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martedì 2 agosto 2016

LIBIA: PERCHÉ E PER CHI RENZI VA IN GUERRA?

[ 2 agosto ]

Il di solito molto ben informato (riguardo alle diaboliche trame di palazzo) Carlo Bonini, scrive oggi su Repubblica che il governo Renzi affiancherà servilmente gli americani nella guerra per annientare la sacca di resistenza dei miliziani fedeli all'ISIS e asserragliati a Sirte. 
L'offensiva in corso da settimane da parte delle truppe "governative" del fantoccio Serraj (centinaia di morti da entrambi le parti, si parla di circa 400 caduti in combattimento e di diverse centinaia di feriti) non sembra infatti sortire alcun effetto.
Per adesso, ci fa sapere Bonini, l'Italia sarà coinvolta solo con l'aviazione, domani chissà, forse anche con truppe di terra. Com'è noto inglesi e francesi hanno già truppe scelte sul terreno.
Ma qual'è il disegno strategico che sta dietro a questa nuova missione di guerra? Cosa hanno in testa le diverse potenze imperialiste occidentali, che proprio sul teatro libico mettono in mostra i loro confliggenti appetiti?
Scrivevamo l'8 marzo scorso, alle prime avvisaglie di coinvolgimento italiano diretto nel ginepraio libico. 
«A prescindere dalla dimensione delle forze che saranno inviate, l’intenzione del governo, col sostegno del Presidente della Repubblica —che abdica alle stesse prerogative attribuitegli dalla Costituzione—, è quindi quella di partecipare, assieme agli altri predoni imperialisti, alla spartizione della Libia. Renzi, attende solo un alibi, la messinscena della chiamata di un cosiddetto “governo di unità nazionale”, che cioè i corrotti zimbelli delle diverse potenze si mettano d’accordo. Ma se questo accordo tra questi burattini non c’è è proprio perché divisi sono i loro burattinai.
I predoni occidentali non fanno mistero su quale sia il loro disegno: fare a brandelli la Libia, distruggerla come Stato unitario per far posto ad uno spezzatino composto da 3 o 4 satrapie, ognuna sotto la tutela delle diverse potenze straniere, ognuna governata da lacchè alle loro dirette dipendenze. Questa spartizione per zone d’influenza potrebbe seguire la divisione amministrativa che fu al tempo inventata —dopo vent’anni di guerra di sterminio— dal colonialismo fascista».
Tutto va come previsto. Niente di nuovo sotto il cielo, se non la conferma che, malgrado le divisioni le diverse potenze debbono fare causa comune (formalmente chiamate dal fantoccio Serraj) per togliere di mezzo la sola forza militare locale che non ubbidisce a qualche consorteria imperiale. Tutte le altre milizie, infatti, chi in un modo, chi in un altro, sono tutte foraggiate da questa o quella potenza —non solo occidentale ma pure la Russia e quelle regionali come Egitto, Turchia ecc.

Dicevamo allora e ripetiamo adesso: Contro lo smembramento della Libia! No all'aggressione USA-NATO! No alla partecipazione italiana!

E se qualcuno non fosse convinto su quanto sporca e imperialistica sia l'aggressione in corso, lasciamo parlare due giornalisti. 
Ecco cosa scrissero nel marzo scorso, ricordando i reconditi motivi che spinsero la Francia di Sarkozy all'intervento armato che condusse alla destituzione di Gheddafi e che fece sprofondare la Libia nell'inferno.


La grande spartizione della Libia: 
un bottino da almeno 130 miliardi

di Alberto Negri e Vittorio Emanuele Parsi 

«Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

La risposta più ovvia - il Califfato - è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.


La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.

Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica - dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi - gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.

Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.

Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.

La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi».

* Fonte: IL SOLE 24 ORE del 6  marzo 2016

lunedì 11 gennaio 2016

DA DOVE VIENE LO STATO ISLAMICO (IS) ?

[ 11 gennaio ]

Il mondo, com'è evidente, è pieno di complessità. Questa aumenta nelle fasi di transizione, o di passaggio da un'epoca all'altra —come quella, appunto, che l'umanità sta attraversando. Molti sono gli attori, grandi e piccoli, che si agitano sulla scena mondiale. 
Comprendere la complessità, tanto più in momenti di passaggio è, per la ragione, ardua impresa, tanto più perché consolidati schemi interpretativi si dimostrano insufficienti e c'è bisogno di nuovi paradigmi.
Complessità è percepita come caos, ed il caos evoca l'ignoto. Davanti all'ignoto i "semplici" si ricorrono a spiegazioni di brutale semplificazione che sono consolatori ma nulla spiegano. E' il caso del "complottismo", delle varie teorie sulla "cospirazione".


IL CALIFFATO, OVVERO L’ARROCCO SUNNITA IN SIRAQ
di Giovanni Parigi

Lo Stato Islamico affonda le radici nell’insorgenza antiamericana conseguente alla liquidazione del regime baatista. Le scelte di Mālikī, che hanno favorito gli sciiti a danno dei sunniti, hanno contribuito al successo di al-Baġdādī. Il nesso con i sunniti siriani.

