolo guida del fronte ampio che ci auspichiamo.

A fine primavera eravamo in pochi, a sinistra, a sostenere la necessità di rompere con l’euro, se non con l’Ue in quanto tale, facendo finalmente eco a coloro che già dall’inizio – onore al merito – avevano capito che l’euro era una iattura per i lavoratori europei.

A fine estate il numero dei critici della moneta unica di colpo si è accresciuto: sarà la presa di posizione di un leader come Lafontaine e di alcuni dirigenti spagnoli, sarà la rottura delle reticenze da parte di Le Monde Diplomatique, sarà la durezza della realtà, fatto sta che ormai anche tenaci europeisti come Alfonso Gianni sono costretti ad immaginare, quantomeno, una pur improbabile via di mezzo tra euro e no. E fatto sta che, pur prendendo garbatamente le distanze dalle posizioni anti-euro, Mario Candeias – figura di spicco della Fondazione Rosa Luxemburg – deve dichiarare che nulla ci si può attendere dai lavoratori tedeschi (alleati agli esportatori del loro Paese) e che una riforma dell’Ue può partire solo dal sud Europa: che è come dire implicitamente che un “movimento europeo” è impossibile e che si deve ripartire da un’alleanza tra nazioni che rivendicano almeno una parte della loro sovranità.

Questo coro di critiche all’Unione (tanto ampio da includere anche studi di provenienza bocconiana: si veda, in Costituzionalismo.it, il recente lavoro di Luca Fantacci ed Andrea Papetti) ci esime, almeno per questa volta, dal tornare sui motivi che le legittimano; così come ci riserviamo di analizzare in seguito le diverse proposte di uscita totale o parziale dalla situazione attuale. Per adesso vorremmo solo indicare alcune conseguenze di questo improvviso “disamore” verso l’euro, ossia alcune implicazioni di quelle proposte, spesso sottovalutate dai loro stessi autori.


       MIMMO PORCARO: «LA SINISTRA DEVE DIRE NO ALL'EURO»

La prolusione di Mimmo Porcaro nell'ambito del convegno 
sulla crisi promosso dal Prc, svoltosi a Roma il 4 maggio 2013


Prima implicazione: ogni seria, pur se moderata, riforma della situazione attuale porterebbe alla dissoluzione della zona euro e quindi probabilmente alla fine dell’Unione. E ciò per il semplice fatto che la frazione dominante del capitalismo europeo (quella bancaria) ed il Paese dominante dell’Unione (la Germania) sono certamente convinti fautori dell’euro, ma solo dell’euro così com’è: perché la sua stabilità garantisce i creditori; perché la sua netta sottovalutazione rispetto ai valori dell’economia tedesca (una vera e propria svalutazione stabile) avvantaggia gli esportatori di quel Paese; perché l’impoverimento indotto nei paesi debitori, anche se da una parte fa diminuire la domanda di merci tedesche, dall’altra favorisce nettamente la centralizzazione del capitale nel nucleo forte d’Europa. Quindi questo euro va bene, ma ogni altra forma no. Per conseguenza anche chi non se la sente di proporre decisamente la rottura e pensa piuttosto ad una riforma dei trattati o ad una moneta comune deve prepararsi a gestire, in caso di vittoria, la crisi ed il collasso dell’intera costruzione comunitaria. E se non lo fa è un irresponsabile. Siamo troppo netti, troppo dogmatici?

Escludiamo a priori tendenze riformiste nel capitalismo tedesco? No: diciamo soltanto che al momento non si vede nessuna, ma proprio nessuna di queste tendenze (nemmeno, per intenderci, nei socialdemocratici tedeschi), che al momento dalla Germania possono venire solo alcune concessioni tattiche e che una tendenza riformista potrebbe eventualmente mostrarsi solo di fronte ad una decisa posizione dell’Europa del sud, del tipo “O si cambia o ce ne andiamo”. Siamo in grado di fare una proposta del genere, magari anche in sede di elezioni europee?

