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domenica 14 ottobre 2018

DEBITO PUBBLICO: CHI SAREBBERO GLI IDIOTI? di Mario Volpi

[ 14 ottobre 2018 ]


SECONDO TE, TRA IL CITTADINO ITALIANO E L'INVESTITORE STRANIERO, CHI E' L'IDIOTA?

In questi giorni ci sono molti cittadini ed "esperti" che scherniscono l'invito a comprare titoli di stato rivolto dal governo ai cittadini italiani.

Risate su fb, denigrazioni e frasi del tipo: « il governo ci vuole fregare... che pensano che siamo degli idioti? Vediamo quanti idioti li comprano....».


Purtroppo sono in molti a credere al terrorismo mediatico a reti unificate cui stiamo assistendo in questi giorni.

Chi avrà ragione?

Nel 1988 il debito pubblico italiano era c.ca 525 miliardi e gli stranieri ne detenevano il 4%; gli stranieri quindi detenenvano c.ca 21 miliardi di titoli del nostro debito pubblico. Gli italiani invece ne detenevano il 57%.

Nel 2018 il debito pubblico ammonta a c.ca 2.300 miliardi e gli stranieri ne detengono il 32%;gli stranieri oggi detengono c.ca 740 miliardi di titoli del nostro debito pubblico. Gli italiani invece ne detengono il 6%.

Quindi gli stranieri, negli ultimi 30 anni, da 21 miliardi sono passati a possedere 740 miliardi dei nostri titoli.

Contestulamente la quota di debito pubblico detenuta dagli italiani è passata dal 57% del 1988 al 6% del 2018.

Qui le cose sono 2: o gli italiani sono furbi e gli investitori stranieri non ci hanno capito un cazzo, oppure il contrario! Non se ne esce.....

Si narra che per molti anni gli intermediari bancari abbiano disincentivato i cittadini italiani a comprare titoli di stato del nostro paese, consigliandoli di acquistare altri prodotti finanziari come ad esempio, AZIONI e OBBLIGAZIONI BANCARIE che poi, in diversi casi, si sono rivelati carta straccia bruciando i risparmi di una vita di molti cittadini.

E mentre le banche ti offrivano quella merda, loro investivano in titoli di Stato italiani passando dal detenerne c.ca 110 miliardi nel 1988 al detenerne c.ca 1.600 miliardi nel 2018

Ma non pensare male... probabilmente è solo una coincidenza.

Quindi, chi sarebbero gli idioti????????

AVEVAMO LA GALLINA DALLE UOVA D'ORO IN CASA... MA NON CE NE SIAMO ACCORTI.... GLI STRANIERI SI!

martedì 9 ottobre 2018

ITALIA-UE: COME LA VEDONO I "MERCATI"


[ 9 ottobre 2018 ]



Sul SOLE 24 ORE di oggi l'analista Morya Longo spiega come potrebbero reagire nelle prossime settimane i mercati finanziari — quelli a cui lo Stato è costretto a finanziarsi non essendo più sovrano. Ci dice, in buona sostanza, che essi prezzano l'uscita dell'Italia dall'euro. Come lo Stato dovrebbe reagire in caso di vendite massicce dei suoi titoli di debito? Ne parliamo sabato a Roma.


* * *
Spread e Borse: perché il mercato non crede all’Italia

di Morya Longo

a Borsa di Milano è sui minimi da aprile 2017. Lo spread tra i BTp e i Bund è più volte salito in questi giorni oltre i 300 punti, arrivando fino al record dal 2013. Il divario tra i titoli di Stato italiani e quelli spagnoli è addirittura su livelli mai visti prima (200 punti), superando anche i 178 toccati nel 2011. Segno che l’Italia, sui mercati, balla da sola. Che gli investitori non abbiano apprezzato la Nota di Aggiornamento del Def è insomma evidente. Meno scontato, invece, è il motivo: in fondo tanti Governi hanno provato a “tirare” sul deficit o hanno provato a sbattere i pugni sul tavolo a Bruxelles. Perché questa volta il mercato è così teso?

I motivi di fondo sono tre. Uno: in pochi credono che il Pil possa crescere come il Governo prevede. Questo crea molti dubbi sulla tenuta dei conti pubblici in futuro. Due: sui mercati resta un timore di fondo (nonostante le smentite) che prima o poi lo scontro con Bruxelles possa portare l’Italia fuori dall’euro. Tre: le agenzie di rating. Bene inteso, i mercati possono sbagliare. È successo molte volte in passato. Ma oggi questo è il loro modo di vedere le cose. E, giusto o sbagliato che sia, col loro “punto di vista” l’Italia deve fare i conti.

1. Tra sogno e realtà


Il pilastro della politica economica del Governo è la crescita. Il Def stima un’espansione del Pil dell’1,5% nel 2019, dell’1,6% nel 2020 e dell’1,4% nel 2021. Il problema è che sul mercato pochi credono raggiungibili questi obiettivi. Se si prende la banca dati di Bloomberg (che colleziona le previsioni di tutte le maggiori istituzioni del mondo), la media degli economisti stima per l’Italia una crescita dell’1,1% nel 2019 e dell’1% nel 2020. Anche chi ha aggiornato le stime dopo la pubblicazione del Def (tra venerdì e ieri) non sfoggia grande ottimismo: Barclays, Morgan Stanley, Ubs e UniCredit prevedono nel 2019 una crescita dell’1,1%, Nomura dell’1%, Fitch dell’1,2% e JP Morgan dell’1,3%. Solo i tedeschi di Commerzbank hanno allineato le stime all’1,5% del Governo, ma vedono più nero negli anni successivi.