«Ecco, la scintilla è stata accesa in Iraq e, a Dio piacendo, le sue fiamme
Arderanno sinchè non bruceranno le armate crociate a Dābiq».
Abū Mu‘ṣa al-Zārqawi, 11/9/2004

1. ‘IZZAT IBRĀHĪM AL-DŪRĪ ERA IL RE DI FIORI nel celebre mazzo di carte dei most-wanted dagli americani. Nella foto appariva sornione, quasi sorridente sotto i suoi celeberrimi baffoni rossi, mentre faceva un saluto militare all’inglese.
Al-Dūrī era certamente una figura poliedrica. Nato vicino a Tikrit, condivideva con Saddam lo stesso ambiente tribale. Diventato generale dell’Esercito, era anche vicepresidente del Comando del Consiglio rivoluzionario iracheno, organo apicale del partito Ba‘ṯ. Tra i vari incarichi, dopo la prima guerra del Golfo ebbe anche il delicato compito di guidare la Ḥamla al-Īmāniyya, ovvero la campagna per il Ritorno alla Fede. Infatti il regime, scosso alle fondamenta da Desert Storm e dalle seguenti rivolte sciite e curde, per rinsaldare le file giocò la carta del patronaggio religioso sunnita, avviando una politica di reislamizzazione della società e delle istituzioni. In altri termini, con la campagna della Fede fu concessa maggior libertà religiosa ai sunniti. Nel frattempo il regime reprimeva violentemente la popolazione sciita, colpendone duramente anche il clero.
Caduto il regime, al-Dūrī sfruttò contatti, armi e denaro messi da parte e trasformò la confraternita sufi cui apparteneva in una milizia antiamericana, l’Armata degli uomini dell’ordine Naqšbandī. Molto carismatico, al seguito della esecuzione di Saddam, nel 2007 fu nominato leader del partito Ba‘ṯ ormai clandestino.

IZZAT IBRĀHĪM AL-DŪRĪ 
Durante gli anni dell’embargo, al- Dūrī era stato anche al vertice dei traffici illeciti e di contrabbando condotti dal regime, tanto da essere il mediatore di fiducia in quelli condotti dai figli di Saddam e dal figlio del presidente siriano Ḥāfiẓ al-Asad. In particolare, avrebbe fatto fortuna sovrintendendo al contrabbando di petrolio tra i due paesi durante gli anni dell’embargo. Inoltre, questa posizione gli avrebbe permesso di stringere legami non solo con le bande criminali attive nel settore, ma anche con le tribù siriane e irachene a cavallo tra i due paesi. Durante la sua latitanza, si rifugiò in Siria coperto da connivenze politiche e tribali. Infatti, dopo la caduta del regime in Siria avevano trovato rifugio migliaia di irachene compromessi col regime del ra’īs. La frontiera tracciata cento anni fa da Sykes e Picot tra i due paesi non aveva tagliato i profondi vincoli tribali, di religione e di cultura delle popolazioni arabe sunnite dell’Est siriano e dell’Ovest iracheno. Dal lato siriano le province di Ḥasaka, Dayr al-Zawr, e parte di Ḥimṣ e Raqqa, da quello iracheno Anbār, Ninive, Ṣalāḥ al-Dīn e parte di Diyālā costituiscono un blocco omogeneo di popolazione sunnita, di origine rurale e cultura beduina, dove si intrecciano legami tribali, economici e storici. Le conseguenze inaspettate dellle «primavere arabe» hanno poi cementato ulteriormente l’identità di quest’area, definita con azzeccato neologismo Siraq: sia a Bagdad che a Damasco il conflitto era settario e vedeva il potere centrale opprimere i sunniti.

2. Le radici dello Stato Islamico (Is) risalgono all’arrivo in Iraq di Abū Mu‘ṣab al-Zarqāwī e all’inizio delle operazioni terroristiche del suo gruppo Ğamā‘at al-Tawḥīd wa ’l Ğihād. Affiliatosi ad al-Qā‘ida nel 2004, rinominò il suo movimento al-Qā‘ida in Iraq e a suon di attentati e decapitazioni cercò di scatenare la guerra civile tra sciiti e sunniti iracheni, sinché non fu ucciso nel 2006. L’insuccesso di al-Zarqāwī fu principalmente causato dal fatto di non essere riuscito a ibridare la sua organizzazione con la società locale, così rimanendo sempre un corpo estraneo. Tant’è che al momento della sua morte, complice la brutalità degli attacchi contro la popolazione, il gruppo islamista era isolato.
Abū Mu‘ṣab al-Zarqāwi
È in queste circostanze che, nel 2007, gli americani vanno alla riscossa: la New Way Forward annunciata da Bush e guidata da Petraeus vede l’arrivo di nuove truppe Usa, che si concentrano sul rapporto e sulla protezione della popolazione. Questo cambio di strategia comporta che le milizie tribali che componevano l’insorgenza sunnita cambino casacca, complice anche il soldo, o meglio, il dollaro americano. In tal modo i gruppi armati delle province sunnite diventano filogovernativi ed entrano nel Movimento del risveglio sunnita, la Saḥwa. L’insorgenza è ai minimi termini. Nel frattempo, il progressivo inserimento dei partiti sunniti nell’arco parlamentare sembra aprire la strada a una soluzione politica della crisi. Al-Mālikī, eletto primo ministro nel 2006, con le pressioni iraniane e le armi riesce poi a sedare le milizie del mercuriale Muqtadā al-Ṣadr, cooptandolo nel gioco politico. A questo punto, a opporsi al governo rimangono solo disarticolate bande di jihadisti irriducibili e nostalgici baatisti, che in buona parte finiscono uccisi o ad affollare le carceri irachene. Dunque, nonostante le ambigue politiche del governo, la comunità sunnita e i suoi politici sembrano aver trovato un ruolo nello Stato e un’alternativa alla lotta armata.