Seconda implicazione: è ora che il nostro Paese ripensi radicalmente la propria collocazione internazionale, affrancandosi dal rapporto servile con l’occidente neoliberista e rivolgendosi all’area mediterranea ed ai Brics, Paesi che per amore o per forza devono puntare su economie semi-regolate e sulla limitazione di quella libera circolazione dei capitali che ha distrutto la forza dei lavoratori. Altrimenti passeremmo dalla padella dell’Ue alla brace della zona atlantica di libero scambio, divenendo terreno di conquista del capitale Usa. L’uscita da sinistra dall’euro richiede l’uscita dalla subordinazione atlantica e dunque anche dalla Nato: ogni diversa soluzione sarebbe peggiorativa. Quello che si prospetta è insomma un tornante assai serio e pericoloso, ma ineludibile. E, per coloro che sventolano la bandiera rossa, è una grande occasione per superare le condizioni strutturali che hanno reso impossibile, in Italia, ogni seria ipotesi socialista. Ma anche per coloro che si attestano sulla difesa della Costituzione la scelta è inevitabile, giacché i più grandi insulti alla Carta fondamentale sono venuti proprio dall’alleanza atlantica, con la guerra, e dall’Unione europea che eliminando la sovranità nazionale ha distrutto il presupposto elementare della democrazia e della Costituzione stessa. Saremo consapevoli della necessità e della durezza della scelta? Sapremo costruire la forza politica ed il consenso popolare necessari a gestire questo passaggio davvero epocale?

Terza implicazione: come i preti che, per tener buoni borghigiani e villici, facevano affrescare le chiese medievali con truculente immagini dell’inferno, i fanatici dell’euro ci terrorizzano con l’elencazione delle infauste conseguenze della rottura, ossia svalutazione galoppante, crollo di tutti gli indicatori interni, salari falcidiati, miseria, fame. Si tratta di palesi esagerazioni contro le quali è doveroso polemizzare sempre, senza però cadere in una opposta e colpevole faciloneria. L’uscita dall’euro implicherebbe davvero, in un primo momento, seri problemi, ed è anche per questo che il Paese sceglierà questa soluzione solo quando sarà disperato. Tali problemi potrebbero essere risolti o attenuati solo da misure di tipo semi-socialista: la limitazione dei movimenti del capitale, la protezione dei salari, la nazionalizzazione delle imprese strategiche e soprattutto delle banche (che altrimenti sarebbero facile preda di acquisizioni ostili in quanto colpite dalla rivalutazione del loro debito con l’estero); la centralizzazione della politica industriale. Insomma: una pur parziale prospettiva socialista non è più un pio desiderio di alcuni di noi ma una necessità imposta dalle esigenze di sopravvivenza del Paese. Il che ci costringe a fare sul serio e a non parlare più solo di diritti e reddito, ma anche di proprietà e di organizzazione della produzione. Ne saremo capaci?

Quarta implicazione: tutto quello che si è detto sopra presuppone un significativo ampliamento e mutamento del nostro fronte sociale. Bisogna prendere atto che i lavoratori stabilmente occupati, anche se sono un elemento essenziale per la trasformazione del Paese, sono al momento alleati col capitale europeista e che le strutture sindacali e politiche a cui essi fanno normalmente riferimento sono vere e proprie cinghie di trasmissione dei desideri di quel capitale. Questa frazione di lavoratori non può più, almeno per adesso, essere considerata come la guida del nostro fronte, ed il rapporto col mondo del lavoro non può risolversi tutto nella relazione con questo o quel sindacato maggioritario, fosse anche quello più “di sinistra”. Pur continuando la nostra battaglia politica all’interno del lavoro stabile e dentro/contro i sindacati maggioritari, la nostra principale cura deve essere quella di aggregare lavoratori precari, atipici ed autonomi, e comunque tutti coloro che sono costretti a proporre soluzioni radicali della crisi attuale. E deve essere quella di sfondare il blocco sociale della destra aggregando (oltre a parti non irrilevanti della piccola-media impresa esportatrice) le frazioni più deprivate del proletariato e i piccoli imprenditori già berlusconiani attorno ad un programma che, pur mantenendo fermo il valore della lealtà fiscale, rimandi il pieno recupero della piccola evasione ad una futura fase di ripresa economica, e riduca sensibilmente le sanzioni attuali. In un primo momento i soldi non vanno rastrellati tra i (numerosi) piccoli evasori, ma presi ai grandi evasori e alle banche (nazionalizzazione) e sottratti al capitale finanziario internazionale (ridefinizione del debito e nuovo ruolo della Banca d’Italia). Solo dopo si potrà procedere ad una graduale regolarizzazione fiscale e ad un graduale superamento delle arretratezze della piccola impresa. Sapremo uscire dalle vecchie abitudini mentali ed immaginare un fronte sociale davvero nuovo, capace di farci divenire, potenzialmente, forza maggioritaria nel Paese?

Se risponderemo positivamente a tutte queste domande la fine dell’euro segnerà la nascita di una vera e nuova sinistra italiana, inevitabilmente orientata al socialismo. Altrimenti sarà gestita da qualche capopopolo avventurista o rimandata sine die dall’ineffabile PD: in ogni caso la conseguenza sarà la rovina dell’Italia.

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