Questo perché il Governo ha molta più fiducia degli economisti internazionali sugli effetti benefici della Manovra in arrivo. Secondo alcuni calcoli (escludendo il disinnesco dell’aumento dell’Iva), il Governo starebbe stimando che ogni 100 euro di Manovra sia in grado di provocare un aumento del Pil superiore a 100 euro. Ovviamente i calcoli dipendono da come si fanno, ma una cosa è certa: quasi nessuno sul mercato condivide le stime del Governo. Questo crea incertezza: se la crescita si rivelasse inferiore a quella prevista nel Def, allora anche i rapporti tra deficit e debito sul Pil potrebbero essere destinati a salire nei prossimi anni.

2. I pugni sul tavolo

Qui viene il secondo timore: le tensioni con l’Europa. Questo non è il primo Governo del Continente, né sarà l’ultimo, che ha aspri dibattiti con Bruxelles. Ma questa volta c’è un rumore di fondo che allarma gli investitori più del solito: la paura (mai sopita) che l’Italia possa usare lo scontro con Bruxelles come pretesto per uscire dall’euro prima o poi. Ieri il Vicepremier Di Maio ha nuovamente negato questa eventualità: «Non vogliamo uscire né dall’euro né dall’Unione Europea», ha detto. Qualche dubbio in più nel pomeriggio l’ha diffuso la francese Marine Le Pen, secondo la quale «Matteo Salvini ha detto che per ora non è una priorità» uscire dall’euro. Lanciando, con quel «per ora», un segnale non poco equivoco.

Il mercato resta teso. E attualmente “prezza” (seppur in minima parte) questo rischio. Lo dimostrano i Cds, cioè le polizze assicurative che servono agli investitori per coprirsi dal rischio di insolvenza di qualunque debitore. Per i Paesi europei esistono due tipi di “polizze”: quelle precedenti al 2013 assicurano gli investitori dal solo rischio di insolvenza, mentre quelle successive al 2013 coprono anche dal rischio di ridenominazione del debito. Cioè di uscita dall’euro. Ebbene: nel caso dell’Italia, assicurarsi anche da Italexit costa il 2,76% dell’importo che si “copre”, mentre assicurarsi dal solo rischio di default costa l’1,70%. Segno che il mercato tutt’ora non esclude questa eventualità. Che gli investitori vedono come il fumo negli occhi: chi ha prestato a uno Stato euro non desidera infatti che gli vengano restituite lire.

3. Le agenzie di rating

Il terzo tema è legato ai primi due: a fine ottobre arriverà la decisione delle agenzie di rating. Particolarmente temuta è quella di Moody’s, che ha già messo il rating italiano sotto osservazione per un possibile declassamento. Se agisse in questo senso, il rating italiano arriverebbe a un solo “gradino” dal livello “speculativo” (in gergo definito junk, spazzatura). A prescindere dalla stima o meno che gli italiani possano avere per le agenzie di rating, il loro giudizio è importante perché in base al loro voto si determinano le scelte di molti investitori. Se il rating scendesse a livello «junk» (o si avvicinasse troppo), molti fondi sarebbero costretti a ridurre l’esposizione sul debito italiano. Per un motivo tecnico, dunque, il giudizio delle agenzie di rating potrebbe peggiorare il nostro spread. Dunque pesare su economia e conti pubblici. Così si torna al punto uno.

lunedì 8 ottobre 2018

I TERRORISTI DELLO SPREAD di Leonardo Mazzei

[ 8 ottobre 2018 ]

Visto che agli economisti e ai giornalisti nessuno più crede, ecco che si giocano anche Piero Angela
Diciamolo subito: se non ci fosse lo spread le èlite non saprebbero a quale santo votarsi. Ma c'è, e lo usano a dovere. Il comportamento antinazionale dei santuari del blocco eurista è sotto gli occhi di tutti.
Il Quirinale, Bankitalia, i "giornaloni" al servizio di lorsignori, son tutti lì ad invocare l'aumento dello spread. Certo, lo fanno in combutta con l'etilista di Bruxelles e l'intoccabile di Francoforte, ma lo fanno anche a dispetto del loro ruolo istituzionale, che imporrebbe invece quantomeno a Mattarella e Visco la difesa della dignità, della credibilità e degli interessi del Paese.

E invece no! Se un banale Moscovici può permettersi impunemente di dare dei "razzisti" agli italiani senza che nessuno reagisca, ogni atto del governo gialloverde è trattato come pericoloso ed  irresponsabile. La vicenda della Nadef (Nota di aggiornamento del Def) è assolutamente illuminante. Dai palazzi italiani presidiati dal blocco eurista l'invito agli investitori stranieri è quello di vendere. Magari allo "scoperto", come stanno facendo, magari con l'uso di tutti i più sporchi meccanismi della finanza, ma che vendano, che è l'unico modo per provare a piegare il governo.

Eppure il 2,4% di deficit previsto dalla Nadef è uno dei più bassi degli ultimi quarant'anni, eppure la curva del debito è annunciata in lieve calo... Il fatto è che lo scontro è tutto politico. L'oligarchia eurista si sente (giustamente) sfidata, ed è pronta al tutto per tutto. Qui non sono in gioco i decimali del deficit, ma la residua credibilità (e dunque il potere) di un'intera classe politica che sulla moneta unica tutto ha scommesso.

Ora, però, si sta passando ogni limite. A corto di argomenti, i terroristi dello spread usano ogni personaggio pubblico che possa alimentare la loro campagna anti-italiana. E siccome agli economisti, specie se bocconiani, non ci crede più nessuno, per non parlare dei giornalisti e dell'opposizione berlusconian-renziana; ecco che si tirano fuori personaggi d'altro tipo, purché consoni allo scopo.

Per il buffone preferito della vecchia corte piddina, al secolo Roberto Benigni, un indefesso assemblatore di sciocchezze politicamente corrette: 
«Il sogno dell'Europa unita è l'unico sogno che si può dare ad un bambino che nasce ora, non lo si può far morire». 
Un'idiozia davvero niente male, ma si tratta pur sempre di colui che, in suo film, fece liberare Auschwitz dagli americani anziché dall'Armata Rossa... Insomma, un tipo attendibile.