In realtà, quando le truppe americane lasciano l’Iraq alla fine del 2011, l’equilibrio del paese è solo apparente. Infatti al-Mālikī, liberatosi degli americani ma non degli iraniani e delle pressioni del blocco sciita che lo sostiene, pencola tra tentazioni autocratiche e una pericolosa politica settaria. Partiti e movimenti sunniti sono indeboliti e soppressi, i politici sono spesso uccisi o incarcerati, mentre le province sunnite ricevono ben pochi fondi e investimenti dallo Stato centrale. Le province sunnite ricevono ben pochi fondi e investimenti dallo Stato centrale. La comunità sunnita si ritrova di nuovo emarginata, ripudiata da uno Stato che de facto è controllato da milizie sciite e politici filo-iraniani. La Saḥwa, simbolo dell’orgoglio sunnita, scompare: il governo di Maliki smette di pagare le milizie tribali, senza peraltro averle mai definitivamente istituzionalizzate o incluse nelle forze di sicurezza.
Dunque è col prematuro ritiro americano che il vento della guerra civile ricomincia a soffiare sulle braci irachene solo che ora il Medio Oriente è completamente stravolto dalla «primavera araba». A soli due mesi di distanza dal ritiro da Baghdad dell’ultimo marine, in Tunisia, Yemen, Libia ed Egitto le rivolte portano al crollo dei regimi. È però la guerra civile siriana a costituire il contraccolpo più forte e destabilizzante per l’Iraq.

All’inizio, il quadro è chiaro: «al-Ša‘b yurīd isqāṭ al-niẓām», ovvero «il popolo vuole la caduta del regime». Solo che poi le cose si complicano. Innanzitutto i moderati filo-occidentali si rivelano fragili militarmente e inconsistenti politicamente; secondariamente il regime ottiene l’appoggio iraniano e di Ḥizbullāh, per poi oggi essere salvato per la collottola dall’intervento russo; terzo, ben presto entrano nell’arena siriana anche i qaidisti. E sono proprio i jihadisti a cambiare le regole del gioco. Infatti col loro intervento da rivolta popolare la tentata rivoluzione siriana si trasforma nella ennesima guerra settaria medioorientale. Complice di questa deriva è anche il regime stesso. Infatti, l’azzardo  - peraltro riuscito – con cui al-Asad si è salvato è stato quello di giocare in attacco contro l’opposizione moderata, indebolendola, e di limitarsi a giocare in difesa contro le forze jihadiste. Scomodando Sergio Leone, potremmo dire che il Brutto, ovvero il regime, fa fuori il Bello, ovvero l’opposizione filo-occidentale, per costringere la comunità internazionale a dover scegliere tra lui e il Cattivo, ovvero i jihadisti. E questa scelta, per l’Occidente, è praticamente obbligata.
La guerra civile siriana sin dall’inizio rappresenta un’opportunità strategica irrinunciabile per i movimenti jihadisti, in quanto offre le condizioni per il jihād e per la nascita di un emirato: popolazione sunnita in rivolta, territori fuori controllo, armi. Soprattutto però c’è un nemico empio, il regime dei nuṣayrī,[1] con i suoi alleati rāfida,[2] contro cui lanciare il jihād. Il network di al-Qā‘ida si attiva ed è inevitabile che sia proprio dall’Iraq che arrivi il primo emiro, Abū Muhammad al-Ğawlanī, che fonda Ğabhat al-Nuṣra. In breve, questa milizia si impone come principale forza jihadista e comincia a inglobare numerose altre milizie minori nonché ad attrarre i primi foreign fighters. Nel 2013 quando i rapporti tra al-Qā‘ida e l’Is precipitano, al-Ğawlanī si schiera con al-Ẓawāhirī e al-Nuṣra si pone in conflitto aperto con lo Stato Islamico. Ma è ormai tardi: di lì a poco l’Is gli ruberà la scena. E agli inizi del 2014 gli strapperà con le armi Raqqa, futura capitale del «califfato».
Miliziani sciiti iracheni

3. A questo punto torniamo all’ineffabile ‘Izzat al-Dūrī e alle affollate carceri irachene. Dopo la morte di al-Zarqāwī, il movimento jihadista iracheno – sotto pressione e sulla difensiva – è più volte decapitato. Dopo Ayyūb al-Maṣrī e Abū ‘Umar al-Baġdādī, entrambi uccisi, nel 2010 viene eletto Abū Bakr al-Baġdādī, ovvero il futuro «califfo». È sunnita, è iracheno e ha un dottorato in studi islamici, ma soprattutto è un jihadista della prima ora e per questo è stato anche in carcere a Camp Bucca, prigioniero degli americani. Ed è proprio il carcere a fungere da perverso moltiplicatore di forze per i jihadisti iracheni. Questi in cella si trovano fianco a fianco con gli altri grandi protagonisti della insorgenza, ovvero gli ex baatisti. Anche se con diverse accezioni, sono accomunati dal medesimo nemico e dalla medesima religione, sono legati da trasversali vincoli tribali e affratellati dalla vita di clandestinità e di carcere. Dunque il carcere funge da catalizzatore tra le principali componenti dell’insorgenza: nazionalisti, baatisti e islamisti.
Per quanto ambigui e conflittuali, i primi legami tra islamisti e baatisti erano iniziati a metà degli anni Novanta, con la campagna per il Ritorno alla Fede, guidata da al-Dūrī. Poi, con l’attacco americano nel 2003, il regime fa appello a tutte le sue risorse. Si intensificano i contatti tra il network delle due anime della insorgenza irachena, ovvero la rete clandestina baatista composta soprattutto dalle milizie dei Fidā’iyyū Ṣaddām, e gli islamisti, a cominciare dai salafiti di Ansar al-Islam. Il tutto sotto l’egida di al-Dūrī, primula rossa della resistenza antigovernativa. [3] 
Lo scopo degli ex baatisti era di manipolare e sfruttare gli islamisti, trasformandoli in una sorta di «cavallo di Troia» con cui far deragliare il processo di riconciliazione nazionale avviato da Washington.