Decisamente troppo poco, però, per la campagna terroristica in corso, visto che più che di "sogni" c'è bisogno di paura. Ecco allora arrivare un Piero Angela in versione multiuso. Cosa ne sa il divulgatore scientifico che conosciamo delle dinamiche del debito pubblico? Evidentemente nulla, dunque è perfetto per sparare l'ennesima bufala. Dopo le solite banalità iniziali, ascoltate cosa dice in tv al minuto 1,06. Secondo Angela «tutto questo spread ci porta via decine di miliardi di interessi». Boom! Boom! Triplo boom! Ma chi gliele ha date ad Angela queste cifre? Eppure, per il suo mestiere dovrebbe essere un tipo attento coi numeri...

Lo spread è oggi l'arma fondamentale per i dominanti. Noi non la sottovalutiamo affatto. E sappiamo che ce ne libereremo soltanto uscendo dall'euro. Detto questo, le cifre di Angela non stanno né in cielo né in terra. Esse servono solo ad alimentare il terrore, e sarebbe l'ora di dire basta, una volta per tutte, a questa disinformazione organizzata.

La prova di quanto appena detto è scritta nei calcoli dei tecnici del Tesoro, quelli sotto tutela quirinalizia, quelli che piacciono tanto ai giornaloni. Secondo le loro stime (vedi pagina 3 della Nadef), a causa dell'aumento dello spread intervenuto dal mese di maggio, la spesa per interessi nel 2019 si attesterà al 3,6% del Pil contro il 3,5% precedentemente previsto. Lo 0,1% in più. Avete capito bene: lo zerovirgolauno in più! In soldoni 1,7 miliardi di euro.

Cifra non disprezzabile, ma dove sono le «decine di miliardi» di Angela? Nessuno lo sa e, soprattutto, nessuno glielo chiederà, mica è un inesperto gialloverde!

domenica 7 ottobre 2018

AUMENTA LO SPREAD PIÙ CARI I MUTUI? FALSO!

[ 7 ottobre 2018 ]

Uno dei ritornelli che il trasversale "partito dello spread" ripete in modo martellante è questo: con le sue annunciate misure, il governo giallo-verde farà salire lo spread, quindi sarebbero minacciati "i risparmi degli italiani", in particolare salirebbe il costo per chi ha contratto mutui con le banche.

Non lo diciamo noi, ma Il sole 24 ore di oggi, che questa è una volgare bugia.




*  *  *
Mutui, non c'è correlazione tra spread BTp-Bund ed Euribor
di Vito Lops


I mutui interessano certamente più famiglie italiane rispetto ai BTp. Una casa su due (e ogni anno ne vengono vendute più di 500mila) viene stipulata attraverso l’aiuto della leva finanziaria offerto dalla banca (il mutuo appunto). Mentre al momento appena il 5% dei titoli di Stato italiani è in mano ai piccoli risparmiatori (un paio di decenni fa il quadro era diverso tanto che si parlava di BoT people). In ogni caso mutui e BTp suscitano sempre un forte richiamo popolare. Ne consegue che quando queste due “grandezze” vengono a contatto in momenti di turbolenza finanziaria è fin troppo facile cadere in allarmismi.

Dallo scorso maggio - da quando si è insediato il nuovo governo Lega-M5S che ha proposto un contratto di governo piuttosto ambizioso in termini di deficit spending ma che non ha convinto tutti sul fronte delle coperture - lo spread BTp-Bund è salito sulle montagne russe. A inizio maggio questo differenziale di rendimento tra i titoli italiani e tedeschi a 10 anni quotava 120 punti. Oggi siamo intorno ai 300 punti, come non accadeva dal 2013.


I violenti strappi al rialzo dello spread BTp-Bund hanno innescato un generale senso di panico sul fronte mutuatari. Molti hanno temuto di vedersi aumentare da un mese all’altro la rata. Compresi quelli che stanno pagando un mutuo a tasso fisso, dimenticandosi del fatto che il loro tasso è bloccato per sempre indipendentemente da ciò che accade all’esterno, sui mercati.

La preoccupazione maggiore ha colpito l’universo dei mutuatari a tasso variabile. Perché in molti sono tutt’ora convinti che esista una correlazione tra le tensioni finanziarie (che possono far salire lo spread BTp-Bund) e l’andamento degli indici Euribor (gli unici, assieme al tasso ufficiale della Bce, che hanno il potere di far ballare le rate dei mutui a tasso variabile).

Come evidenzia il “grafinomix” di giornata questa correlazione non esiste. Il grafico abbraccia un periodo piuttosto ampio, tre anni. Perché è da più di 1.000 giorni che gli indici Euribor sono finiti addirittura nel limbo dei tassi negativi. L’Euribor a 1 mese è a -0,37%, quello a 3 mesi a -0,32%. Questi valori sono piatti da diverso tempo e non hanno per nulla risentito della forte volatilità dello spread BTp-Bund degli ultimi mesi.

Il grafico prova quindi che la correlazione tra spread obbligazionario ed Euribor non esiste. Quindi se lo spread BTp-Bund sale chi sta pagando un mutuo a tasso variabile non vede aumentare la propria rata. E non deve pertanto cadere in facili allarmismi. Anzi, paradossalmente, può valere il contrario. Perché se lo spread dovesse salire ulteriormente e la tensione in Italia dovesse trasformarsi in un attacco speculativo e a sua volta questo attacco speculativo dovesse contagiare altri Paesi dell’Eurozona a tal punto da compromettere la crescita economica, a quel punto è ragionevole supporre che la Bce possa essere spinta a rimandare i tempi di una stretta monetaria (rialzo dei tassi). E quindi questo scenario di allarme (non all’orizzonte al momento va detto) sul mercato obbligazionario potrebbe addirittura contribuire a tenere basso l’Euribor per ancora più tempo, prolungando quindi la fase di vacche grasse che stanno vivendo da diversi anni i mutuatari a tasso variabile che si vedono sottrarre l’Euribor (perché negativo) allo “spread del mutuo” fissato il giorno della stipula (e non più modificabile) anziché sommarlo.

Che la correlazione non ci sia è quindi ovvio. Cerchiamo di capire anche perché non ha logica di esistere. Per farlo bisogna ragionare sui fattori che possono far salire l’Euribor, quelli cioè su cui realmente dovrebbe concentrarsi chi sta pagando un mutuo a tasso variabile.

L’Euribor può salire per due motivi:
1) quando la Bce alza/sta per alzare i tassi che essa governa e che sintetizzano l’andamento del costo del denaro all’ingrosso (le stime indicano un prossimo rialzo di 10 centesimi del tasso sui depositi da -0,4% a -0,3% a settembre 2019);
2) in caso di crisi di fiducia tra le banche che quindi non si fidano a prestarsi liquidità tra loro nel mercato interbancario (come è successo nel 2008, scenario oggi fortunatamente escludibile perché c'è il problema opposto, abbondanza di liquidità interbancaria ed è questa la ragione per cui i tassi sono negativi).

Non ci sono altri motivi, al di là di questi due, che possono muovere al rialzo gli indici Euribor e quindi le rate dei mutui a tasso variabile.

Detto ciò, lo spread BTp-Bund può avere nel medio periodo (circa sei-nove mesi) il potere di spingere le banche ad aumentare i costi dei “nuovi” mutui (ma non di quelli in essere). Questo perché un aumento prolungato dei tassi obbligazionari può impattare sul costo di raccolta del denaro delle banche e sulla gestione della tesoreria. Questo aumento di costi può portare le banche a decidere - e questo dipende anche da scelte di marketing e commerciali - di aumentare in futuro i loro spread, quelli che applicano sui mutui e che ne rappresentano il margine lordo dell’operazione di finanziamento (a cui va aggiunto l’Euriborper calcolare la rata finale del variabile e l’indice Irs per calcolare la rata finale del mutuo a tasso fisso). Ma qui siamo ancora nel campo delle ipotesi. Perché difatti da maggio, da quando lo spread BTp-Bund è più che raddoppiato (da 120 a 300) , per ora gli spread sui nuovi mutui non sono stati modificati e anzi viaggiano ai minimi storici (addirittura azzerati sul fisso e intorno allo 0,7% sul variabile).

In conclusione, ciò che per ora possiamo toccare con mano è che lo spread BTp-Bund non impatta sull’Euribor (e quindi sui mutui a tasso variabile in essere). Può eventualmente in futuro impattare sul costo dei nuovi mutui. Ma per ora questo non è avvenuto. Chi stipula un nuovo mutuo oggi lo fa comunque ai minimi storici.

sabato 8 settembre 2018

SPREAD: COME USCIRE DALLA TRAPPOLA di Leonardo Mazzei

[ 8 settembre 2018 ]

Mazzei ci spiega, con parole chiare, chi c'è dietro la trappola spread, come nacque;  come e con quali misure è necessario e possibile uscirne.


Il tema non è nuovo. E' lì da sette anni, da quando servì ad intronizzare Monti, portando l'Italia sulla china di un declino di cui ancora non si vede la fine. No, il tema non è nuovo, ma è di nuovo attualissimo. Il signor spread torna a presentarsi non solo come il supremo regolatore delle scelte economiche, ma come l'autentico dittatore dell'eterno "stato d'eccezione" in cui l'Italia si è cacciata entrando nell'euro.
Torneremo a breve sulle alterne vicende che ci stanno portando al decisivo snodo della Legge di Bilancio. Vicende che vedono un triplo e complicato confronto: tra il governo e l'Unione Europea sui numeri del bilancio 2019; tra M5s e Lega sulle priorità dei provvedimenti da adottare; tra questi due partiti e la Quinta Colonna dei poteri sistemici all'interno dell'esecutivo (Tria, Moavero, ecc.) sul grado di compatibilità (politica, oltreché economica) dell'intera manovra. Di certo a nessuno sfuggirà come, in questa triplice partita, la vera arma delle forze euriste sia fondamentalmente lo spread.


Meno di un mese fa segnalammo come i veri eroi dell'attuale opposizione fossero nientemeno che gli speculatori, cioè appunto i "signori dello spread". La novità è che mentre allora sembrava che quest'arma dovesse servire a disarcionare Conte, oggi —  avendo valutato l'assenza di alternative politiche — essa viene sapientemente usata dal blocco dominante per condizionare le mosse della maggioranza governativa, imbrigliandola così di fatto in estenuanti mediazioni al ribasso. Vedremo nelle prossime settimane fino a che punto questa operazione avrà successo, ma di certo questo è il problema: la dittatura dello spread, il suo potere condizionante quando non apertamente eversivo.


A due anni dalla storica sconfitta del disegno anticostituzionale di Renzi, la democrazia italiana è di fronte ad una minaccia più subdola, ma più grave. Talvolta le norme non scritte che regolano la vita di un Paese possono pesare assai di più di quelle scolpite negli articoli di una Costituzione di cui ci si ricorda soltanto nelle celebrazioni liturgiche. E' questo, in tutta evidenza, il caso dello spread.

L'uso che si fa di quest'arma azzera totalmente la sostanza del concetto di sovranità popolare contenuto nell'art. 1 della Carta del 1948. Questo è un fatto, anche se ben pochi costituzionalisti amano affrontare apertamente il tema: troppo forte è la loro adesione al dogma eurista che ne garantisce l'internità ad un'èlite ormai priva di consenso.