Sta di fatto che, con la campagna per la Fede, il «contrabbandiere di Stato» aveva celebrato il matrimonio tra le élite Ba‘ṯ e gli islamisti sunniti. I figli di questo insano connubio nasceranno quasi un decennio dopo nelle carceri. E sono proprio i salafiti-baatisti che oggi costituiscono la leadership dell’Is.
Dunque, ex sostenitori di Saddam e jihadisti diventano le due facce della stessa diabolica moneta, che però fa fatica a circolare nel paese apparentemente pacificato dal surge e dalla  Ṣaḥwa. Col ritiro americano, le cose cambiano: le carceri si svuotano, la Ṣaḥwa è smobilitata, il governo emargina i sunniti e il golem salafita-baatista alza la testa. La dote portata dai baatisti ai movimenti armati islamisti è infatti ricchissima, ma tre elementi sono essenziali: la rete di connivenze maturata in più di trent’anni di dittatura, l’expertise militare, amministrativa, finanziaria e logistica portata dagli ex quadri e funzionari del regime, oltre all’appoggio di quei clan tribali sunniti che per decenni erano stati reclutati in blocco nelle unità più fedeli al regime. È proprio tra ex ufficiali della Guardia repubblicana speciale, come l’ex tenente colonnello Abū Muslim al-Turkmānī, o alti ufficiali dell’Istiḫbārāt [4] come Abū Ayman al-‘Irāqī o generali dell’Esercito come Abū ‘Alī al-Anbārī, tutti radicalizzati in carcere, che lo Stato Islamico recluta i suoi leader più abili. Per inciso, il ruolo di numero due dell’Is è stato rivestito da due ex saddamisti come al-Turkmānī - poi ucciso – e al-Anbārī. Il ruolo dei baatisti è però fortissimo anche tra i governatori, gli emiri e i membri della šūrā [5] dello Stato Islamico; ad esempio, i governatori del «califfato» a Mosul e a Tikrīt sono due ex generali di Saddam.

C’è però un ulteriore passaggio da evidenziare. Molti degli appartenenti al deposto regime passati allo Stato Islamico sono di tribù che gli erano tradizionalmente fedeli, come i Ğubūrī e i Dulaymī. Inoltre, molti degli ufficiali baatisti erano al contempo anche sceicchi di queste tribù. A questo punto, è evidente che l’Is è «Iraqi-friendly», riuscendo dove al-Zarqāwī aveva fallito. Il movimento è «glocal»: attira volontari stranieri, ma non è percepito come alieno dalla popolazione, poiché vertici e quadri intermedi sono quasi tutti iracheni. Secondariamente, l’Is parte sin dalla nascita con un discreto supporto popolare, quello dei clan sunniti da cui provengono sceicchi ed ex militari legati al movimento.

La leadership irachena e i legami con alcuni clan non spiegano come nell’estate del 2014 l’Is travolga ogni resistenza e arrivi a controllare un territorio che si estende quasi dalla periferia di Baghdad ad alcune zone di Aleppo, compresa Mosul, la seconda città dell’Iraq.
Se cerchiamo un’immagine simbolo di questo successo dobbiamo guardare a quanto avvenuto l’anno prima: è quella delle tendopoli di protesta contro il governo comparse nelle città sunnite. I manifestanti chiedevano due cose, ovvero la lotta alla corruzione e un miglioramento delle condizioni dei sunniti, in termini di servizi pubblici, rappresentanza politica e ruolo nelle Forze armate e di sicurezza. Mālikī rispose con le armi e ci furono anche dei morti. Questa chiusura costò cara non solo al premier, ma a tutto il paese. Mālikī aveva tradito ogni aspettativa sunnita, scardinando il fragile equilibrio ereditato dagli americani e portando il paese ad una crisi etnica e settaria. Se in politica interna aveva represso ed emarginato i sunniti, a livello internazionale non era riuscito a mantenere un equilibrio tra le pressioni iraniane e le aspettative dei paesi arabi del Golfo, sbilanciandosi troppo verso Teheran. Inoltre, Mālikī era arrivato a porsi in rotta di collisione con l’ayatollah Sistani, autorevole e limpido interprete dell’animo profondo del paese, che lo «scomunicò» con una fatwā.
In questo contesto, fu facile per l’Is conquistare in pochi anni il favore delle popolazioni sunnite di Iraq e Siria, e in pochi mesi quasi un terzo dell’Iraq, dopo aver già sotto controllo quasi metà Siria. Così il Siraq sunnita e tribale è diventato il cuore di tenebra mediorientale dove si è annidato lo Stato Islamico. E non è affatto un caso che le zone irachene cadute in mano all’organizzazione in larga parte coincidano, se non eccedano, quelle del Triangolo sunnita, roccaforte di Saddam. Era poi naturale che l’Is riuscisse a saldare questo triangolo con le contigue province sunnite siriane, dove correligionari e abnā’ al-‛ašiīra [6] erano in guerra con un regime empio, oppressivo e filoiraniano.
Peraltro, a favorire lo Stato Islamico sono state anche due macrodinamiche in atto in tutto il Medio Oriente: la crescente radicalizzazione religiosa e le polarizzazioni politiche conseguenti al confronto strategico tra il blocco sunnita, guidato dall’Arabia Saudita, e quello sciita, guidato dell’Iran.
In altri termini, lo Stato Islamico ha riempito il vuoto di istituzioni statali delegittimate se non apertamente ostili, e ha fornito ai sunniti l’unica alternativa politica al momento esistente. Non a caso, l’Is cerca di presentarsi come un modello di governo antitetico alla corruzione e all’inefficienza di Baghdad e di Damasco.
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4. L’attuale premier iracheno al-‛Ibadī ha mangiato la foglia. E ha fatto delle riforme e della lotta alla corruzione i suoi cavalli di battaglia. Sinora ha attuato misure più che altro simboliche, come la riduzione degli stipendi ai politici o la riduzione dei ministeri; inoltre sono stati spiccati mandati di arresto per corruzione contro un ministro e si parla di eliminare la Zona verde, vista come una torre d’avorio dalla popolazione.