Ma qualcuno dovrà pure occuparsene, o facciamo tutti finta che si tratti di un fatto tra i tanti?

Eh no!, signori cari. Oggi la dittatura dello spread non è un elemento tra tanti, è invece il fatto decisivo col quale fare i conti. Quello che sta uccidendo la democrazia nel nostro Paese, a dosi neppur troppo omeopatiche. Questo tutte le persone oneste ed "informate dei fatti" non possono non saperlo. Già, ma come farci i conti?

Credo che, essenzialmente, ci siano tre possibili livelli di azione: la denuncia immediata e costante, un'azione di governo orientata a contrastare i "signori dello spread", una strategia di fuoriuscita dalla gabbia eurista. Inutile sottolineare l'intima connessione tra questi tre momenti di azione, tutti orientati a riconquistare la sovranità nazionale, democratica e popolare.

1. Perché sia necessaria la denuncia è facile da capirsi, troppo forte e manifesta è la disonestà intellettuale dei media mainstream, quelli che ci presentano ogni balzo all'insù dello spread come un giudizio divino. Ma questa denuncia ha da articolarsi su due piani, quello immediato e quello di fondo.

Sul piano immediato vanno sempre messi in luce almeno tre aspetti. Il primo è che lo spread è un valore frutto delle manovre di una finanza speculativa da contrastare, non da assecondare; la risultante dell'azione di forze oligarchiche nemiche per loro natura di ogni forma di democrazia. Il secondo è che spesso tali azioni avvengono in accordo con le forze politiche della conservazione, quelle che amano lo status quo dell'austerità e del vincolo esterno. Il terzo è che quasi sempre gli stessi effetti dello spread vengono artatamente esagerati, facendone un mostro talmente orribile da confiscare per l'eternità ogni spinta al cambiamento. Illuminante a tal proposito l'incredibile campagna terroristica scatenata a fine maggio a sostegno del golpe mattarelliano (LEGGI QUI).

Ma la denuncia di questa disinformazione sistemica servirebbe a ben poco senza la chiara indicazione dell'origine del male denominato spread. Un'origine che sta in due passaggi, certo noti ai nostri lettori ma che giova sempre ricordare: 1. Il divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro (1981), autori Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, che gettò i titoli del debito pubblico nelle mani della finanza internazionale. 2. L'entrata nell'euro, con l'esproprio definitivo della sovranità monetaria.

Chi vi parla dello spread senza riconoscere l'effetto disastroso, ancorché voluto dalle èlite, di queste due mosse, va invitato ad informarsi (se davvero disinformato), o ad andare semplicemente a quel paese (se informato ma devoto al dogma euro-liberista).

2. Può un governo teso alla riconquista della sovranità, iniziare intanto ad agire per frenare i "signori dello spread"? La risposta è sì. Esso può farlo, purché lo voglia davvero, purché riesca a sconfiggere le forze interne che tirano nell'altra direzione, purché abbia chiari i limiti di questa azione, che ha senso solo nella prospettiva dell'uscita dalla gabbia dell'euro.

Qui il punto è quello della rinazionalizzazione del debito. Più il debito è in mani estere, più la speculazione ha possibilità di dispiegarsi. In Giappone, con un debito pubblico doppio rispetto al nostro, ma interamente detenuto da soggetti interni, lo spread non sanno neppure cosa sia.  Tornando a noi, non è che i detentori nazionali dei titoli del debito siano alieni dallo speculare. Tutt'altro, ma dato che costoro sono rappresentati essenzialmente dalle banche, è evidente come queste ultime debbano stare ben attente ad effettuare manovre speculative che finirebbero — colpendo l'intera economia italiana — per ritorcersi contro i loro stessi interessi.

La cosa interessante è che — per diversi motivi sui quali qui non entriamo — questo processo di rinazionalizzazione è già in atto. Se nel 2010 la quota del debito italiano detenuta da soggetti esteri era del 44,3%, se essa era scesa al 36,5% nel 2014, già nel maggio di quest'anno si era arrivati al 31,3%. Poi, come ampiamente riportato dalla stampa, tra maggio e giugno altri 70 miliardi in Btp hanno cambiato proprietario, passando dalle mani degli investitori stranieri alle banche italiane. Ragion per cui la quota estera del debito è oggi valutabile in un 28% scarso.

Ovviamente il terrorismo dei media ha presentato questo passaggio come una sorta di nuovo disastro nazionale, questo in un Paese dove la ricchezza finanziaria ammonta a ben 4.300 miliardi! In realtà questo processo, benché non guidato politicamente, benché frutto di dinamiche di mercato, è in realtà potenzialmente positivo per la gestione del debito pubblico italiano, che ha bisogno appunto di essere rinazionalizzato.

Ovvio che questa rinazionalizzazione non potrà mai completarsi senza la riacquisizione della sovranità monetaria e senza la nazionalizzazione delle banche. Tuttavia, il processo in corso può favorire proprio queste scelte. Il problema è casomai il tempo, dato che quello a disposizione non sembra troppo lungo. C'è bisogno dunque di nuovi strumenti che consentano di accelerare il percorso verso la rinazionalizzazione del debito. 

Da qui nasce una nostra modesta proposta, avanzata in un articolo di un mese fa, quella che lì abbiamo chiamato "Btp famiglia", che così schematizzavamo:
«In pratica si tratterebbe di questo: 1) Da una data x lo Stato emette solo un nuovo tipo di Btp decennale, chiamato per esempio “Btp famiglia”. 2) Il governo dichiara che questo titolo è garantito al 100%. 3) Il Btp famiglia potrà essere acquistato solo da soggetti italiani, avviando così una progressiva rinazionalizzazione del debito. 4) Il suo tasso di interesse sarà un po’ più elevato di quello corrente, diciamo al 4% per i primi tre anni, del 3% per gli anni successivi. 5) Questo titolo non sarà negoziabile sul mercato secondario. 6) Ove l’investitore volesse rientrare in possesso del suo capitale prima della scadenza, ma dopo i primi cinque anni, lo Stato procederebbe al riacquisto al valore nominale. 7) Qualora invece la richiesta di riacquisto avvenisse entro i primi cinque anni, lo Stato riacquisterebbe allo stesso valore meno una penale da calcolarsi allo scopo di impedire operazioni meramente speculative». 
Come si può ben capire qui non è certo importante né il nome dello strumento finanziario, né l'esatto schema del suo funzionamento, ed il nostro era solo un esempio per far capire di cosa stiamo parlando. Importante è solo il concetto: un Paese con la ricchezza finanziaria che abbiamo detto non ha alcun motivo di lasciare in mani straniere quote importanti del proprio debito, di cui ha invece l'interesse a rientrare integralmente in possesso proprio per sfuggire ai trucchi e alle manovre dei pescecani della finanza.

3. Ovvio come quanto detto finora abbia senso solo nella prospettiva dell'uscita dall'euro. Guai a chi si dimenticasse per strada quello che dovrà essere il passaggio chiave per la riconquista della sovranità. Senza l'abbandono del sistema della moneta unica non potrà esservi una vera uscita dalla crisi. Né potranno esservi serie misure di contrasto alla disoccupazione, tantomeno il ribaltamento delle politiche neoliberiste che hanno aumentato a dismisura diseguaglianze e povertà. Chi dice il contrario mente.

Ricordare sempre questa verità non è una cosa da fissati, è invece la bussola necessaria di ogni concreta azione dell'oggi, a partire da quella, quanto mai indispensabile, contro i "signori dello spread" e contro le forze oligarchiche che cercano in tutti i modi la vittoria di TINA (There is no alternative), di cui lo spread è un formidabile alleato.

Solo battendo queste forze un futuro diverso potrà infine dischiudersi. E per batterle bisogna schierarsi e combattere ora, non quando sarà troppo tardi. Con il coraggio dell'intelligenza (giusta tattica e non mero arrembaggio) e l'intelligenza del coraggio (senza il quale mai vi sarà vittoria). E' di questo che c'è bisogno. Urgente bisogno.

martedì 7 agosto 2018

SPREAD: ECCO COME DISINNESCARE LA BOMBA di Leonardo Mazzei

[ 7 agosto 2018 ]

Torniamo sull'articolo ECCO L'USCITA DALL'EURO di Moreno Pasquinelli.
L'articolo chiosava un "singolare" intervento di Giavazzi e Alesina. I due famigerati liberisti ammettevano che il governo giallo-verde avrebbe la maniera per realizzare le misure contemplate nel "contratto" e proteggersi dall'attacco della finanza speculativa:
«C’è un modo per sottrarsi al giudizio degli investitori internazionali: ricomprarci i titoli che in passato abbiamo loro venduto. In teoria è possibile. L’Italia ha una posizione finanziaria netta rispetto al resto del mondo sostanzialmente in pareggio, cioè abbiamo tanti debiti quanti sono i crediti che vantiamo. Vendendo le attività estere che possediamo potremmo in teoria ricomprarci tutti i titoli italiani detenuti da investitori esteri. Bisognerebbe nazionalizzare le banche ed espropriare i cittadini obbligandoli a vendere, ad esempio, titoli svizzeri per sostituirli con Btp. Vorrebbe anche dire uscire dal mercato unico europeo e probabilmente dall’euro. Tutto è possibile. Ma se non si ha il coraggio di farlo, allora bisogna fare i conti con gli investitori internazionali».
Pasquinelli quindi così chiosava:
«L'Italia ha una ricchezza mobiliare netta pari a tre volte il Pil, a patto di volerla sottrarre alla rapina dei mercati finanziari e canalizzarla e utilizzarla per il bene pubblico e l'interesse nazionale — e di tecniche funzionali allo scopo, al netto del controllo del sistema bancario e della moneta, ce ne sono numerose —, più che sufficiente per reggere l'urto dell'eventuale fuga dei predatori. Ciò senza dimenticare "il resto" della ricchezza e dei beni materiali e immateriali, pubblici e privati del nostro Paese».
Un lettore ci ha quindi chiesto:
«Potete spiegare meglio questo concetto qui espresso? Che significa al netto di.....ce ne sono numerose di tecniche per canalizzare la ricchezza mobiliare per il bene pubblico. Quali sarebbero queste tecniche?»
Proviamo a rispondere.

*  *  *

I BOT PEOPLE* CI SALVERANNO  
di Leonardo Mazzei

1. L’idea di Giavazzi e Alesina si basa su un fondamento solido: la sostanziale equivalenza dei crediti e dei debiti finanziari dell’Italia.  

Il problema pratico è come far rientrare i crediti (di fatto capitali esportati) per nazionalizzare i debiti.


Ove ci si riuscisse il problema dello spread sarebbe risolto all’80%. Al 100% no, perché se si continuasse a consentire la negoziazione sul mercato secondario [1] gli speculatori esteri verrebbero sostituiti da quelli (meno forti, ma ci sono) interni. 

Anche se Giavazzi e Alesina lo utilizzano come spauracchio il loro schema non è per nulla stupido: primo, nazionalizzare le banche (che fungono da intermediarie); secondo, bloccare — attraverso di esse — tutti i capitali investiti su titoli esteri; terzo, vendere quei titoli per reinvestirli immediatamente in titoli del debito italiano.

Il primo punto è tutto politico, il secondo è tecnicamente facilissimo da realizzarsi, il terzo è quello più problematico. 