Il paese ha bisogno di riforme ben più incisive – e controverse – a partire dall’approvazione della legge sulla Guardia nazionale e dalla revisione di quella sulla debaatificazione, più altre misure per ricomporre la frattura settaria, riconciliarsi coi curdi e debellare l’Is.
Il problema è che al-‛Ibadī non ha la forza politica per imporle, perché ciò significherebbe rivedere i rapporti settari e indebolire partiti e movimenti sciiti, ovvero gli stessi che formalmente lo appoggiano. In particolare i politici sciiti – al- Mālikī in testa – temono che i tentativi di al-‛Ibadī di riequilibrare gli assetti del potere portino alla liquidazione delle milizie sciite, longa manus dei vari partiti. Gli sforzi di al-‛Ibadī sono concentrati sul rafforzamento delle Forze armate. In tale direzione trova un forte appoggio occidentale, inviso all’Iran. In altri termini, mentre il premier punta sull’esercito per rafforzare lo Stato e dare spazio anche ai sunniti, partiti e movimenti filoiraniani come la Organizzazione Badr e la Ahl al-Ḥaqq premono per dare riconoscimento istituzionale alle milizie sciite dell’Ḥašd ša‛bī, addestrate dai pasdaran iraniani.

Lo scorso 2 novembre, accusandolo di aver travalicato i limiti costituzionali con alcune sue iniziative, il parlamento ha revocato il mandato di al-‛Ibadī per l’attuazione delle promesse riforme. Peraltro, il confronto tra al-‛Ibadī e i partiti sciiti intransigenti è fortemente polarizzato soprattutto sul piano della politica estera. I rappresentanti sciiti, infatti, dopo la recente creazione di un centro di intelligence congiunto tra Iran, Iraq e Russia, premono per una sempre maggiore influenza di Mosca in Iraq. In definitiva il rischio è che al-‛Ibadī, sebbene abbia il supporto dell’ayatollah al-Sistānī, di buona parte della popolazione e degli Stati Uniti, finisca per essere isolato politicamente, e non riesca ad attuare alcuna riforma. E senza riforme, ovvero senza l’alternativa di una uscita di sicurezza, i sunniti continueranno a precipitare nel tetro tunnel dello Stato Islamico.
In conclusione, il vero game changer nell’attuale scenario mesopotamico sono ancora una volta le comunità sunnite, forse le uniche ad avere la capacità per sconfiggere l’Is. Ma per questo occorre offrirgli un incentivo politico e un aiuto militare. Dopotutto, il «califfato» è nato in Iraq ed è in Iraq che deve morire.


* Fonte: Limes

NOTE

[1] Termine dispregiativo con cui vengono chiamatigli alauiti.
[2] Termine dispregiativo, a valenza religiosa, con cui vengono chiamati gli sciiti.
[3] Sfruttando la rete di resistenza preparata da Saddam alla vigilia dell’attacco americano, ‘Izzat al-Dūrī divenne uno dei principali pupari della insurgency; addirittura pare abbia fornito appoggi anche a Ğabhat al-Nuṣra in Siria, mentre la sua milizia Naqšbandī si unì allo Stato Islamico nella conquista di Tikrīt.
[4] Servizio segreto del regime di Saddam.
[5] Organo consultivo dello Stato Islamico
[6] «Figli della (stessa) tribù», termine che indica i legami tibali.

lunedì 28 dicembre 2015

RAMADI RESISTE ANCORA di Campo Antimperialista

[ 28 dicembre ]

«Ramadi è stata liberata e le unità anti-terrorismo delle forze armate hanno issato la bandiera irachena sul palazzo del governo». Questa la pomposa dichiarazione del generale Yahya Rasool alla Tv di stato irachena questa mattina. Gli ha subito fatto eco il colonnello americano Steve Warren:
«La conquista del centro governativo di Ramadi è un significativo successo, risultato di diversi mesi di duro lavoro».

Esultano, assieme al governo filo-iraniano di Baghdad, tutte le centrali imperialiste dell’Occidente. Se ne ha una prova aprendo le pagine dell’edizione odierna di tutti i quotidiani, nessuno escluso. Stessa musica sulle TV. Canta vittoria addirittura il babbeo, alias Ministro degli esteri italiano.

In verità l’offensiva delle forze speciali irachene (pare sostenute da mercenari di tribù sunnite assoldate dal governo), dopo scontri durissimi ed a fronte di una resistenza accanita (4-500 miliziani del Califfato hanno tenuto testa per due settimane a più di 10mila soldati nemici), si è fermata sulle rive dell’Eufrate, che taglia in due la città. La parte nord-orientale è infatti ancora saldamente in mano alle milizie del califfato.

Una mezza vittoria, dunque, per quanto importante, ottenuta grazie al contributo decisivo della supervisione e dell’aviazione americana (e quelle degli altri paesi occidentali che aderiscono alla coalizione anti-Stato Islamico: Gran Bretagna, Francia, Australia, Canada, Giordania) che ha martellato con devastanti bombardamenti le postazioni delle milizie dello Stato Islamico, aprendo così i varchi alla fanteria corazzata irachena per penetrare nel centro storico della città e proteggendola dunque dall’alto. 

Baghdad 22 luglio 2015: il Segretario alla Difesa Ashton Carter
coi comandi militari iracheni discute il piano di attacco su Ramad
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La conquista di Ramadi da parte dello Stato Islamico aveva seminato il panico tra le sgangherate fila dell’esercito iracheno. Il “pericolo” era che dopo Ramadi sarebbe toccato a Baghdad. Ciò che spinse la Casa Bianca ad abbandonare la linea ponziopilatesca del “lasciamoli scannare tra loro”, per passare a quella dell’intervento diretto contro il Califfato.