Qui ci sono aspetti giuridici evidenti, ma anche problemi pratici che richiederebbero di fatto un meccanismo di — chiamiamolo così — “prestito forzoso temporaneo”.

Sono evidenti infatti tre cose: 1) Non si possono vendere tutti i titoli posseduti da soggetti italiani in pochi giorni, pena una svalutazione finanziaria altissima. 2) Idem per l’acquisto dei Btp dai possessori stranieri, dato che in questo caso si avrebbe un rialzo esagerato del loro valore. 3) Onde evitare eccessive beghe giuridiche lo Stato dovrebbe poi garantire ai possessori di titoli esteri un cambio senza perdite nominali. (Che poi abbiano una perdita al momento dell’uscita dall’euro è normale, ma su questo non si vede cosa potrebbero fare sul piano giuridico).

Il prezzo per lo Stato di cui al punto 3 è assolutamente sostenibile. Meglio un’operazione più costosa ma senza troppi strascichi che non il contrario.

In sostanza, scattata l’ora x, lo Stato dovrebbe imporre alle banche — tramite decreto  — l’espropriazione temporanea dell’investimento estero. Le stesse banche verrebbero poi incaricate di effettuare l’operazione di vendita e di acquisto dei Btp.

Se una banca ha posizioni sull’estero di propri clienti per 10 miliardi, essa verrà incaricata di trasferire quella somma su Btp decennali. Ad operazione completata il cliente z, “espropriato" temporaneamente dei suoi 100mila euro, riavrà la stessa cifra in Btp.

E’ chiaro che nel complesso di questa operazione è probabile vi siano delle perdite, dato che la speculazione non dorme.

Per evitare che siano troppo alte il problema può essere quello dei tempi. Tempi troppo lunghi provocherebbero tensioni pericolose, ma tempi troppo brevi mi sembrano improbabili, a meno di una folle corsa a vendere dei possessori esteri.

In conclusione, il meccanismo ha degli inevitabili punti deboli, ma a fronte di una precipitazione della crisi non ci sarebbero molte alternative, salvo dichiarare il default sulla parte estera del debito sovrano. Un’ipotesi che potrebbe essere modulata a seconda delle varie categorie di creditori.

Chiudendo sul punto, è chiaro che l’ipotesi Giavazzi-Alesina potrebbe funzionare anche senza nazionalizzazione delle banche, ma con una norma ad hoc per costringerle ad operare come richiesto.

2. La nostra ipotesi in un certo senso è più soft, ma per altri aspetti più radicale. Essa consentirebbe non solo la “rinazionalizzazione” del debito, ma anche la sua sottrazione integrale (benché progressiva) alle logiche perverse dei mercati finanziari.

Il suo punto debole è quello dei tempi. Perché a fronte di una precipitazione degli eventi bisognerebbe comunque ricorrere allo schema del punto 1.

E però una cosa non esclude l’altra. Iniziare con i “Btp famiglia” potrebbe essere la prima mossa — diciamo ordinaria — che prepara (se necessario) quella straordinaria. Ed essa rappresenterebbe anche un segnale ai “mercati” ed alla speculazione, il segno che lo Stato non intende restare con le mani in mano. 


In pratica si tratterebbe di questo: 

1) Da una data x lo Stato emette solo un nuovo tipo di Btp decennale, chiamato per esempio “Btp famiglia”. 
2) Il governo dichiara che questo titolo è garantito al 100%. 
3) Il Btp famiglia potrà essere acquistato solo da soggetti italiani, avviando così una progressiva rinazionalizzazione del debito. 
4) Il suo tasso di interesse sarà un po’ più elevato di quello corrente, diciamo al 4% per i primi tre anni, del 3% per gli anni successivi. 
5) Questo titolo non sarà negoziabile sul mercato secondario. 
6) Ove l’investitore volesse rientrare in possesso del suo capitale prima della scadenza, ma dopo i primi cinque anni, lo Stato procederebbe al riacquisto al valore nominale. 
7) Qualora invece la richiesta di riacquisto avvenisse entro i primi cinque anni, lo Stato riacquisterebbe allo stesso valore meno una penale da calcolarsi allo scopo di impedire operazioni meramente speculative.

Lo scopo di questo meccanismo è chiaro: rinazionalizzare integralmente il debito, sottrarlo integralmente (benché progressivamente) ai mercati finanziari, avere alcuni anni di relativa tranquillità.

Se la situazione non dovesse precipitare — ipotesi certo improbabile — crediamo che questo meccanismo funzionerebbe alla perfezione, instaurando anche un nuovo senso di fiducia verso lo Stato.

Nel momento in cui invece la situazione precipitasse, si sarebbe comunque fatto un pezzo di strada nella giusta direzione. Non solo dal punto di vista finanziario, ma anche da quello politico e psicologico. Abituare le persone a strumenti nuovi in virtù di un passaggio straordinario potrebbe rivelarsi utile. E, a quel punto, il piccolo esercito degli investitori sull’estero — piccolo ma di certo aggressivo — dovrebbe confrontarsi con quello più ampio dei nuovi investitori sull’Italia.

Chi l’avrebbe mai detto che un giorno il vecchio “Bot people” sarebbe tornato utile... 




* Nel linguaggio giornalistico, l'insieme dei risparmiatori che, per prudenza, tendono a investire in sicuri titoli di Stato (come i BOT), tenendosi alla larga da titoli più rischiosi.