Detto fatto. In luglio Obama spediva a Baghdad il Segretario alla Difesa Ashton Carter [vedi foto accanto] per pianificare, fin nei minimi dettagli, assieme ai generali iracheni, la controffensiva su Ramadi. Pochi giorni dopo il portavoce del Pentagono spiegherà le ragioni per cui la riconquista di Ramadi, esattamente come chiedevano i generali iracheni, aveva la priorità su quella di Mosul.

Che l’ausilio militare americano sia stato determinante, lo negano solo certi complottisti islamofobi che sarebbero disposti a negare anche che la Terra è tonda pur di confermare la loro idea paranoide che lo Stato islamico sarebbe una “invenzione della Cia”.
«Un campo di battaglia, quello di Ramadi, sul quale gli americani avevano, però, con droni e satelliti, non solo una visione dall’alto che consentiva di coordinare al meglio le mosse a terra ma anche un dominio pieno dell’aria che ha permesso di mettere fuori gioco centinaia di jihadisti. (…) E’ evidente che gli attacchi aerei della coalizione guidata dagli Usa, notevolmente intensificatisi negli ultimi mesi in Iraq, ma anche quelli russi in Siria, hanno obbligato l’Is a fare i conti con problemi nuovi: dalla dislocazione delle forze su un fronte vasto alla logistica, dalla disponibilità di effettivi ai rifornimenti». [Renzo Guolo. Il triangolo sunnita e la via verso Mosul, La Repubblica del 28 dicembre 2015]
Ramadi: miliziani sciiti anti-Is
Guido Olimpio, gola profonda dell’intelligence, parla addirittura della presenza sul terreno, “… a fianco dei locali delle Special forces” a stelle e striscie.

Quanti civili, bambini donne e vecchi sono periti in questa offensiva? Quanti cittadini sono sfollati verso il deserto? Mai lo sapremo. Sono tutti figli di un Dio minore, anzi del demonio, colpevoli di aver accettato, nel maggio scorso, i miliziani dell’IS come liberatori. Colpevoli di aver raccolto la bandiera della Resistenza irachena contro l'aggressione americana del 2003.

  

sabato 26 dicembre 2015

IL CALIFFATO, LA TURCHIA DI ERDOGAN ED IL GRANDE KURDISTAN di Martin Sebastiano*

[ 26 dicembre ]

Riceviamo da un nostro lettore, Martin Sebastiano, questo intervento sulla guerra in corso in Medio oriente, ed in particolare sulle dinamiche interne al mondo curdo e sul ruolo della Turchia di Erdogan. Sulle stesse questioni consigliamo anche la lettura dell' articolo da noi pubblicato il 5 dicembre scorso. 


Nella duplice bipolarità – mitologica “procurda” e complottista pura – che sembra caratterizzare la gran parte delle analisi occidentali sui fatti del Vicino Oriente il presidente turco Erdogan è ormai divenuto il nemico pubblico, subito dopo il Califfato nero di Raqqa, di cui sarebbe un fiancheggiatore strategico. In realtà, la questione è molto più complessa di quanto il mainstream consolidato vorrebbe far passare. 

Il lettore ci segua in questo quadro di pensiero in movimento che tentiamo di fornire. Dalla nostra posizione, il complottismo, come il parteggiare con tutto il cuore appassionato per il Kurdistan, per la Russia, per l'Islam e così di seguito, tutto questo è inessenziale, se non si comprende la sostanza dinamica delle forze.

Immaginiamo dunque una Quadratura come movimento del mondo; quadratura ovvero l'insieme dinamico dei Quattro. Terra, Cielo, mortale, immortale. Non sempre, anzi raramente domina l'equilibrio. L'equilibrio si ha nel momento di intervallo tra le forze. Per quanto paia assurdo, la guerra è questo; infatti evangelicamente, chi non ha la guerra dentro di sé deve sperimentarla fuori di sé. 

L'equilibrio della Quadratura è lo squadrare – die Verung; lo squadrare non è una sintesi addizionale, astratta, statica e metafisica. E' invece un gioco fluente di specchi, danza circolare di puri essenti che non rispondono a logiche predeterminate ma che vorrebbero guerreggiare, mondeggiare per fare dello specchio un'essenza semplice nell'Essere. Ma non vi riescono quasi mai: troppo grande è la loro paura di smarrirsi. 

Occorre dunque rilasciare le cose all'ignoto, all'incompreso, senza giudicare troppo. Osservare. Le potenze, le forze finanziarie sono gli specchi. Il soldato puro è il solo mortale. Il soldato ha superato il sé. Ha vinto la paura di perdersi. Solo i mortali possono morire, dice Holderlin. E il soldato è colui che può morire. Gli altri periscono non muoiono. Le potenze spariranno. Il gioco degli specchi le risucchierà nel fondo abissale. Il soldato no, poiché la morte, quale fortezza del nulla, custodisce in sé l'essenziale dell'originario, come insegna la Gita.

Dunque la Squadratura: non è il complotto; quest'ultimo, quand'anche esista, ammesso e non concesso, è un riflesso del mero specchiarsi. Non è nemmeno la strategia politico-economica; questa è lo specchio specchiato nel suo divenire ondeggiante. E' l'essere del soldato come puro spirito mondo: la Squadratura. E' il mondo nella sua nudità. Lo scacco del soldato alla metafisica è non puntare alla vittoria: agire invece verso la mortalità del mortale, che è l'immortalità. Egli è l'unico che gioca marciando verso la frantumazione del gioco di specchi. E' da tener presente tutto ciò. Non è un esempio letterario, ma una realtà. Lo spirito del soldato, non il semplice soldato, è il fuoco eracliteo. 