NOTE

[1] un mercato finanziario secondario è il luogo dove sono trattati i titoli già in circolazione, che vi rimangono fino alla loro eventuale scadenza, esso è concettualmente contrapposto al mercato finanziario primario dove il Mef colloca l'offerta pubblica iniziale di obbligazioni.

mercoledì 30 maggio 2018

SPREAD/RISPARMI: MATTARELLA MENTE! di Broker anonimo

[ 30 maggio 2018 ] 

Il 27 maggio è una data che resterà scolpita nella storia della Repubblica. Quel giorno Mattarella ha impedito (lo ribadiamo: con un atto anticostituzionale) la nascita del governo M5s-Lega.
Egli ha quindi giustificato questo atto illegale con una colossale bugia: "la difesa del risparmio degli italiani". Vale la pena riportare per intero le sue panzane:
«E' mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri che mi affida la Costituzione, essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani". "L'incertezza sulla nostra posizione nell'euro ha posto in allarme gli investitori e i 
E lo spread è schizzato in alto proprio dopo il golpe...
risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L'impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico, e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in Borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito e configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane. Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi per i mutui e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo, quando prima dell'unione monetaria europea gli interessi bancari sfioravano il venti per cento».

Nei giornali e nelle Tv di regime intonano la stessa antifona terroristica: "se sale lo spread sono minacciati i risparmiatori e cresce il debito pubblico"
Orbene abbiamo chiesto ad un broker (che ci ha chiesto di restare anonimo) il cui mestiere è appunto quello di offrire servizi finanziari a investitori e risparmiatori, come stanno davvero le cose. E che ci ha risposto? L'esatto opposto di quanto ha detto Mattarella.

*  *  *

D. Ci puoi parlare del nesso tra costo dello spread e debito pubblico? Questa mattina [ 30 maggio NdR] alcuni giornali parlano addirittura del rischio di default...

R. Non date retta. Leggo alcuni "economisti" per i quali l'innalzamento dello spread (peraltro provocato essenzialmente proprio dalle mosse maldestre del Quirinale) sarebbe costato all'Italia addirittura più di 30 miliardi. Si tratta di una fesseria al limite dell'incommentabile.
Com'è noto lo spread rappresenta (solo) il differenziale del tasso di interesse reale sui titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi.
E' chiaro che nel lungo periodo l'aumento dei tassi rappresenterebbe un problema per il debito pubblico italiano. Ma ad oggi il costo dell'aumento dello spread di questi giorni è sostanzialmente pari a zero. Avete capito bene: vicino a zero. Questo per il banale motivo che lo spread è calcolato sui prezzi del mercato secondario. Ma lo Stato non opera su questo mercato, nel quale perdite o guadagni riguardano solo altri soggetti (banche, fondi di investimento, privati cittadini).

Facciamo un esempio: se lo Stato ha emesso a prezzo 100 un titolo a 10 anni con interessi x, dopo 10 anni rimborserà quel titolo a prezzo 100 avendo pagato ogni anno l'interesse x. Se nel frattempo sul mercato secondario il valore del titolo muta, verso l'alto o verso il basso, questo per lo Stato non cambia niente.

Giova qui ricordare che i titoli del debito italiano (pari a circa 2300 miliardi) hanno una vita residua media di 7,4 anni. Dunque il grosso del debito non risente minimamente della volatilità dei mercati finanziari.

Il problema sorge solo nel medio-lungo periodo, perché se i tassi aumentano stabilmente lo Stato dovrà applicare interessi superiori ai titoli di nuova emissione. Ma quanti titoli emette annualmente lo Stato? Nel 2017 (anno giudicato particolarmente impegnativo) il tesoro ha emesso 260 miliardi di titoli. Questo vuol dire che se i tassi del mercato secondario si stabilizzassero su un aumento dell'1% rispetto ai valori attesi (ricordiamo che un aumento di 100 punti base equivale appunto all'1%), ed ammettendo un ennesimo importo di 260 miliardi annui, il costo per le casse dello Stato sarebbe di 2,6 miliardi. Cifra certo non disprezzabile, ma ben lontana da quella sparata da certi economisti di regime.
Ma questo calcolo di 2,6 miliardi è del tutto ipotetico, dato che i movimenti dello spread (come si è visto nella giornata di ieri) sono altamente volatili e nessuno può sapere quali saranno i valori futuri, comunque dipendenti assai più dalle scelte della Bce che dalle vicende politiche italiane.
Tornando agli assurdi calcoli che sentiamo fare dai media, facciamo presente che se l'attuale impennata dello spread dovesse durare una settimana il costo sarebbe all'ingrosso di 50 milioni di euro (2,6/52=0,05 md), se invece durasse un mese sarebbe di 216 milioni (2,6/12=0,216). 
Una "cifretta", a ben vedere, rispetto ai conti dello Stato, che smaschera come menzogne le cose che vengono dette.

D. C'è davvero un costo per i risparmiatori se sale lo spread?

R. Paradossalmente i risparmiatori non hanno alcun costo per l'aumento dello spread. Siccome essi acquistano normalmente i titoli per portarli alla scadenza, le fluttuazioni giornaliere dei prezzi non hanno per loro (salvo per chi si trovasse con l'urgenza di vendere sul mercato secondario, ma si tratta di una minoranza davvero infima) nessun rilievo. Viceversa, il risparmiatore che si trovasse ad avere una disponibilità finanziaria per investire, avrebbe solo da guadagnare dall'aumento dello spread. Non è difficile capire, infatti, che se ho centomila euro disponibili ed i tassi sono saliti dell'1% ne ricaverò un beneficio annuo di mille euro.

D. E qual è l'impatto dello spread sui mutui?

R. I terroristi di regime mentono anche su questo fronte. Non solo non c'è nessun legame meccanico tra spread e mutui, ma addirittura può essere vero il contrario, cioè l'aumento dello spread potrebbe favorire l'abbassamento dei tassi sui mutui. Ce lo spiega Vito Lops sul Sole 24 Ore di stamattina: «Il punto è che i momenti di tensione finanziaria, contrariamente a quanto si può credere in prima analisi, nel breve periodo giocano a vantaggio dei nuovi mutui e non certo ledono quelli già stipulati». Non c'è altro da aggiungere.


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