Fatta tale necessaria premessa, tornando alla presunta complicità tra Erdogan e Califfato, nel numero della rivista dell’IS Dabiq uscito dopo la decisione della Turchia di entrare in azione a fianco della Coalizione internazionale “anti-IS” a guida occidentale, vi si poteva leggere una chiara condanna di apostasia contro il governo turco e in un video si invitavano i fedeli a «conquistare Istanbul», seppur in modo non violento, senza spargimento di sangue. Allo stesso tempo, il regime turco poneva l’Is alla medesima stregua del Pkk curdo e del Dhkp-c, movimenti considerati terroristi non solo dal regime ma da gran parte della popolazione turca, compresi i milioni di curdi cittadini turchi sostenitori dell’AKP. 

Riguardo la questione curda, occorre innanzitutto sgombrare il campo da interessati equivoci. Come da più di un anno avvertono lucidamente riviste turche è scorretto e disonesto parlare di una guerra tra curdi ed Isis. All'interno di Is militano infatti centinaia e centinaia di combattenti curdi che combattono per l'espansione del Califfato anche, molto spesso, contro altri curdi. In realtà la guerra in corso riguarderebbe talune specifiche milizie curde e l’Isis. Quali milizie curde? Quelle che secondo il megafono propagandistico di Ankara sarebbero tradizionalmente sostenute da Israele, Usa e più di recente dalla Russia con il chiaro fine di assolutamente debellare dalla zona mediorientale la mala pianta dell’Islam nero di Abu Bakr Al Baghdadi. 

Ciò è percepito da Ankara come un vero e proprio shock, non perché Erdogan simpatizzi occultamente per il Califfato, come vorrebbe farci credere certa stampa occidentale o russa, ma perché significherebbe la legittimazione politica di un Kurdistan in potenza e dunque la certa destabilizzazione della Turchia.[1]

Ma quanto vi è di propaganda antisionista mascherata da curdofobia e quanto di vero in ciò che Ankara denuncia? Vediamolo. Il doppio shock di Erdogan è rappresentato in primo luogo dalla temporanea “riconquista” da parte della popolazione curda della Rojava di Kobane, ad opera del movimento delle Yekîneyên Parastina Gel (Ypg) – Unità di protezione popolare –; movimento affiliato, come sappiamo, al PKK, impegnato contro l’Is e supportato nell’intero periodo del duro assedio da continui raid americani contro i militanti dello Stato islamico. In seconda battuta, dalla successiva avanzata del movimento delle YPG, di nuovo costantemente supportato dai raid della coalizione occidentale-araba anti-Is,  sino al controllo delle città di confine di Tall Abyad, con la conseguente unificazione dei due cantoni del Rojava di Cezire e Kobani.

In questo contesto è avvenuta la decisione di Erdogan di riaprire l’ostilità con i “terroristi” curdi. E’ questa la linea rossa su cui Ankara non può essere morbida o non può transigere, non per affinità ideologica con il Califfato, come vuole far credere la propaganda occidentale e russa, ma evidentemente per la sopravvivenza stessa della Turchia. Nonostante le pressioni e le velate minacce di Erdogan, tanto gli americani quanto i russi hanno continuato negli ultimi mesi a sostenere logisticamente e militarmente una vasta componente curdo siriana di cui le Ypg costituiscono la punta di lancia. 

Anche all’Iran, come è nella logica delle cose, non è parso vero poter mettere le mani sul movimento curdo siriano. Recentemente, vari organi di informazione [2] hanno messo in luce un coordinamento strategico tra le Ypg, l’Unione patriottica del Kurdistan di Talabani e il generale iraniano Qasem Soleimani. Quest’ultimo e Talabani del resto sono in contatto dai primissimi anni ’80, dai tempi cioè della guerra Iran Iraq. Durante l’invasione americana dell’Iraq (2003), nel Kurdistan iracheno controllato dall’Upk di Talabani operava la brigata Badr, ala militare di circa 15 mila combattenti, controllata dall’esponente sciita iracheno ayatollah Muhammad Baqr al Hakim (nato nel 1939 a Najaf), del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (noto con l’acronimo inglese Sciri).
«Gli Stati Uniti si sono largamente basati sul contributo militare dei peshmerga. Un funzionario curdo  rimarca con orgoglio: “Noi siamo il secondo gruppo della coalizione per numero di combattenti”. Pdk-Iraq e Upk avrebbero fornito complessivamente circa 80 mila peshmerga a supporto delle 3-4 mila forze speciali…statunitensi, di cui circa 2 mila assegnate al controllo di Kirkuk, dei pozzi petroliferi e della base aerea militare». [3]
Pdk e Upk svolgevano e svolgono un ruolo di mediazione intrairachena per l’Iran; ruolo certamente antitetico a quello del Pjak di Abdul Rahman Armadi, la cui guerra anti-persiana è costata a Tehran la vita di importanti generali. E l'Iran dovrebbe dunque essere più cauta nel maneggiare così, con tale leggerezza, la “bomba curda”. Come ormai noto, l’ayatollah sciita iracheno al Hakim era allora l’elemento “moderato”, di mediazione, tra l’imperialismo americano ed il neo-colonialismo safavide persiano, finalizzato alla spartizione dell’Iraq che fu baathista e sovrano. 

Non a caso, quando Muqtada al Sadr, con il suo Esercito del Mahdi, dava avvio a una potenzialmente esplosiva guerriglia interna antiamericana, Tehran, mediante al Hakim, seppe richiamarlo all'ordine. Non deve così meravigliarci il fatto che oggi troviamo nel vertice militare Is l’intero reparto baathista saddamista. In questo gioco di potenze – la Danza degli Specchi, appunto, che non quadra se il soldato frantuma la mediazione astrattamente equidistante -  i curdi iracheni giocarono il loro ruolo nel quadro della coalizione tattica americano-iraniana. Ma gli specchi si son frantumati, poiché l'elemento sunnita baathista dell'Iraq ha preferito la guerra senza speranza al dominio colonialista sciita iraniano, sostenuto da Occidente e Russia. Ciò ha significato, del resto, la totale dissoluzione dell'astorico accordo Sykes Picot, che —grazie alla rinascita di forza del neobaathismo saddamista il quale non si può affatto appiattire strategicamente sulle posizioni del Califfato o di altri movimenti islamisti— [4]  è finalmente scomparso come neve al sole. 

Allo stesso modo, pare si stia comportando oggi nel Rojava la componente curdo-siriana. Probabilmente, sviluppandosi così gli eventi, tastato il gran timore dei vertici politici e militari di Ankara, la posta in gioco promessa dalle grandi e medie potenze all’Ypg  sul piano della guerra globale ad Is, ed indirettamente alla Turchia,  potrebbe proprio essere la benedizione della comunità internazionale di un Grande Kurdistan, che frantumerebbe la Turchia. 

Poniamo tutta questa diveniente danza di specchi riflessi  in senso logico e dubitativo, senza dare nulla per scontato. Ma ci sembra quanto di più meno lontano dagli eventi possa esservi. 

Passando ad Israele, questo ha nel Kurdistan iracheno un punto fisso di convergenza strategica. Qui l’entità sionista ha modo di rifornire non solo il Pkk ma anche il Pyd curdo-siriano. Il leader del Pyd, Saleh Muslim, di recente dal Kurdistan iracheno ha appoggiato i raid russi in Siria e nel Kurdistan iracheno è solito incontrare ministri esteri delle varie nazioni. E’ comunque da anni che la stampa di Ankara vicina ad Erdogan accusa Israele di sostenere in ogni modo il Pkk; almeno dai giorni dell’attacco israeliano alla nave Mavi Marmara, conosciuta come Freedom Flottila per Gaza (maggio 2010). 

Probabilmente Erdogan rimane, dopo la morte del presidente Saddam Hussein, lo statista più sensibile alla causa palestinese. Ben più, probabilmente, del Califfo di Raqqa che non pone affatto come strategica la lotta per la libertà del popolo di Palestina. Spessissimo i vertici, sia interni che esteri, di Hamas si riuniscono ad Ankara e vengono ricevuti in pompa magna da Erdogan. L’ultimo incontro è avvenuto appena cinque giorni fa;[5] i primi a complimentarsi con il recente successo elettorale del presidente Erdogan son stati proprio i vertici di Hamas: ciò non può certamente far felici gli israeliani. Lo stesso Abu Shakra ha più volte visto in Erdogan l’unico riferimento della lotta di liberazione palestinese. [6]

L’Hdp, il partito filocurdo di Selahattin Demirtas, già sostenuto dalle varie fondazioni Soros, [7] ha di recente  messo in programma un viaggio a Mosca, per sostenere Putin nella sua crociata. [8] Del resto, per quanto la scena mediorientale rimanga centrale, questa finisce per estendere i suoi pericolosi tentacoli anche in Ucraina. Da settembre ad oggi, almeno 14 volontari “separatisti” del Donbass sono caduti nella lotta contro l’Is; son stati schierati da Mosca, che non vuol rischiare truppe russe sul terreno, a fianco delle YPG; mentre in vari casi, neofascisti ucraini si son detti disposti anche a marciare a fianco di Ankara pur di combattere l’“imperialismo russo”. Ad esempio, lo scorso 5 dicembre Biletsky, leader di Azov ha dichiarato normale che “la Turchia cerchi sostegno e contatti con i patrioti ucraini e quelli della Cecenia” e che “Azov è pronto a svolgere la funzione organizzativa in Siria  di unità combattente contro russi e iraniani”. 

Il quadro è dunque molto complesso e quantomeno ingarbugliato: risolvere illusoriamente il tutto con la visione “mitologica” dei curdi guerrieri senza macchia può mettere a posto la fangosa coscienza di un Occidente patologico e nichilista, ma sicuramente ci allontana ancora di più dalla analisi fredda e rigorosa e da quella verace comprensione, che ci son richieste.

Occorre dunque fare attenzione. La Danza circolare è talvolta trascesa dal Gioco. La squadratura allora irrompe. L'unità dei Quattro è imposta con altri metodi rispetto a quelli, inessenziali ed entici, a cui ci si è ormai assuefatti. L'oscuro trasmuta nel Chiaro. 


Note

1     D. Santoro, Per Erdogan, malgrado tutto, l’Is resta il male minore in LIMES, 11/2015 La strategia della paura.
2     http://mebriefing.com/?p=1825
3     M. Galletti, Storia dei curdi, Roma 2004, pag. 279. 
4  http://archiviostorico.corriere.it/2015/novembre/20/radici_dell_odio_nel_dopo_co_0_20151120_ac706eb2-8f50-11e5-81bb-1a209d1f41b1.shtml
5     http://www.vosizneias.com/224361/2015/12/20/istanbul-turkeys-erdogan-meets-hamas-leader-meshaal-in-istanbul/; 
http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Dec-19/328194-turkeys-erdogan-meets-hamas-leader-meshaal-in-istanbul.ashx.
6     http://www.lastampa.it/2015/12/23/esteri/noi-arabiisraeliani-in-prima-linea-per-i-luoghi-sacri-di-gerusalemme-SdHtchrnmYdXaOFc3U19GI/pagina.html
7     http://www.noreporter.org/index.php?option=com_content&view=article&id=23445:le-narcomilizie-di-soros&catid=6:conflitti&Itemid=16
8     http://www.todayszaman.com/diplomacy_hdps-demirtas-to-meet-russian-fm-lavrov-in-moscow_407485.html

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